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mercoledì 12 ottobre 2022

“e anche quarant’anni / può durare la promessa”

Tre poesie + quattro

di Sergio Fabbri


Mosè e il roveto ardente (in alto a sinistra la mano di DIo)



FORMA D’AMORE

Non vorrei mai
farti soffrire.
Ma se lo facessi,
se ti facessi soffrire,
vorrei che almeno
non te ne accorgessi.
Perché è così
che fa con me:
non mi fa soffrire
e se lo fa, fa in modo
che non me ne accorga.
Di che cosa, allora,
posso lamentarmi?
Tutto il dolore, in silenzio,
lo tiene per sé.



FUGHE

Mi sfuggi.
E perché non dovresti farlo?
Tanto io non posso
coglierti, né in parte
né tanto meno intero.
Neanche un fiore
posso coglierlo, se non
uccidendolo.
Che gran dono
poterlo fare
– e non farlo, però,
e anzi, nemmeno pensarlo.




ISPIRAZIONI

È ispirazione
non gettare all’indietro
pentimento e dolore?
Il rammarico d’aver pianto
o riso non muta l’oggi:
basta raccontare come
s’è curata una ferita.

Mi pento e mi dolgo, invece,
se c’è poca luce
domani, se l’orizzonte
non disegna confini,
se di non vedere fingo
la mano che dà
più di quello che può.





VITTORIE

La vita non è una guerra
perché nessuno
conta le sconfitte,
neanche chi potrebbe.


E neanche il giorno che inizia
è una battaglia,
pur l’esito sicuro, la resa
quasi dolce al finale.


Ciò che conta è tornare,
senza vergogna, senza
indugiare, perché la notte
raccoglie le ossa, le intenzioni.

C’è un solo vincitore
e anche quarant’anni
può durare la promessa,
il cammino che porta sin qui.




COSMOLOGIA

Non c’è ordine –
se abbaia il cane o sorride
il passante muto. Potrebbe piovere
o perdurare la tensione
d’un sentimento in ritardo.


Oggi potrebbe essere domani
e domani un intero anno
passato a rincorrere
le solite passioni, amare
parole, soltanto smarrimenti.

E devo dirlo che ti amo
anche se non è il verbo giusto:
troppa vita mi circonda
che l’eternità non basta,
ma un incoglibile frammento

di verità.




CERTEZZE

Il sospetto d’un pianto
allegro inumidisce di rugiada
le vetrate dell’anima, colori
pagati a caro prezzo.

Eppure trabocca
come un eccesso di gioia
la tua voce che discreta
non canta, ma sussurra indizi.

Chiamano le ginocchia,
come se fosse riposo, la terra.
E se così non ti posso vedere
è l’annuncio del tuo arrivo.

All’infinito balbetterò
fino a quando ci sarà vento,
fino a quando la tua pazienza
sarà per me memoria.


FATICHE

C’è una continuazione?
Si può attendere ancora
oltre il tempo maturo
della consegna? Cosa spinge
a fermarsi, quasi per verificare
che nulla sia rimasto
indietro, nulla dimenticato
dei doni ricevuti?

La si direbbe debolezza
umana, poiché anche l’albero
lo sa cosa deve fare
e il suo inno sorge esattamente
là dov’è, là dove è già
accaduto – senza cronache –
il rinnovarsi della vita.

È questa la fatica:
voltarsi indietro e continuare
a camminare, a salutare,
seguiti da uno sguardo
che non teme nessuna morte.


[Sergij, 11 ottobre ’22]

martedì 16 agosto 2022

Un passo appena nell’Enchiridion celeste

di Sergio Fabbri


Hermes o un Angelo

Che una raccolta di poesie possa ancora arrivare con la posta, ha di per sé qualcosa di magico, oggi che tutto tende a essere essenzialmente digitale, privo di sostanza materiale, di corpo. È così che può giungere Enchiridion celeste di Alessandro Ramberti, un pacchettino bianco infilato in una cassetta battuta dal sole estivo e dal vento. Magia ulteriormente amplificata dalla veste grafica allo stesso tempo preziosa e delicata, come del resto nello stile consolidato dell’editore Fara. E da lì all’immersione istantanea nella lettura della intera raccolta, come in preda a un dolce incantesimo, non c’è soluzione di continuità. Queste righe, a loro volta, sono semplicemente uno dei tanti “dopo” che ne possono conseguire, andando dietro alle parole ponderate, equilibrate, ma anche folgoranti e vibranti della raccolta, con una tensione che raggiunge la superficie dell’esistenza dalle profondità più autentiche dello spirito e della materia. 

Il manuale della libertà

Come iniziare un discorso coerente? È possibile? Forse la poesia, al pari della preghiera, pretende un confronto serrato su ogni verso, su ogni termine, su ogni omissione, perché se è efficace, se comunica, non può lasciare il lettore così com’era prima che iniziasse a leggere. Trasportati in questo solo in parte dalla logica e dalla ragione, molto di più dai sentimenti e dalle emozioni, cioè dal “sentire”. E con le poesie di Ramberti tutto questo viene molto bene, tant’è vero che il commento che segue – a meno di diventare un tomo voluminoso di esegesi sull’Enchiridion celeste – si fermerà probabilmente sulla sola prima poesia, e cioè: “Libertà”. (Non un caso, questo titolo, si direbbe.)

Il fine

E già alla prima parola è necessario soffermarsi, vale a dire “fine”. Che ovviamente così, senza articolo, può fare pensare sia a “la fine” sia a “il fine”. Il significato più immediato sembrerebbe far propendere per il maschile, perché se pensiamo all’esistenza umana, a cui in effetti si riferisce, appare più ovvio pensare a qualcosa che comunque non conclude, che rimane aperto: non sappiamo quando abbiamo raggiunto “il” fine, lo scopo, della nostra vita né se, una volta raggiunto, ulteriori sviluppi sono ancora possibili. E dunque si tratterebbe di “un” fine che non conclude, che appunto lascia aperta la tanto desiderata (oltre che salutare balsamo per l’ansia) “via di fuga”. Il vivere spesso ci vuole intrappolare in reiterati soffocanti cul de sac, da cui è di solito difficile fuggire, ma verso i quali siamo sospinti proprio perché la vita è comunque rischio, scelta, ricerca di nuove emozioni. Ed ecco che il movimento vitale sembra essere costituito dallo sviluppo di una contraddizione che, se da una parte ci spinge a continuare imperterriti il viaggio alla ricerca del nuovo, dall’altra ci fa tremare di fronte alla eventualità di restare intrappolati per sempre in un destino irreversibile. Molto meglio sarebbe se, a quel punto, i vicoli ciechi fossero fatti soltanto di “polvere da rimuovere”. Ma c’è un prezzo da pagare, se poniamo dei limiti per così dire prudenziali? Alessandro è ottimista, a questo riguardo. E infatti, dice che c’è una certa sovrabbondanza di “vie di uscita”, anche se sta a noi scoprire dove si trovano. Possiamo immaginare che cosa il poeta intenda? Sì, conoscendo l’autore, possiamo immaginare a che cosa si voglia riferire: ma qui non lo dice e, se non lo dice, non possiamo forzarlo a una risposta, a una indicazione maggiormente precisa. Ci invita semplicemente a cercarla, questa “via di uscita”, ci invita a non desistere, a non lasciarci intrappolare innanzi tutto dalle nostre paure. In fondo, ogni attimo dell’esistenza altro non è che il ripetersi eterno della possibilità di cambiare, di evolvere, di trasfigurarsi.

La fine

Ma se la parola “fine” la intendiamo come femminile, che cosa succede? Forse a qualche lettore potrebbe sembrare una forzatura, a qualcun altro, invece, può essersi manifestato come una sorta di abbaglio che poi ha messo in crisi il concetto successivo: come può la fine di una esistenza rivelarsi come una possibilità non di una soltanto, ma addirittura di svariate “vie di fuga”? Se la vita è giunta alla sua conclusione, come può essere che ci vengano date ulteriori opportunità per “costruire un dedalo / che possa generare / sempre nuove emozioni”? Accettando un tale slittamento di significato, uno scossone quasi folle, una specie di sisma sintattico, veniamo proiettati decisamente in un’altra dimensione, dove non siamo più invischiati nelle solite trappole esistenziali della realtà terrena. E a conferma di questo, se pensiamo di doverci dare nuove prospettive alla fine del nostro percorso umano, giunge quel riferimento che altrimenti appare annullato nella sua ovvietà: “A noi viventi piace”. Perché qualificare la nostra natura come “viventi”? Forse Alessandro, con garbo e gentilezza, non ci sta parlando di un luogo in cui gli ostacoli sono qualcosa di polveroso e di facilmente rimuovibile, ma ci sta proiettando in un mondo qualitativamente differente, nel quale anche “la” fine della nostra esistenza può essere riscritta continuamente. Ed è con questo spirito che ci dobbiamo avvicinare a essa.

Il finale 

Naturalmente, il finale può essere ricercato unicamente tra le tante parole ispirate del manuale del poeta: “può essere un inizio / un dire sono qui”. Dove però – attenzione – quel dire è proprio di chi si sa mettere da parte e sa molto bene come praticare l’umiltà della parola profetica.

martedì 12 luglio 2022

Diario de “L’albero” avellanita

Fonte Avellana, L’ALBERO

8-10 luglio 2022





Ho raccolto i miei pensieri per quella tre giorni di immersione totale, tra persone conosciute e mai incontrate, in quella cornice mistica del Monastero, tutti preparati su quell’unico soggetto, programmato da un anno: L’ALBERO.

Come sempre Alessandro riesce ad essere puntuale e a gestire queste circa 60 persone che intendono conoscersi e riconoscersi, che chiacchierano, si scambiano i convenevoli, titubanti sul come, “ti abbraccio?” “meglio di no”, “sì, sì, ne ho bisogno!”, “stiamo un po’ lontani”, e via discorrendo, ancora con le sirene delle ambulanze nelle orecchie, ancora con quel desiderio di uscire, di venir fuori da questa odiosa epidemia che ha separato anche gli affetti.

Siamo davvero tanti, qualcuno comincia a porsi domande del tipo “riusciremo a parlare tutti?”, ma Alessandro tranquillizza, come solo lui è capace di fare. Ci rassicura e ci chiede di essere puntuali e rispettosi verso chi ci dovrà seguire nelle presentazioni.

