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martedì 14 ottobre 2025

L'unione arbitraria delle singole parti di Giuseppe Carlo Airaghi

 


Con L’unione arbitraria delle singole parti, Giuseppe Carlo Airaghi propone una rilettura del proprio itinerario poetico, restituendo alla sua opera una nuova forma di unità non cronologica ma tematica.

L’autore rilegge e riordina testi tratti da quattro raccolte precedenti, individuando corrispondenze, echi e figure ricorrenti che compongono un tessuto coerente e in continua evoluzione.

La scelta del titolo – “arbitraria” e insieme necessaria – chiarisce la natura del progetto: un tentativo di dare forma provvisoria al movimento incessante della scrittura, che non si limita a registrare il vissuto, ma lo trasforma in conoscenza. Airaghi indaga la memoria, l’amore, la perdita, la città, l’infanzia e il cammino come luoghi di attraversamento dell’esperienza poetica.

I due poemi finali ampliano il registro lirico verso una dimensione quasi teatrale, dove la voce individuale si fa monologo e ricerca di senso collettivo.

Ne emerge un autoritratto poetico che non mira alla sintesi, ma alla risonanza: un’opera che mostra come la poesia possa ancora essere un atto di ascolto e di scoperta, capace di restituire ordine, anche se arbitrario, al disordine del vivere.


(nota di lettura di Gianfranco De Giovanni)


...Il titolo stesso, L’unione arbitraria delle singole parti, dichiara che l’arbitrarietà è l'unica via possibile per restituire voce soprattutto a quei testi che sono stati scartati perché non del tutto in linea alla produzione precedente di Airaghi, il quale ha sempre preferito mettere alla prova la propria penna poetica costruendo opere dal chiaro filo conduttore. Questo ha implicato molta scrittura, molta revisione, molto scarto. 

Le poesie salvate dall'editing e quelle recuperate dal cassetto degli inediti mostrano come nello spazio di più libri, in fasi di vita diverse, siano rimaste costanti alcune urgenze: il dialogo con l’interiorità, la necessità di nominare il dolore, l’attenzione al paesaggio urbano e umano.

Quello che tiene insieme testi apparentemente lontani è la costanza di una postura poetica: rifuggire la retorica e scegliere parole capaci di nominare ciò che altrimenti resterebbe nel campo del non detto: 

«Non è compito della poesia / consolare il male dal proprio male. / Il compito semmai è nominarlo.»

È proprio questa la funzione che Airaghi affida alla scrittura: prima descrivere, poi rivelare, anche quando le rivelazioni allargano le ferite.

Così, un giro al mercato rionale diventa metafora del logorio degli anni:

«Resta qualcosa impigliato ai tendoni / ai vulnerabili carciofi esposti […] questa umanità animale / aggrappata feroce alla vita, / alla fatica della presa.»

È una poesia che non si limita a descrivere, ma cerca nella realtà quel punto in cui l’esperienza individuale incontra due condizioni comuni a tutti, il dolore e la fatica.

Anche nei testi più interiori, lo sguardo è posato sulla comunità umana: «Camminare e camminare ancora / è l’unico modo che ancora mi resta / per dichiararmi ancora vivo.»

Ad ogni metro di questo cammino riconosciamo l'istinto comune di resistere.

La raccolta ridona coerenza a partire da un percorso accidentato e vario, fatto un po' a piedi, in bicicletta, in auto, in tram, in autobus, in carrozzina, in treno, in ambulanza e per mare.

L'unione arbitraria delle singole parti ci insegna a riconoscere i variegati avvenimenti della nostra storia privata per comporre un senso - almeno provvisorio - della propria esistenza.


(dalla postfazione di Elisa Malvoni)



ChiareVoci Edizioni - 265 pag. - euro 13.00

martedì 14 marzo 2023

“Monologo dell’angelo caduto”. Opera poetica empatica e sincera di Giuseppe Carlo Airaghi

recensione di Vincenzo Capodiferro
pubblicata su Insubria Critica


Monologo dell'angelo caduto è un’opera poetica di Giuseppe Carlo Airaghi, pubblicata da Fara Editore, Rimini 2022. Come si legge nella Prefazione, di Alessandro Ramberti: “Lo stile di Airaghi ha un nitore che ci rimanda ai cieli ed alle prospettive di Piero della Francesca, la forma esatta e luminosa del suo dettato varca il confine fra visibile e invisibile, fra emozioni angeliche ed umane. È come se le inquadrature fossero sempre sul punto di muoversi, elasticamente soggette ai flussi e riflussi della realtà e del nostro sguardo, che può focalizzarsi, ora su un particolare, ora su un altro’. È bella questa immagine del poeta-angelo, memore dei tempi stilinovistici, e più vicino a noi al Montale, che disse: “Tutte le cose portano scritto più in là”. Così ci troviamo dinanzi a una sperimentazione di poesia metafisica, o poesia del confine. Il poeta-angelo riporta i versi dei cori angelici in una dimensione discorsiva, più umana, riporta la visione beatifica nella dimensione del tempo:

Volevo camminare sopra i giorni

ancora non vissuti, immacolati,

sfiorandoli appena. Proseguire …


L’essenza del tempo è la futurità. L’estasi più importante delle tre: passato, presente e futuro, sintetizzate nelle tre facoltà agostiniane (memoria, intelligenza e attesa), è il futuro, il proiettarsi, o progettarsi heideggeriano nel contesto del gettamento esistenziale.

