Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query dante zamperini. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query dante zamperini. Ordina per data Mostra tutti i post

venerdì 20 maggio 2022

Dio, il male e l’uomo: in ascolto del “respiro sospeso” di Dante Zamperini

 Dante Zamperini, Di un respiro sospeso

Fara 2021

recensione di Ludovica Zavatta


Di un respiro sospeso di Dante Zamperini è una raccolta di poesie pubblicata nell’anno 2021, dalla casa editrice Fara.
In totale, si parla di qualche decina di componimenti, rigorosamente titolati, che affrontano diverse tematiche, di cui parlerò poi e sulle quali mi soffermerò nel particolare.
Dante Zamperini è nato a Negrar (VR) nel 1972.
Oltre ad essere un eccellente poeta, è anche, nel suo tempo libero, un pittore e uno scultore, e ha realizzato per Fara numerose copertine.
Tra le sue opere, ricordiamo appunto Di un respiro sospeso (Fara 2021), ma ce ne sono varie altre, in parte pubblicate con Fara in parte no.
Lo stile del poeta è essenziale, spoglio di qualsivoglia artificio/espediente retorico: è semplice, chiaro, diretto, lontano da decorativismi, e tutte le caratteristiche elencate si riscontrano senza difficoltà anche in questa raccolta.
Ma perché lo definisco così? Facile: per il fatto che, oltre a rappresentare il suo specifico modo di poetare, per cui anche se non l’avesse scelto forse scriverebbe lo stesso in tale maniera, esso esprime e sottintende quello che è il suo scopo, il suo obiettivo, ossia dimostrare che l’uomo, essere imperfetto e misero, deve comportarsi secondo umiltà e povertà per potersi godere appieno la presenza di Dio, deve vivere in umiltà e povertà per avvicinarsi ancora più di quanto già non sia a Dio.
Ed “umile” è il suo linguaggio, “povere” le modalità attraverso cui scrive, poiché, per l'appunto, non vi sono “ornamenti”, diciamo così.
Il tema attorno a cui ruota il tutto, cosa che si può comprendere ormai, è Dio.
Dio forza vivificante, che si trova ovunque e soprattutto nella natura (sua espressione), e nell’uomo.
Egli, anche se non dovesse riconoscere di essere infinitamente misero a confronto suo (Dio è misericordioso e sa perdonare chi si crede superiore e non sa di essere inferiore, visto anche come in tal caso non conosca affatto sé stesso oltre che Dio), è accompagnato dalla divinità durante la sua vita: quest’ultima viene quasi illuminata da essa che costituisce un riparo dal male, che “è guardiano del dire” e “tende tranelli” verso cui l’uomo si sente indotto dalle seduzioni del mondo. 
Dio è un rifugio, la salvezza per l’anima umana.
È in grado di guardare dentro l’uomo, di comprenderlo.
Ma, come ho già detto, Dio può entrare nella più completa armonia con l’uomo solo se questi riconosce la propria miseria, la propria condizione di essere imperfetto, e se riconosce a sé stesso di dover essere umile proprio a ragion di questo.
Una poesia delicata, tranquilla, ma estremamente potente e significativa, che io consiglio molto volentieri, anche perché credo sia bello venire a contatto con modi di poetare differenti gli uni dagli altri.
Consiglio quindi di fare esperienza in questo campo.

domenica 18 luglio 2021

Il canto dell’usignolo e dell’allodola

Sulla silloge poetica di Dante Zamperini 
Come legno d’ulivo (Edizione privata 2014)

recensione di Subhaga Gaetano Failla





Leggo con gratitudine Come legno d’ulivo di Dante Zamperini (Edizione privata 2014, con la cura di Eros Olivotto e in copertina l’illustrazione di Paolo Pavarotti) e scrivo queste righe seduto solitario a un tavolo in legno, nella melodia della brezza tra gli alberi e nel frinire delle cicale. 

Le poesie di questo libro accompagnano, come nel passo velato di un testimone, la Passione e la Resurrezione di Cristo. Sono versi che hanno il palpito del cuore, la risonanza di fiato melodico di una madre e di un discepolo, l’affanno trattenuto in gola, versi essenziali, lapidari, levigati, aguzzi come pietre e lievi come piume, sin dalla poesia iniziale: Sgradito, il tuo pregare,/ ai sommi,/ agli scribi./ Nel riunito sinedrio/ il fermo decreto./ In te,/ imminente,/ l’unione col Padre. (ne Il pregare).