Comincia puntuale alle 15 di venerdì Tomaso Marazza: “l’argomento dell’albero, su internet, è il più vasto”. Ed è un susseguirsi di considerazioni che conducono a “ma cosa dice a noi l’albero?”.

Nel suo breve elenco ci comunica che l’albero è una condivisione degli alti e bassi della vita, come per esempio il salice piangente. L’albero come evocatore di sensazioni.

Segue il saluto di Dom Gianni Giacomelli che, dopo il benvenuto, ci stimola con una domanda: “qual è stato il vostro primo albero?”. Nei due giorni successivi tanti hanno risposto a questa domanda. Tra gli interventi, il mio è arrivato tra gli ultimi e me ne ero persino dimenticata. Dichiaro qui, ora, che il mio primo albero è stato un nespolo giapponese, insieme ad un albicocco e a due caki infruttiferi.

Luigino Bruni propone una visione dell’albero da un’altra prospettiva, quella economica. Si potrebbe partire dai due alberi dell’Eden, quello della Conoscenza del bene e del male e quello della Vita, tra loro ci sarà stata una cooperazione. Oggi siamo certi di questo: le piante dialogano tra loro, soprattutto tra specie uguali, partendo dalle foglie, una sorta di meccanismo digitale. L’albero non è gerarchico. Cosa succede in una comunità carismatica quando il socio fondatore muore? Dovrebbe passare da una conduzione animale ad una conduzione “vegetale”: ogni suo componente potrebbe avere un compito che va ad integrarsi con i compiti di tutti gli altri; inutile cercare un sostituto, sarà impossibile, c’è solo bisogno di una trasformazione, con la distribuzione dei centri vitali.

Natascia Ancarani ci spiega che la dimensione dell’anima è più vasta della psiche e che non sono i nostri stati d’animo a dare un’anima ad un luogo, ma piuttosto il luogo ci viene incontro e invita a fare un’esperienza.

“Tutto ciò che ci circonda è funzionale, cioè morto”. Cita Guerra e Pace, raccontando di un brano che richiama la sua esposizione e in questo modo rinnova l’importanza di una letteratura russa che si vuole a tutti i costi dimenticare, in questi nostri giorni tribolati.

C’è chi legge poesie, in endecasillabi, per esempio Davide Vallecchi, dal titolo Oltrepassato l’albero finale. Panorami dell’infanzia, degli alberi incontrati sul cammino.

Maela Bertazzo viene sostituita da Antonia Gualtiero, che legge un suo racconto “Dove il tronco è privo di corteccia”. Segue poi il suo intervento, alcune sue poesie che, dichiara, arrivano spontanee e improvvise.

David Aguzzi proietta l’immagine di un quadro di Frida Kahlo L’albero della speranza e descrive il disegno, la simbologia, tesse le lodi, come non bastassero mai, di questa donna che ha tanto sofferto, ma che ha fatto parlare molto di sé, scrittrice e pittrice eccelsa. 

Non riuscirò a scrivere di tutti, forse mi limiterò ad un mero elenco, ma ad un certo momento, gli interventi erano così pregnanti che la mia attenzione è stata completamente assorbita e ho necessariamente accantonato l’idea di scriverne, tanto era il desiderio di comprendere fino in fondo ciò che ci veniva comunicato.

Monica Fabbri ci ha letto Piccoli alberi crescono, poi Alberto Fraccacreta ha citato Philippe Jaccottet, poeta che ha narrato gli alberi ed era così schivo e umile da dichiarare: “più invecchio e più cresco in ignoranza”, frase che ho memorizzato e che faccio mia.

Un intervento che mi ha particolarmente colpita è quello di Subhaga Gaetano Failla. Cominciato dolcemente, ci ha condotti alla comprensione di un grave torto che ha subito l’umanità, in special modo noi italiani. Le sue motivazioni sono tali e tante che è impossibile non dargli ragione. Questa epidemia, dall’origine ancora incerta, ha lasciato profonde ferite tra le persone, non solo fisiche. Il termine “green pass”, secondo lui, è più corretto se scritto “greed pass”, avidità di corpi umani.

È la volta di un entusiasta degli alberi, tanto da arrampicarcisi ovunque, in tutto il mondo, persino oggi, all’età di 72 anni, senza timore, con reverenza, con affetto. Cesare Sartori ha illustrato tutto il suo percorso tra i giganti verdi e ha classificato certi alberi che gli suggerivano gli stati d’animo.

I gelsi sono gli alberi della solitudine; i carpini neri quelli dell’amicizia; i tigli e gli aceri sono gli alberi dell’impegno sociale e solidale, mentre il faggio australe è l’albero dell’avventura, infine l’ulivo che è l’albero dell’amore. Curioso e lodevole tutto il suo percorso, anche per l’impegno sociale.

Fabio Cecchi ci parla della poesia e storia della poesia in John Claire e Marceline Desbordes.

Poi è la volta di Caterina Trombetti che dichiara tutta la sua gioia per questi incontri annuali che la fanno sentire tra simili. Lei, amica di Mario Luzi, col quale ha collaborato a lungo, ha imparato ad apprezzare questi incontri che consentono a tanti amanti della letteratura di confrontarsi. Legge una sua poesia Un albero a febbraio.

L’interveto di Stefano Martello verte a suoi ricordi, momenti che ha fissato nella memoria e che ha elencato e raccontato elencando questi quattro punti fondamentali, che ricordano altrettante figure importanti della sua vita:

  1.  L’uomo dei boschi
  2.  La donna delle lettere
  3.  L’uomo dagli occhi verdi
  4.  La donna del sorriso e della risata

Queste figure hanno dato, di volta in volta, nella sua vita, un cambiamento importante, percepito in seguito, ma che ha contribuito alla sua formazione adulta.

Mirca Carrozzo dichiara che l’abete bianco è il suo albero, il confidente e legge suoi brani.

Salvatore Ritrovato, per poter introdurre il suo intervento, ha perimetrato gli stimoli sul tema e ha citato Arboreto salvatico di Mario Rigoni Stern, spiegando che non è silvatico, né selvatico, ma salvatico per un motivo ben preciso. Cita film e autori importanti, come Primo Levi e uomini che hanno lasciato un’impronta nella storia degli alberi, anche se inascoltati, come Chico Mendez. Graziella Sidoli, oltre a parlare del suo libro Il male dei tigli, coinvolge i presenti nella lettura di alcune poesie, creando un momento di scambio tra di noi.

Massimo Pulini, ex assessore di Rimini, illustra, anche con proiezioni, l’opera meravigliosa di Marilena Pistoia, che ebbe la fortuna di conoscere e con la quale condivise l’impegno lavorativo. È la volta di un intervento singolare: una famiglia si mette in gioco leggendo le caratteristiche di diversi alberi: quello genealogico, quello di Pitagora, quello della pace, il caki, che è alto, ha una bella chioma, non è invaso da parassiti e tra i suoi rami nidificano diverse specie, le foglie sono decorative e quando marciscono nel terreno diventano un ottimo concime naturale, mentre se bruciato, il legno, sprigiona un buon aroma.Nell’elencazione partecipano mamma Silvia, papà Mirco e Andrea.

“Come un albero”, similitudini, di Gianni Iasimone e poi Antonella Giacon che ha proiettato opere di bambini, dei quali è insegnante, sull’argomento alberi.

E che dire dell’Albero di Lorenzo? Gianni Criveller ci mostra il suo albero genealogico, risalente al 1500, che si materializza in un albero vero dedicato al padre, intorno al quale, ci racconta, ogni anno si riunisce tutta la sua numerosa famiglia. Durante l’epidemia, costretto coi suoi seminaristi alla quarantena in seminario, decide di dedicare a Etty Hillesum l’albero al centro del cortile, L’albero di Etty.

Nino di Paolo, lombardo, impegnato nel sociale quale amministratore, ci spiega che la vita che nasce è ben rappresentata dall’albero, che prosegue nella sua riproduzione attraverso i rami, mentre le radici affondano ancora in quel brodo primordiale che le ha viste generarsi.

Un invito a tornare al canto da Gianpaolo Anderlini, intima essenza di ogni vita e ogni cosa. L’uomo deve imparare dall’albero e il suo primo albero è il melograno.

Giorgio Iacomucci racconta che il verde è la speranza e che ha realizzato un giardino in nome della compagna scomparsa, Daniela Marcolini; di questa esperienza racconta nel suo libro Un giardino per Daniela.

E seguono Giorgio Pisano, sacerdote, racconta e illustra i simboli del pellegrino: la bisaccia e il bastone. Mettersi in cammino vuol dire aprirsi al mondo, aprire la mente, altrimenti si rischia di diventare campanilisti, nazionalisti e razzisti.

“La meta è partire”. Cita l’amarezza di Primo Levi in Se questo è un uomo, dove si può leggere: “voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case…”.

Altri importanti interventi dei quali mi sono gustata la narrazione senza prendere appunti, come quello del Priore Gianni Giacomelli. Le letture di Silvia Favaretto e Cristina Bovolenta in “Floema Poema”, o le splendide citazioni di Massimiliano Bardotti e Gregorio Iacopini. Che dire delle sempre spassose performance di Roberto Battestini che cerca, con l’ironia di guarire ancora vecchie ferite. 

La domenica è giunta in fretta e mi ha fatto conoscere Sergio Fabbri, discreto e un po’ schivo, che ha raccontato qualcosa sulla sua recente conversione, rimandando ad un librino da lui pubblicato volutamente senza l’autore in copertina. E ancora Manuel Cohen con la sua saggistica poetica e alcune letture in italiano e in dialetto campano. Alessandro ha coinvolto Gregorio per leggere L’albero dolomitico, una delle sue ultime poesie. 

Io stessa, tra tanti interventi ricchi e importanti, ho esposto il mio, sempre timorosa di rubare tempo agli altri, spero sia stato apprezzato. Il mio rammarico per non aver potuto ascoltare nel pomeriggio di domenica l’intervento di Andrea Parato e infine quello di Claudio Fraticelli, che sicuramente leggerò dall’antologia, pronta a breve dal nostro Alessandro.

Mi scuso se ho dimenticato qualcuno o qualcosa di importante, come, per esempio, il balletto del Tempo favorevole dedicato al Verde e alla natura e la bella mostra di opere realizzate in argilla da Lorena Tiezzi ed esposte nella sala di accesso allo scriptorium.

