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mercoledì 19 marzo 2025

“… tornate ad amare il mondo morente / trovate la fede.”

Tamara Vitan, La salvezza compie passi piccoli, peQuod 2025, collana Portosepolto, prefazione di Anna Maria Tamburini, volume a cura di Massimiliano Bardotti

recensione di AR


Il distico nel titolo di questa recensione chiude un’ampia poesia (pp. 79-81) che si apre così: “Tacete / oh, voi pensieri che la mente intorpidite. / Che arrivi alle lettere il silenzio, anestesia di parole, / che taccia il cuore fattosi campana / il suono vibrante di ferro a morte risuona.

Qualche pagina prima (72) la poetessa italo-rumena ci invita a “deporre i fardelli / ai piedi della croce. // La salvezza compie passi piccoli.”

Quest’ultimo verso, eponimo della raccolta, è carico di umanità: in fondo la misericordia di Dio si manifesta nella quotidianità, rispetta i nostri tempi, non ci obbliga e sempre ci perdona.

Tamara non teme di stare sulla soglia, accanto a chi sta per varcarla: anzi pare quasi mettere un piede nell’oltre, sporgere una mano di saluto a chi ormai ci ha lasciato: “Ti aspetterà qualcuno di là, ne sono certa. Diciamo che ad un certo punto io ti lascerò la mano e qualcos’altro la prenderà.” (p. 32); “Quelle lacrime sacre che stai versando dentro al corpo ti aiuteranno ad attraversare i confini.” (p. 37);  “Chiudo gli occhi per sempre. / Si fa certezza il volo.” (p. 59). C’è tanta vita in queste pagine che ci aiutano a fare i conti con sorella morte con uno sguardo pieno stupore e gratitudine per quanto di bello ci circonda: “Ce lo dovevano dire gli dei: / fluttuare invece che vivere è meno doloroso. // Ma i fiori sul davanzale / valgono la luce di uno sguardo / e se chiudo gli occhi e li riapro / i petali spuntano nel cuore.” (p. 95); “Come vanno stanotte le nuvole / veloci nel cielo che non vedo. / Potessero cadermi dentro agli occhi / il mio povero cuore / diventare mare.” (p. 67); “Non indugiare sul bordo del precipizio / la vista si abitua agli abissi. // L’aquila si avvicina alla terra / per contemplare la sua ombra. // Fai anche tu nido nel cielo.” (p. 64); “Anche se la nostalgia / invade ancora la mente / allontana ciò che non serve” (p. 62).

Nella prima parte del libro, quasi un diario poetico senza accapo intitolato “Lettere a un’amica”, Tamara si rivolge a un tu con parole che si fanno strada in noi con una dolcezza imperativa: “Insegnami tu come si fa a lasciare andare il corpo, il respiro, i sentimenti.” (p. 16); “E forse, dico forse, quando si spezza il fiato magari qualcos’altro prenderà il suo posto.” (p. 17); “Secondo me la luce sente quando qualcuno ha bisogno.” (p. 21); “C’è una voce dentro ognuno di noi, anzi ce ne sono due! Devi trovare quella giusta! Sono come i fili di un detonatore.” (p. 23); “Quando penso ai tuoi pensieri, cerco a volte di diventare parte di essi, per alleggerire la tua mente.” (p. 30).

Schermi, sipari, paraventi perdono di consistenza, sono fiato smascherato e così ci troviamo nudi davanti a questo flusso di immagini che ci preparano al salto che più ci fa paura, tanto che a volte ci inquieta persino abbandonarci al sonno perché non abbiamo la certezza matematica di risvegliarci o, se anche ci risvegliassimo in un’altra dimensione, non abbiamo garanzie di avere memoria di noi stessi, dei nostri incontri, di quanto questo nostro corpo ha attraversato: la paura più grande è forse quella di svanire, di esalare un fiato che non sa chi è, di lasciare un corpo pronto a una disgregazione inconsapevole. Ci vuole fede, e la fede richiede umiltà, perseveranza, accoglienza di un mistero: “Adesso so che non tornerò tra i mortali / che rimarrò a cercare ancora stelle. / Questo desiderio immutabile / di afferrare quei lembi illuminati e misteriosi, / tiene viva in me l’eternità.” (p. 90)

Siamo tutti sballottati da situazioni mobili che ci trasportano dove non vorremmo andare, né tantomeno restare, ma l’evangelico rinnegamento di sé stessi ci invita a non temere di seguire con fiducia il Maestro e con lui diminuirà anche la paura di perderci, di venire schiacciati dagli eventi, di non ritrovarci più. Con questo atteggiamento “affidato”, Tamara scrive: “Generiamo pensieri che fioriscono da un’altra parte del pianeta.” (p. 42); “A volte penso che il nostro dolore faccia commuovere le nuvole fino alle lacrime. Forse piove con amore.” (p. 44).

giovedì 12 giugno 2025

“Un cuore alla volta.”

Massimiliano Bardotti, A noi basti la gioia di cantare, peQuod 2025

recensione di AR



Lo spirito di Massimiliano è quello di un poeta autentico, sa riempire con umiltà il proprio otre magari in qualche punto crepato e poi cicatrizzato, certamente vissuto, e far uscire dalla canna della zampogna parole di verità, di compassione capaci di comprendere, di farsi accanto, di accogliere. Alla fine (pp. 103-104) di questo libro di versi e confessioni dagli echi agostiniani, Daniele Mencarelli scrive: “… Bardotti indica all’uomo (…) l’unica grande rivoluzione che cambierà la Storia. La rivoluzione dello Spirito. L’uomo ricollocato dentro la sua anima.”

Ho scelto come titolo di questa recensione un passaggio incastonato a p. 99: “Io vi auguro di salvare il mondo. Una vita alla volta. Un cuore alla volta. Cominciando dal vostro.”

Un augurio folgorante, splendidamente impegnativo.

Qualche pagina prima (97) troviamo: “Benedirò le ferite aperte e ogni cicatrice. (…) Siamo una storia intagliata nella carne e nello spirito.”

E a p. 89: “Sono circondato da una bellezza inesorabile. (…) Scopro che la morte è la mia malinconia.”

Ancora prima (p. 82): “Non sappiamo più dare nomi alle cose che ci spaventano e preferiamo non nominarle per paura che ci inghiottano.”

Massimiliano ci ricorda: che la vita è occasione per “pregare incessantemente. Se ogni respiro diventa preghiera si può.” (p. 81) ; che “come l’ape resta fedele alla vocazione del miele, senza perché; così la donna e l’uomo sulla terra, sono chiamati a vivere.” (p. 78); che “il futuro avrà gli occhi delle nostre madri, quando ci tenevano nel grembo” (p. 73); che “Quando nasce una nuova amicizia, il costato del Salvatore, per un breve minuscolo istante, smette di sanguinare.” (p. 64); che la memoria è “antico scrigno delle ore, dove quel che è già avvenuto resiste, ovvero esiste ancora” (p. 53); che “È forse già essere salvi / abitare il cuore degli altri / per accoglienza.” (p. 44); che “canta la pietra, che nel tempo si consuma ma continua a cantare ed è di quel canto che si consuma.” (p. 33); che “ho letto una poesia e ho creduto / per un attimo davvero ho creduto / di essere salvo.” (p. 24).

Il poeta di Castelfiorentino si mette a nudo naufragando nell’amore: “Perdono chiedo al mondo / per ogni volta che ho guardato /senza avere negli occhi la bellezza.” (p. 21).

Il titolo di questa raccolta declina al plurale un auspicio di Turoldo che troviamo in esergo: … a me basti la gioia cantare.

È una scultura spirituale, quest’opera di Massimiliano, un dono prezioso. Condivido le parole che concludono la Prefazione di Guidalberto Bormolini (p. 11): “Bardotti ci mostra, così, come la morte sia inscindibilmente abbracciata con la resurrezione, come possa, per ognuno di noi, diventare qualcosa di meraviglioso: il momento dell’abbraccio con l’Infinito.”

lunedì 31 marzo 2025

“Ciò che tu taci / il tuo passo dice”

