giovedì 23 maggio 2013

Sulla nuova raccolta di Angela Caccia

Nel fruscio feroce degli ulivi, FaraEditore, 2013 


recensione di Vincenzo D'Alessio
La raccolta di poesie di Angela Caccia reca il titolo Nel fruscio feroce degli ulivi e costituisce la novantanovesima prova contenuta nel ciclo evolutivo della collana Sia cosa che presso la Casa Editrice Fara di Rimini.  
L’ossimoro “fruscio feroce” utilizzato dalla poetessa richiama immediatamente il difficile percorso che l’Uomo Gesù, nell’orto del Getsemani, affrontò nell’ora più cupa della prova: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice, però non la mia ma la tua volontà sia fatta!” Il suo sudore divenne come gocce di sangue che cadevano in terra.» (Luca 22,18-52)
La similitudine che annuncia il prodigio del sudore divenuto sangue, nell’evangelista Luca, prende corpo nella poesia della Nostra Atto d
accusa nei versi che seguono: “racconto / e mi racconto / quasi pregassi un dio / che non si commuove” (pag. 26). L’intera raccolta poetica, in modi diversi, vibra di tanatologia: incontro inevitabile, al quale neanche la parola, la Poesia, riesce a fornire “il centro”: “(…) ma ogni geometria / rapina il sogno / e un nuovo scritto / è l’ennesima farfalla / infilzata al foglio” (ivi, pag. 26).
L’Orto degli ulivi accoglie nel momento del massimo dolore terreno, per chi ha Fede, il Salvatore del genere umano, l’Agnello che indicherà la strada verso “lo spicchio di cielo” (pag. 83). Intanto la radice “da questa terra amara” (ivi) lega ognuno di noi, nel corpo, al dolore possente del passaggio “la chiamano sorella / di fatto è linea di confine” (pag. 87). Un paradosso veramente feroce, tanto che nella poesia Autobiografia implode forte la voce poetica a chiedere risposte: “È campo di battaglia il foglio / se cerco di dare il nome a un dolore / implode / s’appanna la parola / dalla gola sputo il verso (pag. 22).
Meditazione, accelerazione dalla periferia al centro, contraddizioni nella normalità caduca raccontata a se stessi, nell’inquietudine naturale della continua ricerca: “ (…) dentro, una terra apolide e / ventosa come tante / s’azzuffano / incertezze.” (pag. 22). Si scrive per superare “il magnete” che attira al passato e al paesello natio. Ritorni che fermano momentaneamente il tempo (kairós) alla ricerca di un centro stabile nella solitudine che permetta di superare la macina del pensiero che strugge: “Nel tempo ti riconoscerò / tenerezza / vissuta e poi perduta / per anni sofferta / invano cercata / e forse ritrovata / quando ormai non sanguini più” (pag. 68). 

Le poesie di questa raccolta seguono un dettato ritmico alterno. Utilizzano l’enjambement per dare vigore al racconto poetico. Non interrompono il dialogo interiore che chiede con forza all’albero della Pace, per antonomasia, di staccarsi dalle radici terrene e piantarsi in quello spicchio infinito di cielo: capovolgere la realtà. Vengono alla mente durante la lettura, per analogia, i versi della poesia X Agosto di Giovanni Pascoli: “E tu, Cielo, dall’alto dei mondi / sereni, infinito, immortale, / oh! d’un pianto di stelle lo inondi / quest’atomo opaco del Male!”. Ma mentre in questa composizione il poeta dice: “io lo so ” nel primo verso, alimentando la sua fede nella Giustizia celeste, nei versi della poesia Incipit  Angela Caccia scrive: “Muore, e fino all’ultimo è spazio e tempo e sogno / muore perché non è più racconto. / Resta una traccia, forse un sentiero / è solo un dubbio!” (pag. 13). “Il fodero”, come difesa dalla lama ineluttabile della Morte, è nella nascita: l’incipit di altre storie, vittoria come nel sepolcro vuoto dove era deposto Gesù, l’unico risorto nella storia della Fede cristiana.
“Nasciamo nella penombra di una grotta”, così inizia il racconto poetico della Nostra srotolando gli episodi personali, i drammi, le esperienze, gli affetti, lungo la linea diseguale di un mare profondo e invitante all’abbandono. Sono versi che invitano il lettore a calcare i passi lungo la battigia, le orme che si sottraggono all’egemonia distruttiva dell’onda. Lo indicano le parole introduttive del poeta Davide Rondoni: “Lei sa anche per esperienza di impegno personale che la poesia non è un bene privato. E di certo il mettere in comune la poesia non ha come scopo la fornitura di sogni o di tavor. La poesia non è un tranquillizzante. E dunque pensare e ripensare poeticamente significa accettare di abitare la fertile inquietudine” (pag. 9).

martedì 21 maggio 2013

Quello strano e duro “feroce” del titolo


recensione di Fulvio Sguerso pubblicata ne ilciottolo.blogspot.it
dalla Rivista on line Trucioli Savonesi



Una summa che mi ha intimamente commossa per quanto ha saputo raccogliermi. Il mio Grazie al Prof. Fulvio Sguerso.

Nel fruscio feroce degli ulivi

È il verso – un decasillabo – musicale ed enigmatico con il quale Angela Caccia (poetessa nata e residente a Cutro, in provincia di Crotone, autrice de Il canto del silenzio, Napoli 2004) ha intitolato la sua nuova silloge poetica (FaraEditore, 2013) composta di visioni, idilli, paesaggi mediterranei, riflessi e ombre, fugaci autoritratti “frammenti di sé che / il giorno ha disperso”, dediche e cablogrammi quasi medianici a persone care, al di qua o al di là della “linea di confine” tra cielo e mare, acqua e terra, notte e giorno, superficie e profondità, visibile e invisibile, quotidianità ed eternità, incanto metafisico e “pane spezzato insieme”, confessioni e preghiere al Padre nostro ma anche racconti e invocazioni a “un dio / che non si commuove”...


