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mercoledì 27 aprile 2016

Rubrica sulla poesia contemporanea “Gli Specchi Critici”: La vitalità del quotidiano in Filippo Amadei di Luca Cenacchi (pt. 2)


Oltre le ringhiere, Raffaelli Editore 2014

Ci sono voluti cinque anni di silenzio e un premio nazionale (Premio Rimini per la poesia giovane) per portare al pubblico la terza raccolta di Filippo Amadei, che aggiunge maggiore sicurezza, coscienza di sé e nuove dimensioni stilistico-tematiche alla precedente.
Chiarissimi, ormai, risultano i debiti che Filippo deve alla tradizione, a cui ho scelto di dedicare un discorso a sé stante a mo’ di appendice a questi due articoli, che si concentrano per comodità esclusivamente sull’autore forlivese.
In questa terza raccolta, il linguaggio diventa più colloquiale (anche se non mancano le eccezioni) e l’io lirico si impone ulteriormente, rispetto alla prova precedente, in una dimensione di dialogo e riflessione manifesti che, se prima cercava per lo più la sua funzione nel mondo e vedeva spesso quest’ultimo come strumento di ricerca, adesso esso viene analizzato più genuinamente.
Quel domandare, quel riflettere incessante è la necessità di comprenderlo, più che comprendere sé stesso attraverso di esso.
Solo alla fine i tormenti e le domande vengono sublimati, dopo il ritrovamento della limpidezza, in un rapporto, in quel io/tu, in quel “riconoscere l’uomo / nell’uomo di fronte” fuori dal “ buio della galleria”, fuori “dal gorgo del traffico”.
Si potrebbe dire fuori da quella parte della contemporaneità meccanica che appiattisce e soffoca la sensibilità e il rapporto umano che l’autore cerca lungo tutta la raccolta.
Le immagini perdono quella condizione centrale e totalizzante, per lasciare fiorire le rivelazioni portate dall’impianto stilistico della riflessione, le quali si manifestano, a seconda dei casi, con il registro più appropriato, che spazia da dimensioni elencative a slanci più espressionisti.
L’inquietudine ora si presenta genuinamente nel momento in cui esprime la sua critica alla contemporaneità e alla violenza che essa fa al sostrato culturale, percepito dall’autore come sincero ed originale.
Così si impone una nuova dimensione tematica: la ricerca della bellezza attorno alla quale graviteranno tutte le altre riflessioni.

Che cos’è la bellezza per Filippo Amadei?

La bellezza secondo Amadei è la sincerità di quello che è originale (nel senso di quello che era in origine), è la matrice vitale che sta alla base di ogni cosa e la fonte della stessa meraviglia che imperversa nella sua poesia.
Attraverso il ricordo, importante momento di rivelazione nel corso della raccolta, l’autore evidenzia questa sua personale estetica delle origini; teorizzazione poetica incarnata da quel sostrato culturale romagnolo di cui l’autore, nostalgicamente e paradossalmente, prende atto, sancendo, contemporaneamente, la sua inattualità o meglio, delineando il suo dissolvimento graduale.

La poesia Verso Cesenatico testimonia perfettamente questo aspetto, ma l’idea era nota forse a un livello viscerale e non conscia al 100% all’autore già prima e forse la lirica della precedente raccolta Che case nuove a Villagrappa, nella sua potente sintesi, è ancora più adatta per esemplificare quello che solo alla fine del testo “Verso Cesenatico” sembra noto.

Quando arrivava l’estate dei compiti in giardino
quando era ancora toppo presto per i baci alle ragazze
facevo le gite fuori porta con mio padre
sveglia all’alba e subito sui pedali
l’avremo fatta solo sul porto canale
la colazione, ricordo il fiato corto e l’aria aspra
dei primi raggi, la sua voce grossa
che mi incitava di stargli a pari.
Non mi abbandonava l’idea
di un me stesso ancora beato nel letto
mi chiedevo il perché di tanta fatica, solo dopo
seduto al Vecchio Lampione davanti a un cappuccino

ogni cosa sul porto era tutta una festa, le bestemmie
in dialetto dei pescatori, la confusione felice dei turisti
nel viavai delle stradine laterali, anche l’indecifrabile
ansia di mio padre, ogni bellezza creduta perduta
era allora ritrovata, esisteva già da prima
esigeva una mancanza.


Ma questa non è solo che una delle declinazioni possibili della bellezza vista dagli occhi di Amadei, perché la stessa lirica, nella dimensione del ricordo percepito nostalgicamente come confortante e sicuro, estraniandosi, cerca di liberarsi dell’oppressione del gioco di perimetri in cui egli si sente intrappolato.
Così se, da una parte, la critica a quest’ultima è la strada che porta alla rivelazione suddetta, dall’altra, traccia quel percorso di liberazione; la ricerca della limpidità si sostanzia proprio così: in quel liberarsi dalla contemporaneità, dal dovere non essenziale e opprimente, per penetrare nella dimensione esistenziale di bellezza dell’origine che, fino a quel punto, esisteva solo nel conforto del ricordo, alla radice del proprio passato personale e culturale.
Questa riflessione si trova nel percorso di Amadei attraverso le visioni naturali delle belle stagioni e “del risveglio degli alberi che santificano il giorno”, ancorati alla terra, proprio come l’autore è radicato nello strato culturale romagnolo.
Allora la bellezza che “esplode fuori dalla galleria” obbliga il corpo a un corto circuito necessario per svegliarlo “dopo il torpore del buio”, e Amadei cerca sempre di rendere attuale questa sua consapevolezza, che è estetica ed esistenziale; cerca come l’erba del giardino dell’hotel diroccato di uscire dal perimetro, superarlo in altezza, trascenderlo.
L’erba supera il suo confine similmente alla poesia di Amadei: “come cresce in verticale il mio verso”.
Egli, come le piante, non si arrende. Il suo destino non è segnato come quello del “gigante pietrificato” (l’hotel), che pur nella sua resa è sincero; sincero nel suo degrado, nella sua sconfitta: con quei mattoni fuori dalla calce, i vetri in frantumi, ed è per questo che il poeta lo tributa, come si tributa un eroe caduto, ma allo stesso tempo si distacca da quella carcassa.
Come affermato in una poesia della raccolta precedente, l’autore sceglie di disegnare il proprio destino e, dalle ceneri della sconfitta di quel costrutto abbandonato, si dirama la crescita verticale ed eroica dell’erba.
Dunque giungiamo all’ “ultima lingua / di terra delle Eolie” poiché l’autore desidera rifugiarsi in “una vita d’isola” per lasciarsi alle spalle l’inutilità dei “PC e piani aziendali”, che si attualizza, nella lirica immediatamente seguente, attraverso la cancellazione di “tutti i file del lavoro” per guardare “il mio passato svanire così / con un click – come non esserci mai stato / in mezzo ai grafici e ai gantt di programmazione”.
Anche se solo per qualche minuto, Amadei può così affermare “la mia identità che scivolava dalla mano”.
Dopo questa liberazione, “le cose mi vengono / in modo semplice” e “un varco di luce / rende chiara la prospettiva”, “le persone non hanno paura / di ascoltarsi, parlano senza fretta / fuori dal supermercato, oggi”.
L’autore ritrova l’umanità che cercava nella disattenzione di colui che pulisce il vetro.
In questo senso “i tuoi panni / nel vento, contro ogni logica / saranno presto asciutti”: i panni sono come l’erba che supera il perimetro del cancello; la speranza in cui il sole ha fede è la volontà di ingannare il perimetro della previsione meteorologica.
Così, dopo la negatività delle pozzanghere, la pioggia denuda il mondo e lo rinnova, riportandoci alla dimensione del sogno ad occhi aperti, il “dormiveglia estivo”, in cui si dispiega quella complicità di io/tu, quel “noi” inscritto nell’ “altro azzurro che dilaga a macchia e ci ingloba”, divenuto tutt’uno, ancora una volta, coerentemente alla riflessione suggerita dalla raccolta precedente, col bello naturale.
Il bello naturale è percepito come possibilità presente, e si rivela nella sua doppia veste di matrice (cioè bello naturale e allo stesso tempo bello natio), in cui Amadei riconosce quel sostrato culturale personale che appartiene al suo presente; quel presente d’origine, il quale sembra quasi riecheggiare quello ingenuamente primordiale “Baudelaireano”: quelle “Epoche nude”, quella sincerità perduta e antica, che l’autore riattualizza nei suoi diversi modi di tendere alla Bellezza, di vivere la Bellezza.
Allora perveniamo alla comunione sacrale dei corpi nella poesia: “Ce ne stiamo accoccolati sotto le coperte”, la quale rivela quella “felicità / che io e te ora siamo”.
È qui che Amadei, attraverso le lenti dell’innamoramento, vive il suo sogno e vede “rivivere i muri, la piscina secca”, “gli oggetti prendono vita, si alzano” per lanciare “a riva il ricordo di te”.
Quel te, quella persona, che al poeta serve per tornare a sé stesso. Quel sé stesso è l’umanità, la quale si dispiega ed è allo stesso tempo veicolata dalla capacità che permette all’autore di vivere cogliendo la vitalità delle cose, apparentemente inanimate; di cogliere altresì la vita per dimostrare a sé stesso, forse, di essere ancora umano.

