venerdì 23 settembre 2016

Il luogo del tempo

Angelo Andreotti, A tempo e luogo, Manni Editore, 2016, pp. 88, euro 12,00 

recensione di Marco Furia


http://www.mannieditori.it/libro/tempo-e-luogo

Con A tempo e luogo, Angelo Andreotti presenta una vivida raccolta tesa a richiamare poeticamente entità diverse mai ritenute contrapposte.
Può il piccolo contenere l’immenso? Può l’attimo essere eterno? Si può pensare il non ancora pensato?
Non esistono risposte di ordine logico a simili quesiti, poiché lo stesso porli implica frequentare territori in cui il nesso di causalità ha perduto ogni tirannico potere: il “perché”, non escluso a priori, per il poeta è una delle tante maniere di prendere in considerazione il mondo.
Leggo a pagina 10: “La voce del sonno fu richiamo /
scagliando il tempo sulla schiena del sogno”.
Soltanto nel “sonno” “La voce” può scagliare “il tempo sulla schiena del sogno”?
Nonè forse vero che l’esistenza, con la sua naturale apertura sul possibile, possiede analoghe capacità?
D'altronde, “Nella sua solitudine la mente / numerò il tempo”: il tempo, senza dubbio è un importante modello, ma non è una necessità precostituita, poiché il suo statuto (come, in àmbito scientifico, ha mostrato Einstein) può essere modificato.
Non mancano pronunce in cui veri e propri lineamenti cosmici vengono con spontaneità accostati a tratti quotidiani secondo sequenze tali da distinguere ma, soprattutto, da comprendere differenti entità e grandezze:

“Il sole nella nebbia
raso al cielo
fu silenzioso:
anche l’ombra tacque
e anzi restò in disparte”.

Leggo a pagina 67:

Le case ci guardano,
trattengono ogni evento, continuano a ospitare
i nostri ricordi mantenendoli presenti,
senza distinguere l’avvicendarsi dei tempi”.

Le abitazioni degli uomini vengono personalizzate da precisi versi la cui eleganza pone in essere, senza ricercatezza, un racconto capace di rivelare una propensione a vivere comune (eppure diversa) al bambino, all’adulto e all’anziano.
Scrive il Nostro a pagina 79: “Come lo specchio su quella parete ci guarda / e nel guardarci cessa di essere oggetto”.
Uno “specchio” “cessa di essere oggetto” non tanto per il fatto di riflettere immagini quanto in virtù della sua familiare presenza: il ricordo, la consapevolezza del qui e ora e il senso del futuro non trovano, forse, origine nell’esterno?
In quale misura il “fuori” ci costruisce e ci modifica?
Siamo chiamati a riflettere da un poeta per il quale il tempo dell’esistere è anche luogo (e viceversa), ossia è intimo, vivido, spazio nel cui àmbito incontrare la poesia e affinare la non facile arte della conoscenza.
                                                                                       

giovedì 22 settembre 2016

Già lo sento sai

di Daniele Donegà
 


Già lo sento sai
che ancora non siamo stanchi
di vivere con quello che
ci aspetta di luce giovane
di meravigliosa forza
in germinazione nei solchi
del tempo che ancora
come in letargo si sta per svegliare.

Già lo sento sai
che il più bello è ancora da venire
ancora dobbiamo attraversare
campi accesi di fuochi
e il cielo di sera non smette
di far fiorire stelle sui deserti
di lande sconsolate con segrete
finestre e porte su cui affacciarsi
in un tempo senza orologio
con l'unica possibilità nel presente
di non chiudere gli occhi del cuore.

giovedì 15 settembre 2016

In viaggio con Apollinaire






Mario Fresa

In viaggio con Apollinaire

Traduzioni 1994-2016

Disegni di Massimo Dagnino


Edizioni d'arte L'Arca Felice, 2016






Mario Fresa è nato nel 1973. Poeta e traduttore, ha collaborato a «Caffè Michelangiolo», «Paragone», «Gradiva»,  «Nuovi Argomenti», «Almanacco dello Specchio».  Tra i suoi ultimi libri: Uno stupore quieto (poesia, 2012); Come da un’altra riva (saggio, 2014); Catullo vestito di nuovo (traduzioni, 2015).


Massimo Dagnino è nato nel 1969. Tra le sue ultime pubblicazioni, la raccolta poetica Adolescenza (2012) e il catalogo Sinossi, disegni 2009-2012 (2014). Sue poesie sono apparse su varie riviste, tra le quali «Almanacco dello Specchio», «Nuovi Argomenti» e «Quadernario».












mercoledì 14 settembre 2016

Alcune meditazioni: verso multiversi di fede

di Adeodato Piazza Nicolai 

Preghiera

O mio Dio, illumina e guida
questo umile servo indegno,
verso l’Amore Infinito …
Ame
n


http://www.faraeditore.it/html/filoversi/ormeintangibili.html
1.

Orme intangibili di Alessandro Ramberti incidono segni/pegni non rintracciabili. Orme mistiche misteriose preumane. Non lasciano alcuna traccia tangenziale (oserei quasi dire “tangentopolare”); sono effimeri geroglifici da decodificare  e interpretare: metafore metafisiche, meta-testuali che forse ogn’uno e nessuno riesce a tradurre, a decodificare il loro senso-significato profondo e sfuggevole. Orme-non-orme lasciate dai nostri antenati bipedi. Antropologia? Filosofia? Paleogeografia? Probabilmente tutto ciò e tanto altro ancora da scoprire. Il loro significato è polimorfico, polivalente.
Il paradosso res/verbum rimane inviolato dalla coscienza conoscenza umana. Senza la Divinitas intermediatrice, Cristo crocefisso. Non c’è via di scampo: immanenza/trascendenza restano il montaliano quid definitivo. Nessun obbiettivo correlativo riesce a smantellare questo paradosso. Il meglio che umanamente si può fare è spogliarlo di qualche superficiale squama ma il Deus absconditus-incognito è e rimane “intangibile”, impalpabile, invisibile, incodificabile dalla ratio uman
a.