Come si può intuire da questa veloce rassegna dei motivi e dei temi che s'intrecciano e s'inseguono da pagina a pagina, da lirica a lirica, e anche da silenzio a silenzio (“Ti perdo tra i fili / ai limiti di ogni pensiero Ti ritrovo / e piovono note senza musica...”), in una specie di poetica “arte della fuga”  e di contrappunto “parola che spiega” e il mistico ascolto del “silenzio di una rosa...” : “lo ascolto / aspetto mi stupisca / e lui m'innamora”, il registro della “narrazione” poetica dell'autrice va dalla percezione immediata dei segni, delle tracce, delle impronte che il tempo inesorabilmente lascia ai margini del foglio bianco (“Utero e ossario di parole”) alla meditazione sulla perigliosa “rotta” notturna verso la salvezza ma che “il giorno a tratti vanifica” e quindi “Si naviga a vista rotolando sull'onda gonfia...”, al tema della ricerca dell'assoluto (che riecheggia, forse, quello medioevale della queste del santo Graal): “pianto i miei passi nel buio / alla ricerca dell'istante aurorale / di un boccio di tempo fermato...), al tema leopardiano (e petrarchesco) dell'indicibilità della pienezza della gioia: “una gioia sottile / rimbalza dai marciapiedi alle case // l'arco della parola non la raggiunge / ha una freccia spuntata...”, a quello dell'eros: “Mano impudica / volteggi sul corpo amato / a spumeggiare sottopelle intime fibre...”, a quello della maternità (Sapevi di bozzolo, Gli occhi negli occhi, Ancora e per sempre), alla metafora di sapore montaliano del “ciottolo assetato di sale”, al dialogo tra l'Io e il Tu (“dalla parabola di Paul Celan Animus e Anima”), a quello della poesia come preghiera e ascesi, sulle orme della sua “stella polare” – il suo maestro di ars poetica Davide Rondoniai forti temi evangelici e Kerygmatici, presenti un po' dovunque ma soprattutto nell'Incipit, in Due parole, in Dal vangelo di Maria.

La poesia di Angela Caccia è fortemente caratterizzata dal senso della trascendenza e dai simboli della Passione, Morte e Resurrezione di Cristo: nella poesia che apre la silloge intitolata appunto Incipit incontriamo metafore, simboli e nomi di luoghi che si riferiscono direttamente ai testi evangelici: il monte Tabor, dove avvenne la Trasfigurazione, il “fruscio feroce di ulivi ignari” che allude alla scena del tradimento, del bacio di Giuda e della cattura di Cristo, il canto del gallo che richiama il rinnegamento di Pietro, la salita al Calvario, le “mani che si colmano alla sua pena”, probabile allusione al gesto della Veronica, “un'altra spalla al posto suo” che allude al Cireneo; la morte in croce e infine “un sepolcro profumato e vuoto...” a significare la Resurrezione. Con la Resurrezione di Cristo comincia una nuova storia che l'autrice vede come il fodero, la custodia di questa nuova vita. Rimane da interpretare quello strano “feroce” attribuito al fruscio degli ulivi, potrebbe alludere all'apparente indifferenza degli innocenti e ignari ulivi che assistono senza una lacrima alla ferocia degli uomini; oppure, come interpreta nella sua prefazione Davide Rondoni, quello strano e duro “feroce” del titolo “sembra collegarsi al duro e 'feroce' ultimo testo del libro, non a caso indicato come Il paradosso”. In che cosa consiste il paradosso? Consiste nel mistero della morte, di fronte al quale ogni sapere umano si vanifica e la stessa ricerca del senso della vita non avrà più senso: saremo di fronte alla Verità in persona, e a quel punto, come scrive ancora Rondoni, “ogni pensare e ripensare giunge a toccare il suo vertice profondo: una verità che non si presenta più come porta da aprire con il nostro fragoroso, pesante e vario mazzo di chiavi”. E tuttavia, al di qua di qull'ultima “linea di confine”, di quella estrema “dogana”, rimarranno i momenti e le immagini, come quella de L'ulivo che con il suo emergere dalla terra e il suo tendere verso il cielo offre figura e significato alla nostra condizione di creature terrestri ma anche celesti; e così anche l'anima dell'autrice può specchiarsi nella “Chioma rovente e arsa” dell'ulivo e nella sua ombra che “riflessa ti guarda / da questa terra amara / che ti lega”.


Fulvio Sguerso è nato a Bolano (SP) il 28/03/43. Già docente di italiano e storia, è ora ricercatore presso il Centro Studi Pedagogici Don Lorenzo Milani di Genova. Dopo essersi laureato in Pedagogia a Torino con una tesi sul giovane Gramsci ha continuato a interessarsi alle problematiche inerenti alla formazione, alla scuola, al volontariato, soprattutto  alla relazione  e al colloquio d’aiuto. Si è occupato, in qualità di referente scolastico per l’educazione alla salute, di psicologia dell’età evolutiva, di problematiche giovanili e di tossicodipendenza. Ha collaborato con l’équipe del Progetto 900 del Liceo scientifico Orazio Grassi di Savona. Recentemente si è diplomato in Counseling con una tesi sulla theia mania (la follia divina) nel Fedro di Platone. Collabora alla rivista online Trucioli savonesi. Suoi testi in prosa e in versi  sono tuttora sparsi su vari siti e in pagine di Fulvio Sguerso. Nel 2007 ha pubblicato per i «Quaderni Savonesi ISREC» l’articolo “Presenza della memoria e perdono del passato”; nel 2011, per le Edizioni di Cantarena (GE), il libro Appunti e contrappunti, nel 2012 ha pubblicato presso lo stabilimento grafico Marco Sabatelli, Savona, Una galleria di stampe, che raccoglie articoli e brevi saggi su argomenti etici, politici e teologici. Attualmente si occupa di pratica filosofica.

