martedì 29 novembre 2016

Premio Nazionale Biennale di Poesia “AGOSTINO VENANZIO REALI” - 15ª edizione (sc. 31-5 2017)

http://wwwold.comune.sogliano.fc.it/ilpaese/cultura/musei/venanzio_home.htm

L’Associazione Culturale Agostino Venanzio Reali bandisce la 15ª edizione del Premio Nazionale Biennale di Poesia “AGOSTINO VENANZIO REALI”, a tema libero, per opere edite o inedite in lingua italiana, aperto ad autori italiani e stranieri.

Scadenza: 31 maggio 2017. 

Le poesie dovranno pervenire entro il termine indicato, mediante raccomandata o posta ordinaria (farà fede il timbro postale), alla Segreteria del Premio “Agostino Venanzio Reali”, Via Egisto Ricci 9, 47030 Sogliano al Rubicone (FC), con l’indicazione sulla busta in stampatello “PREMIO AGOSTINO VENANZIO REALI”. 
Si partecipa con tre (3) poesie edite o inedite (né di più, né di meno, pena l’esclusione) ciascuna non superiore a 50 versi, in 6 copie. I singoli fogli dovranno essere fascicolati in modo che ognuno dei 6 fascicoli così ottenuti contenga le tre poesie e soltanto su uno di questi dovranno essere indicate le generalità del poeta. 
Contributo di partecipazione € 20 per gli adulti, € 10 per i giovani, da versare tramite C/C Postale n. 72276595 o bonifico IBAN n.: IT 20 J 07601 13200 000072276595 intestato a ASSOCIAZIONE CULTURALE AGOSTINO VENANZIO REALI – SOGLIANO, indicando nella causale “Quota Premio di Poesia 2017”. Si preferisce questa modalità di versamento, tuttavia è possibile inviare la quota in busta chiusa e ben sigillata, insieme ai testi. La partecipazione dei giovanissimi è gratuita. Copia della ricevuta del versamento dovrà essere allegata alle poesie presentate, insieme alla domanda di partecipazione nella quale saranno indicati le proprie generalità, il n. di telefono ed eventuale e-mail e la dichiarazione che “le poesie presentate sono di propria produzione”. 
La Giuria, il cui giudizio è insindacabile, è così costituita: Bruno Bartoletti (presidente senza diritto di voto), Roberta Bertozzi, Narda Fattori, Sonia Gardini, Gianfranco Lauretano, Maria Lenti
Solo i finalisti, oltre alle scuole partecipanti, saranno avvisati personalmente dalla segreteria del premio. Premi per la sezione A Adulti: saranno selezionati cinque finalisti, uno dei quali sarà proclamato vincitore nel corso della cerimonia di premiazione. Ai cinque finalisti sarà assegnato un premio di € 300 al lordo delle ritenute di legge (netto € 225). Al vincitore sarà assegnato un premio di € 500 al lordo delle ritenute di legge (netto € 375). Premi per la sezione B Giovani: saranno selezionati cinque finalisti, uno dei quali sarà proclamato vincitore nel corso della cerimonia di premiazione. Ai cinque finalisti sarà assegnato un premio netto di € 150. Al vincitore sarà assegnato un premio netto di € 150. Ai vincitori della sezione A adulti e B giovani, oltre ai premi in denaro, saranno assegnate pergamene con profilo critico. I lavori presentati non saranno restituiti. Premiazione: sabato 16 settembre 2017, alle ore 17.00, nel teatro “Elisabetta Turroni” di Sogliano al Rubicone. I poeti finalisti sono tenuti a presenziare alla cerimonia di premiazione, in quanto non sono ammesse deleghe per il ritiro dei premi in denaro. La lettura delle poesie, intercalata da intermezzi musicali, sarà tenuta dagli stessi autori. Al termine (ore 19 circa) ai poeti premiati e ai loro accompagnatori sarà offerto un buffet, mentre eventuale pernottamento è a loro spese.

Ai sensi dell’art. 10 della L. 675/96, i dati personali relativi ai partecipanti saranno utilizzati unicamente ai fini del premio. La partecipazione al concorso implica l’accettazione del presente regolamento.