I grandi e saggi “maestri” di ogni religione praticata dall’uomo attraverso i secoli hanno intrapreso un viaggio interiore (spirituale) ed esteriore (corporale)  per tentare di identificare, seguire e condividere l’esperienza che porta alla trascendenza. Senza la Via Crucis non si avvera una rincarnazione. L’ignorante, il derelitto, costretto a fuggire da guerre pogroms laghers[1] etc.; le migliaia e milioni di profughi (ossia i moderni extra-comunitari), i senzatetto, derubati da ogni bene ma-teriale morale emotivo sono spinti da paure, miseria, terrore ma sostenuti da una fragile speranza che, oltre qualche confine, possano trovare una vita migliore e soprattutto libera. Che nome orribile questo “extra-comunitario” – più crudele di essere chiamato ex-comunista, scomunicato, divorziato, separato-in casa, etc., implica indubit-abilmente “essere escluso dalla comunità, dalla comunione umana”. Alienato ed ignorato da fratelli e sorelle il cui sangue scorre rosso ugualmente in tutte le vene e troppo spesso sparso inutilmente nelle sabbie delle guerre e altre tragedie. Sono convinto che tutte le angherie, torture, gulags, pogroms[2], etc. etc., segnino la via errata e depistante.


2.

Senza dubbio, il pellegrino e monaco ascetico Alessandro Ramberti richiama-ripete-rispecchia la Via Crucis, lungo ogni tracciato francigeno-francescano, già segnato da Gesù Cristo poi umanamente  imitato dai suoi discepoli. Viaggio poi fatto da San Saulo/Paolo[3], San Agostino, San Tommaso da Loyola, tutti i Budda, San Francesco d’Assisi, Padre Matteo Ricci, e giù fino a Martin Luther King, Papa Giovanni Paolo II e probabilmente Cardinal Martini. (Purtroppo, per necessità di tempo-spazio, ho dovuto escludere una miriade di santi e martiri che hanno illuminato la via attraverso i secoli. Mea culpa!)
Viaggiare esistenzialmente implica sbagliare direzione, “errare”, depistare, smarrirsi nei vicoli ciechi, nei buchi neri dove il Male è sempre in agguato. Erta è l’ascesa, minata da ostacoli, errori e peccati. L’unica e vera via è l’Amore, la Caritas, sempre affiancato ed illuminato dall’umiltà, la fede e la speranza “senza alcun se né ma”. Mai è dritta la retta via: è tortuosa, coperta di buche sassi e spine. Solo la clemenza divina riscatta ogni debolezza umana. Nella mia egocentrica ignoranza non conosco altre alternative che percorrere il viaggio segnalatomi anche dal Reverendo Martin Luther King: anch’io ho un sogno. Prego e spero di riuscire a convertirlo in realtà.  Grazie Alessandro che continui ad illuminarci la Via verso il Dio Redentore Misericordioso che accoglie a cuore e braccia spalancate ogni pecora smarrita: basta affidarsi in-condizionalmente a Lui[4]

Copyright 2016 Adeodato Piazza Nicolai
Vigo di Cadore, 13-14 settembre 2016




[1] Vedi nota 3.

[2] In inglese “pogrom” e “gulag” è la voce al singolare; aggiungendo una “s” finale si costruisce la voce al plurale. Per esempio “gulags”, “pogroms” et cetera. So di andare controcorrente alle regole italiane, ma dopo più di quarant’anni vissuti negli USA da “libero immigrante” ho  di rimanere fedele alle regole adottate anglo-americane: una scelta non politica ma pragmatica. [NdA]

[3] “Non lasciarti vincere dal male ma vinci con il bene il male.” San Paolo, Lettera ai Romani, 12,21.


[4] FINALMENTE … sono stato benedetto / dal battesimo della / Notte dell’Anima. / Grazie o Signore della / Tua Infinita Misericordia …[ NdA: A. P. Nicolai, Vigo di Cadore, 14 settembre 2016, ore 11.25.]