Daniele Giustolisi, La condizione dell’orma, peQUod 2025, Collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto 

recensione di AR


“Orma” è parola a me cara, ricorre in vari miei scritti assieme a “tracce” che le è affine. Alla stessa area semantica appartiene la parola “impronta”, che mi rimanda allo splendido prologo della Lettera agli Ebrei; così ne parla il domenicano Padre Angelo: “… impronta in greco si dice karactér e significa immagine scolpita o espressa. Ora come l’impronta lasciata da un sigillo rappresenta in tutti i particolari l’immagine che è scolpita nel sigillo, così il Figlio di Dio, essendo impronta sostanziale del Padre, ha in sé la natura e le stesse perfezioni del Padre, è l’immagine perfetta e consostanziale del Padre.”
Ora, questa raccolta di Daniele Giustolisi già dal titolo mi ha catturato e poi si è insinuata in me con provocante dolcezza. Si parla di amicizia, di luoghi, di incontri, di amore sponsale e paterno, di passi (“ricercavo nell’aria una sola parola che fosse in fondo al tuo silenzio, guardare la forma dei tuoi passi, la loro risposta al mondo”, Taccuino XI a p. 140) di panorami… e forse tutto questo è espressione/traccia/segnale di Altro.
Nella Nota finale (p. 143) trovo scritto: “La condizione dell’orma (…) include il passaggio irripetibile di ogni uomo sulla terra, di cui l’orma è breve traccia (…)”.
Il distico che ho scelto come titolo di questa recensione apre la poesia a p. 139 e fa riecheggiare in me un mare di cose, avendo io praticato per decenni lo scautismo. E pure la “freccia” (altra parola che amo) che trovo a p. 133: “la freccia ancora in volo / non batterà il tuono del tempo, / ma la visione non muore.”
Risalendo a p. 130 trovo questi icastici versi in corsivo a fondo pagina: “Non perché, / ma per chi. / Tutto il resto precipita, / coro inudibile di nuvole.
Immagine che trovo vertiginosamente bella, sintesi di un modus vivendi sapiente.
Del resto concordo assolutamente con Daniele quando dice: “Bellezza del volto / che porti tutti i nostri anni.” (p. 99); o “Come è stato breve sostare / impreparati nel taglio dell’onda, / l’imprecisa orma che cede, / l’ora che non difende né più trasforma.” (p. 91).
La sua è una poetica della nostalgia attiva: i ricordi non generano malinconie stagnanti, ma immagini che sottolineano il nostro divenire e quindi conservano un dinamismo propositivo. Nel Taccuino VI (p. 89) Daniele ci dona un trailer fantastico, un microfilm che ci traporta: “… ti ho baciata sulla guancia e custodita con lo sguardo fino a dove potevo, fino a dove all’improvviso non sei più stata, chiusa tra la folla e il mare che in lontananza spingeva altrove le sue isole.”
Oltre alle nuvole e al mare sono in effetti onnipresenti correlativi oggettivi mobili, fluenti, in cammino. Vivere, lo sappiamo, è continuare ad essere, che non vuol dire continuare a stare, immobili, come statue (ovvero essere dei viventi già morti e sepolti). Nella sezione eponima trovo, a p. 78, questi versi: “Piano scomparirà / nella luce bassa di Ponente, / nell’onda che passa / come una mano / che mentre ama cancella.”  
Dalla sezione «Garza tra le case»: “Tutta la storia della casa / è questa pietra che della luce / salva il calore. / Movimento della lontananza / che ritorna, leggero, / senza più rumore.” (p. 42); “E noi giù, nel gioco tentato. / L’essere stati nel vento / una corsa sola.” (p. 42). 
Per concludere questa veloce e un po’ ventosa rapsodia, estraggo dalla prima sezione – «Dove esiste già la tua rosa» dedicata A Diana che arriva – questa emozionante, paterna confessione: “Non le parole, non l’inganno / di una lingua tentata // ma questi mei pochi passi per te / sfiancati, bucati di terra, / fiato che nella nebbia si dilata.” (p. 10).
Le orme sono tracce di un movimento che ha impresso il suo passaggio con un peso “variabile” in una materia più o meno solida e per un tempo più o meno labile. Le parole sono orme sonore che il canto di Daniele imprime nei nostri cuori in nicchie capaci di conservarle, come quelle in cui si raccolgono le nostre più intense emozioni.

domenica 31 agosto 2025

“e ci si chiede se soccorrere barconi”

Luca Ariano e Carmine De Falco, I naufraganti, Industria & Letteratura 2025

recensione di AR



Come scrive Giuseppe Andrea Liberti nell’Avviso ai naufraganti che chiude il questo poema a quattro mani, viviamo “un presente che più si presenta rapido e inafferrabile tanto più appare immobile e sempre identico a a sé stesso (…) è ancora fatto di guerre, stermini, bombardamenti (…). Guerre di ieri e di oggi segnano le poesie del libro (…). In fondo il mare nel quale si sta naufragando tocca tanti Paesi, tutti attraversati dagli stessi drammi; proprio questa condizione, però, lascia aperto lo spiraglio di un approdo. Si tratta di correrre alle scialuppe: ricordando che, per raggiungere la riva, bisogna remare tutti assieme.” (pp. 60 e 63). In effetti l’uso del participio presente, che riecheggia la precedente collaborazione dei Nostri (cfr. I resistenti, Edizioni d’If 2012), rivela una certa speranza: il naufragio è in atto, vi siamo immarsi, ma possiamo raggiungere la riva se recuperiamo umanità, attenzione, solidarietà. Già l’esergo gramsciano alla racclta ci avverte che L’indifferenza è il peso morto della storia, e gli Autori nella Introduzione (p. 6) scrivono: “… l’implosione finale delle ideologie, e l’esplosione dell’intelligenza artificiale, sempre più abile veicolo di di generazione di prodotti culturali, ci proiettano in un nuovo status di naufraganti in una terra di mezzo tempestosa, dove diventa anche difficile condividere opinioni ed idee, intravedere approdi.”

L’opera ci si presenta come una serie di quadri coesa e frammentata al tempo stesso (sia in senso diacronico che sintattico) e il messaggio, pur essendo carico del vissuto e dei punti di vista di Luca e Carmine, assume una forma poematica sobria nello stile ma semanticamente molteplice, dislocata in vari momenti storici (per lo più del secolo breve e di quello che stiamo attraversando) e soggetta a varie angolazioni e rifrazioni. Alcuni esempi:

(…)
la bolla che esplode la ruota
che gira non prima, la droga, il sogno,
l’airone, non scordarti mai, il giorno primo,
una volta fa male, la prima marchetta,
costretto in appartamento, il buio
il silenzio, la gente che canta. Vuoto l’immenso
la guerra che prima la vedi, diretta
in tv, il fumo, la droga, il sonno, l’airone.
per alcuni la prima e ultima è volta.
(p. 8)


Le sirene non sanno nuotare. Non è a Copenaghen che Julia
festeggia il suo compleanno. Padri fuggiti con riluttanza,
quasi aspettassero ineluttabile
un sovietico ritorno. La gente si accalca e non c’è
epidemia nell’ammasso. Solo muta
è la voce di un bimbo che strilla
sotto corpi stipati. È questo
il millennio immaginato?
A volte non vediamo la luce, oppure è cattiveria che nuoce. (p. 10)


L’ultima neve, qui sulle alpi e non c’era
nessuno a guardarla cadere. L’ultima
non si sa mai se lo sia. Ce n’è traccia
su satelliti che girano in tondo
stratificando di peso
ogni millimetro d’aria, spargendo servizi
utilissimi o segreti, ridicolo
appare quel vecchio, che prega
al biancore che fu.
(p. 15)


Il conto delle ore, dei minuti scorre
in una vita, nel profumo di candele,
fiori freschi e cenere da preservare
in un’urna di parole.
Torneranno le lacrime nelle notti
e parranno passi di spettri,
preghiere alle luci dell’alba:
un bimbo da crescere, abbracci
lunghi il tempo breve di baci serali.
(p. 23)


(…)
e ci si chiede se soccorrere barconi
o lasciarli sprofondare nel lavoro
malcelato del mare. Quanti corpi
troveranno gli esploratori tra mille
anni lì tra il mare di Sicilia
e il Nord Africa, tra Marocco e Spagna (…)
(p. 26)


Fattori che s’uniscono nefasti
screzian giunture, i tremolii reumatici.
Il dazio che immunizza il tuo sistema,

finché le cellule memoria avranno.
È quando ci scordiamo della storia
che siamo condannati ad ogni aggravio.
(p. 47)

(…)
riprenderai coscienza solamente
un attimo per allontanarti (e maledire)
ora del tutto da quei mondi
di paure e guerre fredde mentre
il sangue vero vola e viola
liquido sparso consistente e caldo
a rivelare definitivamente la prova
d’essere irrinunciabilmente sé stessi.
(p. 53)

Il poema si conclude con i versi qui sotto. Sono immagini che ci scuotono e ci dicono che siamo responsabili nel nostro (personale e partecipato) quotidiano. Ci è chiesto di uscire da una letargia che lascia spazio alla violenza, alla forza, alla indifferenza, alla omologazione. La memoria va coltivata, le grida di dolore vanno accolte, l’empatia va messa in atto. La campana suona anche per noi:


La gusti nella scarsità
delle vivande, nel sapore di una sete viscerale,
che resta sulla lingua per ore.
La tocchi nelle mani lievi e tremanti
che pesano macigni di orrore
(sensazione inumana di non essere
più capaci di misurare le cose)
Seduta sulle terrazze, vecchia vicina di casa
durante l’assedio è la morte.
(p. 55)

venerdì 9 maggio 2025

“provo a tirar su il peso del buio”

