Silvia Favaretto finalista al Kerasion!

Complimenti a Silvia Favaretto finalista con I monologhi della bambola vudù al premio Kerasion 2022. Ad maiora!






“qualcosa di buono è rimasto”

Giuseppe Carlo Airaghi, La somma imperfetta delle parti, Ladolfi 2021, Prefazione di Giuliano Ladolfi

recensione di AR

Come abbastanza spesso amo fare, inizio il mio viaggio in queste pagine di poesia, a ritroso: “… Ho il fondato sospetto / che al ragazzo che sono stato / non sarebbe piaciuto l’adulto che sono” (p. 122). Così si chiude questo intenso inventario di incontri, eventi, sensazioni, riflessioni. A p. 111 troviamo questa dichiarazione: “Lasciare passare tutto sottotraccia / evitare attriti che inneschino incendi / nella consueta meditazione irrisolta / tra le verità che sono in grado di recitare / e quelle che non posso pronunciare”. Qualche pagina prima (alla 106) troviamo questi versi dai rimandi paolini: “Se non confidassimo cocciuti / in ciò che ci ostiniamo a definire amore / saremmo campane senza suono”. Come anche questi tratti da Quinto frammento (p. 91): “… finché perdurerà il rimorso / ci tormenterà il peccato”. Mentre un esplicito riferimento al testo sacro lo troviamo ne La notte di San Lorenzo (p. 83): “È inutile che precipitino stelle, / nessuno davvero crede / alla realizzazione dei desideri. // La notte è spietata e ottusa / come certi passi della bibbia, / imbarazzanti persino per i preti”. Ed evidenti echi del Qohèlet li abbiamo ne Le nuvole (p. 81): “Le nuvole non sono meno vane / di noi che le guardiamo disfarsi. / Solo più veloci e discrete come / l’odore di questi fiori sfiniti / recisi nei vasi.”

Il canzoniere è scandito da struggenti immagini sapienziali: “Lo sgombro piazzale ha il respiro / delle notte spalancate sul cielo / e i lampioni si mangiano le stelle” (Insonnia, p. 76); “Certo non sarà semplice nominare / (…) / tutto lo sforzo profuso per approdare / a questo bordo precario del tempo” (La persecuzione della memoria, p. 65); “I ragazzi confidano nell’assoluto / senza la coscienza di una fede, / abiurano il futuro e passato, / credono eterno il presente” (I ragazzi, p. 60); “Smussare il filo tagliente dell’arma, / rendere opaca la superficie, / gli avvenimenti indefiniti, / i personaggi interscambiabili / con la solita scusa dell’universalità” (Promemoria #2, p. 59); “La somma imperfetta delle parti / porta a un totale che non basta” (dalla poesia eponima, p. 54); “A noi incapaci di eroismi / non rimane che scavare nei torti dei morti / per dissotterrare le parole spolpate, definitive” (25 Aprile, p. 49); “Persuaso che omettere e tacere / siano lo stesso accidente o destino / visto venire di fronte / o allontanarsi di spalle” (Precauzioni ed avvertenze, p. 43); “L’ultimo scompartimento del treno / è luogo riservato agli ultimi, / (…) / in bilico tra la sopravvivenza, la rivolta / e la normalità anormale / di uomini dal destino segnato / e uomini senza neppure un destino / a cui affidare il peso del corpo nel viaggio” (L’ultimo scompartimento, p. 22).