lunedì 12 settembre 2016

Una lunga carezza: su L'abbraccio di Massimiliano Bardotti

recensione di Subhaga Gaetano Failla


http://www.faraeditore.it/html/filoversi/abbraccio.html
La silloge L’Abbraccio di Massimiliano Bardotti, selezionata dalla giuria del concorso Faraexcelsior 2015,  con una ispirata prefazione di Vincenzo D’Alessio, ha il seguente incipit/dedica: Agli umili / agli emarginati. / Agli orfani / ai naufragati. / Ai folli. / Ai poeti. / La lunga carezza dell’abbraccio.
Il libro crea in tal modo, immediatamente, una relazione intima tra Autore e lettore, siamo già pronti ad affrontare il viaggio, l’avventura poetica.
L’Abbraccio è diviso in quattro sezioni: patria notte, febbre di neve, gli esclusi, la vita vista da qui. Le sezioni hanno in epigrafe, rispettivamente, le parole di Dino Campana, Alda Merini, Emanuel Carnevali e Arthur Rimbaud. Ognuno di loro, come una sorta di guida, di daimon platonico, ci conduce verso il compimento di un percorso, nella protezione del candore, della fiducia, della gratitudine. Scrive Massimiliano Bardotti: Sui marciapiedi del tempo faremo capriole/ per restare bambini/ per non peggiorare./ Ma io amo la terra che fu  di mio padre.
patria notte è un inno all’Ombra, al nostro rigenerante lato nascosto: La notte/ mia patria/ riparo/ corteccia./ Di notte/ rinasco./ Cervo/ lombrico.
febbre di neve ha l’arsura della vita accolta con voluttà: Ho spinto le lacrime fuori da ogni occhio./ Ho accolto ogni gioia con spalancate braccia.
gli esclusi si rivolge a Gli emarginati./ Eroi di un mondo incantato./ Protagonisti del noir./ Boutique fuori uso.
la vita vista da qui è un canto dolente sulle nostre fragilità: Essere uomini:/ una responsabilità che non sappiamo/ assumerci.
I versi di Massimiliano Bardotti vibrano in pulsazioni ritmiche e assonanze, in fluidità lessicali e di significato, ogni poesia è irradiata da una vitalità luminosa appassionata e appassionante, un respiro profondo pervade l’intero libro.
Il 10 settembre si è svolto a Milano, presso l’Associazione Germogli, il reading poetico “Parole scalze”, all’interno della rassegna intitolata “La parola cura”. Durante tale incontro, alla presenza di Massimiliano Bardotti, ho avuto la fortuna di declamare insieme alla scrittrice Lucia Grassiccia, ideatrice e organizzatrice dell’iniziativa, numerose poesie tratte da L’Abbraccio. Questo libro prezioso dona nuova linfa vitale all’odierna arte poetica e svela infine una commovente consonanza tra Autore e Opera.

giovedì 1 settembre 2016

Gli Specchi Critici - Amore e Morte nelle liriche di Vito Santoliquido - Luca Cenacchi