Caterina Camporesi premiata al Civetta di Minerva 2013

Consegna del terzo premio a Caterina Camporesi. Consegna Barbara Carle

Premiazione a Summonte (AV) 19 maggio 2013

 Motivazioni all'opera finalista Dove il vero si coagula 
di Caterina Camporesi
 
Una lirica essenziale per dare voce alle parole che provengono dal profondo. Interno ed esterno si rincorrono. Lacerti di sensazioni e forme di pensiero si riannodano per scandagliare l'io, la natura e il mondo, nell'intento di snidare grumi di verità presenti nella caverna dell'anima.
Immagini di chiara forza evocativa, dove il tormento e l'inquietudine vengono quasi a racchiudersi in un universo cristallizzato. Rivelazioni dell'essere e segmenti dell'esserci, tra il detto e il non-detto in un lessico febbrile e in poderose visioni che cercano di rinserrare l'enigma.
Tentativi di comunicabilità, l'oro dell'incontro, il disgelo, l'identità e le metamorfosi sono elementi qui espressi in economia, per sottrazione, come a sancire e a ridefinire il coagularsi delle parole, delle emozioni, delle cose – tra l'oblio e l'estasi – in una liricità dove il dettato giunge alla sua estrema semplificazione e significazione.

Starze di Summonte, 19 maggio 2013

Il Presidente  Domenico Cipriano                         Il Segretario  Lucio Dello Russo


CATERINA CAMPORESIDove il vero si coagula, Raffaelli Editore, 2011.
Caterina Camporesi è nata a Sogliano al Rubicone (FC) nel 1944 e vive tra Rimini, la Garfagnana e Roma. Svolge l’attività di psicoterapeuta. Già condirettrice de «La Rocca poesia» e redattrice de «Le Voci della Luna», è socia di Sinopia (www.sinopiaonlus.org) e collabora con riviste cartacee e on-line come «Fili d’aquilone». Ha pubblicato: Poesie di una psicologa, Sulla porta del tempo, Agli strali del silenzio, Duende (Marsilio, 2003), Solchi e nodi (Fara, 2008) e Dove il vero si coagula (Raffaelli, 2012). È presente con “La sorte risanata” nell’antologia La coda della Galassia (Fara, 2005) e altre sue poesie sono state inserite ne La linea del Sillaro (Campanotto, 2006).

Premio Antonio Guerriero Civetta di Minerva 2013: targa GAL a Vincenzo D'Alessio

Consegna della targa GAL Partenio «La poesia dedicata all'Irpinia» a Vincenzo D'Alessio  per La valigia del meridionale e altri viaggi.

Consegna un delegato GAL Partenio — con Vincenzo D'Alessio







Un grande grazie a Caterina Camporesi, ai giurati del Premio e a tutti coloro che hanno collaborato alla felice organizzazione dell'evento.

lunedì 20 maggio 2013

Con La neve Francesco Filia vince il Premio “Civetta di Minerva” 2013!

Vincitore della seconda edizione del Premio letterario Antonio Guerriero Civetta di Minerva è Francesco Filia con La neve - Fara editore, già vincitore del concorso Faraexcelsior! Complimenti vivissimi al poeta!




Seconda edizione concorso letterario per la poesia edita proposto dall'Associazione Spazio Incontro

Ufficio Stampa: Miriade & Partners Srl - Diana Cataldo tel. 329/9606793 - Massimo Iannaccone tel. 92/9866587 - e-mail: ufficiostampa@miriadeweb.it


L’Associazione Spazio Incontro bandisce la seconda edizione del premio letterario “Civetta di Minerva” intitolato ad Antonio Guerriero, che nella sua prima edizione riguarderà la poesia edita.
Il premio nasce dall’impegno della stessa associazione a favorire la diffusione della cultura all’interno del territorio della provincia di Avellino. Proprio con questo scopo, dieci anni fa, nasceva l’associzione di volontariato Spazio Incontro, che ha tra i suoi fondatori, Antonio Guerriero, prematuratamente scomparso nel 2008, e sempre pronto a prodigarsi per la divulgazione de “la conoscenza” sopratturro a vantaggio dei più giovani. L’obiettivo del concorso letterario è dare la possibilità a più persone di avvicinarsi al mondo della poesia, favorendo la scrittura e la lettura di un’arte tanto diffusa quanto poco conosciuta.
Per l’assegnazione del premio, infatti, è prevista, oltre ad una giuria di esperti, la presenza di una Giuria Popolare. La Giuria Tecnica, composta da Domenico Cipriano (presidente), Raffaele Barbieri, Cosimo Caputo e Stelvio Di Spigno, sceglierà tre opere tra le partecipanti. Successivamente la giuria popolare, composta da venti persone di diverse fasce d’età, decreterà il vincitore dopo aver letto i volumi e conosciuto gli autori finalisti.
Gli autori interessati alla selezione o le case editrici (in questo caso si sottende l’autorizzazione da parte dell’autore) dovranno trasmettere al seguente indirizzo:
Segreteria del Premio Letterario “CIVETTA DI MINERVA” - ANTONIO GUERRIERO
c/o Associazione Spazio Incontro - Via Starze I, 9 - 83010 Summonte (AV)
numero 5 (cinque) copie della pubblicazione di poesia entro e non oltre il 16 marzo 2013.
La partecipazione al premio è completamente gratuita ed il vincitore si aggiudicherà un’opera d’arte simbolo del concorso realizzata appositamente da Giovanni Di Nenna.
La premiazione si terrà il giorno 19/05/2013 presso il Centro Sociale Giovanni Paolo II di Starze di Summonte (AV).



IL CORRIERE DELL'IRPINIA 23 MAGGIO 2013 

domenica 19 maggio 2013

Intervista di Laila Cresta ad Angela Caccia






Ci sono domande che varrebbe la pena porsi periodicamente, se non altro per ribadire un nostro credo. L’intervista di Laila Cresta è stata l’occasione di una splendida passeggiata, altrettanto splendida  la sua compagnia.



