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martedì 8 dicembre 2015

“un lembo… bagna ancora”: su Viaggi al fondo della notte di Mariastella Eisenberg



recensione di AR (v. anche la recensione di Cinzia Demi)


Il sottotitolo di questa raccolta (ed. Oèdipus, Salerno/Milano, 2015) è costituito da tre parole di sapore esodico: La migranza, L’erranza, La viandanza. Tutte e tre determinate: l’Autrice fa infatti particolare riferimento alle tragedie in cui sono coinvolti i profughi, i migranti, le folle di perseguitati che cercano rifugio in Europa. Il tono è particolarmente empatico e dialogante, non a caso il Prologo è costituito da due colonne di versi che potrebbero ben essere letti da due voci distinte. Ad esso fa seguito il Canto delle speranze in cui tre “Speranze” (allegra, curiosa e spavalda) devono fare i conti con il rischio vitale della traversata, con una terra agognata ma “lontana / lontana / lontana…” (p. 13). Queste Speranze sono evidentemente persone che testimoniano la: “Lunga /tormentata storia d’amore / fra Africa e Europa / (…) / un lembo / di Mare nostrum / bagna /  – ancora – / deserti e spezie / (…) / ormai / perpetuo / luogo di morte” (pp. 14-15). A volte i migranti parlano con terribile intensità in prima persona: “Mi piace il vento/ che non si vende / all’orizzonte prendo figura / (…) / andando incontro / al buio che si fa. / Un tonfo sordo / un sasso / giù” (p. 16). Sassi umani.
La disumanità dei trafficanti di anime ricorda quella dei pianificatori dell’olocausto:  “A chi / tocca / vagone staccato da un binario morto /  senza un preciso giorno da calendario / con un salto mortale senza rete / va giù” (p. 19).
Eppure questo flusso coartato, svilito, vessato,violentato… riesce ancora ad esprimere voci che cercano “disperatamente” di resistere: “Ho colto tutti i fiori grigi del mare. / Sarei un passante come un altro / se / solo avessi una strada. / Ho solo mare / ovunque. / Ho solo male / ovunque” (p. 21).
La scrittura poetica di Eisenberg ci sembra molto adatta ad una coinvolgente rappresentazione teatrale, ricca com’è di suggestioni letterarie e mitiche; impregnata di storia, di vita, di realtà; di tensione drammatica fra il destino personale e quello dell’intera umanità (intesa anche in senso etico): “Com’è l’ombra / su un barcone? / È augurio / per anime / (…) / un’orgia di pronomi / si confronta / senza mai un noi; / cosa se ne farà mai il tempo / di così tanti occhi?” (p. 22); “Il tempo fa parte degli organi interni: / conoscono il tempo / che li fa marcire / (…) / Il tempo si è compiuto  / allorquando / parole immediatamente vecchie / non ce l’hanno fatta / a trafiggere il mondo” (p. 23). Quest’ultima poesia che ha come titolo in calce Racimolato Racconto (tutte le poesie della raccolta, tranne il Prologo, il Canto delle speranze e l’Epilogo hanno un titolo in coda di due parole con l’iniziale maiuscola) è forse lo snodo del libro e non a caso viene tradotto in francese nel saluto finale da Maram al-Masri in cui ella definisce giustamente Mariastella “Femme qui a vécu ses poèmes” (Donna che ha vissuto le sue poesie, p. 65), paragonandola a Maria dei sette dolori, Donna e Madre (ivi).

A questa prima sezione, fa seguito un Intermezzo, quasi dei flash giornalistici che fotografano situazioni, esperienze, traversie: “Talvolta / dura più il sogno che la vita / nomi / sparsi tutt’intorno sul mare…” (p. 32);  “… e non sai / se ti toccherà morire almeno un po’. / Sfilacciata di alghe / l’alba / passaporto / senza foto” (p. 35); “… bisogna farlo / bisogna / – vela strappata – / cercare la brezza” (p. 36); “… linea d’universo / siete / traiettoria semovente…” (p. 41); “Ogni luce appare casa / a chi / ha casa il marciapiede” (p. 50);  “Disarcionati cavalieri d’avventura / ansimanti allo scoglio / infine / pupille dilatate nel buio di tutto il mare” (p. 52); “Il mare vi schiaffeggia / faccia immersa tra le mani / ad evitare i colpi” (p. 54).

Il protagonista “oggettivo” (di sfondo ma essenziale) di questo Viaggio è senz’altro il mare, nella sua ambiguità di potenziale tomba e di liquida superficie da solcare verso la salvezza.  Lo stile è scarno, fatto di parole all'osso, necessarie; i versi hanno il “fiato corto” di chi sta correndo un pericolo, le immagini sono vivide eppure rispettose del dramma che descrivono: il lettore/ascoltatore è con discrezione invitato a farle scendere in sé, ad alimentare la sua empatia, a rendere più attento e coinvolto il suo sguardo, a far un po’ anche lui questo Viaggio al fondo della notte che ci riguarda tutti, se non vogliamo rinnegare la nostra umanità.


domenica 5 settembre 2021

“Indosserò il tuo sguardo” / “Soy un río sin estuario”

Elisabetta Bagli - Claudia Piccinno, Versos Cruzados / Versi al crocevia, Editorial Dunken, Buenos Aires, 2021

recensione di AR



Questa opera poetica bilingue vede incrociarsi appunto i versi delle autrici (quelli di Claudia tradotti in spagnolo da Elisabetta) in una sorta di partita a ping pong in cui ciascuna conserva il proprio stile ma confrontandosi con il gioco dell’altra. Il tono di entrambe è lirico, più passionale Bagli, più intimistico Piccinno, e assistere alla “partita” rivela la loro tessitura umana e poetica facendo rimbalzare nell’anima degli “spettatori” parole che: “concernono i diritti delle donne, dei bambini e di coloro che non ne hanno. (…) La loro sensibilità ha dato voce a quell’Io Lirico, (…) hanno saputo dare eco al dolore degli altri, a tutti i sentimenti (…)” (dalla Postfazione di María Florencia Ordoñez, p. 78).

Elisabetta apre la raccolta con questi radiosi endecasillabi: “Ancora sento l’alba dei miei anni / nell’aria che ogni giorno cambia odore, / nel vento che compatta rade nuvole / di pioggia ormai colme e rilucenti”. E più avanti:  “nel soffio luminoso del mio viaggio”; per chiudere con “assaporando del mondo intero l’abbraccio, / rivelazione quotidiana e canto, / intima esplosione nell‘immensa sinfonia.” (Il sangue nelle vene, p. 12).

Claudia risponde con Il cielo di domani (p. 14): “Asciutta è l’ugola che mi rimanda i silenzi di un’attesa. / La mia sospensione d’essere è oggi la sola certezza. / Ho smarrito i versi che mi avete dedicato. / (…) / Argenti, porcellane, cristalli / intrisi di polvere e sogni, / raccontano chi ha incrociato le mie orme / (…) / feticci di una gioia imbalsamata, / compagni di un presente appeso al filo.”

In entrambe c’è la consapevolezza di una realtà personale e sociale inficiata dal male, dai tradimenti, dall’oppressione e violazione di che è debole (cfr. Bagli, La guerra dei bambini, p. 40) e “scartabile”… eppure si tratta di una realtà ancora salvabile (v. Piccinno, Davide è il tuo nome, p. 42, da cui è tratto il verso che intitola questa recensione), sempre se non ci riduciamo ad automi privi di empatia: “Non ho nulla da dare / o da pensare. / La mia vita è facile. / La scelgono per me.” (Bagli, Sono un automa, p. 27); “L’amore richiede coraggio” (Piccinno, Se questo è amore, p. 38).