Leda Erente, Questa notte non posso aprire gli occhi, Firenze Libri 2025, Collana “Fuori Stagione”, Prefazione di Massimiliano Bardotti

recensione di AR



“Una falce di luna trebbia un campo di stelle.”: così si chiude la poesia a p. 85, inserita in “Partitura d’ombra”, l’ultima sezione della raccolta.
Risalgo alla sezione precedente “Al levar del grano”, da cui estraggo i seguenti versi: “La verità si legge tra le ombre.” (p. 77); “Ho inciso un solco / per ricever come pioggia / le tue parole e farle scorrere nel mondo. / (…) / hanno la gravità del seme quando cade con fede” (p. 64): “La luna funambola sale sui tralicci / il sole corre via a piè di lepre / si ferma ad annusare un croco prima di cadere. / L’ultimo raggio bruca ancora l’erba / sotto una foglia trova riparo.” (p. 56); “Diverge dal mondo lo sguardo straniero / scava nel cielo / un’altra dimora. // Questa notte non posso aprire gli occhi.” (p. 55).
Dalla seconda sezione “Tutta la notte ho bussato”, mi piace citare quanto segue: “Nel punto di sutura tra terra e cielo / convergono voci e passi danzanti.” (p. 50); “Quando ti percepiamo / le cime si donano allo sguardo / le ragnatele tra gli arbusti / pesano il sole appena sorto. / Tienimi il cuore nel risveglio / quel giorno ti riconoscerò / nella parte migliore di me.” (p. 48); “La primavera è un margine / i rovesci rendono fertili i confini.” (p. 45); “Nel fuolto suono / di usignoli e rospi, / appunto il mio verso tra sotellazioni e sguardi.” (p. 44); “Sollevo i lembi del mio essere, / li annodo come un fagotto. / Prendo in prestito una lettera dai nostri nomi / come amuleto per il viaggio.” (p. 42, che sia la lettera D?). Ripropongo integralmente la poesia che apre questa sezione (p. 35):

Occhi piombano come secchi
nel pozzo della notte.
Con le corde provo a tirar su il peso del buio
insieme all’acqua dei sogni. 

Prima arrivare alla sezione incipitaria intitolata suggestivamente “È un campo di lucciole il mare”, desidero condividere alcune impressioni. Questo libro di Leda profuma di immagini sorprendenti, ricche di ossimori. Gli elementi naturali, la materia e lo spirito, l’alto e il basso, i ricordi e il presente sono sempre strettamente interconnessi, lo sappiamo. Eppure a noi pellegrini a tempo nel mondo non sempre le connessioni risultano facili da individuare, decifrare. Allora il poeta ci aiuta. Ci fa vedere fili dell’intreccio che altrimenti ci sfuggono. Sì, il poeta è un connettore di polarità, sa illuminare le fibre nascoste dell’anima e dare senso a quelle visibili e magari dolorose della carne. Certamente la poetessa fiorentina è una voce che arriva, sa gettare ponti brevissimi fra sponde a distanze siderali. Non è dunque casuale la citazione iniziale di Angelus Silesius e quelle di un altro mistico come Rumi che introducono le sezioni successive.
Come promesso, vi lascio con questi stralci dalle prime pagine che ci fanno aprire gli occhi sulle profondità da sgorgano le nostre preghiere più intime: “Nel resouri raspante del sole / sulla terra di mezzogiorno / si sposta il poeta.” (p. 28); “Mi aggrappo al colletto del sole, / che sgomita tra le nuvole, / affondo in un distico di grazia.”; “Un temporale è il pasto frugale della sera / che cade in groppa al mare.” (p. 24); “Abito la pelle come una veste al contrario. / Con ritagli di infanzia l’ho ricucita.” (p. 23); “mi farò ciotola per raccogliere il tuo verso / e risuonare nel vento.” (p. 20); “In un osso di piuma dimora l’essenza di un albero” (p. 19).

Un libro umilmente prezioso, ricco di ombre, di suoni, di bagliori: Leda non teme di navigare l’abisso e si affida.  


mercoledì 12 novembre 2025

“un imprevisto nella retina”

Massimiliano Mandorlo, Almadìra, peQuod 2025, collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto e Massimiliano Bardotti, nota introduttiva di Mons. Franco Buzzi

recensione di AR



È un bel viaggio navigare Almadìra che raccoglie flash del cammino poetico, emozionale ed esistenziale di Massimiliano. Questi biglietti ci si “attaccano” addosso con particolare adesione quando i riferimenti letterari, topografici, filosofici, emotivi trovano in noi un fuliminea corrispondenza.  

Parto da un lacerto che si trova a p. 73 sotto il titolo Dentro il canto nascosto che noi siamo, parole cui mi mi trovo rispecchiato: “La poesia sta ai margini del pensiero e della lingua, non appartiene veramente a nessuno perché è libera, randagia, è un movimento dello spirito, dell’occhio spalancato alla visione.”

A p. 67 troviamo il brano intitolato Elỳtis: “Opporre al neocerebralismo di molta poesia contemporanea la luce infuocata della Grecia di Elỳtis. Trasparenza come capacità di vedere attraverso le cose e la lingua, come un prisma. Luminosa potenza del pensiero mediterraneo.”

A pagina 61, Inferno III, si parla di speranza “come un fiume carsico, segreto, invincibile. La mano di Cristo sfolgorante nelle icone bizantine che di afferra dalle profondità della terra. Discesa e risalita. Chiavistelli spezzati. Porte scardinate. Anastasis.”

Riproduco qui sotto una icona che visualizza il passaggio qui sopra.



A p. 53 Massimiliano afferma: “Una finestra è lo spazio che si apre nella superficie del già conosciuto, un imprevisto nella retina, una possibilità di visione.”

In Nativitas (p. 51) anche noi con lui ci chiediamo: “Cavato da quale buia profondità viene questo grumo di muscoli e ossa, piccola cellula esplosa?”

Nella pagina precedente, sotto il titolo Klontzas, vediamo che: “Demoni color carbone cercano di spingere verso il basso le bilance dell’arcangelo Michele.”


In questo video troviamo (mi pare) alle spalle di Massimiliano il Crocifisso giallo (p. 49) “di Manuela Tonini che mi ha accompagnato per tutto questo tempo. La testa di Cristo reclinata violentemente sulla sinistra, la testa esplosa in un fascio di luce bianca, albume e materia.”

Sotto il titolo Congdon (p. 47) ci viene donata una abbagliante citazione: “Scrive N. Shepherdson the art is to destroy clarity with more clarity.

E a p. 25, Hidden Life (Malick): “Che ne sa il potere della vita maestosa dei fiumi, delle pareti verticali di roccia, del vento che ondeggia tra le spighe? Così come la vera vita è libera anche l’arte soffia dallo spirito.”

Sì perché lo Spirito soffia dove vuole, benché questo mondo sia così aggredito, asediato dal male (v. a p. 39): “Ecco Hebron con l’occhio delle telecamere che ti spia oltre la rete di immondizie, città di Abramo, città sventrata tra moschea e sinagoga, mentre un cecchino ti aspetta col mitra puntato come un grido d’allarme venuto dall’aldilà.” 

Affascinanti le “cartoline” dai luoghi visitati, ad esempio Genova (p. 33): “C’è qualcosa di verticale, di aspro e roccioso in questa città di porti e crêuze. (…) Come se nel mare precipitasse l’odore inerte e affilato delle montagne, la durezza della pietra.”

Come un pellegrino che deve guadare un fiume saltellando da una pietra all’altra poco sopra il pelo della corrente, ho saltellato con gioia e apprensione fra queste pagine dove è bello inoltrarsi con “gli scarponi infangati e lo zaino di Chatwin” (p. 13), sapendo che “C’è una crepa, una frattura nelle cose e c’è un momento esatto per entrare in quel punto incandescente con lo sguardo incendiato degli umili e dei santi” (p. 19) e che “La poesia e un viaggio incendiato verso la trasparenza” (p. 22).

domenica 16 agosto 2026

“sono compasso e lama di rasoio”

introduzione di Alessandro Fo
con uno scritto di Elisabetta Olobardi
e una riflessione sulla poesia di Fornaretto Vieri
Betti Editrice 2025

recensione di AR


Ogni momento ha un seme di assoluto / che niente veramente può scalfire, / né può essere inganno questa vita: / in parte o in tutto al nulla consegnata / sarebbe un dono tolto quando ancora / ci è offerto, dall’inizio; ed è miracolo, / pegno di una valenza, che è infinita.” (Punctum temporis, p. 228)

Inizio questa recensione con versi che mi sembrano una fondamentale chiave di accesso alla poetica che informa questo ponderoso tomo di endecasillabi che registra gli eventi salienti del vissuto, del sentire, del pensare (”c’è una bellezza propria del pensiero, / luce che è potenza d’intuizione”, p. 173), dello stare al mondo con i piedi per terra (”Prova sempre la storia ad insegnarci, / ma non riesce ad essere ascoltata”, p. 145) eppure con lo sguardo attento all’Oltre di Fornaretto. 