   Anche quando il tono diviene altamente drammatico il poetare non perde la sua misura austera, composta, e proprio il contrasto emotivo ne enfatizza l’eleganza armonica, la compostezza musicale: Solo, lassù,/ sulla croce legnosa,/ gridasti al Padre tutta la voce.(ne La crocefissione).

Nei versi della Resurrezione la stessa misura melodica si innesta in un pathos di indicibile dolcezza: Aloe e mirra/ al sepolcro portavi./ Dinanzi alle bende/ ti chiudi nel pianto./ Deliziosa la voce/ nel pronunciare il tuo nome./ T’avvolge la luce. (ne La prima apparizione). 

I versi di Dante Zamperini mi hanno ricordato le poesie di Pasolini raccolte in L’usignolo della Chiesa Cattolica (Tutte le piaghe sono al sole/ ed Egli muore sotto gli occhi/ di tutti: perfino la madre/ sotto il petto, il ventre, i ginocchi/ guarda il Suo corpo patire.). Ma in Zamperini l’impeto drammatico ha una sua specificità, si esprime in una sorta di esplosione protetta, come se il deflagrare della tragedia fosse immerso nella vasta musica di sfere celesti, nell’ampio manto d’un fruscio di brezza tra gli alberi. 

Come legno d’ulivo ha il canto dell’usignolo e dell’allodola, in indissolubile armonia, il canto della notte e dell’alba: Al viandante il racconto/ dei giorni trascorsi./ Emmaus, una luce vicina./ Lo spezzare del pane,/ il risorto rivela. 

sabato 16 gennaio 2016

“Resta la luce di una ferita”: su Come legno d'ulivo di Dante Zamperini

Dante Zamperini, Come legno d'ulivo, Edizione privata Redaprint, Cavaion Veronese, 2014 
Prefazione di Eros Olivotto

nota di lettura di AR

Questo racconto in versi della Passione è estremamente asciutto: le parole sono sono come inchiodate alla pagina, ma sempre dalla testa del chiodo, emana il riflesso di una luce che cura e rivela. Ogni poesia è un scrigno di immagini costituito da un flusso nitido di sillabe sincopate, scandite, scelte: il lessico è, come accade nelle lingue semitiche, concreto, privo di fronzoli, potremmo dire quotidiano; la costruzione ritmico-sintattica tende all'implosione, al raccoglimento, eppure al tempo stesso sprigiona lampi di energia che quasi stordiscono. Pare esserci sempre, in sottofondo, il battito di un tamburo che determina la pulizia essenziale, sintetica, del dettato e ne sottolinea la profondità che di fatto smuove le nostre viscere. Consideriamo ad esempio Il giardino degli ulivi (p. 15) che qui riproduciamo integralmente:

Qui, 
ogni cosa è silenzio.

Non cela la brezza
i passi randagi.

La notte,
la fame,
la tua sete di uomo.

Solo,
braccato.

Simone ha ceduto
il sonno alle ombre,
alla luna,
che bianca rifugge
ogni tratto di cielo.

Come legno d'ulivo
ti contorce il dolore,
spezza ogni ramo.


C'è una empatia totale, nei versi qui sopra: Dante Zamperini parla da narratore, quasi da giornalista, ma è evidente quanto sia immedesimato e coinvolto nella scena che descrive. La successione di immagini-sensazioni (silenzio, brezza, passi, buio, sete, solitudine, stanchezza di Simone, correlativo oggettivo degli ulivi contorti…) ce le incide nell'anima, ci commuove con estrema sobrietà. In questo poemetto-oratorio ci vengono ovunque offerte parole di grande forza evocativa che siamo subito portati a introiettare, a meditare, a ripetere a noi stessi, a rendere visivamente concrete. Solo alcuni esempi: “un intreccio di spine. / Attende il luogo del cranio.” (La veste di porpora, p. 27); “Il cranio ridotto a spineto.” (Sulla via del Calvario, p. 31); “gridasti al Padre tutta la voce.” (La crocifissione, p. 35); “È forte, / tra i giusti il silenzio.” (Le vesti giocate, 37); “Bruni corvi / sull'anima.” (Il ladrone, p. 41); “Lacero, / tessuto di fiele. // Non ha carni, ora, il tuo corpo.” (La Madre, p. 45); “Sigilla, la pietra, / il sepolcro. // Gli occhi, / confine del pianto.” (La deposizione, p. 53); “Resta la luce / di una ferita.” (Nel sepolcro, p. 55); “Deliziosa la voce / nel pronunciare il tuo nome.” (La prima apparizione, p. 63); “Nel costato, / poni ora i tuoi palmi. // Ferma la fede.” (Si rivela a Tommaso, p. 69)

È questo un libro di vera poesia religiosa, un testo intenso e bellissimo su cui pregare, magari esercitando le tecniche di contemplazione suggerite da S. Ignazio

domenica 4 settembre 2022

“Guardo i monti, / e sento // nuda // la roccia sfiorare / l’anima del cuore.”

