Abbiati, Piccinno e Zamperini vincono il Narrapoetando 2023. Complimenti!

Complimenti ai vincitori e un grande grazie ai giurati Carla De Angelis, Colomba Di Pasquale, Giuseppe Carlo Airaghi, Filippo Amadei, Massimo Parolini per la loro competente e appassionata valutazione delle opere partecipanti. Qui sotto trovate anche i giudizi relativi alle opere votate e segnalate. Per la sez. Narrativa v. narrabilando 


Opere vincitrici


1. classificata


Storia della mia cicatrice di Francesca Abbiati (Forlì)



Francesca "French" Abbiati è nata e cresciuta in provincia di Brescia, in un paese minuscolo con una biblioteca ricchissima. I libri sono stati sempre miei compagni di vita, ancore di salvezza in tanti momenti complicati. Dopo varie peregrinazioni per motivi di studio, sono approdata a Forlì, dove ho messo radici, e dal 2009 lavoro come mediatrice interculturale. Scrivo più che altro perché non posso farne a meno e mi faccio leggere dagli altri molto poco. Alcune mie poesie sono state pubblicate in antologie edite da Fara Editore e premiate in concorsi poetici. Dal 2011 scrivo articoli su temi sociali e recensioni di romanzi e saggi per il periodico interculturale “Segni e Sogni” e collaboro con il portale Scheletri.com con recensioni di libri horror/fantasy/sci-fi.


La vita è come un fiore dai tanti petali, e tante sono le situazioni alle quali apparteniamo o siamo costretti ad appartenere, il dolore appartiene anche lui alla vita ed è un petalo che vorremmo strappare, ma spesso siamo costretti a conviverci. È a quel punto che i versi del poeta si vestono di uno sguardo che trapassa tutti i sentimenti anche quello meno piacevole e scrive, penetra nel reale e scorge quello che gli altri non sanno vedere. L’avventura inizia e continua in un divenire di parole che raccontano e cantano Favole. (Carla De Angelis)

Leggendo “Storia della mia cicatrice" ci colpisce innanzitutto la versificazione chiara e piana, azzardando potremmo definirla Pop (considerata anche la presenza nel testo di alcuni riferimenti a personaggi della cultura mainstream cinematografica e televisiva) se non fossimo consapevoli che ogni tentativo di catalogazione è sempre parziale e riduttivo.

Quella che ci arriva alle orecchie è una musicalità semplice e elementare che talvolta, scartando dai propri binari, si frantuma per poi ricomporsi mediante l’utilizzo della rima andando a comporre una serie di ballabili filastrocche elettriche. 

Ma, come succedeva a certa musica pop degli anni 80, dietro a una cadenza da ballo si esibisce un testo che non racconta storielle ma una anabasi che prende avvio da un dolore per approdare, dopo numerose prove, a una consapevolezza nuova. 

Non siamo di fronte a una raccolta di poesie singole ma a un racconto in versi che mette in mostra l’esperienza profondamente drammatica di una cicatrice personale. 

Questo diario a posteriori lascia poco spazio a sterili intellettualismi, espone una sapienza derivata da un’esperienza vissuta direttamente sulla propria pelle, e non solo in senso metaforico.

Una storia raccontata semplicemente che per la sua potenza intrinseca si eleva autonomamente a simbolo condivisibile.

Poche metafore, semmai simboli, allegorie in grado di far risuonare l’eco di una condivisione universale nei confronti della sofferenza, della rimarginazione del dolore, delle ferite che possono smettere di sanguinare.

Le poesie, seguendo il filo rosso della narrazione cronologica, raccontano l’esperienza del dolore, di come affrontarlo, scavalcarlo, guardarlo negli occhi per comprendere che in qualche maniera ci ha formato.