Per informazioni e richiesta del bando integrale: Tel. 3343794512; email: sparireinsilenzio@gmail.com. Il bando integrale e i vincitori sono leggibili su: www.comune.sogliano.fc.it


Alla segreteria del Premio Nazionale
 
“Agostino Venanzio Reali”
Via Egisto Ricci, 9
47030 – SOGLIANO AL RUBICONE (FC)



Premio Nazionale di Poesia Agostino Venanzio Reali

(da inviare insieme alle liriche e alla copia della ricevuta del versamento)


PARTECIPAZIONE ALLA SEZIONE (fare un crocetta accanto alla sezione di partecipazione):


□ Sez. A – Poesia Adulti


□ Sez. B – Poesia Giovani (fino a 25 anni di età)


□ Sez. C – Poesia giovanissimi (scuole primarie e medie)



Il/La sottoscritto/a …………………………………………………………………………………….,


nato/a a …………………………… il ……………………… (obbligatorio solo per i giovani e i  giovanissimi) 

e residente a …………………………...…………..…………………


Via ………………………………………………. CAP …………………………


Tel ……………………….…………… cellulare ………………..…………


eventuale e-mail ………….…………………………….…………………


CHIEDE


di partecipare al Premio Nazionale Biennale di Poesia Agostino Venanzio Reali e autorizza, in caso di premiazione, la loro pubblicazione sul libretto e sul sito del Comune di Sogliano al Rubicone.


Il/La sottoscritto/a
DICHIARA


che le poesie presentate sono di propria produzione.


Titolo delle poesie presentate (da indicare solo per la Sez A Adulti e B Giovani):


1)         _______________________________________________________


2)         _______________________________________________________


3)         _______________________________________________________


Allega (solo per la sez. A Adulti e B Giovani):


□ Copia della ricevuta di versamento


□ In busta chiusa € ……….



Data ………………………………………                                                                                          
Il/La sottoscritto/a

……………………………………………

lunedì 28 novembre 2016

Su La costellazione dell’assenza

Note di Lettura di Fernanda Ferraresso in Cartesensibili 
toni demuro
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È un inventariare, questa raccolta, ciò che non sta fermo eppure, con la costanza con cui la luce trafigge il buio del cosmo, punge e scava e scorre logorando ciò che, tremendo, profondo, denso, è la sostanza del nostro corpo, che in continuo restaura il passo nella frana del tempo, dove noi, tutti noi viventi di ogni mondo di questo pianeta e oltre, nell’universo, ci collochiamo in un catalogo a tempo. Appare e scompare, come se i fili lievissimi del velo che ci avvolge, per effetto di una luce incatturabile ma in-son-dabile e viva, ci mostrasse, da scorci di noi stessi, cose che in altro modo mai riusciremmo a cogliere e sono l’arredo del nostro cosmo interiore, avviluppatosi come filature di zucchero o bianche brine ad una piccola canna di legno. E di questo ci nutriamo, ammalandoci di tempo, di parole che sono proprio quelle dolci terribili filature che abitano in celle segrete il nostro sangue, addensando o brillando la vita che in esse si riproduce. Terribile non è la morte ma questa vita, così sproporzionata alle nostre modestissime forze, che sola ci tra-volge, e nel suo palmo costruiamo nel nostro breve tempo, il nome delle cose, e queste a loro volta nella nostra bocca suonano le eco e rimbombi di cadute e progressioni lontane. Secoli, millenni: attimi. Un continuo rumore che affonda in noi e ci fonda e sprofonda in un gene che imperfetto costruisce la sua infinitezza. Usurate le parole, usate nell’ingombro dei pesi che creano, fanno quadrato in trame di ordito che sono tela del disegno, si assottigliano e si ingrossano, svuotano o assemblano, silenzi e l’ombra che in questi si muove, corpo di tanti altri e corpo nostro ogni volta.
– … sento un continuo movimento – scrive A.V. Guarino nella sua raccolta La costellazione dell’assenzae quel sentire è l’essere, una marcia di insetti oppure, travolgendo il senso, un marcire di setti in noi sprofondati da ere che non rammentiamo e sono il cuore-fondazione della nostra terra genetica, il dna vertebrale che dall’albero del cosmo ci fruttifica e ci fa cadere, in queste vaste minuscole ampolle amniotiche d’acque magiche, attraverso cui sentiamo cantare il vento dei respiri, ogni parola-storia millenaria che ancora come ragni elaboriamo, costruendo le nostre reti per pescare nell’oscuro oceano mare madre, di cui tratteniamo, in noi, in un punto irraggiungibile a cui tendiamo, un minuscolo frammento, di un nome ripetuto e rimandato da più lingue, fino a stravolgerne per sottigliezza l’origine in un fiato-suono fattosi suolo, dove poggiare  il piede e circondarsi in reticoli di parole-or-me che sono tracce, qui e là cancellate, lasciate nel deserto (del) tempo, da quell’unico piede, di creature incomplete, che ancora zoppo le cede. (…)