Dante Zamperini, La domenica mattina, Il Segno dei Gabrielli editori 2005, Introduzione di Eros Olivotto, Premessa di Alberto Baietta, Postfazione di Emilio Gabrielli, foto dell’Autore

recensione di AR



“Il severo silenzio / dal sapore di sfida. / Sfacciato. / Sfuggito alle città. // Sicuro sigillo / nell’eremo del cuore.” 

Questi versi chiudono Silenzio sui monti ( p. 73) e un po’ già ci svelano qualcosa dell‘autore che poco prima (Monte Baldo, p. 70) scrive: “l’alito del vento, / sicuro / come la mano di Dio, / mi sfiori il sorriso.”

Ancora qualche pagina prima (67, Serenità ritrovata) il Nostro, guardando i monti dalla finestra, confessa: “Tant’è il silenzio in quei posti, / che sembra quasi di sentire / la neve posarsi / picchiettando lievemente / nei boschi spogliati.”

Ci sono delle isole, nella navigazione di ciascuno, che si concretizzano come il fulcro di fatti cruciali o come porte di infinite possibilità, luoghi in cui si realizzano coincidenze o si lasciano sfuggire le occasioni scoprendo poi che possono riverberarsi in opportunità da cogliere a tempo dovuto. 

Queste isole, per essere scorte, hanno bisogno della nostra attenzione, del nostro uscire dal piccolo mondo autoreferenziale in cui timorosi e vessati (“Ti difendi con freccia di selce; / altro non puoi, / sapendo che i versi / stanno in me.”, p. 41) oppure arroganti (quando vorremmo che tutti e tutto vi rientrassero per essere al nostro servizio, noi “rinserrati in malevoli pensieri, / col cuore ridotto a pisciatoio.”, p. 43) a volte ci rinchiudiamo.

Queste isole hanno bisogno di amore: “e mentre urlo quanto ti amo, / lentamente, viene la neve.” (A Nives, p. 39); “È un sorriso / sulle labbra di Dio.” (La mia donna, p. 46). Quello verso noi stessi, certo imperfetti e pieni di ecchimosi ma sempre unici e preziosi e amati da Qualcuno, e quello verso il prossimo che ci dà il senso del nostro stare al mondo. Un simile amore sa abbracciare i vuoti, diffonde energie buone, sa ringraziare per le piccole cose e inchinarsi alla bellezza del creato, si rende disponibile a incontri che cambiano e ravvivano, curano le ferite, leniscono i dolori, ci aiutano a metterci nei panni degli altri, fomentano la nostra creatività mettendo in circolo i nostri talenti. Questo amore abbracciante che nella Bibbia è chiamato anche rùach, spirito, soffia dove vuole, raggiunge credenti e non (o altrimenti) credenti, è implicito in ogni persona e sprizza da quelle di buon cuore, in ogni azione fatta con rispetto, passione, onestà. 

Questo ci racconta Dante Zamperini con le sue poesie “domenicali” che sanno fare spazio al Signore del tempo, al soffio imprendibile che anima il mistero gioioso, pulsante in ciascuno di noi e nel cosmo intero: “Una stella mi guarda; / la vedo: / ora lontana, poi vicina, // sfuocata. // Chissà che sapore ha / il silenzio lassù.” (Notte, p. 21). 

PS Il titolo di questa recensione corrisponde all’incipit della poesia eponima che apre la raccolta.

giovedì 8 gennaio 2026

Tra poco la notte con Dante Zamperini a Cavriana (MN) 23 gennaio 2026

Venerdì 23 gennaio 2026 alle ore 20:45
nello Studio Angelo Brusco (foto qui sotto) 
a Cavriana (MN) via SS. Martiri Angelo e Alessandro, 1


Dante Zamperini  presenta
Tra poco la notte (Fara 2025)


info e adesioni: dantezamperini@yahoo.it

lunedì 3 novembre 2025

Vernissage della mostra “Orizzonte e segni” di Dante Zamperini a Fiorano 9 novembre 2025 ore 17:00

Grazie all’Associzione INarte e al Comune di Fiorano Modenese

Domenica 9 novembre 2025
a Villa Cuoghi – Fiorano Modenese
via Gramsci 32

presenta

Giuseppe Davide e il Messia

con le musiche di Edda Chiari

segue il vernissage della mostra 

Orizzionte e segni


 

mercoledì 9 marzo 2022

Cos’hai fatto Dante

di Dante Zamperini


Cos’hai fatto Dante,

cos’hai fatto Dante,

cos’hai fatto

Dante?


