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domenica 26 gennaio 2025

”… alla mia devozione / per un mare che mi naviga senza ancoraggi…”

Angela Caccia, Di lentissimo azzurro, Campanotto Editore 2024


recensione di AR

“… come Giacobbe e la sua anca rotta / poter lottare col proprio Angelo / per guadagnarsi un nome” (p. 11): con questa biblica terzina si chiude la prima poesia della raccolta. In quella successiva troviamo, in riferimento alla condizione umana: “la bandiera che ora si ammaina e / ora si innalza” (p. 12). A p. 13, nella terza poesia, occhieggia il verso eponimo: “Scritta a mano / di lentissimo azzurro / (…) / Tra scritto e ricordo / il nostro tempo scaduto / ci sono fiori che invecchiano in un giorno / e ricordi / che sfuggono le notti per farsi transiti / piccole vertigini di un lontano / da cui non si guarisce”.
Angela sa che “la verità / viaggia su auto di seconda mano” (p. 16); “che la parola è concava / sorride di sé – e di te - / e continua a galleggiare nei suoi silenzi.” (p. 17). Ha uno sguardo “sempre / in bilico / tra gli occhi in avanti e il cuore in ritardo” (p. 35) che inquadra i momenti, i fatti (anche tragici) e li ”sorprende” facendoci sussultare: “le statue a mezzogiorno che / vibrano sull’asfalto e pare / sudino anche loro.” (p. 19); “ma  solo al largo / nei cerchi d’acqua più cristallina / risuona ancora il grido annegato” (p. 23, ricordando il naufragio di Cutro); “La vita si è fatta fuga in un attimo / nessun verso viene più in pace” (p. 26).
Queste pagine sono un dialogo serrato con il vissuto, la realtà, il proprio fare poesia che “… è pane leggero / – rosa / sosta in due sillabe di bellezza” e ci fa essere “… grati / all’abitudine  del vento che sposta / al sole il canto degli uccelli” (p. 28), che l’ ”… estate è fiducia che le crepe fioriscano” (p. 32), che ”Siamo terra / suoi e tuoi tragici intagli – altrimenti / resta la forma dei nostri desideri – / insieme / solo nell’inconfessato  pensiero / di saperci / tutti / nello stesso Caravaggio / tutti in quel dito / che trema / e sposta la pelle di Te risorto” (p. 34); ”fossi di silenzio / mi poserei sulle cose ricche di tempo” (p. 36).


La voce di Angela ha un timbro intenso, un ritmo dalle cesure abissali, oscillazioni di pensiero inquietanti che ci pongono al limite di ogni scelta, di ogni benedetta pulsione, di ogni lasso di vita che connette il desiderio alla mancanza terribile e fascinosa che lo fomenta. La lingua è affilata e si distende su versi nitidi che però sballottano certezze e accomodamenti… Del resto nessuna canzone nasce dal quieto vivere, nessuna poesia dall’inerzia di chi allontana i ricordi penosi e non sa fare i conti con le proprie crepe, occulta le proprie ferite anche a sé stesso e si adagia in un sonno mortifero.
Il messaggio della poetessa di Cutro è apocalittico, rivelatore, svelante. Coglie i segni di cui la vita è ricolma (se apriamo gli occhi) e ce li offre vividi perché li ha attraversati. Si fa compagna al nostro cammino con l’umiltà di chi sa di essere come noi un’anima pellegrina, senza alcuna verità in tasca, ma capace di farle spazio e di scoprirla negli altri con la pazienza azzurrina delle sue dita che modellano l’argilla con la maestria di chi ama.
Ancora qualche lacerto: “Mi pesa la parte di me ferita che / carico ogni giorno sulle spalle / con la stessa cura di Enea per Anchise” (p. 39); “Siamo come questo papavero: / solo un sobbalzo nel giallo del grano” (p. 40); “si delineano distanze tra noi / e un plotone di vuoto – le accorcia” (p. 46); “il nostro imperfetto accade” (p. 66). Quest’ultimo verso, che chiude la raccolta, mi fa brillare il cuore.


PS Il titolo di questa recensione è tratto dalla dedica iniziale.

mercoledì 5 giugno 2024

“le ore in curva dentro il tempo”

Nadia Maurizia Scappini, sul fianco del mattino, poesie 2003-2023, peQuod 2024, collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto


recensione di AR


I veri poeti hanno la capacità di incurvare il tempo (il titolo di questa recensione è tratto da parole piccole, p. 44) di rendere presenti i ricordi, di “avvicinare” il futuro  come i profeti, di scansionare la realtà applicando la logica quantistica dell’
entanglement. Nadia registra con cura in questa autoantologia i sommovimenti di una vita, canta quelle celiane svolte di respiro (“annodo i capelli come la parola in una svolta di respiro”, ivi) che sono le pietre miliari di ogni percorso di vita. Si tratta di quei fatti, di quegli accadimenti che lasciano una traccia indefettibile di sé non tanto e non solo nel momento in cui li ricordiamo, ma proprio nei recessi insondabili del nostro inconscio a cui può accedere, per canali misteriosi, giusto la poesia: “vedi è tutta qui la vita nell’odore di un ricordo” (p. 32). Essi lasciano comunque, anche a distanza di anni, segni corporali (cicatrici, rughe, capelli bianchi, piccole o grandi patologie…) che rivelano quanto anima, spirito e corpo siano, nell’essere umano, profondamente interconnessi: “quelle madri di montagna   ora che non hanno più denti  dentro le rughe conservano le stanze della gioia” (p. 38); “la (mia) carne è ricordo smisurato” (p. 17).

Nadia ci fa viaggiare assieme a lei con discrezione e onestà. Le sue parole, per lo più disposte in paragrafi elegantemente ritmati (lo stile mi rimanda a quello narrativo ma costellato di endecasillabi, settenari e altri metri, di Silvio D’Arzo) risultano così necessarie, intense, belle; sanno respirare “dentro il silenzio origine perché è lì che accadono le cose” (p. 48); ritrovano “la nonna silenziosa e bianca come una candela” (p. 51); “poesia, preghiera e profezia sono per me sorelle che ritrovo felici complici e compagne nel silenzio e nella solitudine”, confessa nella Nota conclusiva (p. 124); afferma che “in una curva di pensiero. c’è una bellezza della pazienza che ci unisce per un attimo” (p. 120); dichiara al compagno di vita “ci sei per abitare insieme dentro al mondo   la carezza lunga dell’amore. (…) È stare insieme che ci rende interi” (p. 104); desidera “curvare le parole verso un altrove” (p. 90); dedica a Renato Serra immagini potenti sulla guerra “è la pelle che parla non so più toccarmi   s’è sfatta mi sono sfatto. non so raccogliermi contenere le viscere schizzate nel cervello  nessuna cellula ritrova il posto dove sostare anche lo scroto è fatto bianco di paura. (…)  cado     insieme al sacco che sono diventato  giacere nella morte – questo vorrei” (p. 81); si appresta ad affrontare la “Sirena oscura” recitando le avemaria “come nel primo banco della chiesa da bambina frenando nell’incenso i tonfi del cuore.” (p. 61); e se un tempo pretendeva “la felicità. ora che ho smesso essa mi incalza a sorpresa” (p. 56).

Fra i compagni di viaggio (di prim’ordine) che Nadia menziona nella Nota finale, mi urge condividere la citazione di Pierre Teilhard de Chardin (“Tutto quel che ascende converge”) a cui Sufjan Stevens si è recentemente ispirato per questa struggente canzone

Consiglio di leggere “in anticipo” la splendida postfazione di Franca Alaimo che fornisce una miniera di spunti per calarsi con maggiore consapevolezza in questo libro pulsante di versi-vita.

domenica 9 febbraio 2025

“crollandosi addosso tra i frammenti ossei del nostro scrivere”

Ivan PozzoniKOLEKTIVNE NSEAE, Collana Es, Edizioni Divinafollia 2024


recensione di AR

Mentre il significato della parola Kolektivne è intuibile, sciolgo l’acrostico NSAE ovvero Nuova socio/etno/antropologia, che troviamo spiegato a p. 13 nel saggio introduttivo “La terapia come eredità non-ontologica del Kolektivno NSAE: la NeoN-Avanguardia”, dove ci viene pure detto che questo nuovo paradigma estetico si fonda su Estetica sperimentale (che tiene conto anche degli studi di Rizzolati sui neuroni specchio), Osservazione partecipante (che superi l’ontologia estetica dell’«io creatore») e Chiarezza (tesa fra l’altro a eliminare “ogni forma di vagueness”, “Evitare l’uso di un linguaggio ambiguo, metaforico o retorico”, e “Credere nelle assemblee network dei ricercatori (…); la cooperazione diventa requisito nella ricerca della verità”, cfr. p, 14).   