Articolo completo qui: cartesensibili.wordpress.com/2016/11/28/la-costellazione-dellassenza-note-di-lettura-di-fernanda-ferraresso

sabato 26 novembre 2016

Un lungo filo d'attesa…

su Empireo della rosa di Gladys Basagoitia Dazza, Fara Editore 2016

recensione di Liliana Ugolini

http://www.faraeditore.it/html/siacosache/empireo.htmlUn lungo filo d’attesa è il tuo canto che s’inoltra nelle cose, le sfiora e si solleva per vedere lontano. È intriso dell’amore che ci dimostri con piccoli gesti che ti fanno presente. Sei una persona speciale che, attraverso la poesia racconta il suo mondo interiore e ce lo dona per alleggerire con la bellezza questo decadente quotidiano. Eppure tu denunci i mali terribili di questa nostra epoca con passione e veggenza e l’amore che è partecipazione sofferta imbeve le pagine di questa “rosa rossa” che sanguina e macchia le tue domande senza risposta. Forse la risposta non è nell’umanità ma nella possibilità di riceverla nel  grande amplesso con l’invisibile. Così ha senso la solitudine e l’osservazione della natura e l’ascolto della musica, grande linfa vitale. Non manca la danza per sconfiggere la tua sete d’amore e tutte le arti che aiutano a vivere con equilibrio il giorno/giorno del tuo quasi-diario. Approdare poi alla memoria della madre, dell’infanzia, di altri credi e speranze per ritrovare punti fermi da cui ripartire, in comunione familiare è una ricchezza che fa più densa la tua scrittura.
Grazie infinite di questo dono di lettura e dell’oggetto-libro come sempre ben curato dall’Editore. È un prezioso tuo pegno d’affetto che terrò caro come ho caro il pensiero di te. Ti abbraccio e ti apprezzo. Un bacio.


PS Bella la tua foto a fine libro che ti rende bella di dentro e di fuori come sei.  

Il profumo della vita

Vincenzo D’Alessio & G.C. F.Guarini 

http://farapoesia.blogspot.it/2013/08/la-speranza-della-vita-in-maria-luisa.html
Cinquant’anni fa nasceva in Irpinia la poeta Maria Luisa RIPA, scomparsa a trentasei anni. L’amore per i colori della vita è presente oggi, in mezzo a noi, nella raccolta di poesie e acquerelli Parole dal silenzio (Delta 3, Edizioni 2003).

Il profumo della sua giovinezza ci giunge intatto nei versi delle composizioni poetiche: “Quanta Musica / In questo silenzio / Note lievi / Di tedio e di noia / e di respiri brevi. / Ascolto / Sento un sorriso / Sulla pelle / Una carezza / Ad occhi chiusi / E mani conserte / Aspetto un nonnulla / …un soffio / un bisbiglio / tra le foglie degli alberi / dentro il mio sentire. / Attendo la pace / come una coperta / Attendo altra musica” (pag. 8).

La musica nel silenzio è la ricerca delle note che Madre Natura scrive sul pentagramma del “tedio e della noia”, nei momenti in cui lascia comprendere la brevità del respiro, il distacco dalle ore terrene. La corsa che ognuno di noi compie nella gara con il Tempo ha un fine. La partita a scacchi con la Morte ha lo stesso vincitore.

La grandezza della Poesia è la sua eternità nel creato: incontra gli occhi dei lettori, le orecchie degli ascoltatori, l’immensità del respiro. Ad occhi chiusi le vertigini dell’esistenza scompaiono. Scompare il corpo con le sue esigenze e la seconda pelle, quella dell’anima, si riveste della coperta del “nonnulla”, accetta il soffio, il bisbiglio tra le foglie degli alberi, il suono dell’Immenso.