Questo mi chiedo

dal giorno in cui

divenni persona.


Non una risposta,

solo un seguito di giorni

più o meno bislacchi

tremanti

nella quiete apparente.


Fui lo stacco dei ghiacci

precipitati a primavera,

la rovina dei boschi,

la muffa 

d’un muro maestro

malato.


Un vuoto camminare

di passi senza passi,

tanti boschi lontano

da un cielo 

che sapevo essere solo, 

lassù,

oltre le vette dei monti.


Non è più un canto

il querulo della poiana

e nemmeno dicembre

ha il sapore del bianco,

del Bambino che nasce.


Quante volte,

ho camminato

i sentieri del vero?


Quante 

mi sono fatto vento

e mani nelle mani

ho atteso

il passare della tempesta?


Anche oggi mi chiedo:

cos’hai fatto Dante,

cos’hai fatto?


C’era la neve

sotto le piante nude

e l’inverno soffiava

tutto il dolore

riposto

nel tronco d’ulivo.


Non sapevo

del pianto celato.


Passai oltre,

senza fermarmi un istante

e pensare a quello sfacelo.


Nelle urla di Roma

capii l’inizio e la fine

senza sentire 

l’aurora dei giorni 

che stavano in mezzo.


Tempo senza tempo,

essere senza essere,

Re senza Regina.


Tra le acacie

refoli osceni,

odore di terra, 

di miele e voli d’api 

dopo i tuoni

a primavera.


Tutto questo c’era,

senza capire che in fondo 

non tutto era perduto.


Ho calpestato

pavimenti precari,

vacillato 

dai monti alla pianura.


In alto il cuore.


Nella casa dell’amico fedele

il fuoco sicuro 

illuminava la luna

che lieve svelava

il profilo 

del monte Pastello.


Furono giorni

d’angoscia e bonaccia,

una piccola croce portata

con l’aiuto d’un cireneo

conosciuto

nella vigna di giugno.


Non posso morire per l’uomo,

devo vivere per l’Uomo

e non sia l’abbandono

motivo di gelo.


Passerò oltre le ombre

settanta volte sette.


Senza rancore.


Torneremo a danzare

come contadini nei campi

dopo la tempesta.


Acini maturi

per il vino nuovo 

d’ottobre.


lunedì 12 luglio 2021

Marco Statzu e Antonio Vittorio Guarino vincono il Faraexcelsior 2021: complimenti vivissimi!

Ringraziamo di cuore i giurati Adalgisa Zanotto, Carla De Angelis, Daniele Gigli, Donatella Nardin, Massimo Parolini, Matteo Bonvecchi, Matteo Pasqualone e Michele Bordoni della sezione Poesia del concorso Faraexcelsior 2021 (per la sezione Narrativa/saggio v. qui) che dopo attenta valutazione hanno così deliberato:

I. class. 

Ho chiesto scusa agli ulivi 
di Marco Statzu (Terralba, OR)


Marco Statzu (foto di Giovanni Panozzo) è nato in Sardegna, dove vive. È prete della Diocesi di Ales-Terralba, parroco della borgata agricola di Sa Zeppara, direttore della Caritas diocesana e docente di Antropologia Teologica e di Storia della teologia nella Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. Scrive versi e ha pubblicato due raccolte: Tra disastri e desideri (Fara Editore 2010) e Erano lacrime le mie (Graphe.it 2018). Cerca di osservare la realtà e di farsi interrogare dalla natura, dalle persone, dagli animali, da Dio, convinto che nell’intimo di ogni persona umana abiti la Verità. maiobas@gmail.com

“È un testo che narra il divenire della natura, con una attenzione perseverante: una sfida per il poeta che la fotografa e la fa (parzialmente) sua. Forse tutto si racchiude nel "Senza perché”.» (Carla De Angelis)

«Un canto alla terra, alla luce e al calore sardo. Una poesia regionale (nel senso o’connoriano del termine) che narra l’epopea del quotidiano, restituendo al lettore scorci inediti e profondi, testimonianza d’amore del poeta alle proprie radici.» (Matteo Pasqualone)

