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martedì 24 maggio 2022

“Lo sguardo è destino.”

Sergio Fabbri, Zemlja, Raffaelli 2004

recensione di AR

Il verso che intitola questo nostro interramento (zemlja, o varianti affini, significa “terra” nelle lingue slave come sloveno e serbo-croato) nella poesia di Sergio Fabbri è il primo della raccolta ed è seguito da altri due posti fra parentesi (che non riveliamo): una sorta di esergo. La composizione 1. si apre con una domanda – “Quali sono i luoghi che ci appartengono…?” (p. 13) – a cui seguono alcune risposte fra le quali questa: “Forse sono i volti a inchiodarci”. Proseguendo nella lettura, la poesia 6. (p. 23) ci offre – crediamo – una splendida e intensa sintesi delle questioni che, come braci seminascoste dalla cenere ma capaci di ravvivarsi con forza a una corrente d’aria, intessono il libro: 

La casa è una città, la città è una terra,
la terra è un mondo inesistente.

Talvolta a mancare è la voce
del padre, talvolta a brillare è il fuoco
dietro l’ombra del mondo.

Cosa diventa lo sguardo, se a guardare
non ci sono più luoghi intorno,
se con voce potente nessuno
pronuncia il libro dei nomi?

Sfogliando l’anima come un libro,
come un esercito chiamandola
a raccolta, scivola via sotto i piedi
la terra, il suo mistico abbaglio.

Potrebbe la terra chiamarsi
zemlja, mesto la città oppure hiša
la casa…

Sono così le idee l’unico luogo
a cui è possibile tornare.

Tutto si trasforma e, con Eraclito, non possiamo immergere due volte il piede nella stessa acqua. Ecco allora il valore della memoria (“un olocausto di memorie / è ciò che resta dell’anima.”, p. 56), dei fotogrammi di vita che si sono incisi nel cuore, delle emozioni e sensazioni che hanno lasciato traccia nelle nostre membra e nella nostra anima che in fondo non è mai del tutto nostra perché anch’essa cresce e si trasforma grazie agli incontri (“Con eccesso di zelo / talvolta ci riflette // fedele autoritratto / lo spazio vuoto d’un incrocio.”, p. 48), agli scontri, alle relazioni, agli eventi felici o dolorosi di cui diventa un catalizzatore con caratteristiche uniche ma sempre necessitante delle alterità, delle polarità che, mettendolo in tensione, lo “attivano”. Nella poesia 7. (p. 25), Sergio ci dice con bellissima immagine “del corpo / che porta l’anima / come un’ingombrante mongolfiera…”. Nella 9. (p. 28) troviamo un desiderio di essere abbracciati (non solo spiritualmente) dal divino che solo può eternarci, dare un senso a ogni nostro respiro, altrimenti destinati a svanire come hevel qoheletiano: “Ognuno coltiva una somma / d’angoli battuta dal vento / e dagli odori del tempo, il racconto / compresso in un respiro.”

Nella seconda sezione di Zemlja, intitolata “A ogni Dio – Versi dell’ultima ora –” e dedicata a Mara / il luogo dell’amore, troviamo un esergo assai interessante (p. 40): La verità non scaturisce dalle parole, ma dai gesti. Ciò che raccontiamo è la perenne contraddizione del mondo, la morte irrisolta. La scrittura più alta può essere terapia, non coscienza. L’anima è molto di più.

C’è quindi una fortissima tensione spirituale, sia pure da parte di un poeta di formazione scientifica e, al tempo, con un approccio quantomeno “sospeso”, se non del tutto pirronista, in merito alle questioni “imponderabili” che pure ci segnano così profondamente (a p. 54 si parla di “un languore spirituale / a ridosso di Dio”) e di cui percepiamo la preziosità tanto che a p. 47 troviamo questi versi di un lirismo assoluto che ci ricorda il Cantico dei cantici: “Se fossi stato voce / avrei di respiro / riempito la tua bocca / la lingua ai baci perdendo.” 
Più avanti (p. 50): “Consolami così, / donandomi il tuo nulla // nascosto tra le gambe / o dove l’anima si ferisce.”     

Zemlja è dunque terra feconda, ferita, amata, interrogante… chiede allo sguardo di andare oltre, di accogliere sì le vibrazioni telluriche e quelle dei sensi ma di aprirsi al tempo stesso (inevitabilmente) a quelle celesti che squarciano il tempo e ci mettono a nudo (cfr. p. 63): “E siamo già in troppi // nell’angolo angusto del grembo / a respirare in due / (l’anima che abbaia ed io). / Lascia che mi scortichi / la bora  invernale, lo stupore // sdegnato del bambino, / «Io morirò? Io… morirò?»”

Come scrive Giovanni Rimondini nella postfazione intitolata “Cornice” (p. 68): “La parola indicibile fonda, come il significante di Lacan, il dire: sé stesso, cioè la poesia, e il significato, cioè il racconto”.

In fondo solo la poesia può cogliere il suono della brezza sottile (cfr. 1Re 19,12) in cui si manifesta il Divino.

mercoledì 12 ottobre 2022

“e anche quarant’anni / può durare la promessa”

Tre poesie + quattro

di Sergio Fabbri


Mosè e il roveto ardente (in alto a sinistra la mano di DIo)



FORMA D’AMORE

Non vorrei mai
farti soffrire.
Ma se lo facessi,
se ti facessi soffrire,
vorrei che almeno
non te ne accorgessi.
Perché è così
che fa con me:
non mi fa soffrire
e se lo fa, fa in modo
che non me ne accorga.
Di che cosa, allora,
posso lamentarmi?
Tutto il dolore, in silenzio,
lo tiene per sé.



FUGHE

Mi sfuggi.
E perché non dovresti farlo?
Tanto io non posso
coglierti, né in parte
né tanto meno intero.
Neanche un fiore
posso coglierlo, se non
uccidendolo.
Che gran dono
poterlo fare
– e non farlo, però,
e anzi, nemmeno pensarlo.




ISPIRAZIONI

È ispirazione
non gettare all’indietro
pentimento e dolore?
Il rammarico d’aver pianto
o riso non muta l’oggi:
basta raccontare come
s’è curata una ferita.

Mi pento e mi dolgo, invece,
se c’è poca luce
domani, se l’orizzonte
non disegna confini,
se di non vedere fingo
la mano che dà
più di quello che può.





VITTORIE

La vita non è una guerra
perché nessuno
conta le sconfitte,
neanche chi potrebbe.


E neanche il giorno che inizia
è una battaglia,
pur l’esito sicuro, la resa
quasi dolce al finale.


Ciò che conta è tornare,
senza vergogna, senza
indugiare, perché la notte
raccoglie le ossa, le intenzioni.

C’è un solo vincitore
e anche quarant’anni
può durare la promessa,
il cammino che porta sin qui.




COSMOLOGIA

Non c’è ordine –
se abbaia il cane o sorride
il passante muto. Potrebbe piovere
o perdurare la tensione
d’un sentimento in ritardo.