Il timbro passionale e prometeico di Elisabetta lo troviamo ad esempio in Esplosioni (p. 44): “Ho bisogno di esplosioni, / di morsi sul mio seno, / di schegge già appuntite / nelle viscere del mio destino”. O in Pioggia di luglio (p. 58): “Sono un fiume senza foce,* / un albero vagabondo nell’aria, / un pugno di terra gettato nel nulla, / un tappeto vermiglio sotto i piedi di cuoio. // Sono una strada da percorrere in salita, / un campo di grano privo del suo oro, / la pioggia di luglio che non lascia segno, / la fiamma del verso che scintilla nel buio.” 

La penetrante, elegiaca ironia di Claudia in versi come quelli de L’alfabeto che cercavo (p. 60): “Ho letto nei tuoi occhi / l’alfabeto che cercavo. / Ho sentito nei tuoi pugni / la forza dei miei passi / per arrivare lì / in quel preciso istante dove tu eri arrivato per me. / La relatività del tutto / ci ha dato l’assoluto”. O quesi tratti da Donne (p. 68): “Quelle con la D maiuscola / non vivono di slogan, / non cedono a festeggiamenti inutili, / coltivano un giardino segreto / e dedicano all’anima / il tempo che occorre / per celebrare memorie e seminare speranza.”

Un libro che offre al lettore una poesia dialogante, attenta, evocante, in un gioco di voci impegnate e al contempo godibili. 


* In spagnolo nel titolo di questa recensione.

domenica 25 giugno 2017

“Poesia è un fatto di presenze”

Massimo Morasso, L'opera in rosso, Passigli Poesia 2016, pp. 112, €  14,00
presentazione di Giancarlo Pontiggia

recensione di AR

https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/06/08/massimo-morasso-poesie-scelte-da-lopera-in-rosso-passigli-2016-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-larte-e-magia-liberata-dalla-menzogna-di-essere-verita/


“Ci sono nove modi di guardare una finestra, / o addirittura dieci se a guardarla sono i morti / con il loro sovrasguardo immateriale / che vede tutto il mondo in forma d'anima.” (p. 30); “E intanto vedo i morti che s'aggrappano alla tenda, / e dietro la finestra, in ghingheri il destino.” (p. 76); “La vita non ci deve nulla. / Noi, invece, le dobbiamo tutto / ciò che siamo / o che possiamo  diventare.” (p. 94, anche il verso scelto come titolo di questa recensione proviene da questa poesia emblematica, ne cito un altro paio: “poiché l'arte di scrivere / è l'arte di pensare anche per gli altri.”). Ecco, immergermi ne L'opera in rosso è stato per me estrarre tante emozioni “lontane” e profonde e sentire di condividere con l'Autore tratti non trascurabili di un cammino che non è tanto intellettuale o ideologico bensì, oso dire, spirituale o quantomeno escatologico: “Io credo / che la risurrezione dei morti / sia vera in uno spazio svrannaturale / in mezzo al cuore dei viventi. / Che accada in un non tempo / che è un eterno / in Dio, come in chiunque.” (p. 68, v. fra i tanti versi in argomento anche quelli ispirati a Caterina Fieschi a p. 28 e altrove).
Ho trovato in queste pagine non solo la nostalgia di Maestri (come il Luzi “Perso / nei suoi pensieri … / (…) / nutrendosi del senso / e del suo oltre …”, p. 71) e quella degli affetti più cari che ci hanno lasciato (“Di voi, senza più corpo, non so nulla, / vi immagino remoti e spaventati / (…) / E com'è strano, sentirvi irraggiungibili e presenti…”, p. 25) o anche la saudade riferita a luoghi, a esperienze che ci hanno formato/segnato, al sublime che ispira l'arte o la natura (“Per mettere i piedi nei due mondi / mi basta, a volte, passeggiare al Righi, / in giorni come questo che è una trottola di foglie, / fra il rosso e il giallo ciò che resta del cammino / nel guizzo dei volatili nell'anima dei pini.”, p. 27), ma pure un costante e pervasivo andare in cerca di una Presenza, il desiderio di trovarla (certo parzialmente eppure preziosamente) riflessa nelle persone che sono state o saranno significative per il nostro viaggio esistenziale: “È una forza di grazia / che non sa nulla di traccianti e puntatori: / lei spalanca. / Nel suo riverbero ritorno a dire di mio padre, / le braccia di uno spettro che danzava / chissà in quale tensione disperata della mente / chiusa alla carne, rivolta all'invisibile.” (p. 31).
Il rosso è il colore del vino, del sangue, della vita, del fuoco… quest'opera è  dichiaratamente vitalistica e anche nel suo modo british – passionale, provocante, ardita, inquieta e mistica: “È l'anima che umilia / la voluttà dell'occhio e dell'orecchio / che a furia di passione illimpidiscono… /(…) / Com'è difficile scavare nel presente. / Qui / dov'è eternità – / ed è tutta d'un colpo.” (p. 95); “io polvere stellare, / esisto e dico amore prima di tornare / chissà in che anfratto del disegno universale / mi aggrappo ai miei sei sensi, / e alla pietà di Dio.” (p. 24).
Il libro è diviso in due sezioni ampie: “Memorie, vive, come polline” (a sua volta scandita in quattro sottosezioni) e “Fra i fili della rete del vivente” che ci fanno oscillare fra l'area della memoria e dei ricordi e l'attualità in cui è necessario fare il punto del nostro “quantistico” stare-andare, fare dunque un esame di coscienza laico alla Renato Serra considerando le tappe raggiunte e quelle disattese e darsi una direzione verso quelle che ci “aspettano”. 
La sezione finale – “Pensare il silenzio” – è costituita da una sola canzone in cui Morasso in terza persona ci parla di “una rotta illineare, un passo a due, un passo / verso il cuore, / e uno del cuore verso lui. / (…) / … sente nel petto / un creaturale rispondere a una legge / fra moto e stasi fra materia e idea / (…) / sente in un refolo una voglia sconfinata, / e poiché ormai sa di non poter conoscere / l'al di là che si rivebera in parole, / non per questo / non crede / di non poter sentire in lei il suo stesso fremito, / quando sfonda il suo perimetro la mente” (pp. 99 e 100).
Una confessione pura, tersa, vibrante, autentica, musicalmente marinara e “infinita” che solo un poeta genovese poteva donarci.    

mercoledì 19 marzo 2025

“… tornate ad amare il mondo morente / trovate la fede.”

Tamara Vitan, La salvezza compie passi piccoli, peQuod 2025, collana Portosepolto, prefazione di Anna Maria Tamburini, volume a cura di Massimiliano Bardotti

recensione di AR


Il distico nel titolo di questa recensione chiude un’ampia poesia (pp. 79-81) che si apre così: “Tacete / oh, voi pensieri che la mente intorpidite. / Che arrivi alle lettere il silenzio, anestesia di parole, / che taccia il cuore fattosi campana / il suono vibrante di ferro a morte risuona.

Qualche pagina prima (72) la poetessa italo-rumena ci invita a “deporre i fardelli / ai piedi della croce. // La salvezza compie passi piccoli.”

Quest’ultimo verso, eponimo della raccolta, è carico di umanità: in fondo la misericordia di Dio si manifesta nella quotidianità, rispetta i nostri tempi, non ci obbliga e sempre ci perdona.