Non fu il caso a farci incontrare.

Il nostro incontro era deciso

nel destino di quei giorni di luce
(p. 28).

Il caso non esiste. Chiamiamo caso colo ciò che non riusciamo a capire, ciò che vediamo in maniera confusa e oscura. Caso e causa provengono dalla stessa radice, come cosmo e caos.



Giuseppe Carlo Airaghi è nato a Legnano (MI) nel 1966. Vive a Lainate. È impiegato presso un’azienda di servizi. Ha lavorato come geometra, animatore nei villaggi turistici, venditore di prodotti siderurgici, cantante di musica blues. Ha pubblicato le raccolte di poesia I quaderni dell’aspettativa (Italicpequod), Quello che ancora restava da dire (Fara Editore), La somma imperfetta delle parti (Giuliano Ladolfi Editore) e il romanzo I sorrisi fraintesi dei ballerini (Fara Editore).

lunedì 28 marzo 2022

Angeli e poeti

Monologo dell’angelo caduto
di Giuseppe Carlo Airaghi
Fara Editore
Poesia
Pagg. 56
ISBN 978-88-9293-099-5
Prezzo Euro 7,50



Angeli e poeti

recensione di Renzo Montagnoli 
pubblicata su Arte insieme


Sono sicuro che Giuseppe Carlo Airaghi abbia tratto l’ispirazione per questo suo Monologo dell’angelo caduto dal film di Win Wenders Il cielo sopra Berlino, in cui Damiel e Cassiel, due angeli invisibili a tutti, si aggirano per la capitale tedesca fino a quando il primo vede una trapezista e, poiché se ne innamora, si fa uomo e quindi mortale. Infatti non è un caso che l’io, più che narrante poetante, si chiami Damiel ed è pure lui un angelo che si innamora; troppe coincidenze che finiscono con dare credito alla mia ipotesi, peraltro avvalorata da quattro righe di introduzione e da successive illuminanti tracce. Tuttavia il richiamo al film non va oltre, perché l’opera in versi ha una sua autonomia che ne determina l’unicità. È poi particolarmente interessante il modo con cui l’autore si cala nei panni dell’angelo, per cui verrebbe da dire che per scrivere quest’opera da uomo si è fatto angelo (“Ho barattato una immutata eternità // per la sete di un bacio ricambiato, / per un bicchiere di vino, per la curva / irripetibile di un collo di donna, // per pisciare sui cumuli di neve, / per imprimere la mia presenza, / Il mio segno tangibile nel mondo”). Se il modo interessa, il contenuto invece stupisce, perché questa creatura alata, caduta sulla terra e quindi fattasi mortale, mantiene ancora il privilegio di una visione celestiale di tutto ciò che incontra (“Precipitato da una distanza di cielo / per accarezzare la curva che scende / tra il suo collo e la spalla. // Per capire cosa fosse la pelle / ho rinunciato al tempo eterno, / sono sceso a baciare la terra. // Da un bianco e nero manicheo / a una incredulità di colori / ancora tutti da nominare. // Ho risalito il fiume, raggiunto / la riva opposta per esprimere / finalmente un giudizio sul mondo.”). Fra l’altro questo straordinario protagonista rivela una simpatia del tutto particolare, vittima dei limiti dell’essere mortale, ma ancora capace di vedere oltre quelle nude immagini che si fissano nei suoi occhi (“Non esiste solitudine senza eco. / Ovunque ci accompagna il rimorso / del passato oppure il rimpianto // che non dà meno dolore, il rombo / di un temporale lontano, un vento / che non sgombra il cielo in allarme. // Le sere d’inverno duravano anni, / troppo vaste per poterle varcare / senza pagarne il prezzo per intero. // Di molte sono stato spettatore. / Il tramonto era un sipario calato / sopra una recita senza finale. // Come spesso accade qualcuno balla / e qualcuno addossato alla parete / fissa un punto cieco nella stanza. // Con il bicchiere vuoto tra le mani. / La conversazione langue. Le cose / da dire hanno scarsa importanza. // Abbandonare la stanza è un’opzione / non contemplata dalle buone maniere. / A me parve non restasse altra scelta.”).

A un certo punto, e non credo di esagerare, mi si è accesa una lampada, ho avuto, quel che si usa dire, un’illuminazione, e cioè se Airaghi per scrivere si è fatto angelo, quell’angelo che per amore si è fatto uomo, sono diventati entrambi un’entità sola, e allora come è possibile questa tramutazione? A ogni domanda c’è quasi sempre risposta, come anche in questo caso, perché sono più che convinto che sia la creatività del poeta che conduce a quell’estasi che è propria di un essere fuori dalla materialità delle cose, tanto elevata da sembrare irraggiungibile, eppure a portata di mano, purché si riesca a entrare in sintonia. In fin dei conti, chi scrive versi va oltre la modesta realtà di ogni giorno, cerca di sublimarsi nella ricerca, spesso inconscia, dell’Assoluto.