Oggi potrebbe essere domani
e domani un intero anno
passato a rincorrere
le solite passioni, amare
parole, soltanto smarrimenti.

E devo dirlo che ti amo
anche se non è il verbo giusto:
troppa vita mi circonda
che l’eternità non basta,
ma un incoglibile frammento

di verità.




CERTEZZE

Il sospetto d’un pianto
allegro inumidisce di rugiada
le vetrate dell’anima, colori
pagati a caro prezzo.

Eppure trabocca
come un eccesso di gioia
la tua voce che discreta
non canta, ma sussurra indizi.

Chiamano le ginocchia,
come se fosse riposo, la terra.
E se così non ti posso vedere
è l’annuncio del tuo arrivo.

All’infinito balbetterò
fino a quando ci sarà vento,
fino a quando la tua pazienza
sarà per me memoria.


FATICHE

C’è una continuazione?
Si può attendere ancora
oltre il tempo maturo
della consegna? Cosa spinge
a fermarsi, quasi per verificare
che nulla sia rimasto
indietro, nulla dimenticato
dei doni ricevuti?

La si direbbe debolezza
umana, poiché anche l’albero
lo sa cosa deve fare
e il suo inno sorge esattamente
là dov’è, là dove è già
accaduto – senza cronache –
il rinnovarsi della vita.

È questa la fatica:
voltarsi indietro e continuare
a camminare, a salutare,
seguiti da uno sguardo
che non teme nessuna morte.


[Sergij, 11 ottobre ’22]

sabato 4 giugno 2022

LINELANDIA

In cerca, Alessandro Ramberti, Fara Editore, 2004-primavera 2022

di Sergio Fabbri

Nella prefazione a questa pubblicazione, in forma assai curiosa di piccolo rotolo nel quale a mo’ di gioco la k sostituisce ch e la ñ prende il posto di gn, Alessandro Ramberti dice che la poesia è ricerca. Probabilmente la frase è anticipata dall’affermazione che recita: “La vita è il desiderio di identità dei nostri diversi frammenti ke si ricercano nel tempo”. Che sia così è probabilmente vero e in ragione di tale probabilità non si può certamente confutare né l’intenzione né la spinta propulsiva di questa raccolta. Cerchiamo allora di vedere in quale ricerca l’autore si cimenta, utilizzando uno strumento poetico che, per antonomasia, costituisce sia il mezzo che il soggetto dell’indagine. 

Ovviamente, la forma del rotolo impone una progressione lineare, un procedere per memorie cronologiche, essendo praticamente impossibile fare collegamenti, andare avanti e indietro per riannodare parole, cenni, versi, muoversi a spirale nella lunga sequenza, perché ciò che ci viene presentato è probabilmente un cosmo monodimensionale, in cui la freccia del tempo è stata sostituita da un dire poetico che si muove come un treno sui binari. Magari è un treno che punta verso la West Coast e possiamo provare a raccogliere qua e là, a caso ma non troppo, qualche pepita d’oro.

La prima traccia, il luccichio di una pepita, è la virtù, una virtù indefinita che si ammanta di improbabilità. Forse, allora, dobbiamo già mettere da parte l’idea che saremo messi di fronte a oggetti nitidi e geometrici, perché l’autore inclina invece a qualcosa che si lascia appena intravedere, come tra i chiari di un bosco? Sembrerebbe di sì. Infatti, poco dopo dice di sperare nell’eco, cioè nel rimando di una voce (la propria? quella di un altro?) o di un suono più o meno casuale, con il quale in ogni caso non è possibile instaurare un dialogo. Si può solo ascoltare, ma ascoltare potrebbe di per sé essere una grande virtù.

C’è poi un’ansia che si aggira tra una vita avviluppata a un fine irrisolvibile o memorie che si attaccano a nuovi percorsi, “mentre fuori accadono altre cose / e scorre un altro / adesso”. La vertigine sembra prendere campo, perché in questa ricerca i punti di riferimento o spariscono o si smaterializzano dinanzi allo sguardo. Non per altro, le mura sono fatte di vento e i messaggi sono in attesa dentro le buste, pronti a essere inviati verso i quattro angoli della Terra come altrettante buone notizie. E anche le domande sono incartate in una cassa di vento in quanto, sembra di capire, ciò che è materiale e grezzo come una scoria rischia di indurire, se non il cuore, certamente il respiro.

Continuiamo a srotolare, un po’ sfiduciati di riuscire ad arrivare in fondo, perché non capiamo in che punto del rotolo ci troviamo. Sappiamo solamente di avere completato qualche tappa e che tante ancora ce ne rimangono. Del resto, siamo avvisati che i passi possono presentare delle incrostazioni calcaree che devono essere disciolte se volgiamo continuare il percorso. Per andare dove? Dove punterà questa ricerca poetica? Ecco che all’improvviso appare il deserto (chissà se di sabbia o distesa infinita d’anima) dove “là sarai senz’altro / il tuo universo”. Forse lo possiamo vedere come un luogo dove tutto può accadere, perché il poeta ci avvisa che “ci sono momenti / ke spostano date” o “un silenzio ke genera señali”.

Dobbiamo andare veloci, fare dei salti, in quanto qui e là la scrittura comincia a sparire, essendo stampata su carta per scontrini. È una poesia a tempo, che non ha paura di farsi trascendente e annidarsi in ricordi di ricordi di ricordi. Chi li ricorderà? Non importa, perché ci sono altre modalità che, a dispetto della paura di smarrirsi o di perdere gli allora del passato (umani cedimenti in chi per altro sa bene in quali acque si sta avventurando), fanno memoria: “i luoghi visitati mi hanno inciso / fino a fare di me topografia”. (Qui c’è stato un breve saltello avanti e indietro lungo il rotolo, una incongruenza per contribuire al tanto sale che si incontra in questi versi…)

Nei sette versi intitolati “La via” è necessario fare una sosta. Si potrebbe discutere a lungo su quanto segue: “Non mi soddisfa / un ordine caotico / né una fede autonoma / ke plaki l’entusiasmo”. Però, forse è sufficiente, per apprezzare l’intento dell’autore, evidenziare la delicatezza e la cautela con cui viene trattato un argomento di chiaro stampo teologico come questo. Lo sapevano bene anche poeti come Silesius quanto sia difficile scrivere in versi sulla fede senza diventare agiografici o melensi. Ma qui viene espressa con eleganza e decisione la lotta quotidiana tra merito e grazia, tra orgoglio e umiltà. Probabilmente. In un altro lampo leggiamo: “L’incerto ke libera gli eventi/ ci rende un po’ elusivi come dèi”. O ancora: “C’è solo una Presenza ke ci salva”. (Basta una P maiuscola per far capire tutto…)

Ancora più oltre, lungo il rotolo… Finalmente è possibile localizzare il viandante che con la poesia va alla ricerca della poesia, cioè della vita. Ed eccolo, nei versi che portano lo stesso titolo della raccolta, dubitare: “mi vedo / vagare nella steppa / – m’immergerò – accogliente – / nel tuo amore o via / scivolerò nel niente?” Chi l’avrebbe immaginato, verrebbe da dire. Una ricerca che alla fine sembra portare sì, non al punto di partenza, al quale non si può più tornare, a causa della monodimensionalità di questa avventura… Ma dove? È chiaro che ci siamo mossi, che l’autore da qualche parte ci ha trascinati, pur senza abbandonarci. Però, la ricerca sembrerebbe a questo punto più che altro un totale fallimento: che cosa abbiamo davvero trovato? Niente?