Propongo di seguito alcuni versi che mi hanno particolarmente colpito: “Seduto su una roccia, rinvio a domani / l’insulsa immaturità delle mie mani.” (Caronte in riva al lago, p. 19); “Prima che la critica si accorga che esista / dovrò fare la fine drammatica di Rino Gaetano, / senza che l’airbag che protegga l’autista / senza che il tempo mi tenga la mano.” (Rino, p. 22); “i miei acidi gastrici carburano con tonnellate di Pantoprazolo / (…) / rogitiamo case come se dovessimo vivere in eterno, / (…) / bulimizzo ogni sentimento, engmatico come la sfinge di Chefren,” (Siamo tigri di carta, p. 23); “cerchiamo, allucinati, di non finire in uno slum, / al grido unanime di rogito ergo sum.” (Rogito ergo sum, p. 29); “Siamo tutti soli, siamo tutti fatti a pezzetti / i palazzi continuano a farci da cellophane / la solitudine ci impedisce di far progetti / proiettati come Prost in una mortifera chicane.” (Ezra Pound, p. 34); “E io scrivo, versi disprezzati da me stesso e dalla popolazione, / (…) / nel fango dei miei neuroni come se fossero un anacoluto.” (Ridatemi i miei versi, p. 35); “Pensare d’esser contadino di semi d’angoscia / su una terra dura come un monumento funebre, / distribuendo sale sulle anime dei vivi, / le anime dei morti sono meno sfuggenti.” (Mito-lógia, p. 36); “drenare liquidi dai buchi neri del conti correnti non millanta / l’idea di far chinare concittadini sofferenti a quota Novanta.” (L’epatite IVA, p. 42).

La poetica di Ivan Pozzoni testimonia di una visione “laterale”, non omologata, alternativa al main stream che idolatra l’ego/io profilato da algoritmi che lo blandiscono e lo condizionano. La voce del poeta brianzolo è dunque una voce spiazzante, distopica, ovvero fuori dai luoghi comuni, inquieta e inquietante. Ivan ha uno sguardo acuto, per certi versi francescanamente folle, che ci scuote dal torpore, ci cala nella realtà che viene letta da una prospettiva non di comodo, vicina alle aree marginali (anche in senso esistenziale), desiderosa di creare nuclei di umanità più consapevoli e solidali. La lettura dei suoi versi risulta dunque stimolante, richiede attenzione e una certa apertura mentale perché il poeta non fa sconti a sé stesso e, quindi, neppure a noi. Le dichiarazioni a inizio libro e le poesie ci avvolgono con le loro spire, le immagini si susseguono come tranci di vita da cui non possiamo distogliere lo sguardo, se vogliamo rivendicare un modo di stare al mondo più responsabile, più coeso e “collettivo”, cercando di non esser zombie eterodiretti. 

Nonostante questo approccio esigente e impegnativo, i versi di Ivan si insinuano in noi con un moto suadente, come se la mano di un chirurgo esperto guidasse una sonda ipersensibile nei recessi di questo pulsante mistero che è il nostro corpo vivente e desiderante, animato da domande infinite e proiettato sempre oltre sé stesso. C’è quindi in lui una segreta speranza che il fare poesia non solipsistica possa incidere, cambiare lo stato delle cose; che il poeta possa svolgere la sua funzione profetica anche se i più sembrano distratti, irretiti (è proprio il caso di dirlo) da mondi virtuali, da desideri indotti, da valori fuffa. Ascoltiamolo dunque con amicizia nella sua voce vibrante e portatrice di un vissuto carico di ferite e in cerca di verità.

PS Il verso posto a titolo di questa recensione è tratto da Mito-lógia.

domenica 12 gennaio 2025

”fare uscire dal buio, chiamare fuori”

Biagio Accardo, Esercizi di riparazione, peQuod 2024, collana Portosepolto, volume a cura di Massimiliano Bardotti

recensione di AR


Nella Nota dell’autore a p. 98 troviamo queste parole: “La raccolta rappresenta un modo di esprimere la mia gratitudine nei confronti di tutte le persone il cui amore ha consentito che io fossi ciò che sono, nella convinzione però di non essere mai riuscito a rispondere adeguatamente a quel dono. È anche la dichiarazione di fede nella poesia, che è sempre parola che risana, che ripara, ma anche dichiarazione di fede nel mondo, nelle cose, nella loro irriducibilità alla parola (…)”

L’ultima poesia del libro (p. 97), scritta in corsivo, è rivolta a un “… te che non ami essere detto. Ma tu / sei ciò che esonda il segno, / (…) / … Inutile seguirti, / restare fedele alla tua traccia / sul terreno: tu vai dove vuoi, / torni quando vuoi, e c'è canto / se ci sei, silenzio se ci abbandoni.

A p. 96 Biagio confessa: “… A volte ti scopri di stare / sulle spalle del buon Dio / e vedi le cose come lui le vede, / non corrose dal tarlo del tempo. / Chissà perché, poi scivoliamo / da quelle spalle, e da sotto, / dall‘angolo in cui siamo finiti, / il disegno ci sfugge, la prospettiva si stringe, / (…)”; e a p. 86: ”Ancora viviamo con l’idea di un Dio / da cercare, da trovare come si trovano le patate / (…) / Il meglio di lui lo dicono i poeti: lo annunciano / e non lo sanno. Per questo la loro parola / gli somiglia: non nasce da alcun desiderio, / è solo il frammento, un frammento caduto della sua eternità.”

Il verso che intitola questa recensione è tratto dalla poesia a p. (87): “Dare il nome è rubare la magia al buon Dio, / fare uscire dal buio, chiamare fuori / da sepolcri di pietra. Chi diede un nome // mischiò materia e anima, le chiamò / a stare insieme per l’eternità. …”

Risaliamo le pagine di questa vibrante raccolta: ”È proprio così il vero giusto: / il vero non si deduce, / irrompe, là dove mai nessuno se lo aspetta.” (p. 77); “Non fare tramontare il mondo / su parole che sanno solo di te, su pensieri / così definitivi da non lasciare / spazio a nessuna contraddizione.” (p. 75); “Se in una poesia non s’intrufola / qualcosa del nostro povero mondo, / che ne sarà di lui, del mondo dico, / del mondo che si è fidato di noi / e c’è venuto dietro come un cane mansueto?” (p. 69); “Scegli per sorella la povertà / (…) / che terge il cuore / e assottiglia lo spessore / tra tempo ed eternità.” (p. 57).

Sono poesie di ricucitura degli affetti, dei ricordi, delle cose, dei sentimenti… questi intensi Esercizi di riparazione. Accardo ci squaderna il grumo essenziale e intimo del suo stare al mondo con un dettato esatto, preciso, netto che ha la forza assoluta di un lascito testamentario. La lingua scoperchia il suo sentire con una capacità visionaria affascinante: ci troviamo catapultati nei luoghi suoi ventosi (“sono da sempre un esule / e un vento dorme nelle mie vuote stanze.” p. 34), ci sembra di toccare con mano gli oggetti descritti (“Chiedo perdono alle cose che ho chiamato / a riempire il vuoto della mia pagina.” p. 25), di aver accanto le persone invocate, di provare noi stessi i sussulti che il poeta con il suo sobrio ma inesorabile canto ci descrive. È un libro stupendo, definitivo: ci trasporta sulla soglia dell’oltre e ci scuote, con amore. Sì perché sottotraccia ci invita a una evangelica vigilanza per cogliere i bagliori di senso disseminati lungo il percorso di vita di ogni persona. Bisogna prestare attenzione, svuotarsi a poco a poco di un io che ha paura del vuoto e lo riempie di idoli che hanno la solidità della sabbia. 

Propongo ancora qualche lacerto: “… cos’è / la vita se non regge nemmeno il ricordo, / e le strade, persino quelle sbagliate, / quelle sconsigliate, sono già tutte cancellate, / tanto che anche perdersi resta un sogno, / e si resta fermi qui, su questa soglia d’orme, / dove si va da ogni parte / e non si è mai da nessuna parte.” (p. 43);  

Biagio dice alla/della poesia (p. 51): ”… sussurra, chiama, non gridare; / distingue se puoi, non giudicare; / (…) / sii per tutti come la giusta maglia, / né di misura stretta, né di più larga taglia.”; “… la vera poesia se viene, se ce la fa a nascere, / non dovrebbe tradire quello che il gesto / la scia nella carne, e si dovrebbe scrivere / con una penna il cui inchiostro è prossimo al sangue.” (p. 39). E nella poesia di esergo (p. 13) si chiede: “Ma che erano i versi / prima che fossero? Un rossore / forse, lo sbiancare del viso, la trepidazione – / qualcosa insomma / tra le righe … / (…) / Ma la verità è così: bisogna / andarsela a cercare, / anche se ci costringe al fuori pista.” 

mercoledì 22 maggio 2024

“Con poco nomino il molto / e porgo l’infinito.”