C’è un‘acuta capacità in Giuseppe Carlo di calarsi nel dettaglio, nell’anima delle cose (come ricorda Ladolfi nella sua empatica prefazione citando Simone Weil). Eccone qualche esempio: “I marciapiedi di viale Rembrandt / non conoscono la sotterranea pazienza del seme, / il suo desiderio di acque, / l‘ostinata ambizione di fronde e di frutti” (Viale Rembrandt, pp. 17-18); “Colpisce le viscere, / prima ancora che la ragione, / lo strillo animale dell‘ambulanza” (Lo strillo dell’ambulanza, p. 19). Così come c’è una carica spirituale, ovvero un rapporto con la realtà in cui ci troviamo sempre in cerca, desiderosi di risposte che sappiamo che sappiamo non potranno mai essere esaustive, perché noi stessi siamo domande in cammino (“Il poema del cammino” è la sezione conclusiva del libro di Airaghi), e dal cammino otteniamo risposte in fieri, passo dopo passo. E questo alimenta la nostra curiosità, è lo spazio della libertà che ci consente di “errare” ma, se siamo consapevoli de labirinto in cui gli eventi e le scelte ci hanno immerso, se  riusciamo a godere degli squarci di bellezza  che illuminano anche i percorsi più bui, accidentati e faticosi, se riconosciamo la nostra preziosa piccolezza… saremo allora in grado di apprezzare anche l’unicità degli altri, di percepire un mistero che avvolge gli incontri, un aura che profuma di gratuità i nostri gesti di attenzione ed empatia e alimenta quel trasporto disinteressato e decentrato che può essere un altro nome dell’amore (cfr. Il nido delle rondini, p. 21: “Il nido delle rondini stava / sotto il colmo del tetto, dirimpetto / alla mia finestra di ragazzo. / (…) / ‘I vicini hanno ucciso la primavera’ / scrissi sopra un quaderno a righe. // (…) / non ho mai perdonato / fino ad oggi, che ho veduto / giovani rondini costruire un nuovo nido / (…) / Ora che ricordato / posso finalmente perdonare.”

PS Il titolo di questa recensione è tratto da Le canzoni stonate, p. 63.

L'imbrunire è quell'ora indecisa

 


L'imbrunire è quell'ora indecisa
tra la luce non rassegnata a perire
e il buio senza coraggio per sorgere,
odo tralci di vite selvaggia
rampicarsi lungo la schiena
della luna piena di giugno

e la cecità serale
prendermi gli occhi ormai freschi
non più arsi di città, dove caldi mattoni
conservano i raggi del meriggio

come batterie pensate per corpi pentiti
fino allo sgocciolio di mezzanotte
e oltre, pensiero insonne che tortura
l'anima indigesta e reflussa
si sveglia senz'aria, affogata
dagli acidi della vita di giorno.

Ho fede nei tralci, arriveranno
un giorno, senza pretenderlo
a donarmi grappoli d'uva fragola
progenie di quella rubata all'infanzia

a essere finalmente domata
anno dopo anno
stupore dopo stupore per le rinnovate foglie
s'allunga la speranza
verso il sole dell'attesa
paziente stagione dell'essere,
incontro tra mani sistine
tra dio e l'uomo in questo inferno.

...



Michele Nigro, nato nel 1971 in provincia di Napoli, vive a Battipaglia (Sa) dal 1978. Si diletta nella scrittura di racconti, poesie, brevi saggi, articoli per giornali e riviste. Ha diretto la rivista letteraria “Nugae – scritti autografi” fino al 2009. Ha partecipato in passato a numerosi concorsi letterari ed è presente con suoi scritti in antologie e periodici. Nel 2016 è uscita la sua prima raccolta poetica – che ama definire “raccolta di formazione” – intitolata “Nessuno nasce pulito” (edizioni nugae 2.0). Ha pubblicato “Esperimenti”, raccolta di racconti; il mini-saggio “La bistecca di Matrix”; nel 2013 la prima edizione del racconto lungo “Call Center”, nel 2018 la seconda edizione “Call Center – reloaded” e la raccolta “Poesie minori. Pensieri minimi”. Nel 2019, per i tipi delle Edizioni Kolibris, viene pubblicata la raccolta di poesie intitolata “Pomeriggi perduti” (collana di poesia italiana contemporanea “Chiara”), che è anche il nome del suo blog. È del 2020 il volume 2 della raccolta “Poesie minori. Pensieri minimi”; nel 2021 la terza e ultima silloge dei materiali di risulta. Alcune sue poesie sono state tradotte in portoghese, inglese e spagnolo.  