Quando ho letto per la prima volta le poesie di Vito Santoliquido, che oggi ospiteremo nella nostra rubrica d’inediti, la sensazione provata è stata una certa familiarità non tanto per la facilità, quasi prepotente, con cui l’autore riesce ad avvicinare la sua poesia al lettore, ma per gli echi letterari riemersi durante la lettura che, seppur siano ben definiti, non riescono mai a riassumere, nell’etichetta corrispondente, la totalità della poetica dell’autore il quale presenta, dunque, uno stile ben equilibrato tra debiti verso la letteratura e carattere inedito.
Già ospite di Poetarum Silva #1,#2, di lui è stato sottolineato il carattere visivo unito a un proficuo laboratorio verbale, nonché una certa Sehnsucht[1].
Osservazioni esatte, con cui concordo, e mi permetto di suturare con una personale intuizione, sperando si riveli altrettanto corretta.
Quel che mi sembra fondante della poetica di Santoliquido è un surrealismo barocco, detto con tutte le precauzioni della situazione, la cui modulazione e slancio timbrico resta in equilibrio fra pose di carattere romantico-decadente ed eroiche che impediscono, dando dignità allo stile, di scadere nella leziosità invertebrata tipica del barocco amoroso.
Le soluzioni stilistiche sono differenti, ma credo si possa asserire che il laboratorio verbale ardito incoraggi quella giustapposizione di realtà differenti, cara al surrealismo[2], mediato da un io lirico prominente la cui coscienza e gusto è profondamente italiana, il quale squassa con scarti repentini il procedere delle poesie, ma andiamo con ordine.
Sin da subito, sfogliando le pagine virtuali di “Le sommeil interrompu” - blog dell’autore - si può attestare un dialogo io/tu, il quale funge da tessuto delle poesie, in cui si dipana una versificazione di medio/breve portata, il cui ritmo vorticoso, velocizzato dall’uso serrato di inarcature(caro già a Campana cui l'autore è debitore per questa e altre suggestioni), tenta sovente di sorprendere il respiro del lettore con le sue pause inaspettate e disorientanti, non sempre sulla battuta.
Il linguaggio oscilla fra vocaboli della più disparata estrazione e una dimensione di laboratorio in cui, non solo letterario ed extra letterario vanno a braccetto, ma dove la parola viene spesso concretizzata attraverso una rielaborazione verbale ardita. Fra le tante soluzioni, poi, spicca la tendenza anglosassone ad accostare aggettivi (già presente in Montale), la quale tradisce il gusto per una forte componente coloristica e preziosa (che unita ad una generale tendenza a impreziosire l’immagine attraverso la luminosità, sedimenta il retrogusto barocco delle associazioni santoliquidee) dentro al respiro della propria descrizione. Modalità privilegiata dall’autore, infatti, è quello di un costante accadere dell’azione di cui l’io lirico ha sempre controllo.
Come si armonizzano, dunque, tutti questi elementi?
Nel dialogo sentimentale, seppur non cada nell’onirico, si tende a sfocare l’attenzione poetica dalla realtà a movimenti interiori in cui decadono le istanze narrative e/o retoriche che pur strutturavano il barocco; esso infatti rispettava una certa consequenzialità ripresa dal suddetto tessuto retorico di rimandi quasi geometrici in cui si era soliti inscrivere l’azione. Questo, specialmente in Anatomie del buio, tende a non esserci, data l’insistenza con cui si sottolinea, attraverso verbi riflessivi, l’immagine, dunque l’azione, nel suo compiersi. Così si origina una sovrapposizione di presenti, seppure, assieme a tutto l’amore per i preziosismi coloristici, permanga del barocco anche quell’ipertrofia di particolari delle immagini, che scrosciano copiosamente lungo gli enjambement, anche se non vengono intessuti nel tradizionale gioco di rimandi monadico. Il decadimento della temporalità, o meglio della successione strutturata dell’azione, necessaria quando si compie un tipo di descrizione come questo, apre la strada a istanze surreali, assieme ai loro accostamenti arditi, nonostante sia una caratteristica più blanda in ogni componimento , che ben si accostano agli estremismi barocchi. Così nascono immagini come: “nei palmi fatti diafani si avvicenderanno cieli satelliti nuvole in fuga diramanti risfolgoranti asfalti plumbeo-umidi di pioggia”.
La particolarità surreale di Santoliquido risiede proprio nell’uso concreto dei verbi con cui egli, talvolta, raccorda le descrizioni mettendole in relazione, e negli scarti repentini del dettato anticipati precedentemente: “come sconquassa/ l’accartocciata reliquia di vita/ così nel petto la sanguinante/ ruggine rosa abbuiandosi sgrana/ delira, rosa nell’oro vermiglia// (schiara il gheriglio dei petali-/ bocche in cui riposa un serafino/ della tenebra oleosa/ che la pelle va screpolando…)”. A livello tematico abbiamo manifeste consonanze fra i vari generi (barocco e caratteri più propriamente romantico-decadenti, se vogliamo). Nella tendenza nominale al notturno, data la caratteristica brillante delle immagini, si dipana una sessualità grottesca (Carbonizzare come bronco), rivelando una tensione inquieta, sofferente fino a un sadismo autodistruttivo, le quali non vogliono tanto attestare una certa malattia, quanto l’assolutezza dell’amore anche ossessivo, per così dire, al di la del bene e del male, fino a giungere a pose quasi eroiche nella bella inversione dannunziana che chiude il componimento Di nottetempo (“e più non sarai/ terrestre”). Questa assolutezza, talvolta autodistruttiva, si sfoga nelle meditazioni sulla morte (Mio mortale) cui si tenta sempre di opporre la vitalità della contrazione di un percorso e di un respiro sul ciglio dell’inevitabile.
Le poesie di Santoliquido risultano, per concludere, estremamente abbondanti, dal dettato impervio, grazie alla consonanza di stili che permettono un impostazione descrittiva e vocale in un crescendo d’intensità virtualmente illimitato, il quale ben si sposa con una costante tensione all’assoluto, mediante la ricerca di soluzioni visive concettose, ma non forzate o artificiose, anche grazie alla libertà rinnovatrice di matrice surreale blanda, che apre le porte, così, ad accostamenti non solo sorprendenti e funamboleschi, ma genuinamente spiazzanti.
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[1] Sehnsucht: Sin da subito la parola apre un ventaglio di possibilità e sviluppi dell’intuizione originale veramente ampia. E’ necessaria, almeno da parte mia, una contestualizzazione rispetto alla suddetta che, come si vedrò dall’argomento, traccia un percorso che dalla Sensucht intesa come anelito, il quale si rivela, poi, “desiderio del desiderare”(Mittner), perviene poi gradualmente a sfumature inedite e, come si vedrà, dolorose. Una tensione dolorosa dunque che, tuttavia, in Santoliquido non si ripiega in se stessa, cioè “ desiderare di vivere nella condizione di desiderio puro perché irrealizzabile” (Mittner) ma che trova, poi, sviluppi inediti come dolore fisico e impulso di morte, visto come liberazione ultima ed estremo abbandono. L’anelito di Santoliquido, dunque, è una tensione alla liberazione personale, auto annientamento, che si manifesta in un impulso di morte emerso durante l’amplesso. Liberazione la cui responsabilità è tutta lasciata all’amante, da cui si richiede l’atto estremo, cioè di venire uccisi, smembrati; richiesta che non potrà, tuttavia, mai esser portata a termine (dal di qui la perenne tensione). In queste contaminazioni di registri diversi, si rivela anche la portata dell’originalità del giovane autore il quale, seppur faccia leva talvolta su topoi noti o citazioni, riesce, facendo un passo indietro, a rendere le sue influenze in un “sistema organico” che le mescola, le mette in relazione, creando così qualcosa di inedito, ma familiare.
[2] Automatismo e inconscio: “Un'altra apparente contraddizione riguarda la pretesa della scrittura automatica di sospendere ogni attività critica per registrare il flusso proveniente dall’inconscio in quanto essa non può evitare di esprimersi in una forma linguistica e grammaticale, implicando dunque una interferenza della mente conscia. Ma la contraddizione risulta, appunto, apparente perché l’intento non è quello di attuare una totale subordinazione della coscienza all’inconscio quanto di mettere in luce il loro incontro, ossia il momento in cui le immagini inconsce affiorano alla sfera della conoscenza” – Storia europea della letteratura francese - Einaudi
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Di nottetempo

Non importa se
t’avvolgerò in ricchi sudari – sicuri abbastanza
a spandere la bruma,
a scavare i laghi,
(specchi lucenti per i tuoi
occhi di tundra),
come in un paradiso
in letargo dove,
immergerci bluastri
d’abisso,
vascelli d’oblio
sottovento
sottovoce (proibito
miele!) –, o se
dentro uno scrigno polveroso e
piccino ti serrerò, brulicante di cose
dismesse che non divertono più
(l’umido di ficus e mangrovie
appena ti farà respirare); potrei anche
mormorare qualche preghiera,
perché il cielo si schiuda e tu
come fuoco che scocca dal suolo
sia rapito in quadranti segreti e
oscuri, a ruotare
con l’idrogeno immortale,
le radiazioni
di una stella stupenda – e più non sarai
terrestre.