Un grazie di cuore a tutti per la splendida esperienza. Aspetto il titolo del prossimo anno. [È stato scelto quello proposto da Silvia, Mirco e Andrea: Fonte/Sorgente, nde]


giovedì 30 giugno 2022

Dialogando con il presunto “angelo caduto” di Giuseppe C. Airaghi

di Sergio Fabbri


Quanto segue, non intende essere un commento agli ispirati e ispiranti versi dal titolo Monologo dell’angelo caduto di Giuseppe C. Airaghi (Fara 2022). È, invece, il dialogo nato spontaneo leggendo quelle poesie, appunti rapidi e non ragionati riportati a matita a margine delle pagine.
 

Omaggio a Win Wenders

… ma anche l’uomo è chiamato a uscire dalla propria condizione, cioè ad abiurare… perché interessa questa domanda? forse quando si fa una scelta del genere, si è disposti a non guardare più indietro: anche il pentimento può essere una tentazione…

Prologo

… ciò che è davvero “chiaro” non è “comprensibile” perché ancora stiamo ragionando e non ci arrendiamo all’evidenza… perché tendere a un “ritmo accettabile”? è giusto accontentarsi? probabilmente, è quella la funzione fondamentale delle parole (poetiche): condurre al “perdono” – ovviamente, è importante precisare di quale perdono si parla – parola tanto abusata quanto connaturata alla nostra essenza…

Prima parte

1

… è proprio così, cercare ovunque l’inizio del mondo! cosa è successo? è davvero questa la “vera” umanità? e se non di un risveglio alla triste realtà si tratta ma, viceversa, di un cedimento all’illusione che il mondo sia stato creato… imperfetto?

2

… forse da sempre (non soltanto a partire dai greci) pensiamo che la vita vera sia teatro e parliamo di rappresentazione e di protagonisti, come se fosse la salvezza… forse i miracoli non li pretendiamo più quando con meraviglia capiamo che la vita è un miracolo continuo…

3

… anche l’angelo soffre una dualità? e se l’angelo si fosse confuso? e se pensa che il bello dell’umano altro non sia in realtà che un… troppo umano, cioè già una deviazione dalla vera natura umana? davvero siamo uomini se lasciamo segni tangibili e, invece, non cerchiamo semplicemente di tornare a casa?

4

… sembra all’opposto che a parlare sia un uomo che si sforza di convincersi che non è possibile che in lui ci sia l’angelicum o, meglio ancora, il divinum…

5

… è proprio così (che l’angelo abbia rinunciato al tempo eterno)? esprimere giudizi è quello che l’essere umano fa abitualmente, ma non è l’unico atteggiamento possibile: al di là del giudizio si trova la chiave risolutiva: è come se l’angelo si creda innamorato delle qualità terrestri che non sono tra le migliori…

6

… talvolta si ha paura a nominare quello che si percepisce… c’è questa oscillazione tra un presente fatto di luci e ombre (in cui pare difficile scegliere un assetto definitivo) e un futuro a cui però non viene riconosciuta (per pudore? per vergogna?) alcuna dimensione escatologica, apocalittica… è come se la poesia ci sospendesse (o sorprendesse) eternamente in questa terra di mezzo…

7

… e nominandolo (il male) che cosa succede? e l’ingiusta condanna? davvero non tutto è perdonabile? considerato dove viviamo, avere indecisioni illegittime, è più che legittimo! magari il problema principale non sono i luoghi che scordiamo, quanto l’oblio costante di chi siamo…

8

… ma c’è un miracolo a cui non bisogna smettere di credere: l’incontro non atteso, l’evento apparentemente casuale di prossimità con l’Essere in cui siamo ciò che altrove non possiamo essere… ed è un miracolo non per la sua improbabilità, bensì perché, pur nella sua umile banalità, ci può condurre nel più alto dei cieli…

9

… questo è proprio – la gioia improvvisa e senza motivo – ciò che dovremmo osare chiamare con il suo vero nome: Spirito! poi ci possono essere “annunci” senza altra specificazione o notti non del tutto menzognere… ma perché pensare a parole senza ascoltatori, quando la parola è il segno originario che esistere è essere in relazione?

10

… l’idea che gli angeli non possano stupirsi è solo un nostro pregiudizio… è un inganno riuscitissimo del male quello per il quale il paradiso (terrestre o meno) era un luogo di noia e in fondo le imperfezioni sono il sale della vita… siamo noi a esserci autocondannati al ruolo passivo di spettatori paganti…

11

… è questo uno sguardo d’uomo o d’angelo? incantevoli versi rilkiani che portano ovunque…

Seconda parte

1

… se è vero come dice Bachelard che le parole poetiche hanno una natura ontologica, probabilmente è più suggestivo pensare che sono loro a spingere, a incoraggiare la mano nascosta…

2

… Cioran scrisse che uno dei vantaggi che invidiava ai credenti è la possibilità dell’eresia… forse dovremmo concederci un atteggiamento eretico in tutte le cose, anche le più banali, perché il dibattito  implacabile è la sola via certa che ci consente di cogliere dei bagliori di quel nucleo di verità che alberga dentro di noi… essere puro strumento non significa essere senza inventiva… il fatto è che nelle mani di Dio nessuno è un burattino – è il male a preferirci in questa veste, così come il potere… quello con Dio è un dialogo, Lui (ci) ascolta, perché non gli piace ascoltare dei semplici pappagalli…

3

… è questa la questione centrale: sapere dov’è la nostra casa e non sbagliare la strada che ci porta là… il difficile è che quei vuoti non sono mancanze, non sono nostalgie del passato: sono nostalgie di quello che, per una fatale distrazione, non abbiamo ancora vissuto…

4

… non esiste la solitudine – punto… si proietta sul passato il rimorso per come si è nel presente: per questo il nostro cuore resta in costante allarme… se la recita avesse un finale, si capirebbe che è una recita… salvezza è esattamente fuggire da quelle stanze, capire che non siamo di questo mondo…

5

… ma il fallimento è proprio smettere di leggere poesie, di scriverle, perché lì non c’è un obiettivo secondo i parametri consueti… poesia è un ritorno a casa che può essere ripetuto all’infinito, fino a quando si struttura in ricordo… rispetto a questo mondo, Gesù è stato inutile, ha fallito: ma qui sta la sua potenza, come nella parola poetica portata, soffiata dallo Spirito… da chi altro?

6

… ci si adegua agli equivoci quando si fa sentire la stanchezza dell’esistere… e quando ci adeguiamo, facciamo un torto maggiore all’altro o a noi stessi? un equivoco abbandonato a se stesso cresce per germinazione… in effetti, l’immensità della Creazione non è neutra – se è pacifica, vuol dire che agisce, dissolve tutti gli equivoci… l’equivoco ci fa perdere l’unico possibile senso di appartenenza…

7

… è divertente l’ambiguità di quel “parlar-si”, che quasi allude al fatto che un dialogo non c’è, che ognuno “si” parla (addosso), cioè continua a parlare con se stesso… un parlarsi che dovrebbe diventare un “parlar-ti”, finalmente… e, se “ti” parlo, vuol dire che sono stato in grado innanzi tutto di “ascoltar-ti”! rinunciare alle rinunce e, viceversa, accettare le scelte dell’altro…

8

… restare sé stessi (quello è ciò che determina la nostra coscienza, ci dicono, che ci dà consapevolezza)… eppure ritrovarsi così stranamente estranei quando ritroviamo oggettivizzati fuori di noi qualche nostro rimasuglio, qualche frammento di anima, che si rifiuta di rientrare in noi sotto forma di memoria… non è che magari siamo soprattutto quello che non siamo stati… mai?

9 

… eppure, a cercare bene, il volo della trapezista rimane per sempre – c’è qualcuno che si diverte un mondo a farci credere che di noi niente dura… eppure, qualcuno scriveva: “ciò che dura fondano i poeti”, proprio come fa Airaghi…

10

… riscrivere: “il presente è un punto in continuo movimento, immenso”… perché mai “effimero”? a causa del limite umano di misurarlo, di attribuirgli una dimensione? non potrebbe essere che il punto ha, invece, infinite dimensioni che soltanto un Essere più grande di noi può cogliere nella sua infinitesima incoglibilità? nella Storia non ci sono omissioni – quelle sono di pertinenza delle storielle raccontate dall’uomo, dove sempre a svanire è il meglio dell’umanità…

11

… è questo, esattamente, il luogo da cui (ri)cominciare: un luogo senza ingombri, in cui tutto quello che da sempre ci ha allontanati dalla nostra autentica natura inizia a farsi da parte, a svanire, a diventare polvere, a perdere consistenza… è proprio così che si inizia, consapevolmente, smettendo di cercarsi in quello che non c’è più, che non c’è mai stato…

12

… come dire che il nostro primo nemico siamo noi stessi – e c’è solo un intermediario che può farci fare pace, perché un terzo io non è dato… ci si può davvero perdonare da soli? o ci perdoniamo unicamente quando ci sentiamo perdonati?

13

… si può restare qui per sempre, invischiati in una rappresentazione teatrale “senza finale”, appunto… patendo un complesso d’inferiorità frutto di travisamento: infatti, la vita non è sofferenza… un orizzonte degli eventi attorno al quale orbitare per sempre… oppure? L’“oppure” c’è – ed è grande come… una casa!

14

… e iniziare a porle queste domande, senza vergognarsi di nulla? non c’è altro modo per sconfiggere l’autunno perenne che accettare lo scorrere delle stagioni, affidandoci a tutte quelle domande che hanno risposte soltanto… nel cuore.

Certo è che questo angelo appare dubbio, dubbioso, dubitante… umano alquanto! Grazie, Giuseppe…


sabato 4 giugno 2022

LINELANDIA

In cerca, Alessandro Ramberti, Fara Editore, 2004-primavera 2022

di Sergio Fabbri

Nella prefazione a questa pubblicazione, in forma assai curiosa di piccolo rotolo nel quale a mo’ di gioco la k sostituisce ch e la ñ prende il posto di gn, Alessandro Ramberti dice che la poesia è ricerca. Probabilmente la frase è anticipata dall’affermazione che recita: “La vita è il desiderio di identità dei nostri diversi frammenti ke si ricercano nel tempo”. Che sia così è probabilmente vero e in ragione di tale probabilità non si può certamente confutare né l’intenzione né la spinta propulsiva di questa raccolta. Cerchiamo allora di vedere in quale ricerca l’autore si cimenta, utilizzando uno strumento poetico che, per antonomasia, costituisce sia il mezzo che il soggetto dell’indagine. 