Tamara non teme di stare sulla soglia, accanto a chi sta per varcarla: anzi pare quasi mettere un piede nell’oltre, sporgere una mano di saluto a chi ormai ci ha lasciato: “Ti aspetterà qualcuno di là, ne sono certa. Diciamo che ad un certo punto io ti lascerò la mano e qualcos’altro la prenderà.” (p. 32); “Quelle lacrime sacre che stai versando dentro al corpo ti aiuteranno ad attraversare i confini.” (p. 37);  “Chiudo gli occhi per sempre. / Si fa certezza il volo.” (p. 59). C’è tanta vita in queste pagine che ci aiutano a fare i conti con sorella morte con uno sguardo pieno stupore e gratitudine per quanto di bello ci circonda: “Ce lo dovevano dire gli dei: / fluttuare invece che vivere è meno doloroso. // Ma i fiori sul davanzale / valgono la luce di uno sguardo / e se chiudo gli occhi e li riapro / i petali spuntano nel cuore.” (p. 95); “Come vanno stanotte le nuvole / veloci nel cielo che non vedo. / Potessero cadermi dentro agli occhi / il mio povero cuore / diventare mare.” (p. 67); “Non indugiare sul bordo del precipizio / la vista si abitua agli abissi. // L’aquila si avvicina alla terra / per contemplare la sua ombra. // Fai anche tu nido nel cielo.” (p. 64); “Anche se la nostalgia / invade ancora la mente / allontana ciò che non serve” (p. 62).

Nella prima parte del libro, quasi un diario poetico senza accapo intitolato “Lettere a un’amica”, Tamara si rivolge a un tu con parole che si fanno strada in noi con una dolcezza imperativa: “Insegnami tu come si fa a lasciare andare il corpo, il respiro, i sentimenti.” (p. 16); “E forse, dico forse, quando si spezza il fiato magari qualcos’altro prenderà il suo posto.” (p. 17); “Secondo me la luce sente quando qualcuno ha bisogno.” (p. 21); “C’è una voce dentro ognuno di noi, anzi ce ne sono due! Devi trovare quella giusta! Sono come i fili di un detonatore.” (p. 23); “Quando penso ai tuoi pensieri, cerco a volte di diventare parte di essi, per alleggerire la tua mente.” (p. 30).

Schermi, sipari, paraventi perdono di consistenza, sono fiato smascherato e così ci troviamo nudi davanti a questo flusso di immagini che ci preparano al salto che più ci fa paura, tanto che a volte ci inquieta persino abbandonarci al sonno perché non abbiamo la certezza matematica di risvegliarci o, se anche ci risvegliassimo in un’altra dimensione, non abbiamo garanzie di avere memoria di noi stessi, dei nostri incontri, di quanto questo nostro corpo ha attraversato: la paura più grande è forse quella di svanire, di esalare un fiato che non sa chi è, di lasciare un corpo pronto a una disgregazione inconsapevole. Ci vuole fede, e la fede richiede umiltà, perseveranza, accoglienza di un mistero: “Adesso so che non tornerò tra i mortali / che rimarrò a cercare ancora stelle. / Questo desiderio immutabile / di afferrare quei lembi illuminati e misteriosi, / tiene viva in me l’eternità.” (p. 90)

Siamo tutti sballottati da situazioni mobili che ci trasportano dove non vorremmo andare, né tantomeno restare, ma l’evangelico rinnegamento di sé stessi ci invita a non temere di seguire con fiducia il Maestro e con lui diminuirà anche la paura di perderci, di venire schiacciati dagli eventi, di non ritrovarci più. Con questo atteggiamento “affidato”, Tamara scrive: “Generiamo pensieri che fioriscono da un’altra parte del pianeta.” (p. 42); “A volte penso che il nostro dolore faccia commuovere le nuvole fino alle lacrime. Forse piove con amore.” (p. 44).

sabato 4 gennaio 2020

“amami perché io non perda lo stupore del presente”

Claudia Piccinno, La nota irriverente, Edizioni Il Cuscino di Stelle 2019, in copertina “Pensieri trattenuti” di Florisa Sciannamea

recensione di AR 

https://www.ilcuscinodistelle.org/it/editoria/editoria-letteraria/236-la-nota-irriverente.html

Il libro si apre con una poesia-dedica A Lowrence Ferlinghetti in cui troviamo queso distico: “Peace and resurrection / have always been your action”. Ci viene dunque già fornita una chiave di lettura per immergerci in queste poesie cariche di vita, con i suoi tradimenti ed i suoi lutti, la sua bellezza sempre inficiata dal male e dai limiti umani, una umanità che però ha sempre in sé il desiderio di un Oltre, di resurrezione, di pace (la poesia si conculde con le preghiere di Claudia per Lowrence che voleranno  sulle ali della colomba, “My prayers for you / (…) / … will fly on the dove wings”). 
Sia l’Introduzione di Nazario Pardini (“Questa è la poetica della Piccinno; (…)  sì vita in tutta la sua complessità ecfrastico-esistenziale; in tutta la sua splenetica consistenza vicissitudinale”, p. 8), sia la Prefazione di Ester Cecere (“Il canto poetico è liberatorio, catartico, energetico; è balsamo che lenisce le ferite dell’anima; è vento che rinfocola un fuoco morente”, p. 14), sia la Postfazione di Ignazio Gaudiosi (“Vive e pare che pensoso vaghi nella mente e in ogni atteggiamento di questa poetessa (…) un senso fascinoso del mistero e del grandioso, qualcosa che sovrasta e che governa e attornia l’esistenza degli umani e induce lo spirito cosciente a meditare”, p. 67), notano questa proiezione nel trascendente, in un Senso più alto che ora, come scrive l’Apostolo, possiamo intravedere in modo imperfetto, ma che possiamo esistenzalmente attingere quando amiamo sincermente, anche al di là di ogni calcolo razionale: “Nessun’altra sostanza mi resta / se non l’amore dato e ricevuto. / (…) / nessuna epigrafe ci svela il segreto / di quanto coraggio ci impone la vita” (Il solo antidoto, p. 61). 
C’è autentica forza poetica in questa raccolta che scava nel profondo, che riconosce come si debba fare i conti con “la forza creatrice dei buchi neri, / al vortice di gemiti viscerali / che tra la plastica di medaglie e trofei / risveglia un dolore rilucente / pieno di niente” (Un dolore pieno di niente, p. 58); come sia importante avere un nome (cioè una dignità, una vocazione, una responsabilità) per ritrovarsi e esserci, in questo mondo (“Chiamami per nome / sarò io stessa a fornirti l’ago, / quello che ha fatto / del mio tempo un colabrodo / potrà muovere punti di sutura / dentro di te”, Esplicito silenzio, p. 49); come sia necessaria l’attenzione alle piccole cose, a quanto ci è vicino e che spesso trascuriamo (“Quello che insegui sopra le nuvole / potrebbe essere a un passo da te”, In ogni perdita di quota, p. 37); come sia importante avere uno sguardo “simbolico” che ricomponga i frammenti e veda quanto sta sotto e oltre (“A novembre si parla coi defunti / (…) / e l’upupa ride sommessa. / Lei sa che cerco invano / voci e volti tra le zolle, / il suo verso mi dice / di cercare altrove. / Nella mia memoria, / nel mio solito incedere, / nei pensieri dispersi, / ho rivisto i miei cari”, A novembre, pp. 32-33).
Bellissima anche la seguente ossimorica definizione della nostra esistenza, così fragile e al contempo preziosa, così minima eppure dal respiro universale: “(…) / e s’acquieta il desiderio / di varcare latitudini lontane. / In fondo siamo miseri corpi / del creato, / per vivere ci basta una scintilla” (Le cromie nel reticolo, p. 24).
Un libro che ci cala dentro e ci scuote, ci mette a nudo con le nostre contraddizioni e i nostri limiti, ma ci aiuta a coltivare sempre la speranza magari con un pizzico di ironia (bruciante eppure “fiduciosa” in un bene più grande): “Nessun teorema avrebbe confutato / l’ipotesi di te che avevo amato. / (…) / Resta di quei giorni / una discarica di promesse, / differenziata raccolta di parole, / vuoti a perdere senza rimborso”, L’ipotesi di te, poesia che apre la raccolta a p. 21).