IT'S FRIDAY | Daìta Martinez: alcune poesie da "Liturgia dell'acqua"

 
















l’educazione al riguardo è sottilissima

sponda affusolata nelle crepe composte

del cantico risorto quasi una stortura

del passo l’innocente meraviglia di una

gatta intenta nell’intento di cucire quel

buco ingombrante delle scarpe scolate

a filo d’erba per dono materno al guaire

moderno dell’ultima assonnata formica




***




sospingendo destini l’aria scodella le

luci sul porto una stanza nel sonno si

punge d’improvviso merlo del soffitto




***




a mano recidere dovrebbe qui silenzio

e s’allaga e s’ombra e non muove da

muovere che s’inverna minima chiosa

la cena dentro l’arcata al di dentro dei

limoni tondi rotonda una caduta tonda

ripasso sparso lì sparso che si dice sia

l’avverbio a frugare tra le gambe il sole

bambino per strada e qualche moneta

avvolta sulla pancia di una trottola la

primissima volta di un bacio il risvolto

del soggiorno la luce di traverso come

ombelico mangiato d’un fiato col fiato

morbidissimo la tazzina del caffè quel

primo piano dimenticato che nascosto

si lascia ninnare dalla tenerezza di Dio




***




zanna bianca ha il cuore della neve

l’odore del gelsomino ruba il verso




***



la paura subito la paura

si disfa dai rivolti la luna

                    è bellissima





Daìta Martinez, palermitana, ha pubblicato con LietoColle (dietro l’una), 2011, segnalata alla V Edizione del Premio Nazionale di Poesia “Maria Marino”, e nel 2013 la bottega di via alloro.  Vincitrice - sezione dialetto - del 7° Concorso Nazionale di Poesia Città di Chiaramonte Gulfi, è stata finalista, per l’inedito in dialetto, della 44° edizione del Premio Internazionale di Poesia Città di Marineo. Inserita nell’Almanacco di poesia italiana al femminile “Secolo Donna 2018”, edizioni Macabor, nel 2019 ha pubblicato la finestra dei mirtilli, suite poetica stilata con il poeta comisano Fernando Lena, Edizioni Salarchi Immagini, il rumore del latte, Spazio Cultura Edizioni, e nutrica, LietoColle. È vincitrice del Premio Macabor 2019 - sezione raccolta inedita di poesia - con pubblicazione, ‘a varca di zagara in dialetto siciliano. Nel 2020 è stata finalista - sezione raccolta inedita - della 34° edizione del Premio Lorenzo Montano. Nel 2021 ha pubblicato Liturgia dell’acqua, Anterem Edizioni, e Le madri, haiku, Edizioni dell’Angelo.

Dialogando con il presunto “angelo caduto” di Giuseppe C. Airaghi

di Sergio Fabbri


Quanto segue, non intende essere un commento agli ispirati e ispiranti versi dal titolo Monologo dell’angelo caduto di Giuseppe C. Airaghi (Fara 2022). È, invece, il dialogo nato spontaneo leggendo quelle poesie, appunti rapidi e non ragionati riportati a matita a margine delle pagine.
 

Omaggio a Win Wenders

… ma anche l’uomo è chiamato a uscire dalla propria condizione, cioè ad abiurare… perché interessa questa domanda? forse quando si fa una scelta del genere, si è disposti a non guardare più indietro: anche il pentimento può essere una tentazione…

Prologo

… ciò che è davvero “chiaro” non è “comprensibile” perché ancora stiamo ragionando e non ci arrendiamo all’evidenza… perché tendere a un “ritmo accettabile”? è giusto accontentarsi? probabilmente, è quella la funzione fondamentale delle parole (poetiche): condurre al “perdono” – ovviamente, è importante precisare di quale perdono si parla – parola tanto abusata quanto connaturata alla nostra essenza…

Prima parte

1

… è proprio così, cercare ovunque l’inizio del mondo! cosa è successo? è davvero questa la “vera” umanità? e se non di un risveglio alla triste realtà si tratta ma, viceversa, di un cedimento all’illusione che il mondo sia stato creato… imperfetto?