(“Sarei più brava a scrivere la mia lapide: visse felice nei suoi verbi”)
Di questa donna calabrese, moglie e madre impegnata nel sociale, ci è arrivata una silloge  di versi liberi “preziosi” come forma e coinvolgenti come contenuto. Della nostra lingua fa un uso colto ed elegante, e il mondo interiore che ci schiude è ricco di luci e di profondità nascoste. 
1 -Che rapporto c’è fra la tua vocazione pedagogica” e la scrittura, se esiste un rapporto?
Se vocazione c'è, non è per nulla intenzionale. Forse è un effetto collaterale e inconscio della mia esigenza di scrivere per chiarificarmi e raggranellare un minimo di assertività. Ma anche quella, l'assertività, è della serie: io ho capito e acquisito dei convincimenti sin qui, non è detto che non ci sia di più, di altro, di diverso. È il riflesso dell'educatrice che sono e sono stata per i miei figli ai quali “cerco” (e nel virgolettato è tutta la fatica di non prendere la strada più sbrigativa, quella dell’autorità genitoriale, tentando invece di innescare nel rapporto madre/figlio una sorta di empatia, con la speranza che possa diventare  autorevolezza e fiducia) di propormi amica comunque, anche quando mi è difficile  comprenderli. Rammento, a me e a loro, che sono una persona adulta con un suo carico di conoscenze basate sull'esperienza: non avranno l’imprimatur dell’infallibilità, ma indicano comunque strade già battute.

2 - Da quanto tempo scrivi? 
A me sembra “da sempre”, e da sempre si sono alternati periodi di fermo/silenzio e di intensa attività.
3 - Cosa scrivi? Cosa significa per te scrivere? 
Scrivere ha il vantaggio, tra i tanti, di cristallizzare un grumo di tempo che, all'improvviso, senti carico di un preciso o abbozzato sentimento, per sua natura estremamente evanescente se la penna non lo stigmatizzasse in qualche modo sulla carta. Ed io scrivo, di solito, dell'emozione che mi passa accanto e che ritengo sia utile portare con me nel mio viaggio di vita.
5 - Cosa ti dà? C’è un messaggio, e/o uno scopo, in ciò che scrivi? Esplicitalo. La scrittura è per te una professione, un piacere, un bisogno, o è solo propedeutica al messaggio?
Oltre alle risposte implicite che ho dato sin qui, potrei dire che lo scrivere in me è finalizzato a una sorta di intima e periodica manutenzione del sé: sentimenti, emozioni, valori. Credo sia il modo più efficace per lasciar emergere le  proprie contraddizioni, per tenersi d’occhio, capire se e quando ci si nasconde anche a se stessi, è la cartina di tornasole della propria autenticità. Per certo è palestra, tanto impegnativa quanto affascinante, il sentiero del coraggio di cui periodicamente abbondo o scarseggio, e sul quale ci si può incamminare per scendere in profondità a volte sconosciute o scomode.


8 - Ami la lettura?
  
Lettura e scrittura, quando sono consanguinee, sono anche propedeutiche l’una all’altra: nella mia periodica difficoltà ad articolare un pensiero valido, il segnale che ho bisogno di fare un pieno di lettura; e viceversa: se avverto come un bubbone dentro, c’è un attività di pensiero implosa che cerca una sua consistenza nella parola scritta.
9 -Quale genere leggi più volentieri?
Nell’ adolescenza ho fatto scorpacciate di narrativa, in età adulta ho iniziato ad avvicinarmi al pensiero “denso”, per lo più filosofia psicologia e teologia, poi ho preferito la saggistica. Di poesia ne ho letta sempre, ma non quanto avrei voluto: quella che mi piaceva – Merini, Dickinson, Borges, Rondoni e tanti altri - mi restava troppo addosso, dovevo allontanarla da me. Oggi sono un’indisciplinata, non riesco a riflettermi in uno specifico genere letterario.
10 -Qual è limportanza della lettura, secondo te? 
Anni fa mi chiesero di relazionare su una frase di Flaubert che avvertivo come un’ autentica iperbole: “Non leggete per divertirvi o per istruirvi. Leggete per vivere”. Poi, man mano che sviluppavo un mio pensiero, approdai ad altre conclusioni. Il piacere del leggere sta nel deviarsi o istruirsi, magari è anche una forma di consolazione. Dovremmo però consentire un’altra finalità alle nostre letture, e tenercela ben stretta a mo’ di stella polare: un libro può e sa decifrare la realtà che ci circonda e spingere alla coscienza della significazione. È la consapevolezza che fa la differenza tra vivere di gusto e non.
11 -In Italia, si sa, si legge poco. Come pensi si possa incoraggiare un bambino a leggere? 
Molte volte si sbaglia l’approccio alla lettura che, comunque, è una fatica: decifrare segni, immaginare, collegare, rilanciare il proprio pensiero da un pensiero altrui, sono tutte attività intellettuali impegnative.
Leggere, e intensamente, abbisogna di  un rituale. È un po’ come un bagno caldo e rigenerante: ci si cala lentamente, poi, appena il corpo acquisisce la stessa temperatura dell’acqua, si attua una completa interazione tra acqua e corpo - tra lettore-testo-autore- con tutti i benefici che da quell’interazione si possono ricevere.
12 - La poesia ha ancora una valenza nel mondo d’oggi, secondo te?
Di recente ho presentato il mio libro a Messina, grazie all’ospitalità  dell’Ass. culturale Terremoti di Carta. Il relatore d’eccezione, S.E. Mons. AntonioStaglianò, Vescovo di Noto, ha concluso il suo intervento dicendo che nulla come la poesia è capace di coltivare e salvaguardare “l’humanitas” di cui è pervaso l’essere. Concordo in pieno, e aggiungerei che nulla, come scrivere o leggere poesia, sa toccare nervi scoperti e nutrire e rinfocolare con la sua lucina quella “fiaccola per illuminare le camere oscure del ventre”, traduzione del termine ebraico “nishmat” col quale si identifica l’anima.
13 - Cosa può dare a) al poeta, b) al lettore?
Ad entrambi, lettore di poesia e poeta, ho dedicato sull’argomento dei miei versi:
Barche di carta sull’oceano. Vele spiegate
vergate da un vento che si spera amico.
La notte è salvezza che passa per un abisso
mostra una rotta che il giorno a tratti vanifica.
Si naviga a vista rotolando sull’onda gonfia
la più slanciata a lontananze d’orizzonti:
lucciole tremolanti che sfidano chi ha
coraggio e continua il viaggio.
Qualcuno approda dove la coscienza si fa porto.
 