Un libro in cui è persino giusto che ci venga proposta una morale e un lieto fine stoico in cui la ferita si rimargina e il segno della cicatrice resta indelebile e prezioso: Ma non sapevo / Che quella forza / Su cui contavo / Venisse tutta / Dalla Me Stessa / Che avrei voluto / Lasciare indietro / (fortunatamente mi seguì / cucita a filo doppio / nella fodera della valigia). (Giuseppe Carlo Airaghi)


Un alternarsi rapido e ludico nel genere dell’(auto)ironia gnomica sagace, fatto di versi brevi, spezzati e lunghi, ispirati all’autobiografia della sofferenza infantile, con echi che possono rinviare al Teresino di Vivian Lamarque. E ancora una volta il verso si fa cucitura che restituisce un nuovo viso, una nuova identità, più della chirurgia della carne: nell’arte inseguita della poesia si compie, finalmente, il proprio “riconoscimento”. (Massimo Parolini)


2. classificata


L’implicita missione di Claudia Piccinno (Castelmaggiore, BO)



Claudia Piccinno, docente, traduttrice, autrice di numerosi libri di poesia, di prefazioni e saggi critici. Direttrice per l’Europa del World Festival Poetry fino a settembre 2021, medaglia d’oro al Frate Ilaro 2017, vincitrice Ossi di Seppia 2020, ambasciatrice per l’Italia del World Institute for Peace e di Istanbul Sanat Art, Ape d’argento del Comune di Castel Maggiore per meriti culturali. Tra i vari premi internazionali, gli ultimi: Global Icon Award 2020 for Writers Capital International Foundation, The light of Galata, Turkey 2021, Sahitto International Jury Award Bangladesh 2021, Premio alla Cultura Città del Galateo Roma 2021, Aco Karamanov 2021 Macedonia, Ajtan Zhiti 2021 Kosovo. Responsabile della rubrica poesia per La Gazzetta di Istanbul, redattore per l’Europa della rivista turca Papirus, edita da Artshop; collabora con vari blog, e-magazine e riviste cartacee, tra cui: Menabò, Verbumpress, CiaoMag, Our Poetry e Il Porticciolo. La sua voce è presente nella Poetry Sound Library curata da Giovanna Iorio. Le sue opere in italiano al link www.libreriauniversitaria.it



Bella la vita / se hai cani gatti / un pesce rosso.

L’implicita missione è una biografia interiore ed esteriore, un esercizio sulla fine e sull’inizio di ogni esistenza, è il groviglio di passato e futuro con le incertezze, le  melanconie e le solide certezze amorose. 

Poesia che guarda e si lascia ammirare.

Poesia che si traduce anche nell’esercizio che ogni poeta pratica: il verso libero, l’haiku la novità del tautogramma. Inserti quasi improvvisi ma che assieme alle tragedie contemporanee della condizione femminile nel mondo irrompono crudi e taglienti. La vita è questo. Un groviglio, una matassa da dipanare ma tutto è certo e consueto, tutto è decifrabile. Lecce e la piccola Giulia i nidi del Poeta.
Dovevamo saperlo che l’amore / brucia la vita e fa volare il tempo (Vincenzo Cardarelli). (Colomba Di Pasquale)



Una versificazione spontanea, basata su un ritmo sicuro, che procede sciolto fra cesure e legami di una tessitura fonica ospitale. Nella ricerca di una reminiscenza del sud dell’Anima che restituisca l’origine alla nostalgia del ritorno, per sottrazioni e amnesie, per desistenze e fotosintesi mnestica che innesti stupore: all’approdo attendono il padre, il cui profumo d’arance risale dalle proprie mani, e la madre con i suoi capelli increspati sulla spazzola…  Haiku e tautogrammi (poesie dove ogni parola inizia con la stessa lettera) alleggeriscono lo sguardo in attesa di un ultimo affiorare di radici inquiete. (Massimo Parolini)



3. classificata


Le quattro stagioni dell’inverno (della neve, della sera e altro ancora) di Dante Zamperini (Cavriana, MN)



Dante Zamperini è nato a Negrar (VR) nel 1972. Nel 2002 pubblica L’arcobaleno de la vita (in veronese) e Negli occhi, nel cuore. Nel 2006 esce La domenica mattina (per i tipi di Gabrielli) e nel 2014 Come legno d’ulivo (Prefazione di Eros Olivotto). Di un respiro sospeso (Fara 2021) è la raccolta poetica più recente. È inserito in vari volumi fariani: Salvezza e impegno (2010), Il valore del tempo nella scrittura (2011), Scrivere per il futuro ai tempi delle nuvole informatiche (2012), Chi scrive ha fede? (2014), Uno scarto di valore a Bardolino (2016), Perdono: dal rancore al ricordo (2017), La responsabilità delle parole (2018), Respiro (2020), L’albero (2022). Pittore e scultore nel tempo libero, per Fara ha realizzato numerose copertine.