Il gesso o un carbone bianco venivano impiegati per indicare un fatto memorabile o una lieta sorpresa e in questo libro è una antologia di situazioni, sentimenti, meditazioni, ricordi, considerazioni, rimpianti, preghiere… che riflettono con onestà gli entusiasmi, le passioni, le relazioni (a volte non completamente riuscite) del Nostro: “… cerco la mia immagine / e a tratti non la trovo, ché gran parte / del mio me se n’è andata, ed è già altrove.” (Il divieto III, p. 110); “Ora solo è tristezza, e non c’è uscita, / solitudine ovunque sul mio mare.” (Quel punto archimedeo che si è smarrito, p. 102); “vale ben tutto intero il mio dolore / sol quel poco di te che ho amato e inteso.” (Nelle ore della notte I, p. 100); “non son saggio, non lo son mai stato, / dei consiglio fo saggia collezione, / ma poi non li so spendere, sbadato.” (La sorte dei consigli I, p. 98). 

Il suo, di Fornaretto, è anche un viaggio nella poesia (italiana e non solo), un amabile gioco per l’uso di parole desuete e rare, le rime e i rimandi più o meno espliciti ai grandi poeti antichi e contemporanei, che creano vigorosi effetti immaginifici e risonanze visive sostenute da allitterazioni dai rimandi ancestrali: “Dentro pubbliche maschere celato / l’ego trova il suo spazio di manovra, / nel vuoto suo centripeto di piovra / onnivoro ghermisce le sue prede, / compatendo lo sciocco che non coglie / l’immediato vantaggio che pur scopra.” (Favole idiomatiche XIV, p. 53); “Non perdona il carbone: o tinge o brucia; / così la vita che ci passa dentro.” (Favole idiomatiche VI, p. 50) 

Traspare in queste pagine un approccio religioso/filosofico sempre in bilico fra uno scetticismo che ha bisogno di verifiche e una volontà di affidarsi a un Mistero che ci ama e ci dà energia per amare a nostra volta (se lo accogliamo): “Solo il futuro è aperto al nostro agire / e quando agiamo slitta nel passato / per la minima cruna che scompare, / non ha spazio nel tempo eppure intero / il tempo è  tutto accolto in quella cruna / che il passato proietta ed il futuro” (Il paradosso dell’impossibile presente II, p. 225); ”Sono sempre attirate le parole / dalle cose, l‘oscura calamita: / sono compasso e lama di rasoio, / che scontorna, dirime, che si spinge / confusamente a un dove che tracima / ben oltre l’orizzonte degli eventi” (Res et verba, p. 215); “Fiùtola si diceva la falena / per quel suo modo di fiutare il bordo / degli oggetti che timida avvicina.” (La fiùtola, p. 212).

Mi piace riprodurre integralmente la poesia Ierofanie (p. 202), perché fra le “confessioni” che costellano A carbon bianco è una numinosa parabola del poeta:

Lancia altissimo il grido nel suo volo,
immerso nell’azzurro e impercettibile,
il falco pellegrino come a esprimere
il diritto ad esistere e il mistero,
l’insondabile cuspide intangibile,
acuminata punta che si incide
nella compatta volta indefettibile,
impervia sopra l’uomo che la irride.

Concetti simili li troviamo anche in Derek Walcott VIII (p. 194): “Non si contiene il verso, si distende / con lo stesso respiro degli oceani, / frequenta gli orizzonti, li travalica, / eppur coglie il dettaglio, la pur minima / movenza ed incertezza della vita”.

Non sorprende l’amore per l’arte (del resto pressoché ineludibile per un poeta fiorentino) a cui è dedicata in partecolare la sezione ecfrastica “La forma ed il croma”, né l’onnipresente profumo delle Sacre Scritture: “È il perdono che suscita l’amore / e l’amore è motivo del perdono” (Maria Maddalena, p. 155); “Mio padre mi parlò la prima volta / di Abele il giusto e nella fantasia / mia di bambino parve che in quel nome / risuonasse il belato dell’agnello.” (Abele, pp. 35-36).

Un libro questo in cui l’esposizione del poeta è una finzione pessoana (dunque molto rivelatrice) in cui divertissement e autoironia si intrecciano con un umorismo tendente allo spleen e il desiderio di affidarsi a una Buona notizia ricca di misericordia (che è la forma più alta dell’amore): “Dentro un assorto muto immenso manto / tutto si allenta, nulla si rianima; / solo consola questo grigio affranto, / il calicanto, intenso come un’anima.” (Fiori d’inverno, p. 82); “guai al chierico che, nella sua fede, / non conosce la luce che conforta.” (Il sacro, p. 60); “Tutti ce ne andremo a mani vuote, / l’io se ne andrà via povero e nudo, / ma non ci lascia il noi che qui vivemmo, / i condivisi affetti, ed ogni gesto / che fu di compassione o fu di amore / non passerà, non sarà stato invano.” (Non invano, p. 45).

sabato 22 novembre 2025

“I pensieri hanno stagioni in cornice”

Antonio Spagnuolo, Dissolvenze e sussurri, la Valle del Tempo 2025

recensione di AR


Con una scrittura elegante, venata di ironia; con l’uso di immagini spesso ossimoriche, sensuali e avvolgenti, Antonio Spagnuolo ci dona una raccolta di ballate che riassumono una vita in quadri innervati da una matericità alla van Ghogh, quindi anche intensamente spirituale, perché il ricordo rimanda spesso a un oltre, al prenderci cura del prossimo, a leggere una realtà contraddittoria, devastata da conflitti, violenze (anche all’ecosistema), brutture e ingiustizie, ma anche costellata di bellezza, gesti di empatia e buone azioni (spesso nascoste): “Spaziando trasognato tra gli sguardi, / tra i rovi incandescenti delle notti, / per decifrare il dono del mio autunno, / e ripetere mille volte ancora / l’intarsio di quei giorni ricomposti, / contino a penetrare la memoria.” (Proposte, p. 36); “Nel sogno riappare la tua carne. / Io con violenza la palpo / per accertarmi che sei di nuovo viva, / nuda tra i cuscini roventi.” (Sogno, p. 13); “Nessuna forma del cosmo / esclude l’onda che refluisce / ed imprime lo specchio fragoroso / capace di esplorare spazio e tempo.” (Spazi geometrici, p. 17); “I pensieri hanno stagioni in cornice / diventando più spesso dei riflessi / confusi a corporei lampeggi.” (Riflessi, p. 18); “Parole allora di colre rosso / proietteranno gli ultimi sguardi invidiosi / tra i brividi che suggellano il congedo. / Ecco i frammenti ricomporre memorie / per la mano che scava rovistando.” (Qualche pozza, p. 21).

Se la tecnologia, oltre a molteplici vantaggi, rischia anche di plagiarci (“È il mouse che tallona ogni linea / incisa nella memoria e nella strana / realtà divenuta artificiale. / Anche la foto colpisce l’istante / come brocca assetata dell’eterno, / coinvolgendo i segreti del consenso.”,  Ventagli, p. 10), abbiamo ancora un corpo pulsante, respirante, “animato”, tendente all’infinito benché pieno di dubbi e spesso in bilico tra fede e sfiducia: “Qui sono la tua carne come trina / impreziosita nel delirio dell’ignoto, / e negli alveoli mi penetra più scuro / lo scambio tra la pelle e le parole. / Nessuno saprà mai lo stesso senso / del battere le tracce e l’erosione.” (Erosioni, p. 22); “Prima o poi smetterò di ammollare / nella nostalgia. / Forse farò finta di sfogliare il futuro / cercando ancora quella gioia che un tempo / affondava nel ventre e tu eri l’incanto.” (Ricerche, p. 24); “Ferito nella fede e disperso / nei millenni promessi dal credo / sfilaccio ciò che resta del mio corpo / sbavando gli ultimi solchi / del breve arco che mi fu concesso.” (Arco, p. 26); “Eppure c’è un seme tra polveri e macerie / che è il sogno di un bimbo che ammira le stelle  / e chiede smarrito il silenzio. / Ferita e divina ritorni la tua preghiera / fra le carni strappate e i ricordi di amore.” (Gerusalemme, p. 27); “Scotomi scintillati nel rintocco / delle sere in abbandono /  quando gli errori smontano visioni. / Nell’imprevisto ancora una coscienza  / invoca tradimenti dai profili accennati, / quasi per ingannare il gioco, / ma fissato il giorno della dipartenza / scommetto che anche Cristo mi rifiuta.” (Dies irae, p. 28). Quest’ultimo endecasillabo mi “sembra un risolvere la scommessa pascaliana desiderando sotto sotto un Cristo accogliente (come del resto i Vangeli testimoniano), sempre sospeso “fra il timore / di ascendere alle stelle o cadre / nel trepido viale delle statue.” (Ha detto, p. 31):

Con la saggezza di chi ha una ricca esperienza di vita, il Nostro afferma in Pulviscolo (p. 33): ”Come marea ingannata dalla riva / è fingimento anche il silenzio / che  turba gli angoli del vento / e la carne diviene memoria.” Struggenti le immagini della “marea ingannata”, dei turbati ”angoli del vento”, della carne che si fa “memoria”. 