14 - Presentati in dieci righe. Cosa vuoi dire di te?

Provo a cavarmela condensandomi in tre verbi: curo-gioco-viaggio.
Amare è voce del verbo curare, ed io ho un piccolo grande mondo di affetti. Un gioco non è mai fine a se stesso, è un topos che riflette una precisa visione, forse un progetto di vita: negli scacchi alleno logica e creatività, la prima mi lega alla terra, la seconda mi slancia. Pigra cronica col pallino di viaggiare - m’addentro fuori per ritrovarmi dentro - non posso che ripiegare su letture e scrittura. Gli orizzonti più ampi sono di poesia: 
una stufetta appassionata
quattro ante di nuvole e di cielo
cicche a metà dimenticate
e poi
ampiezze crinali precipizi
ali di parole …
non sono qui
cercami altrove. 

giovedì 16 maggio 2013

Tra quel fruscio feroce degli ulivi (di Lorenzo Spurio)

rececensione pubblicata nel Blog Letteratura e Cultura 



Lorenzo Spurio, tre  connotazioni precise individuano questo poeta e scrittore poliedrico: passione, tanta, passo sicuro, meta scontata.

A lui il mio GRAZIE.


Dal  Blog Letteratura e Cultura




Il tempo è un oceano inclemente
separa la battigia dall’orizzonte (p. 38).


Che cosa si nasconderà tra quel “fruscio feroce degli ulivi”? È la primissima cosa che mi sono domandato, libro alla mano, prima di avventurarmi in questa curiosa lettura. E, soprattutto, perché il fruscio è “feroce”? Ho immaginato scenari paesaggistici estremi dove la natura si manifestava con forza ed energia tanto da motivare un fruscio “feroce”, qualcosa del tipo rintracciabile in passi di romanzi di Thomas Hardy o Jack London. Il percorso interpretativo, però, era sbagliato.

Questo libro, che si apre con una preziosa nota introduttiva scritta da Davide Rondoni, si compone di sessantatre poesie che, pur condividendo un progetto concettuale che le unisce, possono essere suddivise in vari sotto-temi: si notano, infatti, poesie dal chiaro intento sociale e che si focalizzano, quindi, su comportamenti/usi diffusi nella nostra contemporaneità (Facebook) e di eventi storicizzati (Anno 2012, Lettera alla mafia, A Giovanni Paolo II), c’è poi una attenzione sull’atto poetico (quei “coriandoli di idee”, p. 24) come creazione dove la poetessa confida il legame che la unisce alla letteratura, alle aspirazioni e  influenze (Autobiografia, Ho letto Borges) e in ogni caso il tutto è condito da elementi che riconducono alla natura, soprattutto vegetale (l’ulivo, ad esempio) e la natura nel suo divenire (l’alba e il crepuscolo), ma che richiamano anche il mito classico come nel caso di L’eco. Gli accurati e mai pedanti riferimenti paesaggistici hanno di certo un legame stretto della poetessa con la sua terra originaria, che in queste liriche viene affrescata talvolta in maniera colorata, altre volte con un cromatismo sbiadito: “Vivo l’oggi e / il passato è già un magnete / il paesello natio a cui si torna” (p. 22). Una sorta di manifesto della poetica della donna è contenuto il “Parole in fuga” il cui titolo sembrerebbe un rimando alla poetica avanguardistica di inizio secolo del ‘900, in realtà qui Angela Caccia esplica il suo rapporto con la Parola: “Parole parlanti le tue/ parole scritte in fuga// corrono scalze/ su frescure di sabbia tersa” (p. 19). Il linguaggio è a tratti evocativo, a tratti volutamente scarnificato e acuminato (“fruscio feroce”, p. 13; “ossario di parole”, p. 14).

La natura ne esce come quel luogo che attornia l’uomo, ma che lo guarda di sottecchi, quasi in maniera infingarda e la poetessa, dall’animo sensibile, ne avverte un leggero timore, consapevole che è Essa che comanda tutte le nostre esistenze. Ed è per questo che il fruscio è “feroce”, che si fa violento e sconsiderato e che “il vento […] si spera [sia] amico” (p. 16) e il ciottolo è “assetato di sale” (p. 17): sembra che la natura – anche quella inanimata – si umanizzi e inveisca contro l’uomo. Se ci chiediamo perché, la poetessa non ci illumina su questo e possiamo sentirci liberi nell’interpretare: perché l’uomo ha sfruttato la natura? perché la contamina e la oltraggia? È una lettura possibile.

Le introspezioni continue della poetessa si realizzano attorno a una analisi che potremmo definire toponomastica degli spazi geografici: spesso vi è il contrasto tra centro e periferia: “Vivo la mia periferia/ nell’insana nostalgia del centro/ – dice il Cuore” (p. 17); “Poesia/ mistero e maledizione// infermiera del pensare/ e ripensare// cammino verso il centro/ o procedo in tondo …” (p. 26).

Una silloge di ampia caratura dove è la vasta gamma dei sentimenti umani ad essere tracciati con pennellate che lasciano il segno: liriche cupe e riflessive (“La morte / sbuccia ogni giorno / una scorza d’umano / conia l’orfano / la vedova // ma sventrata d’un figlio / come si chiamerà la madre?”, p. 54), poesie critiche nei confronti della società (“sconfessa il fasullo del mondo”, p. 42; “un quotidiano che / forgia uomini di pietra”, p. 62), ma estremamente lucide, manifesto di una poetessa che ha molto da dire e che lo fa nel migliore dei modi. C’è poi spazio per liriche dolorose pensate come commemorazione di gravi calamità naturali quali il terremoto in Emilia e gli allagamenti sofferti dalle Cinque Terre descritti come “una pioggia impietosa [che] ha tumulato la / Liguria” (p. 71).