Non è così, fortunatamente. La poesia inizia proprio là dove sembra dissolversi. E i segni alla fine rimangono, anche se si ha la sensazione di non avere raccolto nulla lungo il percorso o di avere racimolato unicamente incertezze. In realtà, ci si può guardare allo specchio e constatare in un guizzo finale, in uno slancio lirico che… “Magari le rughe del volto / esternano i solki della corteccia / cerebrale e forse un po’ rivelano / il viaggio dei nostri sentimenti”.

Non rimane che riavvolgere il rotolo, conservarlo al buio affinché non svaniscano altre parole e… continuare la ricerca! 


 

martedì 16 agosto 2022

Un passo appena nell’Enchiridion celeste

di Sergio Fabbri


Hermes o un Angelo

Che una raccolta di poesie possa ancora arrivare con la posta, ha di per sé qualcosa di magico, oggi che tutto tende a essere essenzialmente digitale, privo di sostanza materiale, di corpo. È così che può giungere Enchiridion celeste di Alessandro Ramberti, un pacchettino bianco infilato in una cassetta battuta dal sole estivo e dal vento. Magia ulteriormente amplificata dalla veste grafica allo stesso tempo preziosa e delicata, come del resto nello stile consolidato dell’editore Fara. E da lì all’immersione istantanea nella lettura della intera raccolta, come in preda a un dolce incantesimo, non c’è soluzione di continuità. Queste righe, a loro volta, sono semplicemente uno dei tanti “dopo” che ne possono conseguire, andando dietro alle parole ponderate, equilibrate, ma anche folgoranti e vibranti della raccolta, con una tensione che raggiunge la superficie dell’esistenza dalle profondità più autentiche dello spirito e della materia. 

Il manuale della libertà

Come iniziare un discorso coerente? È possibile? Forse la poesia, al pari della preghiera, pretende un confronto serrato su ogni verso, su ogni termine, su ogni omissione, perché se è efficace, se comunica, non può lasciare il lettore così com’era prima che iniziasse a leggere. Trasportati in questo solo in parte dalla logica e dalla ragione, molto di più dai sentimenti e dalle emozioni, cioè dal “sentire”. E con le poesie di Ramberti tutto questo viene molto bene, tant’è vero che il commento che segue – a meno di diventare un tomo voluminoso di esegesi sull’Enchiridion celeste – si fermerà probabilmente sulla sola prima poesia, e cioè: “Libertà”. (Non un caso, questo titolo, si direbbe.)

Il fine

E già alla prima parola è necessario soffermarsi, vale a dire “fine”. Che ovviamente così, senza articolo, può fare pensare sia a “la fine” sia a “il fine”. Il significato più immediato sembrerebbe far propendere per il maschile, perché se pensiamo all’esistenza umana, a cui in effetti si riferisce, appare più ovvio pensare a qualcosa che comunque non conclude, che rimane aperto: non sappiamo quando abbiamo raggiunto “il” fine, lo scopo, della nostra vita né se, una volta raggiunto, ulteriori sviluppi sono ancora possibili. E dunque si tratterebbe di “un” fine che non conclude, che appunto lascia aperta la tanto desiderata (oltre che salutare balsamo per l’ansia) “via di fuga”. Il vivere spesso ci vuole intrappolare in reiterati soffocanti cul de sac, da cui è di solito difficile fuggire, ma verso i quali siamo sospinti proprio perché la vita è comunque rischio, scelta, ricerca di nuove emozioni. Ed ecco che il movimento vitale sembra essere costituito dallo sviluppo di una contraddizione che, se da una parte ci spinge a continuare imperterriti il viaggio alla ricerca del nuovo, dall’altra ci fa tremare di fronte alla eventualità di restare intrappolati per sempre in un destino irreversibile. Molto meglio sarebbe se, a quel punto, i vicoli ciechi fossero fatti soltanto di “polvere da rimuovere”. Ma c’è un prezzo da pagare, se poniamo dei limiti per così dire prudenziali? Alessandro è ottimista, a questo riguardo. E infatti, dice che c’è una certa sovrabbondanza di “vie di uscita”, anche se sta a noi scoprire dove si trovano. Possiamo immaginare che cosa il poeta intenda? Sì, conoscendo l’autore, possiamo immaginare a che cosa si voglia riferire: ma qui non lo dice e, se non lo dice, non possiamo forzarlo a una risposta, a una indicazione maggiormente precisa. Ci invita semplicemente a cercarla, questa “via di uscita”, ci invita a non desistere, a non lasciarci intrappolare innanzi tutto dalle nostre paure. In fondo, ogni attimo dell’esistenza altro non è che il ripetersi eterno della possibilità di cambiare, di evolvere, di trasfigurarsi.

La fine

Ma se la parola “fine” la intendiamo come femminile, che cosa succede? Forse a qualche lettore potrebbe sembrare una forzatura, a qualcun altro, invece, può essersi manifestato come una sorta di abbaglio che poi ha messo in crisi il concetto successivo: come può la fine di una esistenza rivelarsi come una possibilità non di una soltanto, ma addirittura di svariate “vie di fuga”? Se la vita è giunta alla sua conclusione, come può essere che ci vengano date ulteriori opportunità per “costruire un dedalo / che possa generare / sempre nuove emozioni”? Accettando un tale slittamento di significato, uno scossone quasi folle, una specie di sisma sintattico, veniamo proiettati decisamente in un’altra dimensione, dove non siamo più invischiati nelle solite trappole esistenziali della realtà terrena. E a conferma di questo, se pensiamo di doverci dare nuove prospettive alla fine del nostro percorso umano, giunge quel riferimento che altrimenti appare annullato nella sua ovvietà: “A noi viventi piace”. Perché qualificare la nostra natura come “viventi”? Forse Alessandro, con garbo e gentilezza, non ci sta parlando di un luogo in cui gli ostacoli sono qualcosa di polveroso e di facilmente rimuovibile, ma ci sta proiettando in un mondo qualitativamente differente, nel quale anche “la” fine della nostra esistenza può essere riscritta continuamente. Ed è con questo spirito che ci dobbiamo avvicinare a essa.