Se è inevitabile che la vecchiaia inneschi momenti di nostalgia dato l’inevitabile lavorio del tempo, queste poesie sono vitalisticamente ricolme di umanità, di pietas, di desideri espressi con acuta consapevolezza. Ad esempi in Libertà e tragedia (p. 34): “Nel cuore resta una scintilla, / una parola scritta in ogni muro, / «liberà» – maledetta e benedetta – / che arde nel tempo e gioca nei contesti. / Non è conquista, ma eterna scelta, / tra l’amore e rovine, / fra chi dona e illusione che trascina.”   

sabato 22 agosto 2026

“un sorriso fatto di pioggia”

Nicoletta Carlan, Staccarsi dalla roccia, Prefazione di Massimiliano Bardotti, peQuod 2025

recensione di AR




“Morte che compi la vita, / nei crochi delicati sfioro il tuo verso.” (Morte, p. 88)

“Possa io quel dì, udire il rumore che fa l’orologio / quando alita il tempo della fine / e dell’eterno / per condurmi a Voi.” (Morti, p. 64)

“Morte immobile del corpo che nutre, nella terra, / tra la terra / caduto senza dolore. / Non una singola morte, né un singolo albero. / Solo anime che sono Bosco.” (Nella cattedrale di fronte, p. 18)

Dai versi qui sopra percepiamo un francescano (e anche zen: “faccio scorrere alla mia sinistra il fiume e poi / mi lascio portare.”, Sull’argine, p. 11) rapporto con il vivere e la sua Fine – “Grata per il bianco dei pioppi consumo l’istante / a porgerti il corpo come pegno d’Amore.” (ivi) – attento al mondo naturale e sociale, al prossimo (“Incorrisposta dalle leggi della persona, mi siedo ad / accostare il mento al cuore / e poi la fronte e tutto il corpo.”, Missili su Gerusalemme, p. 38), a un Tu onnipresente, lo ritroviamo disseminato nel canto di Nicoletta: “Il crepuscolo ad aprile sa di misericordia… / Non passa per nulla nel buio, / si accende in città, sui / fiori bianchi dei meli selvatici.” (p. 83); “Curva, volo di fiore in fiore a sbirciare il Tuo sapore.” (Dalle scale il sambuco, p. 81); Se non avessi, le parole che ci avete lasciato (oh / Maestri), che sempre posso trovare scritte o ascoltare, / sarebbe stato tutto diverso. Ma mi sostieni Tu, istante / dopo istante con picchetti e corde perché vuoi che io / arrivi con i mezzi che mi hai donato. (esergo alla sezione “Picchetti e corde”, p. 61).

Il senso del titolo lo troviamo in esergo alla sezione eponima (p. 79): Così tolgo i confini ai miei piedi e alle mani, sgancio i / moschettoni e lascio che tutti di me venga risucchiato.

Le immagini sono sinestetiche e coinvolgenti, non di rado spiazzanti: “Non posso bandire il suono di tulipani neri e lividi gigli. / Predico a me stessa di Lui, annientare ogni confine. / Cadermi dentro.”; “Steli d’erbe diverse, tra loro intrecciati e costretti / tra asfalto e muri inerti / spingono il verde a suonare liriche armoniche.” (Ovunque, p. 48); “Vuoti canali che scorrono pietre se li costeggio. / Cronica lotta tra le lacrime del ventre ed il senso di me.” (Elementi, p. 44). 

Già dalle citazioni qui sopra, notiamo la natura prosastica di questa raccolta dai versi spesso molto lunghi che invitano a dilatare la dizione oltre i ritmi consueti con il desiderio di varcare i limiti del respiro per avvicinare la soglia in cui si farà infinito. 

Riproduco integralmente la poesia Primo luglio (compleanno del figlio lontano) che si trova a p. 59:

“È ogni passo una felice nostalgia di quello che non
potrò mai conoscere,
del rosa di nuvola tra i rami delle querce
della voce di vento tremulo che sale da dentro
a cucire sul volto un sorriso fatto di pioggia di notte.”

C’è un connaturato anelito a vedere un misterioso aggancio, indispensabile e vitale, fra esperibile e quanto “scientificamente” non è verificabile: “Lo Spirito se lo vuoi vedere di nasconde, ma ti / guarda. / Se lo chiami, sempre ti soffia nel cibo e negli occhi / il suo vigore, / il suo incredibile racconto di coraggio.” (Così sia, p. 26); “Non so, se la terra di cui sono fatta possa reggere il / largo passo che viene dal Tuo sussurro.” (Servizio, p. 23).

Un libro carico di spirito e vita. Inscindibilmente.

lunedì 27 ottobre 2025

‘“… e la mia anima prende la forma del tuo fianco.”

Filippo Amadei, Radici a radici, peQuod 2025

recensione di AR



Nel campo ancora tutto verde / si è aperto un unico girasole / (…) / È come la poesia, che per prima sente / l’amore che brucia e non ha paura / di essere sola.

Con questi versi infiammati si conclude la nuova raccolta di Filippo: un lascito che ci ricorda come, se non c’è desiderio, se non c’è trasporto verso l’altro da sé, non c’è poesia. 

Il libro è scandito in quattro sezioni: 1. «Gli occhi appoggiati appena a un sogno», 2. «Un incubo stupendo», 3. «Il tuo corpo parla un alfabeto nascosto» e 4. «C’è sempre un rimedio». Ogni sezione, tranne «Un incubo stupendo» che contiene delle prose poetiche, ha una poesia incipitaria in corsivo e un poesia finale pure in corsivo.

Le parole che danno il titolo alla silloge le troviamo nella terza sezione a p. 50: “(…) / il tuo vuoto stellare risuona nel mio / perché l’amore salva dalla vita  / ma non da sé stessi. E ora il tuo / tortuoso cammino, giunto ad un bivio / si è congiunto al mio, legandomi / una promessa nelle viscere / intrecciando radici a radici.”

C’è un’attesa trepidante a cucire questo intreccio di versi sempre in divenire e in tensione, in ascolto di sé, di chi è in relazione con noi, delle stagioni che attraversiamo, degli eventi che ci cambiano… come nella prima poesia (p. 9): “Non mi rassegno a trattenere invano / l’ultimo angolo del tuo mantello / di sole, estate mia saluti così / all’improvviso, di spalle / (…) / mi giunge più forte il tuo calore / quando proprio non ci sei / quasi più, quando ritorni un pensiero / irraggiungibile come l’amore.” 

Filippo ha un timbro asciutto, ci offre immagini radicate nel profondo della sua storia di 45enne, un’età importante come i 35 ai tempi di Dante, e questa maturità ed esperienza di vita si esprime con uno stile levigato, nitido e coinvolgente: i suoi versi ci abbracciano, si insinuano nei nostri pensieri con una discrezione potente, sensuale, emozionante. Nei versi appena citati, ad esempio, il lembo del mantello mi ha subito richiamato il racconto biblico di Eliseo che raccoglie il mantello (quindi la forza profetica) di Elia (2Re 2,13), e poi quello della emorroissa di cui ci parlano i Vangeli sinottici, cito da Matteo 5,28: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». La poesia può investirci, rivestirci e magari perfino guarirci? 

Lo sguardo poetico del Nostro è senz’altro fiducioso nella forza comunicativa, nella capacità di con-vibrazione dei versi, quando li ascoltiamo con attenzione e li facciamo discendere nel profondo.

Consideriamo quanto “umanizzato” sia il correlativo oggettivo della foglia cadente a p. 11: “«Quando facciamo un pupazzino», dicevi / tremante ancora di voglia, una foglia / scossa dal fremito dell’amplesso / come appena staccata dal sacro / albero del desiderio, ma ancora viva / nel volo oceanico verso il dolce riposo del sonno (…)”. O questo (p. 13): “Ma come tira il vento, piega / la bandiera del guardaspiaggia / (…) / come sbatte alla rinfusa, obbediente / a un destino invisibile, quasi in preghiera / contro la rabbia del mare / agganciata al palo, mentre desidera / solo di essere strappata via / (…)”.