Non muore il nome del poeta in nome della “parola” che ha seminato nel campo della Poesia. Le note lievi si elevano dal silenzio della fine, baciano le labbra del lettore che beve alla fontana dell’eterna giovinezza.
Maria Luisa RIPA ha vissuto intensamente la sua giovinezza: come artista ha costruito luoghi di aggregazione per le popolazioni della sua terra piegate dal sisma del 23 novembre 1980. Ha colorato di disegni possenti il desiderio di esaltare la Natura che nel copro dell’uomo ha racchiuso i paradigmi della Creazione.

La sua energia creativa si è incontrata con DIO, realizzando il meraviglioso tabernacolo nella Chiesa Madre di Guardia dei Lombardi (AV). La Nostra non si è fermata che pochi attimi per sognare la maternità e la gioia del matrimonio.

Una sosta breve, un modesto dono a sé stessa e al suo coniuge.

Poi la richiesta che la Grande Madre fa a tutte le folgori cadute sulla terra a portare luce e calore in mezzo agli umani: “… e Dio ci tende la mano / ci soffia la speranza nel cuore / finché il corpo si assopisce / e lo spirito emerge / oltre la vita…” (pag. 82).

Quando apriremo il libro dei versi, donatoci da Maria Luisa, tocchiamo con delicatezza le pagine che lo compongono, non è retorica!, lasciano sulle dita il profumo cogente della Vita.

giovedì 24 novembre 2016


Le coincidenze di Apollinaire

di Davide Cortese






L'intersezione e la contaminazione sono una costante della vita di Guillaume Apollinaire, come di molti altri artisti della sua stessa generazione. La volontà di entrare in un mondo, quello della modernità, e di tradurlo richiede mezzi diversi da quelli tradizionali: l'interazione tra le arti, un approccio mentale che si serve di materiali estranei alla propria disciplina. Per questo il poeta francese sembra essere una scelta perfetta per la collana “Coincidenze” delle Edizioni L'Arca Felice, che propone poesie e lavori grafici al lavoro insieme. L'ultima plaquette pubblicata, In viaggio con Apollinaire, riporta dieci poesie, estratte dalle tre raccolte dell'autore; tradotte dal poeta Mario Fresa e affiancate dai disegni di Massimo Dagnino.
L'entusiasmo di Apollinaire verso il nuovo convive con altre dinamiche emotive: un senso di nostalgia investe la totalità della vita. Il passato, sentito perduto e male impiegato, rode il presente costringendo il poeta a una sorta di «gambero». Un continuo rivolgersi indietro, ostaggio del dubbio che cancella ogni possibilità di rottura; l'uscita dallo stallo è sempre rimandata: «O belle, mie belle, terribili giornate! / Topini del tempo che la mia vita divorate! / Trent'anni, miodio, trent'anni li compirò tra un mese! / Che tempo perduto! Che ore malissimo spese!». 
Lasciate da parte le controfigure animali del “Cortège”, il poeta non abbandona la nostalgia, ma la trasforma nel motivo del ricordo: generatore di «legami» con le persone amate o con personaggi che il mondo esterno offre. Perso il suo carattere occlusivo, il ricordo è percepito come qualcosa di compiuto, ad esempio un «frutto», e nello stesso tempo come labile («I ricordi sono corni da caccia /  E il loro suono si disperde nella bocca del vento»). L'ambivalenza della memoria, che nell'attualizzarsi subito scompare, permette di mantenere una consistenza al sé e lasciare aperto il campo alle possibilità, il nuovo reso accessibile: «Ascolta cadere i legami che ti tengono su, che ti tengono giù».

I disegni di Massimo Dagnino propagano dal testo. Gli animali delle poesie, ripresi dal segno, fanno trasparire una certa continuità; passata, però, attraverso «il cavo del cuore». Il logo della collana riconfigurato esplicita la poetica dell'autore nei confronti dell'“illustrazione”: come i topi che imperversano rosicchiando il paesaggio loro dato, le tavole fanno cibo dei testi. Si aprono «incontri» tra materiali di scarto e  impresagite vedute.

                                                                                                                                                                                                                

Mario Fresa, In viaggio con Apollinaire, Edizioni d’arte L'Arca Felice, Salerno, 2016.