Franca Alaimo, 100 poesie, peQuod 2024, collana Portosepolto diretta da Luca Pizzolitto e Massimiliano Bardotti, Volume a cura di Luca Pizzolitto

recensione di AR




Alla p. 82, nella sezione centrale di questa raccolta, troviamo la seguente invocazione rivolta agli angeli: “Vi prego: insegnatemi qualcosa / che abbia senso, / qualcosa che non diventi / sempre meno vivo / fino a sparire in questo / vuoto.”
Dalla sezione iniziale, eponima del libro: “E va bene, mio Dio, fa’ quel che ti pare, / conosco da sempre l’abbandono: / è questo vuoto qui, in mezzo al cuore, / è questo sentirsi vivi invano.” (p. 65); “Quella breve distanza / così incolmabili / tra l’indice di Dio / e quello di Adamo.” (p. 43). Franca, come credo tutti noi, sa di dover far i conti con la paura (del dolore, della solitudine, della morte), e cerca di addomesticarla “sapendo / che molto e poco / non sono differenti / sulla grande palma di dio.” (p. 34). Si interroga su: “Una cosa più vasta / del nulla che inghiotte i nostri / sogni e nomi di Dio.” (p. 33). Afferma che: “Il mondo, là fuori, / non ci appartiene / e le cose non sono / quelle che nominiamo.” (p. 27); e che “Le parole vanno sempre / e non sanno che farti cadere.” (p. 25). Si augura nella poesia incipitaria di vedere “fiammeggiare, / prima della devastazione, / il sacro delle cose.” (p. 13),    

Vuoti insondabili ricorrono in queste pagine, ma hanno come sostegno il suono dei versi che, se non li riempiono, tuttavia li fecondano, e quindi, almeno in parte, li definiscono e li vitalizzano. Franca Alaimo fa una radiografia di sé con pennellate di fiato, vibrando con la natura che fiorisce in mille forme, con il cielo titillante di stelle, con l’orizzonte che sta lì a richiedere un senso e forse lui stesso ce lo dà, rimandandoci oltre. Il linguaggio è terso con le sue venature di malinconia, con il sotteso desiderio di sparire, la vita non disdegnando di porci davanti i nostri e altrui limiti, di lasciare lividi, fratture… vuoti, appunto. 
C’è un’ambivalenza fra un certo attaccamento, una sorta di amore/odio, nei confronti del nostro “stare al mondo, / (…) / sapendo che da te, / dalla tua memoria, / dai così tanti amori / e piccoli bagliori quotidiani / dovrai presto separarti” (p. 116, ultima poesia del libro che chiude la sezione non a caso intitolata “Versi dall’occidente”), e il fare esperienza di un corpo sempre più, con lo scorrere degli anni, acciaccato e dolorante. C’è dunque un desiderio (anche questo ambiguo perché si intravvede un sorriso inquieto e incerto) di distacco, ovvero di accedere a una dimensione s-corporata (cfr. la poesia a p. 112): “Questo mio involucro così piccino / (che detesto e che mi detesta) / da qualche tempo non sta nemmeno bene: / ho nausea, dolori, e un gran mal di testa. / Penso che non ci sarà più occasione / di stringere fra noi un patto di alleanza. / Finirà come per tutti, questo è sicuro: / uscirò dal carcere di questa mia sostanza / e finalmente me ne andrò in vacanza.”

Il distico che intitola questa recensione è tratto dalla sezione mediana (“La figliatura”, p. 90) che parla molto della poesia come medicina, una azione sciamanica fecondatrice degli abissi e indagatrice impavida di mondi altri: “Arde nel mistero del suo corpo musico, / parla con gli angeli, il cielo, l’aria azzurra. / Va a capo perché ama il vuoto, / dove cadere e perdere sé stessa.” (p. 86); “La poesia, tutto sommato, / è un rito di ricomposizione: / somiglia all’arte giapponese / del kintsugi che sparge sulle ferite / un po’ di polvere d’oro.” (p. 85)     

100 poesie che contengono, come scrive nella bella Prefazione Alessandro Fo (p. 9): “(…) un profondo apprezzamento del bene costituito dall’esistere, e una sentita, velatamente commossa, riconoscenza per le offerte che la vita (…) può continuare a presentare finché il respiro durerà.”

 

domenica 20 ottobre 2024

Versi che si affidano

Luca Pizzolitto, di queste mie notti insonni, peQuod 2024, copia 39/50, Prefazione di fr. Emanuele (monastero Dominus Tecum di Pra ’d Mill), Postfazione di Massimiliano Bardotti


recensione di AR

Ringrazio subito Luca con trasporto per avermi inviato una copia di questa sua ultima opera a tiratura assai limitata. Si tratta di una raccolta intima, che traccia un percorso in cui possiamo affiancarlo da amici, sentendoci presi dalle sue visioni, dalle emozioni che ci fanno attraversare deserti, superare abissi, trovare quanto è essenziale, ascoltare il sussurro che converte il cuore di Elia (1 Re 19,12).

Scrive Massimiliano Bardotti a p. 63: “… siamo fatti per questo, per sperare fino alla fine, è la nostra natura, siamo fatti per la fede”. In effetti, “perché espiriamo? Perché ci fidiamo” (id., p. 64). Ogni espirazione è necessaria per lasciare spazio ad aria nuova, ma è anche un atto inconscio di fiducia nella successiva inspirazione (p. 65): “Noi siamo testimoni di una continua rinascita, la nostra tempra è la tempra del risorto.”

Il viaggio di Luca consta di tre tappe. Partiamo dall’ultima «L‘altra riva» (in quarta di copertina, v. sopra, troviamo il distico che lo conclude, questo viaggio lucano): “… / nessuno è mai stato / fedele davvero.” (p. 60); “… / tu che abiti il vuoto di cieli divisi / … / nudi alle radici del cielo faremo ritorno.” (p. 58); “Ciò che resta del mio tempo cerca tempo, / dimora altrove.” (p. 51); “… / chiudo gli occhi, appoggio la testa sulla parete / di pietra di questo monastero. // Due monaci cantano il Magnificat: / nel mio corpo, con dolcezza, scende la sera.” (p. 50); “Penso ai giorni in cui non ci siamo arresi, / i giorni in cui abbiamo capito / che il senso delle cose è lì // ci guarda, e non ci appartiene.” (p. 47).

Nella sezione mediana, «Sette ceste», il Nostro interagisce con voci significative (Edith Stein, Margherita Guidacci, Adriana Zarri, David Maria Turoldo, Hugo Mujica, Pierluigi Cappello, Etty Hillesum), cito la parte finale del testo che precede i versi di Edith Stein (p. 35): “Sono stato randagio in terre di misera gioia; sono stato inganno, rabbia senza volto, disperazione – un facile compromesso.”

Dalla prima sezione «Venuti da lontano»: “… / quando lo sguardo / è cielo, e ti piove dentro.” (p. 19); “Dove la notte confina col grano / dove trattieni il respiro / per ogni mancata carezza” (p. 21); “Il nome antico del vuoto, la pietra di sangue / dove il tempo passa nel tempo, l’anfora vuota, / il pozzo di Sicar –” (p. 26).

Anche solo dai lacerti che ho estirpato alle notti insonni di Luca, penso si noti il lavoro di alleggerimento (di parole non necessarie), svuotamento (di sé, direi proprio di smascheramento delle sovrastrutture a cui ci sottoponiamo, sapendo come cambi il nostro modo di porci a seconda dei contesti), di spogliazione (degli abiti in cui ci troviamo più o meno a nostro agio, anche solo per quieto vivere).

Nelle pagine introduttive si fa riferimento a un prima e un dopo il trentasettesimo compleanno, un periodo di crisi “a lungo pensato come disgrazia, follia, maledizione” che si è rivelato “al contrario, un tempo – il mio tempo – di grazia, benedizione” (p. 14).

Ogni persona che si immerga in queste pagine verrà letteralmente gettata nel nucleo più inquietante (e più vero) di sé, e se la paura e la fatica di questo processo di autoconoscenza non possono essere evitate, Luca ci ricorda (p. 20) che “… / nel vuoto di un cuore che è fame, / inquieto stare in tutte le cose // ora nasci tra le mani Dio”.

sabato 28 settembre 2024

“Scegli se sentirti fortunato, saggio, furbo o in colpa.”