Siamo attirati nell’orbita gravitazione del poeta forlivese non per forza ma per affinità, perché il suo sguardo e il suo trasporto possono essere i nostri e anche quando non lo sono li sentiamo comunque consonanti, li comprendiamo, ne teniamo conto, ne restiamo affascinati: “Tutta la tristezza del mare mi appartiene / (…) / e quale sorte spetterà al nostro amore / smarrito nel vuoto di un bacio / non dato, come il mare che da secoli cerca le labbra / di una terra a cui appartenere.” (p. 15); “(…) / ma se il paradiso è il luogo dell’impossibile / allora mi piace pensare che tocchi a te / proteggermi adesso, che tu abbia preso coraggio / nell’avere chiesto a Dio un po’ di lampi / a illuminare la terra perché sei ancora il mio gatto / e di sapermi al buio non ne vuoi proprio sapere.” (p. 16); “Questa notte ho sentito i passi di mio nonno / (…) / Tutti rumori che mi arrivano / nitidi dal bosco degli anni, sollevano in un soffio / le foglie del tempo, come i gesti e i vostri visi / intrecciati [corsivo mio] nuovamente – sogni vividi / siete, di quelli rari che ti svegli e continuano / a germogliare, mettono radici in questo presente / distante, mai finiti, ma del tutto strappati, come gli amori grandi.” (p. 23).

Noi umani abbiamo radici mobili, ma esse necessitano sempre di un “terreno” di relazioni, di affetti che ci tutelano e ci completano, di amori che lascino tracce durature, di incontri che ci aiutano a conoscerci, a venire fuori dal nostro io, a rompere la solitudine… Anche se gli amori e gli incontri ci possono deludere, ferire, è importante restare aperti alle sorprese della vita, uscire dalle dinamiche del do ut des, non tanto cogliere l’attimo, ma lasciarci attraversare dal momento con la nostra povertà e la nostra ricchezza, accogliere e donare: “F. è un’attesa infinita, distesa al sole sul materassino. Sotto il mare vibra, lascia trasparire il fondo, la chiave e insieme il segreto della sua nudità.” (p. 33); “(…) barba e capelli si confondono, le mani volano / nel tenero nido delle mie scapole / ci scambiamo di posto anche il cuore: / eccoci a casa finalmente!” (p. 45); “Sentilo l’amore, deve farti male / (…) / farti paura fino alle ossa / come l’uomo primitivo al calare / del primo sole sulla terra / (…)” (p. 47); “(…) / devo chiederti in prestito la voce / per completare il discorso / perché il senso a volte è un suono / reciproco e alcune parole sono vere / solo dette insieme.” (p. 51); “(…)/ e la mia anima prende la forma del tuo fianco.” (p. 53).

Dissotteriamo un po’ queste radici, intrecciamole poeticamente alle nostre, curiamole reciprocamente con terra buona, evitando “le frasi dette / per dire senza il fondo di un qualche trasporto” (p. 63), constateremo assieme a Filippo che “la bellezza quella vera ti coglie / in un lampo come il mare si palesa / improvviso dietro a un tornante / (…) / fai del giorno il tuo specchio / più sincero, a ogni male / c’è sempre un rimedio / anche piccolo che contiene / tutto te per riparare.” (ivi). 


martedì 18 marzo 2025

“con le ombre srdaiate nella luce”

Andrea Tuccini, Le case chiuse, peQuod 2025, prefazione di Daniela Marcheschi, collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto

recensione di AR

Ho scelto come titolo di questa recensione un verso della poesia a p. 60 che si apre con questi: “Sembravano più grandi le case popolari / ai nostri occhi di formica”; e si chiude con in seguenti: “Cosa importa se arrivando / ci perdiamo, se a trovarci / sono state le partenze.”

A p. 66 la poesia Gennaio inizia così: “Le stelle hanno curve strette”. Da Piombino  (p. 70) estraggo questo lacerto: “dove il mare, da ogni lato, / è fuori posto, / tra i condomini e le ciminiere”. Chiude la raccolta Esce il coro (p. 74), intensissima: “Se avessi avuto te, / … / non resterei in ascolto / sopra un tetto inchiodato dalla luna. / Ma da oggi darò un taglio / ai pensieri che ricamano pensieri, / come il ragno in attesa della mosca / dona un senso alla sua tela.”

Amo questo modo di poetare che aggancia stati d’animo, mancanze (“Chissà se ci riconosceremo / dopo ferie separate / sul Golgota dell’esitenza”, Cloe, p. 46), gioie, turbamenti, trasporti… a inquadrature del mondo spiazzanti, sghembe, perfettamente consonanti al sentire del poeta, ricche di metafore e immagini precise, direi scientifche o filosofiche, eppure ricche di vibrazioni che afferiscono all’impalbabilità dei sentimenti, alle inafferrabili ragioni del cuore che sono grovigli quantistici sfuggenti e capaci di riverberare a distanza, al mistero dell’oltrevita, al desiderio del cielo, e non manca una certa ironia: “non c’è niente a sostenere il falco: / vorrei essere la preda tra gli artigli / sicura nella sua ascension.” (Pizzorne, p. 42); “Grazie a Dio siamo mortali; / pensa / se quest’eco fosse infinita, / ci sarebbe da impazzire” (Isole Diomedee, p. 41); “hai la pazienza dell’eucarestia / e aspetti che tutto risorga” (Lamiere, p. 35).

Ancora qualche citazione sparsa: “Il silenzio / ha l’odore delle case in cui il tempo si rifugia / per figliare giorni / che non verranno celebrati sui calendari” (Le case chiuse, p. 34); “Gli occhi in un piatto d’argento, / di una santa sull’altare, / scavalcano prospettive di suffragio” (Terrestre, p. 52); “Trova qualcuno / che ti ami / come io desidero fuggire / da questa stanza / in cui l’aria non si muove / neppure a calci.” (Febbre, p. 51); “Anche le lumache / oggi fanno festa: / … / e come Lazzari sfrattati dal sepolcro / si ritrovano tra l’erba, / seguendo sentieri di bava.” (Lumache, p. 44); “Ma perché tanta paura, / se nel piccolo si nasconde tutto, / se dietro allo sbadiglio / una prova di resurrezione.” (Notte di Natale, p. 26).

Andrea Tuccini si (e ci) emoziona in “primavera, / con i papaveri che sbocciano / come petardi” (Gli scafi, p. 28) o davanti a un Panorama notturno (p. 31): “Riponi le tue reti che stanotte non si esce, / anche se in questo panorama / entrerebbe il mare, e gli alberi sono impazienti / di sparare le loro foglie in cielo.”

Tuccini ci ricorda che “il riposo dei campi / è come il nostro respiro. / È come se anch’io fluissi / dentro una ferita antica, / mai sanata, / con la voglia di esondare” (Trappole per volpi, p. 25) e ci dona parole di sapienza: “Fai del dolore una pelle di serpente / da non tenre / mentre vola via.“ (Al solstizio, p. 18).


martedì 11 novembre 2025

Poesie velate – Intingo le dita nella parola: due nuove sillogi di Donatella Nardin


Poesie velate, Il Convivio Editore 2024
Prefazione di Giuseppe Manitta

Intingo le dita nella parola, Macabor 2025
Prefazione di Ivano Mugnaini

recensione di AR

Inizio cronologicamente da Poesie velate. In questa raccolta Donatella Nardin possiamo trovare nella poesia finale (XL a p. 60) una sorta di confessione, di dichiarazione poetica ed esistenziale che colpisce per l’intensità emotiva sempre unita a uno sguardo razionale a volo d’uccello sulla condizione umana. Bellissima la cascata di immagini e sentimenti che, con un ritmo scandito e toccante, ci avvolge in modo profondo. La poesia andrebbe citata interamente, ma mi limito ai primi 9 versi, lasciando a chi vorrà donarsi il piacere di avere in mano questo libro, la gioia di assaporarne in toto le ricchezze: “L’uccella ha incastonato nell’aria / il suo canto e ora, intingendo / l’intero piumaggio nella parola / – che del silenzio è fiamma / irraggiata e nostalgia – / dispiega ovunque canzoni / e poesie per offrire  a una inferma / visione dell’amore preziosa / la compagnia.”

La poesia precedente (p. 59), dal tono escatologico, termina così: “Riposerà nel silenzio  votivo / anche la rosa evaporata con noi oltre l’acceso / orizzonte e chissà se saremo / attesi, chissà.”

Risalendo a p. 56, ci pare di vedere Donatella a inizio giornata presso una finestra rivolta ad oriente già pronta a farsi strumento delle Muse (sempre in tensione fra entusiasmo e disincanto): “Oggi l’aurora incide versi / luminosi sulla pelle più sensibile / del mondo per farne balsamo / da appoggiare sul cuore. / (…) / È una calma apparente, / una intenerita pienezza destinata / a durare poco l’illusione del bene, / non si può dominare l’ombra / né chiedere un talento agli amori / nati già morti.”

Questa voce lagunare così attenta alle ombre, al guizzo delle lingue di luce sulle increspature dell’acqua, alla presenza fuggente eppure percepibile di chi magari ci ha lasciato, ci incanta e commuove con versi come i seguenti: “C’eri tu nel tuo dolcissimo / dire a imbiancare le ombre e i silenzi, / (…) / un ritorno in un sussurro / appena contro / l’inestinguibile cadere / nei fallimenti e nelle paure.” (p. 55); “Che si adempia il prodigio, / che finemente in me respiri la tua assenza.” (p. 47); ”tra le braccia stringevi / un esile filo di vento, / (…) / di quanta invenzione ha bisogno per vivere / la verità.” (p. 44); “– consolati madre non prova / dolore il nulla –” (p. 37); ”s’imprime nel nulla / il volo aggraziato di un colibrì / come, sulle terre straziate / da guerre e tormentim un tremore / di rose mai sbocciate intere.” (p. 26); “Scorteccia i sogni la sorte / nell’umile certezza crea / sperdimenti la foglia / caduta dai rami informi.” (p. 20).

