Senza un'edera di rimpianto (Vincenzo Celli)

L'ignoto ci si può presentare come inganno o, per chi vive in una prospettiva di fede, come una soglia per nuove dimensioni. Questi versi si lasciano assaporare per la loro vivida purezza, immagini e metafore scolpite con maestria classicia e tralasciando qualche verso romanticheggiante («i mei piedi scalzi / disegnano stelle / per una notte d'estate») efficacemente sobria: «la mia maschera è là / raspa contro la porta / è un cane impaziente / questo vizio di scrivere».

sono rimasto

sono rimasto
sotto i ferri dell'infanzia

fingendomi morto
per sfuggire poche ore di sonno

dimenticando accesa
la mia candela d'oceano


***

un sorriso breve

ha un sorriso breve la rivolta
poi la bocca ritorna normale
come una utero dopo un parto

il fiume non scartabella più

un treno di finestre accese
passa accoltellando gli occhi

sfianca e si sporge dal basso
chi non sarà mai nessuno



una preposizione semplice

a volte gli occhi
cercano il buio

metto le mani davanti
per respirare un pò

lasciando tutta questa luce
che corrode dentro

così non penso
e la testa non gira

certi giorni
è difficile anche esistere

ma si rimane qua
come un mercoledì
in mezzo alla settimana

una congiunzione
una preposizione semplice
un cervo in corso d'Augusto
alle otto di sera


per sempre amerò di te


per sempre
amerò di te le mani
perché in tutti questi anni
mai una una volta
le ho viste chiuse


la stanza

andiamo non andiamo
non siamo usciti

tu stiri
la sòfora mette nuove foglie
io scrivo

ho chiamato mio fratello
forse domani ci vediamo
non hanno ancora deciso

un altro pomeriggio
li fuori si secca
leggerò qualcosa
magari la posta

Iumbi e Marco
giocano alla play
calcio pro
poi un numero


la bella statuina


pesto ogni carta
di cui sono fatto

prendo il mio posto
nel presepe della sera


amava il mare

si fa piaga la crepa
nel silenzio vile
che precede ogni miracolo

tu, mangiato
dentro un corpo breve, stretto
che quasi non riconosco
mi fai un cenno

soffio un mezzo sorriso
sulla polvere posata nei tuoi occhi
recitando tre parole prive di senso

ciao come stai

poi la mia bocca
sotto il pelo dell'acqua
vede la tua chiglia ripartire
senza le astuzie di una rotta

so, perchè ora
mi chiedo dove sarò domani

divago scorciatoie verso una croce
issata sul petto del muro

è un bivacco nel buio
il coro della pioggia che riprende


come nasce una poesia

senza bisogno di sedurre silenzi
né di comporre ossa

una poesia
nasce anche così

solo guardando il coraggio
di una casa a picco sul mare


nelle quattro stagioni

ho perso
l'abitudine
al discorso
ozia
l'occhio
nel fondo del bicchiere
ripassa il coro
della tovaglia feriale
nelle quattro stagioni
colme di forze disarmate


delitti inevitabili

Si rimane spettatori
di delitti inevitabili
rincorrendosi nei letti della memoria
così come si guarda crescere i confini
le spalle larghe della sera
i propri figli fortunati

ma le mani
non tradiscono

tremano, nel vizio dell'aria


città

sarei Venezia,

palafitta consumata
che scivola giù dalla sua tana

guarderei Murano,

le sue labbra di vetro
che soffiano via dalla mia laguna

due ciocche di nuvole
tre occhi sbottonati


***

– sono le sei, è ora –

quando il mattino incauto slaccia la notte dalla faccia

tu mi svegli

sento la neve della tua voce
il caldo calmo delle tue labbra

– sono le sei, è ora –

la luce già rovina nella stanza
è una secchiata d'acqua gelata

- ti sei addormentato al computer? -



ma non ho scritto di te



spilli appuntati

nudi i nostri corpi
non sanno che amarsi per sopravvivere

spilli appuntati
segni
fogli

nude le nostre mani
non sanno che farsi largo tra la folla

sentiamo allora
tutta la paura della vita

siamo ormai canzone
di un povero vento


reading


ho fame di parole
che mi lascino timido
come di fronte all'Africa

lascio alle spalle
i cantieri accavallati
dei cancelli aperti a caso

le menopause fitte, gli angoli
e le strade lussate dalla fretta
di ogni mio dopoguerra.


non dirmi che non devo più scrivere

uccidimi
con la pietra

di me non rimane che un greppo di case
un molo di parole dissimili
il bianco crudo del pane



il ciclo vitale

fatico un poco
a sostenere questa luce
nemmeno tanto sconosciuta
mi lascio penetrare come un uscio
da una voce che mi arriva dall'ombra
"ricordati di prendere il pane"
come fosse possibile
dimenticare il cibo quotidiano
della solitudine capace


scusami

oggi, che le mie strade sono vene più chiuse
cerco di trasformarmi in un frammento
perso in quel frumento di luci
che sono i tuoi occhi
scusami,
se ti amo ancora un pò



immagini d'amore


ti amo perché non esisti,
forse, nemmeno questo amore esiste,
è un gioco, un trucco,

s'è nascosto nella mano come un sasso,
o come questo orgasmo magro
che mi conta le rughe sulla fronte,

proprio nulla, mi rimane adesso,
di tutto quello scalmanato toccarsi d'occhi,
mentre ti immagino e ti somiglio.


carosello

dopo la tazza di latte con il pane secco
vecchio di alcuni giorni e d'altre notti

aspettavo

la fine dell'asciugatura dei piatti
che poi riponevi preziosi
impilati accanto ai bicchieri
opachi come quei giorni

e venivi a sederti
sulla sedia in cucina
che non v'erano poltrone nè divani
e nemmeno l'idea d'una sala

così avvicinavo la mia sedia alla tua
e rannicchiato mi lasciavo
appogiando il capo al tuo grembo
tra gli odori del cucinato
e la musica del carosello


non ho mai visto il mare

è dunque questo il mare?

quest'inganno che non ha mai fine
questo vuoto a perdere orizzonti

cosa piangi?

te lo compro lo zucchero filato
ho solo bisogno di cancellare due virgole ai lati.



occhi bassi


è Dio, che cìgola
come una porta
aperta per bisogno,

ma sono io,
che zoppico parole
senza previo appuntamento,
occhi bassi, berretto nelle mani,
nè frastuoni di luce, nè rivoluzioni.


anche per oggi non si vola


si rimane,

guardando il buio
con tutto quel vuoto
seduto dentro agli occchi

senza un'edera di rimpianto
un tuono
la luce d'un lampo.


la poesia è un vizio


cade ancora un giorno
dal ramo d'aprile

un filo di nebbia
cuce un'asola al sole

la mia maschera è là
raspa contro la porta

è un cane impaziente
questo vizio di scrivere



la notte di San Lorenzo


folate

i pensieri salgono da sud

si impastano alle foglie

che attraversano col rosso

scaglie di parole da un vicolo

vetri lontani si infrangono

stan consumando due gatti fuori dal bar

odore di buio

sul catrame ancora caldo

i miei piedi scalzi

disegnano stelle

per una notte d'estate


(cino720)





Vincenzo Celli nasce a Rimini il 2 luglio 1960, città in cui vive. Dopo avere conseguito il diploma di maturità tecnica e dopo una breve parentesi, come dipendente, entra nel mondo del commercio,attività che svolge ancora oggi.
Nell'ottobre 2005, scopre alcuni siti di scrittura su internet ed inizia, prima, a leggere le poesie degli altri autori, poi, a cimentarsi nello scrivere le proprie.
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