Carbonizzare come bronco

Queste stelle che brucano il viola, e la luna
fruga nella stanza. Sbucano masse illuminate: i nostri corpi
foglie ardenti imperlate, tra bocche questo
appiccicarsi tremolii di ti-amo – fari d’auto, occhi
lucenti di civetta.

Ma questo senso del disastro, è sempre spettro è
il morso – lingue di lupo, rose-spine del
rovo. Quest’affetto mai così vicino, questo me così da uccidere
fare a pezzi, carbonizzare come
bronco.


Ho la testa piena di galassie

Ho la testa piena di galassie:
scossa un poco, si rovescia
a lago la Via Lattea
sul tuo petto
che si alza
e s’abbassa, che mi scoppiano
le arterie di
stelle
(bianco-spuma squillante
amaranto-
fiamma di foglia).

Il viso trafiggono
gigli di luce, la bocca
produce voce
d’un dio presente, imperlano
la pelle milioni
di quasar.

Madrigale privato



                                                                                                [...] è ancora
                                                                                  tua vita, sangue tuo nelle mie vene.
                                                                                               Eugenio Montale

Sospiroso immelanconito amore —
ci fu il tempo di un voto,
cuor-di-smeriglio, a strapiombo sull’acqua
informe scura (ed erano i giorni
l’ore ceneri di futuro), non lo sai, forse.

Non era quel giuramento di bava
e mercurio alla burrasca allora
un fiammifero, se ora
sul tuo petto poso — i tuoi occhi
nocciòla, dove annuvola

ancestrale dea malinconia —, e
ascolto un tuo scosceso
battito, risuonandoti un cuore
di fauno (mai così tetra San
Marco, come stasera) a un canto: «Edelweiss»

(dolcissimamente interdetto
fatto — smarrito il sangue in un pànico,
breve).


ANATOMIE DEL BUIO

1

«Vengo a liberarti dal buio...»
(Tu non sai di essere la densa
oscurità, quell’angelo con l’ali
di vetro, sulfureo smeriglio)

2

Vedi l’oro incendiarsi
al vespero, che tu immagini
dal celeste in sfacelo
sgorghi resina e rubini, e

carbonizzandosi di poi
ci seppellisca, non prima che per un
improvviso incanto
inazzurrandoci, girasoli in altre

plaghe di lucido
ebano, petrolio palpitante

3

Mi baciassero pure streghe
sulle palpebre algenti
 — arido, qui
nel brumoso borro insonni
incarnazioni si sospira
in gotiche fissità e devastazioni
sbigottite anime, l’ascolti?
Imperscrutabile
lucifero, aligero transiti
in spirali d’incenso
frusciandomi tuoi funebri
barlumi per le vene della notte,
aprendosi la cruna-
abisso e giù nel mestissimo
vuoto precipitandomi
la tua cura
chimerica —

4

...poi che contemplo nei palmi fatti diafani si avvicenderanno cieli satelliti nuvole in fuga diramanti risfolgoranti asfalti plumbeo-umidi di pioggia, sì come in ossari in santuari in maestose brulicanti brughiere che furono già psichicamente, le ustioni silenziose di una prossima glaciazione, le bizzarre stratificazioni di una remota era geologica, e sarà il perlaceo della fronte troppo fragile spazzato dal monsone, turgido cupo, e poi gli amari meccanismi al mattino del fantasma, barbagli d’albe care, gl’irrequieti lemuri del tuo lare, incerti miracolosi Orienti di cherubini, e si udranno la luce in arabeschi lenti verdissimi millimetri di muschio, le mortificazioni viola del crepuscolo, in un metamorficamente fiorire-sfiorire di larve...

5

(Dal cielo-stagno
fosforico batticuore:
monotono scolo
d’allume, rame, bitume...)

*

Che siano i lieti allucinanti
purgatori, m’inghiottano
nei loro traumi di mesmerici
ronzii, di pullulanti
fuochi in novembre, e nevi, e
mentre ancora come nell’incubo
sprofondandomi già

Scheletri di plasma nebulose le
luminosissime scaturigini dell’universo

6

E trascolorano le tinte;
vibrano impazzite
in pollini d’argentini
arpeggi, d’intorno

(come fulgidamente
ci inondarono e fluide
teneramente mi rivestono
le polveri del giorno,
d’assopite nubecola
falene, così che cinereo
invanisco invisibile
bozzolo)

7

Come sconquassa
l’accartocciata reliquia di vita:
così nel petto la sanguinante
ruggine rosa abbuiandosi sgrana
delira, rosa nell’oro vermiglia

(schiara il gheriglio dei petali-
bocche in cui riposa un serafino
della tenebra oleosa
che la pelle va screpolando...)


Intorno al cor mi son venuti
amore e il nulla con la fioca
solitudine: la mia stralunata
ridevole masnada Hellequin.