Per chiunque fosse interessato ad acquistare le raccolte qui analizzate:

Saperti a Piedi Nudi

“Gli Specchi Critici”: prima parte de La vitalità del quotidiano in Filippo Amadei di Luca Cenacchi

La vitalità del quotidiano in Filippo Amadei 




È con sommo piacere che, grazie a farapoesia, Fara Editore e al blog letterario Kerberos Bookstore, posso inaugurare la rubrica sulla poesia contemporanea “Gli Specchi Critici”. Essa ha come fine principale quello di mediare in modo chiaro e puntuale, il più profondamente possibile, l’opera poetica contemporanea italiana, nel rispetto delle intenzioni dei singoli autori, che saranno, con il loro consenso, presi in esame.
Vorrei restituire a ognuno il suo profilo ed inserirlo in un discorso di relazioni storico-stilistiche affinché si riesca a intravedere, durante l’espansione e crescita del progetto, una sorta di mappa, il più possibilmente precisa, delle voci della letteratura odierna, al fine ultimo di alimentare e arricchire il dibattito poetico.
In una prima parte si cercherà di delineare, con strumenti neofenomenologici, in termini di evoluzione tematica e stilistica, il profilo, il più rappresentativo possibile, della visione che il poeta ha della sua poesia.
Successivamente, si affronterà un discorso meno particolare e più generale, cercando di comprendere quest’ultimo in un quadro che parte dalle influenze poetiche del soggetto, per arrivare a delineare le eventuali consonanze che egli intrattiene con l’immaginario odierno; o di come in generale egli si possa situare al suo interno (non necessariamente per consonanza, ma anche per rifiuto o semplicemente come presa di distanza).
Più precisamente il lavoro non termina una volta delineato il profilo poetico, ma continuerà, in una sorta di appendice, in cui si parlerà delle influenze (storiche) di ognuno e, solo dopo che si sarà acquisita una mole di profili sufficiente, si comincerà a mappare le varie voci in relazione fra loro.
Iniziamo dunque questo ambizioso progetto con due raccolte importanti dell’autore forlivese Filippo Amadei: Saperti a piedi nudi e Oltre le ringhiere.



Saperti a piedi Nudi, LietoColle 2009

La prima volta che Filippo Amadei mi ha parlato sinteticamente delle peculiarità della sua poesia, ha sottolineato la necessità comunicativa cui faceva fronte, la quale si traduceva in un calco della vita, intesa come vissuto.
Il linguaggio si presenta semplice, pulito, senza sbavature artificiose che, altrimenti, intaccherebbero inevitabilmente la fruibilità e l’immediatezza della sua poesia.
Nella seconda raccolta, Saperti a piedi nudi, edita da Lieto Colle nel 2009, ovvero quando l’autore aveva 29 anni, il primo impatto è sicuramente questo.
Il linguaggio semplice subisce raramente delle inarcature, non ci sono particolari complicazioni a livello grammaticale, anzi – i periodi principali di molte poesie sono spesso dilatati, per mantenere i vari elementi tutti sullo stesso piano, nonostante la versificazione.
Il ritmo scivola in enjambement, che ampliano i confini logici del verso, per poi arrestarsi in poche, ma necessarie pause (grafiche e semantiche), dove esso sembra quasi riflettere con l’autore.
È proprio in queste pause che Saperti a piedi nudi diventa qualcosa di più che un arazzo del vissuto dell’autore, il quale acquisisce una dimensione di riflessione latente. Il modo riflessivo e interrogativo è invece un architettura più palese nella raccolta successiva.
Ambedue, in modi diversi, portano alla luce, primariamente, il sostrato magmatico dello stile di Amadei: pulsante ed irrequieto. Per essere più precisi, si potrebbe dire che soffre, sotto la superficie della cordialità dei toni.
Una sofferenza sempre in rapporto con il mondo e che poi, in Oltre le ringhiere, si specificherà in rapporto con la contemporaneità, percepita negativamente rispetto al sostrato culturale, non solo nativo romagnolo, ma anche, in senso lato, naturale.


Quando il tempo cambia e dal cielo
cade l’umido che accompagna la sera
la mia caviglia fratturata punta il dito, punge
nella carne – è tutto uno strillare
di tendini e ossa a ricordarmi
il dolore vivo del corpo, così sta il mondo
su assi terrestri traballanti, siamo noi
fragili le sue deboli caviglie

“Il gioco dei confini” è composto dal fatto e dagli oggetti: dall’avvenimento, dall’esperienza, i quali vengono diluiti, in alcuni testi, in modo quasi sistematico.
Inizialmente la dimensione lirica, personale, tende, se non a sfaldarsi, sicuramente a perdere centralità.
Così come da una parte “la caviglia fratturata”, in realtà è simbolo particolare dell’universale condizione umana e planetaria, dall’altra l’autore si confonde con il tramonto per rinascere.
Almeno questo è il progetto iniziale che, per essere attualizzato, richiederà un lungo percorso: “il tramonto confonde il gioco dei confini […] / anche lo spazio del mio corpo ritorna / tutt’uno, senza equatori ne divisioni /di luce, senza ferite – è cosi che rinasce”. Dalla frattura (ferita) alla quieta rinascita, in opposizione alla citazione di Valerio Magrelli, cui è comunque debitore non solo stilistico, “la terra è viva perché è ferita”.
In questo modo Amadei riesce ad ingannare il lettore con i suoi giochi di immagini che, facendosi simboli, superano la semplicità, la caratteristica della parola apparentemente piana: la complicano, caricandola, all’occhio del lettore attento.