Nino Di Paolo, Specchi asimmetrici, Chiare Voci 2024 









recensione di AR

È un diario distillato in versi, questo nuovo libro di Nino Di Paolo in cui fatti di cronaca (morti bianche sul lavoro, episodi di razzismo, la sfalciatura del covid…) a volte di rilevanza storica (la resistenza partigiana, il ’68, gli anni di piombo, il G7 di Genova, ecc.) vengono “rispecchiati” da momenti importanti del vissuto dell’Autore, fino a concludersi con la grande domanda sul senso del tutto. Troviamo infatti nella poesia finale (costituita da incisivi settenari, metro molto presente nella raccolta) – 20. Prigionieri dello spazio tempo – questa chiusa: “Poi pure l’Universo / si contrarrà in un punto / o, invece, ogni sua parte / ogni sua particella / si staccherà dall’altra / senza guardarsi più.”
E in Specchio di 20 (e di tutto il resto) siamo subito provocati da questa domanda: “Esiste una quota immateriale / che sfuggirà / all’esaurirsi dell’Universo?”
Il ritmo poetico di Nino è intriso di un saggio realismo che è capace, però, di indignarsi ed è sempre empatico (cfr. ad es. Specchio di 11, riportata parzialmente in quarta di copertina, v. qui sopra) e quindi non ci lascia indifferenti. Riporto di seguito alcuni passaggi di altre poesie: “se colui di cui narri / è segnato da uno stigma / troverà sempre  uno stolto, / o due o cinquecento / che chiuderanno le porte del posto / dove lo presenterai.” (Specchio di 18); “Perché il disgusto / che saliva dal petto / lo dovevo provare / e provare il disprezzo / verso chi, della Croce, / non capiva che niente.” (Specchio di 16); “che senza il desiderio / di una vita ugualitaria / la vita stessa tutta / non ha poi senso alcuno.” (Specchio di 13); “solo il mio silenzio / può renderti rispetto / silenzio verso te / ed urlo verso il cielo.” (Specchio di 7; la poesia 7. La tua eternità, inizia come segue: “Quando la compattatrice / ti ha risucchiato”).
Da leggere la bella e perspicua Prefazione di Elisa Malvoni che fornisce importanti coordinate per navigare queste pagine potenti e discrete al tempo stesso: sta a noi far vibrare, con la voce del poeta, le nostre corde più intime e umane.

PS Il verso posto a titolo di questa recensione è tratto da Specchio di 5.

giovedì 13 giugno 2024

“il cielo è una gronda di sangue”

Daniela Pericone, Corpo contro, Passigli Poesia 2024, Prefazione di Gianfranco Lauretano

recensione di AR


Prima di leggere le Note ai testi, avevo parzialmente riconosciuto nelle poesie della V e conclusiva sezione “Il turbamento” alcuni riferimenti a quadri famosi ma senza attribuirli tutti al Caravaggio. “I volti si sfiorano / nel bacio del tradimento” (p. 88) l’avevo attribuito a Giotto, ad esempio; “Un colpo di lama e la morte / si compie senza risparmio – / è lei che uccide / con un leggero corruccio” (p. 83) mi aveva richiamato l’opera di Artemisia Gentileschi; e “l’urlo del figlio è una domanda / che storce l’aria – nessuno risponde / solo l’impercettibile tremito / della terra a predire l’epilogo” (p. 89) ma aveva attivato la scena di una crocifissione non meglio definita, anziché il Sacrificio di Isacco (che peraltro raffigura quello di Cristo). Evidente già da queste poche citazioni la forza incisiva ed evocativa dei versi. Quello posto a titolo di questa recensione è il conclusivo dell’ecfrasi dedicata alla citata Giuditta e Oloferne (di Caravaggio e non della epigona Artemisia). Una pregnanza visiva e sensoriale e un po’ inquietante che troviamo pullulare in questo libro: “Quando la luna cade / ai piedi dell’albero, la luce / si insinua in ogni fessura – ” (p. 70); “Qui ora respiro, la polpa / dentro il torace si arrossa / si espande si contrae. / Accado, nessuno lo sa.” (p. 63); “l’altra che mi guarda, diversa ogni giorno / (…) / si mostra indifferente alla mia sorte / perché sa che è questione di poco / che non ho scampo io, e nemmeno lei.” (p.49).

Aleggia una disillusione, che però non è scettica, ma intrisa di vissuto e anche di umorismo. Uno sguardo, quello di Daniela, che sa cogliere i lampi di bellezza, i colpi del destino, le crepe preziose (alla kintsugi) che segnalano le svolte importanti di ogni esistenza (di ogni tu che sono io): “Sembri portare / una sacca leggera / eppure ti trascini a fatica / la testa fra le mani / è un temporale / che non arriva.” (p. 38); “Restano gli occhi / abbagliati nelle foto / confitti nell’istante / (…) / corpo e non più corpo / al di sopra del tempo / dei vivi a venire / gli esistiti e gli inesistenti.” (p. 35).

Siamo sempre soggetti a tensioni che  danno o tolgono energia e, se vengono a mancare, segnalano l’encefalogramma piatto, mentre il poeta le sa cogliere, con finezza e precisione creando splendidi ossimori: “È tardi, la stagione inoltrata / agosto è il più freddo dei mesi.” (p. 33, palese la strizzatina d’occhio a Eliot); “Immobile attendere / il colpo – la crudeltà a volte / è una forma di compassione – ” (p. 21).

Già nell’esergo (p. 15), tratto da La notte, il portico di Mark Strand, ci viene detto: Desideriamo (…) / di essere estranei almeno a noi stessi. 

Dopo aver scritto quanto sopra, leggo la bella e illuminante Prefazione di Gianfranco Lauretano e mi piace, per concludere, citare questo passo (p. 9): “La verità è sempre trovata e mai data definitivamente, quasi che il fissarla in un’idea, o in un’immagine troppo limitata fosse funesto e inaccettabile.”

martedì 28 maggio 2024

“È un altro che si sveglia adesso ogni mattina”

Antonio Fiori, La stessa persona, peQuod 2024, collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto

recensione di AR


Dalla fretta di vivere stremato
felice riposa infine
perché ha amato tanto
e tanto amato è stato.

Con questo Epitaffio in attesa di lapide (p. 57), si conclude l’agile e sfrigolante opus di Antonio Fiori. Quando si è capaci di chiedere perdono a un padre che ti chiede perdono (cfr. Ho un padre salvato da un angelo, p. 54) si è raggiunta una consapevolezza di vita sensibile e profonda che sa accogliere con gioia e commozione ogni vibrazione dell’anima: “A volte, all’improvviso / piangiamo come bambini / – come chi è innocente.” (Chiediamo perdono senza ragione, p. 50).

Meravigliosamente intense sono infatti le sensazioni-ricordo di Antonio: ci apre il suo mondo con cuore fanciullo, la saggezza della maturità e un sorriso benevolmente scettico sul potere consolatorio della poesia, quando confessa “l’illusione / che un giorno, all’improvviso / il verso di qualcuno / risponda alla domanda / che ti assale.” (Che la poesia consóli, p. 47). O quando afferma con puntuta ironia: “Non più consumatori / bensì definitivamente / cosumati” («Urna cineraria», p. 43); “Tutto è postremo / nell’apocalisse quotidiana / – senza tempo futuro, tutto ci chiama.” (Se in un minuto il fossile si sgretola, p. 42).

La lingua è tersa e scavalca nell’oltre (“se ti aspetto da tanto / è perché Ti credo.”, Se non sento e non vedo, p. 44), nel sogno (A volte mi sogno in fuga disperata / e come Caino non so dove nascondermi.”, p. 35), nei cieli (“Ci incontreremo ancora / ma non nel futuro / – saremo di nuovo insieme / nel nostro passato. // Un giorno, chissà, ci vedranno / dal telescopio puntato / su questo pianeta / – con un solo sguardo violando / il tempo e lo spazio.”, p. 37, poesia davvero splendida e stellare che ho citato integralmente).

Con suoni leggeri e intrusivi, i versi del poeta sardo tirano fuori dai nostri recessi negletti la capacità di stupirci ancora, il desiderio innato di sapere il perché delle cose, il considerare con Petrarca che sì, ciascuno riconosce sé stesso, ma al contempo deve ammettere  che “era in parte altr’uom da quel” che è oggi (cfr. Canzoniere, 1): si veda ad es. il verso posto a titolo di questa recensione, tratto da Non ho più il tempo di prima (p. 16).