 PS I versi che abbiamo posto a titolo di questa recensione sono tratti dalla stupenda poesia Amami Dio, un vero e prorpio salmo.

domenica 31 gennaio 2021

’O sogno e’ nu space luntan

Carmine De Falco, Meduse di Dohrn, Bertonieditore, ottobre 2020, pp. 118)

recensione di AR




Italiano, inglese, napoletano e tocchi di francese e danese si mescolano, a volte, in questo libro, quasi a performare la frammentazione affettiva, mentale e sociale di questa nostra epoca. Pur l’autore dichiarando  trattarsi di “un’opera interamente Covid.free, che si è stratificata negli anni (…) fino al termine dell’anno 2019” (Ringraziamenti, p. 117), vi troviamo considerazioni e “rappresentazioni” che preannunciano con poetica incisività il periodo che stiamo vivendo: “Sarà colpa di questo smartphone che non rimbalza e che hai rotto / e che rimanda radiazioni cosmiche e riempie di dolore la testa. / (…) / O sarà per l’impossibilità del controllo, questo aver delegato / l’esperienza con la sfiducia / Sarà che dovremmo tornare allo scorrere del tempo medievale, / liberarci dai progetti, volgere i passi a un pellegrinaggio più lungo (Sezione III, “Sature”, p. 102).

Siamo immersi in un mondo digitale ricco di nozioni e condivisioni, capace però di asfaltarci, di omologarci, di profilarci togliendoci l’anima, di depistarci con fake news (“Deep fake face metto / la faccia che meglio mi dona…”, p. 14). Ci è richiesta un’etica della responsabilità che tendiamo ad eludere per non fare fino in fondo i conti con noi stessi: “È così facile che gli altri smascherino / Le nostre imposture soprattutto quelle / Che non abbiamo mai saputo di avere” (ivi, p. 98).

La sezione centrale, “Quadre danesi”, si chiude con una ironica canzone napoletana il cui ultimo verso recita: “ca stu munno ’o stammmo sfracellanno” (p. 76). Più a monte troviamo questi versi: “Solo le pause dal vivere ti fanno vivo veramente” (p. 73); “La poesia non sa più raccontare” (p. 66); “L’acqua è da sempre la protezione / che cerchiamo. La rottura iniziale, / che ci ha gettato a terra a fare danno” (p. 61); “Non si può vivere il luogo che vogliamo / Se la somma della sua desiderabilità / È data dalla distanza per la differenza” (p. 57); “Bisognerebbe abolire l’avversativa, la sua pretesa di innocenza / Congiunzione preferita di un popolo subordinato, ma” (p. 53).

Risaliamo alla Sezione I, intitolata “Poesie dei dopo disastri annunciati”, e vi troviamo l’urlo pacato di un essere umano che desidera scuotersi e scuoterci dall’apatia: “Carichi un altro pezzo di te / un tratto di pelle più nudo del nudo // immaginando il tempo che saremo / pensieri che compiono // resti intrappolato qui / in uno qualsiasi. In uno dei corpi possibili. / Che pesca e non può non disattendere / quest’ansia di eternità” (p. 47). A p. 46 c’è il verso napoletano con inserto inglese che ho scelto a titolo di questa recensione: è una immagine stupenda,  mi ricorda Borges per la sua icastica pregnanza che non ha bisogno di commenti. Così non hanno bisogno di glosse i distici che chiudono le poesie a p. 43 – “non ci sarà nessun altro davvero / nessuno vero” – e a p. 35 – “È tutto uno sborrare di macchine / che consolano voluptas dolendi”.

Carmine è ben conscio del cambiamento climatico (“Sempre più la terra preda trasformata”, p. 13), degli ingiusti squilibri economici e delle guerre fomentate che portano alla fuga masse di migranti costrette a rotte pericolose, violente e mortifere. 
Della transitorietà (distruttiva se attenta solo ai privilegi arroccati di pochi, preziosa per il bene che possiamo attuare) della condizione umana, dei limiti dello scientismo: “Ma l’oltremondo che pianifichiamo con la scienza / È troppo di là da venire per poterci salvare” (p. 15); “Nel lungo l’umano è destinato / a non ritornare, solo resta il divino” (p. 19); “La decrescita avverrà per disfunzione. / La nostra razza non sa tornare indietro nel tempo” (p. 21).
La scrittura di Carmine ha non di rado una scansione prosastica giocato su versi anche molto lunghi: io la preferisco quando si concentra su versi che non superano le dodici sillabe (quasi tutte le citazioni fatte qui sopra rientrano in questo limite) perché mi è più facile entrare in sintonia con il ritmo cardiaco, emozionale e incisivo, della sua poesia. 
Dopo aver letto la Prefazione di Luca Ariano (curatore della collana “PoesiaLab”), potrebbe essere utile leggere subito anche la postafazione di Ferdinando Tricarico: entrambe danno utili ed empatiche coordinate per assaporare al meglio questa raccolta dallo stile inconfondibile. 
Qui www.youtube.com il video della presentazione del 12 dicembre 2020

Il titolo fa riferimento alla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli e a una specie medusa capace di ringiovanire, come la poesia. 

mercoledì 22 giugno 2016

“Dove ancorare il cuore?”

recensione di AR su La firma segreta di Franco Casadei (Itaca 2016)

http://www.itacaedizioni.it/catalogo/la-firma-segreta/Ho scelto come titolo un verso tratto dalla poesia (di evidente ispirazione foscoliana) La sfida dei sepolcri (p. 17) perché rivela il nocciolo della poetica di Franco Casadei, medico che ben conosce le debolezze umane (fisiche e non solo) e che vive un cammino profondamente cristiano («Non è l'indifferenza delle nuvole / che ti permette di stare davanti al male, / ma quella croce forse / e l'accettarne ogni mattina / un piccolo framento sulle spalle.», Il male di vivere la croce, p. 32), di concreta testimonianza nel prendersi cura di chi è nel bisogno (non a caso diverse poesie qui raccolte nascono da un dialogo con articoli ed editoriali di Marina Corradi, giornalista molto attenta e sensibile alle più varie problematiche contemporanee). Ritorniamo al verso che amo particolarmente per l'uso del verbo ancorare, anche a me caro in quanto racchiude non solo il senso di gettare l'ancora, di aderire a qualcosa (o meglio a Qualcuno) di affidabile, ma anche quello di eternare, di far sì che l'avverbio ancòra si iteri indefinitamente: il cuore dell'uomo desidera non solo la felicità ma anche un “dove” che perduri, “un centro di gravità permenente”, direbbe un altro Franco.
Il libro è diviso in quattro sezioni, la prima è “Periferie” (che si apre con una citazione di Pavese in cui si parla dello «sforzo di star vivi d'ora in ora») a cui appartiene la poesia che abbiamo citato e da cui riportiamo qualche altro lacerto: «gli ultimi tre avventori inchiodati / al banco come insetti di una collezione» (“Nighthawks” Nottambuli, p. 14, ispirata a un dipinto di E. Hopper); «nel fondo dell'Africa muiono a schiere / i figli delle guerre e della fame. // Tutto è compiuto, / anche il dolore manca.» (Il Lacor Hospital di Gulu, p. 22); «Per il viaggio duemila euro a testa / in contanti, la gente tremante / raggomitolata sul ponte. // (…) // Allora soltano il rumore del mare / che d'improvviso pareva  / un immenso animale che li guardava.» (E quanto nero e immenso è il mare, p. 23); «rimane sempre vivo / il bisogno di una porta aperta, / di una storia alla quale appartenere.» (Le periferie umane, p. 28). Vorrei riprodurre integralmente la poesia inziale, I girasoli, di splendida forza visiva alla van Gogh: «Solenni e fieri / nel colmo dell'estate // a inizio autunno, / a capo chino / come seni stanchi, / una schiera di soldati / annichiliti e vinti.» (p. 12).
La seconda sezione, “Partire o stare”, ha in esergo versi ungarettiani che si concludono col distico Cerco un paese / innocente, ed è dedicata appunto al girovagare, all'errare, al migrare, al decidere:  «volteggia il condottiero / in ampie curve, si alza, / vira si agita la flotta, / nel fremere dell'aria / diventa geometria / memoria di un altrove» (Come rondini sospese, p. 36); «per andare altrove / non occorre andarsene lontano, / ciò che sta oltre il segno / richiede un istante di libertà, di sosta» (Otre il segno, p. 39); «le locomotive e i loro affacciarsi ansante / come di animali che / – per tornarsene alla tana – / annusino le impronte» (Le stazioni, snodi di destini, p. 40); «Adagiati sulle case degli uomini / i tetti sembrano ali aperte sopra un nido, / groppe pazienti di animali.» (I tetti del borgo antico, p. 41).
La terza sezione, “Maria, tutte”, cita in apertura alcuni versi di Pär Lagerqvist che si chiudono con questi: … ed è ancora lei / che un giorno ho amato, / tutto ciò che è stato esiste ancora. Poesie dunque dedicate all'altra metà del cielo: «è una guerra il parto / vita che esplode» (Diventare madre, p. 49); «Lasciati riempire di stupore quando / – nel primo riconoscerti – / ti dirà tacitamente: eri tu / quel buio morbido che mi sentivo attorno!» (Eri tu, p. 50); «Delle trincee delle Tofane / avevo sentito i vecchi più volte raccontare, / ma ciò che mi colpì, di quell'elmo, / fu una scritta, rigata sopra con un coltello» («Mamma, se posso torno», p. 57).
L'ultima sezione, “Se non si muore”, cita in esergo Giovanni 12,25: Se il chicco di grano / caduto in terra / non muore… si parla dunque di morte e rinascita: «A ottobre il far della sera / pare l'ora del convenire / di anime lontane.» (Tramonto di ottobre, p. 60); «Ferita e vuota / la terra nelle zolle rivoltate, / aperta all'annidarsi di sementi» (Gli alberi con le chiome spoglie, p. 63); «Nell'aria vagabonda / un'ape zelante / trasforma il sole in miele: / lei sola dà fiducia all'auspicio.» (Indolenze estive, p. 67); «Niente rinasce se non si muore.» (Se non si muore, p. 70). Questo è il verso che chiude il libro: in fondo anche il poeta deve un po' morire a sé stesso, lasciarsi percorrere dalla vita, immedesimarsi negli altri, farsi voce e portavoce, sentirsi umile parte di un creato sempre sorprendente, di un'umanità a volte cinica e crudele, altre volte amabile e accogliente. I versi di Franco Casadei creano immagini a tutto tondo che ci restano dentro, esprimono sentimenti veri e “coinvolti”, fanno pulsare il paesaggio e la natura  e ci mettono dentro il vivere ricordandoci che abbiamo delle responsabilità perché dietro ogni cosa, ogni volto, ogni evento c'è La firma segreta.