Questo Monologo dell’angelo caduto è ben diverso dalla silloge precedente Quello che ancora restava da dire, ma non è una differenza di valore, perché entrambe le opere sono senz’altro di eccellente qualità; secondo il mio giudizio si tratta invece della ricerca di un nuovo percorso espressivo che possa andar oltre i limiti naturali di una esternazione del proprio Io (“Pensavi il tempo fosse una retta / chiusa tra un inizio e una fine. / Il tempo non va da nessuna parte, // non si arresta. Il presente è un punto / in continuo movimento, effimero / e immenso. Porta con sé l’universo. // Tutte le vite precedenti trovano posto / nel susseguirsi infinito dei secoli, / perse nelle omissioni della Storia.”).

Da leggere, indubbiamente.


Giuseppe Carlo Airaghi è nato a Legnano (MI) nel 1966. Vive a Lainate. È impiegato presso un’azienda di servizi. Ha lavorato come geometra, animatore nei villaggi turistici, venditore di prodotti siderurgici, cantante di musica blues. Ha pubblicato le raccolte di poesia I quaderni dell’aspettativa (Italicpequod), Quello che ancora restava da dire (Fara Editore), La somma imperfetta delle parti (Giuliano Ladolfi Editore) e il romanzo I sorrisi fraintesi dei ballerini (Fara Editore).

giovedì 30 giugno 2022

Dialogando con il presunto “angelo caduto” di Giuseppe C. Airaghi

di Sergio Fabbri


Quanto segue, non intende essere un commento agli ispirati e ispiranti versi dal titolo Monologo dell’angelo caduto di Giuseppe C. Airaghi (Fara 2022). È, invece, il dialogo nato spontaneo leggendo quelle poesie, appunti rapidi e non ragionati riportati a matita a margine delle pagine.
 

Omaggio a Win Wenders

… ma anche l’uomo è chiamato a uscire dalla propria condizione, cioè ad abiurare… perché interessa questa domanda? forse quando si fa una scelta del genere, si è disposti a non guardare più indietro: anche il pentimento può essere una tentazione…

Prologo

… ciò che è davvero “chiaro” non è “comprensibile” perché ancora stiamo ragionando e non ci arrendiamo all’evidenza… perché tendere a un “ritmo accettabile”? è giusto accontentarsi? probabilmente, è quella la funzione fondamentale delle parole (poetiche): condurre al “perdono” – ovviamente, è importante precisare di quale perdono si parla – parola tanto abusata quanto connaturata alla nostra essenza…

Prima parte

1

… è proprio così, cercare ovunque l’inizio del mondo! cosa è successo? è davvero questa la “vera” umanità? e se non di un risveglio alla triste realtà si tratta ma, viceversa, di un cedimento all’illusione che il mondo sia stato creato… imperfetto?

2

… forse da sempre (non soltanto a partire dai greci) pensiamo che la vita vera sia teatro e parliamo di rappresentazione e di protagonisti, come se fosse la salvezza… forse i miracoli non li pretendiamo più quando con meraviglia capiamo che la vita è un miracolo continuo…

3

… anche l’angelo soffre una dualità? e se l’angelo si fosse confuso? e se pensa che il bello dell’umano altro non sia in realtà che un… troppo umano, cioè già una deviazione dalla vera natura umana? davvero siamo uomini se lasciamo segni tangibili e, invece, non cerchiamo semplicemente di tornare a casa?

4

… sembra all’opposto che a parlare sia un uomo che si sforza di convincersi che non è possibile che in lui ci sia l’angelicum o, meglio ancora, il divinum…

5

… è proprio così (che l’angelo abbia rinunciato al tempo eterno)? esprimere giudizi è quello che l’essere umano fa abitualmente, ma non è l’unico atteggiamento possibile: al di là del giudizio si trova la chiave risolutiva: è come se l’angelo si creda innamorato delle qualità terrestri che non sono tra le migliori…

6

… talvolta si ha paura a nominare quello che si percepisce… c’è questa oscillazione tra un presente fatto di luci e ombre (in cui pare difficile scegliere un assetto definitivo) e un futuro a cui però non viene riconosciuta (per pudore? per vergogna?) alcuna dimensione escatologica, apocalittica… è come se la poesia ci sospendesse (o sorprendesse) eternamente in questa terra di mezzo…

7

… e nominandolo (il male) che cosa succede? e l’ingiusta condanna? davvero non tutto è perdonabile? considerato dove viviamo, avere indecisioni illegittime, è più che legittimo! magari il problema principale non sono i luoghi che scordiamo, quanto l’oblio costante di chi siamo…

8

… ma c’è un miracolo a cui non bisogna smettere di credere: l’incontro non atteso, l’evento apparentemente casuale di prossimità con l’Essere in cui siamo ciò che altrove non possiamo essere… ed è un miracolo non per la sua improbabilità, bensì perché, pur nella sua umile banalità, ci può condurre nel più alto dei cieli…

9

… questo è proprio – la gioia improvvisa e senza motivo – ciò che dovremmo osare chiamare con il suo vero nome: Spirito! poi ci possono essere “annunci” senza altra specificazione o notti non del tutto menzognere… ma perché pensare a parole senza ascoltatori, quando la parola è il segno originario che esistere è essere in relazione?