Questo libro ci fa viaggiare in terre verdi e profumate, ai bordi di mari, ci fa sentire il rumore delle fronde degli ulivi e ci fa bagnare della guazza delle felci. La poetessa ci accompagna mano nella mano e a piedi scalzi su queste terre tutt’ora inviolate e dove la Natura manifesta ancora la sua incorrotta potenza.

mercoledì 15 maggio 2013

Premiazione “Civetta di Minerva” a Summonte (AV) 19 maggio




Domenica 19 maggio, ore 18.30 – Centro sociale Starze di Summonte (AV)


CONCORSO “CIVETTA DI MINERVA – ANTONIO GUERRIERO”,
DOMENICA (19 maggio) LA CERIMONIA DI PREMIAZIONE:
LA GIURIA POPOLARE DECRETA IL VINCITORE
TRA LE TRE OPERE FINALISTE

AD ANTONELLA ANEDDA IL PREMIO ALL’OPERA POETICA


SUMMONTE (AVELLINO) – Giunge a conclusione la seconda edizione del Premio “Civetta di Minerva – Antonio Guerriero”: domenica 19 maggio, alle ore 18.30, presso il Centro sociale “Giovanni Paolo II” di Starze di Summonte, si terrà la cerimonia di premiazione dei tre finalisti, scelti tra 97 opere edite partecipanti, e del vincitore del primo premio.

Dopo la Giuria Tecnica, che ha selezionato le opere finaliste, sarà ora la Giuria Popolare, composta da 20 persone di diversa età e formazione, a decretare il vincitore del Premio “Civetta di Minerva – Antonio Guerriero”, promosso dall’Associazione “Spazio Incontro” presieduta da Ornella Adiglietti, con il patrocinio di Regione Campania, Provincia di Avellino, Comune di Summonte, Gal Partenio ed Ept di Avellino. il vincitore riceverà una scultura del maestro Giovanni Di Nenna.

All’evento saranno presenti gli autori dei libri finalisti: Caterina Camporesi con “Dove il vero si coagula” – Raffaelli Editore, Fancesco Filia con “La Neve” – Fara Editore e Letizia Leone con “La disgrazia elementare” – Giulio Perrone Editore. Attesa, inoltre, la presenza di Antonella Nedda, vincitrice del Premio all’Opera Poetica.

Saranno consegnate anche le targhe ai segnalati presenti: “L’ospite indocile” di Lucianna Argentino – Passigli editori – Firenze, 2012; “Anticlea è mia sposa” di Leone D’Ambrosio – BEL-AMI edizioni – Roma, 2012; “Per camminare rapidi sulle acque” di Domenico Arturo Ingenito – G. Ladolfi Editore – Borgomanero, 2012; “In-chiostro” di Giovanna Iorio – Edizioni Delta 3 – Grottaminarda, 2012; “Il canto delle pescatrici” di Lorenzo Leporati - Edizioni Noubs – Chieti, 2012; “Andare per lune” di Antonio Nesci – Edizioni dell’Aurora – Verona, 2012; Sotto il sole (sopra il cielo) di Alessandro Ramberti – Fara Editore – Rimini, 2012; “L’omografia.6” di Armando Saveriano – Per Versi editori - Grottaminarda 2011; “L’urto” di Fabio Vallieri – G. Ladolfi Editore – Borgomanero, 2011; “Ritratti in lavorazione” di Giuseppe Vetromile – Edizioni del Calatino – Catania, 2011. Inoltre sarà consegnata la targa offerta dal Gal Partenio per “la poesia dedicata alla terra irpina” all’autore Vincenzo D’Alessio che ha concorso con l’opera La valigia del meridionale e altri viaggi, Fara Editore, Rimini 2012.

Saranno presenti le autorità ed i membri della Giuria Tecnica, presieduta da Domenico Cipriano e composta da Raffaele Barbieri, Cosimo Caputo e Stelvio Di Spigno, che ha scelto i finalisti nella prima fase del premio. La Giuria Popolare sarà invece composta da Gerardo Nicola Masiello (Presidente), Costantino Pesca, Fiorenzo Carullo, Leonardo Silvestri, Rosa Magri, Alessandro Dello Russo, Carmine Dello Russo, Fausto Di Pietro, Antonio Ferrara, Daniela Ciampi, Valentina Capolupo, Antonella Botta, Carmela Ercolino, Sara Tangredi, Gina Troisi, Antonietta Cristiano, Angela Capolupo, Fabiola Polcaro, Gerarda Pascarella e Alessandra Lucia Simeona.

A presentare la cerimonia di premiazione sarà la giornalista Stefania Marotti, nelle scenografie allestite da Bianca Pacilio. La lettura delle poesie poesia sarà affidata a Chiara Mazza, mentre le musiche al trio jazz composto dai fratelli Nico e Giuseppe D’Alessio con la cantante Virginia Sorrentino.

Sarà possibile seguire l’evento su Twitter con l’hashtag #civetta2013.

L’obiettivo del concorso letterario è dare la possibilità ai cittadini di avvicinarsi al mondo della poesia contemporanea, favorendo la lettura e l’incontro con i protagonisti di un’arte tanto diffusa quanto poco conosciuta. L’Associazione Spazio Incontro è impegnata infatti nel favorire la diffusione della cultura all’interno del territorio della provincia di Avellino. Proprio con questo scopo, dieci anni fa, nasceva l’associazione di volontariato, che ha tra i suoi fondatori proprio Antonio Guerriero, prematuramente scomparso nel 2008, e sempre pronto a prodigarsi per la divulgazione della conoscenza soprattutto a vantaggio dei più giovani.