Il finale 

Naturalmente, il finale può essere ricercato unicamente tra le tante parole ispirate del manuale del poeta: “può essere un inizio / un dire sono qui”. Dove però – attenzione – quel dire è proprio di chi si sa mettere da parte e sa molto bene come praticare l’umiltà della parola profetica.

giovedì 30 giugno 2022

Dialogando con il presunto “angelo caduto” di Giuseppe C. Airaghi

di Sergio Fabbri


Quanto segue, non intende essere un commento agli ispirati e ispiranti versi dal titolo Monologo dell’angelo caduto di Giuseppe C. Airaghi (Fara 2022). È, invece, il dialogo nato spontaneo leggendo quelle poesie, appunti rapidi e non ragionati riportati a matita a margine delle pagine.
 

Omaggio a Win Wenders

… ma anche l’uomo è chiamato a uscire dalla propria condizione, cioè ad abiurare… perché interessa questa domanda? forse quando si fa una scelta del genere, si è disposti a non guardare più indietro: anche il pentimento può essere una tentazione…

Prologo

… ciò che è davvero “chiaro” non è “comprensibile” perché ancora stiamo ragionando e non ci arrendiamo all’evidenza… perché tendere a un “ritmo accettabile”? è giusto accontentarsi? probabilmente, è quella la funzione fondamentale delle parole (poetiche): condurre al “perdono” – ovviamente, è importante precisare di quale perdono si parla – parola tanto abusata quanto connaturata alla nostra essenza…

Prima parte

1

… è proprio così, cercare ovunque l’inizio del mondo! cosa è successo? è davvero questa la “vera” umanità? e se non di un risveglio alla triste realtà si tratta ma, viceversa, di un cedimento all’illusione che il mondo sia stato creato… imperfetto?

2

… forse da sempre (non soltanto a partire dai greci) pensiamo che la vita vera sia teatro e parliamo di rappresentazione e di protagonisti, come se fosse la salvezza… forse i miracoli non li pretendiamo più quando con meraviglia capiamo che la vita è un miracolo continuo…

3

… anche l’angelo soffre una dualità? e se l’angelo si fosse confuso? e se pensa che il bello dell’umano altro non sia in realtà che un… troppo umano, cioè già una deviazione dalla vera natura umana? davvero siamo uomini se lasciamo segni tangibili e, invece, non cerchiamo semplicemente di tornare a casa?

4

… sembra all’opposto che a parlare sia un uomo che si sforza di convincersi che non è possibile che in lui ci sia l’angelicum o, meglio ancora, il divinum…

5

… è proprio così (che l’angelo abbia rinunciato al tempo eterno)? esprimere giudizi è quello che l’essere umano fa abitualmente, ma non è l’unico atteggiamento possibile: al di là del giudizio si trova la chiave risolutiva: è come se l’angelo si creda innamorato delle qualità terrestri che non sono tra le migliori…

6

… talvolta si ha paura a nominare quello che si percepisce… c’è questa oscillazione tra un presente fatto di luci e ombre (in cui pare difficile scegliere un assetto definitivo) e un futuro a cui però non viene riconosciuta (per pudore? per vergogna?) alcuna dimensione escatologica, apocalittica… è come se la poesia ci sospendesse (o sorprendesse) eternamente in questa terra di mezzo…

7

… e nominandolo (il male) che cosa succede? e l’ingiusta condanna? davvero non tutto è perdonabile? considerato dove viviamo, avere indecisioni illegittime, è più che legittimo! magari il problema principale non sono i luoghi che scordiamo, quanto l’oblio costante di chi siamo…

8

… ma c’è un miracolo a cui non bisogna smettere di credere: l’incontro non atteso, l’evento apparentemente casuale di prossimità con l’Essere in cui siamo ciò che altrove non possiamo essere… ed è un miracolo non per la sua improbabilità, bensì perché, pur nella sua umile banalità, ci può condurre nel più alto dei cieli…

9

… questo è proprio – la gioia improvvisa e senza motivo – ciò che dovremmo osare chiamare con il suo vero nome: Spirito! poi ci possono essere “annunci” senza altra specificazione o notti non del tutto menzognere… ma perché pensare a parole senza ascoltatori, quando la parola è il segno originario che esistere è essere in relazione?

10

… l’idea che gli angeli non possano stupirsi è solo un nostro pregiudizio… è un inganno riuscitissimo del male quello per il quale il paradiso (terrestre o meno) era un luogo di noia e in fondo le imperfezioni sono il sale della vita… siamo noi a esserci autocondannati al ruolo passivo di spettatori paganti…

11

… è questo uno sguardo d’uomo o d’angelo? incantevoli versi rilkiani che portano ovunque…

Seconda parte

1

… se è vero come dice Bachelard che le parole poetiche hanno una natura ontologica, probabilmente è più suggestivo pensare che sono loro a spingere, a incoraggiare la mano nascosta…

2

… Cioran scrisse che uno dei vantaggi che invidiava ai credenti è la possibilità dell’eresia… forse dovremmo concederci un atteggiamento eretico in tutte le cose, anche le più banali, perché il dibattito  implacabile è la sola via certa che ci consente di cogliere dei bagliori di quel nucleo di verità che alberga dentro di noi… essere puro strumento non significa essere senza inventiva… il fatto è che nelle mani di Dio nessuno è un burattino – è il male a preferirci in questa veste, così come il potere… quello con Dio è un dialogo, Lui (ci) ascolta, perché non gli piace ascoltare dei semplici pappagalli…

3

… è questa la questione centrale: sapere dov’è la nostra casa e non sbagliare la strada che ci porta là… il difficile è che quei vuoti non sono mancanze, non sono nostalgie del passato: sono nostalgie di quello che, per una fatale distrazione, non abbiamo ancora vissuto…

4

… non esiste la solitudine – punto… si proietta sul passato il rimorso per come si è nel presente: per questo il nostro cuore resta in costante allarme… se la recita avesse un finale, si capirebbe che è una recita… salvezza è esattamente fuggire da quelle stanze, capire che non siamo di questo mondo…

5

… ma il fallimento è proprio smettere di leggere poesie, di scriverle, perché lì non c’è un obiettivo secondo i parametri consueti… poesia è un ritorno a casa che può essere ripetuto all’infinito, fino a quando si struttura in ricordo… rispetto a questo mondo, Gesù è stato inutile, ha fallito: ma qui sta la sua potenza, come nella parola poetica portata, soffiata dallo Spirito… da chi altro?

6

… ci si adegua agli equivoci quando si fa sentire la stanchezza dell’esistere… e quando ci adeguiamo, facciamo un torto maggiore all’altro o a noi stessi? un equivoco abbandonato a se stesso cresce per germinazione… in effetti, l’immensità della Creazione non è neutra – se è pacifica, vuol dire che agisce, dissolve tutti gli equivoci… l’equivoco ci fa perdere l’unico possibile senso di appartenenza…

7

… è divertente l’ambiguità di quel “parlar-si”, che quasi allude al fatto che un dialogo non c’è, che ognuno “si” parla (addosso), cioè continua a parlare con se stesso… un parlarsi che dovrebbe diventare un “parlar-ti”, finalmente… e, se “ti” parlo, vuol dire che sono stato in grado innanzi tutto di “ascoltar-ti”! rinunciare alle rinunce e, viceversa, accettare le scelte dell’altro…

8

… restare sé stessi (quello è ciò che determina la nostra coscienza, ci dicono, che ci dà consapevolezza)… eppure ritrovarsi così stranamente estranei quando ritroviamo oggettivizzati fuori di noi qualche nostro rimasuglio, qualche frammento di anima, che si rifiuta di rientrare in noi sotto forma di memoria… non è che magari siamo soprattutto quello che non siamo stati… mai?