10

… l’idea che gli angeli non possano stupirsi è solo un nostro pregiudizio… è un inganno riuscitissimo del male quello per il quale il paradiso (terrestre o meno) era un luogo di noia e in fondo le imperfezioni sono il sale della vita… siamo noi a esserci autocondannati al ruolo passivo di spettatori paganti…

11

… è questo uno sguardo d’uomo o d’angelo? incantevoli versi rilkiani che portano ovunque…

Seconda parte

1

… se è vero come dice Bachelard che le parole poetiche hanno una natura ontologica, probabilmente è più suggestivo pensare che sono loro a spingere, a incoraggiare la mano nascosta…

2

… Cioran scrisse che uno dei vantaggi che invidiava ai credenti è la possibilità dell’eresia… forse dovremmo concederci un atteggiamento eretico in tutte le cose, anche le più banali, perché il dibattito  implacabile è la sola via certa che ci consente di cogliere dei bagliori di quel nucleo di verità che alberga dentro di noi… essere puro strumento non significa essere senza inventiva… il fatto è che nelle mani di Dio nessuno è un burattino – è il male a preferirci in questa veste, così come il potere… quello con Dio è un dialogo, Lui (ci) ascolta, perché non gli piace ascoltare dei semplici pappagalli…

3

… è questa la questione centrale: sapere dov’è la nostra casa e non sbagliare la strada che ci porta là… il difficile è che quei vuoti non sono mancanze, non sono nostalgie del passato: sono nostalgie di quello che, per una fatale distrazione, non abbiamo ancora vissuto…

4

… non esiste la solitudine – punto… si proietta sul passato il rimorso per come si è nel presente: per questo il nostro cuore resta in costante allarme… se la recita avesse un finale, si capirebbe che è una recita… salvezza è esattamente fuggire da quelle stanze, capire che non siamo di questo mondo…

5

… ma il fallimento è proprio smettere di leggere poesie, di scriverle, perché lì non c’è un obiettivo secondo i parametri consueti… poesia è un ritorno a casa che può essere ripetuto all’infinito, fino a quando si struttura in ricordo… rispetto a questo mondo, Gesù è stato inutile, ha fallito: ma qui sta la sua potenza, come nella parola poetica portata, soffiata dallo Spirito… da chi altro?

6

… ci si adegua agli equivoci quando si fa sentire la stanchezza dell’esistere… e quando ci adeguiamo, facciamo un torto maggiore all’altro o a noi stessi? un equivoco abbandonato a se stesso cresce per germinazione… in effetti, l’immensità della Creazione non è neutra – se è pacifica, vuol dire che agisce, dissolve tutti gli equivoci… l’equivoco ci fa perdere l’unico possibile senso di appartenenza…

7

… è divertente l’ambiguità di quel “parlar-si”, che quasi allude al fatto che un dialogo non c’è, che ognuno “si” parla (addosso), cioè continua a parlare con se stesso… un parlarsi che dovrebbe diventare un “parlar-ti”, finalmente… e, se “ti” parlo, vuol dire che sono stato in grado innanzi tutto di “ascoltar-ti”! rinunciare alle rinunce e, viceversa, accettare le scelte dell’altro…

8

… restare sé stessi (quello è ciò che determina la nostra coscienza, ci dicono, che ci dà consapevolezza)… eppure ritrovarsi così stranamente estranei quando ritroviamo oggettivizzati fuori di noi qualche nostro rimasuglio, qualche frammento di anima, che si rifiuta di rientrare in noi sotto forma di memoria… non è che magari siamo soprattutto quello che non siamo stati… mai?

9 

… eppure, a cercare bene, il volo della trapezista rimane per sempre – c’è qualcuno che si diverte un mondo a farci credere che di noi niente dura… eppure, qualcuno scriveva: “ciò che dura fondano i poeti”, proprio come fa Airaghi…

10

… riscrivere: “il presente è un punto in continuo movimento, immenso”… perché mai “effimero”? a causa del limite umano di misurarlo, di attribuirgli una dimensione? non potrebbe essere che il punto ha, invece, infinite dimensioni che soltanto un Essere più grande di noi può cogliere nella sua infinitesima incoglibilità? nella Storia non ci sono omissioni – quelle sono di pertinenza delle storielle raccontate dall’uomo, dove sempre a svanire è il meglio dell’umanità…

11

… è questo, esattamente, il luogo da cui (ri)cominciare: un luogo senza ingombri, in cui tutto quello che da sempre ci ha allontanati dalla nostra autentica natura inizia a farsi da parte, a svanire, a diventare polvere, a perdere consistenza… è proprio così che si inizia, consapevolmente, smettendo di cercarsi in quello che non c’è più, che non c’è mai stato…

12

… come dire che il nostro primo nemico siamo noi stessi – e c’è solo un intermediario che può farci fare pace, perché un terzo io non è dato… ci si può davvero perdonare da soli? o ci perdoniamo unicamente quando ci sentiamo perdonati?