Se il tono è per lo più elegiaco (“– anche il vento anche / il vento deposto ai piedi del tempo –”, p. 16), mantiene una sorta di vitalismo desiderante che si affida alla sublime concretezza della natura: “papaveri gialli ridenti / sui cui possa indugiare / una tenera scrittura di cieli, / arancionube felice uno sguardo / vibrante nell’epica dimessa / della quotidianità.” (p. 19). 

Bene osserva il prefatore Giuseppe Manitta (p. 7): “La parola in questa inermità [di esseri umani], si rivela uno strumento importante per fare il punto su sé stessi e sul mondo, per condurre alla meditazione e alla coscienza di un indomani incerto per il quale, però bisogna lottare.”

***

Forse troviamo in Intingo le dita nella parola alcune riposte (aperte, ovvero dilemmatiche e interrogative) alle domande “velate” della raccolta di cui abbiamo parlato qui sopra. Nella poesia eponima, che apre la silloge (p. 15), Donatella scrive: “Intingo le dita nella parola / come in una luce ribelle / per dare voce a qualche oscurità, / (…) / Compagna del mio poco / e del mio nulla, scrivo / come respiro, le note acerbe / infilate nella gola, nel pallido / gioire canto la poca vita / che mi resta e senza pelle / quel sentire clandestino / e senza un dove l’altrove / che chiama in pienezza e verità.”

Come perspicuamente osserva Ivano Mugnaini (Prefazione, p. 6): “La ferocia del tempo, la lama del ricordo che consola ma logora e lacera, gli inganni di amori esangui e solitudini inesorabili, sono ritratti qui con mano lieve ma senza sconti.”

In effetti a p. 19 Nardin fa i conti con l’impermanenza  del nostro stare al mondo (e alla relativa permanenza della poesia stessa, Foscolo docet, che può vivere solo se qualche vivente continua a pronunciarla): “Dovrebbe brindare alla vita / la vita, ai suoi teneri arcani / e invece stringe un deserto / tra i denti dove nuotano nudi / i pensieri e i luoghi feriti.”

Sono stato particolarmente colpito dall’immagine delle “violaciocche sul bordo / insonne del tempo” (p. 20), perché mio nonno le coltivava in piccole aiuole in giardino e io mi ritrovo bambino immerso in colori e odori di una estate di dodici lustri fa. Mi è facile allora immedesimarmi in poesie come L’attesa (p. 23): “Vieni, saremo solo noi due / – diceva l’ombra assisa / sulle spalle ossute del tempo – / vieni, diceva, in quel punto / perfetto di luce in cui, / affratellati, saggiare eternità e bellezza.” O Misteri (p. 30): ”Pur se avvolto nelle nebbie / fittissime dei suoi infiniti / misteri, anche il cielo sogna. / E noi invece – impoveriti / dai giorni – quando e dove / abbiamo abbandonato l’età / fertile dei sogni?” O ancora Inevase risposte (p. 35): “Macchia lo sguardo di inevase / risposte la mente, è un tracollo / improvviso intrecciato cupo / alla fronte, batte forte nel petto / un tempo bianco / che nulla trattiene e nulla dice.”

Invito chi mi sta leggendo a immergersi in queste pagine che esprimono desideri, ricordi, malinconie (un esempio fra i tanti Un mormorio a p. 38), pulsioni, timori, aspirazioni assolute… condividendo, con l’umiltà di chi ha raggiunto un stile saggiato e provato, dunque efficacissimo e illuminante, il mondo poetico di una autrice che sa accompagnarci mettendosi a nudo e invitandoci a fare altrettanto, per gettare un po’ di noi oltre di noi: “Ho cercato a lungo parole / che, nel tempo, non mutassero / pelle e colore, una materia vivente che, per darci pace, / fosse nel sempre incatenata. (Parole, p. 42); ”Fragile arpeggia la nuda scintilla / nel nevicare nell’aria una scia / di tepore per dire – in forme / medicate, leggere tra il qui / e l’altrove – dell’ineffabile  / la fame, la sete oltre ogni dolore, / oltre ogni umana mestizia.” (Gli occhi dell’anima, p. 45); “E chissà dove sarà mai questo / sempre invocato altrove / che ci insegna l’ardire / di stare qui e ora pur nella labilità.” (Un sogno assopito, p. 46); “anche nell’asprezza / più cruda, c’è una luce / che dura, è li sull’altra / sponda, dall’altra parte / del cuore.” (Dall’altra parte del cuore, p. 51); “… la vita / insegna sempre un modo / per imbrattarsi di qualchwe / azzurra felicità.” (Ci tocca l’amore, p. 52).

C’è quindi una scintilla di speranza, e finanche di fede (essendo la fede un processo di accoglienza di sé, degli altri, degli eventi… di una Grazia che per agire ha bisogno di umiltà, una fede che quindi ci è richiesto da alimentare, svuotandoci dei nostri attaccamenti effimeri ed idolatrici che ci depistano con le loro false sicurezze e simulacri): “Frana il futuro e perde chiarore / l’auorora se tutto si risveglia / capovolto come questo presente / e come tutti i presenti passati / segnati da timore e ansietà. / /…) / Cerco una sguardo innocente / (…) / petali d’insospettata gioia / tra il dentro, il fuori e accanto.” (Frana il futuro, p. 63). La poesia che chiude il libro, Qualcosa manca sempre (p. 64), ci ricorda che è proprio quando ci troviamo persi, inutili, doloranti, feriti, devastati, quando constatiamo che “nemmeno la poetante / parola sa sanare la frattura”, quando “una rondine, / con le ore tra le ali, ha smarrito / l’armonia del volo”, ecco quando sperimentiamo la nostra pochezza, possiamo al tempo stesso percepirne la preziosità e farci cassa di risonanza di una “voce sacra d’altrove che parla / con tutte le nostre voce” (Gli occhi dell’anima, cit.) 

sabato 1 agosto 2026

“Non so ridere, pettino il silenzio.”

Prefazione di Fabrizio Lombardo, puntoacapo 2025

recensione di AR



“Chiedo una tregua / ai miei detrattori / una parola buona / il passo di danza di mia figlia / un antico alfabeto / che mi porterà in spalla.” (p. 94)

“La macchina da cucire / per scoprire il dolore del mondo / rapsodo per legare / cielo e terra / enigma e senso / o quel nulla che arriva.” (p. 79)

“D’accordo con voi / frammenti di sonno / fanno il mio esame di coscienza / spigoli vivi / schiave del mare le tue mani / non ancora ferite / dalle frecce della mente.” (p. 73)

“Resterai / per sempre rannicchiato / nella renault quattro rossa / della mia memoria.” (p. 71).

“Tre stelle da cercare ogni sera / lungo la verticale / strada dei girasoli / dove s’inciampa e s’impara / fino alla preghiera.” (p. 67)

Ho voluto iniziare questa mia “reazione” al libro di Daniele con alcune citazioni a ritroso. Così, in maniera certo sommaria, possiamo però subito percepire il timbro, il dettato, lo stile, la qualità del poeta fanese.

La macchina da cucire è costellata di immagini rapsodiche che cuciono i ricordi al presente, rimarginano i labbri di ferite esistenziali importanti (“Sotto una porzione di cielo disumana / arranca la mia ombra / il fiato trema.”, p. 29), si insinuano nell‘intimo di chi li legge/ascolta con una discrezione altamente efficace, chirurgica. Il testo poetico appare sobrio, scorrevole come un articolo di giornale, ma richiede l’attenzione e la sapienza degli occhi del cuore, ai quali si soffre come una elegia dei nostri giorni, ricchissima di rimandi letterari e non solo. 

La voce raffinata e precisa di Daniele Ricci non indugia in sentimentalismi, né in quadretti ospedalieri o luttuosi, ma ci immerge con una sensibilità geologica nei diversi strati che le esperienze dolorose hanno sedimentato in ciascuno di noi. Sorprendentemente, questo sguardo scientifico e distaccato ce ne fa cogliere le venature, le sfumature cromatiche che le onde emotive tendono a sommergere o a velare con il manto nero della malinconia che ci può spingere a una accidia esiziale. Il poeta quel velo lo attraversa e può quindi trovare verità che sanno ricucire e a volte persino salvare. 

Nell’esergo (p. 66) alla V sezione “L’asola dove passa la nostra vita” troviamo queste illuminanti parole di Salvatore Natoli: Il dolore (…) rompe il ritmo abituale dell’esistenza, produce quella discontinuità sufficiente per gettare nuova luce sulle cose ed insieme patimento e rivelazione.