Vito Santoliquido è originario di Forenza (PZ), dove tuttora vive la sua famiglia; è nato il 26 dicembre 1989. 
Ha conseguito la Laurea Magistrale in Filologia moderna presso l’ateneo Ca’ Foscari di Venezia (ottobre 2014): area d’elezione le letterature medievali romanze. Attualmente è dottorando in Italianistica e Romanistica presso le università di Venezia e Zurigo. Ha curato la rubrica di poesia inedita per la rivista di libera cultura “deSidera”.Gestisce un blog personale, guidato dall’idea di associare liriche e immagini: lesommeilinterrompu.wordpress.com.



Luca Cenacchi è nato a Forlì nel 1990. Nel 2011 la poesia Laocoonte – ovvero di se stesso è stata selezionata per essere pubblicata nell’antologia del Premio letterario Ottavio Nipoti - Ferrera Erbognone. Ha contribuito a fondare e sviluppare il forum letterario i Gladiatori della penna. I suoi testi sono stati presentati nella serata Arcadie Invisibili all’interno del progetto La Bottega della Parola organizzata dalla Associazione culturale Poliedrica di Forlì. Nel 2016 il blog letterario Kerberos ha scritto un articolo critico di alcune sue poesie inedite Valore-contenuto e valore-bellezza: il senso del sacro attraverso la trasfigurazione dell’immagine e la neutralità del messaggio. Nel mese di Aprile dello stesso anno tre sue poesie (La Perla , Anoressica e Francesca) sono state selezionate per essere inserite nella antologia La mia sfida al male pubblicata a seguito della terza edizione del concorso letterario Come Farfalle Diventeremo Immensità , in memoria di Katia Zattoni e Guido Passini, indetto da Fara Editore. Aspirante critico letterario è ansioso di contribuire al dibattito sulla poesia contemporanea attraverso la rubrica critica Gli Specchi Critici realizzata in collaborazione con il blog Kerberosbookstore, Fara Poesia e ora anche L'Arcolaio. Nel 2016 è stato giudice presso il concorso Faraexcelsoir 2016. Ha partecipato alla rassegna poetica di Pianetto Poeti alla finestra presentando una serie di poesie inedite. Per ulteriori informazioni sul progetto: glispecchicritici@gmail.com, facebook, twitter

giovedì 25 agosto 2016

Su In cerca: domande per ritrovare la via

una empatica lettura/era di Giancarlo Baroni


http://www.faraeditore.it/html/collane/terremerse/incerca.html




I libri di poesia trovano i propri lettori ad anni di distanza dalla loro pubblicazione; i versi non muoiono un attimo dopo essere stati stampati, ma continuano ad emettere onde creative e inviti di lettura.
Così per me è successo con la tua raccolta, caro Alessandro, di cui mi hai fatto graditissimo dono. Senza superflui giri di parole, nella tua nota introduttiva chiarisci subito il significato del titolo, In cerca. Scrivi: “La ricerca… è la missione principale della poesia… ricerca non solo di sé, ma dell’altro che è in noi e fuori di noi”.
Il tuo libro non credo vada letto sfogliando una pagina dopo l’altra, ma invece saltando di qua e di là: alla ricerca degli spunti, degli stimoli, delle riflessioni, delle domande, degli indizi, che tu dissemini copiosamente ma con discrezione nei fogli.
Generalmente sono testi brevi (e della tua raccolta sono quelli che preferisco), circondati senza clamore dal bianco della pagina che riverbera sulle parole il proprio semplice, luminoso candore.
Nel nostro percorso esistenziale (a volte a forma di labirinto pieno di anfratti, deviazioni, nodi, intrichi, ombre, scorie che “ci hanno ormai indurito / anche il respiro”) rischiamo di smarrire la strada, temiamo di perderci, e allora le domande ci aiutano, per ritrovare la via, più delle risposte, e allora il cuore può farci da bussola più della ragione, e allora un coraggioso entusiasmo può risolvere lo stallo e aprire nuove porte, percorsi inattesi: “il sentiero più bello è quello ignoto”.
In certe occasioni serve una pausa, è preferibile mettersi ai bordi e ai margini, per osservare le tracce, le impronte, le orme lasciate; in certe occasioni occorre stare in ascolto: “Sono qui / stanco di chiedere / e pronto all’ascolto”.
Le tappe variano però la meta è condivisa, e consiste nell’ “infinito gesto dell’abbraccio”, nelle braccia aperte agli altri e alla vita, nella ricerca incessante e nel non “fare muro all’entusiasmo”, nel senso di fratellanza che accomuna.
Niente è scontato, tutto è faticoso e difficile: “per raggiungerli mi macchio di sangue / ginocchia, polpacci e braccia coi rovi, / infango gli scarponi nell’argilla”.

p.s. (Anch’io amo molto Sant’Antimo, che ho visitato più volte; a lei la tua bella poesia mi ha riportato).

martedì 23 agosto 2016

Del Catria il sole

di Vincenzo D'Alessio




ad A.R


Svela le vette turbolente
del Catria il sole
sveglio sul mare
cantano le ginestre in pieno
fiore, alle chiome dei noccioli
silente sorgente ci consola
dalla salita dopo la croce
che pace maestro,
il cuore muove
l’eremo dell’Eterno.