Guillaume Apollinaire








mercoledì 23 novembre 2016

Ai piedi del mio faro: Postfazione di Gualtero De Santi

Maria Lenti, Ai piedi del mio faro, La Vita Felice 12/2016




http://www.lavitafelice.it/scheda-libro/maria-lenti/ai-piedi-del-faro-9788877996982-386282.html

Per Gladys: LA VIA DELL’ARCOBALENO



http://www.faraeditore.it/html/siacosache/arcoiris.html


Sono contento di poter parlare qui dell’ultimo libro di poesia di Gladys proprio in questo mese di dicembre, che vede il compleanno (importante) della nostra festeggiata, e che per una coincidenza (o congiuntura, non so se astrale) davvero inaspettata è anche il mese in cui ci sarebbe stato il compleanno di mio padre, il centesimo – 12 dicembre 1915, 12 dicembre 2015 –. E così lo posso ricordare per un momento – permettetemelo – proprio in queste aule dell’Università per Stranieri in cui per tanti anni è stato docente e in cui ha dato così tanto di sé. Ma io vorrei ricordarlo soprattutto, poiché questa sera parliamo di poesia – grazie a Gladys –, come poeta: un poeta del Novecento italiano, coetaneo (più o meno) di Mario Luzi e di Giorgio Caproni, con il segno profondo della lezione di Montale.
Ma è anche con commozione che ricordo che al mio posto, per presentare un precedente libro di Gladys, sedeva la nostra amica poetessa Brunella Bruschi, che ha avuto per la poesia di Gladys parole magnifiche, che non saprò ripetere. Qualche giorno fa c’è stata, nel Liceo nel quale Brunella aveva insegnato, una bella commemorazione con i suoi colleghi e ex alunni. È stata letta una scelta assai puntuale e coinvolgente delle sue poesie, credo che a Brunella avrebbe fatto piacere. E qui, nel libro di Gladys, ci sono due poesie a lei dedicate, che spero Gladys vorrà poi leggerci. Ma non vorrei intristirvi – intristirci – troppo, ricordando chi non c’è più: e proprio nel momento in cui festeggiamo la nascita di una cosa nuova, che viene comunque ad allietarci, come il nuovo libro di Gladys, le sue nuove poesie. Il fatto è che la poesia, e un incontro attorno alla poesia, sembra essere – come anche questo momento dimostra – una delle possibili realizzazioni (non dico l’unica) di quella compresenza dei morti e dei viventi che Aldo Capitini ci ha indicato. E lo dico in un modo semplice, come so dirlo io, anche se so che con il titolo capitiniano si tocca un complesso filosofico-religioso non semplice: noi abbiamo bisogno della compresenza dei morti e dei viventi. Perché nessuno che è nato può andare sprecato: nessuno che è stato padre o madre o figlio di qualcuno, data l’infelicità – in generale – della nostra condizione, il “basso stato e frale” di cui ci dice Leopardi nella Ginestra. Non possiamo sprecare neanche un frammento di questa possibile produzione corale di valori, altrimenti rischiamo che davvero non ha più senso niente. E allora ricordiamo ancora una volta lo splendido epilogo del Colloquio corale di Capitini, che della Compresenza è insieme l’anticipazione lirica e l’espressione più radicale e commossa:

                    Buona notte ad amici e ad ignoti,
                    ai morti riveduti nel lampo della festa:
                    come ognuno ama in atto tutti,
                    così tutti il sonno unisca, disceso senza lotta:
                    entriamo pacati nella notte grati alla festa,
                    dopo esserci aperti a lei.