Trovo in  questi versi similitudini che richiamano il corso delle ore, dei giorni che sembrano passare lenti come lo scendere della neve, mentre la vita scorre veloce. È una poesia specchio che riflette e riflessiva. Il poeta ha  un rapporto amoroso con il mondo e dà voce con i suoi versi al legame che ognuno di noi ha, qualche volta consciamente più spesso nascosto con il divino con il divenire di sentimenti intimi e religiosi. Sembra di stare alla finestra e guardare quel biancore che copre, nasconde e poi rivela, il primo mattino, il sole, l’imbrunire e la sera  e le altre stagioni. 
Versi che entrano nel cuore e nella mente e richiamano quelli di William Shakespeare: Siamo fatti anche noi della stessa materia di cui sono fatti i sogni e nel tempo di un sogno è racchiusa la nostra breve vita. (Carla De Angelis)


Questa silloge serve all’uomo dimentico della natura e l’attenzione al creato è necessaria ora più che mai. Gli elementi delle stagioni e gli elementi della vita degli uomini come la morte che chiude la vita. Poesia che fotografa la precarietà dell’esistenza ma al tempo stesso la sua stessa preziosità.
Nessuno lascia / il fuoco di casa.
Dedica dopo dedica si coglie l’attenzione all’altro, a quanto condiviso, anche se per un breve tratto di strada. Poesia che accoglie e ricorda. Una solida protagonista: la neve, ma anche le cime, gli squarci di paesaggi incontaminati, incantati dalla flora e fauna montani.
Mi ricorda Emily Dickinson quando, anche non essendo mai venuta in Europa, scriveva le nostre vite sono svizzere così fredde così calde. (Colomba Di Pasquale)



Opere votate


Scrivere frusta il nervo di Sebastiano Adernò (Schwangau, Germania)



Sebastiano Adernò nasce ad Avola nel maggio del 1978 e vive attualmente a Schwangau, Germania. Si è laureato in lettere moderne a Milano con un iter formativo in Storia e Critica delle Arti e una tesi in Storia e Critica del Cinema. Ha pubblicato volumi sia di poesia che di prosa.


Per l’uso sapiente del verso, tagliente, materico, che dà slancio a molteplici significati di lettura. (Filippo Amadei)



Silenzi e altri sguardi di Roberto Casati (Vigevano, PV)


Roberto Casati è nato nel 1958 a Vigevano (PV) dove attualmente vive. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Amore e disamore (1984), Roma e Alessandra (1986), Coincidenze massime (1988), Ipotesi di fuga (1992), In navigazione per Capo-Horn (1999), Carte di navigazione (2000, in Quaderni paralleli di nuova poesia, n. 2), Carte di navigazione e altre poesie (2001, in Angeli e Poeti, n. 5), Carte di viaggio (2016). L’attività letteraria di Roberto Casati è trattata nel Dizionario Autori Italiani Contemporanei (Guido Miano Editore 2017, 5^ ed.), Contributi per la Storia della Letteratura Italiana. Dal secondo Novecento ai giorni nostri, IV vol., terza edizione (2020).


Ancora una volta

tu sei il tempo che conosco da sempre,


è dentro ai tuoi occhi che trovo

dove la notte riprenderà il discorso


baciami e stropiccia i pensieri


srotolando il cuore a nuovi margini


L’immagine semplice è quella che il poeta canta e ricanta in un flusso continuo di parole che vanno come le acque mai stantie di un fiume di pianura che corre dolcemente alla foce.

Incanta l’idea di prossimità della vita, della vecchiaia come momento ineluttabile della vita stessa; Vivian Lamarque direbbe che la vecchiaia è bellezza.