9 

… eppure, a cercare bene, il volo della trapezista rimane per sempre – c’è qualcuno che si diverte un mondo a farci credere che di noi niente dura… eppure, qualcuno scriveva: “ciò che dura fondano i poeti”, proprio come fa Airaghi…

10

… riscrivere: “il presente è un punto in continuo movimento, immenso”… perché mai “effimero”? a causa del limite umano di misurarlo, di attribuirgli una dimensione? non potrebbe essere che il punto ha, invece, infinite dimensioni che soltanto un Essere più grande di noi può cogliere nella sua infinitesima incoglibilità? nella Storia non ci sono omissioni – quelle sono di pertinenza delle storielle raccontate dall’uomo, dove sempre a svanire è il meglio dell’umanità…

11

… è questo, esattamente, il luogo da cui (ri)cominciare: un luogo senza ingombri, in cui tutto quello che da sempre ci ha allontanati dalla nostra autentica natura inizia a farsi da parte, a svanire, a diventare polvere, a perdere consistenza… è proprio così che si inizia, consapevolmente, smettendo di cercarsi in quello che non c’è più, che non c’è mai stato…

12

… come dire che il nostro primo nemico siamo noi stessi – e c’è solo un intermediario che può farci fare pace, perché un terzo io non è dato… ci si può davvero perdonare da soli? o ci perdoniamo unicamente quando ci sentiamo perdonati?

13

… si può restare qui per sempre, invischiati in una rappresentazione teatrale “senza finale”, appunto… patendo un complesso d’inferiorità frutto di travisamento: infatti, la vita non è sofferenza… un orizzonte degli eventi attorno al quale orbitare per sempre… oppure? L’“oppure” c’è – ed è grande come… una casa!

14

… e iniziare a porle queste domande, senza vergognarsi di nulla? non c’è altro modo per sconfiggere l’autunno perenne che accettare lo scorrere delle stagioni, affidandoci a tutte quelle domande che hanno risposte soltanto… nel cuore.

Certo è che questo angelo appare dubbio, dubbioso, dubitante… umano alquanto! Grazie, Giuseppe…


martedì 12 luglio 2022

Diario de “L’albero” avellanita

Fonte Avellana, L’ALBERO

8-10 luglio 2022





Ho raccolto i miei pensieri per quella tre giorni di immersione totale, tra persone conosciute e mai incontrate, in quella cornice mistica del Monastero, tutti preparati su quell’unico soggetto, programmato da un anno: L’ALBERO.

Come sempre Alessandro riesce ad essere puntuale e a gestire queste circa 60 persone che intendono conoscersi e riconoscersi, che chiacchierano, si scambiano i convenevoli, titubanti sul come, “ti abbraccio?” “meglio di no”, “sì, sì, ne ho bisogno!”, “stiamo un po’ lontani”, e via discorrendo, ancora con le sirene delle ambulanze nelle orecchie, ancora con quel desiderio di uscire, di venir fuori da questa odiosa epidemia che ha separato anche gli affetti.

Siamo davvero tanti, qualcuno comincia a porsi domande del tipo “riusciremo a parlare tutti?”, ma Alessandro tranquillizza, come solo lui è capace di fare. Ci rassicura e ci chiede di essere puntuali e rispettosi verso chi ci dovrà seguire nelle presentazioni.

Comincia puntuale alle 15 di venerdì Tomaso Marazza: “l’argomento dell’albero, su internet, è il più vasto”. Ed è un susseguirsi di considerazioni che conducono a “ma cosa dice a noi l’albero?”.

Nel suo breve elenco ci comunica che l’albero è una condivisione degli alti e bassi della vita, come per esempio il salice piangente. L’albero come evocatore di sensazioni.

Segue il saluto di Dom Gianni Giacomelli che, dopo il benvenuto, ci stimola con una domanda: “qual è stato il vostro primo albero?”. Nei due giorni successivi tanti hanno risposto a questa domanda. Tra gli interventi, il mio è arrivato tra gli ultimi e me ne ero persino dimenticata. Dichiaro qui, ora, che il mio primo albero è stato un nespolo giapponese, insieme ad un albicocco e a due caki infruttiferi.

Luigino Bruni propone una visione dell’albero da un’altra prospettiva, quella economica. Si potrebbe partire dai due alberi dell’Eden, quello della Conoscenza del bene e del male e quello della Vita, tra loro ci sarà stata una cooperazione. Oggi siamo certi di questo: le piante dialogano tra loro, soprattutto tra specie uguali, partendo dalle foglie, una sorta di meccanismo digitale. L’albero non è gerarchico. Cosa succede in una comunità carismatica quando il socio fondatore muore? Dovrebbe passare da una conduzione animale ad una conduzione “vegetale”: ogni suo componente potrebbe avere un compito che va ad integrarsi con i compiti di tutti gli altri; inutile cercare un sostituto, sarà impossibile, c’è solo bisogno di una trasformazione, con la distribuzione dei centri vitali.

Natascia Ancarani ci spiega che la dimensione dell’anima è più vasta della psiche e che non sono i nostri stati d’animo a dare un’anima ad un luogo, ma piuttosto il luogo ci viene incontro e invita a fare un’esperienza.

“Tutto ciò che ci circonda è funzionale, cioè morto”. Cita Guerra e Pace, raccontando di un brano che richiama la sua esposizione e in questo modo rinnova l’importanza di una letteratura russa che si vuole a tutti i costi dimenticare, in questi nostri giorni tribolati.

C’è chi legge poesie, in endecasillabi, per esempio Davide Vallecchi, dal titolo Oltrepassato l’albero finale. Panorami dell’infanzia, degli alberi incontrati sul cammino.

Maela Bertazzo viene sostituita da Antonia Gualtiero, che legge un suo racconto “Dove il tronco è privo di corteccia”. Segue poi il suo intervento, alcune sue poesie che, dichiara, arrivano spontanee e improvvise.

David Aguzzi proietta l’immagine di un quadro di Frida Kahlo L’albero della speranza e descrive il disegno, la simbologia, tesse le lodi, come non bastassero mai, di questa donna che ha tanto sofferto, ma che ha fatto parlare molto di sé, scrittrice e pittrice eccelsa. 

Non riuscirò a scrivere di tutti, forse mi limiterò ad un mero elenco, ma ad un certo momento, gli interventi erano così pregnanti che la mia attenzione è stata completamente assorbita e ho necessariamente accantonato l’idea di scriverne, tanto era il desiderio di comprendere fino in fondo ciò che ci veniva comunicato.