Basterebbe sostituire la parola “festa” (i morti riveduti nel lampo della festa) con la parola “vita” (e, in subordine, con la parola “poesia”) per ritrovare nella poesia di Gladys, e in particolare in questo suo ultimo libro, lo stesso accento di autenticità, e una forma assai simile di spiritualità (alla fine del libro di Gladys, nella postfazione, Ramberti parla di “spiritualità laica”, e credo che abbia ragione. Anche se la lettura delle poesie, specialmente della sezione intitolata “Oltre l’immagine”, fa talvolta pensare a una incipiente – o forse da sempre latente, non so – sensibilità di tipo religioso).
È in particolare nella prima parte del libro (intitolata “I volti dell’amore”) che un’idea – o meglio: un sentimento - di compresenza attiva, viva, produttiva di valori trova il suo luogo privilegiato. E da lì si irradia su tutto il resto del libro, dandogli il suo senso più profondo e compiuto. Lo coglie benissimo il prefatore, l’ottimo esegeta della poesia di Gladys, Antonio Melis, quando dice che la tessitura poetica di Gladys “riesce in primo luogo a conservare la memoria, che trasforma anche l’assenza in una presenza”. Il critico Melis accompagna la poesia di Gladys dal 2003, se non sbaglio, da Acquaforte, fino ad oggi, cioè per tutta la fase in cui si dispiega la piena maturità artistica di Gladys: le sue prefazioni, finissime e puntuali, insieme all’accuratezza tipografica garantita dall’Editore Fara, con le sue belle copertine, sono un sicuro valore aggiunto alla già così valorosa produzione poetica della nostra autrice. Se prendiamo per esempio la Prefazione al libro Oceano di luce, del 2013, intitolata – leopardianamente – “Piacer figlio d’affanno” noi troviamo già tanti elementi critici utili alla comprensione di quest’ultimo tratto della poetica di Gladys, fino al nostro libro di oggi: tutti ricordiamo la poesia di Leopardi La quiete dopo la tempesta – la scuola almeno in questo una piccola parte positiva l’ha svolta -, da cui è tratto appunto il verso “Piacer figlio d’affanno”. La tesi è che l’unico piacere che ci è dato è la fine (temporanea) – meglio, l’interruzione – di un dolore, o di un’ansia. L’allentamento di uno spasimo (“uscir di pena è diletto tra noi”). Così, terminata la tempesta, con tutto il suo carico d’angoscia, il villaggio torna a rivivere, in una sorta di (illusoria) euforia (illusoria, e per questo tanto più commovente). Conosciamo la conclusione di Leopardi: la valorizzazione della morte quale estremo risanamento da ogni nostro dolore. Ecco, Melis rileva giustamente come la luce – presenza così significativa nella poesia di Gladys – nasca paradossalmente dall’ombra: “solo l’esperienza profonda del dolore – lui dice – permette di godere pienamente della realtà recuperata dopo l’eclissi”. E però la conclusione tragica di Leopardi non appartiene a Gladys. Vince la vita e la sua è una poesia in piena luce (luce e vita è un’endiadi tipica di Gladys): “a dispetto di tutto / celebrare la vita” è l’imperativo poetico che lei si dà, e in questa luce anche la “tenebra” appare come un dono, per il quale dobbiamo gratitudine (vedi Epifania del dono e Il verbo, nella sezione forse più impegnativa del libro). Il “motore” – se così posso dire – di questa espansione valoriale così feconda è, come si diceva, nella prima parte del libro, dove si svolge una trama memoriale e affettiva che “trasforma anche l’assenza in una presenza” (ricordate): ma io direi meglio, a questo punto,  per tirare le fila del nostro discorso, in una compresenza. La poetessa coglie i suoni del mondo intorno a sé come una minaccia, ma (dice) “la loro (dei 'morti amati') – la loro presenza è nel cuore”, e non è soltanto un conforto, come lei dice, ma – credo – qualcosa di più: è quello che, in definitiva, dà valore al nostro essere (e forse sì, in questo senso, ci “conforta”). È la poesia degli affetti familiari e amicali, anche dell’amicizia poetica, per le amiche e gli amici poeti, accomunati da una stessa tenace fiducia nella poesia (e noi lettori risentiamo nel cuore l’eco del bellissimo dantesco “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io / fossimo presi per incantamento…”). Ma non è solo un canzoniere privato, si apre naturalmente a una dimensione più ampia, se in uno di questi testi (Madre lingua, dove davvero la lingua è madre) noi troviamo un omaggio accorato alla lingua andina e agli accenti dell’Amazzonia, e dunque a popoli testimoni di una storia di sconfitta e annichilimento, a cui la poesia può ora dare almeno un piccolo risarcimento. E questa tematica (qui ancora implicita, avvolta nell’intimità dei ricordi più cari) si allarga poi in particolare nelle ultime due sezioni del libro – di cui la prima si intitola significativamente “Voci del dolore” – a raccogliere “l’amaro cantico della desolazione” – come dice un verso – nella condizione disperata dei profughi e dei perseguitati. Qui vediamo riaffiorare (proprio come dai flutti dei naufragi di migranti) l’antica – ormai – militanza di questa donna radicalmente pacifista (ci ricordiamo delle “donne in nero”), dalla parte sempre dei popoli oppressi e degli esuli. Che è la stessa cosa della sua poesia fiera e generosa, solo che grazie alla poesia la militanza/testimonianza trova le parole più commoventi e più persuasive, su di un piano che ci restituisce l’universalità del male o della fatica di vivere. Ma anche del riscatto. È sempre così, quando si tratta di vera poesia. Sentite (p. 119, Pratica dell’amore)


