Dante Zamperini, Di un respiro sospeso,
Fara 2021
recensione di Ludovica Zavatta
Dante Zamperini, Di un respiro sospeso,
Fara 2021
recensione di Ludovica Zavatta
Sulla silloge poetica di Dante Zamperini
Come legno d’ulivo (Edizione privata 2014)
recensione di Subhaga Gaetano Failla
Leggo con gratitudine Come legno d’ulivo di Dante Zamperini (Edizione privata 2014, con la cura di Eros Olivotto e in copertina l’illustrazione di Paolo Pavarotti) e scrivo queste righe seduto solitario a un tavolo in legno, nella melodia della brezza tra gli alberi e nel frinire delle cicale.
Le poesie di questo libro accompagnano, come nel passo velato di un testimone, la Passione e la Resurrezione di Cristo. Sono versi che hanno il palpito del cuore, la risonanza di fiato melodico di una madre e di un discepolo, l’affanno trattenuto in gola, versi essenziali, lapidari, levigati, aguzzi come pietre e lievi come piume, sin dalla poesia iniziale: Sgradito, il tuo pregare,/ ai sommi,/ agli scribi./ Nel riunito sinedrio/ il fermo decreto./ In te,/ imminente,/ l’unione col Padre. (ne Il pregare).
Anche quando il tono diviene altamente drammatico il poetare non perde la sua misura austera, composta, e proprio il contrasto emotivo ne enfatizza l’eleganza armonica, la compostezza musicale: Solo, lassù,/ sulla croce legnosa,/ gridasti al Padre tutta la voce.(ne La crocefissione).
Nei versi della Resurrezione la stessa misura melodica si innesta in un pathos di indicibile dolcezza: Aloe e mirra/ al sepolcro portavi./ Dinanzi alle bende/ ti chiudi nel pianto./ Deliziosa la voce/ nel pronunciare il tuo nome./ T’avvolge la luce. (ne La prima apparizione).
I versi di Dante Zamperini mi hanno ricordato le poesie di Pasolini raccolte in L’usignolo della Chiesa Cattolica (Tutte le piaghe sono al sole/ ed Egli muore sotto gli occhi/ di tutti: perfino la madre/ sotto il petto, il ventre, i ginocchi/ guarda il Suo corpo patire.). Ma in Zamperini l’impeto drammatico ha una sua specificità, si esprime in una sorta di esplosione protetta, come se il deflagrare della tragedia fosse immerso nella vasta musica di sfere celesti, nell’ampio manto d’un fruscio di brezza tra gli alberi.
Come legno d’ulivo ha il canto dell’usignolo e dell’allodola, in indissolubile armonia, il canto della notte e dell’alba: Al viandante il racconto/ dei giorni trascorsi./ Emmaus, una luce vicina./ Lo spezzare del pane,/ il risorto rivela.
Dante Zamperini, La domenica mattina, Il Segno dei Gabrielli editori 2005, Introduzione di Eros Olivotto, Premessa di Alberto Baietta, Postfazione di Emilio Gabrielli, foto dell’Autore
recensione di AR
Questi versi chiudono Silenzio sui monti ( p. 73) e un po’ già ci svelano qualcosa dell‘autore che poco prima (Monte Baldo, p. 70) scrive: “l’alito del vento, / sicuro / come la mano di Dio, / mi sfiori il sorriso.”
Ancora qualche pagina prima (67, Serenità ritrovata) il Nostro, guardando i monti dalla finestra, confessa: “Tant’è il silenzio in quei posti, / che sembra quasi di sentire / la neve posarsi / picchiettando lievemente / nei boschi spogliati.”
Ci sono delle isole, nella navigazione di ciascuno, che si concretizzano come il fulcro di fatti cruciali o come porte di infinite possibilità, luoghi in cui si realizzano coincidenze o si lasciano sfuggire le occasioni scoprendo poi che possono riverberarsi in opportunità da cogliere a tempo dovuto.
Queste isole, per essere scorte, hanno bisogno della nostra attenzione, del nostro uscire dal piccolo mondo autoreferenziale in cui timorosi e vessati (“Ti difendi con freccia di selce; / altro non puoi, / sapendo che i versi / stanno in me.”, p. 41) oppure arroganti (quando vorremmo che tutti e tutto vi rientrassero per essere al nostro servizio, noi “rinserrati in malevoli pensieri, / col cuore ridotto a pisciatoio.”, p. 43) a volte ci rinchiudiamo.
Queste isole hanno bisogno di amore: “e mentre urlo quanto ti amo, / lentamente, viene la neve.” (A Nives, p. 39); “È un sorriso / sulle labbra di Dio.” (La mia donna, p. 46). Quello verso noi stessi, certo imperfetti e pieni di ecchimosi ma sempre unici e preziosi e amati da Qualcuno, e quello verso il prossimo che ci dà il senso del nostro stare al mondo. Un simile amore sa abbracciare i vuoti, diffonde energie buone, sa ringraziare per le piccole cose e inchinarsi alla bellezza del creato, si rende disponibile a incontri che cambiano e ravvivano, curano le ferite, leniscono i dolori, ci aiutano a metterci nei panni degli altri, fomentano la nostra creatività mettendo in circolo i nostri talenti. Questo amore abbracciante che nella Bibbia è chiamato anche rùach, spirito, soffia dove vuole, raggiunge credenti e non (o altrimenti) credenti, è implicito in ogni persona e sprizza da quelle di buon cuore, in ogni azione fatta con rispetto, passione, onestà.