«In Ho chiesto scusa agli ulivi la contemplazione della natura – specie nella sua caratterizzazione sarda – fa eco e s’unisce a un’introspezione straordinariamente acuta: ne risulta il senso d’un intatto stupore e un mondo che ci è consegnato meno ignoto. Dagli haiku d’apertura alle liturgiche e insieme concrete situazioni finali, la scarnificazione del verso fa emergere la materia stessa delle cose ed è al contempo capace di diffonderne l’alone simbolico: il territorio, le stagioni, i giorni, le ore, gli animali, i toponimi, alcuni fatti di cronaca, tutto è riletto nel portato esistenziale, nel cammino dell’uomo-poeta, in un distillato di profonda compassione e d’intensa spiritualità.» (Matteo Bonvecchi)


II. class.

Inversi spettri 
di Antonio Vittorio Guarino (Avellino)


Antonio Vittorio Guarino, nato a Napoli nel 1985, vive ad Avellino. Si è laureato in Filosofia presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”. Attualmente è borsista presso L’Istituto italiano per gli studi filosofici. La sua produzione poetica consta di diverse sillogi: La Vita Beota (Ed. Il Foglio Letterario, 2009), La caduta dalla giovinezza (Onirica edizioni, 2011), La costellazione dell’assenza (Fara 2016), opera vincitrice del VI concorso nazionale Faraexcelsior, e Cronicismi (Oèdipus, 2020). Alcune sue poesie sono presenti su antologie, riviste e siti web.


«Un lungo discorso di riavvicinamento problematico fra l’anima e il corpo, in un urto fra l’io, onda propagata nel soma e nel mondo delle cose, e una fessura fantasmatica che devia in diffrazione il movimento di conoscenza confermando la rimbaudiana certezza dell’alterità dell’io stesso. Nella svista della visione che lascia esperire la differenza come un’origine invisibile che ci abita e che abitiamo, l’esistenza, quale luogo dell’accadere, si esperisce in scompensi e punti d’ombra dove la ragione non può misurare e controllare. La vita si mostra quale ininterrotto appello a tale differenza-alterità, invocazione (forse) vana di una verità che può sussistere (forse) anche senza di noi ma convive in noi per essere presente.» (Massimo Parolini)

«Poesia caratterizzata da una concisione armonica e colloquiale, che sa “cadere” perché solo cadendo può “rivelare”: “Il tempo stringe col suo silenzio geometrico…” E i versi diventano occasione per giungere alla radice della condizione esistenziale dell’uomo, con tutti i suoi drammatici risvolti, sui quali la poesia porta una luce profonda: “non hai / nome né un compito preciso, / se non il respiro / come destino troppo vago / da portare a termine / nel migliore dei modi”. E nulla deve offuscare lo sguardo! “e trovare i semi: l'inizio / che non abbiamo visto”.» (Adalgisa Zanotto)

«Con uno stile teso e tragico, impostato al paradossale compito di dire la presenza dell’assenza, questa raccolta mette il lettore di fronte a una biopsia del reale, misto di pieni e vuoti, di respiri e di apnee. La poesia scava se stessa fino a “rinunciare alla parola che dice sono”, afferma e nega la temporalità ordinaria (“Stona al futuro / il ravvedimento / che è ritorno postumo”) e morde al cuore dell’alterità, spaccandosi al punto da sovrapporre – rimbaudianamente – l’io e l’Altro. Il tema, vagamente elegiaco, non soverchia la padronanza del verso, che delinea un contorno terso senza mai cadere nel patetico. Una raccolta d’impatto ma delicata al contempo, bruciante e interrogativa, in bilico tra dogma ed eresia e, per questo, arditamente affascinante.» (Michele Bordoni)

«Subito, con maestria, il ritmo, la musicalità, creano il senso dell’evanescenza, d’una scomposizione ch’è al limite dello smarrimento, dell’angosciato, opprimente sogno notturno. Il fantasma che ci abita e che spesso siamo nello sdoppiamento paradossalmente potrebbe ricomporsi, farci ritrovare uno proprio nell’esperienza dell’altro – che per eccellenza è quella uscita dal “costato di Adamo” – pur nell’alto dramma della relazione e dell’avventura umana tutta. Così emergono, si elaborano strategie per resistere ai morsi della vita, restando capaci di non rimuovere l’ambiguità del reale, non cedere allo sciacallaggio dello scettico e non rinunciare all’umana ricerca interrogante.» (Matteo Bonvecchi)


Altre opere votate

La porpora delle api 
di Anna Maria Ercilli (Trento)

Anna Maria Ercilli, vive a Trento con memorie liguri. Ha lavorato nel Servizio Sanitario. Pubblica sette sillogi di poesia, scrive racconti e articoli culturali per le riviste (Il Furore dei libri, R&S). Presente in alcune antologie: Controparole, Hospite, L’evoluzione delle forme poetiche, Vivere l’abbandono e riviste («La Mosca di Milano», «Il Monte Analogo” ecc.) Presente: Nelle pagine del tempo (dizionario delle parole perdute, EmmeTi). Con LUA Anghiari: Le stagioni per posta, Una lettera importante, Quella volta su un treno (Equinozi 2020), iPoet Lunario in Versi LietoColle. Fotografa per passione. Presidente della Società Dante Alighieri di Trento, anno 2014-2015.