PRATICA DELL’AMORE

l’assidua pratica dell’amore amico
nutre la nostra fede quotidiana
l’impegno spirituale in pro del discernimento
e dello slancio per affrontare l’oscuro potere
e la crudeltà del male
alleniamoci ogni giorno con fervore
preghiera o meditazione
e soprattutto azione a favore della vita
e non solo nostra
anche della vita e della cura del cosmo
e d’ogni essere vivente
perciò siamo ancora in vita
amare e dare sono
il senso della vita
A Fabio Saini
   

lunedì 21 novembre 2016

Nuvole sparse: Enrica Musio

NEVE IN ARIA


Un nostro amore al cielo, non ci appartiene,
siamo tra le varie cose quotidiane dei tanti giorni
poi solo troppo grigi
neve in aria ci trovo nel tuo viso
le mie parole amare senza un motivo
una vita impossibile
non sai mai dirmi un perché
lungo strade ho inventato
la poesia dei tuoi occhi
mille canzoni non canti mai.



SONETTO VUOTO


Un vento spezzava le strade,
dalle ali gelide
tagliava
un’aria assai impazzita
il cielo scompariva
un ultimo ricordo
era dicembre
io piangevo.







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domenica 20 novembre 2016

“… un filo per trovare la rotta vita” (da Perché partita, nota dell'autore)

Simone Di Biasio, Partita. Penelope, monologo in versi, testo greco a fronte (tr. di Evangelia Polymou), prefazione di Alessia Pizzi, illustrazioni e copertina di Stefania Romagna, FusibiliaLibri 2016 

nota di lettura di AR


http://www.fusibilia.it/?p=4100È la storia di una mancanza: la partita si gioca non tanto con il destino, quanto con le scelte che ci riguardano (quelle che facciamo e quelle che subiamo). Odisseo ritorna e deve fare i conti con il fatto che Penelope è partita. Il loro letto, da lui stesso intagliato nell'olivo e nel quale era stato concepito Telemaco, è ironicamente vuoto. Il testo si apre con Voce (presumibilmente un fuori campo di Penolope, un biglietto sonoro a Nessuno): «Lascio la terra dell'ulivo / grande casa che accolse le mie pene / lo spazio che mi fu uomo, compagno e destino / (…) / Mi riprendo il mare e il tempo, / la vastità mi attende oltre la gabbia» (p. 33). Ulisse è rintronato, questo abbandono lo spiazza ma lo porta a fare in qualche modo un esame di coscienza: «il viaggio indicasti a me lanciando ogni giorno, / un grido un filo la voce come tela / io tuo burattino apprivo golfi come le tue cosce / ammaravo nelle insenature del tuo petto / (…)» (p. 37); «mai avrei potuto sentirti più vicina / come sfiorando la pelle del mare» (p. 39); «e scusa, scusa ma non potevo sapere che / tessere non era atto, ma elenco di cocci / chiamata a raccolta delle sparizioni» (p. 43). 
Si fa spazio in lui una nostalgia della fedeltà di Penolope: «affinché da quell'ulivo si generasse un bosco / un bosco fitto dentro il nostro letto (…)» (p. 45); «perché il possesso è un'assenza / poiché niente è nostro, amore…» (p. 47); «quali ginocchia si scioglieranno ancora: / quali ginocchia si sceglieranno ancora?» (p. 49); «tu ascoltasti in silenzio inginocchiata / questa foltissima storia dell'assenza / (…) // così non ho per andare / sono albero solo io, adesso, storto / eppure ho scelto ancora la tua terra» (p. 51); «ma io aspetto qui la tua assenza / aspetto su questo sradicato ulivo la tua essenza / dove le ansie che ti davano il fianco hanno disegnato la / posizione del mio contorno, del mio ritorno» (p. 53).
Il monologo si conclude con una Voce (questa volta un fuori campo attribuile allo stesso Odisseo) : «“Hai lasciato le tue cose, di là, anche i miei messaggi / (…) / vent'anni sono una carriera di navigatrice solitaria / (…) / non posso dirti se la gravità sia una forza o l'isolalmento / o se quest'isola mente che siamo mai esisiti”.» (p. 55)
Una chiusa che rimette tutto in gioco e ci consegna alla responsabilità dell'esistenza in cui il desiderio di conoscere è una tensione fra noto e ignoto, fra il legno del talamo e quello mobile della nave, fra andare e restare.
Questi versi sono perfetti per una radiovisione, per la ricchezza di immagini antiche e nuove, per il ritmo marino del racconto di Ulisse. Il testo è accompagnato da illustrazioni davvero splendide ed “emozionanti” di Stefania Romagna.