Monica Fabbri ci ha letto Piccoli alberi crescono, poi Alberto Fraccacreta ha citato Philippe Jaccottet, poeta che ha narrato gli alberi ed era così schivo e umile da dichiarare: “più invecchio e più cresco in ignoranza”, frase che ho memorizzato e che faccio mia.

Un intervento che mi ha particolarmente colpita è quello di Subhaga Gaetano Failla. Cominciato dolcemente, ci ha condotti alla comprensione di un grave torto che ha subito l’umanità, in special modo noi italiani. Le sue motivazioni sono tali e tante che è impossibile non dargli ragione. Questa epidemia, dall’origine ancora incerta, ha lasciato profonde ferite tra le persone, non solo fisiche. Il termine “green pass”, secondo lui, è più corretto se scritto “greed pass”, avidità di corpi umani.

È la volta di un entusiasta degli alberi, tanto da arrampicarcisi ovunque, in tutto il mondo, persino oggi, all’età di 72 anni, senza timore, con reverenza, con affetto. Cesare Sartori ha illustrato tutto il suo percorso tra i giganti verdi e ha classificato certi alberi che gli suggerivano gli stati d’animo.

I gelsi sono gli alberi della solitudine; i carpini neri quelli dell’amicizia; i tigli e gli aceri sono gli alberi dell’impegno sociale e solidale, mentre il faggio australe è l’albero dell’avventura, infine l’ulivo che è l’albero dell’amore. Curioso e lodevole tutto il suo percorso, anche per l’impegno sociale.

Fabio Cecchi ci parla della poesia e storia della poesia in John Claire e Marceline Desbordes.

Poi è la volta di Caterina Trombetti che dichiara tutta la sua gioia per questi incontri annuali che la fanno sentire tra simili. Lei, amica di Mario Luzi, col quale ha collaborato a lungo, ha imparato ad apprezzare questi incontri che consentono a tanti amanti della letteratura di confrontarsi. Legge una sua poesia Un albero a febbraio.

L’interveto di Stefano Martello verte a suoi ricordi, momenti che ha fissato nella memoria e che ha elencato e raccontato elencando questi quattro punti fondamentali, che ricordano altrettante figure importanti della sua vita:

  1.  L’uomo dei boschi
  2.  La donna delle lettere
  3.  L’uomo dagli occhi verdi
  4.  La donna del sorriso e della risata

Queste figure hanno dato, di volta in volta, nella sua vita, un cambiamento importante, percepito in seguito, ma che ha contribuito alla sua formazione adulta.

Mirca Carrozzo dichiara che l’abete bianco è il suo albero, il confidente e legge suoi brani.

Salvatore Ritrovato, per poter introdurre il suo intervento, ha perimetrato gli stimoli sul tema e ha citato Arboreto salvatico di Mario Rigoni Stern, spiegando che non è silvatico, né selvatico, ma salvatico per un motivo ben preciso. Cita film e autori importanti, come Primo Levi e uomini che hanno lasciato un’impronta nella storia degli alberi, anche se inascoltati, come Chico Mendez. Graziella Sidoli, oltre a parlare del suo libro Il male dei tigli, coinvolge i presenti nella lettura di alcune poesie, creando un momento di scambio tra di noi.

Massimo Pulini, ex assessore di Rimini, illustra, anche con proiezioni, l’opera meravigliosa di Marilena Pistoia, che ebbe la fortuna di conoscere e con la quale condivise l’impegno lavorativo. È la volta di un intervento singolare: una famiglia si mette in gioco leggendo le caratteristiche di diversi alberi: quello genealogico, quello di Pitagora, quello della pace, il caki, che è alto, ha una bella chioma, non è invaso da parassiti e tra i suoi rami nidificano diverse specie, le foglie sono decorative e quando marciscono nel terreno diventano un ottimo concime naturale, mentre se bruciato, il legno, sprigiona un buon aroma.Nell’elencazione partecipano mamma Silvia, papà Mirco e Andrea.

“Come un albero”, similitudini, di Gianni Iasimone e poi Antonella Giacon che ha proiettato opere di bambini, dei quali è insegnante, sull’argomento alberi.

E che dire dell’Albero di Lorenzo? Gianni Criveller ci mostra il suo albero genealogico, risalente al 1500, che si materializza in un albero vero dedicato al padre, intorno al quale, ci racconta, ogni anno si riunisce tutta la sua numerosa famiglia. Durante l’epidemia, costretto coi suoi seminaristi alla quarantena in seminario, decide di dedicare a Etty Hillesum l’albero al centro del cortile, L’albero di Etty.

Nino di Paolo, lombardo, impegnato nel sociale quale amministratore, ci spiega che la vita che nasce è ben rappresentata dall’albero, che prosegue nella sua riproduzione attraverso i rami, mentre le radici affondano ancora in quel brodo primordiale che le ha viste generarsi.

Un invito a tornare al canto da Gianpaolo Anderlini, intima essenza di ogni vita e ogni cosa. L’uomo deve imparare dall’albero e il suo primo albero è il melograno.

Giorgio Iacomucci racconta che il verde è la speranza e che ha realizzato un giardino in nome della compagna scomparsa, Daniela Marcolini; di questa esperienza racconta nel suo libro Un giardino per Daniela.

E seguono Giorgio Pisano, sacerdote, racconta e illustra i simboli del pellegrino: la bisaccia e il bastone. Mettersi in cammino vuol dire aprirsi al mondo, aprire la mente, altrimenti si rischia di diventare campanilisti, nazionalisti e razzisti.

“La meta è partire”. Cita l’amarezza di Primo Levi in Se questo è un uomo, dove si può leggere: “voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case…”.

Altri importanti interventi dei quali mi sono gustata la narrazione senza prendere appunti, come quello del Priore Gianni Giacomelli. Le letture di Silvia Favaretto e Cristina Bovolenta in “Floema Poema”, o le splendide citazioni di Massimiliano Bardotti e Gregorio Iacopini. Che dire delle sempre spassose performance di Roberto Battestini che cerca, con l’ironia di guarire ancora vecchie ferite. 

La domenica è giunta in fretta e mi ha fatto conoscere Sergio Fabbri, discreto e un po’ schivo, che ha raccontato qualcosa sulla sua recente conversione, rimandando ad un librino da lui pubblicato volutamente senza l’autore in copertina. E ancora Manuel Cohen con la sua saggistica poetica e alcune letture in italiano e in dialetto campano. Alessandro ha coinvolto Gregorio per leggere L’albero dolomitico, una delle sue ultime poesie. 

Io stessa, tra tanti interventi ricchi e importanti, ho esposto il mio, sempre timorosa di rubare tempo agli altri, spero sia stato apprezzato. Il mio rammarico per non aver potuto ascoltare nel pomeriggio di domenica l’intervento di Andrea Parato e infine quello di Claudio Fraticelli, che sicuramente leggerò dall’antologia, pronta a breve dal nostro Alessandro.

Mi scuso se ho dimenticato qualcuno o qualcosa di importante, come, per esempio, il balletto del Tempo favorevole dedicato al Verde e alla natura e la bella mostra di opere realizzate in argilla da Lorena Tiezzi ed esposte nella sala di accesso allo scriptorium.