«In queste poesie c’è quel dire che diventa dare. Sono dense di materia visiva che si organizza in inquadrature e sequenze intense, stoppate a effetto su un fotogramma: “Scende ombra dai grandi alberi.” - “… bianco d’abbaglio intenso…” I versi nella loro essenzialità stringono legami con la vita e le persone. “… benvenuta nell’amore senza tempo, / nel pensiero da formare / nei piccoli vuoti sfuggiti alle parole”; chiedono in prestito passaggi coraggiosi, esplorano, scavano, appuntano momenti intimamente profondi: “… la tenacia afferra la vita la spettina e / ravviva / la vita che non scade…”»(Adalgisa Zanotto)

«La silloge, in un connubio fonetico e semantico armonioso, ricco di rimandi e di sfaccettature, muovendosi nel traslato poetico con un certo vigore interpretativo, offre numerose occasioni di riflessioni e di approfondimento.» (Donatella Nardin)

«Un andamento ritmico coerente in un tessuto fonico e retorico ben orchestrato fa da vestito ad alcuni temi lirici tradizionali del versificare: la precarietà degli enti di fronte al tempo fuggitivo, lo sguardo descrittivo e seriale sul mondo naturale e artificiale, nella ricerca periodica di una genesi dei colori che possa illuminare, improvvisamente, la propria vita, la labilità della parola poetica nel suo tentativo di essere àncora di salvezza dall’entropia esistenziale.» (Massimo Parolini)


Liriche da Montiolo 
di Andrea Biondi (Treia, MC)


Andrea Biondi (Rimini 1986) si è laureato in Lettere presso l’Università di Urbino nel 2009; presso il medesimo ateneo si è specializzato in Scienze Religiose nel 2017. Vive a Treia e insegna nelle scuole superiori del maceratese. Con Le campagne hanno bocche ha vinto il concorso Faraexcelsior 2017. Nell’aprile 2019 è uscita la raccolta Ghironda.

«Un verso incarnato, semplice e profondo. Si avverte forte la tensione del poeta a “mordere” la realtà e a farsi assorbire da essa. Una conversione continua che dal paesaggio conduce alla parola; e la parola, una volta terminata la sua azione trasfiguratrice, manifesta al lettore la più sconvolgente delle verità: “Essere docili alla vita:/questo ho imparato.” (Osservatorio minimo).» (Matteo Pasqualone)

«Tutte le immagini, un paesaggio sempre misterioso, allucinato di metafisici, arcaici sentori, presago di future visioni, poi le suggestioni erotiche e i notturni strepitosi – quasi a ogni verso un trasalire del cuore! –pervasi dal fascino della campagna maceratese, dal terrazzo poetico di quella collina tutti i sentieri costantemente risuonano della realtà di cui oggi abbiamo più bisogno: la materica concretezza, l’impatto immediato, l’impasto carnale della vita, ma sempre accompagnato dal potere d’una musica di fondo (“Con un fascio di canti / sono sceso alla valle / la vita bolliva da stordire / potevo aprire tutte le porte”), capace di trasfigurare o almeno rendere non dico più lievi, ma più veri, umani, anche i tratti oscuri. Cosa che puntualmente accade, qui, al costante e malioso comparire del “bel pastore”. Pena della carne e della croce, attesa fervida dell’epifania, poesia come lotta incessante contro la somma dei nostri addormentamenti, a dire la nostalgia dell’origine e il sofferto esilio dalla patria definitiva.» (Matteo Bonvecchi)


Patto con la polvere 
di Guglielmo Aprile (Verona)


Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. È autore di raccolte di poesia: Nessun mattino sarà mai l’ultimo (Zone 2008), L’assedio di Famagosta (Lietocolle 2015), Calypso (Oedipus 2016), Il talento dell’equilibrista (Ladolfi 2018), I masticatori di stagnola (Lietocolle, 2019), Il giardiniere cieco (Transeuropa 2019), Farsi amica la notte (Ladolfi 2020), Teatro d’ombre (Nulladie 2020), Falò di carnevale (Fara 2021, I class. al Narrapoetando). Scrive saggi critici su riviste; tra i suoi campi di interesse, la poesia del Novecento, oltre a vari studi su alcuni classici della tradizione letteraria italiana (D’Annunzio, Luzi, Boccaccio, Marino).