Senza alcuna pretesa il poeta canta l’esistenza e il suo flusso continuo, quasi ovvio ma necessario, il dono della vita nella sua assordante normalità.

Un sospiro d’amore e di prossimità nelle visioni estive, marine, di ombrellone. Il bello del quotidiano e la sua innata fragilità e precarietà.

Diario intimo, con date, nomi, luoghi, sensazioni, il detto e il non detto. Un bellissimo canzoniere d’amore struggente e malinconico. Breve è la vita / di tutto quel che arde (Stig Dagerman). (Colomba Di Pasquale)


Motu proprio nel teatro degli anni Settanta di Carlo Penati (Legnano, MI)



Carlo Penati tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 è stato fondatore e redattore della rivista di ricerche e studi letterari «Pianura». Suoi testi poetici hanno ricevuto premi e menzioni in vari concorsi letterari tra cui, nel 2008, il 29º Premio Letterario Internazionale Città di Moncalieri con la poesia Le ruote della luna. Nel 2010 ha pubblicato: con Fara Vorrei imprimere un vuoto nell’aria e Sincronaca (dagli anni Settanta) e con Campanotto Editore Sognare è un’imprudenza. Nella collana Limina di Anterem Edizioni ha pubblicato nel 2011 il volume di poesie Il desiderio e lo specchio e, nel 2015, Empeiria.


La poesia di memoria talvolta corre il rischio di odorare di stantio e di abusata nostalgia elegiaca, non nel caso di "Motu proprio” dove (come miracolosamente accade in poesia) è la postura, il modo di guardare onesto e senza sconti, il modo in cui viene porta la parola a fare la differenza. 

Quando i ricordi personali (che siano reali o inventati in arte fa poco differenza) sanno farsi ricordo e testimonianza di un’intera generazione, quando la narrazione di una cronaca quotidiana diventa resoconto (inevitabilmente di parte) della Storia allora può apparire un “libro” di poesie, non una raccolta, che è altra cosa, ma un libro compatto che fa i conti con il proprio vissuto e lo fa senza sconti e ipocrisie.

Talvolta si parla a sproposito o con troppa generosità di storie personali, con la s minuscola, sul cui sfondo si staglia la s maiuscola della storia collettiva, in questo caso personale e collettivo si fondono dando vita a una narrazione epica, alla narrazione di una cronaca che ora si è tramutata in storia. Cantata dal poeta con il corretto equilibrio tra enfasi e controllo diviene epica moderna, urbana, in minore. L’epica di una sconfitta.

Il riscatto dal capitalismo, la lotta di classe, gli scontri ideologici, la strategia del terrore, la fede laica in un mondo nuovo, la routine della fabbrica, il sesso e il desiderio di vita sono i temi del “Motu proprio”; il tutto narrato con una lingua controllata, priva degli abbellimenti e delle decorazioni del poetichese.

Dieci sezioni, dieci canti che utilizzano intonazioni e voci differenti (talvolta con sperimentalismi letterari che non perdono però di vista la volontà comunicativa) per narrare in ordine cronologico un pezzo degli anni settanta, di una generazione che ha creduto e lottato, talvolta in modo scomposto e violento, per un cambiamento di paradigma sociale. (Giuseppe Carlo Airaghi)


Il dono non ricambiato di Lorenzo Gafforini (Brescia)



Lorenzo Gafforini (1996) è laureato in Giurisprudenza. Dedicatosi alla poesia fin dall’adolescenza ha pubblicato otto raccolte di poesia. Collaboratore di diverse riviste di critica letteraria, nel 2022 cura anche la prima edizione mondiale del testo teatrale inedito Se tutti i danesi fossero ebrei del poeta Evgenij Evtušenko per Lamantica Edizioni. Partecipa attivamente a diversi progetti culturali, soprattutto in ambito letterario e cinematografico.