PROFILI AUTORI: OPERA POETICA E FINALISTI

ANTONELLA ANEDDA – PREMIO OPERA POETICA 2013
Antonella Anedda (Anedda-Angioy) è poeta e saggista. Nata nel 1958 a Roma, si è laureata in storia dell´arte moderna e ottenuto la borsa di studio di Alta cultura presso la Fondazione Cini. Ha insegnato presso l´Università di Siena-Arezzo e presso il Master di Anglistica dell´Università La Sapienza di Roma, attualmente è docente presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione di Lugano in Svizzera. Ha pubblicato i volumi di poesia: Residenze invernali (Crocetti, 1992, premio Sinisgalli); Notti di pace occidentale (Donzelli, 1999); Il catalogo della gioia (Donzelli, 2003), Tre stazioni (LietoColle, 2005); Dal balcone del corpo (Mondadori, 2007, Premio Napoli); Salva con nome (Mondadori, 2012, Premio Viareggio). Tra i volumi di saggi: Cosa sono gli anni (Fazi, 1997), La luce delle cose (Feltrinelli, 2000), La lingua disadorna (2001), Come solitudine (Donzelli, 2003) e La vita dei dettagli (Donzelli, 2009). Le sue traduzioni da poeti classici e moderni sono raccolte nel volume Nomi distanti (Empiria, 1998). Ha inoltre tradotto e curato il volume Appunti per una semina, antologia di poesie e prose di Philippe Jaccottet (Roma, 1994) e sempre di Philippe Jaccottet La parola Russia (Roma, 2003). Tra i volumi curati: l’edizione del romanzo Villette di Charlotte Bronte e nel 2010 sia l’edizione della filosofa sufi iraniana Malek Jan Nemati: La vita non è breve, ma il nostro tempo è limitato che le prose di Antropologia dell´acqua di Ann Carson. I suoi libri sono tradotti in numerose lingue ed è presente in numerose antologie. 

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FINALISTI 2013

FRANCESCO FILIALa Neve, Fara editore, 2012.

Francesco Filia vive e insegna a Napoli, dov’è nato nel 1973. È stato vincitore della sezione inediti del premio Dario Bellezza (edizione 2001) e finalista di altri premi, tra cui il Città di Tortona, per l’opera prima, 2008. Sue poesie sono apparse su varie riviste blog e riviste on-line e, tra le altre, nelle antologie Subway. Poeti italiani Underground (a cura di Davide Rondoni e con introduzione di Milo De Angelis, Net, 2006) e Il miele del silenzio (a cura di Giancarlo Pontiggia, Interlinea, 2009). Ha pubblicato il poema in frammenti Il margine di una città, con prefazione di Raffaele Piazza e dieci tavole di Pasquale Coppola (Il Laboratorio, 2008). La neve è il suo secondo libro.

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LETIZIA LEONELa disgrazia elementare, Giulio Perrone editore, 2011.

Letizia Leone si laurea in letteratura italiana e consegue il perfezionamento in linguistica. Agli studi umanistici affianca lo studio musicale. Ha avuto riconoscimenti in vari premi (Segnalazione Eugenio Montale, 1997; Grande Dizionario della Lingua Italiana S. Battaglia UTET, 1998; Nuove Scrittrici Tracce, 1998 e 2002; Selezione  Miosotìs, Edizioni d'if, 2010-2012; Menzione d'onore Lorenzo Montano ed. Anterem). Ha pubblicato: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008); La disgrazia elementare (2011). Un suo racconto presente nell'antologia “Sorridimi ancora” a cura di Lidia Ravera, (Perrone 2007)  è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo “Le invisibili" (Regia di E.Giordano) al  Teatro Valle di Roma. Attualmente tiene un "Liceo di poesia" presso l’editore Perrone di Roma.

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CATERINA CAMPORESIDove il vero si coagula, Raffaelli editore, 2012.

Caterina Camporesi è nata a Sogliano al Rubicone (FC) nel 1944 e vive tra Rimini, la Garfagnana e Roma. Svolge l’attività di psicoterapeuta. Già condirettrice de «La Rocca poesia» e redattrice de «Le Voci della Luna», è socia di Sinopia (www.sinopiaonlus.org) e collabora con riviste cartacee e on-line come «Fili d’aquilone». Ha pubblicato: Poesie di una psicologa, Sulla porta del tempo, Agli strali del silenzio, Duende (Marsilio, 2003), Solchi e nodi (Fara, 2008) e Dove il vero si coagula (Raffaelli, 2012). È presente con “La sorte risanata” nell’antologia La coda della Galassia (Fara, 2005) e altre sue poesie sono state inserite ne La linea del Sillaro (Campanotto, 2006).

ANTONIO GUERRIERO E LA DEDICA DEL PREMIO
Antonio Guerriero è nato ad Ospedaletto d’Alpinolo (AV) il 19 maggio 1950 in una classica famiglia contadina del tempo. Ad 11 anni è in seminario a Somma Vesuviana, seguendo gli studi ecclesiastici e, nel 1974, si laurea in teologia alla Università Pontificia Urbaniana Propaganda Fidae. L’insoddisfazione di vivere le vicende di quel tipo di Chiesa lo porta ad iscriversi all’Università del Sacro Cuore di Milano, dove si laurea in filosofia nel 1977. Torna nella sua terra e cerca di cambiare le motivazioni della comunità, riuscendoci, in qualche modo, anche attraverso l’impegno politico. Figura sempre presente nelle attività culturali e non solo della comunità, si spegne alle ore 12,00 del 19 settembre 2008. La poesia come arte elevata in grado di sensibilizzare le coscienze, attraverso il premio a lui dedicato e il simbolo della filosofia di cui era attento studioso, diventa espressione di gratitudine per gli insegnamenti, la sete di cultura e il risveglio delle coscienze sempre prodigate da Antonio Guerriero.

NOTA SULL’ARTISTA GIOVANNI DI NENNA
Giovanni Di Nenna, nato a Torella dei Lombardi (Av) nel 1950, docente di discipline plastiche presso I.S.A. di Avellino, opera nell'ambito del figurativo. Ha tenuto moltissime personali e ha realizzato diversi monumenti e opere sacre. Fra le più importanti: Monumento a Padre Pio, posto nel sagrato della chiesa grande all'interno dell'Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza e inserito nel percorso turistico del Giubileo; due monumenti a Torella dei Lombardi, uno ai caduti del sisma del 23/11/1980 e uno ai caduti e dispersi della seconda guerra mondiale; Monumento ai caduti (a Lioni, P.zza S. Rocco); Via Crucis nella Cattedrale di Eboli; Via Crucis e pala d'altare per la Chiesa di Valle (Avellino); due grandi rilievi e un tutto tondo fregiano l'Hotel de La Ville di Avellino.