Inquietudine, dunque, una delle dimensioni dominanti e principali di questa raccolta, assieme alla sensazione traballante, non equilibrata, nel momento in cui l’autore cerca di delineare il proprio profilo umano, cui si unisce quella del sogno, dove gli scorci per lo più naturali assumono una funzione positiva, pacificatrice e accogliente (dimensione che rappresenta l’autore e forse quelle in cui istintivamente si riconosce maggiormente ed in cui più soventemente egli trova asilo).
Talvolta questi momenti si scontrano, altre vengono invasi, vengono fusi con la dimensione urbana (“i fari ai bassi della galleria /nera gola di roccia proiettano fasci / di luce, sembrano costole / o l’esofago screziato di un enorme dinosauro”) tutte insieme queste dimensioni formano l’esistenza percepita dagli occhi dell’autore.
In questa esistenza, talvolta, la Poesia dell’immagine, non più esclusivamente della parola (linguaggio), sfiora dimensioni surreali da cui trapela la necessità viscerale – assieme al travaglio necessario che questa scelta imporrà – di essere ricompreso, diluito, digerito, quasi partorito nuovamente dalla natura, per potersi maggiormente avvicinare a lei, entrare in comunione: “in galleria assaggio il buio della roccia / quando ci rigurgita e torna la luce / mi sembra la prima volta”. Questa volontà si oppone al demone accumulatore della “modernità”, che senza memoria distrugge e soffoca: “la modernità / invece non ha memoria, è malattia / febbre del costruire.”
Fino a questo punto il poeta cerca una radice, quella matrice di origine in cui essere accolto, in cui confortarsi e, forse, in cui potersi riconoscere; dimensione che sarà presentata più compiutamente solo nella raccolta successiva. Qui resta un esigenza di pace, tranquillità e comunione quasi sempre naturale; naturalità che ancora non è platealmente ascritta alla condizione natia romagnola.
Emblematico di questo momento embrionale diventa l’immagine simbolica del “porto buono” con le grandi mani di pietra.
Man mano che si va avanti nella lettura, l’inclinazione alla visività detta precedentemente comincia a subire qualche sporadica contaminazione da quel modo di approcciare il quotidiano più diretto, che avrà solo compimento successivamente.
A un certo punto, la poesia di Amadei fa i conti con l’inaspettato, quell’entità altra, quella persona che problematizza in un cortocircuito, in un “tilt” lirico, l’alternarsi degli equilibri di forze e sensazioni precedenti.
Viene dunque riesumato quell’io latente, il quale ora si impone e prende spazio; allo stesso tempo si perde quell’alone di consapevolezza “giovanile” precedente, quella tensione universale: “è già sera / nelle serrature del pensiero / e questa stanza già piena di te / si ostina a restare indecifrabile, chiusa / nella sua perfetta estraneità”, “quando cerco di dormire e chiudo gli occhi / il tuo volto è tumulto non autorizzato / l’insurrezione improvvisa dei pensieri / nella piazza del mio cervello”.

Nella seconda parte, “In un sussulto sugli alberi aperti”, la poesia dell’autore perde non tanto la consapevolezza, ma la sicurezza nel presentare le situazioni, che sembravano essersi affermate precedentemente nella tensione universale di chi ancora osserva da fuori.
Il risultato è una immersione più intima e totale nella problematica di quel “tilt”, il quale darà nuova forza e maturità alle poesie. Le dimensioni precedenti, che caratterizzavano quel sostrato “primordiale” di Amadei, ora vengono accompagnate da una coscienza molto più specifica: la sofferenza del momento in cui deve delineare sé stessa. Il poeta cerca la sua funzione nel mondo, ma la percepisce come sfuggente. Restano indecifrabili e problematiche le persone più vicine, da cui la quiete del poeta è stata originariamente invasa.
Tale problematica troverà soluzione intuitiva nella comprensione del sé che si fa poetico e che, quindi, non può tracciare i confini o bilanciare la sua equazione; essa resterà sempre incompleta poiché è in continua comunione con la vitalità di ciò che è attorno a lui: “mi è sembrato / di bere dagli occhi di tutti stasera”.
Conclusione che sarà molto più chiara nella raccolta successiva, in quel crescere dell’erba, quel sorpasso in verticale del perimetro, ma non manca di fare la sua apparizione anche in questa sede.

Dal lontano sembra una nuvola
dal mare sommerge i palazzi
disabitati delle vacanze
e il suono di una nave mi richiama
il largo canto di una sirena, aspro
anticipo del naufragio, l’isola
ha il perimetro delle mie orme
non ricordo più nemmeno il nome
che mi davano, così simile a questa nebbia
sono, ogni istante dimentico la forma


Chiarito questo aspetto, la dimensione del sogno, assieme a quella lirica, prende il sopravvento completamente nella terza ed ultima sezione del libro.
È infatti “nel grembo del sogno” che Amadei compie la regressione alla matrice tanto sospirata che, come si riscontrerà meglio successivamente, è ricerca della condizione originale e vitale. Genesi inversa è il simbolo programmatico di questa aspirazione.
Nella poesia “Verso la mattina del tuo compleanno”, la quotidianità diventa insignificante davanti alla sacralità laica del sogno o del dormiveglia.
Quella dimensione dove non esistono esigenze di comprensioni, auto-strutturazioni o confini, le quali portano inevitabilmente al conflitto, ma in cui esiste solo la persona che si affaccia al mondo senza nessuna pretesa, come viene espresso nella poesia “Saperti a piedi nudi”, in cui la nudità dei piedi può essere interpretata come un modo per radicarsi con più forza.
In tal senso questo passo è veramente glorioso: “ma il tuo / saperti a piedi nudi, ancora un pochino / teneramente assonnata / nell’increspatura del mattino che nasce.”
Saperti a piedi nudi appare, nel suo svilupparsi, una raccolta travagliata in cui lo stile maturo traccia chiaramente un percorso allo stesso tempo di arrivo e partenza.


La vitalità del quotidiano parte 2



Filippo Amadei (foto: Daniele Ferroni) è nato a Ravenna nel 1980. Ha vinto la “Sezione Giovani” del Premio nazionale di Poesia “Aldo Spallicci” 2004. Suoi versi sono presenti in rete, su riviste ed in alcune antologie. Nell’estate 2005 ha pubblicato con Il Ponte Vecchio la sua prima raccolta di poesie La casa sul mare. Nella primavera del 2009 ha pubblicato la seconda raccolta poetica, Saperti a piedi nudi, con LietoColle. Insieme ad un gruppo di poeti e amici ha fondato l’Associazione Culturale “Poliedrica”. Nel 2014 ha vinto la prima edizione del premio Rimini per la poesia giovane, con la terza raccolta di versi Oltre le Ringhiere, che è stata pubblicata presso Raffaelli editore.



Luca Cenacchi è nato a Forlì nel 1990. Nel 2011 la poesia Laocoonte – ovvero di sé stesso è stata selezionata per essere pubblicata nell’antologia del Premio letterario Ottavio Nipoti – Ferrera Erbognone. Ha contribuito a fondare e sviluppare il forum letterario “I Gladiatori della Penna”. Nel 2015 suoi testi inediti sono stati presentati nella serata “Arcadie Invisibili” all’interno del progetto “La Bottega della Parola”, organizzata dalla “Associazione culturale Poliedrica” di Forlì. Nel 2016 il blog letterario Kerberos Bookstore ha scritto un articolo critico di alcune sue poesie inedite Valore-contenuto e valore-bellezza: ilsenso del sacro attraverso la trasfigurazione dell’immagine e la neutralità al messaggio. Nel mese di Aprile dello stesso anno tre sue poesie (La Perla, Anoressica e Francesca) sono state selezionate per essere inserite nella antologia La mia sfida al male, pubblicata a seguito della terza edizione del concorso letterario Come farfalle diventeremo immensità, in memoria di Katia Zattoni e Guido Passini, indetto da Fara Editore. Aspirante critico letterario, è ansioso di contribuire al dibattito sulla poesia contemporanea, attraverso la rubrica critica “Gli Specchi Critici”, realizzata in collaborazione con il blog Kerberos Bookstore e farapoesia. Per info sul progetto: glispecchicritici@gmail.com, facebook

sabato 24 maggio 2008

Il tuo volto è un tumulto non autorizzato (Filippo Amadei)

Come nei versi recentemente pubblicati ne Il silenzio della poesia, la voce di Filippo Amadei anche in queste nuove poesie esprimono una tensione al limite del tragico (o dell'assurdo dell'assurdo) pienamente (ironicamente) riuscita: le venature lirico-nostalgiche sono infatti molto sobrie e direi scientificamente oggettivate, così che il messaggio arriva con notevole efficacia e riverbera nel lettore creando una inquietudine o emozionandolo con intelligenza. Un autore che trovate in questo blog e che mi pare adotti una “strategia” simile è Vincenzo Celli.
V. anche nota di lettura a Saperti a piedi nudi.