13

… si può restare qui per sempre, invischiati in una rappresentazione teatrale “senza finale”, appunto… patendo un complesso d’inferiorità frutto di travisamento: infatti, la vita non è sofferenza… un orizzonte degli eventi attorno al quale orbitare per sempre… oppure? L’“oppure” c’è – ed è grande come… una casa!

14

… e iniziare a porle queste domande, senza vergognarsi di nulla? non c’è altro modo per sconfiggere l’autunno perenne che accettare lo scorrere delle stagioni, affidandoci a tutte quelle domande che hanno risposte soltanto… nel cuore.

Certo è che questo angelo appare dubbio, dubbioso, dubitante… umano alquanto! Grazie, Giuseppe…


lunedì 4 luglio 2022

“qualcosa di buono è rimasto”

Giuseppe Carlo Airaghi, La somma imperfetta delle parti, Ladolfi 2021, Prefazione di Giuliano Ladolfi

recensione di AR

Come abbastanza spesso amo fare, inizio il mio viaggio in queste pagine di poesia, a ritroso: “… Ho il fondato sospetto / che al ragazzo che sono stato / non sarebbe piaciuto l’adulto che sono” (p. 122). Così si chiude questo intenso inventario di incontri, eventi, sensazioni, riflessioni. A p. 111 troviamo questa dichiarazione: “Lasciare passare tutto sottotraccia / evitare attriti che inneschino incendi / nella consueta meditazione irrisolta / tra le verità che sono in grado di recitare / e quelle che non posso pronunciare”. Qualche pagina prima (alla 106) troviamo questi versi dai rimandi paolini: “Se non confidassimo cocciuti / in ciò che ci ostiniamo a definire amore / saremmo campane senza suono”. Come anche questi tratti da Quinto frammento (p. 91): “… finché perdurerà il rimorso / ci tormenterà il peccato”. Mentre un esplicito riferimento al testo sacro lo troviamo ne La notte di San Lorenzo (p. 83): “È inutile che precipitino stelle, / nessuno davvero crede / alla realizzazione dei desideri. // La notte è spietata e ottusa / come certi passi della bibbia, / imbarazzanti persino per i preti”. Ed evidenti echi del Qohèlet li abbiamo ne Le nuvole (p. 81): “Le nuvole non sono meno vane / di noi che le guardiamo disfarsi. / Solo più veloci e discrete come / l’odore di questi fiori sfiniti / recisi nei vasi.”

Il canzoniere è scandito da struggenti immagini sapienziali: “Lo sgombro piazzale ha il respiro / delle notte spalancate sul cielo / e i lampioni si mangiano le stelle” (Insonnia, p. 76); “Certo non sarà semplice nominare / (…) / tutto lo sforzo profuso per approdare / a questo bordo precario del tempo” (La persecuzione della memoria, p. 65); “I ragazzi confidano nell’assoluto / senza la coscienza di una fede, / abiurano il futuro e passato, / credono eterno il presente” (I ragazzi, p. 60); “Smussare il filo tagliente dell’arma, / rendere opaca la superficie, / gli avvenimenti indefiniti, / i personaggi interscambiabili / con la solita scusa dell’universalità” (Promemoria #2, p. 59); “La somma imperfetta delle parti / porta a un totale che non basta” (dalla poesia eponima, p. 54); “A noi incapaci di eroismi / non rimane che scavare nei torti dei morti / per dissotterrare le parole spolpate, definitive” (25 Aprile, p. 49); “Persuaso che omettere e tacere / siano lo stesso accidente o destino / visto venire di fronte / o allontanarsi di spalle” (Precauzioni ed avvertenze, p. 43); “L’ultimo scompartimento del treno / è luogo riservato agli ultimi, / (…) / in bilico tra la sopravvivenza, la rivolta / e la normalità anormale / di uomini dal destino segnato / e uomini senza neppure un destino / a cui affidare il peso del corpo nel viaggio” (L’ultimo scompartimento, p. 22).