domenica 26 gennaio 2025

”… alla mia devozione / per un mare che mi naviga senza ancoraggi…”

Angela Caccia, Di lentissimo azzurro, Campanotto Editore 2024


recensione di AR

“… come Giacobbe e la sua anca rotta / poter lottare col proprio Angelo / per guadagnarsi un nome” (p. 11): con questa biblica terzina si chiude la prima poesia della raccolta. In quella successiva troviamo, in riferimento alla condizione umana: “la bandiera che ora si ammaina e / ora si innalza” (p. 12). A p. 13, nella terza poesia, occhieggia il verso eponimo: “Scritta a mano / di lentissimo azzurro / (…) / Tra scritto e ricordo / il nostro tempo scaduto / ci sono fiori che invecchiano in un giorno / e ricordi / che sfuggono le notti per farsi transiti / piccole vertigini di un lontano / da cui non si guarisce”.
Angela sa che “la verità / viaggia su auto di seconda mano” (p. 16); “che la parola è concava / sorride di sé – e di te - / e continua a galleggiare nei suoi silenzi.” (p. 17). Ha uno sguardo “sempre / in bilico / tra gli occhi in avanti e il cuore in ritardo” (p. 35) che inquadra i momenti, i fatti (anche tragici) e li ”sorprende” facendoci sussultare: “le statue a mezzogiorno che / vibrano sull’asfalto e pare / sudino anche loro.” (p. 19); “ma  solo al largo / nei cerchi d’acqua più cristallina / risuona ancora il grido annegato” (p. 23, ricordando il naufragio di Cutro); “La vita si è fatta fuga in un attimo / nessun verso viene più in pace” (p. 26).
Queste pagine sono un dialogo serrato con il vissuto, la realtà, il proprio fare poesia che “… è pane leggero / – rosa / sosta in due sillabe di bellezza” e ci fa essere “… grati / all’abitudine  del vento che sposta / al sole il canto degli uccelli” (p. 28), che l’ ”… estate è fiducia che le crepe fioriscano” (p. 32), che ”Siamo terra / suoi e tuoi tragici intagli – altrimenti / resta la forma dei nostri desideri – / insieme / solo nell’inconfessato  pensiero / di saperci / tutti / nello stesso Caravaggio / tutti in quel dito / che trema / e sposta la pelle di Te risorto” (p. 34); ”fossi di silenzio / mi poserei sulle cose ricche di tempo” (p. 36).


La voce di Angela ha un timbro intenso, un ritmo dalle cesure abissali, oscillazioni di pensiero inquietanti che ci pongono al limite di ogni scelta, di ogni benedetta pulsione, di ogni lasso di vita che connette il desiderio alla mancanza terribile e fascinosa che lo fomenta. La lingua è affilata e si distende su versi nitidi che però sballottano certezze e accomodamenti… Del resto nessuna canzone nasce dal quieto vivere, nessuna poesia dall’inerzia di chi allontana i ricordi penosi e non sa fare i conti con le proprie crepe, occulta le proprie ferite anche a sé stesso e si adagia in un sonno mortifero.
Il messaggio della poetessa di Cutro è apocalittico, rivelatore, svelante. Coglie i segni di cui la vita è ricolma (se apriamo gli occhi) e ce li offre vividi perché li ha attraversati. Si fa compagna al nostro cammino con l’umiltà di chi sa di essere come noi un’anima pellegrina, senza alcuna verità in tasca, ma capace di farle spazio e di scoprirla negli altri con la pazienza azzurrina delle sue dita che modellano l’argilla con la maestria di chi ama.
Ancora qualche lacerto: “Mi pesa la parte di me ferita che / carico ogni giorno sulle spalle / con la stessa cura di Enea per Anchise” (p. 39); “Siamo come questo papavero: / solo un sobbalzo nel giallo del grano” (p. 40); “si delineano distanze tra noi / e un plotone di vuoto – le accorcia” (p. 46); “il nostro imperfetto accade” (p. 66). Quest’ultimo verso, che chiude la raccolta, mi fa brillare il cuore.