“Paura. Di te. Amarti
è il rischio più alto.”
Pedro Salinas


*

Quando cerco di dormire e chiudo gli occhi
il tuo volto è un tumulto non autorizzato
l’insurrezione improvvisa dei pensieri
nella piazza del mio cervello.


*

Ho boschi grigi nella testa
pieni d’uccelli e se mi chiami
è così forte il richiamo del tuo vento
che mi scuoti alle radici del pensiero
tutti volano via.


*

Ho troppe poesie, mi rendo conto
da farti leggere – le ammucchio
tutte in pila alle pareti, colonne
così alte da diventare alberi
portanti delle mie stanze, della casa
che mi abita il cervello e sembra stare
lì, come a chiedermi ancora qualcosa
ora che è finita ed è sempre vuota
– come ad aspettarti.


==========


“Scivola la penna
verso l’inguine della pagina,
e in silenzio si raccoglie la scrittura.”
Valerio Magrelli


*

Quando getto la poesia sulla carta
lei ancora si dimena, scalcia
e arrotola la coda delle parole
pure cambia colore questa bestia
che non riesco a imbalsamare
muta testa in zampe e viceversa, stride
nella bocca di chi vuole averla
finalmente immobile, catalogata
nella teca di vetro del verso.


*

Si sta sciogliendo la mia lastra di piombo
nella fornace delle parole che gocciano
sullo stampo vergine del foglio.
Ecco condensarsi nuvole, immagini
figure vive. Un altoforno è la mia poesia.


*

Le parole sono brocche alte
riempite all’orlo della bocca
e non basta a volte richiuderle
dentro il pozzo delle viscere
le parole non riescono sempre
a contenerci, a portare nel ventre
calmo la cascata delle cose.



Filippo Amadei, nato il 16 novembre del 1980 a Ravenna, vive a Forlì. Diplomato al Liceo Classico “Gian Battista Morgagni”, si è laureato nel dicembre del 2003 in Economia Aziendale, all’Università di Bologna, sede di Forlì. Attualmente lavora presso uno studio di consulenza aziendale. Sue poesie, scelte da Maurizio Cucchi, sono state pubblicate rispettivamente sul n. 436 dello «Specchio della Stampa» e sulla «Stampa Web» del 20-07-2007. Ha vinto la Sezione Giovani del Premio nazionale di Poesia “Aldo Spallicci” 2004. Nell’estate del 2005 pubblica la sua prima raccolta di poesie intitolata La Casa sul Mare (Il Ponte Vecchio, Cesena). È tra i fondatori dell’Associazione “Poliedrica”, nata nell’agosto 2007 con lo scopo di diffondere il messaggio artistico nelle sue molteplici forme.

mercoledì 17 giugno 2009

Su Saperti a piedi nudi di Filippo Amadei

nota di lettura di AR

Fresca di stampa (LietoColle, collana “Erato”, 31 marzo 2009) e di presentazione forlivese, ho in mano la seconda raccolta di Filippo Amadei. Divisa in tre sezioni (“Il gioco dei confini”, “Un sussulto sugli alberi aperti”, “Verso la mattina del tuo compleanno”), l'opera offre versi di grande nitore e forza visiva (la foto in copertina e quella all'interno sono pure dell'autore), immergendo il percorso personale in una realtà che è quella che ci circonda con la gravosa bellezza delle relazioni umane condizionate dal tempo e dal male (eppure sostanzialmente buone ed eterne se purificate dalle incrostazioni egotiche): l'esergo è in questo senso una chiave significativa della poetica di Amadei “A mio nonno, in qualche parte di me”.
Il libro è davvero curato, “onesto” in senso sabiano, carico di una malinconia attiva che rende la parola suadente e perforante, esatta e calda (personalmente ho trovato solo sporadiche cadute di tensione (lievi prolissità che sono forse echi di canzoni?) in poesie come Prendiamo possesso di una nuova casa (p. 23) e in Io per primo tu dietro, insieme (p. 38) e forse un altro paio. Per il resto la sinfonia di immagini, suoni, ritmo e “messaggi” è davvero godibile e giustamente inquietante.
Niente infatti è semplice come appare, la riflessione sulla realtà, su questo nostro mondo, diventa un rifrangersi di particelle luminose che come un raggio laser tagliano e cicatrizzano al tempo stesso. La verità dei rapporti, di ciò che conta nella vita, dei valori (se vogliamo usare questa parola fra il démodé e l'abusato) non è data, ma va cercata e in fondo, faticosamente, costruita da ciascuno di noi, e da ciascuno insieme al suo prossimo, perché siamo tutti feriti e ferenti, tutti insufficienti a noi stessi, tutti pervasi da quel “mistero” per cui il nostro io ci sfugge e richiede con parole mute la stabilità di Altro. La prima poesia della raccolta credo possa esprimere più compiutamente quanto ho cercato di dire:

«Quando il tempo cambia e dal cielo / cade l'umido che accompagna la sera / la mia caviglia fratturata punta il dito, punge / nella carne – è tutto uno strillare / di tendini e ossa a ricordarmi / il dolore vivo del corpo, così sta il mondo / su assi terrestri traballanti, siamo noi / fragili le sue deboli caviglie.» (p. 15)

Belle, come si diceva, e nitide le immagini che costellano queste pagine. Ad esempio, fra le tante: «Il Conero è un sasso che pesa / enorme sugli occhi, granito e nuvole» (p. 25); «Ho boschi grigi nella testa / pieni d'uccelli e se mi chiami / è così forte il richiamo del tuo vento / che mi scuoti alle radici del pensiero / tutti volano via.» (p. 27); «ma guardando lo stecco del campanile / allungarsi sulle pareti della notte ho capito / di essere sul fondo di una scatola» (p. 40); «Noi siamo le matite del mondo / disegniamo la traccia dei nostri destini» (p. 49).

Assolutamente memorabile la poesia L'omicidio di Benazir Bhutto: trattare in forma poetica una materia giornalistica così incandescente richiede davvero una grande capacità stilistica: crediamo che Amadei abbia trovato una sua cifra, ed essa potrà continuare a dargli belle soddisfazioni nelle fatiche future. Buona strada, dunque, ai passi a piedi nudi di un “tu” che è spesso una diretta proiezione dell'autore e che pure sa interpellare e smuovere il lettore: entrambi camminando sanno che le ferite sono compensate dalla consapevolezza di crescere e di avvicinarsi a una meta che «è la luce» (queste le ultime parole del libro).


mercoledì 29 luglio 2009

Su Saperti a piedi nudi di Filippo Amadei

nota di lettura di Cristian Pretolani

Saperti a piedi nudi è la nuova raccolta poetica di Filippo Amadei, edita da LietoColle 2009.
Le poesie di Amadei si presentono cariche di immagini estrapolate dal quotidiano, le quali riflettono in modo diretto e asciutto una compiuta maturità del poeta. Un’immagine molto ricorrente è quella del “corpo”, che dà l’idea del tabernacolo della poesia di Filippo. Un’alcova di emozioni, come si può notare in un testo: “[…] il dolore vivo del corpo/ così sta il mondo/ su assi terrestri traballanti/ siamo noi fragili/ le sue deboli caviglie.”
È lampante anche una tematica sociale, ma sempre riportata all’individuo che fa di questa Poesia la sua peculiarità.
Un componimento che si distingue per eccellenza formale, semantica e sentire è Genesi Inversa riporto gli ultimi versi che sono esplicativi: “nel grembo del sogno/ sono un gomitolo di tendini e pelle/ spasmi di vertebre nel liquido/ – si azzera di nuovo tutto/ il mio ultimo ricordo è la luce.”
Una poesia che esalta la vita.