Un grazie di cuore a tutti per la splendida esperienza. Aspetto il titolo del prossimo anno. [È stato scelto quello proposto da Silvia, Mirco e Andrea: Fonte/Sorgente, nde]


martedì 8 maggio 2012

Renata Morresi e Massimo Sannelli tra i vincitori del “Città di Forlì”



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Premio Letterario Nazionale “Città di Forlì”
9ª Edizione - 2011

Premio Sandra Mazzini per la poesia inedita

La giuria del premio “Sandra Mazzini” per la poesia inedita, composta da: Daniele Baldinotti, Miro Cortini, Anthi Koumoushi, Giulia Monti, Luana Pagan, Daniele Perdisa dopo approfondita e ripetuta analisi dei numerosi testi giunti, all’unanimità ha dichiarato vincitore Stefano Serri di Fiorano (MO), seconda classificata Fulvia Marconi di Ancona, e terzo classificato Giuseppe Vetromile di Madonna dell’Albero (NA). Segnalati: Rita Mazzon di Padova e Carla Tombacco di Trevignano (VE). Gli altri poeti inclusi nella rosa dei finalisti sono: Elisabetta Comastri di Spoleto (PG), Marilena Ferrone di Sant’Eusanio Forconese (AQ), Angelamaria Golfarelli di Forlì, Loretta Stefoni di Civitanova Marche (MC), Oliviero Widmer Valbonesi di Diegaro (FC).

Per il Premio “Renzo Camporesi” riservato agli under 14, sarà consegnata una targa alla Seconda E ed una alla Seconda F della Scuola secondaria di 1° grado “Via Ribolle” sede P. Zangheri, per lo stimolo verso la poesia dato dalla Prof.ssa Patrizia Campri ai suoi alunni, che hanno dimostrato interesse e nella maggior parte anche buone capacità.

Il Premio “La Còcla” del Centro Educazione Ambientale di Forlì è stato assegnato a: Federica Bagnolini di Forlì, di anni 12, (classe II E, scuola “Via Ribolle”) per la poesia “Le cose che fanno la pace, il sole che splende”.


Premio Jacopo Allegretti per la traduzione di poesia

Per la sezione: Premio “Jacopo Allegretti” per la traduzione di poesia, riservata quest’anno alle lingue: francese, portoghese, spagnolo, inglese, la giuria composta da: Gloria Bazzocchi, Giorgio Casadei Turroni, Anabela Cristina Costa da Silva Ferreira, Adele D’Arcangelo, compiaciuta del buon livello delle traduzioni giunte, dopo avere esaminato con grande professionalità il lavoro dei partecipanti ha dichiarato vincitrice Marta Rota di Stezzano (BG) per la traduzione dallo spagnolo di Maria Beneyto, seconda classificata Valentina Chiesa di Alba (CN) per la traduzione dall’inglese di Craig Morgan Teicher e terza classificata Anna Paola Borghini di Ancona per la traduzione dal francese di Charles Baudelaire; segnalati: Giuseppe Armani di Fiorenzuola d’Arda (PC) per la traduzione dal francese di Gérard Titus-Carmel e Massimo Sannelli di Genova per la traduzione dal francese di Arthur Rimbaud.


Premio Irene Ugolini Zoli per la prefazione a un libro di poesie

Claudia Bartolotti, Tebe Fabbri, Luciano Foglietta, Wilma Malucelli, Ariella Monti, Maria Filippa Zaiti, componenti la giuria del Premio "Irene Ugolini Zoli" per la prefazione a un libro di poesie, a seguito di seria e approfondita valutazione delle prefazioni ai volumi concorrenti, che in gran percentuale sono risultate di alto livello sia per la scrittura che per le conoscenze culturali, ha stilato la seguente classifica: 1° Marco Federici Solari e Lorenzo Flabbi di Roma per la prefazione a "Prima lingua" di Ciaran Carso – Del Vecchio Editore, 2° Paola Del Zoppo di Bracciano (RM), per la prefazione a "Con l'avallo delle nuvole" di Hilde Domin – Del Vecchio Editore, 3° Renata Morresi di Macerata per la prefazione a "Neve nel bicchiere" di Franceso Accattoli - FaraEditore. Segnalati: Marco Furia di Genova per la prefazione a "Tra Es" di Bruno Conte, Edizioni L'Arca Felice e Valeria Serofilli di San Giuliano Terme (PI) per la prefazione a "Dentro il diluvio" di Narda Fattori, puntoacapo Editrice.


Premio Foschi Editore per il romanzo inedito

La giuria del Premio "Foschi Editore" per il romanzo inedito, composta da: Andrea Barbieri, Paolo Cortesi, Gianluca Gatta, Maria Teresa Indellicati, Jenny Laghi, Cesarina Lucca, Marco Mazzoli, Rosanna Ricci, piacevolmente sorpresa dell'alto livello complessivo delle opere partecipanti che ha reso più arduo il lavoro di selezione, dopo una dettagliata disanima e una valutazione particolareggiata ha designato quale vincitore: Valentino Ronchi di Melzo (MI) autore del romanzo "Si ricordi B.T.", seconda classificata è risultata Maria Grazia Nemour di Borgiallo (TO) per il romanzo "La rincorsa dell'aquilone", e al terzo posto ex aequo Luigia Bencivenga di Bologna per il romanzo "Il sonno di piuma" e Angelo Cappelli di Forlimpopoli (FC) per il romanzo "Tra poeti e beccai".
Segnalato: Giorgio Diaz di Firenze per il romanzo "Noir de Bruges".



Premi

Al primo classificato:
della sezione a) pubblicazione di una silloge di poesie a cura del Centro Culturale L'Ortica;
della sezione b) pubblicazione di un corpus, con testo a fronte, dell'autrice tradotta, a cura del Centro Culturale l'Ortica
della sezione c) opera dell'artista Irene Ugolini Zoli
della sezione d) pubblicazione dell'opera da parte della "Foschi Editore".