La mistica letizia dell'umiltà: “Verso qualcosa di semplice”

versi di Enrica Musio per la kermesse faentina Umiltà e letizia

 



Una preghiera ansimante,
fatta di candore
mi giungerà nell’amen
quando la vita
finirà con una paura
e
con un coraggio
prima poi finisca
il viaggio
della latitanza.

***

Esco,
guardo la mia casa nuova
mi stupisco
dei colori delle pareti
mattoni animati
racconti della famiglia
mi vuole appartenere. 




Madre Teresa

Piccola,
una grande donna
affettuosa
generosa
come un’ape operaia
laboriosa
formica di Dio
nella cività dell’amore
grande costruttrice di spirito
guida maestra
degli uomini
troppo avari di cuori
modello di speranza
per affamati e assetati
libertà
giustizia
tanta dignità
quello di Madre Teresa.




Fosse una vita vivendo

Verso qualcosa di semplice,
gli oggetti naturali
nella loro esistenza
irreprensibile
verso
qualche modo
un inganno organizzato
una specie in silenzio
solenne
vivendo fosse una vita
tornare precisa
dalle misure separate
qualche indizio
ricercando
ora morendo
estensione di fuggevole
perfezione
dentro tracciando
faticosamente
molti percorsi
un solo segno
punto ricercare
la luce addensa
di un futuro
indecifrabile.



POESIA DELL’UOMO

La poesia di uomo,
evoca sentimenti
giovane come rugiada al mattino
dimentico un egoismo
scrivo parole
al di là del tempo
come nessuna clessidra
potrà mai quantificare
parole scritte alla sabbia
eterne
forgiarle in amore.

***

Giunta la fredda vecchiaia,
prona
sulla scrivania
anziana.

***

In un angolo,
misteriosi capricci
chiamo
con attenzione
alla inconsolabile
destinazione.


****


Oscura chiarità,
festoso inferno
frenesia lucida
gioia impaurita
tra i pianti
e le risa
brevità dell’eterno
l’indice della mia vita.


****

Dico al mio corpo,
non volere quello
non possiedo
imparo la pace
del sapere
affinché un mondo
nuovo
possa sapere.

***

Anima perduta,
non so come
chiederti perdono
la mente è muta
non ci sono parole
la mente
non merita perdono

muta
all’orlo della vita
per mantenermi in vita.

***

Avvolto di pensieri,
cuore animo e coraggio
fatto di strazio
e oltraggio
se fossi utile
mai un danno
nell’allegrezza
nel pianto.



IL PELLEGRINO

Se il mio fine – trovare Dio,
fermati!
Due occhi
un’anima,
si rivolge nella mia eternità
Dio come un bel mare,
Dio prodigo senza fine,
senza misura,
si offre
si concede.


RIMA ITALIANA

Terra da un mare blu
come quello del Salento,
dipinse Raffaello –
la cupola Sistina
i marmi di Canova
le statue di Amor e Psiche,
dolore, amore,imprecazioni
Italia terra magica.

***

Preghiera della sera,
vivo seduta
ma vedo un’angelo
mentre son dal parrucchiere,
sento l’ipogastrio
mi fa male
i caldi escrementi
del piccione viaggiatore
poi improvviso delle 

dolci bruciature
il mio cuore triste
sanguina giovane
nella cura
dei miei sogni
io piscio lontano.