2

… forse da sempre (non soltanto a partire dai greci) pensiamo che la vita vera sia teatro e parliamo di rappresentazione e di protagonisti, come se fosse la salvezza… forse i miracoli non li pretendiamo più quando con meraviglia capiamo che la vita è un miracolo continuo…

3

… anche l’angelo soffre una dualità? e se l’angelo si fosse confuso? e se pensa che il bello dell’umano altro non sia in realtà che un… troppo umano, cioè già una deviazione dalla vera natura umana? davvero siamo uomini se lasciamo segni tangibili e, invece, non cerchiamo semplicemente di tornare a casa?

4

… sembra all’opposto che a parlare sia un uomo che si sforza di convincersi che non è possibile che in lui ci sia l’angelicum o, meglio ancora, il divinum…

5

… è proprio così (che l’angelo abbia rinunciato al tempo eterno)? esprimere giudizi è quello che l’essere umano fa abitualmente, ma non è l’unico atteggiamento possibile: al di là del giudizio si trova la chiave risolutiva: è come se l’angelo si creda innamorato delle qualità terrestri che non sono tra le migliori…

6

… talvolta si ha paura a nominare quello che si percepisce… c’è questa oscillazione tra un presente fatto di luci e ombre (in cui pare difficile scegliere un assetto definitivo) e un futuro a cui però non viene riconosciuta (per pudore? per vergogna?) alcuna dimensione escatologica, apocalittica… è come se la poesia ci sospendesse (o sorprendesse) eternamente in questa terra di mezzo…

7

… e nominandolo (il male) che cosa succede? e l’ingiusta condanna? davvero non tutto è perdonabile? considerato dove viviamo, avere indecisioni illegittime, è più che legittimo! magari il problema principale non sono i luoghi che scordiamo, quanto l’oblio costante di chi siamo…

8

… ma c’è un miracolo a cui non bisogna smettere di credere: l’incontro non atteso, l’evento apparentemente casuale di prossimità con l’Essere in cui siamo ciò che altrove non possiamo essere… ed è un miracolo non per la sua improbabilità, bensì perché, pur nella sua umile banalità, ci può condurre nel più alto dei cieli…

9

… questo è proprio – la gioia improvvisa e senza motivo – ciò che dovremmo osare chiamare con il suo vero nome: Spirito! poi ci possono essere “annunci” senza altra specificazione o notti non del tutto menzognere… ma perché pensare a parole senza ascoltatori, quando la parola è il segno originario che esistere è essere in relazione?

10

… l’idea che gli angeli non possano stupirsi è solo un nostro pregiudizio… è un inganno riuscitissimo del male quello per il quale il paradiso (terrestre o meno) era un luogo di noia e in fondo le imperfezioni sono il sale della vita… siamo noi a esserci autocondannati al ruolo passivo di spettatori paganti…

11

… è questo uno sguardo d’uomo o d’angelo? incantevoli versi rilkiani che portano ovunque…

Seconda parte

1

… se è vero come dice Bachelard che le parole poetiche hanno una natura ontologica, probabilmente è più suggestivo pensare che sono loro a spingere, a incoraggiare la mano nascosta…

2

… Cioran scrisse che uno dei vantaggi che invidiava ai credenti è la possibilità dell’eresia… forse dovremmo concederci un atteggiamento eretico in tutte le cose, anche le più banali, perché il dibattito  implacabile è la sola via certa che ci consente di cogliere dei bagliori di quel nucleo di verità che alberga dentro di noi… essere puro strumento non significa essere senza inventiva… il fatto è che nelle mani di Dio nessuno è un burattino – è il male a preferirci in questa veste, così come il potere… quello con Dio è un dialogo, Lui (ci) ascolta, perché non gli piace ascoltare dei semplici pappagalli…