Ovviamente, la forma del rotolo impone una progressione lineare, un procedere per memorie cronologiche, essendo praticamente impossibile fare collegamenti, andare avanti e indietro per riannodare parole, cenni, versi, muoversi a spirale nella lunga sequenza, perché ciò che ci viene presentato è probabilmente un cosmo monodimensionale, in cui la freccia del tempo è stata sostituita da un dire poetico che si muove come un treno sui binari. Magari è un treno che punta verso la West Coast e possiamo provare a raccogliere qua e là, a caso ma non troppo, qualche pepita d’oro.

La prima traccia, il luccichio di una pepita, è la virtù, una virtù indefinita che si ammanta di improbabilità. Forse, allora, dobbiamo già mettere da parte l’idea che saremo messi di fronte a oggetti nitidi e geometrici, perché l’autore inclina invece a qualcosa che si lascia appena intravedere, come tra i chiari di un bosco? Sembrerebbe di sì. Infatti, poco dopo dice di sperare nell’eco, cioè nel rimando di una voce (la propria? quella di un altro?) o di un suono più o meno casuale, con il quale in ogni caso non è possibile instaurare un dialogo. Si può solo ascoltare, ma ascoltare potrebbe di per sé essere una grande virtù.

C’è poi un’ansia che si aggira tra una vita avviluppata a un fine irrisolvibile o memorie che si attaccano a nuovi percorsi, “mentre fuori accadono altre cose / e scorre un altro / adesso”. La vertigine sembra prendere campo, perché in questa ricerca i punti di riferimento o spariscono o si smaterializzano dinanzi allo sguardo. Non per altro, le mura sono fatte di vento e i messaggi sono in attesa dentro le buste, pronti a essere inviati verso i quattro angoli della Terra come altrettante buone notizie. E anche le domande sono incartate in una cassa di vento in quanto, sembra di capire, ciò che è materiale e grezzo come una scoria rischia di indurire, se non il cuore, certamente il respiro.

Continuiamo a srotolare, un po’ sfiduciati di riuscire ad arrivare in fondo, perché non capiamo in che punto del rotolo ci troviamo. Sappiamo solamente di avere completato qualche tappa e che tante ancora ce ne rimangono. Del resto, siamo avvisati che i passi possono presentare delle incrostazioni calcaree che devono essere disciolte se volgiamo continuare il percorso. Per andare dove? Dove punterà questa ricerca poetica? Ecco che all’improvviso appare il deserto (chissà se di sabbia o distesa infinita d’anima) dove “là sarai senz’altro / il tuo universo”. Forse lo possiamo vedere come un luogo dove tutto può accadere, perché il poeta ci avvisa che “ci sono momenti / ke spostano date” o “un silenzio ke genera señali”.

Dobbiamo andare veloci, fare dei salti, in quanto qui e là la scrittura comincia a sparire, essendo stampata su carta per scontrini. È una poesia a tempo, che non ha paura di farsi trascendente e annidarsi in ricordi di ricordi di ricordi. Chi li ricorderà? Non importa, perché ci sono altre modalità che, a dispetto della paura di smarrirsi o di perdere gli allora del passato (umani cedimenti in chi per altro sa bene in quali acque si sta avventurando), fanno memoria: “i luoghi visitati mi hanno inciso / fino a fare di me topografia”. (Qui c’è stato un breve saltello avanti e indietro lungo il rotolo, una incongruenza per contribuire al tanto sale che si incontra in questi versi…)

Nei sette versi intitolati “La via” è necessario fare una sosta. Si potrebbe discutere a lungo su quanto segue: “Non mi soddisfa / un ordine caotico / né una fede autonoma / ke plaki l’entusiasmo”. Però, forse è sufficiente, per apprezzare l’intento dell’autore, evidenziare la delicatezza e la cautela con cui viene trattato un argomento di chiaro stampo teologico come questo. Lo sapevano bene anche poeti come Silesius quanto sia difficile scrivere in versi sulla fede senza diventare agiografici o melensi. Ma qui viene espressa con eleganza e decisione la lotta quotidiana tra merito e grazia, tra orgoglio e umiltà. Probabilmente. In un altro lampo leggiamo: “L’incerto ke libera gli eventi/ ci rende un po’ elusivi come dèi”. O ancora: “C’è solo una Presenza ke ci salva”. (Basta una P maiuscola per far capire tutto…)

Ancora più oltre, lungo il rotolo… Finalmente è possibile localizzare il viandante che con la poesia va alla ricerca della poesia, cioè della vita. Ed eccolo, nei versi che portano lo stesso titolo della raccolta, dubitare: “mi vedo / vagare nella steppa / – m’immergerò – accogliente – / nel tuo amore o via / scivolerò nel niente?” Chi l’avrebbe immaginato, verrebbe da dire. Una ricerca che alla fine sembra portare sì, non al punto di partenza, al quale non si può più tornare, a causa della monodimensionalità di questa avventura… Ma dove? È chiaro che ci siamo mossi, che l’autore da qualche parte ci ha trascinati, pur senza abbandonarci. Però, la ricerca sembrerebbe a questo punto più che altro un totale fallimento: che cosa abbiamo davvero trovato? Niente?

Non è così, fortunatamente. La poesia inizia proprio là dove sembra dissolversi. E i segni alla fine rimangono, anche se si ha la sensazione di non avere raccolto nulla lungo il percorso o di avere racimolato unicamente incertezze. In realtà, ci si può guardare allo specchio e constatare in un guizzo finale, in uno slancio lirico che… “Magari le rughe del volto / esternano i solki della corteccia / cerebrale e forse un po’ rivelano / il viaggio dei nostri sentimenti”.

Non rimane che riavvolgere il rotolo, conservarlo al buio affinché non svaniscano altre parole e… continuare la ricerca! 


 

martedì 24 maggio 2022

“Lo sguardo è destino.”

Sergio Fabbri, Zemlja, Raffaelli 2004

recensione di AR

Il verso che intitola questo nostro interramento (zemlja, o varianti affini, significa “terra” nelle lingue slave come sloveno e serbo-croato) nella poesia di Sergio Fabbri è il primo della raccolta ed è seguito da altri due posti fra parentesi (che non riveliamo): una sorta di esergo. La composizione 1. si apre con una domanda – “Quali sono i luoghi che ci appartengono…?” (p. 13) – a cui seguono alcune risposte fra le quali questa: “Forse sono i volti a inchiodarci”. Proseguendo nella lettura, la poesia 6. (p. 23) ci offre – crediamo – una splendida e intensa sintesi delle questioni che, come braci seminascoste dalla cenere ma capaci di ravvivarsi con forza a una corrente d’aria, intessono il libro: 

La casa è una città, la città è una terra,
la terra è un mondo inesistente.

Talvolta a mancare è la voce
del padre, talvolta a brillare è il fuoco
dietro l’ombra del mondo.

Cosa diventa lo sguardo, se a guardare
non ci sono più luoghi intorno,
se con voce potente nessuno
pronuncia il libro dei nomi?

Sfogliando l’anima come un libro,
come un esercito chiamandola
a raccolta, scivola via sotto i piedi
la terra, il suo mistico abbaglio.

Potrebbe la terra chiamarsi
zemlja, mesto la città oppure hiša
la casa…

Sono così le idee l’unico luogo
a cui è possibile tornare.

Tutto si trasforma e, con Eraclito, non possiamo immergere due volte il piede nella stessa acqua. Ecco allora il valore della memoria (“un olocausto di memorie / è ciò che resta dell’anima.”, p. 56), dei fotogrammi di vita che si sono incisi nel cuore, delle emozioni e sensazioni che hanno lasciato traccia nelle nostre membra e nella nostra anima che in fondo non è mai del tutto nostra perché anch’essa cresce e si trasforma grazie agli incontri (“Con eccesso di zelo / talvolta ci riflette // fedele autoritratto / lo spazio vuoto d’un incrocio.”, p. 48), agli scontri, alle relazioni, agli eventi felici o dolorosi di cui diventa un catalizzatore con caratteristiche uniche ma sempre necessitante delle alterità, delle polarità che, mettendolo in tensione, lo “attivano”. Nella poesia 7. (p. 25), Sergio ci dice con bellissima immagine “del corpo / che porta l’anima / come un’ingombrante mongolfiera…”. Nella 9. (p. 28) troviamo un desiderio di essere abbracciati (non solo spiritualmente) dal divino che solo può eternarci, dare un senso a ogni nostro respiro, altrimenti destinati a svanire come hevel qoheletiano: “Ognuno coltiva una somma / d’angoli battuta dal vento / e dagli odori del tempo, il racconto / compresso in un respiro.”

Nella seconda sezione di Zemlja, intitolata “A ogni Dio – Versi dell’ultima ora –” e dedicata a Mara / il luogo dell’amore, troviamo un esergo assai interessante (p. 40): La verità non scaturisce dalle parole, ma dai gesti. Ciò che raccontiamo è la perenne contraddizione del mondo, la morte irrisolta. La scrittura più alta può essere terapia, non coscienza. L’anima è molto di più.

C’è quindi una fortissima tensione spirituale, sia pure da parte di un poeta di formazione scientifica e, al tempo, con un approccio quantomeno “sospeso”, se non del tutto pirronista, in merito alle questioni “imponderabili” che pure ci segnano così profondamente (a p. 54 si parla di “un languore spirituale / a ridosso di Dio”) e di cui percepiamo la preziosità tanto che a p. 47 troviamo questi versi di un lirismo assoluto che ci ricorda il Cantico dei cantici: “Se fossi stato voce / avrei di respiro / riempito la tua bocca / la lingua ai baci perdendo.” 
Più avanti (p. 50): “Consolami così, / donandomi il tuo nulla // nascosto tra le gambe / o dove l’anima si ferisce.”     

Zemlja è dunque terra feconda, ferita, amata, interrogante… chiede allo sguardo di andare oltre, di accogliere sì le vibrazioni telluriche e quelle dei sensi ma di aprirsi al tempo stesso (inevitabilmente) a quelle celesti che squarciano il tempo e ci mettono a nudo (cfr. p. 63): “E siamo già in troppi // nell’angolo angusto del grembo / a respirare in due / (l’anima che abbaia ed io). / Lascia che mi scortichi / la bora  invernale, lo stupore // sdegnato del bambino, / «Io morirò? Io… morirò?»”

Come scrive Giovanni Rimondini nella postfazione intitolata “Cornice” (p. 68): “La parola indicibile fonda, come il significante di Lacan, il dire: sé stesso, cioè la poesia, e il significato, cioè il racconto”.