C’è un‘acuta capacità in Giuseppe Carlo di calarsi nel dettaglio, nell’anima delle cose (come ricorda Ladolfi nella sua empatica prefazione citando Simone Weil). Eccone qualche esempio: “I marciapiedi di viale Rembrandt / non conoscono la sotterranea pazienza del seme, / il suo desiderio di acque, / l‘ostinata ambizione di fronde e di frutti” (Viale Rembrandt, pp. 17-18); “Colpisce le viscere, / prima ancora che la ragione, / lo strillo animale dell‘ambulanza” (Lo strillo dell’ambulanza, p. 19). Così come c’è una carica spirituale, ovvero un rapporto con la realtà in cui ci troviamo sempre in cerca, desiderosi di risposte che sappiamo che sappiamo non potranno mai essere esaustive, perché noi stessi siamo domande in cammino (“Il poema del cammino” è la sezione conclusiva del libro di Airaghi), e dal cammino otteniamo risposte in fieri, passo dopo passo. E questo alimenta la nostra curiosità, è lo spazio della libertà che ci consente di “errare” ma, se siamo consapevoli de labirinto in cui gli eventi e le scelte ci hanno immerso, se  riusciamo a godere degli squarci di bellezza  che illuminano anche i percorsi più bui, accidentati e faticosi, se riconosciamo la nostra preziosa piccolezza… saremo allora in grado di apprezzare anche l’unicità degli altri, di percepire un mistero che avvolge gli incontri, un aura che profuma di gratuità i nostri gesti di attenzione ed empatia e alimenta quel trasporto disinteressato e decentrato che può essere un altro nome dell’amore (cfr. Il nido delle rondini, p. 21: “Il nido delle rondini stava / sotto il colmo del tetto, dirimpetto / alla mia finestra di ragazzo. / (…) / ‘I vicini hanno ucciso la primavera’ / scrissi sopra un quaderno a righe. // (…) / non ho mai perdonato / fino ad oggi, che ho veduto / giovani rondini costruire un nuovo nido / (…) / Ora che ricordato / posso finalmente perdonare.”

PS Il titolo di questa recensione è tratto da Le canzoni stonate, p. 63.

lunedì 13 dicembre 2021

Carlo Airaghi 3° class. sez. Poesia crepuscolare Premio Polverini: trame oniriche e attenta osservazione del reale

PREMIO NAZIONALE 2020/2021 POESIA EDITA

Leandro Polverini

con il patrocinio dell’Assessorato 

alla Cultura della Città di Anzio



Gentile Giuseppe Carlo Airaghi,

siamo lieti di comunicarle che il suo libro di liriche Quello che ancora restava da dire all’esame della giuria ha ottenuto l’assegnazione del 3° posto nella sezione poesia crepuscolare con la seguente motivazione.

«Il libro è vario per via delle trame oniriche e delle ambiguità virtuali, il linguaggio qui sperimentato (franto e veloce, con venature immaginifiche e surrealiste) è assai coinvolgente, soprattutto quando il sogno si mescola all’attenta osservazione della realtà. Nel poeta legnanese la visione del mondo ricavata stando supino sul letto porta ad una narrazione pervasa da una felice cifra crepuscolare specie laddove un’insolita scrittura lirica costruisce in parte la coscienza della sacralità della vera poesia, che dal nulla viene ma poi esiste e invade la realtà modificandola.»

Il presidente della giuria


A modifica di quanto previsto dal bando, le compete il quadro e il libro pubblicato sul premio. I partecipanti alla presente edizione del concorso sono stati 120. Fra questi, la giuria ha segnalato 12 primi classificati assoluti, le tre migliori copertine e

le tre migliori prefazioni. I restanti 102 sono stati suddivisi in 18 sezioni poetiche.


Premio Leandro Polverini
Via Acqua Marina 3
00042 Lavinio – Roma
editotem@virgilio.it

mercoledì 11 novembre 2020

La sincerità prima di tutto

Quello che ancora restava da dire
di Giuseppe Carlo Airaghi
 

Prefazione di Alessandro Ramberti
Copertina di Dante Zamperini
Nel testo La via del padre disegno di Giacomo Ramberti

Fara Editore – Spiccioli (poesia)
pp. 104
ISBN 978-88-9293-004-9
Prezzo Euro 10,00
 

Recensione di Renzo Montagnoli pubblicata in Arte insieme

 


 

Dopo molte sillogi la cui comprensione non è facile di primo acchito – e nemmeno ritornandole a leggere più volte – una raccolta di poesie che già al primo colpo riesca a instaurare con il lettore un filo di empatia, che da un lato deriva dalla semplicità dell’esposizione e dall’altro dai temi trattati (non argomenti di notevole difficoltà, ma la vita stessa in tutte le sue sfaccettature, nel bene così come nel male), è indubbiamente un biglietto da visita benaugurale. Di questo autore non avevo mai letto nulla e l’opportunità di conoscerlo deriva dalla sua partecipazione al concorso Faraexcelsior 2020 con questa silloge, classificatasi al secondo posto. Oltre alle caratteristiche che ho riscontrato e indicate sopra, c’è anche una spiccata sincerità, un fermo proposito di non nascondersi dietro un velo di pudore al fine proprio di spalancare il proprio animo come una finestra in primavera (Da Per scrivere poesie: “Per scrivere poesie sincere / è necessario essere innocenti / e spietati come bestie senza morale, / essere il morso che strappa la carne dall’osso, / il cane bastardo che non molla la presa, / che scava nel fango, / che porta alla luce la preda occultata. / … ”). 