Ai secondi e terzi classificati:
opere pittoriche di Giovanni Fabbri e, offerte dall'Avis, di Sergio Celetti, Maria Grazia Frattini, Giovanni Montanari e Andrea Tuozzo, ed opere in ceramica offerte dall'Associazione Blu Pavona di Forlì; ai segnalati un omaggio da parte della sezione orticadonna e libri; ai finalisti libri e un omaggio simbolico offerto dall'orticadonna.
A tutti sarà inoltre consegnato un artistico diploma.







giovedì 15 ottobre 2015

Giovanni Dino presenta l'antologia I Poeti e la crisi a “Il verso della trama”, Rimini 27 nov 2015

Fara Editore in collaborazione con








Presenta il ciclo di incontri con narratori, poeti e…

“Il verso della trama” 


Semiramide



presso la splendida Sala degli Arazzi
via L. Tonini, 1


ogni trama ha almeno un verso 
e i versi più di una trama

Opera senza titolo di Lucia Nanni, tela di canapa con filo nero





venerdì 27 novembre 2015 alle ore 17.00


Giovanni Dino

presenta

I Poeti e la crisi





“Con I poeti e la crisi abbiamo voluto proporre un’operazione culturale, rivolta ad autori desti e coraggiosi, disposti ad un impegno creativo, ma anche – e perché no? – foriero di stimolanti idee e consigli, di qualche utile suggerimento, che in ogni caso aiutasse a riflettere, a prendere coscienza, in modo pacifico e democratico, di un grave problema del Paese. La poesia ha sempre qualche risorsa impensabile. Dunque non un coro di lamentazioni, non uno sfogatoio personale o collettivo, non uno strumento di guerra o di vendetta, né un’occasione per puntare l’indice verso qualcuno o qualcosa. Nemmeno un’occasione per una poesia incipriata per ritrovarsi dentro un libro come in un club, per leggersi e farsi leggere. Abbiamo voluto che fosse un documento-testimonianza, un modo di scendere in campo. E anche una risposta a chi, fra venti o trent’anni, si trovasse a chiedersi cosa avessero fatto i poeti di oggi in un’Italia investita da un uragano, prostrata da un impoverimento di massa. Un poeta vive la realtà di ogni giorno e quella di ognuno.” (dalla Nota introduttiva del Curatore)



Giovanni Dino è nato a Palermo nel 1959, vive ed opera a Villabate (PA). Reputa sua vera scuola le molteplici esperienze di vita con persone di diversa levatura sociale e culturale e la loro amicizia. Ha frequentato corsi di teologia e studi biblici dedicandosi anche a diversi approfondimenti filosofici sul Bene e sul Male, sul Bello e sul Buono, a studi sulla poesia nazionale contemporanea dal dopoguerra ad oggi e su poeti palermitani, molti dei quali conosciuti e frequentati. Cattolico, aperto ecumenicamente verso tutte le fedi religiose. Ha pubblicato: La parola sospesa (1995); Ritorneremo (I Cavalieri dello Spirito) (1998); Anima di gatto (2002); E ritorno a te (2004); Un albero che nutre la terra di cielo (2007), 11-12-13 (2013) con Nicola Romano; La nascita di una idea (2015). Ha curato l'Indice Generale 1986-2003 degli autori della rivista «Spiritualità & Letteratura» (2003); gli Editoriali di «Spiritualità & Letteratura» (2006) e Nuovi Salmi con G. Ribaudo (2012). Presente in varie antologie di poesie e dizionari di autori, collabora a diversi periodici e riviste letterarie.

L'Antologia contiene versi di: Ennio Abate, Massimo Acciai, Nino Agnello, Domenico Alvino, Filippo Amadei, Giovanni Amodio, Brandisio Andolfi, Amedeo Anelli, Sandro Angelucci, Cristina Annino, Lucianna Argentino, Vincenzo Arnone, Andrea Barbazza, Antonella Barina, Arnaldo Baroffio, Maurizio Barracano, Mariella Bettarini, Gabriella Bianchi, Donatella Bisutti, Rino Bizzarro, Silvana Blandino, Paola Bonetti, Anna Maria Bonfiglio, Marisa Brecciaroli, Lia Bronzi, Ferruccio Brugnaro, Luigi Bufalino, Franco Campegiani, Caterina Camporesi, Maria Cannarella, Domenico Cara, Maria Licia Cardillo in Di Prima, Mariella Caruso, Franco Casadei, Maria Gisella Catuogno, Augusto Cavadi, Viviane Ciampi, Grazia Cianetti, Domenico Cipriano, Pietro Civitareale, Carmelo Consoli, Anna Maria Curci, Salvatore D’Ambrosio, Antonio De Marchi Gherini, Jole de Pinto, Luigi De Rosa, Marco Ignazio de Santis, Adele Desideri, Rosaria Di Donato, Felice Di Giacomo, Carmelo Di Stefano, Emilio Diedo, Giovanni Dino, Angela Donna, Antonella Doria, Gianfranco Draghi, Germana Duca, Pasquale Emanuele, Gio Ferri, Giovanni Fighera, Luigi Fioravanti, Zaccaria Gallo, Sonia Gardini, Serenella Gatti Linares, Daniele Giancane, Mariateresa Giani, Eugenio Giannone, Filippo Giordano, Agnese Girlanda, Elio Giunta, Enza Giurdanella, Grazia Godio, Eugenio Grandinetti, Maria Luisa Gravina, Francesco Graziano, Diego Guadagnino, Gianni Ianuale Alfio Inserra, Carmine Iossa, Gianfranco Isetta, Giuseppe La Delfa, Stefania La Via, Giuliano Ladolfi, Alessio Laterza, Enrico Mario Lazzarin, Maria Grazia Lenisa, Maria Lenti, Aldino Leoni, Giacomo Leronni, Salvatore Li Bassi, Nicola Licciardello, Stefano Lo Cicero, Gianmario Lucini, Francesca Luzzio, Mauro Macario, Annalisa Macchia, Marco Giovanni Mario Maggi, Roberto Maggiani, Gabriella Maleti, Angelo Manitta, Nunzio Marotti, Sara Martello, Viviana Mattiussi, Vito Mauro, Senzio Mazza, Anita Menegozzo, Alda Merini, Giancarlo Micheli, Alena Milesi, Ester Monachino, Marina Montagnini, Ardea Montebelli, Alberto Mori, Maria Pia Moschini, Lorenzo Mullon, Antonio Nesci, Clara Nistri, Sergio Notario, Guido Oldani, Claudio Pagelli, Giacomo Panicucci, Nazario Pardini, Ezio Partesana, Guido Passini, Edoardo Penoncini, Guglielmo Peralta, Rosanna Perozzo, Mariacristina Pianta, Andrea Piccinelli, Laura Pierdicchi, Domenico Pisana, Marina Pizzi, Giorgia Pollastri, Paolo Polvani, Davide Puccini, Paolo Ragni, Alessandro Ramberti, Enzo Rega, Gianni Rescigno, Flora Restivo, Alain Rivière, Nicola Romano, Mario Rondi, Angelo Rosato, Ottavio Rossani, Ciro Rossi, Pietro Roversi, Stefano Rovinetti Brazzi, Marcella Saggese, Anna Santoliquido, Loredana Savelli, Marco Scalabrino, Maria Teresa Santalucia Scibona, Antonio Scommegna, Liliana Semilia, Giancarlo Serafino, Luciano Somma, Italo Spada, Antonio Spagnuolo, Santino Spartà, Marzia Spinelli, Lorenzo Spurio, Fausta Squatriti, Gian Piero Stefanoni, Anna Maria Tamburini, Luigi Tribaudino, Carmela Tuccari, Luca Tumminello, Adam Vaccaro, Mario Varesi, Anna Ventura, Emanuele Verdura, Anna Vincitorio, Ciro Vitiello, Fabrizio Zaccarini, Carla Zancanaro, Adalgisa Zanotto, Guido Zavanone, Lucio Zinna