3

… è questa la questione centrale: sapere dov’è la nostra casa e non sbagliare la strada che ci porta là… il difficile è che quei vuoti non sono mancanze, non sono nostalgie del passato: sono nostalgie di quello che, per una fatale distrazione, non abbiamo ancora vissuto…

4

… non esiste la solitudine – punto… si proietta sul passato il rimorso per come si è nel presente: per questo il nostro cuore resta in costante allarme… se la recita avesse un finale, si capirebbe che è una recita… salvezza è esattamente fuggire da quelle stanze, capire che non siamo di questo mondo…

5

… ma il fallimento è proprio smettere di leggere poesie, di scriverle, perché lì non c’è un obiettivo secondo i parametri consueti… poesia è un ritorno a casa che può essere ripetuto all’infinito, fino a quando si struttura in ricordo… rispetto a questo mondo, Gesù è stato inutile, ha fallito: ma qui sta la sua potenza, come nella parola poetica portata, soffiata dallo Spirito… da chi altro?

6

… ci si adegua agli equivoci quando si fa sentire la stanchezza dell’esistere… e quando ci adeguiamo, facciamo un torto maggiore all’altro o a noi stessi? un equivoco abbandonato a se stesso cresce per germinazione… in effetti, l’immensità della Creazione non è neutra – se è pacifica, vuol dire che agisce, dissolve tutti gli equivoci… l’equivoco ci fa perdere l’unico possibile senso di appartenenza…

7

… è divertente l’ambiguità di quel “parlar-si”, che quasi allude al fatto che un dialogo non c’è, che ognuno “si” parla (addosso), cioè continua a parlare con se stesso… un parlarsi che dovrebbe diventare un “parlar-ti”, finalmente… e, se “ti” parlo, vuol dire che sono stato in grado innanzi tutto di “ascoltar-ti”! rinunciare alle rinunce e, viceversa, accettare le scelte dell’altro…

8

… restare sé stessi (quello è ciò che determina la nostra coscienza, ci dicono, che ci dà consapevolezza)… eppure ritrovarsi così stranamente estranei quando ritroviamo oggettivizzati fuori di noi qualche nostro rimasuglio, qualche frammento di anima, che si rifiuta di rientrare in noi sotto forma di memoria… non è che magari siamo soprattutto quello che non siamo stati… mai?

9 

… eppure, a cercare bene, il volo della trapezista rimane per sempre – c’è qualcuno che si diverte un mondo a farci credere che di noi niente dura… eppure, qualcuno scriveva: “ciò che dura fondano i poeti”, proprio come fa Airaghi…

10

… riscrivere: “il presente è un punto in continuo movimento, immenso”… perché mai “effimero”? a causa del limite umano di misurarlo, di attribuirgli una dimensione? non potrebbe essere che il punto ha, invece, infinite dimensioni che soltanto un Essere più grande di noi può cogliere nella sua infinitesima incoglibilità? nella Storia non ci sono omissioni – quelle sono di pertinenza delle storielle raccontate dall’uomo, dove sempre a svanire è il meglio dell’umanità…

11

… è questo, esattamente, il luogo da cui (ri)cominciare: un luogo senza ingombri, in cui tutto quello che da sempre ci ha allontanati dalla nostra autentica natura inizia a farsi da parte, a svanire, a diventare polvere, a perdere consistenza… è proprio così che si inizia, consapevolmente, smettendo di cercarsi in quello che non c’è più, che non c’è mai stato…

12

… come dire che il nostro primo nemico siamo noi stessi – e c’è solo un intermediario che può farci fare pace, perché un terzo io non è dato… ci si può davvero perdonare da soli? o ci perdoniamo unicamente quando ci sentiamo perdonati?