In fondo solo la poesia può cogliere il suono della brezza sottile (cfr. 1Re 19,12) in cui si manifesta il Divino.

mercoledì 4 maggio 2022

Kermesse avellanita: L’albero 8-10 luglio 2022

Riflessioni, testimonianze, letture, arte, danza, musica, poesia… nel suggestivo abbraccio del monastero di Fonte Avellana alle pendici del Catria (PU). Il tema, proposto da Tomaso Marazza, può essere inteso come simbolo di vita, forza, energia, purificazione, socialità, custode del sottobosco e degli esseri che lo popolano, materiale da costruzione, per la produzione di strumenti e attrezzi, albero maestro…


Venerdì 8 luglio 2022 


15:00 Saluto del priore Gianni Giacomelli e del moderatore Alessandro Ramberti


15:10 L’albero: confidenze, profumi, sensazioni, percezioni, ascesi – Tomaso Marazza nasce a Milano nel gennaio 1963 ove vive per i primi trent’anni circa. Dopo la maturità classica si iscrive alla facoltà di Medicina di Milano con conseguimento della laurea nel 1989. Si è dedicato alla professione medica in vari ambiti tra cui quello di medico palliativista di pazienti oncologici e di medico di medicina di urgenza presso ospedali dell’hinterland milanese e del capoluogo lombardo. Al momento vive presso il Monastero di Fonte Avellana. Ha pubblicato il libro di poesie Con te me ne andrò (Book Sprint 2020). Un suo articolo è inserito ne Il muro (Fara 2021).


15:40 La mitezza della betulla: impariamo dagli alberi una cultura nonviolenta e una economia mansueta – Luigino Bruni è un economista e storico del pensiero economico, con crescenti interessi per l’etica, gli studi biblici, per la letteratura. Interessi laterali che negli anni sono cresciuti a tal punto da cambiare la natura del suo mestiere perché, indagando le parole ‘economiche’ che lo avevano affascinato fin dai primi studi – benessere, felicità, mercato, dono, reciprocità, gratuità… – si è via via accorto che queste parole ‘prime’ non possono essere spiegate dalla sola scienza economica. Le singole discipline, tutte, muoiono quando cercano di passare dalla teoria alla vita. Per risorgere devono iniziare a dialogare con le altre discipline sorelle, perché i verbi che aprono la vita e la spiegano devono essere declinati alla prima persona plurale (noi). Oggi il suo lavoro di studioso e di intellettuale alterna articoli di teoria economica con commenti biblici, libri di storia del pensiero economico con altri sulla natura religiosa del capitalismo, e nessun filone da solo riesce a dire che cosa oggi occupa la sua mente e il suo cuore.

16:20 In quel giardino ero nell’anima – Natascia Ancarani è nata nel 1961 da famiglia contadina a Conventello (RA). Dopo aver frequentato il liceo a Ravenna negli anni Ottanta si trasferisce a Pavia per studiare filosofia che ancora insegna nelle scuole superiori. Negli anni Novanta ha partecipato a un gruppo femminista di studio sulla violenza, da cui il volume: Il sonno della ragione. Saggi sulla violenza (Dell’Arco 1993). Nel 2006 ha vinto il “Pubblica con noi” di Fara con la raccolta di racconti uscita nell’antologia 3x2 e da allora ha partecipato a diverse kermesse della casa editrice. Nel 2016 è uscito il saggio narrativo Doppia Esposizione, Berlin 1985-2015, Edizioni del Foglio Clandestino.

16:35 Oltrepassato l’albero finale – Davide Valecchi (Firenze, 1974), polistrumentista, dal 2003 è chitarrista del gruppo post-punk Video Diva. Con lo pseudonimo di almost automatic landscapes dal 2001 ricerca nel campo della musica elettronica spaziando dal minimalismo alla dark e cosmic ambient, passando per il glitch, la musique concrète e la drone music, fino ad approdare a un ibrido in cui le suggestioni sperimentali si coagulano con una forma musicale più tradizionale e strutturata con uso di sintetizzatori analogici. Ha pubblicato in poesia: Magari in un’ora del pomeriggio (Fara 2011), Nei resti del fuoco (Arcipelago Itaca 2017) e La strada del nutrimento (Fara 2021). Altre poesie e racconti sono presenti in antologie e in vari blog letterari. Collabora con poeti e scrittori a eventi in cui si fondono musica elettronica, parola e video di ricerca. Cfr. davidevalecchi.blogspot.com

16:45 L’albero e il cattivo frutto – Subhaga Gaetano Failla è giunto sulla Terra una domenica d’autunno. Ha pubblicato narrativa, poesia e saggistica con vari editori, in italiano e in altre lingue. Con Fara Editore: Il seminario di VinastraLa signora Irma e le nuvole, numerosi testi in libri collettivi nati da kermesse e in antologie e blog. Per Fara è stato anche giurato di concorsi letterari. Opere in inglese in: Zen poemsHaiku for loversTherapy and the Counter-traditionHazy Moon the Zen ReviewSelf & Society. È presente in diverse riviste e antologie, in trasmissioni radiofoniche e altro. Tra le ultime pubblicazioni: Il sogno di Opale (Ensemble), La vicinanza della primula (Eretica). Il nome Subhaga gli è stato dato da Osho.

17:00 Dove il tronco è privo di corteccia – Maela Bertazzo è nata a Nove e risiede a Marostica (VI). Una vita passata tra i numeri. Poi, inaspettatamente, un nuovo percorso: la scrittura. Ha ottenuto riconoscimenti e alcune sue opere sono inserite in antologie di racconti. Vapori e ciàcoe è risultato 3° al Concorso letterario regionale di poesia e prosa 2014 ad Abano Terme (PD); Il più straniero di tutti ha ottenuto il 1° posto al Premio letterario Virgilio Scapin 2018 a Breganze (VI). Con Fara ha pubblicato nel 2019 una raccolta di poesie votate al Faraexcelsior, Dentro la trasparenza. Nel 2020 ha vinto il concorso Faraexcelsior con il romanzo breve La zanzara d’inverno. È presente in Respiro e ne Il muro.

17:15 Alberi – Nato a Rimini, Stefano Bianchi ha pubblicato le raccolte: La bottiglia (Pendragon 2005), Le mie scarpe son sporche di sabbia anche d’inverno (Fara Editore 2007, Premio Cluvium 2008), Sputami a mare (Le voci) (Fara 2010, segnalata al Premio internazionale Città di Marineo 2011) e Da quando non ci siete (Fara 2021, una poesia di quest’ultimo libro ha vinto il 2° premio assoluto al Piemonte Letteratura 2022). Alcune poesie sono state selezionate dalla Casa editrice Aletti per la registrazione di un cd audio video per la voce dell’attore Alessandro Quasimodo, figlio del poeta premio Nobel Salvatore Quasimodo.

17:30 Filastrocca dell’ABC / Sono l’albero e son qui – Antonia Gualtiero è nata a Thiene e vive a Malo (VI). Ha lavorato come medico di Medicina Generale, professione che le ha dato la possibilità di entrare in molte case e vite. Ha partecipato a vari corsi di scrittura autobiografica tra i quali, nel 2019, Graphein, presso la libera Università dell’Autobiografia di Anghiari. Ama la sintesi. Predilige le parole che possono contenere un concetto, un mondo non detto. Scrive poesie che arrivano spontanee, improvvise.

17:45 “Arbol De La Esperanza Mantente Firme” – David Aguzzi, nato a Rimini, vive a Riccione. È laureato in Sociologia e in Scienze della comunicazione. Socio e presidente dell’Associazione Teatro Aenigma (Urbino), co-fondatore della rivista Teatri delle diversità e delle Edizioni Nuove Catarsi, ha scritto libri e saggi su varie tematiche sociali e numerosi articoli per Teatri delle diversitàHa realizzato il cortometraggio Cambiamo Discorso? È presente in numerose antologie fariane; le ultime La via (2019), Respiro (2020) e Il muro (2021). Primo al Concorso Viaggi di Versi 2014, Editrice Pagine, con la poesia Oggi. Ha messo in scena con la Compagnia del Gruppo Atena, composta da attori con patologie psichiche e disagio sociale, le drammaturgie teatrali – Mi fido di teIl Treno dei desideriIl vecchio gelosoVorrei essere speciale… ma queste son parole!

18:00 Radici e germogli  – Adalgisa Zanotto vive a Marostica (VI). Suoi racconti e poesie sono inseriti in diverse opere collettanee nate dalle kermesse fariane. Ha ricevuto vari riconoscimenti con Fara: ha vinto il concorso Rapida.mente 2015 (sez. Racconto) con pubblicazione nella omonima antologia. Nel 2016 dà alle stampe la raccolta di racconti Celestina. Seconda al concorso Versi con-giurati, ha ricevuto la pubblicazione premio di Sussurri e respiri (2017). Nel 2018 ha pubblicato l’opera poetica D’ora in poi (Menzione d’onore al Premio Montano 2018 e Menzione di merito al Premio Di Liegro 2019) con la Prefazione di  Gianni Criveller premiata al Città di Forlì 2019. Nel 2020 è uscita la silloge Ho da dirti in segreto.

18:15 Gli alberi siamo noi – Dante Zamperini è nato a Negrar (VR) nel 1972. Nel 2002 pubblicL’arcobaleno de la vita (in veronese) e Negli occhi, nel cuore. Nel 2006 esce per i tipi di Gabrielli La domenica mattina. Nel 2014 Come legno d’ulivo (Prefazione di Eros Olivotto) e nel 2021 Di un respiro sospeso. È inserito in Salvezza e impegno (2010), Il valore del tempo nella scrittura (2011), Scrivere per il futuro ai tempi delle nuvole informatiche (2012), Chi scrive ha fede? (2014), Uno scarto di valore a Bardolino (2016), Perdono: dal rancore al ricordo (2017), La responsabilità delle parole (2018), Respiro (2020). Organizza incontri con artisti e poeti. Numerose copertine Fara riproducono sue opere.