Non mi è mai piaciuto l’ermetismo per l’ermetismo, come bastasse solo scrivere versi pressoché incomprensibili per realizzare una bella poesia; al contrario, credo che invece sia importante che la comunicazione poeta-lettore sia la più diretta e semplice possibile, ed è quel che cerco di fare io, e che ad Airaghi è riuscito perfettamente. Un esempio? Eccolo: Nella luce d’autunno – “Nell’oro delle sere d’autunno, / nella loro simbologia fraintesa, / ci incamminiamo lungo il sentiero / che costeggia la roggia. / In faccia alla forza del sole che cala / non so dove poggiare lo sguardo / e il passo che non regge il fulgore. // Come renderti evidente questa luce, / condividere a parole il respiro / che mi illudo di avere compreso? / Ci abbaglia un riflesso che canta / tra i rami di questi alberi spogli, / tra queste foglie gialle, arrese / alla luce clemente di ottobre. // Ripeto parole che in fondo / conosco, capisco da sempre: / quanta bellezza concessa / a sorreggere il peso del mondo.”

In una descrizione che sembra uscita dalla tavolozza di un pittore, c’è l’intento di rendere partecipi delle spettacolo della natura chiunque si accosti a questi versi, con un sottofondo di tenera malinconia indotta dalla stagione e che sembra preludere a una visione serena del mondo, da sempre solcato da stagioni, come metaforicamente la vita stessa degli uomini.

Pur non risultando quest’opera un capolavoro (forse lo sarebbe stata se l’autore fosse sceso più in profondità) tuttavia, per l’immediatezza dell’esposizione, per la sincerità profusa, per l’indubbia capacità di ricreare ambienti e atmosfere Quello che ancora restava da dire è una raccolta in grado di dare ampia soddisfazione e piacere a chi legge, riuscendo anche a trasmettere quella serenità di cui è permeata.

venerdì 12 maggio 2023

“Quello che ancora restava da dire” e “Abbà Padre” primi classificati al Premio Vito Moretti di San Vito Chietino

Premio Vito Moretti 2023

video della premiazione al link

www.facebook.com/PremioVitoMoretti

Complimentissimi a Giuseppe Carlo Airaghi nella sezione Poesia edita con Quello che ancora restava da dire



e a Roberto Battestini nella sezione Graphic novel con Abbà Padre





Gentile Giuseppe Carlo Airaghi,

l’organizzazione del Premio Vito Moretti ha il piacere di comunicarLe che per l’edizione 2023 la Sua opera Quello che ancora restava da dire si è classificata tra le tre opere vincitrici per la Sezione B - Premio annuale per un libro di poesia in lingua italiana. La graduatoria di primo, secondo e terzo posto sarà resa nota durante la manifestazione finale del Premio. Pertanto, nel ricordarLe che, in base al Bando, il premio potrà esserLe assegnato soltanto in presenza, La invitiamo alla manifestazione conclusiva del Premio, che si svolgerà tra il pomeriggio del 24 giugno 2023 e la serata del 25 giugno 2023, presso il Teatro “Due Pini” di San Vito Chietino (CH). (…) Distinti saluti.

La Direzione del Premio Vito Moretti
premiovitomoretti@gmail.com
www.premiovitomoretti.it

lunedì 19 dicembre 2022

Antonia Pozzi a Monza 21 gen 2023

Primo evento pubblico nella nuova Biblioteca dell’Istituto Teologico Missionario del PIME 

Sabato 21 gennaio 2023 ore 10:30-12:30

a cura di Gianni Criveller

spettacolo Cromosomi XX 
di Barbara Rosenberg ed Emanuele Scataglini

testimonianza di Antonio Mosca Mondadori

dediche poetiche
di Sara Pennacchio e Giuseppe Carlo Airaghi

letture di Cinzia Demi

conduce Nino Di Paolo 

aperitivo etnico
degli studenti internazionali del Seminario

un grande grazie a Maurizio Caruso
per il ritratto di Antonia

alcune foto di Alessandro Burrone

Gianni Criveller

Giuseppe Carlo Airaghi

Nino Di Paolo

Nino Di Paolo e Paolo Pilotto Sindaco di Monza 

Al microfono Onorina Dino

Barbara Rosenberg

Sara Pennacchio

Valeria Raimondi

Cinzia Demi



martedì 2 febbraio 2021

Versi di Giuseppe Carlo Airaghi scelti da Maurizio Cucchi per la Repubblica Milano

Maurizio Cucchi ha ospitato una poesia di Giuseppe Carlo Airaghi presente nel libro Quello che ancora restava da dire sulle pagine di Repubblica Milano (v. immagine qui sotto).


I seguenti siti hanno ospitato alcune sue poesie:





mercoledì 18 maggio 2022

Monologo dell’angelo caduto di Giuseppe Carlo Airaghi 1° class. al Città di Arcore 2022: complimenti!