Agosto, 2016

sabato 20 agosto 2016

Gli Specchi Critici - La vertigine dell'assenza negli inediti di Mario Famularo - di Luca Cenacchi

Inauguro questa sottosezione de "Gli Specchi Critici" di cui mi avvarrò, da una parte, per presentare e sondare quella parte del territorio poetico di valore ancora inedito, da l’altra per ampliare e arricchire il discorso critico principale.
Lungo il percorso della rubrica principale, secondo me, può già cominciare a vedersi la tendenza a interiorizzare e confrontarsi con il quotidiano in modo eterogeneo, anche negli stili meno sobri.
Anche le cinque poesie che presenterò oggi (La strada, gli occhi moderni, l’intreccio della lama,un tempo l'uomo intendeva il respiro, il senso delle cose di Mario Famularo poeta di origini napoletane) sembrerebbero non fare eccezioni, ma procediamo con ordine.
L’interpunzione mancante nella versificazione di Famularo costringe a una lettura continua, ma non affrettata: difatti le pause e gli incisi del discorso conferiscono ritmo e limite a ogni strofa, guidano il lettore, affinché non si perda a l’interno del dettato. Queste poesie fanno leva su una cronaca poetica: toni asciutti vengono supportati poeticamente da accostamenti suggestivi ma che, per così dire, non escono troppo fuori dai contorni. Scena di questo stile maturo talvolta, come nel caso della strada, non è tanto lo sviluppo del  fatto quotidiano isolato in se, come accade per molti autori, ma una certa meccanica  sottesa al fatto stesso:  più ampia e meno specifica. Così Famularo dipana la critica del poeta alla società massificata che è, allo stesso tempo, vittima e araldo degli agenti esistenziali come la morte, l’assenza, il vuoto etc…
Dunque dal particolare fatto quotidiano si tende sempre a sconfinare in dimensioni sentimentali e concettuali assai generali, che talvolta ampliano e confondono il limite di quest'ultimo, anche quando preso separatamente.
Così in queste poesie aleggiano toni di denuncia e reazione assai neri, fino alla totale resa di fronte a l’inevitabile dilagare del vuoto nelle sue varie forme. Dove si può trovare dunque consolazione? Paradossalmente nel dissolversi stesso dell’individuo. Difatti l’io lirico, se si presta sufficiente attenzione,oscilla tra un lessico vario, che integra vari registri anche extra letterari, fino a una dissoluzione totale o un graduale auto-decentramento, mentre si concentra e profonde la sua analisi di un presente percepito come senza speranza e a cui si contrappone l’atto liberatorio di un inevitabile auto dissoluzione ( Gli occhi moderni).
Questa conclusione può essere coerente a l’interno di un individuo se e solo se egli sia partecipe delle teorie giapponesi della trans-permanenza (Nishitani Keiji, Karatani Kojin, come l'autore dimostra d'essere), le quali decentralizzano l’io per svalutare la minaccia che il nulla ha su di esso, e dunque il nichilismo stesso.
Mario Famularo, dunque, interpreta fino ai limiti più estremi, un disagio presente in tutti i poeti presi in considerazione da questa rubrica: un rapporto, in alcuni puramente in alti solo a tratti, esistenziale col mondo, che in Famularo si conclude nel suo stesso annientamento.


( La strada)

la strada
è un solco di vestiboli
incrinato
sotto il peso del formicaio che
sgorga

tra le pieghe dei vestiti
un ricordo di ammorbidente
le coperte smosse
dal primo caffè

è tardi
tra i marciapiedi sporchi
le vetrine
stropicciano lo sguardo ai passanti
che evitano
ogni cosa

“buongiorno, tutto bene”
circospetta noncuranza
il tempo
trasuda troppo sporco
nei tombini

la sera non distende
le nevrosi cittadine
nel tramonto troppo bianco
è il silenzio
la finzione più accogliente

l’odore dell’assenza
si ravviva col riposo
nella contemplazione
di un mondo
senza l’uomo

riesco quasi a carezzare
la mancanza

*
(Gli Occhi Moderni)
gli occhi moderni
drappeggi di luci artificiali
l’esperienza della vista sedentaria
la pigrizia di una ricerca
insignificante
il risultato della conoscenza
del viaggio
l’immediatezza della percezione
mediata
dalla macchina

e crepita
tra le fessure invisibili
dissimulate, incorporee
la vertigine dell’assenza
che si è fatta
endemica

il bisogno di spegnere tutto
ricevere il desiderio
del silenzio
assaporare l’aspirazione deviata
alla rinuncia
per dormire, finalmente

e sentire scivolare addosso
confortevole
uno sterminato senso
di vuoto


*
(L'intreccio della Lama)

l’intreccio della lama
rivela strane immagini
tra le periferie estreme
dei ricordi

il tessuto è familiare
ma il dettaglio riflette
un’estraneità profonda

un dolore pungente
diffonde lo squarcio dell’infezione
l’errore nel codice sorgente

rimetti a fuoco la scena principale
i frammenti
è tutto sotto controllo

osserva il loro impulso
come ogni cosa con naturalezza
frana nel vuoto

*(Un Tempo l’uomo intendeva il Respiro )

un tempo l’uomo intendeva il respiro
della ginestra,
la fragilità originaria
contatto leggero con la terra
il segreto innocente
del sussurro dell’iris

dopo secoli di rumore prepotente
per le strade
stanze di cemento bianchissimo
un’ordinata
mortificazione

la recrudescenza ostinata
di quella parola
nel silenzio della metropoli
che sovrasta

i fiori troppo limpidi
non parlano a voce bassa
tra gli ordinati salici
non basta più ascoltare

è inutile chiamarli
risponde il tuo riflesso
soffocati in un feretro
di galaverna e poliuretano
quei fiori sono
morti