18:30 Dibattito


18:45 Arte e vita – Lorena Tiezzi vive a Sarteano (Siena) dove è nata 63 anni fa. Nel 2006 pubblica con la casa editrice Il filo la raccolta di poesie Respiro e vince il secondo premio nel concorso poetico AC Misterbianco. Nel 2008 pubblica alcune poesie nella rivista Poeti e Poesia. Nel 2009 partecipa con le sue poesie allo spettacolo di danze in cerchio “Pa cha Ma ma” e si classifica II nel premio nazionale “Donna sopra le righe” con un racconto breve. Nel 2010 la sua raccolta “Frusta” viene pubblicata nell’antologia Poeti del 900 della Valdichiana. Dal 2011 al 2019 le sue poesie sono inserite in sette antologie della casa Editrice Pagine. Fin da bambina mostra un amore profondo verso le arti figurative che esprime con l’utilizzo di svariati materiali e tecniche, spaziando dal ricamo alla scultura in argilla.

19:00 (per chi vuole) Vespri

19:30 Cena


21:00 IL VERDE performance di danza a cura della Compagnia Il Tempo Favorevole

in scena: Veronika AgugliaMarinella FreschiBarbara Martinini – con musiche originali di Roberto Paci Dalò – ricerca sonora di Marinella Freschi – regia di Barbara Martinini – con il sostegno del Comune di Rimini – una coproduzione Mulino di Amleto Teatro e Giardini Pensili – in collaborazione con A passo d’uomo – La botanica è qui scienza poetica e le coreografie mostrano differenti stati di contemplazione attiva: posture, atteggiamenti, propensioni del corpo e del suono in relazione con la natura. Una riflessione sul mondo vegetale e l’urgenza d’intervenire per salvare il pianeta: l’uomo e il suo consumo predatorio e il cambiamento climatico stanno determinando conseguenze irreparabili. Il verde è un colore difficile. L’idea di essere indipendenti dal punto di vista energetico e sonoro è una scelta poetica che si traduce in simbolo di una resistenza possibile, per una pratica di sostenibilità e portabilità dello spettacolo dal vivo. La compagnia Il tempo il favorevole (foto Roberto Baroncini) nasce nel 2015 da un’idea di Barbara Martinini che da allora ne guida i progetti in qualità di direttrice artistica. Nei lavori proposti si riscontra un linguaggio che affonda le sue radici nel Tanztheater, innestandosi con le pratiche della danza contemporanea e del teatro fisico, e anche con le arti visive e performative. Una poetica che si può denominare di Neoteatrodanza, ponendosi come prosecuzione riconoscibile del codice mitteleuropeo, ma proponendo una nuova forma, che si realizza, oltre che negli innesti con la danza contemporanea e altre arti visive, anche attraverso l'approccio site specific e l'uso dei supporti tecnici in un’ottica di sostenibilità e di indipendenza, come per esempio le luci ricaricabili, per una “portabilità possibile” dello spettacolo dal vivo. Veronika Aguglia e Marinella Freschi, danzatrici, coreografe e danzaterapeute, completano la formazione che risiede presso il Mulino di Amleto Teatro di Rimini.


Sabato 9 luglio 2022


8:00 Colazione


8:45 La passeggiata sotto gli alberi di Philippe Jaccottet – Alberto Fraccacreta (San Severo 1989, foto Guido Dall’Olio) è assegnista di ricerca in Letteratura italiana contemporanea presso l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo. Collabora con vari quotidiani nazionali. Nel novembre del 2020 per Transeuropa ha pubblicato il volume di poesie Sine macula che raccoglie Uscire dalle mura Basso Impero (Raffaelli 2012 e 2016) e altri versi in cui si vela e si svela Delia, una presenza femminile sempre desiderata, salvifica eppure sfuggente. Con le prose di Spin doctor (Fara 2021) ha vinto il concorso Narrapoetando.


9:00 Momento fertile questo buio inverno – Caterina Trombetti è nata e vive a Firenze. Poetessa e insegnante, ha pubblicato diversi libri di poesia, editi da Passigli, e da Polistampa. Con incontri nelle scuole e nelle carceri promuove la lettura e la sensibilizzazione verso poesia. È tradotta in russo, spagnolo, inglese, francese, arabo. La pubblicazione Attimi ed infinito (edizioni thedotcompany 2017) è la raccolta antologica bilingue con traduzione a fronte in inglese. Fin da piccola ha sentito una forte attrazione per la poesia e crescendo ha capito che era il suo modo di rapportarsi all’esistente.


9:15 L’Albero e la Natura | da Joh​n Clare a Marcellina Desbordes | letture, comparazioni, divagazioni – Fabio Cecchi (Cesena, 1991) abita da sempre nel Riminese, salvo qualche soggiorno in terra inglese e francese, nazioni di cui ammira lingua e cultura. A Rimini consegue diploma liceale e laurea triennale come Educatore Sociale e Culturale. Ospite storico dei convegni Fara, da amante delle letterature, trovate suoi contributi in rete e nelle antologie dedicate, recenti e meno recenti. Da anni, per problemi di salute, deve rinunciare alle attività di studio, musica e sport. È su Instagram nella veste di Fabius Urbex, un profilo dedicato ai luoghi abbandonati. È apolitico e cattolico.


9:30 Piccoli alberi crescono – Monica Fabbri, in arte Signora B. Dal libro Piccoli alberi crescono, dove il timore, lo stupore e la curiosità diventano compagni necessari per diventare adulti. Lo pseudonimo Signora B nasce sui banchi di scuola. Venne soprannominata così perché piaceva allo sfigato della classe il cui nome cominciava con B. Ma in realtà si è materializzata dentro di lei soltanto il giorno in cui ha preso coscienza del suo percorso artistico.


9:45 Quattro rami di un albero. Il mio – Stefano Martello è nato (1974) e vive a Roma. È giornalista, comunicatore, saggista. Componente del Gruppo di lavoro sulla comunicazione ambientale di Ferpi (Federazione Relazioni Pubbliche Italiana) è mentore del Laboratorio di comunicazione Comm To Action di Bologna, coordinatore di Eco Media Academy e condirettore della collana New Fabric di Pacini Editore. Collabora, in qualità di prefatore e giurato con Fara Editore dal 2004.


10:00 L’abete bianco lungo il viale – Mirca Carrozzo nata a Rimini, laureata all’Università di Bologna in Giurisprudenza ha conseguito l’abilitazione di avvocato. Insegna “Diritto degli Enti locali” in corsi di formazione per la preparazione ai concorsi pubblici. È presente nei seguenti volumi nati dalle kermesse fariane: La viaIo sono teRespiroVivere l’abbandono e Il muro.


10:15 Breve dibattito


10:25 L’albero dell’altra vita e altre forme di congedo – Salvatore Ritrovato, poeta, saggista, critico. Pugliese di origine, vive a Urbino da molti anni, dove insegna letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università e ha un incarico di Scrittura creativa presso l’Accademia di Belle Arti. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie e plaquette (l’ultima L’anima o niente, 2020) e saggi critici (l’ultimo il commento a Letteratura come vita di Carlo Bo, 2022).


10:45 L’albero della poesia – Graziella, Graciela o Grace Sidoli, si colloca in tre mondi linguistici, culturali e letterari come base di partenza. La lingua di nascita è italiana, ma poi cresce in quella spagnola e matura in quella inglese, da Torino a Buenos Aires e infine a New York. La traduzione è un suo spazio esistenziale e professionale. La scrittura, agli inizi rigorosamente coltivata in dimensioni linguisticamente separate, si emancipa al momento della sua più recente pubblicazione, che è anche la prima raccolta poetica, Il male nei tigli (Puntoacapo 2021), dove si rivela una tripartizione di lingue che l’autrice continua a considerare una manifestazione identitaria essenziale.


11:00 Radicati nell’umano, unica via per il cielo – Gianni Giacomelli è monaco camaldolese a Fonte Avellana (PU) dal 2003. Dal 2011 è priore. Ha effettuato studi classici e frequentato Giurisprudenza. Ha operato in una comunità per disabili. Dopo l’ingresso in monastero ha conseguito il master in Teologia cattolica a Strasburgo (Francia) con un memoire sul fenomenologo francese Michel Henry, Per una soteriologia immanente. Appassionato di filosofia, opera lirica, teatro, poesia e psicanalisi tiene corsi e seminari e partecipa da 12 anni alle kermesse fariane; suoi scritti nei volumi: Chi scrive ha fede?Scrittura feliceIl tempo del padreRespiroIl muro. A fine 2021 esce la silloge Ho guardato il sole in faccia.


11:30 Natura picta. La ritrosia delle fronde negli acquerelli di Marilena Pistoia (1933-2017) – Marilena è stata una straordinaria disegnatrice botanica che ha raggiunto apici assoluti di qualità mantenendo una discrezione a dir poco estrema. La sua riservatezza era una sorta di immedesimazione col mondo naturale che ritraeva. Un sensibile mimetismo dello spirito. Massimo Pulini (Cesena 1958) è pittore, docente in Accademia, critico d’arte, ha partecipato a innumerevoli mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Ha organizzato mostre su maestri del Seicento. Nel 2017 ha pubblicato con Carta Canta Mal’occhio, un romanzo dedicato al Guercino. Ha ideato la Biennale Disegno Rimini (prossima edizione nel 2023) la più vasta rassegna internazionale dedicata al Disegno, antico e contemporaneo.


11:50 Dibattito e libertà

12:30 Pranzo


15:00 Come un albero – Gianni Iasimone (1958, foto Claudio Papini) poeta, performer, attore, regista, studioso di tradizioni popolari, fotografo, autore di video e testi teatrali, è nato a Pietravairano, un piccolo centro dell’Alto Casertano. Laureato al DAMS con Giuliano Scabia, ha poi conseguito un Master in Poesia Contemporanea all’Università di Urbino. È presente su riviste, in rete e in alcune antologie tra le quali: Bologna e i suoi poeti, a cura di C. Castelli e G. Centi, Bologna, 1991. Nel 1991 ha pubblicato la raccolta di versi: La memoria facile (con disegni di Carmelo Sciascia, Piacenza). Nel 2005 il poema “metà-fisico” Il mondo che credevo (Mobydick, finalista al Premio Pascoli 2006, 2° al Città di Marineo 2006). Nel 2012 Chiavi storte - Poesie 1976-2012 (Mobydick, opera selezionata e finalista in vari premi). Più recente il canzoniere La Quintessenza (Arcipelago Itaca 2018, 3° al Premio Il Litorale 2019, Medaglia d’onore all’XI Premio Don Luigi Di Liegro 2020 ecc.). Suo anche il il saggio Conta nu cuntu! Il racconto orale come strumento creativo e comunicativo (Caramanica editore 2002). Dagli anni Ottanta ha dato vita a esibizioni poetiche in molte piazze e teatri. Ha partecipato a seminari e laboratori di cinema e di teatro e recitato in vari spettacoli teatrali, realizzandone molti come autore-regista-attore. Operatore culturale, collabora con riviste e portali on-line ed è tra i fondatori di Microcosmus a Rimini, città dove attualmente vive.