Sotteso è il desiderio di vivere i giorni che ci sono dati con tutta la pienezza di cui siamo capaci, sapendo che nessuno è indispensabile ma può essere un fattore di bene, di attenzione, con il suo timbro unico: “– cerca ogni giorno te stesso / negli occhi degli altri.” (Non dirmi niente, lo vedo che sei stanco, p. 14)-

Con questo distico che trovo così vero, emozionante e intrinsecamente evangelico, lascio a te che leggi il piacere di calarti ne La stessa persona dove “Anche il tempo si è fatto altro.” (ivi).

martedì 11 novembre 2025

Poesie velate – Intingo le dita nella parola: due nuove sillogi di Donatella Nardin


Poesie velate, Il Convivio Editore 2024
Prefazione di Giuseppe Manitta

Intingo le dita nella parola, Macabor 2025
Prefazione di Ivano Mugnaini

recensione di AR

Inizio cronologicamente da Poesie velate. In questa raccolta Donatella Nardin possiamo trovare nella poesia finale (XL a p. 60) una sorta di confessione, di dichiarazione poetica ed esistenziale che colpisce per l’intensità emotiva sempre unita a uno sguardo razionale a volo d’uccello sulla condizione umana. Bellissima la cascata di immagini e sentimenti che, con un ritmo scandito e toccante, ci avvolge in modo profondo. La poesia andrebbe citata interamente, ma mi limito ai primi 9 versi, lasciando a chi vorrà donarsi il piacere di avere in mano questo libro, la gioia di assaporarne in toto le ricchezze: “L’uccella ha incastonato nell’aria / il suo canto e ora, intingendo / l’intero piumaggio nella parola / – che del silenzio è fiamma / irraggiata e nostalgia – / dispiega ovunque canzoni / e poesie per offrire  a una inferma / visione dell’amore preziosa / la compagnia.”

La poesia precedente (p. 59), dal tono escatologico, termina così: “Riposerà nel silenzio  votivo / anche la rosa evaporata con noi oltre l’acceso / orizzonte e chissà se saremo / attesi, chissà.”

Risalendo a p. 56, ci pare di vedere Donatella a inizio giornata presso una finestra rivolta ad oriente già pronta a farsi strumento delle Muse (sempre in tensione fra entusiasmo e disincanto): “Oggi l’aurora incide versi / luminosi sulla pelle più sensibile / del mondo per farne balsamo / da appoggiare sul cuore. / (…) / È una calma apparente, / una intenerita pienezza destinata / a durare poco l’illusione del bene, / non si può dominare l’ombra / né chiedere un talento agli amori / nati già morti.”

Questa voce lagunare così attenta alle ombre, al guizzo delle lingue di luce sulle increspature dell’acqua, alla presenza fuggente eppure percepibile di chi magari ci ha lasciato, ci incanta e commuove con versi come i seguenti: “C’eri tu nel tuo dolcissimo / dire a imbiancare le ombre e i silenzi, / (…) / un ritorno in un sussurro / appena contro / l’inestinguibile cadere / nei fallimenti e nelle paure.” (p. 55); “Che si adempia il prodigio, / che finemente in me respiri la tua assenza.” (p. 47); ”tra le braccia stringevi / un esile filo di vento, / (…) / di quanta invenzione ha bisogno per vivere / la verità.” (p. 44); “– consolati madre non prova / dolore il nulla –” (p. 37); ”s’imprime nel nulla / il volo aggraziato di un colibrì / come, sulle terre straziate / da guerre e tormentim un tremore / di rose mai sbocciate intere.” (p. 26); “Scorteccia i sogni la sorte / nell’umile certezza crea / sperdimenti la foglia / caduta dai rami informi.” (p. 20).

Se il tono è per lo più elegiaco (“– anche il vento anche / il vento deposto ai piedi del tempo –”, p. 16), mantiene una sorta di vitalismo desiderante che si affida alla sublime concretezza della natura: “papaveri gialli ridenti / sui cui possa indugiare / una tenera scrittura di cieli, / arancionube felice uno sguardo / vibrante nell’epica dimessa / della quotidianità.” (p. 19). 

Bene osserva il prefatore Giuseppe Manitta (p. 7): “La parola in questa inermità [di esseri umani], si rivela uno strumento importante per fare il punto su sé stessi e sul mondo, per condurre alla meditazione e alla coscienza di un indomani incerto per il quale, però bisogna lottare.”

***

Forse troviamo in Intingo le dita nella parola alcune riposte (aperte, ovvero dilemmatiche e interrogative) alle domande “velate” della raccolta di cui abbiamo parlato qui sopra. Nella poesia eponima, che apre la silloge (p. 15), Donatella scrive: “Intingo le dita nella parola / come in una luce ribelle / per dare voce a qualche oscurità, / (…) / Compagna del mio poco / e del mio nulla, scrivo / come respiro, le note acerbe / infilate nella gola, nel pallido / gioire canto la poca vita / che mi resta e senza pelle / quel sentire clandestino / e senza un dove l’altrove / che chiama in pienezza e verità.”

Come perspicuamente osserva Ivano Mugnaini (Prefazione, p. 6): “La ferocia del tempo, la lama del ricordo che consola ma logora e lacera, gli inganni di amori esangui e solitudini inesorabili, sono ritratti qui con mano lieve ma senza sconti.”

In effetti a p. 19 Nardin fa i conti con l’impermanenza  del nostro stare al mondo (e alla relativa permanenza della poesia stessa, Foscolo docet, che può vivere solo se qualche vivente continua a pronunciarla): “Dovrebbe brindare alla vita / la vita, ai suoi teneri arcani / e invece stringe un deserto / tra i denti dove nuotano nudi / i pensieri e i luoghi feriti.”

Sono stato particolarmente colpito dall’immagine delle “violaciocche sul bordo / insonne del tempo” (p. 20), perché mio nonno le coltivava in piccole aiuole in giardino e io mi ritrovo bambino immerso in colori e odori di una estate di dodici lustri fa. Mi è facile allora immedesimarmi in poesie come L’attesa (p. 23): “Vieni, saremo solo noi due / – diceva l’ombra assisa / sulle spalle ossute del tempo – / vieni, diceva, in quel punto / perfetto di luce in cui, / affratellati, saggiare eternità e bellezza.” O Misteri (p. 30): ”Pur se avvolto nelle nebbie / fittissime dei suoi infiniti / misteri, anche il cielo sogna. / E noi invece – impoveriti / dai giorni – quando e dove / abbiamo abbandonato l’età / fertile dei sogni?” O ancora Inevase risposte (p. 35): “Macchia lo sguardo di inevase / risposte la mente, è un tracollo / improvviso intrecciato cupo / alla fronte, batte forte nel petto / un tempo bianco / che nulla trattiene e nulla dice.”

Invito chi mi sta leggendo a immergersi in queste pagine che esprimono desideri, ricordi, malinconie (un esempio fra i tanti Un mormorio a p. 38), pulsioni, timori, aspirazioni assolute… condividendo, con l’umiltà di chi ha raggiunto un stile saggiato e provato, dunque efficacissimo e illuminante, il mondo poetico di una autrice che sa accompagnarci mettendosi a nudo e invitandoci a fare altrettanto, per gettare un po’ di noi oltre di noi: “Ho cercato a lungo parole / che, nel tempo, non mutassero / pelle e colore, una materia vivente che, per darci pace, / fosse nel sempre incatenata. (Parole, p. 42); ”Fragile arpeggia la nuda scintilla / nel nevicare nell’aria una scia / di tepore per dire – in forme / medicate, leggere tra il qui / e l’altrove – dell’ineffabile  / la fame, la sete oltre ogni dolore, / oltre ogni umana mestizia.” (Gli occhi dell’anima, p. 45); “E chissà dove sarà mai questo / sempre invocato altrove / che ci insegna l’ardire / di stare qui e ora pur nella labilità.” (Un sogno assopito, p. 46); “anche nell’asprezza / più cruda, c’è una luce / che dura, è li sull’altra / sponda, dall’altra parte / del cuore.” (Dall’altra parte del cuore, p. 51); “… la vita / insegna sempre un modo / per imbrattarsi di qualchwe / azzurra felicità.” (Ci tocca l’amore, p. 52).

C’è quindi una scintilla di speranza, e finanche di fede (essendo la fede un processo di accoglienza di sé, degli altri, degli eventi… di una Grazia che per agire ha bisogno di umiltà, una fede che quindi ci è richiesto da alimentare, svuotandoci dei nostri attaccamenti effimeri ed idolatrici che ci depistano con le loro false sicurezze e simulacri): “Frana il futuro e perde chiarore / l’auorora se tutto si risveglia / capovolto come questo presente / e come tutti i presenti passati / segnati da timore e ansietà. / /…) / Cerco una sguardo innocente / (…) / petali d’insospettata gioia / tra il dentro, il fuori e accanto.” (Frana il futuro, p. 63). La poesia che chiude il libro, Qualcosa manca sempre (p. 64), ci ricorda che è proprio quando ci troviamo persi, inutili, doloranti, feriti, devastati, quando constatiamo che “nemmeno la poetante / parola sa sanare la frattura”, quando “una rondine, / con le ore tra le ali, ha smarrito / l’armonia del volo”, ecco quando sperimentiamo la nostra pochezza, possiamo al tempo stesso percepirne la preziosità e farci cassa di risonanza di una “voce sacra d’altrove che parla / con tutte le nostre voce” (Gli occhi dell’anima, cit.) 

giovedì 10 aprile 2025

“Il cielo è più cielo / con le ali spiegate”

Giancarlo Baroni, Il mio piccolo bestiario in versi, puntoacapo 2025, Note critiche di Mino Petazzini e Alfredo Rienzi, Illustrazione in copertina di Vania Bellosi 

recensione di AR


Scrive Alfredo Rienzi nella Postfazione: “… il poeta parmense ci accompagna con stile asciutto e di arguta chiarezza in un florilegio di versi, citazioni, riferimenti, commenti e intuizioni tra zampe, vibrisse, piume, squame, elitre, fauci di fuoco…” (p. 92).