*
(Il Senso delle Cose)

il senso delle cose
lo avverti nella persona gentile
che frantuma l’indifferenza
di un istante
un sorriso
tutto qui
banale

il senso delle cose
quali cose poi
un disordinato
pianificare
la sopravvivenza

e ogni tanto
nelle fratture del progetto
si insinuano le variabili
del disfacimento

una cortesia imprevista
un affetto inaspettato
ricompensa l’equazione
tra lo zero che annienta
e il senso che si sgretola
in un’impenetrabile
raggiera
di possibilità

 Mario Famularo è nato nel 1983 a Napoli. Ha realizzato il portale dedicato alla poesia e alla critica letteraria  Kerberos Bookstore, attraverso il quale ha cercato di promuovere l’interesse per la tradizione e per le voci
 nuove della poesia giovanile contemporanea, in collaborazione con diverse realtà, e in particolare con il  forum letterario Gladiatori della Penna. In tale ambito, ha pubblicato ilBreviario di metrica di base per pigri (2014), organizzato le selezioni per le antologia di poesia Arenae Florilegium, Volumi I (2014) e II (2015), e segue l’iniziativa Kerberos Gymnasium, una serie di esercizi collettivi sugli strumenti del linguaggio poetico, che convergeranno in una autonoma pubblicazione. Le sue raccolte di versi sono disponibili al pubblico tramite diffusione diretta ed editoria al dettaglio, sia cartacea che digitale. Tra queste: Juvenihilia (2009), la tragedia Res Publica Iustitia Privata, scritta a quattro mani con Vittorio Cerruti, Le Nascoste Cose (2011), Il Canto del Domatore (2016).

mercoledì 17 agosto 2016

“Ma silenzio è lo stare cristosenza”: sul Diarietto cattolico di Giorgio Casali

Giorgio Casali, Diarietto cattolico, Ladolfi 2016
recensione di AR

http://www.ladolfieditore.it/index.php/it/perle/perle-poesia/diarietto-cattolico.html
«Non li vedete sotto? / tre chiodi» (25 dicembre, p. 12). È il distico che apre questo Diarietto, in cui il Natale è già proiettato nella donazione assoluta del Figlio sul Golgota che sempre porta con noi e rende leggera la nostra croce (cfr. la poesia Stazione a p. 35).

Mi ha molto commosso leggere questa raccolta di versi che sono un cammino di fede e conversione intonati sobriamente, al ritmo sincopato di un diaframma che si fa tamburo ad emozioni vitali, essenziali e che non è possibile non condividere: «adesso che il mio cuore non batte più da solo / sta tutto in vita, / è doppia pulsazione» (Battito, p. 40). Chi viene illuminato non p a sua volta non emanare qualche vibrazione luminosa e renderla disponibile a chi a lui rivolga lo sguardo.

La plaquette è caratterizzata da uno stile onesto ed umile, trasparente e al tempo stesso riservato, intenso e vero come in fondo dovrebbe essere agostinianamente una confessione in cui ci si lascia lavorare da una Misericordia sempre provvidente, piuttosto che far noi uno sforzo di volontà inevitabilmente caratterizzata da condizionamenti e oscurità (l’esergo eliotiano – “Signore, non sono degno…” – è significativo in questo senso): del resto la grazia è gratuita, appunto, e non dipende dai nostri meriti ma dal nostro farle spazio per accoglierla: «il tuo tempo il mio lo trasfiguri – fidarsi ancora non è reato» (Grani, p. 19).

Così pure le devozioni “antiche” vengono ri-considerate nella loro amorevole, sapiente e universale semplicità: «anche l’uomo tuo Figlio il maschio / si accucciò nel seno / e chiedendo ti prenderai cura / rialzerai lo sguardo, il nostro» (Non cessate, o Potentissima, p. 21).

La fede va coltivata e sempre percepita come un dono e non come un premio. La poesia a pagina 26 fa implicito riferimento alla pianta di ricino sotto la quale il profeta Giona trova gradito riposo e che improvvisamente come era rigogliosamente cresciuta si secca (se appunto non ravviviamo in noi la gratitudine per la vita, per gli affetti, per i talenti… essi si inaridiscono): «Devi vedere che non si muore / quando lo stomaco si sta rivoltando  / e il cuore / davanti la pianta bruciata di sole / s’aggrinza e scolora / trovando bloccata / la sua capacità di fiore.»

Il male in noi e attorno a noi, la morte vengono convertiti/trasfigurati solo dall’amore di Gesù che ci proietta corpo e anima in una  «… carne / una sola, senza tempo» (Attesa che i corpi si ritrovino, p. 27); «Ma tu strapperai queste dita / (…) / come al pavimento affezionate: / le strapperai, tu le farai spiccare…» (Cracovia, p. 29); «Non temere i terrori della morte / se la spina che rimane conficcata / porterai alla fine nella carne / non del tutto intonacata.» (Corpus III, p. 32).

Fortissima la poesia Eucarestia dove il Cristo si lascia uccidere, mangiare, assimilare e chiede insistentemente al tu in cui ogni lettore/fedele può immedesimarsi: «se non dovessi come fece scivolare / nelle fogne puzzolenti del paese, // se non dovessi, dimmi, / se non dovessi?» (p. 18).

Molto partecipe e perspicua anche la bella introduzione di Francesco Iannone, a sua volta valente poeta.
Un vademecum che può aiutare molti a ritovare il sapore della preghiera: non solo formule, salmi e riti (certo indispensabili) ma anche semplice risonanza qui ed ora, in questo nostro costantemente liquido e spesso ingiusto mondo,  di quella scintilla assoluta di bello e divino ancora più minuscola, indefinibile e pervasiva del bosone di Higgs (di cui è in primis la Fonte).