venerdì 6 maggio 2016

“la fatica di lavorare per tornare limpidi”: la vocazione di Filippo

recensione di AR a Oltre le ringhiere di Filippo Amadei, Premio Rimini per la poesia giovane, Raffaelli 2014

http://www.raffaellieditore.com/oltre_le_ringhiere
C’è una eleganza ferita nella poetica di Filippo Amadei, i versi descrivono con abile e partecipata sintesi gesti ed eventi anche minimi («ma quella volta hai posato le tue mani / sulle mie cosce – “così non prendi freddo” / ed era incredibile la dolcezza di quel gesto / in mezzo al nulla, tutto quel buio che i fanali ferivano …», p. 36), situazioni che esprimono il desiderio di ciò che sta Oltre le ringhiere, oltre i confini: «sono sempre più certo che la verità, anche la più piccola / idea creduta vera debba lottare contro un perimetro» (p. 38).  Già i versi in esergo mi hanno commosso ricordandomi lo stesso insegnamento di mio padre: «Fin da piccolo mio padre mi ha insegnato / a farmi il segno della croce / davanti a un cimitero … / (…) / … lo faccio sempre / forse perché spero che qualcuno / (…) / sia rimasto ancora qui a credere / che non siamo andati via per sempre.» (p. 15). Mettere questa dichiarazione come apertura della raccolta credo sia una chiave importante per il lettore: c’è una tradizione nel nostro stare al mondo, un passaggio di consegne culturali, affettive, religiose che non solo ci con-formano, ci fanno soggetti capaci di relazioni (a partire da una solitudine che è prendere atto di “questo mai / perfetto assomigliarci», p. 25) e ci forniscono il bagaglio per intraprendere il nostro cammino, ma ci tras-formano in quanto alimentano quei semi innati (desiderio di felicità, realizzazione, amore, senso del proprio andare – «… è un continuo / cercare di innalzarsi la vita», p. 24) che grazie agli incontri, alle scelte di vita, allo studio, al lavoro, al rapporto con chi amiamo… ci rendono ogni giorno un po’ diversi, specialmente nel periodo della giovinezza. Sì perché questo libro è anche un fare il punto sul percorso di un trentenne, una fase vitale particolarmente critica benché al tempo stesso ricca di opportunità: «che vita fantastica ha un foglio di carta / vorrei essere io, inseguire l’abbraccio / delle curve e sentire il vento / che ci prega di spiegare davanti alla vita / ogni singolo pezzo di noi.» (Quel foglio di carta, ultima poesia della raccolta, p. 51); «Invecchiando si restringe lo spazio vitale / il perimetro dei gesti domestici, ci si allena / a chiedere meno, anche a sé stessi, anche all’aria / si dimentica, invisibile prima / ora una mancanza.» (p. 20):
Giustamente nella splendida Prefazione Francesco Tomada osserva che in Amadei «rimane sempre vivo il senso di sacralità della vita» (p. 8) e che nei suoi versi è sotteso l’invito a «spogliarci di tutto il superfluo, che apparentemente è esigenza e invece finisce col diventare prigione» (p. 9).

Il dilemma di ogni esistenza è la risposta a una chiamata (che magari non è quella che ci immaginiamo, il più delle volte risultando certo più sorprendente del proprio turno quando si è in fila alle poste, p. 22), la necessità di una mancanza, di una fatica, di una scelta per fare spazio alla bellezza («un lampo che raschia le ossa», p. 23) che, da un punto di vista religioso, è la misericordia di sentirsi abbracciati da un Oltre accogliente) – questo sembra dirci, semplificando, il poeta forlivese, ad esempio in Verso Cesenatico (p. 35): «Quando arrivava l’estate dei compiti in giardino / quando era ancora troppo presto per i baci alle ragazze / facevo le gite fuori porta con mio padre / sveglia all’alba e subito sui pedali / l’avremo fatta solo sul porto canale / la colazione, ricordo il fiato corto e l’aria aspra / (…) / mi chiedevo il perché di tanta fatica, solo dopo / (…) / nel via vai delle stradine laterali, anche l’indecifrabile ansia di mio padre, ogni bellezza creduta perduta / era allora ritrovata, esisteva già da prima / esigeva una mancanza» (p. 35); «e cos’altro è la vita se non un gioco / continuo di opacità e trasparenze / la fatica di lavorare per tornare limpidi / percepire chiaro un orizzonte / riconoscere l’uomo / nell’uomo di fronte.» (Spiaggia di fine marzo, p. 37).

Sì perché i nostri limiti, i nostri condizionamenti, i nostri insuccessi, ma anche i traguardi raggiunti, per il fatto stesso di esserci ci indicano che esistono possibilità altre, al di là, nuovi spazi e nuove mete… e l’energia che ci permette di transitarli è quel desiderare faticoso, complesso,  sorprendente, gratuito e inesausto a cui ogni persona si sente chiamata: «… ho in testa mille voli / di pensieri che non partono, persi nella bonaccia / mentre l’aria ha smesso di essere vento / e semplicemente ci attraversa.» (p. 47); «A volte la scarsità ci rende liberi.» (p. 42).  

venerdì 7 aprile 2017

Vincitori Come farfalle diventeremo immensità 4, premiazione a Forlì 25-4-17


http://www.comune.forli.fc.it/servizi/notizie/notizie_homepage.aspx
Siamo lieti di comunicare i risultati del concorso Come farfalle 4. Il coraggio del bene. Complimenti ai vincitori e grazie di cuore a tutti i partecipanti, ai giurati, ai volontari, alle associazioni e alle istituzioni (in particolare il Comune di Forlì e il Sindaco Davide Drei) che sostengono questa inziativa per il suo valore culturale e sociale. 
http://www.faraeditore.it/nefesh/coraggiobene.html
 

La premiazione inizia alle ore 9.30 del 25 aprile 2017 

con la premiazione dei primi classificati e degli alunni delle scuole da parte del Sindaco Davide Drei. La festa continua nel pomeriggio nei pressi del ristorante del Parco Urbano (al ristorante sarà possibile pranzare assieme a prezzo convenzionato, gli interessati sono pregati di dare l'adesione al giurato Enrico Medri medrienrico@gmail.com che forninrà ogni utile informazione) con la lettura delle motivazioni da parte dei giurati, i reading degli autori presenti e la performance L'incontro a cura della Minima Parte (con i poeti Massimiliano Bardotti e Stefano Cavallaro). Sarà disponibile in anteprima e a prezzo scontato l'Antologia Il coraggio del bene (copertina illustrata da Alessandra Placucci) e testo con le opere di tutti gli autori vincitori, selezionati e segnalati, v. classifica qui sotto). Per chi ama l'arte ricordiamo che ai Musei San Domenico di Forlì è in corso la Mostra Art Déco. Gli anni ruggenti in Italia.


Opere votate e segnalate dai giurati della quarta edizione del Concorso Come farfalle diventermo immensità ideato da Guido Passini per ricordare Katia Zattoni (entrambi appassionati poeti e operatori culturali attivamente impegnati per il bene comune, prematuramente scomparsi a causa della fibrosi cistica). In giuria: Cristina Lega (presidente), Enrico Medri, Federica Fantini, Filippo Amadei, Francesca Abbiati, Gaetano Foggetti, Jennifer Ruffilli, Stefania Zanetti, Thomas Casadei, Vincenzo Capodiferro. Ecco la classifica della sez. Poesia (per la sez. Racconto vedi narrabilando):

Prima classificata



Più della speranza


di Carla Casetti Bregantini (Zambana Vecchia, TN)

  

[Sagittaria con ascendente Vergine, sono nata a Lavis (TN) il 25 novembre 1942 e risiedo a Zambana vecchia, in provincia di Trento. Ho operato con passione nel campo artistico-culturale, indagando numerose arti, dal canto, alla danza, al teatro, alla pittura, alla scrittura, con particolare predilezione per la poesia. Amo i viaggi, la ricerca interiore, l’amore, la gentilezza e la vita. Ho pubblicato haiku, poesie, racconti in varie raccolte, il romanzo Una storia bella (2014), dedicato alla storia di mio marito Livio, e due scritti autobiografici: Nascoste impressioni (2009) e L’Alfabeto del tempo che camminai (2016).]
 

