“Uno è benedizione, candore di corpi / inebriati d'amore.”

Massimiliano Bardotti, La terra e la radice, puntoacapo 2021

recensione di AR


Non sono pochi i punti di contatto fra questa raccolta di Massimiliano e quella di Marzia Biondi di cui ho parlato recentemente: un amore necessario per la poesia (“Frantumarsi in una terra detta poesia / e null’altro desiderare.”, p. 64), una ricerca appassionata di Dio (non possiamo “sentirci privi del bisogno primordiale / d’essere amati, d’essere perdonati”, p. 113) e del suo Spirito (“Tu sei la morte della morte”, p. 95), un accogliere la vita, i fratelli/sorelle e, francescanamente, la stessa morte (“… grazie, sorella mia, grazie / per tutto questo tempo regalato / sono sempre stato tuo, fin dal principio.”, p. 118) come un dono misterioso e impegnativo, ricolmo di prove (”nessun è escluso dal dolore”, p. 15), di strappi, angosce (“… mi svegliavo senza futuro. / (…) / Avevo allora terrore di essere nato.”, p. 21) e cadute… eppure intriso di un profondo insondabile senso che profuma di bellezza e bontà, cioè di amore (coniugale, amicale, fraterno, mistico…). Ho scelto come titolo di questi spunti di lettura due versi tratti dalla poesia a p. 14 che apre questo intenso racconto in versi. Uno è ovviamente l’Echàd, l’Unico del Dio d’Israele. La poesia successiva (p. 15) si chiude con il distico: “Eccoti ora, nel viaggio che tocca l’eterno / dentro l’attimo che il tempo infinisce.”

Il tempo del nostro esistere sappiamo che è limitato, eppure la vita è il viaggio in cui ogni momento che ci è dato può proiettarsi nell’eternità, rendendo infinito ogni nostro gesto amante: ogni attimo di condivisione gratuita ci proietta oltre la siepe leopardiana nel non-tempo oltre misura, in “un sempre che non teme mutamenti” (p. 30).

Bardotti ha il dono di stendere versi celesti sul filo del rasoio, così che le sue parole risultano spesso sul punto di essere tagliate, e allora devono essere calibrate, esatte, pneumatiche, avere la consistenza della realtà e la leggerezza assoluta dell’ultimo alito di vita: “Siamo un impasto di polvere e amore / e alla fine si separa l’impasto: / la polvere torna alla polvere. // L’amore all’amore.” (p. 49); “Padre mio benedici questo tempo ch’è trascorso / tra il venire in vita e l’esser morto / (…) / Abbi pietà di questa resa del corpo / che non trattiene più parola, la disperde / seme della gioia, in attesa d’una nuova fioritura.” (p. 57).

Scrive Alessandra Paganardi nella immersiva Prefazione (p. 6): “Pare che l’intento del poeta, nella sua incessante migrazione tra poesia e preghiera, sia quello di realizzare una scriptio continua dell’anima (…). La parola torna ad essere cibo spirituale e insieme energia da comunicare al mondo, come lo è stata per Francesco d’Assisi, per i pellegrini russi e per i grandi mistici (…)”. Non possiamo che sottoscrivere con entusiamsmo.

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