Qualche pagina prima (63) mi hanno molto colpito i versi (non ci sentiamo forse, in certi frangenti della vita, “passanti scuciti”?): “C’è un’asola senza bottone / un passante scucito / mi divora la colla / che mi tiene attaccato al mondo.”

A p. 57 troviamo una definizione/aspirazione del poeta (di ogni poeta): “Il tempo consacra al foglio / la sua durata.”

A p. 57 sentiamo le vibrazioni di questo desiderio: “Vorrei fosse il mare / la linea azzurra / che ci attende in fondo alla via, / nel grigio freddo promette un passaggio / il giusto confine / tra noi e la negazione del sonno.”

A p. 32 questo verso/immagine di una bellezza assoluta: “Non so ridere, pettino il silenzio.”

A p. 18 ci immedesimiamo nella poesia che inizia così: “Alzarsi nella notte / corrosa da sogni non terminati / la parola inventa la realtà.

E se è vero che “non si può calpestare la linea del vento” (p. 19), abbiamo però modo di osservare in una sera di tempesta (p. 13): “Il grande abete del giardino accanto (…) [e possiamo] Amarlo per il verde e la pazienza.”

giovedì 10 aprile 2025

“Il cielo è più cielo / con le ali spiegate”

Giancarlo Baroni, Il mio piccolo bestiario in versi, puntoacapo 2025, Note critiche di Mino Petazzini e Alfredo Rienzi, Illustrazione in copertina di Vania Bellosi 

recensione di AR


Scrive Alfredo Rienzi nella Postfazione: “… il poeta parmense ci accompagna con stile asciutto e di arguta chiarezza in un florilegio di versi, citazioni, riferimenti, commenti e intuizioni tra zampe, vibrisse, piume, squame, elitre, fauci di fuoco…” (p. 92).

Riporto alcuni lacerti risalendo a ritroso le pagine di questo fantastico viaggio nel mondo affascinante degli animali reali o fantastici cantati da poeti come Saba, Montale, Raffaello Baldini, Thomas Stearns Eliot, Vivian Lamarque, Paolo Polvani, Guido Gozzano e tantissimi altri.

Nella raccolta Il Bestiario di Tebe Gian Ruggero Manzoni dedica al drago una poesia che inizia così: «Con le tue spire stritolavi / esseri umani ed elefanti. ( Non era il fuoco l’arma che preferivi, / ma la forza di cento boa (…)» (p. 81)

Nella raccolta Macello (Einaudi, 2024) il poeta Ivano Ferrari (1948-2022) racconta con angoscia e forza, con versi aspri e duri fino alla crudeltà, la sofferenza di questi luoghi (…). “Nel silenzio di carne, / passa luce dalle carcasse / ma in un brivido fugge.” (pp. 66-67)

Nel libro troviamo versi di Giancarlo Baroni stesso, caratterizzati dal suo stile attento al dettaglio, sobrio, elegante, empatico:

Gatto // Intensamente / mi fissa questo gatto / lui sa chi sono.” (p. 61); “Airone cenerino // Ogni anno mi aspetti / in questi laghetti alpini / sei tu davvero / o un altro somigliante? Solitario / airone cenerino che sali // dove i compagni / non si arrampicano. (…)” (p. 56); “Merli // La melanina che scurisce il corpo / e ci rende simili a fantasmi / fa paura all’allocco. / Allora gonfiamo il petto / gli gridiamo te l’abbiamo fatta / un’altra volta, gioiamo / ma piano / come avessimo in gola dell’ovatta.” (p. 54); “Aeree frontiere // Nati prima degli eroi e della terra / a voi uccelli tocca / il primato del mondo. (…) / Come un’intercapedine, un’aerea frontiera / fra la gente e gli dei / sta la vostra città. (…) / (…) Noi uomini giungiamo / fin lì con la preghiera / di predire il futuro. Giove con le folgori / e il fuoco di Vulcano / vi tolgono le parole / mutandole nel canto / che tutti vi invidiamo.” (pp. 48-49).

Restando in ambito aviario il Nostro cita il seguente distico 

dalla fulminea essenzialità, di Giancarlo Consonni “Il cielo è più cielo / con le ali spiegate.” (p. 42) [e aggiunge] Forse i volatili sono gli animali che maggiormente hanno affascinato i poeti, penso ad esempio a Pascoli. (p. 43)

Dalla poesia di Baroni Farfalle: fiori alati traggo questa palpitante quartina (p. 39): “Soffio vitale / respiro e fiato / tu chiamami soltanto / fiore alato.”

Sorprendente questa poesia di Franco Marcoaldi citata a p. 25: 

Pane e cane // Fresco fragrante festoso / invitante essenziale / Al mattino, quando compro / un buon pane, penso: / ecco com’è il mio cane.

Struggente quella riportata a p. 18 di Gabriele Galloni (assai prematuramente scomparso): 

Il camaleonte // Somiglia sempre a quello che non è. / A volte è un albero, a volte un’altra bestia – / di notte capita che sembri me.

Per concludere questo excursus a volo d’uccello, lascio la parola a Mino Petazzini (p. 5):

Nei diversi capitoli del suo “piccolo bestiario in versi” le suggestioni letterarie si susseguono: molte mi erano note, perché in questi anni le ho inseguite e raccolte per le mie antologie, altre sono state un’interessante rivelazione (…)

Un invito a leggere questa nuova opera di Giancarlo Baroni che ci apre davvero tante inattese finestre poetiche (direi anche con una sottesa sensibilità francescana) sul mondo degli animali. 

lunedì 25 agosto 2025

“Porto i resti di mio fratello nello zaino”

Claudia Piccinno, Quel nido sul gelso, Besa Muci 2025

recensione di AR



Siamo così poco cosa
quando passa l’amore
calpestio di foglie secche
quando muore il ricordo
scampolo di notte.

(da Volo notturno, p. 75)

Questa nuova silloge di Claudia Piccinno è costellata da immagini caratterizzate da una leggerezza cha sa scavare, restare, scuotere, risuonare (“Si piega il ramo insieme al suo tronco / e annuncia il lato oscuro delle nuvole.”, p. 26). Poche parole precise, sobrie, prive di zavorra ci trasportano nel nucleo profondo di noi stessi e lo fanno vibrare grazie ad accostamenti insoliti, creativi, in una parola “poetici” che si sviluppano come fotografie istantanee (“Respira dalla Polaroid di un tempo / il sorriso del babbo.”, p. 61) nella nostra cassa toracica condizionandone il ritmo respiratorio:

Porto i resti di mio fratello nello zaino.
È tutto quel che mi rimane.

Muoiono i bambini in Palestina.
A volte sopravvivono, ma
perdono occhi, orecchie, arti,
un padre, una madre, un fratello.

(da Per Fatma Nazzal, p. 73)

Esplode di notte il dolore
quando non puoi
mentire a te stesso.
Brucia una voragine nel centro del petto.

(da Una voragine al centro del petto, p. 66)

Credo che già gli sporadici estratti qui sopra consegnino al lettore il profumo dello stile di Claudia, capace di trattare in parole/reportage questioni importanti che ci immergono nella responsabilità del nostro vivere, del nostro stare accanto agli altri (perché “nessun uomo è un’isola” e solo coltivando la fratellanza non ci autodistruggiamo), alla natura, cercando di scovarne le bellezza, di discernere ciò che è giusto, amando e accogliendo noi stessi attraverso chi ci è prossimo, amando a partire dai nostri limiti che sono quell’humus che ci insegna appunto l‘umiltà e ci apre ad un Amore che sa trasfigurarli:

Amami nella mia imperfezione
e nei miei errori,
amami nella misterioso inquietudine
che si avviluppa alle mie radici.

(da Amami Dio, p. 23)

A ombrello chiuso
e palpebre assetate,
accolgo le carezze delle nubi.

(da Al davanzale di Dio, p. 21)

Come scrive Enzo Bacca nella coinvolgente Prefazione (p. 14): “Sull’albero della vita, sul gelso della sapienza è ancora intatto il nido, pronto ad accogliere i frutti del creato, la nuova cova. E se qualche pagliuzza è scivolata via col battere del vento, Claudia e pronta a riparare, a rinsaldare, con mani nude e resilienza, con i versi e le braccia aperte sul mondo.” 

Osserva poi acutamente Angela Caccia nella Introduzione (p. 8): “la vera forza di questa poesia risiede in uno sguardo immediato e fortemente radicato nella realtà, tale da consentire al lettore di sentirsi immediatamente parte del paesaggio.” Ed è proprio così. Faccio un solo esempio e invito chi legge ad assaporare in prima persona le pagine di questo nido

Pietre e sole nei giardini del mondo.
Ramarri, gechi, lucertole
corrono nelle corti dei palazzi baronali
per murari al rintocco delle lodi mattutine.

(da Quel nido sul gelso, p. 17)