Il desiderio di essere accompagnati nella vita “che mi prenda per mano dolcemente e mi guidi”, fa di questa poesia “speranza”! (Cristina Lega)



Per le metafore e l’eufonia dei versi che sollevano il significato del testo. (Filippo Amadei)




Seconde classificate ex aequo

L’arca, Fidarmi, Resilienza

 di Elena Nardo (Bolzano)






[Sono un’idealista e sogno con le parole della mia poesia. Mi piace l’essenzialità e cerco il suono nei versi poetici, sono seria ma non seriosa. La poesia è il mio Monte Tabor.]



La resilienza è ogni ora del giorno. Per qualcuno può esserla anche di notte. Per settimane o periodi ancora più lunghi Può essere una scelta o un’opportunità. (Enrico Medri)



Per la misurata capacità di utilizzare la rima e le assonanze. (Filippo Amadei)


Tre testi in rima, quasi filastrocche, di cui ho apprezzato il ritmo e la capacità di parlare in modo diretto di temi forti. Parole chiave: sogno, fiducia, resilienza, virtù da coltivare per un futuro migliore. (Francesca Abbiati)



Davide è il tuo nome 

di Claudia Piccinno (Castel Maggiore, BO)

 
[Sono nata a Lecce nel 1970, ma ni trasferisco giovanissima in Lombardia e poi in Emilia Romagna dove attualmente vivo e insegno in una scuola primaria. Laureata in Lingue e Letterature Straniere, pur scrivendo da sempre, solo dal 2011 inizio a partecipare ai concorsi letterari e ad ottenere numerosi riconoscimenti. Presente in oltre sessanta raccolte antologiche, già membro di giuria in diversi premi letterari a carattere nazionale e internazionale…]



Nel mio lavoro di psicologa non è mai facile dare un confine all’autismo forse proprio perché un confine non ce l’ha. Trovo che questa poesia più che mai abbia spiegato Davide e che lo abbia fatto con gli occhi di chi vive davvero in questo mondo. (Federica Fantini)



Quando mi immergo sott’acqua. Trovo silenzio e dettagli che non conoscevo. Mi manca subito il fiato, ma resisto perché sto bene lì. Sono solo, ma mi piacerebbe condividere questa esperienza. Così da poter guardare e vedere le cose nella stessa maniera. (Enrico Medri)




Lo yuki del bene

di Teresa Piazza (Cormano, MI)
 

[Sono Teresa Piazza, ho quindici anni e frequento il secondo anno al Liceo delle scienze umane Bertrand Russell, a Milano.]



Veramente è grandioso questo esperimento poetico che tenta la riproduzione di raffigurazioni-geroglifici con l’estensione poetica. Ci fa ricordare da vicino i futuristi e i simbolisti, naturalmente con richiamo alla poetica degli haiku. Il linguaggio dei geroglifici è il più antico del mondo, ma anche il più sintetico: c’è tutto in una rappresentazione. Il Bene poi – rammentiamo Platone – è l’Idea Somma e la ricerca di esso dà felicità. Il messaggio etico trasmesso è notevole: segui il tuo cuore, ed io aggiungerei: e basta! Così mi rivelò un’arcana Cassandra. Seguire la mente a volte ci distoglie, ci offusca, ci ottunde. La via “erotica” è migliore della via “sofica” per tornare all’Uno-Bene. (Vincenzo Capodiferro)


Originale come forma per un concetto antico che nn ci entra in testa mai… Ma che risolverebbe tutto… (Stefania Zanetti)





Terzo classificato



La vera essenza

di Claudio Biondi (Forlì)

 

[Mi chiamo Claudio Biondi sono nato a Forlì nel 1959, sono sposato, risiedo e lavoro in questa bella città. Nel 2013 ho partecipato a un concorso letterario locale con una mia poesia in dialetto romagnolo ottenendo un sorprendente ed inaspettato “terzo posto”. Questo risultato mi ha spronato a scrivere poesie anche in italiano: le ho presentate ad alcuni concorsi ottenendo altri riconoscimenti che mi hanno dato tanta soddisfazione. Tre mie poesie sono state inserite nell’antologia La mia sfida al male del concorso “Come farfalle diventeremo immensità 3”. Quest’ultimo mio risultato lo ritengo il più importante di tutti perché tale concorso ha lo scopo di mantenere vivo nei nostri cuori il ricordo di due persone speciali: Guido Passini e Katia Zattoni.]



Risentire in poesia delle assonanze ritmiche e rimate, ben calibrate, nonché dense di significato, oltre che di incidente significante, è dolce nenia. C’è uno stile quasi carducciano. La poesia d’altronde è nata per questo: è musica, è parola creativa. Solo in ciò assomigliamo a Dio, nella creazione-creatività. La bellezza più grande poi si scorge nel messaggio finale: la vera essenza dell’amore e poi in quel «sorriso/ che nascondeva la sofferenza. (Vincenzo Capodiferro)


Credo che l’essenzialità di ciò che mi ha trasmesso questa poesia sia la sua anima. Chi soffre non ha bisogno di troppe spiegazioni per capire l’altro, lo capisce subito e meglio di chiunque altro. (Federica Fantini)





Poesie votate



L’essenza del bene di Zoe Malvestiti (Milano)

[Mi chiamo Zoe ho 15 anni vivo a Milano, frequento il secondo anno del Liceo delle scienze umane BertrandRussell, sono una ragazza curiosa e mi piace mettermi in gioco; per questo ho deciso di provare a mettere su carta i miei pensieri e le mie emozioni. Sono solitamente molto solare e vivace, ma guai a offendermi, posso diventare un po’ troppo permalosa. La mia testa  è in costante viaggio, passo per diversi pianeti, prima di riuscire ad arrivare al sole. Mi piace passare periodi spensierati a vagare con la mente in galassie sconosciute all’uomo. Tutto sommato mi reputo una ragazza come tante altre mie coetanee,  se non fosse per quel pizzico di pazzia che tende a caratterizzarmi e a rendermi unica, ma qualche volta un tantino fuori dalle righe.]


È proprio così, succede esattamente così. Ti trovi da solo di fronte alle scelte e quando decidi è per sempre. Giurare a se stesso, significa giurare amore eterno. Con coraggio con paura con amore con sacrificio. (Enrico Medri)



Per la bellissima chiusa che mostra l’essenza del bene.

(Filippo Amadei)




Ma-donne, Pusill-anime, Diesel di Dario Nicolella (Napoli)





[Affianco la vocazione poetica alla professione medica di oncologo. Vincitore ex aequo del III Premio Nazionale di Letteratura Contemporanea 2015 per la Sezione Poesia inedita e del Premio Emily Dickinson 2014 con la silloge Trenta poesie per Rabarama (2013) nonché finalista al Concorso E-book in Versi 2016 con Poesie delle trenta lune, sono stato finalista con poesie edite ed inedite in altri premi letterari e sono presente in antologie e blog di poesia contemporanea. Ho pubblicato recentemente le raccolte Uni-versi di-versi (2014) e Poesie in alta definizione (2016).]



Ma-donne è semplice, breve (come penso debba essere una poesia) e tremendamente attuale e senza tempo. (Gaetano Foggetti)




Appassiscono le dalie di Sergio D’Angelo (Chiaramonte Gulfi, RG)


[Sono nato a Ragusa il 01/05/1969. Vivo da sempre a Chiaramonte Gulfi. Dal 2009 sono promotore e direttore artistico del Concorso Nazionale di Poesia “Chiaramonte Gulfi – Città dei Musei”.]