Una versificazione spontanea, basata su un ritmo sicuro, che procede sciolto fra cesure e legami di una tessitura fonica ospitale. Nella ricerca di una reminiscenza del sud dell’Anima che restituisca l’origine alla nostalgia del ritorno, per sottrazioni e amnesie, per desistenze e fotosintesi mnestica che innesti stupore: all’approdo attendono il padre, il cui profumo d’arance risale dalle proprie mani, e la madre con i suoi capelli increspati sulla spazzola… Haiku e tautogrammi (poesie dove ogni parola inizia con la stessa lettera) alleggeriscono lo sguardo in attesa di un ultimo affiorare di radici inquiete. (Massimo Parolini)



Corpo celeste di Camilla Ugolini Mecca (Verona


Camilla Ugolini Mecca nasce a Verona nel 1971, dove si laurea in Lettere Moderne. Mamma di un ragazzino di dodici anni, ha svolto per anni la professione di Counselor e Facilitatrice in Costellazioni Familiari e Sistemiche. Nel 2003 ha pubblicato con Liberty House il saggio Ambigue stanze – Un itinerario nell’opera di Antonio Possenti. Nel 2007 il racconto Il paradiso è un cul-de-sac vince il concorso Pubblica con noi indetto da Fara Editore. Nel 2021 pubblica il suo primo romanzo, Il destino dell’onda, edito da Il Falò. Nel 2022 ha vinto – in ex aequo con Natascia Ancarani - il concorso Faraexcelsior 2022, con il romanzo Tu sorgerai di nuovo.


Per la visione onirica, la verticalità del verso e del significato finale. (Filippo Amadei)



I prigionieri estatici di Stefano Serri (Fiorano Modenese)



Stefano Serri (1980) vive a Fiorano Modenese. Infermiere, laureato in Discipline teatrali al Dams di Bologna, ha tradotto e curato testi di Jean Giraudoux, André Gide, Han Ryner e altri autori. Tra gli ultimi testi pubblicati, Maldicura. Storia di un infermiere che si ammala (Sensibili alle Foglie) e le poesie di Un gatto steso al sole (Kolibris).


In mezzo ai tanti libri di poesia contemporanea in cui l’ingombrante io dell’autore si esibisce come personaggio principale quando non addirittura unico “i prigionieri estatici” ha il pregio o perlomeno l’originalità di nascondere l’io dell’autore di volta in volta dietro la voce narrante di alcuni personaggi storici che hanno avuto tra loro in comune l’esperienza della prigionia; e della propensione al misticismo mi verrebbe da azzardare.

In questo libro parlano in prima persona singolare personaggi rinchiusi in prigione; reale o metafisica che sia o addirittura autoimposta come nel caso della Dickinson. Tutti hanno uno sguardo rivolto al cielo loro negato, chi per porre domande, chi per cantare le proprie convinzioni.  

Per un verso o per l’altro queste voci narranti sono consapevoli dell’ingiustizia terrena a cui sono costrette a sottostare ma sicuri di una rivalutazione futura o ultraterrena.  

La versificazione metaforica, attenta e sapienziale dell’autore cambia tono e registro in base alla temperatura estatica delle voci narranti

La quinta e ultima sezione si stacca dal comune argomento delle sezioni precedenti per mettere in scena una rappresentazione teatrale in cui gli attori recitano un risveglio, una rinascita, una liberazione dal recinto del sonno in cui erano rinchiusi terminando libro e rappresentazione con le parole: Ho finito le prove. Ora devo iniziare sul serio. / State tutti iniziando a svegliarvi / insieme a noi. / Sento che l’anima nostra / è più grande del nostro risveglio. (Giuseppe Carlo Airaghi)



L’occhio verde dei prati di Donatella Nardin (Cavallino Treporti, VE)

punti 3 (Carla)



Donatella Nardin è nata e vive a Cavallino Treporti (VE). Pur praticando la scrittura – soprattutto poetica – da sempre, solo negli ultimi dieci anni ha dato visibilità alle sue opere partecipando a vari Concorsi Letterari con risultati gratificanti in quanto le sono stati attribuiti numerosi premi e riconoscimenti. In poesia ha pubblicato i libri: In attesa di cielo (Ed. Il Fiorino 2014); nel 2015, con la stessa Casa Editrice, la raccolta di liriche haiku Le ragioni dell’oro; e con Fara Editore, nel 2017, Terre d’acqua (1° class. al Premio Il Litorale di Massa 2019, 2° class. al Premio Città di Arona 2018, ecc.) e nel 2020 Rosa del battito (I premio al Concorso Letterario Mario Luzi 2020). Molte sue poesie e alcuni racconti sono presenti in antologie, in alcuni siti on line dedicati, in riviste letterarie e in raccolte collettanee di case editrici come LietoColle, Empiria, La Vita Felice, Fara Editore, Fusibilia e Terre d’ulivi.