Riporto alcuni lacerti risalendo a ritroso le pagine di questo fantastico viaggio nel mondo affascinante degli animali reali o fantastici cantati da poeti come Saba, Montale, Raffaello Baldini, Thomas Stearns Eliot, Vivian Lamarque, Paolo Polvani, Guido Gozzano e tantissimi altri.

Nella raccolta Il Bestiario di Tebe Gian Ruggero Manzoni dedica al drago una poesia che inizia così: «Con le tue spire stritolavi / esseri umani ed elefanti. ( Non era il fuoco l’arma che preferivi, / ma la forza di cento boa (…)» (p. 81)

Nella raccolta Macello (Einaudi, 2024) il poeta Ivano Ferrari (1948-2022) racconta con angoscia e forza, con versi aspri e duri fino alla crudeltà, la sofferenza di questi luoghi (…). “Nel silenzio di carne, / passa luce dalle carcasse / ma in un brivido fugge.” (pp. 66-67)

Nel libro troviamo versi di Giancarlo Baroni stesso, caratterizzati dal suo stile attento al dettaglio, sobrio, elegante, empatico:

Gatto // Intensamente / mi fissa questo gatto / lui sa chi sono.” (p. 61); “Airone cenerino // Ogni anno mi aspetti / in questi laghetti alpini / sei tu davvero / o un altro somigliante? Solitario / airone cenerino che sali // dove i compagni / non si arrampicano. (…)” (p. 56); “Merli // La melanina che scurisce il corpo / e ci rende simili a fantasmi / fa paura all’allocco. / Allora gonfiamo il petto / gli gridiamo te l’abbiamo fatta / un’altra volta, gioiamo / ma piano / come avessimo in gola dell’ovatta.” (p. 54); “Aeree frontiere // Nati prima degli eroi e della terra / a voi uccelli tocca / il primato del mondo. (…) / Come un’intercapedine, un’aerea frontiera / fra la gente e gli dei / sta la vostra città. (…) / (…) Noi uomini giungiamo / fin lì con la preghiera / di predire il futuro. Giove con le folgori / e il fuoco di Vulcano / vi tolgono le parole / mutandole nel canto / che tutti vi invidiamo.” (pp. 48-49).

Restando in ambito aviario il Nostro cita il seguente distico 

dalla fulminea essenzialità, di Giancarlo Consonni “Il cielo è più cielo / con le ali spiegate.” (p. 42) [e aggiunge] Forse i volatili sono gli animali che maggiormente hanno affascinato i poeti, penso ad esempio a Pascoli. (p. 43)

Dalla poesia di Baroni Farfalle: fiori alati traggo questa palpitante quartina (p. 39): “Soffio vitale / respiro e fiato / tu chiamami soltanto / fiore alato.”

Sorprendente questa poesia di Franco Marcoaldi citata a p. 25: 

Pane e cane // Fresco fragrante festoso / invitante essenziale / Al mattino, quando compro / un buon pane, penso: / ecco com’è il mio cane.

Struggente quella riportata a p. 18 di Gabriele Galloni (assai prematuramente scomparso): 

Il camaleonte // Somiglia sempre a quello che non è. / A volte è un albero, a volte un’altra bestia – / di notte capita che sembri me.

Per concludere questo excursus a volo d’uccello, lascio la parola a Mino Petazzini (p. 5):

Nei diversi capitoli del suo “piccolo bestiario in versi” le suggestioni letterarie si susseguono: molte mi erano note, perché in questi anni le ho inseguite e raccolte per le mie antologie, altre sono state un’interessante rivelazione (…)

Un invito a leggere questa nuova opera di Giancarlo Baroni che ci apre davvero tante inattese finestre poetiche (direi anche con una sottesa sensibilità francescana) sul mondo degli animali. 

domenica 10 novembre 2024

“Fingiamo di non essere chi siamo / e che niente ci spaventa”

Pietro Russo, Tutte le cose cantano la canzone d’amore, peQuod 2024, collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto

recensione di AR



Il poeta catanese irrompe con il suo canto in medias res con un taglio incisivo che balugina di divino, ferisce le pieghe dell’anima assopite in cui ci accomodiamo (assuefancendoci a guerre, tragedie, ingiustizie), le scompiglia, le cauterizza, facendo reagire le nostre viscere inerti con immagini potenti e memorabili: “C’è ancora tempo per passare da un sogno silenzioso / a un altro meno silenzioso come un’esplosione  / finché qualcuno vede il sole contrarsi come per infarto / e allora con un sentore di alghe e vetro fuso / sapremo che quello è il segnale, il risveglio” (p. 74); “e benedico questo essere carne / altissima febbre che sempre / ti va cercando” (p. 68); “sono davanti alla mia solitudine / Dio è il teschio che ogni giorno divengo” (p. 67); “il Signore è grande / ma il mare di più / il mare è terribile / ma il Signore di più” (p. 58); “Dimitrij guarda così in alto / che il filo spinato nel becco delle colombe / sembra un ramo d’ulivo.” (p. 49); “qua i corpi diventano concime / per una primavera che non ci mette la faccia. / (…) / il mare apre una parentesi a sud / e subito richiude le acque: / sei giorni / adagiati su un fondale i corpi” (p. 48).

In una realtà dove tutto è interconnesso e il solipsismo, la solitudine, l’isolamento… non fanno altro che rivelare con forza la necessità dell’altro, il senso di vuoto che nessun algoritmo può riempire, la voce di Pietro Russo compone un arazzo che diventa lo specchio di quello che siamo, di ciò che desideriamo, di quanto ci manca davvero: “Stanotte tu eri tu / io l’estraneo // Adesso si volta, ho pensato / e le parole bruciavano / come una chiesa sconsacrata” (p. 30); “continuiamo a cadere come una preghiera dalle labbra del vento” 8p. 20); “Fingiamo di non essere chi siamo / e che niente ci spaventa” (p. 19); “forse la gioia / è una sostanza sintetica di parole – /(…) / e restare dietro una porta / per vedere dove arrivano, sì / tutte le preghiere” (p. 12).

Condividiamo con Pietro “un bisogno di consolazione / per questo stelo di creatura / (…) / Chi ha creduto in noi fin dall’inizio / non si sbaglia / siamo la sua puntata / contro il buio” (p. 11). Sì, la scommessa di Pascal non possiamo eluderla ed è emozionante ascoltare Pietro quando, nella poesia Lo chiamo padre (p. 10), ci dice: “ma  quello che chiamiamo cadere / è il modo in cui na stella declina la propria luce”. E siamo infine arrivati all’inizio di questa raccolta con la Canzone di Adàm (p. 7) da cui traggo questo passaggio intensissimo, pronto per essere musicato: “Non dissolvermi nei giorni informi del vento / al suolo tornerò non prima / di sapere cosa si annida nelle ossa / quali parole a cui non so dare fiato / chiamano all’altro capo del canto”.    

domenica 7 settembre 2025

”Come il falco anch’io vorrei le ali!”