13

… si può restare qui per sempre, invischiati in una rappresentazione teatrale “senza finale”, appunto… patendo un complesso d’inferiorità frutto di travisamento: infatti, la vita non è sofferenza… un orizzonte degli eventi attorno al quale orbitare per sempre… oppure? L’“oppure” c’è – ed è grande come… una casa!

14

… e iniziare a porle queste domande, senza vergognarsi di nulla? non c’è altro modo per sconfiggere l’autunno perenne che accettare lo scorrere delle stagioni, affidandoci a tutte quelle domande che hanno risposte soltanto… nel cuore.

Certo è che questo angelo appare dubbio, dubbioso, dubitante… umano alquanto! Grazie, Giuseppe…


Poesie inedite di Fabio Barissano

 




Resto, un occhio socchiuso a spese della luce,

bevo la calce illuminata della notte.

 

Si sente la città, nella testa

rissosa di un’estate che è già

alla movida di quartiere, che ormai si balla

pure sui cornicioni.

Mai così semplici, per nudi

décolleté e bottiglia d’astri,

ma non contano i figli

a una spinta di sonno

e sia scommessa dell’aria

pei bimbi alla questua della luce.

Ancora non lasciamo di lottare,

la piazza sgombra alle travi del futuro:

aspettiamo chi cerchi le parole

e torni a reclamarci, dica chiaro

in quale uomo cammina la specie,

in quale mano venne

il sasso che ha bevuto

gli schemi della notte.

 

 

***

 

STAZIONE II

 

Nella stanza (stilla di luce

la baracca urtata da percosse)

è il panico centrale

che disperde ogni calore.

Sono donne, bambini sommessi

da uomini a una signoria di sguardi,

siedono con le ombre,

persino annullano i morti,

se il custode del grembo disceso

alla catena di comando

sibila il suo spirito millenne.

Tu non dire della foresta

dove hanno casa, assottigliata

nella calce in fiamme,

se alla riva infinita di lavoro

è il pensiero che sbocca

quieto a valle delle risorgive. Non dire

dell’obiettivo tra le nevi,

dell’orfano al suo vivo padre,

ma il chiaro giorno che ha sete di giustizia

e li conta a uno a uno

i vivi chi scrive sottovento.

***

 

STAZIONE IV

 

Essi vivono, attorno

la luce polverosa di sculture

patriarcali, sotto gli orli

ovali delle parrocchie, pietra ebete

di edifici religiosi.

Stanno, nel loro basso, tribù attorno

un santo dall’occhio

torbido e scollato di subacqueo,

di trapassato ministro del culto.

Forse sognano bianche svizzere,

viali in croce d’oltralpe,

dov’è dominante

il circuito blindato del denaro.

Vivono, lavorano, sognano

ciascuno assopito nell’altro,

le stesse ambasce, portando lo stesso

cappotto, dal cielo lavato dall’alba

ai tramonti in cavezza, di notte per oltre le sere

prefate al profumo di lune

interrotte.

 

***

 

E per favore non dite

che noi siamo immortali, siamo

atto non dovuto, costellazioni

pure diseguali. C’è chi rimane

al fatto compiuto, di sé

pago e in pace non prepara guerra,

o viceversa smette

di credere iscritto al registro delle

opposizioni. C’è chi crede

che questo sia l’affare del secolo,

tra queste fabbriche col ricordo

di braccia in protesta, travi

in croce, nella sera di ruggine.

Così resti inchiodato allo spazio,

a una luce in calo d’altri tempi, il morto

per amore, il morto per cause

di forza maggiore.


Fabio Barissano nasce a Napoli dove vive e lavora come insegnante. Suoi componimenti hanno ricevuto premi, menzioni e segnalazioni in diversi concorsi letterari. Altri testi sono apparsi nella rivista letteraria “Kairòs”, nel blog online “Alma Poesia”, nel magazine “Anteprima poetica” della casa editrice “Homo Scrivens”, nella rivista “Mosse di Seppia” e nella “Bottega della Poesia” del quotidiano “La Repubblica”.