La sacralità della natura  è tutta in questi versi attenti ad ogni cenno di risveglio .Sono le madri a custodire e raccogliere  e nutrire, soprattutto ad amare . Sono versi che si leggono d’un fiato  tanta è l’armonia  e la delicatezza/dolcezza che li distingue. Orizzonte aperto, perché  il compito è continuare a vivere  in attesa di una gioia  o ripetuti silenzi, mentre la  natura ci nutre  di colori e di luce e ci disseta. Versi importanti   che hanno la penna in mano e lo sguardo rivolto alla madre (natura).(Carla De Angelis)



Nel segno, il seme di Valeria Raimondi (Leno, BS)



Valeria Raimondi vive a Brescia. Fa parte del Movimento dal Sottosuolo. Con Donne A(t)traverso propone un recital sulle origini della violenza di genere. Nel 2016 viene tradotta in lingua albanese con i poeti Beppe Costa e Jack Hirschman. Suoi inediti compaiono in Distanze (Fara 2018) e alcune invettive nella Gazzetta dei Dipartimenti del Collage de ‘Pataphysique. Una sua poesia è intro dell’album musicale dei DUNK. Nel 2011 esce con Thauma la silloge IO NO (Ex-io); nel 2014 con Fusibilia Debito il Tempo, opera vincitrice del Premio Eros e Kairos. Sue poesie vengono tradotte in portoghese e presentate a San Paolo del Brasile nel 2018. Nel 2019 esce per Pietre Vive La nostra classe sepolta: cronache poetiche dai mondi del lavoro, selezione di poesie di lavoratori e lavoratrici di tutta Italia. Nel 2020 la sua testimonianza di lavoro e di vita nella Lombardia colpita dal Covid, Una storia sbagliata, viene pubblicata da MicroMega. Nel 2021 pubblica con Fara Il penultimo giorno.



Per l’indagine sul tema della parola e della sua genesi, senza mai dimenticare il tragico e il divino che si trovano nell’umano. (Filippo Amadei)



Opera segnalata


Come gira il vento di Antonella Pizzo (Ragusa) 



Antonella Pizzo è nata a Palazzolo A. nel 54 e vive a Ragusa. Ha pubblicato le sillogi dialettali Strati, E su paroli nuovi, Comu ‘n ciumi lientu. Gli e-book Partenope (Biagio Cepollaro, 2006), I morti non sono nervosi (Feaci Edizioni, 2007). Ha pubblicato le raccolte in lingua A forza fui precipizio (Lietocolle, 2005), Catasto (Fara Editore, 2006), In Stasi irregolare (Le voci della Luna, 2007), Il sogno è miele (DARS, 2009), Dentro l’abisso luccica la storia (L’arcolaio 2011). Presente in numerose antologie, riviste cartacee e in rete. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra i quali premio migliore sceneggiatura “I corti di Mauri” con Il passaggio, per la poesia edita il Premio Renato Giorgi 2007, Gorgone d’Argento 2009 per In stasi irregolare, Elsa Buiese 2009, Simone Cavarra 2010, per sonetto inedito premio Renato Fucini 2010. Seconda classificata al Premio Ischitella-Pietro Giannone 2008 per la silloge dialettale inedita Trapassi. Nel 2022 per la poesia inedita finalista al Lorenzo Montano. Premio Talamone 1 class. Evviva la mamma, per la narrativa inedita finalista al Caffè letterario Moak, Premio Pehnt – V edizione.

Per l’uso sapiente della parola che si fa verso e l’esattezza che rende potente il significato. (Filippo Amadei)

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