Felicitazioni vivissime a Giuseppe Carlo Airaghi per essersi classificato primo al Città di Arcore 2022 con il suo Monologo dell’angelo caduto: “Una raccolta poetica di eccellente qualità (…) un coinvolgimento tra spirito e sangue che rende sempre più incalzante la necessità di concepire la ragione come apertura alla totalità del reale.”







mercoledì 11 marzo 2009

È uscito il nuovo numero di IPR

È uscito il nuovo numero di
ITALIAN POETRY REVIEW
Plurilingual Journal of Creativity and Criticism

Columbia University
Department of Italian
&
The Italian Academy for Advanced Studies in America

Abbonamenti
Volume III, 2008

prezzi Italia Estero

Istituzioni euro 50,00 euro 50,00
Privati euro 25,00 euro 30,00

Per abbonarsi scrivere a: abbonamenti@sefeditrice.it
oppure visitare il nuovo sito web della rivista
www.italianpoetryreview.net dove è anche possibile acquistare il
volume in versione pdf oppure specifici contributi del numero e dove
si trovano i video della serata del 3 dicembre 2008 alla Italian
Academy con interventi e readings di Paolo Valesio, Richard Howard,
Mark Strand, Alfredo De Palchi, Davide Rondoni, Susan Stewart,
Graziella Sidoli, Francesca Cadel, Peter
Carravetta, Fabio Finotti, Luigi Fontanella, Mario Moroni, Alessandro
Polcri, Taije Silverman.

IPR è stampato a Firenze dalla
Società Editrice Fiorentina
via Aretina, 298 - 50136 Firenze - Italia
tel. +39 055 5532924 - fax +39 055 5532085
info@sefeditrice.it - www.sefeditrice.it


Italian Poetry Review
vol. III
2008

Contents / Indice

Crestomazia Minima

Poems / Poesie

Enza Del Tedesco "I movimenti remoti" di Goffredo Parise: il canto dei morti
Goffredo Parise, I movimenti remoti
Fabio Franzin, 'A paròea del Nome / La parola del Nome
Fabrica / Fabbrica
Alessandro Polcri, Firenze metonimica negli "Epigrammi" di Francesco Bausi
Francesco Bausi, Epigrammi fiorentini (1998-2000)
Elio Grasso, from Il secolo è cambiato
Roberto Gigliucci, Natale: estasi dell'infermiera Giovanna
Il poemetto delle ciliege
Maurizio Clementi, Dieci poesie per la rivoluzione (2006-2007)
Domenico Cipriano, Lampioni
Novembre
Federico Pacchioni, Il castello
Daniele Santoro, from La vellutata luce
Lucianna Argentino, from Le stanze inquiete
Ilaria Caputi, Costellazione cancro
Mario Benatti, Poemetto di morte e di vita
Filippo La Porta, Su Alida Airaghi
Alida Airaghi, Poems
Alberto Giordani, Poems
Marcello Giordani, Poems

Translations / Traduzioni

Cecco Angiolieri, Poems, translated by Brett Foster
Giuseppe Leporace, Poetry: the Art of Surprising. An Interview with
Mark Strand
Carlo Testa, Quali poeti ha letto l'Italia del ventesimo secolo?
Rovello in un prologo e 9 documenti
Blok, Akhmatova, Mandel'shtam, Pasternak, Poems, translated by Carlo Testa
Simon West, "Keep the word translation out of it": A Poem of Andrea
Zanzotto in English
Andrea Zanzotto, "La perfezione della neve" and Other Poems,
translated by Simon West
Edoardo Sanguineti, Poems, translated by Robert Hahn & Michela Martini
Edith Bruck, Poems, translated by Philip Balma
Fabio Pusterla, Poems, translated by Marella Feltrin-Morris & Chad Davidson

Between Prose and Poetry / Tra Prosa e Poesia

Daniele Piccini, Dov'è la tua vittoria
Graziella Sidoli, L'im-possibilità di con-fondersi: convers(az)ione
con Silvia Nanni, autore/attore. intervista
Silvia Nanni, El.lisse. Sogno occidentale (atto iv), translated by
Graziella Sidoli & Stefania Stewart
Marzia Bambozzi & Massimo Stella, Ad un istante dalla cenere.
Frammenti di un discorso troiano.

Poetology and Criticism / Poetologia e critica

Bernardo Francesco Gianni, O.S.B. Oliv., «La città dagli ardenti
desideri». Mario Luzi custode e cantore della civitas
Mario Luzi, Siamo qui per questo (riproduzione anastatica della
versione dattiloscritta con lettera inedita)
Hans Honnacker, "Siamo qui per questo": Mario Luzi a San Miniato al Monte
Alfredo Luzi, Parola e fede nel "Libro di Ipazia"
Cristina Gragnani, Pirandello tra Leopardi e Pascoli: "Zampogna" e
"Fuori di chiave" nel "Taccuino di Harvard"
Francesca Cadel, Il volto come luogo. Intervista ad Andrea Zanzotto
Federico Dal Bo, Traduzione come mediazione linguistica: Celan
traduttore di Ungaretti tra italiano e francese
Federico Busonero & Andrea Ulivi, Visione e interrogazione. Un dialogo
tra poesia e fotografia

Reviews / Recensioni

Alberto Bertoni, Ricordi di Alzheimer (Alberto Casadei)
Piero Boitani, Prima lezione sulla letteratura (Danilo Breschi)
Ernesto Livorni, L'America dei padri (Enrico Minardi)

Books Received / Libri Ricevuti
Note Cards / Schede bio-bibliografiche