  

Scolpire il silenzio

di Giancarlo Baroni



1


«Conoscere in profondità e rappresentare in bellezza»: le parole di Thomas Mann definiscono in maniera lapidaria letteratura e arti. Converrebbe forse mitigarle con queste di Hofmannsthal: «La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie».  


2


La poesia non può compiutamente esprimere l’indecifrabile che rimane tale, ma di continuo lo corteggia, lo sollecita, lo sfiora. Interrogando l’inafferrabile, il poeta riceve risposte in forma di domande. Afferma sibillino e allo stesso tempo perentorio Karl Kraus: «artista è soltanto chi sa fare della soluzione un enigma».


3

La scrittura trova spesso origine e spunto da libri, idee, fatti, il suo compito non consiste solo nel «Risvegliare dal nulla la parola» (Alfonso Gatto).

4


Finzione non è sinonimo di inganno bugia e falsità, ma di immaginazione fantasia e invenzione. Un libro ci inganna se non mantiene le sue promesse, non è coerente con i propositi, se ci fa perdere tempo tradendo se stesso insieme ai suoi lettori.


5


«Perché perché perché / dev’essere il mondo qual è?», si chiede Arturo Onofri. È una domanda che contiene forse l’impulso primario verso la scrittura. All’origine della letteratura sta un gesto incruento di ribellione, la voglia di creare mondi nuovi e universi alternativi.


6


Anche nei momenti più difficili e aspri, l’arte mantiene un valore consolatorio e rassicurante, perciò: «…qualunque cosa accada - / se fornicazione e fuoco e caos sulla terra, / ricorda sempre, o fratello, queste parole: / Dài profumo al fiore» Un consiglio prezioso, questo del Nobel Martinson ma, come dimostra la sua drammatica morte, arduo da realizzare.


7


Tradizione e innovazione in letteratura quasi si equivalgono, qualsiasi deviazione dalla norma si trasforma prima o poi in regola.


8


L’argomento che scegliamo determina il valore della nostra opera, ma fondamentale risulta il modo in cui ce ne occupiamo.


9


Il motto di Dürer «Un buon pittore, dentro, è pieno di figure» vale anche per i narratori (pieni di storie e di trame) e per i poeti (di immagini e di musiche in forma di parole).


10


Per Alessandro Ramberti il poeta è come uno scultore, la cui materia da forgiare è quasi impalpabile: «Il poeta scolpisce il silenzio».


11


Moltiplicare e variare i punti di vista, mimetizzarsi, mettersi nei panni e dalla parte di altri, uomini, animali, oggetti apparentemente inanimati, dare loro voce, fare un passo indietro, lasciare ad altri il centro della scena, diventare altro da sé. Scrive Franco Arminio: «Sentire / il mondo / con gli occhi / di un uccello / con le zampe / di un cane».


12


Il verso del cesenate Ferruccio Benzoni «non esiste grazia senza l’orrore» trova una specie di completamento e di spiegazione in questi del coetaneo (1949) poeta veronese Giuseppe Piccoli «ché dove suona il sole è sempre / pronta una macchia di sangue».




  1. Thomas Mann, Bilse e io, in Scritti minori, vol. XII di Tutte le opere, Mondadori, Milano, 1958, traduzione di Italo Alighiero Chiusano
  2. Hugo von Hofmannsthal, Il libro degli amici, a cura di Gabriella Bemporad, Adelphi, 1980  
  3. Karl Kraus, Detti e contraddetti, a cura di Roberto Calasso, Bompiani, 1987
  4. Alfonso Gatto, In un soffio, da Poesie, Jaca Book, Milano, 1997 
  5. Arturo Onofri, Interludio spasmodico, in Edoardo Sanguineti, Poesia italiana del Novecento, Einaudi, 1994
  6. Harry Martinson, Poesia, in Le erbe nella Thule, Einaudi, Torino, 1975, trad. di Giacomo Oreglia
  7. Albrecht Dürer, in Fedja Anzelewski, Dürer, Giunti Art Dossier n.14, 1987
  8. Alessandro Ramberti, Al largo, Fara Editore 2017
  9. Franco Arminio, Sentire, in Stato in luogo, Transeuropa Edizioni, 2012
  10. Ferruccio Benzoni, Di giugno, in Nuovi poeti contemporanei, a cura di Roberto Galaverni, Guaraldi, 1996
  11. Giuseppe Piccoli, Intonazione oggettiva, in Una strana polvere (altre voci per i nostri anni) a cura di Paolo Lagazzi e Stefano Lecchini, Campanotto Editore, 1994