Versi tersi, carichi di tensione emotiva che fanno a pugni con la malattia, non concedono tregua al lettore che segue restando, alla fine, senza fiato. (Thomas Casadei)



Ci aprono il sipario di Carla De Angelis (Roma)

[Sono nata e vivo a Roma. Ho pubblicato raccolte di poesia e racconti. Ho vinto premi. Credo nel dialogo e sono felice quando un incontro inaspettato, occasionale, si trasforma in amicizia. Credo si possa arrivare a un mondo più giusto dove la parola tolleranza sia sostituita da condivisione, e il relativismo non voglia dire accogliere costumi contro il valore della vita umana. Mi auguro che le ragioni del sentimento prevalgano su quelle della ragione. Non vorrei mai scoprirmi cambiata rispetto ai sogni, alla allegria e allo stupore che provavo da bambina.]


Ricami di parole ad impreziosire  immagini di sentimenti semplici ma intrisi di vita vera. (Stefania Zanetti)





Se sto con te di Renato Sclaunich (Bolzano)

[Sono nato a Gorizia nel 1967. Dal 1996 vivo a Bolzano e altrove. Nel 1988 sono stato fra i vincitori del premio di poesia I giovani incontrano l’Europa. Nel 1997 vengo segnalato al Genova International Poetry Festival, successivamente alla 53a Biennale di Venezia. Isola della poesia Night of light. Nel 2004 fondo il collettivo instabile Zwiebeltruppen. Nel 2008 partecipo a Manifesta 7 parallel event. Mie poesie sono presenti nel deposito Bosco dei Poeti presso il MART di Rovereto, The Poetry Library di Londra, la Poetry Collection University di Buffalo. Credo nella parola che si muove con disinvoltura, negli atti magici della voce, nelle pause piene di colori e nei temporali improvvisi che narrano di noi con precisione millesimale…]


Per la versificazione piana e regolare, la parola esatta che asciuga e rende nitido il significato. (Filippo Amadei)





Mi devi sopportare per la vita di Alessandra Servadei (Forlì)

[Sono una donna di 48 anni. Fra i mei hobby ho quello di scrivere poesie illustrate oltre a quello di leggere e ascoltare musica. Vivo a Forlì con la mia famiglia: durante la settimana frequento un laboratorio socio-occupazionale e un giorno a settimana presto opera all’interno di un negozio equo-solidale.]



In questa lettera d’amore di una figlia per il padre si respirano autenticità e freschezza. Parole semplici e vere, immagini che toccano il cuore. Una ventata di allegria e colore percorre i versi e lascia un sorriso sulle labbra. (Francesca Abbiati)





Cadde una goccia, In profondità, Abbraccio la giornata

di Massimiliana Pieri (Senago, MI)

[Sono nata a Milano nel 1967 e vivo a Senago. Ho conseguito attestati di: Operatrice d’ufficio, Educatrice prima infanzia, Informatica ECDL. La mia grande passione è scrivere poesie comunicando emozioni; imparare ogni giorno qualcosa di nuovo attraverso la lettura, frequentando corsi di aggiornamento. Amo stare immersa nella natura che offre mille emozioni ed esperienze, dove l’arte, la musica si fondono in una dolce armonia sprigionando fantasie dalle quali attingo ispirazione per le mie opere. Frequento gruppi letterari. Ho partecipato a diversi concorsi letterari conseguendo ottimi risultati. Metafora Idilliaca è la mia prima raccolta poetica (2014).]


La poesia In profondità unisce due mondi e racconta con delicatezza e speranza l’amore fraterno che ci lega come esseri umani. (Cristina Lega)



Leggendo Cadde una goccia ho immaginato il semplice disegno di un bambino dietro il quale si nascondo però le emozioni più importanti per lui, l’emozione gioia e l’emozione tristezza. (Federica Fantini)





Sposalizi di guerra di Franco Casadei (Cesena)

[Sono un medico che vive e lavora a Cesena. Ho pubblicato le raccolte di liriche I giorni ruvidi vetri (Il Ponte Vecchio 2003); Se non si muore (Ibiskos Risolo 2008); Il bianco delle vele (Raffaelli 2012); La firma segreta (Itaca 2016). Primo o fra i primi classificati nei premi di poesia: Ungaretti 2005; C. Levi 2005; Giovane Holden 2008; D.M. Turoldo 2011; J. Prévert 2011; Premio nazionale di Filosofia 2012; C. Pavese per medici scrittori 2013; G. Gozzano 2013; G. Pascoli di Barga 2014; Antonia Pozzi 2014; Renato Fucini 2015. Alcune mie poesie sono state tradotte in spagnolo e in rumeno.]
 
Una storia essenziale che dà serenità. La poesia è più nel racconto struggente che nella modalità espressiva, comunque efficace. (Gaetano Foggetti)



Storie di un tempo passato che a noi sembra molto lontano. Storie di guerra, che la vita ci ripropone anche oggigiorno. Il finale ridà speranza e poesia. (Cristina Lega)





Così il bene di Sogna Nordio (Chioggia)

[Mi chiamo Sogna e non Sonia perché il funzionario comunale al momento della stesura del mio atto di nascita ha pensato in dialetto. Così il mio nome è diventato un imperativo categorico e grazie ad esso ho sempre sognato ed essendo ormai in pensione sogno, penso e… scrivo. Vivo a Chioggia e faccio parte in un circolo culturale di lettura e scrittura. Ho partecipato a vari concorsi più o meno importanti, in alcuni sono arrivata fra i primi classificati ed ho avuto anche parecchie segnalazioni. Quando scrivo cerco sempre di raggiungere l’anima della persona che mi leggerà.]



Una poesia breve e cristallina, che con pochi versi fa comprendere tutta la semplicità e contemporaneamente la potenza del bene. Il bene è proprio così: spesso silenzioso, delicato, nascosto nelle cose piccole… eppure ha una forza incredibile. (Francesca Abbiati)



Per avere disvelato i mille volti del bene. (Filippo Amadei)





Dentro Hope di Rita Stanzione (Roccapiemonte, SA)

[Credo nella forza della solidarietà. Credo che sorridere in risposta alle azioni negative, sia un rimedio, il più spiazzante. A volte funziona, avvicina aprendo il dialogo. Mi piace pensare “andiamo incontro al giorno con i fiori in bocca”. Con Fara ho pubblicato Canti di carta, II classificata al concorso Versi con-giurati.]


Io sono te e tu potresti essere me… Che lezione … in ogni situazione e momento… Un mantra da cui farsi guidare sempre. (Stefania Zanetti)





Il bene di Eleonora Casadei (Cesena)

[Mi chiamo Eleonora Casadei e svolgo il mestiere più difficile del mondo: raccolgo immagini. Vivere ogni giorno che passa fra i banchi di scuola in mezzo ai miei alunni, respirare l’aria del teatro e cullare le mie orecchie e le mie mani fra strumenti musicali, alimenta questa ricerca. Bisogna essere predisposti e attenti alla vita per diventare “raccoglitrice di immagini”. E altrettanto pazienti bisogna essere affinché queste stesse immagini, lentamente, si depositino nel cuore. Solo allora, infatti, è possibile scoprire le parole che vi sono nascoste dentro e tramutarle in poesia.]


Originale fin dalla disposizione dei versi che sembrano descrivere i palpiti del cuore, i gesti e gli scatti di colore. (Thomas Casadei)



Come un battito d’ali di Claudia Parlato (Valdagno, Centro Arcobaleno di Arzignano, VI)


[Sono nata a Valdagno il 30/08/1977. Sono al Centro Arcobaleno e in comunità da cinque mesi. Sono stata alla cooperativa Studio Progetto per quattro anni. Ho il fidanzato da due anni.

Adoro mangiare cioccolata e sono molto curiosa. Faccio fatica a stare a dieta.]