PS Il titolo di questa recensione è tratto dalla dedica iniziale.

venerdì 6 maggio 2016

“la fatica di lavorare per tornare limpidi”: la vocazione di Filippo

recensione di AR a Oltre le ringhiere di Filippo Amadei, Premio Rimini per la poesia giovane, Raffaelli 2014

http://www.raffaellieditore.com/oltre_le_ringhiere
C’è una eleganza ferita nella poetica di Filippo Amadei, i versi descrivono con abile e partecipata sintesi gesti ed eventi anche minimi («ma quella volta hai posato le tue mani / sulle mie cosce – “così non prendi freddo” / ed era incredibile la dolcezza di quel gesto / in mezzo al nulla, tutto quel buio che i fanali ferivano …», p. 36), situazioni che esprimono il desiderio di ciò che sta Oltre le ringhiere, oltre i confini: «sono sempre più certo che la verità, anche la più piccola / idea creduta vera debba lottare contro un perimetro» (p. 38).  Già i versi in esergo mi hanno commosso ricordandomi lo stesso insegnamento di mio padre: «Fin da piccolo mio padre mi ha insegnato / a farmi il segno della croce / davanti a un cimitero … / (…) / … lo faccio sempre / forse perché spero che qualcuno / (…) / sia rimasto ancora qui a credere / che non siamo andati via per sempre.» (p. 15). Mettere questa dichiarazione come apertura della raccolta credo sia una chiave importante per il lettore: c’è una tradizione nel nostro stare al mondo, un passaggio di consegne culturali, affettive, religiose che non solo ci con-formano, ci fanno soggetti capaci di relazioni (a partire da una solitudine che è prendere atto di “questo mai / perfetto assomigliarci», p. 25) e ci forniscono il bagaglio per intraprendere il nostro cammino, ma ci tras-formano in quanto alimentano quei semi innati (desiderio di felicità, realizzazione, amore, senso del proprio andare – «… è un continuo / cercare di innalzarsi la vita», p. 24) che grazie agli incontri, alle scelte di vita, allo studio, al lavoro, al rapporto con chi amiamo… ci rendono ogni giorno un po’ diversi, specialmente nel periodo della giovinezza. Sì perché questo libro è anche un fare il punto sul percorso di un trentenne, una fase vitale particolarmente critica benché al tempo stesso ricca di opportunità: «che vita fantastica ha un foglio di carta / vorrei essere io, inseguire l’abbraccio / delle curve e sentire il vento / che ci prega di spiegare davanti alla vita / ogni singolo pezzo di noi.» (Quel foglio di carta, ultima poesia della raccolta, p. 51); «Invecchiando si restringe lo spazio vitale / il perimetro dei gesti domestici, ci si allena / a chiedere meno, anche a sé stessi, anche all’aria / si dimentica, invisibile prima / ora una mancanza.» (p. 20):
Giustamente nella splendida Prefazione Francesco Tomada osserva che in Amadei «rimane sempre vivo il senso di sacralità della vita» (p. 8) e che nei suoi versi è sotteso l’invito a «spogliarci di tutto il superfluo, che apparentemente è esigenza e invece finisce col diventare prigione» (p. 9).

Il dilemma di ogni esistenza è la risposta a una chiamata (che magari non è quella che ci immaginiamo, il più delle volte risultando certo più sorprendente del proprio turno quando si è in fila alle poste, p. 22), la necessità di una mancanza, di una fatica, di una scelta per fare spazio alla bellezza («un lampo che raschia le ossa», p. 23) che, da un punto di vista religioso, è la misericordia di sentirsi abbracciati da un Oltre accogliente) – questo sembra dirci, semplificando, il poeta forlivese, ad esempio in Verso Cesenatico (p. 35): «Quando arrivava l’estate dei compiti in giardino / quando era ancora troppo presto per i baci alle ragazze / facevo le gite fuori porta con mio padre / sveglia all’alba e subito sui pedali / l’avremo fatta solo sul porto canale / la colazione, ricordo il fiato corto e l’aria aspra / (…) / mi chiedevo il perché di tanta fatica, solo dopo / (…) / nel via vai delle stradine laterali, anche l’indecifrabile ansia di mio padre, ogni bellezza creduta perduta / era allora ritrovata, esisteva già da prima / esigeva una mancanza» (p. 35); «e cos’altro è la vita se non un gioco / continuo di opacità e trasparenze / la fatica di lavorare per tornare limpidi / percepire chiaro un orizzonte / riconoscere l’uomo / nell’uomo di fronte.» (Spiaggia di fine marzo, p. 37).

Sì perché i nostri limiti, i nostri condizionamenti, i nostri insuccessi, ma anche i traguardi raggiunti, per il fatto stesso di esserci ci indicano che esistono possibilità altre, al di là, nuovi spazi e nuove mete… e l’energia che ci permette di transitarli è quel desiderare faticoso, complesso,  sorprendente, gratuito e inesausto a cui ogni persona si sente chiamata: «… ho in testa mille voli / di pensieri che non partono, persi nella bonaccia / mentre l’aria ha smesso di essere vento / e semplicemente ci attraversa.» (p. 47); «A volte la scarsità ci rende liberi.» (p. 42).  

sabato 13 marzo 2021

“Il corpo muore, la bellezza dura.”

Massimo Morasso, L’amore, il silenzio e la bellezza nella poesia di ogni tempo e paese, AnimaMundi 2020

recensione di AR





Un libro denso e complesso in cui l’autore mette in gioco le sue vaste conoscenze letterarie, filosofiche e poetiche, il suo amore per la musica e l’arte, sé stesso in quanto uomo, poeta, critico, studioso, ricercatore delle profondità dell’anima, della psiche, dello spirito. 
Divisa nel tre sezioni ricordate nel titolo, il testo è costituito da brevi (ma ricchissimi di echi e suggestioni) saggi/commenti a versi emblematici di 60 poeti (equamente rappresentati in ogni sezione) di “ogni tempo e paese”. Con loro Morasso ingaggia un dialogo, un confronto, una “riflessione”: denudando (ovvero andando all’essenziale con empatica profondità) il poeta che commenta, espone il suo vissuto di critico e interprete della poesia con perspicua e partecipe onestà, affrontando tutte le questioni, i problémata della condizione umana: «La Bibbia abbonda di storie d’amore. (…) E c’è un anelito fisico di introiezione del divino che non lascia dubbi circa la duplice natura dello spirito: quest’immateria incarnata…» (p. 11, dal commento a una citazione di 7 parole del Cantico dei Cantici); «… possiamo davvero gioire di un amore lontano?» (p. 20, a commento di versi di Jaufré Rudel); «La parola [poetica] è l’eroismo dell’amore che cerca di abbracciare il mistero.» (p. 23, commentando Rilke); «Il viaggio in comune è sempre quello di una solitudine in compagnia…»(p. 24, riflettendo su Olga Orozco); «Il nostro corpo  è la nostra esistenza, e non un contenitore. Occorrerebbe saper ascoltare i topografi dell’anima (…). I poeti non inutili, sono quei topografi.» (p. 28, su Nazim Hikmet).
Fin qui abbiamo citato dalla prima sezione, L’amore. Passiamo alla seconda, Il silenzio: «La poesia non è musica, ma porta verso la musica. Questo significa che la musica è superiore alla poesia? E che il suono, dunque, è più originario della parola?» (p. 43, a commento di Gerard Manley Hopkins); «… il linguaggio non è in fondo, che una galleria di specchi (…). Tutto è una complessa, drammatica, tautologia.» (p. 44, passaggio splendidamente borgesiano su «L’instancabile sognatore tardonovecentesco» Charles Wright); «… l’ansia di afferrare la realtà con l’udito innanzitutto, non corrisponde al disperato anelito della poesia di attingere la parola che sta al di là delle parole, la lingua dello spirito vivente?» (p. 48, su Osip Mandel’štam); «… Dio non è morto, ma resta muto e avanza, al nostro fianco e in noi, esposto (nascosto) nel mistero della propria scaturigine continua.» (p. 45, intorno a Edmond Jabès); «Giorno dopo giorno, notte dopo notte, la voce di Dio ci parla là dove è il silenzio a parlarci di lui.» (p. 55, sul Salmo 19); «… la poesia, quand’è poesia, ama dolorosamente ciò che esiste, e tende, perciò, a infondere più essere all’essere che già c’è.» (p. 57, riguardo a Hugo Mujica); «Legge dell’Aleph (…) paragonabile, mi azzardo, a una bocca che si apre per catturare il respiro per trasformare il fiato in suono…» (p. 62, analizzando Birgitta Trotzig); «… il silenzio non è opposto alla parola: ne è, piuttosto, il suo complementare; non è una privazione di qualcosa, mai, ma sempre e in ogni caso un atto di comunicazione.» (p. 66, reagendo a Sylvia Plath, p. 66).
Ed eccoci infine alla sezione La bellezza: «Sullo sfondo dell’estraneità e della “vuotezza” esistenziale, il sorbo spicca fra gli altri arbusti appigli come una perfetta allegoria non già della salvezza, ma, quantomeno, della sua possibilità.» (p. 89, in relazione a Marina Cvetaeva; «… la nostra forza non sta proprio nella debolezza fragile del Bello, che la ragione e con lei ogni buon senso dicono destinato a esser spazzato via, insieme a tutto il resto di ciò che è naturale?» (p. 94, parlando di/con William Shakespeare).
Questo viaggio morassiano potrebbe definirsi come un itinerario mistico nell’amore e nella bellezza intervallato dalla pausa necessaria del silenzio, che è quello spazio accogliente e smisurato di cui la parola (e in particolare la parola poetica) ha assoluto bisogno per essere generata nella sua verità.
Bellissima e ricca di coordinate preziose per navigare nella poetica del Nostro, la postfazione di Daniela Bisagno: Un labirinto dove appaiono… voci. Appunti per una fenomenolgia del “prodigioso” nell’opera di Massimo Morasso. 