Tre poesie di Mauro De Maria da "Dal lago del cuore (MC Edizioni)

                                   


                                   Di silenzi emotivi ne ebbi anch’io

                                   e avrei dovuto farne

                                   fini esercizi di conversazione

                                   come avresti dovuto fare tu

                                   con le tue pause e le tue lunghe fughe

                                   perché adesso è il silenzio che ci guida,

                                   mezzo di conduzione

                                   d’un calore immutato

                                   e parole dal suono cifrato

                                   come se il dialogo

                                   fosse criptato in poesia

                                   che a prima vista acceca

                                   e a sprofondarvi svela i sedimenti

                                   di significato, così ti penso

                                   e nel lago d’inchiostro getto un sasso

                                   fonetico ch’è l’eco del tuo passo

                                   fin dove arrivano i cerchi di senso.


                           Quando mi volsi come a un tuo richiamo

                           silente in apparenza

                           ma di suono a frequenza preclusa

                           al campo umano

                           e dall’alto dei colli

                           scortata dall’estate

                           vidi la città eterna illuminata

                           fu la conferma che tutte le strade

                           convergono, per quanto

                           non portino a Roma ma a te;

                           per secoli cartografi e geografi

                           con algida fiducia

                           hanno posto reticoli sul mondo

                           lavorando di mimesi incolore

                           e con fallibili dati concreti,

                           ignorando la scienza dei poeti

                           e la via che dagli occhi porta al cuore.

 


                                  Nelle sue eccelse Vite d’immortali

                                  scrisse il Vasari che Paolo di Dono

                                  mutato ed eternato in Paolo Uccello

                                  fosse sordo ai richiami della moglie

                                  in attesa nel letto;

                                  immerso totalmente nel disegno,

                                  rapito solo dalla prospettiva

                                  progettava il divino.

                                  Ma io certo non t’avrei resistito

                                  e forse come immenso atto d’amore

                                  per eccesso di fede o intuito retto

                                  hai lasciato questa vita terrena

                                  che risuona dell’eco d’armature

                                  percosse in battaglia e baci agli stalli

                                  della metrica a snodare stesure

                                  come brilla di luce alle pitture

                                  l’oro nei finimenti dei cavalli.

 

Mauro De Maria è nato a Parma, dove risiede, il 10/05/1960. Ha pubblicato singole poesie in antologie e riviste e tre volumi di versi per i tipi di Book Editore: “Trame e Orditi” (2013, con una nota di Michele Abbati) terzo posto a pari merito al Premio Pascoli sezione opera prima e secondo posto al Premio Va Pensiero; “Beatritz” (2017, con una nota di Giuseppe Marchetti) secondo posto al Premio Crovi;  “Gli Orecchini” (2019, con una nota di Alberto Bertoni). Nel 2017 un profilo di “Beatritz” con testi e letture è apparso nel sito di Radioemiliaromagna e nel 2019 una scelta di alcune poesie ed un breve commento allo stesso libro è stato proposto in traduzione francese nella rivista “Recours au poeme”. Nel 2018 suoi testi sono entrati a far parte dell’antologia  “Testimonianze di voci poetiche 22 poeti a Parma” (puntoacapo editrice). “Dal lago del cuore” (2022, MC edizioni, con una nota di Pasquale Di Palmo) è il suoquarto libro di poesie.