Versi di pura serenità, di suoni e colori che descrivono con semplicità le luci e le ombre dell’esistenza. (Thomas Casadei)





Primo al traguardo di Moreno Zoli (Forlì)

[Ho pubblicato un paio di libri e ho partecipato alle antologie Senza fiato con alcune liriche. Sono entrato nell’anno che mi porterà ai 50 anni, ma la mente è sempre quella di un ragazzo. Scrivo da sempre e, considerando che sono diplomato come programmatore di computer, questa passione può sembrare strana: forse è proprio il bello della poesia… non avere confini. La poesia arricchisce la mente e l’anima, non certo il portafoglio, ma sapere che qualcuno apprezza le cose che scrivi, arricchendogli lo spirito, beh non ha prezzo.]


Fotografa una condizione che tanti di noi hanno vissuto o vivono ma la ribalta facendola diventare una virtù. (Gaetano Foggetti)





Una donna resistente di Pietro Lapiana (Borgia, CZ)

[Sono nato a Borgia (CZ) il 07/02/1950 e vi risiedo sin dalla nascita. Laureato in Pedagogia, ho insegnato per 25 anni nelle Scuole Elementari e, per oltre dieci anni, Italiano e Storia negli Istituti Tecnici e Professionali. Sono stato corrispondente di giornali e riviste, tra cui “Il Giornale di Calabria” di Piero Ardenti. Dal 1994 sono “Benemerito Educatore”. Ho ottenuto diversi riconoscimenti e mie poesie sono state inserite in varie antologie. La silloge poetica Echi di remote stagioni, Leonida Edizioni 2015, si è classificata prima al Premio Sellion e alla XXIV Edizione del Premio Campania Libro-Olimpo della Cultura, quarta al Premio Leandro Polverini. Nel 2016 è uscita con Archeoclub (Patti, ME) la raccolta Tra pensieri e sentimenti vagando.]


Un micro-poema storico denso e struggente: racconta il dramma di una donna morta per la libertà. Le tematiche trattate sono veramente attuali: tipo la violenza sulle donne. Si assaporano degli esperimenti poetici densi di populismo, che ci ricordano i Narodniki e i Nihilisti. Come non ricordare Rocco Scotellaro, il poeta dei contadini? La poesia si fa storia e come ogni arte, in definitiva, “non tace”, anzi diventa foriera di verità ed in questo senso più profondo diventa “profezia”. (Vincenzo Capodiferro)





Poesie segnalate



Barattolo di Consuelo Marchioro (Centro Arcobaleno, VI)



[Ciao, mi chiamo Consuelo Marchioro, detta Consu. Quest’anno compio 35 anni e frequento il Centro Arcobaleno di Arzignano dal 2006. Attualmente lavoro part-time come operaia in una conceria, il che mi dà soddisfazione. Ho un ragazzo con il quale convivo da due anni e mezzo ed è una delle cose più belle che mi siano successe. Amo gli animali, la cioccolata, ma purtroppo e per fortuna non posseggo una fabbrica di cioccolata e derivati. Mi piace scrivere e nuotare.]



Un susseguirsi di fotogrammi che ti conducono in una dimensione di leggerezza e luce. (Cristina Lega)





Le parole delle farfalle di Luigi Carlotto (Centro Arcobaleno, VI)


[Mi chiamo Carlotto Luigi, frequento il Centro Arcobaleno da settembre dell’anno scorso a causa di una depressione. Ho intrapreso un percorso in un gruppo appartamento con altre due persone ma pian piano ci siamo divisi uno alla volta. Ora sono in cerca di una compagna per vivere la vita.]



Corse nei prati, esperienze che si fanno da bambini, presa di coscienza delle creature della terra: una poesia per renderci conto che rispettare la natura è importante. (Cristina Lega)





Non mancare di Anna Maria Tamburini (Rimini)

[Sono riminese, laureata in Letteratura Italiana con il prof. Ezio Raimondi all’Università di Bologna. Ho portato all’attenzione della critica l’opera di Agostino Venanzio Reali promuovendo incontri e convegni di studio, dei quali ho curato gli Atti: Dipingere la parola (Padova, 2006) e Per analogia (Roma, 2012). Ho dedicato saggi a M. Guidacci, C. Campo, E. Dickinson, T.S. Eliot, alcuni dei quali confluiti nel volume Per amore e conoscenza (Caltanissetta, 2012). Scrivo articoli e recensioni. Nell’ambito della poesia ho pubblicato i libri Colibrì (Fara 2010) e A mio padre (Helicon Edizioni 2014).]


È forte questo componimento che gioca molto sull’impatto visivo. L’esempio delle lenti progressive sottolinea la discontinuità della percezione del reale. Fanno riflettere poi quelle parole-chiave che interrompono i vari riquadri: – annota –; – ignora –; la poesia-visione è già pensiero, è Idea nella sua radice originaria (da “v-ide-o”; v-ide-or; v-ide-re). Tu non mancare agli orizzonti: l’uomo non può sottrarsi all’orizzonte, da “orizein”: abbracciare. L’uomo è un microcosmo onni-abbracciante, è come un punto nel vuoto (vedi il verso non temere i vuoti / nel tracciato sull’ideale/ mappa…). Ricordate Archimede: datemi un punto (nel vuoto) e vi solleverò il mondo! La “mappa” ideale ci dice, inoltre: la mappa non è il territorio. La percezione “progressiva” del reale non è il reale, ma è reale. (Vincenzo Capodiferro)





Il perdono giace nel grembo del silenzio di Caterina Camporesi (Rimini)


[Sono nata a Sogliano al Rubicone (FC) nel 1944 e vivo a Rimini. Sono psicoterapeuta. Già condirettrice de “La Rocca poesia” e redattrice de “Le Voci della Luna”, collaboro a riviste e blog con recensioni, testi poetici e saggi inerenti al rapporto tra psicoanalisi e creatività. Ho pubblicato le raccolte di poesia: Poesie di una psicologa (1982), Sulla porta del tempo (1996), Agli strali del silenzio (1999), Duende (Marsilio 2003), Solchi e Nodi (Fara 2008), Dove il vero si coagula (Raffaelli 2011), Muove il dove (Raffaelli 2015). Con la silloge “La sorte risanata” sono presente nell’antologia La coda della Galassia (Fara 2005). Altri testi sono stati pubblicati in numerose antologie e riviste.]


È una poesia semplicissima, senza arzigogoli, ma ricca di donazione e di conforto. La poesia è semplicità, non c’è bisogno di fare acrobazie letterarie. Vale sempre il monito di Carducci: ordine, chiarezza, semplicità. Eppure l’esaltazione del perdono – un gesto umano indelebile – viene associata alla grandezza mistica del silenzio. Questo silenzio lo si nota anche attorno alla poesia, alle scarne parole, ma non solo, ricordando a mente, o vociando: la voce è interruzione del silenzio primordiale. Il linguaggio è impastato di silenzio. È da questo silenzio unico, essenziale, irraggiungibile, si erge una parola che esprime tutto: p-e-r-d-o-n-o. Questa parola disgela il sangue delle “vene invisibili” dello spirito. Questa parola porta “linfa” al discorso che spesso cerchiamo di dire invano: non cianciare a vuoto! (Vincenzo Capodiferro)





A Tina di Armando Romano (Roma)

[Sono nato a Poggiomarino (NA) il 4/5/1931 e vivo a Roma. Laureato in Giurisprudenza, ho svolto l’attività lavorativa presso l’Inps in qualità di Dirigente pubblico. Attualmente sono pensionato e gestisco il Premio nazionale di poesia “La Lode”. Ho pubblicato 8 libri di poesia con ottime valutazioni del mondo culturale: Giorgio Caproni, Ferruccio Ulivi, Diego Valeri e molti altri. Ho vinto numerosi premi letterari.]

Per la concisione che disvela l’essenza dell’aria, come dell’anima. (Filippo Amadei)