PS Il verso che abbiamo posto a titolo di questa recensione è di Wallace Stevens, commentato alle pp. 84-85.

venerdì 28 luglio 2017

“Cosa fare tra il prima e l'adesso, il prima e l'adesso…”

Pablo López-Carballo, La precisione dell'indifferenza, Carteggi Letterari 2016, testo spagnolo a fronte, traduzione di Lorenzo Mari, disegni di Francesco Balsamo, nota di Sergio Rotino, pp. 112,  € 14,00

recensione di AR


https://www.carteggiletterari.it/2016/06/05/la-precisione-dellindifferenza-carteggi-letterari-2016-una-nota-sulla-poetica-di-pablo-lopez-carballo/


La versificazione di Pablo López-Carballo è precisa nella sua apparente indifferenza (come suggerisce il titolo dato a questa avvincente antologia che raccoglie poesie tratte da tre raccolte dell'Autore: Su alcune rovine incontrate, Chi manda uno e La dittatura della prospettiva). La sua poetica mi pare giocata, più che sull'indifferenza, su una stoica atarassia unita comunque a una ironica (e quindi a suo modo partecipe) lettura della realtà, delle nostre pulsioni, dei nostri rigiri mentali, di quanto è accaduto (e rovinato) e accade e potrebbe accadere magari in modo un po' diverso. Il poeta stesso si ritova tuttavia per le mani un linguaggio destrutturato (riflesso di una una terra e di una umanità in decomposizione?) e paratattico ma anche mercuriale e inquietante (“Imporre dei limiti implica / una certa instabilità emozionale”, I panorami non sono più quelli di una volta, p. 15) che si offre ad orecchi oggi perlopiù distratti e poco vogliosi di ascolto (v. ad es. a p. 9): “I simboli, ripeto, non sono altro / che rovine le rovine dovrebbero essere / rovine e su queste ancora altre parole / che le abitano saturando ogni spazio aprendolo: / nomadi tra pietre.”
Parole nomadi che riempiono i vuoti di un mondo rovinato… e lo stesso poeta può correre il rischio di pronunciare parole vuote per cui deve farsi pozzo e raccogliere le vene d'acqua migliori, con pazienza, con fatica, con umiltà: “Guardare dentro alla poesia / farla inciampare quella è veritcale / o quasi. / Innalzarla scoscesa / (…) / cartografarla ma presto / si diluisce si allaga” (p. 11). 
Frequenti le immagini spiazzanti che solleticano con finezza il nostro pensiero e lo turbano: “… Contrappongo / il lago e l'autostrada / ma in realtà sono uguali / mancano di altezza. …” (p. 25); “Ridotte linee rette tra le cinture, / acceleratore di parabole. Nel letto / ti dibatti appena pescata. Sconforta / vedere come ti essicchi …” (p. 31); 
“… Si stupisce / della fluidità umana  / l'acqua nel suo cammino / verso il sottosuolo.” (p. 35); “l'aria senza polmone non è aria / è corteccia che si rompe / sullo schermo, filo e plastica / come in frattura.” (Saltare dopo l'aria, p. 49); “non sono abbastanza pieno / per scoppiare di ambiguità, d'iconografia / oppure d'afflizione e veemenza.” (dalla raccolta Chi manda uno, p. 57); “Paolo Uccello morì, come pochi muoiono, / per aver troppo guardato. Seppellirono / il suo corpo quando ormai non era più al suo interno” (dalla raccolta La dittatura della prospettiva, p. 67).
Il poeta sa che abbiamo tutti una ferita, che è solo nostra, solo da noi percipita in quel modo anche se può assomigliare alla ferita di altre persone: “La ferita ti accompagna / non puoi separarla da te / se l'ignori sanguina. È principo / e fine. / Non tutte sono la stessa, / possono assomigliarsi, non ce ne sono due uguali. / Altrimenti tutto sarebbe simbolico.” (p. 41). 
C'è un desiderio di presenza, di presenze che durino “oltre”: “Dammi più vita per raggiungerti.” (Casa al fiume o allucinazione della presenza, p. 75); “La mia mano che rimesta nel tuo stomaco. La mia mano che rigira / nel tuo stomaco. Commuove non sapere dove va questo spazio.” (In cammino per altrove, p. 77); “Lasciamo / le reti sul pantano, / prorogando / la decisione di vivere per episodi / oppure nella contingenza.” (ivi, p. 81).
La realtà ci si presenta liquida e sfuggente eppure in fondo anche fascinosa e stimolante (se si adotta un approccio zen): “Tutto si adombra quando lo guardo. Definire / come strisciare tra somiglianze. Nella carenza / resto quieto. Aggiusto i parli / e appare il paesaggio. / (…) / Dolgono anche a me gli oggetti.” (Allucinazione degli appezzamenti, p. 83).
Il poeta leonese è tendenzialmente anguilloso, ci immerge in paesaggi laterali, lascia alla parole molteplici via di fuga sintattiche e semantiche, un po' provoca e un po' si ritrae, pare avere sempre un sorriso orientale e parla con levità di cose non da poco – sì a volte gioca in primis con sé stesso lasciando comunque sottoraccia vene di nostalgia, malinconia e frustrazione che vanno a insinuarsi nelle viscere e stimolano una presa di coscienza, una reazione: “torniamo a tollerarci di nascosto. / Chiunque si avvicini / lasci la porta nel silenzio. Il suono / è un punto di fuga, uno strascinarsi fuori / dalla poesia. Calce per i volti. Contropotere degli oggetti / per allontartene.” (ivi, p. 85); “… Ormai le cose si fanno soltanto / non si descrivono. // Coltiviamo l'ignoto per timore di perderlo, / (…) / guardare è proiettarsi?” (Cestello, p. 87); “Indicammo i percorsi: / quelli di andata erano chiari, / quelli di ritorno no. / (…) / Alcune cose non cambiarono mai, / continuammo a ucciderci, pochissimi frenarono la voglia / (…) / il vento smise di essere strada di emancipazione / per travasarsi nei cuscini. / (…) / Tenemmo tutto, quando non avevamo nulla, nelle cose / affinché ciascuna fosse qualcosa di più. Così l'immaginario / e quello che vedemmo erano la stessa cosa e parlavano, anche / di qualcos'altro.” (Tirare il filo, pp. 91 e 93, da questo lungo e partecipe poema che chiude il libro, è tratto anche il verso, a p. 95, che appare nel titolo di questa recensione).
Come osserva nella postfazione Sergio Rotino, c'e in questo libro “una ipotesi di teoria del palinsesto. Una visione del presente, che sorvrascrive quanto resta del passato…” (p. 105). Fose più che sovrascrivre, López-Carballo ci invita a renderci consapevoli della odierna condizione umana, fatta di virtualità omologanti che tentano di ingabbiare tutto e tutti, di glossolalia che cerca di riempire il vuoto con il vuoto a cui possono/devono porre il loro argine, minimo forse ma imprescindibile, tutti coloro (e in prima linea i poeti) che sanno la forza delle parole (perché l'hanno provata intensamente, fino a ustionarsi, sulla loro pelle), sanno che chi parla è responsabile di quanto dice, che i fatti e le scelte incidono sulla vita di ciascuno e sull'intero ecosistema, che si può proseguire il cammino solo ricostruendo, reintrepetando in modo nuovo e creativo le rovine del passato, riconoscendoci reciprocamente esseri umani degni di attenzione, rispetto e cura (rispetto che dobbiamo anche al nostro pianeta), può sembrare tardi ma il poeta mantiene un filo di speranza: “Adesso è tardi per far sì che tutto esploda. / Tardi forse per lamentarsi, per decidere. / Tardi per molte cose ma non così tante / da rinunciare a sapere / a che scopo / sia tardi. // Ci sono declivi che confermano / l'esitenza. Siamo stati qui, / questo è un segnale, una tacca di presenza. / Ora iniziamo a sparire.”  (ivi, p. 99).
Il poeta sa riconscere le “tacche di presenza” anche se molto profonde e nascoste e dolorose. E lancia come un faro lampi di luce che indicano il pericolo del naufragio. Siamo sicuri che qualcuno ne terrà conto. Le parole vere trovano prima o poi orecchi attenti.