Questo ci racconta Dante Zamperini con le sue poesie “domenicali” che sanno fare spazio al Signore del tempo, al soffio imprendibile che anima il mistero gioioso, pulsante in ciascuno di noi e nel cosmo intero: “Una stella mi guarda; / la vedo: / ora lontana, poi vicina, // sfuocata. // Chissà che sapore ha / il silenzio lassù.” (Notte, p. 21).
PS Il titolo di questa recensione corrisponde all’incipit della poesia eponima che apre la raccolta.
Cos’hai fatto Dante,
cos’hai fatto Dante,
cos’hai fatto
Dante?
Questo mi chiedo
dal giorno in cui
divenni persona.
Non una risposta,
solo un seguito di giorni
più o meno bislacchi
tremanti
nella quiete apparente.
Fui lo stacco dei ghiacci
precipitati a primavera,
la rovina dei boschi,
la muffa
d’un muro maestro
malato.
Un vuoto camminare
di passi senza passi,
tanti boschi lontano
da un cielo
che sapevo essere solo,
lassù,
oltre le vette dei monti.
Non è più un canto
il querulo della poiana
e nemmeno dicembre
ha il sapore del bianco,
del Bambino che nasce.
Quante volte,
ho camminato
i sentieri del vero?
Quante
mi sono fatto vento
e mani nelle mani
ho atteso
il passare della tempesta?
Anche oggi mi chiedo:
cos’hai fatto Dante,
cos’hai fatto?
C’era la neve
sotto le piante nude
e l’inverno soffiava
tutto il dolore
riposto
nel tronco d’ulivo.
Non sapevo
del pianto celato.
Passai oltre,
senza fermarmi un istante
e pensare a quello sfacelo.
Nelle urla di Roma
capii l’inizio e la fine
senza sentire
l’aurora dei giorni
che stavano in mezzo.
Tempo senza tempo,
essere senza essere,
Re senza Regina.
Tra le acacie
refoli osceni,
odore di terra,
di miele e voli d’api
dopo i tuoni
a primavera.
Tutto questo c’era,
senza capire che in fondo
non tutto era perduto.
Ho calpestato
pavimenti precari,
vacillato
dai monti alla pianura.
In alto il cuore.
Nella casa dell’amico fedele
il fuoco sicuro
illuminava la luna
che lieve svelava
il profilo
del monte Pastello.
Furono giorni
d’angoscia e bonaccia,
una piccola croce portata
con l’aiuto d’un cireneo
conosciuto
nella vigna di giugno.
Non posso morire per l’uomo,
devo vivere per l’Uomo
e non sia l’abbandono
motivo di gelo.
Passerò oltre le ombre
settanta volte sette.
Senza rancore.
Torneremo a danzare
come contadini nei campi
dopo la tempesta.
Acini maturi
per il vino nuovo
d’ottobre.
Ringraziamo di cuore i giurati Adalgisa Zanotto, Carla De Angelis, Daniele Gigli, Donatella Nardin, Massimo Parolini, Matteo Bonvecchi, Matteo Pasqualone e Michele Bordoni della sezione Poesia del concorso Faraexcelsior 2021 (per la sezione Narrativa/saggio v. qui) che dopo attenta valutazione hanno così deliberato:
I. class.
Ho chiesto scusa agli ulivi
di Marco Statzu (Terralba, OR)
“È un testo che narra il divenire della natura, con una attenzione perseverante: una sfida per il poeta che la fotografa e la fa (parzialmente) sua. Forse tutto si racchiude nel "Senza perché”.» (Carla De Angelis)
«Un canto alla terra, alla luce e al calore sardo. Una poesia regionale (nel senso o’connoriano del termine) che narra l’epopea del quotidiano, restituendo al lettore scorci inediti e profondi, testimonianza d’amore del poeta alle proprie radici.» (Matteo Pasqualone)
«In Ho chiesto scusa agli ulivi la contemplazione della natura – specie nella sua caratterizzazione sarda – fa eco e s’unisce a un’introspezione straordinariamente acuta: ne risulta il senso d’un intatto stupore e un mondo che ci è consegnato meno ignoto. Dagli haiku d’apertura alle liturgiche e insieme concrete situazioni finali, la scarnificazione del verso fa emergere la materia stessa delle cose ed è al contempo capace di diffonderne l’alone simbolico: il territorio, le stagioni, i giorni, le ore, gli animali, i toponimi, alcuni fatti di cronaca, tutto è riletto nel portato esistenziale, nel cammino dell’uomo-poeta, in un distillato di profonda compassione e d’intensa spiritualità.» (Matteo Bonvecchi)
Vincono il premio
A vuxe de Câdesédda. In ricordo di Bruno Rombi 2023
facebook.com/FestivalCulturaleLiberEvento
aggiudicandosi l’intero podio
La creatività di Dante Zamperini, che ha realizzato splendide copertine per le pubblicazioni Fara, è ora anche un albero fruttuoso posizionato nello Studio Angelo Brusco. Grazie di cuore!