15:15 Piccoli alberi piccole albere – Antonella Giacon è nata a Padova, ma da molti anni risiede a Perugia. L’anima veneta fluida e comunicativa si è quindi mescolata a quella umbra, più selvaggia e meditativa. Da entrambe ha tratto la linfa dei suoi scritti. La scrittura è un percorso pieno di sorprese e avventure: insegna scrittura creativa e didattica della poesia e danzamovimentoterapia a bambini, adolescenti e adulti, è formatrice presso le scuole primarie e secondarie di primo grado, ha scritto con le detenute del carcere di Perugia, ha fatto parte a lungo di un circolo poetico. Ha scritto saggi e due libri di poesie: Sottopressione (Fara) e Pegno d’amore e diverse altre cose nel web. Ultimamente si è dedicata alla prosa con due libri: Qualcosa di speciale, che ha superato la prima selezione del Premio Strega Ragazzi nel 2017, e Quattro giorni, 3° al Premio Fulgineamente 2021, entrambi pubblicati da Edizioni Corsare.


15:30 Ipotesi su Persefone e la primavera – Giuseppe Carlo Airaghi è nato a Legnano (MI) nel 1966. Vive a Lainate. Lavora presso un’azienda di servizi. In passato è stato geometra, animatore di villaggi turistici, venditore di prodotti siderurgici, cantante rock- blues. Sognava una carriera da ballerino ma la sua completa mancanza di coordinazione si è rivelata un ostacolo insormontabile. Una moglie paziente e due figli recentemente usciti incolumi dall’adolescenza. Sul comodino si ostina ad accumulare libri che tenta di leggere contemporaneamente senza riuscire mai a terminarne uno. Ha pubblicato in poesia I quaderni dell’aspettativa (Italicpequod), Quello che ancora restava da dire (Fara), La somma imperfetta delle parti (Giuliano Ladolfi), il romanzo I sorrisi fraintesi dei ballerini (2021) e la silloge Monologo dell’angelo caduto (2022).


15:45 E l’albero fa rifiorire la terra – Enrica Musio è nata e vive a Santarcangelo di Romagna. Poeta attenta alle piccole cose, ha pubblicato tre libri con Fara Editore: Dediche sillabicheSenza saperlo nemmeno e Case di angeli. Scrive piccole recensioni su narrabilando e farapoesia: Le pillole di Enrica. È presente in molte antologie, partecipa a varie kermesse, è stata intervista a Icaro Tv al programma Anima d’Autore. Ama la cucina, , il cinema, la musica, la politica di sinistra, la medicina, la ginnastica correttiva, i viaggi. 


16:00 Ecco l’albero è sempre lì, l’albero che potrebbe scrivere la mia biografia”. L’albero di Etty e l’albero di Lorenzo – Gianni Criveller (Treviso, 1961), dal 1991 al 2017 è vissuto e ha insegnato a Hong Kong, Taiwan, Macao e Cina popolare. Sinologo, storico e teologo, insegna, ricerca e scrive di Cina, teologia, storia, letteratura e cristianesimo. È specializzato nella missione gesuitica in Cina, in Matteo Ricci e nella controversia dei riti cinesi. Tra i suoi titoli italiani: Vita del Maestro Ricci, Xitai del Grande Occidente (Brescia, 2010); Matteo Ricci, missione e ragione (Milano, 2010); Fede e culture nell’attualità cinese (Varese, 2019). Dal 2017 è preside dello Studio Teologico Internazionale del PIME di Monza (affiliato alla Pontificia Università Urbaniana). Ha recensito opere di poeti e scrittori contemporanei, in particolare donne. Ha commentato e tradotto in cinese opere di Primo Mazzolari e Lorenzo Milani. Per Fara ha pubblicato in varie antologie saggi su Maria Maddalena, Etty Hillesum, Simone Weil, Edith Stein, Sophie Scholl, Grazia Deledda e Francesco Guccini. Nel maggio 2022 ha realizzato a Pasturo (LC) la kermesse Antonia Pozzi: “L’età delle parole è finita per sempre”?


16:30 Dibattito aperto


16:45 Le radici, il tronco e i rami dell’Albero della Vita – Nicola (Nino) Di Paolo, 64 anni, di Pero, animatore di iniziative letterarie prima come bibliotecario, ora componente della locale Proloco, ha pubblicato con Fara, nel 2007 e nel 2008, due libri di narrativa: Anno Santo 1975- da Milano a Roma a piedi e Il primato della pietà. Nel 2012, con Montedit, pubblica il saggio in versi Anteprima della Stoffa dell’Universo. È presente in numerose antologie, frutto delle kermesse fariane. Nel 2018, insieme ad altri otto coetanei, ha pubblicato con Sensibili alle Foglie il libro Zaré, narrazione dell’adolescenza loro e dell’amico Walter Pezzoli, ucciso nel 1980. Nel 2019 Fara ha pubblicato il saggio La Stoffa dell’Universo.


17:00 La radice è nell’aria (Pierluigi Cappello) – Angela Angiuli, nata in provincia di Bari nel ‘71, vive da molti anni a Bolzano. Laureata in Lettere moderne, insegna italiano nelle medie occupandosi di tutto quello che gira intorno al mondo adolescenziale. Si interessa da sempre di poesia e di letteratura mistica e religiosa. È risultata finalista al Premio di poesia religiosa Cordici del 2008 e nel 2015 ha ricevuto il secondo premio al concorso di poesia religiosa S. Sabino. Alcune sue poesie sono presenti ne Le parole dell’anima, Appunti di viaggio 2015. Sempre nel 2015 con Storie di un tempo minore vince il premio Mario Luzi nella sezione inediti, viene poi pubblicata nel 2016 da Fara, classificandosi seconda al Premio di poesia religiosa Camposampiero 2018. A fine 2021 è uscita la sua ultima raccolta: Il Dio con cui rido, Transeuropa edizioni.


17:15 Il canto degli alberi. Per una botanica simbolica nella Bibbia ebraica – Nato nel modenese, ove tuttora risiede, Gianpaolo Anderlini si dedica da quarant’anni a studi sull’ebraismo e ha focalizzato il suo interesse sull’interpretazione ebraica dei Salmi. È redattore della rivista QOL che si occupa del dialogo ebraico-cristiano. Tra i libri pubblicati: Parole di vita (Giuntina 2009), Ebraismo (EMI 2012), I quindici gradini. Un commento ai Salmi 120-134 (Giuntina 2012), Per favore non portateli ad Auschwitz (Wingsbert 2015), Qabbalàt Shabbàt. Meditazione sui salmi del Sabato (Aliberti 2017), Giobbe. Opera in versi (Fara 2018), Distopie (Fara 2020), Versi di/versi. Diario poetico ai tempi del coronavirus (Fara 2020), Angelo Fortunato Formíggini. Uno dei meno noiosi uomini del suo tempo (Aliberti 2021), Variazioni (poesie, Fara 2021), Devarìm ’acherìm (Parole altre) (poesie, Fara 2022).


17:30 Verde speranza – Giorgio Iacomucci (1961) è nato e vive a Pesaro. Laureato in Scienze Politiche all’Università di Urbino, si occupa di logistica nell’Amministrazione Comunale. È attivo nel mondo del volontariato. Ha creato, nella frazione di Novilara, un giardino in memoria della sua compagna di vita Daniela Marcolini e ne parla nel toccante Un giardino per Daniela (2019). Ha curato e pubblicato nel 2019 una antologia di versi dal titolo L’anima poetica nel giardino di Daniela. È presente nel volumi fariani La viaA tu per tuRespiroVivere l’abbandono e Il muro. 


17:45 Dai gelsi del nonno (Isi)Doro al Fitz Roy (Patagonia argentina) – Cesare Sartori (Udine, 1949), maturità classica a Udine, laurea in Filosofia a Trieste. Giornalista professionista, ha lavorato per 30 anni alla «Nazione» di Firenze occupandosi di interni, economia e finanza, cronaca, cultura e spettacoli. Friulano della diaspora, vive a Pistoia. Sposato con Cristina Privitera, attuale capocronista fiorentina della «Nazione», ha tre figli. Lettore forte, alpinista, ha curato 5 libri di poesie di Gian Giacomo Menon, sottraendo all’oblio il suo indimenticabile professore di filosofia del liceo. Ha condotto numerosi seminari sulla tecnica di scrittura giornalistica nelle scuole medie superiori e in corsi di formazione post laurea.


18:00 Come albero piantato lungo corsi d’acqua – Giorgio A. Pisano (ritratto di Enrico Ratti) è parroco nel napoletano. Impegnato per la rigenerazione del territorio assieme a laici attraverso varie associazioni. Si cammina con la gente (sinodalità) avendo uno sguardo alla terra e uno al territorio (glocale con passione). Presente in varie antologie fariane, ha pubblicato di recente un articolo sulla “Generatività di s. Giuseppe e Charles de Foucauld” (gennaio 2022 sulla rivista Jesus Caritas) e un articolo sulla “Pace disarmata” pubblicato sul settimanale Nuova Stagione in febbraio.


18:20 Dibattito e libertà

19:00 Vespri (per chi vuole)

19:30 Cena


Serata “spettacolare”


21.00 L’albero per la nostra famiglia – Siamo una famiglia di Rimini composta da Mirco, Silvia e il piccolo Andrea. Mirco, il capofamiglia, lavora in Ausl come Tecnico della prevenzione, è sempre molto impegnato ma cerca di condividere i momenti liberi in famiglia e possibilmente nella natura. Silvia lavora in Ausl come amministrativa nel servizio formazione; è una mamma che cerca di barcamenarsi tra lavoro, marito, figlio e studio… alla sua “tenera” età cerca di impegnarsi per raggiungere la prima laurea rimanendo nell’ambito educativo. Andrea è il nostro gioiello, ha 10 anni, quasi 11, è quest’anno finisce le scuole elementari, inizierà le medie e riceverà il dono della Santa Comunione e della Cresima. Amante dell’ambiente come la mamma, è sempre in cerca dei “tesori della natura”!