«È una poesia che racconta il duello con la vita in modo piacevole e scorrevole, ci sono le ragioni dello scorrere del tempo e la bellezza del tempo stesso: “È per questo che amiamo”. Ci sono riflessioni molto forti, versi caustici, fanno male/bene, la loro profondità è specchio e sguardo sia nel presente che nell’aldilà. Sembra un’opera filosofica.» (Carla De Angelis)


Di un respiro sospeso 
di Dante Zamperini (Cavriana, MN)


Dante Zamperini è nato a Negrar (VR) nel 1972. Nel 2002 pubblica L’arcobaleno de la vita (in veronese) e Negli occhi, nel cuore. Nel 2006 esce con Gabrielli La domenica mattina e nel 2014 Come legno d’ulivo. È inserito in varie antologie fariane, l’ultima: Respiro (2020). Pittore e scultore nel tempo libero, per Fara ha realizzato numerose copertine.

«Il filo che tiene insieme i testi e che induce lo sguardo ad aprirsi all’infinito, è la parola preghiera.
Il colloquio con il divino, nella sua tensione verso l’alto, risulta efficace e serrato sia nel  modularsi in canto che nella resa espressiva, ben ritmata nella sua magmatica fluidità carica di senso e di una schietta e tenace spiritualità.» (Donatella Nardin)


«La voce si fa respiro! Questi versi austeri, nudi, profondi scivolano in una quotidianità che veglia e vigila. Svelano con forza qualcosa che è poco visibile, qualcosa di “sospeso”.» (Adalgisa Zanotto)


I monologhi della bambola vudù 
di Silvia Favaretto (Marcon, VE)


Silvia Favaretto è Dottore di ricerca in studi iberici e angloamericani, insegnante, traduttrice e Presidente dell’ass. culturale Progetto 7LUNE. Giurata dei concorsi internazionali di poesia Castello di Duino e Premio di poesia Altino. Ha pubblicato 11 libri tra poesia e prosa e ha partecipato a Festival internazionali. Tra i premi ottenuti in poesia, nel 2007 è risultata vincitrice del Concorso della Ibiskos Editrice con conseguente pubblicazione del suo terzo libro “Parole d’acqua”. Una sua raccolta edita in Messico da Morgana Editrice E vissero infelici e contente ha ottenuto la menzione d’onore al premio Il Paese delle donne 2019. Nel 2020 ha vinto il premio Torresano della Gilgamesh edizioni grazie al quale pubblica La notte dei corpi.

«“Sono una bambola vudù, / la delicatezza non fa parte / del mio vocabolario: / parole raccapriccianti sono / l’unica carezza al mio udito”. Con queste parole la raccolta I monologhi della bambola Vudù si presenta al lettore nella sua conturbante ed estrema originalità. In un misto di masochismo ( “A volte sorrido / mentre mi trafiggono”) e di sconcertante tenerezza (La bambola vudù sente la mancanza della sua nonna) la protagonista di queste poesie attraversa le cicatrici della vita brandello per brandello, quasi fosse simbolo cristico dell’esistenza. Una raccolta che parla conficcandosi nella carne, che mostra come, prima della lama della poesia, “non eravamo preparati a noi stessi”.» (Michele Bordoni)


SEGNALAZIONE

Nonostante questa mia malridotta umanità 
di Alessandro Burrone (Cigliano, VC)


Alessandro Burrone (1994) è cresciuto tra Torino e Cigliano (VC), dove attualmente vive e lavora. Si è specializzato nello studio della lingua e della cultura cinese all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e alla Università di Lingua e Cultura cinese di Pechino. In seguito, ha conseguito una doppia laurea magistrale in Storia e affari internazionali presso l’Università di Pechino e la London School of Economics and Political Science. Coltiva sin dai tempi del liceo l’arte e la letteratura, per le quali invece — fortunatamente — i dati biografici hanno ben poca importanza.