Info per la stampa:
Diana Cataldo – tel. 329/9606793

Su In-chiostro di Giovanna Iorio

Delta3 Edizioni, dicembre 2012

copertina di Simone Massi, tratta da un cortometraggio che s'intitola “Lieve, dilaga”. Simone Massi ha vinto il David di Donatello per l'animazione 2012. Questo è il link al bellissimo corto (1 minuto) http://video.repubblica.it/arcipelagofilmfestival/lieve-dilaga/97825/96207


nota di lettura di AR

Una scrittura in tensione fra i limiti “claustrali” del linguaggio e l'impeto della intelligenza entusiasta che vuole “una pagina bianca / larga una vita / (…) / dove essere / inchiostro” (Punto e basta, p. 57), come troviamo scritto, non a caso, nell'ultima poesia della raccolta dedica al marito Alan. L'esergo pasoliniano tratto da La ricotta, rimanda alla tradizione che è il serbatoio secolare della cultura e degli affetti e non può non informare anche i nostri trasporti amorosi per gli altri, per la natura, per ciò che ci trascende e rende unico ogni attimo, ogni gesto nella sua indicibile (ma non per la poesia) transitorietà: “mi piace / per una volta, vedere tutto / minuscolo e inutile // è facile / fare dio / che pensa al mondo” (Scendo fra un minuto, p. 55); “l'ora della lucciola / che dice al grano / «muoio»” (Giugno, p. 53). Giovanna Iorio ha una scrittura linda, precisa, epigrammatica, (auto)ironica, salace: “nelle vene / il sangue // è andato via / e ora sono bianca / nemmeno una goccia di rosso / per farti innamorare” (Non sta più, p. 46); “io scrivo / aprendo un buco / nella vita” (Inchiostro rosso, p. 44). Il suo è un corpo a corpo con la lingua, la realtà, i sentimenti: “A tutti quelli che nelle cose che fanno / ci mettono l'anima. / E poi restano senza” (All'anima, p. 40); “Ho piantato parole / in un campo // tra erabacce e rovi /(…) /ho atteso l'impercettibile / scossa di dieci radici / nuove dita che avanzano / per scrivere / nella terra un piccolo solco / di storia” (Radici, a Vincenzo, p. 36); “so / che una parola sola / basterebbe a spaccare / il mondo in due / ma quale sia / non so” (Dilemma, p. 33); “M'avvicino / alla candela / brucio le ali // senza rimpianti / il mio destino / è la fiamma” (Falena, p. 21). Nel nostro cammino a ritroso (perché la poesia è anche una lotta contro il tempo, si veda, fra le altre, Sono uscita,  p. 29), ci stiamo avvicinando alle prime pagine dove troviamo una splendida poesia-apologo, Carrucola (p. 29): “Abitano i pensieri / accanto a un pozzo / dentro a un secchio // un tonfo / e li vedo andare giù / (…) / grondanti / li tiro su pesanti / il secchio risale piano / gocciola una storia // cigola la carrucola / racconta invano.”
Ed eccoi arrivati all'inizio, a quel nostro esser-ci ossimoricamente in-quadrati ma in fondo responsabilmente liberi, dove Giovanna in una sorta di dichiarazione poetica chiede di non pensare  a lei: “a questa voce / sporca di vero // (…) // a questa macchia di parole / che si allarga // a questo inchiostro che non so / ingoiare // nemmeno ora che tu / sei fuori e io dentro // alla clausura” (p. 11).
Siamo tornati all'ingresso del chiostro assaporando la bellezza di una poesia vibrante e vera.

martedì 14 maggio 2013

Esecuzioni su «Mondo Padano»

recensione di Giorgia Cipelli    

pubblica su Mondo Padano, Lunedì 13 Maggio 2013

La poesia è sullo spartito. Diventa puro ritmo, stimolazione acustica, percezione sonora prima ancora che verbale. Musica e poesia rivaleggiano con eleganza, per poi convergere sullo stesso piano: la pagina. È così che l’autore cremasco Alberto Mori ha dato alle stampe Esecuzioni, pubblicato per i tipi di Fara Editore. L’opera è totalmente permeata dalla dimensione musicale, scelta in linea con la carriera di Mori, scrittore, performer e artista, che da tempo ha intrapreso il percorso della poesia sonora  e visiva, passando per le esperienze dell’installazione video e della fotografia. La partitura,talvolta,sembra dimenticare la parola poetica. Perché le sue esecuzioni ridisegnano il rapporto tra il tempo della scrittura e la sua scansione musicale, sino a configurare un nuovo “tempo del lettore”, dei suoi ritmi quotidiani e interiori. Le quaranta composizioni ricorrono spesso a un linguaggio tecnico, quasi per addetti ai lavori. Mori apre, non casualmente, con il richiamo a John Cage: è un lavoro di scansioni, di tempistiche musicali che dialogano con gli oggetti. Così anche per scene quotidiane, quando “Alle biciclette appaiate / accordano inerzie pedalanti / dalle discese tonali”. Le composizioni, infatti, prendono spunto perlopiù da avvenimenti reali, da frammenti di spazi, luoghi e oggetti d’uso comune. Così arriva ad assumere la dignità del racconto anche il contatore dell’acqua: ”L’acqua del contatore fa il suo giro / Scande nel circuito intubato / Rilascia numero cifrato / Quantifica il diffusorio in corso / Anima fluida nei muri / letta per idraulica erogante”. O ancora le vie, ”La arpe stradali nate brine d’asfalto / accompagnano l’inverno nelle carrabili sublimi”. Le assonanze danno ritmo alle parole, la mancanza di punteggiatura caratterizza tutte le composizioni, dando al lettore la facoltà di soffermarsi per un tempo in-determinato. I tempi della poesia – dilatati, soggettivi, intimi – rientrano in un gioco di sonorità specifiche, serrate, scandite dal metronomo. È quasi musicoterapia, quella di Mori, se riscoprirsi come ci insegnano gli Antichi, è prima di tutto ascoltar(si).