21:15 Floema Poema – Il floema è quella parte del tronco d’albero che trasporta la linfa lavorata, così come un poema trasforma il materiale grezzo della vita e lo raffina in poesia. Silvia Favaretto affonda le sue radici tra la laguna di Venezia e l’America Latina. Offre i suoi frutti per vent’anni nel campo della letteratura, per poi propagare i suoi rami verso l’arte (incisione, pastello morbido, pochoir, scrittura espressiva, collage, fumetto, acquerello e guache). Ha pubblicato narrativa e poesia, libri per bambini e ragazzi fino ad approdare a Fara con I monologhi della bambola vudù (2022). Scrive come un fiume in piena, o meglio come il tronco di un caucciù che, tagliato, esonda lattice per curare la propria ferita.  Cristina Bovolenta sboccia dal fertile terreno limoso della laguna veneziana. È guida naturalistica e insegnante di scienze. Come il salice si specchia nell’acqua del lago, a lei piace specchiarsi negli occhi profondi del suo gatto Toffee. Appassionata di flora e fauna, oltre agli studi naturalistici, si avvicina al mondo dell’arte con mostre collettive in presenza (Festival delle arti della Giudecca 2018) e on line (360 virtual Gallery, Messico, 2021). L’obbiettivo della macchina fotografica le permette di catturare istanti fermandoli per il futuro, come resina che intrappola esserini che diventeranno preziosa ambra.


21:40 Seme – Massimiliano Bardotti (1976) è nato e vive a Castelfiorentino. Poeta, è presidente dell’associazione culturale Sguardo e Sogno. Tra le pubblicazioni: Il Dio che ho incontrato (Nerbini 2017); I dettagli minori (Fara 2018, ne è nato uno spettacolo teatrale interpretato insieme a Viviana Piccolo); Diario segreto di un uomo qualunque, appunti spirituali (Tau 2019); Il colore dei ciliegi da febbraio a maggio, scritto insieme a Gregorio Iacopini (Fara 2020, prefazione di Filippo Davoli e postfazione di Isabella Leardini). Nel 2021 escono con FirenzeLibri Idillio alla morte, scritto con Serse Cardellini (primo della collana «Fuori Stagione») e, con Puntoacapo, La terra e la radice. Nel 2017 fonda La poesia è di tutti, percorso spirituale per il recupero della poesia intesa come azione, presso OltreDanza. Dal 2018 conduce L’infinito, la poesia come sguardo: incontri al san Leonardo al palco di Prato. La capacità di innamorarsi di Gregorio Iacopini è ciò che più lo contraddistingue. Di quel che è poco ha scelto, piuttosto ha assecondato, spesso grazie alla generosità di braccia pazienti. Giurato in concorsi letterari ha scritto prefazioni: la poesia può indicare le ferite e medicarle raccontando di come la carne che brucia è la stessa che vive. Si fida del sapere che il racconto nasconde e si è perduto nei versi, in quelli degli altri soprattutto. Non ha scelto di nascere 25 anni fa, ma cerca di viverne con gioia le conseguenze.

22:10 Come foglie sull’albero – Ottavio Rossani (Sellia Marina, 1944), vive a Milano (si è laureato In Scienze Politiche e sociali alla Cattolica). Sei libri di poesia: Le deformazioni (1976), Falsi confini (1989), Teatrino delle scomparse (1992), Il fulmine nel tuo giardino (1994), L’ignota battaglia (2005) e Riti di seduzione (2013). Molte plaquette corredate da suoi disegni. È inserito in numerose antologie. Ha ottenuto nel 2019 la cittadinanza onoraria di Soverato con pubblicazione di una Autoantologia con poesie inedite intitolata alla Città. Sempre nel 2019 è uscita con Nino Aragno l’opera poetica La luna negli occhi (vincitrice del Premio Camaiore 2020). Dirige il blog poesia.corriere.it


22:30 Dibattito e riposo


Domenica 10 luglio ’22


7:30 Lodi (per chi vuole)

8:00 Colazione

8:45 Le radici della fede – Sergio Fabbri è nato a Cagliari nel 1955. Si è laureato a Bologna in Ingegneria nucleare e ha insegnato fisica nella scuola superiore fino al 2019, prevalentemente a Rimini (dove vive). Attualmente in pensione, continua insieme con la moglie nella sua ventennale attività di autore di testi scolastici di fisica per la SEI di Torino. Ha pubblicato con Raffaelli una raccolta di poesie intitolata Zemlja. Come studente uditore segue i corsi presso l’Istituto di Scienze Religiose Marvelli. I suoi interessi principali sono la scrittura, la lettura, la musica e recentemente… la Bibbia.


9:00 Un bosco ricco di presenze – Beatrice Bittau fa parte di una “carovana” piuttosto particolare – cfr. piccolafamigliadellassunta.it e montetauro.eu – di circa cento uomini e donne, ciechi e zoppi, vecchi, bambini… non è ben chiaro chi porta e chi è portato, però siamo in un cammino nel quale lo zoppo fa da guida al cieco e i bambini distraggono i vecchi che altrimenti camminerebbero guardando solamente i propri piedi. Con Fara ha pubblicato nel 2017 il racconto lungo Sottoterra che ci fa conoscere tra fiction e realtà una comunità cinese in Italia attraverso gli occhi di un adolescente.


9:15 La saggezza dell’albero – Alessandro Burrone (1994) è cresciuto tra Torino e Cigliano (VC), dove attualmente vive e lavora. Si è specializzato nello studio della lingua e della cultura cinese all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e alla Università di Lingua e Cultura cinese di Pechino. In seguito, ha conseguito una doppia laurea magistrale in Storia e affari internazionali presso l’Università di Pechino e la London School of Economics and Political Science. Giurato in concorsi letterari, coltiva sin dai tempi del liceo l’arte e la letteratura.


9:30 Come antenne verso il cielo – Franca Oberti è grata alla vita per tutto quello che le ha donato. Vive con precarietà da alcuni anni, ma non si limita a vegetare, anzi, i suoi progetti sono spesso a lunga scadenza. Città natale: Genova. Per più di trent’anni è vissuta in Brianza e da due anni è in Valtrebbia, vicino a Bobbio, cuore della cultura medioevale in questa parte dell’Appennino che vede l’incrocio di quattro regioni. Attiva nel sociale, sempre pronta a scrivere spunti su foglietti improvvisati, ha pubblicato alcuni libri, anche per Fara. Da due anni e mezzo è nonna; un marito, due figli, tre gatti, un cane. In passato ha partecipato a vari concorsi, con buoni risultati, anche con primi premi. Socia di un circolo letterario in Brianza, ha tenuto conferenze e pubblicato come articolista per “Famiglia in dialogo”, rivista cattolica. Le piace scrivere e questo intende fare ancora, finché potrà.


9:45 L’albero glorioso: dall’albero genealogico all’albero di vita eterna – Roberto Battestini (Pescara 1966) lavora come docente di lingue, fumettista e illustratore. Ha pubblicato diversi libri di vario genere e ha tradotto da diverse lingue. È sposato e ha otto figli. In uscita a Novembre il suo nuovo libro Abba Padre, seguito della trilogia iniziata con A caro sangue. Altre info sul sito: battestini.it 


10:05 Tra terra e cielo – Manuel Cohen critico e saggista, considerato tra i maggiori esperti di poesia dialettale. Ha pubblicato saggi su Baldini, Guerra, Luzi, Jabès, Jaccottet, la narrativa d’Israele, Fortini, Sereni, Volponi. Il suo libro più recente è Salvatore Pagliuca, la pietra e la lingua. Invito alla lettura del poeta di Muro Lucano (Cofine, Roma, 2022). Dirige alcune collane di poesia, e la rivista Periferie. Ha all’attivo 6 libri di poesia. 


10:25 Dibattito e libertà

11:00 Messa (per chi vuole)

12:30 Pranzo 


14:45 Piccolo manuale per abbracciare il cielo – Alessandro Ramberti (Santarcangelo di Romagna, 1960) laureato in Lingue orientali a Venezia, dottorato in Linguistica, ha pubblicato in prosa: Racconti su un chicco di riso (Pisa, Tacchi 1991) e La simmetria imperfetta con lo pseudonimo di Johan Haukur Johansson (2022). Con la poesia Il saio di Francesco ha vinto il Pennino d’oro al Concorso Enrico Zorzi 2017. Le più recenti raccolte di versi sono Vecchio e nuovo (2019), Faglia (2020) e Medèla (2021).

15:00 Il libro nell’albero, l’albero nei libri – Andrea Parato (Rimini 1979) lavora come funzionario al Comune di Rimini. Appassionato di comunicazione in tutte le sue sfaccettature – dai cultural media studies alla poesia alla semiotica – si è occupato di segreteria di direzione, consulenza direzionale, interventi formativi in ambito comportamentale e manageriale. La sua più recente raccolta è Imminenti stati di necessità (votata al Faraexcelsior 2018).
 

15:15 Albero, amico mio – Maria Lenti (foto Tiziano Mancini) e le sue ore. Al primo caffè, musica. Canta durante le pulizie. Poi esce, memore dell’invito di Sant’Agostino: “Canta e cammina, non per cullare l’inerzia, ma per sostenere lo sforzo”. Alle tredici, belle posate e stoviglie su lino ricamato, si siede. Esaurisce subito il pasto, avendo assaggiato non poco nell’iter preparatorio. Quindi assapora un momento di solitudine, felicità o un suo surrogato, l’illusione, che la induce a fissare, nel resto della giornata, le parole sui tasti. Parole già in libri di poesia e di prosa i cui titoli, copertine e tanto altro sono visibili in www.marialenti.it

15:30 L’albero della giustizia: gemmazione naturale o innesto artificiale? – Claudio Fraticelli è avvocato cassazionista del Foro di Macerata e Magistrato Onorario alla Corte di Appello di Perugia. Alla professione forense coniuga la passione per lo studio della Sacra Scrittura nella lingua ebraica e per le nuove tecnologie informatiche. Le kermesse avellanite lo hanno spinto ad approfondire le sue indagini filosofiche sulla c.d. “teologia politica”. Suoi saggi sono inseriti in Salvezza e impegno (2010),Il valore del tempo nella scrittura (2011), Scrivere per il futuro ai tempi delle nuvole informatiche (2012), Scrittura felice (2013), Dove sta andando il mio italiano? (2014), Il tempo del padre (2015), Il valore dello scarto (2016), Preghiera (e… (2016), Perdono: dal rancore al ricordo (2018), Distanze (2018).

15:45 Scelta del tema per la prossima kermesse


16:30 Saluti e partenze