Antonio Spagnuolo, Più volte sciolto, la  Valle del Tempo 2024


recensione di AR



È una raccolta che si offre con asciuttezza elegante, sobria e al contempo ricca di echi, capace di dilagare con discrezione nelle fibre più intime di chi legge perché i versi sanno dipingere situazioni e sentimenti con la pregnanza di un grande fotografo della vita con i suoi contraddittori eppure stimolanti e misteriosi accadimenti. Spagnuolo si squaderna con onestà, con la saggezza di chi ha molto vissuto: “Avvinghiato come un lottatore / all’ultimo capriccio / ho il sorso della furia. / La casa vecchia avrà nuovi inquilini / e l’oblio della notte cancellerà / le tracce che ho braccato.” (Attesa, p. 44); “Sono sfuggiti gli orizzonti accesi / da qualche barriera che di schianto / cambia follie nel nulla dei pensieri. / (…) / L’intera forza è passata nell’incalcolabile, / ai confini del presente, e nel desiderio / di una favilla nelle tenebre.” (Desideri, p. 45); “Urlo è il tuo singhiozzo per la Croce, / occhi socchiusi snguinanti al delirio / dei cardini lontani dalla fede. / (…) / Ho centellinato le ore che portano alla fine, / e troppo spesso imprecherò all’orizzonte.” (Ultima croce, p. 38).
Amo questa leggerezza con un alto peso specifico di verità, questi slanci che mantengono aperte le parentesi e lasciano spazio al futuro pur ricordando con esattezza (e magari una certa dose di malinconia, mai però leziosa) i momenti salienti del proprio percorso. Anche i correlativi oggettivi sono quindi rivelatori dell’animus del Nostro: “Il falco ha un volo intelligente / e stride per altre presenze, / contro lenzuola bianche per rovescio / di insolubili incontri. / Come il falco anch’io vorrei le ali!” (Il volo, p. 37); “Tutto sembra assopito in un secondo: / un provvisorio inseguirsi di ricordi, / di rabbiosi declini nei giochi della luce, / quando tra le morbide tue sicurezze / camuffavi il tempo per sbranare rincorse. / (…) / Quello fu l’istante di separazioni / perché il passato è perdita di sguardi, / o tentennante clessidra / che muta ogni tuo ritrovamento. / Scivola il nuovo mondo da scoprire / e ricama dismisure rnell’immediato / così sia.” (Il giogo dei ritonri (Marco Polo), p. 39).
Il poeta è un’anima particolarmente in tensione, ha antenne che percepiscono vibrazioni ineffabili e realtà nascoste, un’anima che sa di essere sempre in cammino, desiderante, in cerca, profetica: “Per un Dio o per un cielo immenso / lo sguardo incontra impasti d’argilla / e ignobili memorie straripano nel buio. / Oggi tutto dura un giorno e po crolla / nelle immagini incompiute della rete” (p. 30); “Il peso dell’ignoto determina lo scarto / disvelatore e interprete dei segni / che danno un senso all’esistenza.” (p. 28); “Fra la grande luce e l’ombra profonda / l‘arte è soltanto un frazione / della nostra memoria / per estrarre un coltello dal petto.” (p. 26); “Tutto intorno è silenzio ma la rosa / ha esplosioni disperatamente rosse / inchiodata alla‘attesa di chi spera / affinché sia aligero e corallo. / (…) / Perché la gelosia non mi attanaglia / ora che il nulla morde la tua carne?” (p. 24). 
Una silloge che lascia tracce e profuma di intelligenza del mondo, delle relazioni, di ciò che sfugge, perché “il segreto / ha maniglie scabrose.” (p. 52).

sabato 24 febbraio 2024

“Scegliere è un privilegio”

Ilaria Amodio, Foglia e Radice
peQuod 2024, collana Portosepolto
diretta da Luca Pizzolitto e Massimiliano Bardotti

recensione di AR




Il titolo di questa nota è tratto dalla seconda strofa (un distico in corsivo) della poesia a p. 53 che inizia con “E mi trafigge il tuo silenzio” e, dopo il verso citato più in alto, continua così: “e una condanna allo stesso tempo // mai sapremo l’esistenza scartata / ma avvertiremo l’onda / del fiume che scorre parallelo / e che attraversa ad ogni foce”. A p. 51 Ilaria ci dice che ”è una meteora ogni incontro”; a p. 45 invoca “ma tu fammi essere ovunque / vivendo nei tuoi occhi”. Risalendo di qualche pagina troviamo una vibrante cartolina di Bologna che termina così (p. 41): ”la città vive dei nostri passi / così appassisce e rinasce / ogni volta che tu l’attraversi”.
I luoghi sono importanti in questa raccolta di esordio della poetessa riminese e non si tratta solo di città, ma anche “di fiumi mai presi / nei volti di passanti sconosciuti / per trovare un po’ di sé / o quel che rimane“ (p. 31), o angoli dove “restano pietre, fiumi prosciugati, sottili insenature / ad abitare muri e volti // (…) // Sono tutti nell’ombra / a vestire il graffio dell’aurora” (p. 29). Lo stesso “scrivere è un richiamarti / da luoghi e tempi sommersi” (p. 21), un esprimere “la solitudine dal campanile / compiersi in un passo senza tempo” (p. 37).
La concretezza con cui Ilaria descrive gli spazi attraversati ci invita a farci suoi compagni di strada, e ogni cammino, lo sappiamo, comporta un viaggio parallelo dentro di noi e dentro chi ci è particolarmente caro e affettivamente prossimo. 
La sua lingua è lessicalmente piana e tersa, ma non priva di scarti sintattici e “fratture” di senso: come la limpida corrente di un corso d’acqua che aggira le rocce più grandi, lambisce più lenta la riva dalla curva più ampia, permettendoci di intravedere nel fondo il colore dei ciottoli a cui magari affidare qualche ricordo, e di riflettere, nei punti in cui le acque sono più calme e il fondo più scuro, qualche instantanea (impermamente) di noi stessi e di chi ci è accanto, di chi (Chi?) portiamo nel cuore a cui poter confidare: “così è questo viaggio / mentre enunci il tuo nome / e l’istante esala un grido / che non puoi afferrare” (p. 17).

sabato 2 novembre 2024

“La lancetta prese a sbucciare il medesimo secondo”

Carlo Giacobbi, Erbe d’esilio, peQuod 2024, collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto

recensione di AR 

Il verso posto a titolo di questa recensione è il primo della seconda terzina che troviamo a p. 47. Ecco i bellissimi versi che lo seguono: “e t’avvedesti il tempo fosse null’altro / se non qualità del sentire, menzogna della misura.”

La raccolta è disseminata di questi tocchi distesi (rari sono infatti i versi brevi, se non nei corsivi a inizio di ogni poesia-sezione) in bilico fra paradosso e aforisma che si insinuano come struggenti fotogrammi di un film à la Rohmer nelle pieghe sensibili delle nostre viscere con una leggerezza persistente. Certo ogni lettore reagisce a modo suo a un testo, specie se poetico; a me sono risultati particolarmente impressionanti (per restare ancora alla metafora fotografica) i seguenti passaggi: “Ti fu chiaro non ammettesse più rinvio l’abbraccio / della fioritura vasta delle ombre.” (p, 48); “La luna lucidava foglie di magnolie.” (p. 49); “I colli dei lampioni erano docce di luce sulla strada.” (p. 50); “La pagina arde mentre la si volta.” (p. 53); “Tu non sai delle cascate di luce che immagino / nei cieli, della gloria di polle luminose” (p. 62); “Ma cova in noi sepolto un urlo: devi esistere devi” (p. 73); “eccezione l’esistere / o la sua estinzione?” (p. 76); “Ma l’esistere in parentesi – come tu dici – / tra nulla e nulla non mi basta.” (p. 79).

I lacerti qui sopra credo possano dare un’idea  dello stile pregnante e senz’altro socratico (per le stimolanti questioni che pone) di Carlo Giacobbi: in queste poesie-sezioni che vanno dalla XIII alla XXIV “in ideale continuazione con Abitare il transito” (p. 7) davvero constatiamo che “più a pensarla più s’affina / la radice dell’ignoto” (p. 10), “che il solco pensa il seme / (…) / ché accogliere / è svelamento di lacuna” (p. 16).

Desidero infine lasciare a chi legge questa immaginifica ed emozionante pittura-domanda (p. 29): 

“Che dire della transumanza delle nuvole
spumose di sole nell’azzurro; del loro pascolo lieto
degli shanghai di luce filtranti tra le chiome

quasi liberati dal pugno appena schiuso di Dio?”

Forse la natura (e noi in essa) è la pulsante nostalgia dell’eternità?  

sabato 18 maggio 2024

“Ma prendiamoci le mani, oltrepassiamoci.”

Valentino Fossati, Perché saranno neve, peQuod 2024, postfazione di Alfredo Rienzi

recensione di AR



Il verso posto a titolo di questa recensione si trova alla fine del libro (Biglietto ad un amico per capodanno, p. 97). Abbiamo a che fare con un’opera tagliata da lame di luce che – come ben suggerisce Alfredo Rienzi – non temono di agire chirurgicamente e in profondità nel magma oscuro e al contempo fecondo dei nostri desideri, delle nostre pulsioni, delle nostre ferite. Una narrazione smembrata, impegnativa e dal ritmo incalzante e suadente percorre le pagine. 
Da Interludio (p. 91): “O le ossa nelle teche sparpagliate secche / urne, ceneri, neve sporca dissolta / (…) / saranno forse ricomposte / come faranno a risorgere?”
Da La vicenda (p. 89): “in quell’istante esatto // chi ti ha tenuto madre // cosa hai veduto, chi ti ha consolato”. 
A p. 73: “si affollano a tarda notte / dietro le pietre i morti // e si rincorrono, poi // si richiamano // si destano.”
A p. 65: “correremo // invocheremo la notte // mai risorti torneremo a casa.”