«Poesia (“piccola scostante fiamma”) nella fiducia, per nulla scontata, di trovare le parole del futuro e una risposta di vicinanza a se stessi e agli altri. Limiti e ferite ci segnano e ci inseguono fin dall’inizio. E a tutti impongono, presto o tardi, la necessità di capire. Preziose risorse in questi versi.» (Adalgisa Zanotto)


martedì 7 giugno 2022

L’albero di Dante

La creatività di Dante Zamperini, che ha realizzato splendide copertine per le pubblicazioni Fara, è ora anche un albero fruttuoso posizionato nello Studio Angelo Brusco. Grazie di cuore!



mercoledì 25 dicembre 2024

“Un intenso patrimonio affettivo” tradotto in versi

pubblicata su Insubria Critica - 21 dicembre 2024


ABSORBEAT DI GIOVANNI ANDREOLI

Absorbeat è una raccolta di poesia di Giovanni Andreoli, edita da Fara, Rimini 2024. «Una poesia non è scrivere alcune frasi», scrive Dante Zamperini nella prefazione “Schegge di vita su un foglio bianco”, «è uno stile di vita che qualcuno ha in dono per affrontare e gestire i fatti che il tempo riserva». Poesia è vita, non è semplice genere letterario: e una vita creativa. Giovanni, infatti, sempre come riporta il prefatore, ci lascia «un intenso patrimonio affettivo, gravato di un carico di pensieri stipati all’interno di un vissuto, di cui l’autore ci svela il significato con il lato oscuro del suo continuo perdersi e ritrovare un centro anche quando la vita obbliga ad affrontare un lutto…». La poesia nasce da sentimenti forti e i sentimenti originari sono sempre amore e dolore: essere o non essere, amletico dilemma.

Non c’è fantasia,
manca l’allegria,
ne approfittano gli animali.

Milioni di cani e gatti ruffiani,
ogni sera cenano
pasti gourmet tre stelle.


Poesia nostalgica. Manca quell’ungarettiana “allegria” che si assapora proprio nei momenti più difficili. Ci sono prove nella vita, il lutto del poeta rimanda alla dipartita del padre: «Le vecchie mormoravano:/ L’è na, l’è na…/ Ugualmente il traffico/ attraversava la stanza».

Poche parole, misurate, meditate, sofferte, fotogrammi sintetici dell’esistenza, scattati da una vecchia macchina fotografica, ancora a rullino: così possiamo definire questi versi semi-ermetici, semilavorati, del poeta veronese Giovanni Andreoli, i quali lasciano spazio a profonde riflessioni. Si diceva appunto “schegge di vita su un foglio”. L’anima non è già un foglio bianco, contiene le predisposizioni originarie, primitive, genetiche alla vita.

Questa poesia trae ad esempio la “banalità del male” quotidiano: la mancanza di allegria, soprattutto nel dolore, nel dramma della vita. Io dicevo ad un convegno con due parole, per esprimere lo stesso concetto che Giovanni vuol far trasparire: «Cani! Gatti! Biciclette! Ho detto tutto!».

Seduto sulla panchina
la vita mette allegria.
Penso in modo razionale, sereno.
Però non capisco, quando mi alzo…


La vita mette allegria, serenità, in quei pochi momenti in cui siede, la mente è lucida, calma, in quiete. Come capire la “quiete”, “dopo la tempesta?”. È diversa da quella prima della tempesta.

ABSORBEAT

Io senza Dio
sono solo la mia voce.
Un dettaglio, dispari o pari…

Parla della solitudine esistenziale dell’uomo come genere, non sempre come singolo: il singolo davanti a Dio di Kierkegaard! Solo nella dimensione umana la singolarità è superiore alla specie. Annota Alessandro Ramberti nella postfazione: «Sì, queste poesie ci spingono fuori dalla nostra zona di conforto, un po’ ci urtano perché tutti ci avvinghiamo alle nostre (false) sicurezze, a ciò che conosciamo, alle vie di fuga immediate… mentre quel che conta è riconoscersi bisognosi gli uni degli altri. Prendendo atto dei nostri limiti, delle nostre cadute, dei nostri sbagli… significa rientrare in noi stessi e rendersi disponibili all’intervento dell’amore, della grazia. San Francesco insegna».

La poesia di Giovanni Andreoli è preghiera. Riprende l’Absorbeat, attribuito a Francesco.

Rapisca, ti prego, o Signore…


Giovanni Andreoli è nato a Bussolengo (VR) nel 1962 e vive a Sant’Ambrogio di Volpicella. Operatore per disabili, ama fare lunghe passeggiate in natura. Presente nell’antologia “Olympia” di Montegrotto Terme. Pubblicazioni: Il giardino della terra insieme a Remo Xumerle (2003).




Vincenzo Capodiferro