venerdì 7 giugno 2019

“… ortiche / infiltrate tra le sillabe dell’asfalto”

Valerio Cruciani, BOX(E). La scatola dei pugni, Ensemble 2019

recensione di AR



Le poesie di questa raccolta – composta dalle sezioni “Traslochi”, “Roma”, “Tensioni”, “Lavoro e preghiera” e “Appendice” –  lottano con il quotidiano in cui abbiamo a che fare con porte chiuse, muri invalicabili, incontri/sfogo passeggeri, “tegole” da elaborare, pugni che giungono inattesi, risorse economiche precarie ed evanescenti… ma anche relazioni belle, desiderio di un futuro migliore per un figlio inesistente (ma che in fondo si vorrebbe accarezzare, v. la bellissima e commovente poesia Calo demografico), voglia di una società fatta di persone che sappiano comunicare, ascoltare, andare oltre la falsa quiete dell’indifferenza, cittadini in grado di creare ponti e saltare fossati, magari con uno scatto di ironia (“Io stavo al funzionario / come un sasso sta alla scarpa.”, L’eroico statale, p. 45). Una quotidianità che può anche spingerci ad affidarci a una preghiera, pur nel proprio agnosticismo: “Mi siedo nell’anonimato / di una parrocchia qualsiasi / e parlo senza labbra. / Ammetto che il mio agnosticismo / non sarà capace di tornare alla fede. / E chiedo comunque aiuto.” (Chi parla?, p. 54).
Valerio non teme di mettersi a nudo, non si fa illusioni sulla capacità della poesia di cambiare le cose, afferma: “La mia parola è vana, cade nel vuoto, / ritorna all’inesistenza.” (p. 56, verso la fine di Calo demografico). Eppure crede in fondo che ci sia una forza nelle parole poetiche in grado di rompere l’asfalto (v. la citazione da Monteverde, p. 27, che abbiamo scelto come titolo di questa recensione), di andare anche oltre il tempo (“La poesia siete voi / che ascoltate o leggete / Da millenni / La poesia è la negazione dei millenni”, Dichiarazione, p. 71); di moltiplicarci e diffonderci (“A stare dentro di me non riesco, / mi scappa la vita da tutte le parti / ed esco dal mio corpo e mi moltiplico, / e sono qua e all’improvviso sono là / giro lo sguardo e altri due me / sono a nord e a sud”, Maggio, p. 37). 
Valerio sa che “La poesia respira / nell’immensità della clausura.” (Spostarsi, p.11), e può librarsi persino “nelle pareti semplici / di cemento e acciaio” di un’anonima chiesa non-luogo, box di “Una religione /affievolita, / nelle voci di quattro signore devote, / vedove o madri di disoccupati, / canti registrati e altari vuoti.” (Romanico contemporaneo, p. 43).
Una silloge intensa, onesta, da assaporare. 
Per ascoltare la voce/pensiero dell’autore:
podcast/violante-poesia-e-dintorni

mercoledì 5 giugno 2024

“le ore in curva dentro il tempo”

Nadia Maurizia Scappini, sul fianco del mattino, poesie 2003-2023, peQuod 2024, collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto


recensione di AR


I veri poeti hanno la capacità di incurvare il tempo (il titolo di questa recensione è tratto da parole piccole, p. 44) di rendere presenti i ricordi, di “avvicinare” il futuro  come i profeti, di scansionare la realtà applicando la logica quantistica dell’
entanglement. Nadia registra con cura in questa autoantologia i sommovimenti di una vita, canta quelle celiane svolte di respiro (“annodo i capelli come la parola in una svolta di respiro”, ivi) che sono le pietre miliari di ogni percorso di vita. Si tratta di quei fatti, di quegli accadimenti che lasciano una traccia indefettibile di sé non tanto e non solo nel momento in cui li ricordiamo, ma proprio nei recessi insondabili del nostro inconscio a cui può accedere, per canali misteriosi, giusto la poesia: “vedi è tutta qui la vita nell’odore di un ricordo” (p. 32). Essi lasciano comunque, anche a distanza di anni, segni corporali (cicatrici, rughe, capelli bianchi, piccole o grandi patologie…) che rivelano quanto anima, spirito e corpo siano, nell’essere umano, profondamente interconnessi: “quelle madri di montagna   ora che non hanno più denti  dentro le rughe conservano le stanze della gioia” (p. 38); “la (mia) carne è ricordo smisurato” (p. 17).

Nadia ci fa viaggiare assieme a lei con discrezione e onestà. Le sue parole, per lo più disposte in paragrafi elegantemente ritmati (lo stile mi rimanda a quello narrativo ma costellato di endecasillabi, settenari e altri metri, di Silvio D’Arzo) risultano così necessarie, intense, belle; sanno respirare “dentro il silenzio origine perché è lì che accadono le cose” (p. 48); ritrovano “la nonna silenziosa e bianca come una candela” (p. 51); “poesia, preghiera e profezia sono per me sorelle che ritrovo felici complici e compagne nel silenzio e nella solitudine”, confessa nella Nota conclusiva (p. 124); afferma che “in una curva di pensiero. c’è una bellezza della pazienza che ci unisce per un attimo” (p. 120); dichiara al compagno di vita “ci sei per abitare insieme dentro al mondo   la carezza lunga dell’amore. (…) È stare insieme che ci rende interi” (p. 104); desidera “curvare le parole verso un altrove” (p. 90); dedica a Renato Serra immagini potenti sulla guerra “è la pelle che parla non so più toccarmi   s’è sfatta mi sono sfatto. non so raccogliermi contenere le viscere schizzate nel cervello  nessuna cellula ritrova il posto dove sostare anche lo scroto è fatto bianco di paura. (…)  cado     insieme al sacco che sono diventato  giacere nella morte – questo vorrei” (p. 81); si appresta ad affrontare la “Sirena oscura” recitando le avemaria “come nel primo banco della chiesa da bambina frenando nell’incenso i tonfi del cuore.” (p. 61); e se un tempo pretendeva “la felicità. ora che ho smesso essa mi incalza a sorpresa” (p. 56).

Fra i compagni di viaggio (di prim’ordine) che Nadia menziona nella Nota finale, mi urge condividere la citazione di Pierre Teilhard de Chardin (“Tutto quel che ascende converge”) a cui Sufjan Stevens si è recentemente ispirato per questa struggente canzone

Consiglio di leggere “in anticipo” la splendida postfazione di Franca Alaimo che fornisce una miniera di spunti per calarsi con maggiore consapevolezza in questo libro pulsante di versi-vita.