I versi di questo “pezzo” di teatro (Perché saranno neve credo avrebbe un’ottima resa sul palcoscenico)  compongono uno spartito spiazzante. Le parole si rincorrono e sono disposte variamente sulla pagina, non di rado fra parentesi o in corsivo. Ci sono dialoghi in cui il poeta/narratore pare scindersi, dislocarsi, dare voci a protagonisti diversi o a sé stesso in momenti fra loro lontani, facendo riferimento a tempi storici frammentati dove i ricordi irrompono nell’oggi, l’infanzia rivive nell’età adulta (ciò che dona agli eventi un coloritura drammatica, teatrale, dove che legge, più che all’ascolto è invitato sul palco, quasi a far parte di un coro).
Si tratta dunque di un testo provocante (anche nel senso etimologico di richiamare l’attenzione), che è consigliabile affrontare con umiltà, senza la pretesa di capire tutto e subito: “Anche lui, senza fede / sospettò // ecco il valico // disse // inaspettato – // sarà questo la carezza di Dio.” (p. 55); “visse l’ultimo / come un giorno d’infanzia” (p. 52); “Sapevi la potenza del mai?” (p. 40); “Il sogno il bambino     (torturato) / cancellato cenere.” (p. 33); “Dio è lì / (dissero) / nel dormiveglia.” (p. 28).
Lasciamoci allora trasportare dal flusso musicale della narrazione, delle scene che si succedono, si intersecano, si confondono fra loro e persino con le nostre, con i nostri pezzi di vita che certo vengono sollecitati ad uscire dagli angoli polverosi in cui, magari per non esserne troppo inquietati, li abbiamo un po‘ nascosti: “La strada in campagna // (sorci) // tempo dell’accoglienza / il più intimo mio // denudato // eccomi.” (p. 25).

venerdì 10 gennaio 2025

Senza amore non c’è vita

Adamo Antonacci e Massimiliano Bardotti, Il privilegio dei vivi. Conversazioni sulla morte e sul morire, Eretica Edizioni 2024

recensione di AR





È un libro essenziale inteso sia nel senso della sobrietà e leggerezza calviniana che lo connota, che in quello di essere un testo fondamentale, per l’argomento che tratta e per la profondità intrisa del vissuto dei due autori con cui affronta il tema della morte. Scrive Adamo in poesia (p. 84): “Nel frequentare l’infinito del verso / frequento la mia stessa morte. / Acquisto dimestichezza con l’eterno.”
Gli fa eco a p. 94 Massimiliano: “Morte è tale, che se vorrai guardare / dentro di te, quando è entrata / vedrai l’eternità.”

Rispondendo a una domanda di Adamo sul corraggio dei primi cristiani, Massimiliano afferma (p. 76): “Quei cristiani lì ci sono ancora. Certo, ci vuole coraggio, ma tutti i grandi della storia  hanno avuto quel coraggio lì. E ci vuole coraggio per indagare la vita perché è un grande mistero, e appena cominci la prima cosa che incontri è il mistero di te stesso.”
Risalendo le pagine di questo avvincente dialogo, Adamo cita (p. 72) “Simone Weil quando dice: ‘Non è compito mio pensare a me stessa. Il mio compito è pensare a Dio. Spetta a Dio pensare a me’.”
A p. 68 Massimiliano, dopo aver citato Bergonzoni (“Non basta venire al mondo per essere nati.”), continua: “Ecco, credo che morire sia il privilegio dei vivi: per morire dobbiamo essere vivi. Ma noi siamo vivi?”
Precedentemente aveva confessato (p. 57): “Sono arrivato ad essere felice per alcuni miei fallimenti, che mi hanno obbligato, con grande dolore, a cambiare strada e a rinunciare a delle cose che credevo di volere, che credevo importanti per la mia realizzazione. Invece erano solo delle tentazioni che mi avrebbero deviato dal mio percorso.”
Poco prima (p. 55) troviamo questo passaggio: “… secondo me c’è una compenetrazione dei mondi in realtà, cioè il mondo invisibile è qui, non lo vediamo ma è qui. I nostri morti sono con noi, i santi sono con noi, gli angeli sono con noi…”. E ancora a p. 43: “Credo ci sia una intelligenza divina dietro alla creazione. E se è così, chi ci dice che noi non siamo i frammenti, le particelle di quel Dio che ha creato tutto?”
Sempre Massimiliano a p. 38 dichiara: “… la morte è un compimento totale, cioè, se l’uomo vive confrontandosi con l’idea della morte, non può che mettere in atto un desiderio profondo di fare delle cose grandi in un tempo limitato.”
E a p. 27: ”… che ne sappiamo che la vita non sia questo? Che la vita non faccia così anche con noi, che a volte ci assegni prove anche atroci e che ci appaiono insuperabili, ma che l’affrontare quelle prove sia esattamente la nostra salvezza?”

A p. 25 Massimiliano di dona questa stupenda definizione: ”Vivere è il tratto di strada che facciamo per crescere nell’amore!”

Siamo infine arrivati alla intensa prefazione di Valerio Grutt che mette in mano (p. 10) una chiave di lettura fondamentale: “C’è una corrente che regge l’opera, in tutti momenti e movimenti, queste pagine sono sostenute da qualcosa, potrebbe essere la fede, potremmo chiamarla così ma rischieremmo di non capirci, potrebbe essere la sincerità di un dialogo tra amici, ma non basta, non basterebbe, qui c’è una cosa più grande, una cosa di tutti, che non lascia sprofondare le parole nel bianco del foglio, è una corrente, una forza, questo libro è sostenuto dall’amore.”

Non posso che sottoscrivere e invitarti ad immergere i tuoi stessi occhi in questa rigenerante corrente.       


mercoledì 10 aprile 2024

“La vita / è fuori tempo.”: Il corpo libero di Doris.


recensione di AR



Il distico che intitola questa recensione è tratto dalla poesia In paese (p. 39) e offre una interessante chiave “musicale” per entrare in questi esercizi
Marina Maggi nella sua bella e perspicua Prefazione (p. 12) osserva che “la poesia prova a costruire fragili tradimenti, immagini sublimate contro gli specchi, (…) [Doris] segue le tracce di una visione fuggita, scivola sulla pagina come una lucertola”. Una precisa istantanea di questa raccolta che si apre con la sezionei “IERI. Come le rondini al cielo” dove Bellomusto si confessa dicendoci: “La luna / mi basta dimezzata.” (La perifrastica attiva, p. 15); “si vive di ciò che resta / dopo tutto l’oblio.” (Il resto, p. 21); “Mio figlio / non è / mio. / Devo scriverlo per ricordarlo / al mio cuore / avido.” (Come le rondini al cielo, p. 35); “Goccia d’acqua / stesa al vento / aspetto che il sole / mi asciughi.” (Giorni così, p. 36).
La sezione successiva – “OGGI. Come lucertola al sole” – ci immerge nella quotidianità poetica ed esistenziale della poetessa: “Se mi cercate, / sono nascosta / fra le lettere del mio nome.” (L’ora delle cose impossibili, p. 48); “Sono l’ago e il filo dei miei giorni” (Le parole, p. 51); “ho imparato a pregare / ogni muta creatura” (Al vento di maestrale, p. 54); “Guardo la terra da qui / e so di non esistere.” (Astolfo sulla luna, p. 57); “Stasera sto / seduta sulle cose di sempre / come sta il corvo / appeso al ramo.” (Un brindisi, p. 59).
Se la vita a volte ci sembra ”solo una rete / intrecciata a ruggine e cielo” (Dal mio giardino, p. 64), o “la sottrazione di tutto il tempo futuro / che la mia età non sa contenere.” (Nostalgia del presente, p. 66); se “L’amore quando è stanco / mangia il tempo, / sbriciola le ore in minuti / e li divora ingordo / arreso al morso amaro / della fretta.” (Cosa fa l’amore quando è stanco?, p. 76, notare i due splendidi endecasillabi spezzati che aprono e chiudono la citazione)… immergerci nei versi di Doris ci aiuta a calibrare i giorni con un cuore che “… non conosce / il suo nome / né il mio. / Arreso al mio sangue / altro non vuole / che una carezza.” (Cuore, p. 101).
I poeti come Doris sanno trovare la bellezza nascosta nelle crepe insondabili nelle domande senza risposta e sanno rianimare i nostri cuori quando sconvolti e disperati si trasformano in “un chiodo nel petto” (ivi).