L'ignoto ci si può presentare come inganno o, per chi vive in una prospettiva di fede, come una soglia per nuove dimensioni. Questi versi si lasciano assaporare per la loro vivida purezza, immagini e metafore scolpite con maestria classicia e tralasciando qualche verso romanticheggiante («i mei piedi scalzi / disegnano stelle / per una notte d'estate») efficacemente sobria: «la mia maschera è là / raspa contro la porta / è un cane impaziente / questo vizio di scrivere».sono rimasto
sono rimasto
sotto i ferri dell'infanzia
fingendomi morto
per sfuggire poche ore di sonno
dimenticando accesa
la mia candela d'oceano
***
un sorriso breve
ha un sorriso breve la rivolta
poi la bocca ritorna normale
come una utero dopo un parto
il fiume non scartabella più
un treno di finestre accese
passa accoltellando gli occhi
sfianca e si sporge dal basso
chi non sarà mai nessuno
una preposizione semplice
a volte gli occhi
cercano il buio
metto le mani davanti
per respirare un pò
lasciando tutta questa luce
che corrode dentro
così non penso
e la testa non gira
certi giorni
è difficile anche esistere
ma si rimane qua
come un mercoledì
in mezzo alla settimana
una congiunzione
una preposizione semplice
un cervo in corso d'Augusto
alle otto di sera
per sempre amerò di te
per sempre
amerò di te le mani
perché in tutti questi anni
mai una una volta
le ho viste chiuse
la stanza
andiamo non andiamo
non siamo usciti
tu stiri
la sòfora mette nuove foglie
io scrivo
ho chiamato mio fratello
forse domani ci vediamo
non hanno ancora deciso
un altro pomeriggio
li fuori si secca
leggerò qualcosa
magari la posta
Iumbi e Marco
giocano alla play
calcio pro
poi un numero
la bella statuina
pesto ogni carta
di cui sono fatto
prendo il mio posto
nel presepe della sera
amava il mare
si fa piaga la crepa
nel silenzio vile
che precede ogni miracolo
tu, mangiato
dentro un corpo breve, stretto
che quasi non riconosco
mi fai un cenno
soffio un mezzo sorriso
sulla polvere posata nei tuoi occhi
recitando tre parole prive di senso
ciao come stai
poi la mia bocca
sotto il pelo dell'acqua
vede la tua chiglia ripartire
senza le astuzie di una rotta
so, perchè ora
mi chiedo dove sarò domani
divago scorciatoie verso una croce
issata sul petto del muro
è un bivacco nel buio
il coro della pioggia che riprende
come nasce una poesia
senza bisogno di sedurre silenzi
né di comporre ossa
una poesia
nasce anche così
solo guardando il coraggio
di una casa a picco sul mare
nelle quattro stagioni
ho perso
l'abitudine
al discorso
ozia
l'occhio
nel fondo del bicchiere
ripassa il coro
della tovaglia feriale
nelle quattro stagioni
colme di forze disarmate
delitti inevitabili
Si rimane spettatori
di delitti inevitabili
rincorrendosi nei letti della memoria
così come si guarda crescere i confini
le spalle larghe della sera
i propri figli fortunati
ma le mani
non tradiscono
tremano, nel vizio dell'aria
città
sarei Venezia,
palafitta consumata
che scivola giù dalla sua tana
guarderei Murano,
le sue labbra di vetro
che soffiano via dalla mia laguna
due ciocche di nuvole
tre occhi sbottonati
***
– sono le sei, è ora –
quando il mattino incauto slaccia la notte dalla faccia
tu mi svegli
sento la neve della tua voce
il caldo calmo delle tue labbra
– sono le sei, è ora –
la luce già rovina nella stanza
è una secchiata d'acqua gelata
- ti sei addormentato al computer? -
sì
ma non ho scritto di te
spilli appuntati
nudi i nostri corpi
non sanno che amarsi per sopravvivere
spilli appuntati
segni
fogli
nude le nostre mani
non sanno che farsi largo tra la folla
sentiamo allora
tutta la paura della vita
siamo ormai canzone
di un povero vento
reading
ho fame di parole
che mi lascino timido
come di fronte all'Africa
lascio alle spalle
i cantieri accavallati
dei cancelli aperti a caso
le menopause fitte, gli angoli
e le strade lussate dalla fretta
di ogni mio dopoguerra.
non dirmi che non devo più scrivere
uccidimi
con la pietra
di me non rimane che un greppo di case
un molo di parole dissimili
il bianco crudo del pane
il ciclo vitale
fatico un poco
a sostenere questa luce
nemmeno tanto sconosciuta
mi lascio penetrare come un uscio
da una voce che mi arriva dall'ombra
"ricordati di prendere il pane"
come fosse possibile
dimenticare il cibo quotidiano
della solitudine capace
scusami
oggi, che le mie strade sono vene più chiuse
cerco di trasformarmi in un frammento
perso in quel frumento di luci
che sono i tuoi occhi
scusami,
se ti amo ancora un pò
immagini d'amore
ti amo perché non esisti,
forse, nemmeno questo amore esiste,
è un gioco, un trucco,
s'è nascosto nella mano come un sasso,
o come questo orgasmo magro
che mi conta le rughe sulla fronte,
proprio nulla, mi rimane adesso,
di tutto quello scalmanato toccarsi d'occhi,
mentre ti immagino e ti somiglio.
carosello
dopo la tazza di latte con il pane secco
vecchio di alcuni giorni e d'altre notti
aspettavo
la fine dell'asciugatura dei piatti
che poi riponevi preziosi
impilati accanto ai bicchieri
opachi come quei giorni
e venivi a sederti
sulla sedia in cucina
che non v'erano poltrone nè divani
e nemmeno l'idea d'una sala
così avvicinavo la mia sedia alla tua
e rannicchiato mi lasciavo
appogiando il capo al tuo grembo
tra gli odori del cucinato
e la musica del carosello
non ho mai visto il mare
è dunque questo il mare?
quest'inganno che non ha mai fine
questo vuoto a perdere orizzonti
cosa piangi?
te lo compro lo zucchero filato
ho solo bisogno di cancellare due virgole ai lati.
occhi bassi
è Dio, che cìgola
come una porta
aperta per bisogno,
ma sono io,
che zoppico parole
senza previo appuntamento,
occhi bassi, berretto nelle mani,
nè frastuoni di luce, nè rivoluzioni.
anche per oggi non si vola
si rimane,
guardando il buio
con tutto quel vuoto
seduto dentro agli occchi
senza un'edera di rimpianto
un tuono
la luce d'un lampo.
la poesia è un vizio
cade ancora un giorno
dal ramo d'aprile
un filo di nebbia
cuce un'asola al sole
la mia maschera è là
raspa contro la porta
è un cane impaziente
questo vizio di scrivere
la notte di San Lorenzo
folate
i pensieri salgono da sud
si impastano alle foglie
che attraversano col rosso
scaglie di parole da un vicolo
vetri lontani si infrangono
stan consumando due gatti fuori dal bar
odore di buio
sul catrame ancora caldo
i miei piedi scalzi
disegnano stelle
per una notte d'estate
(cino720)
Vincenzo Celli nasce a Rimini il 2 luglio 1960, città in cui vive. Dopo avere conseguito il diploma di maturità tecnica e dopo una breve parentesi, come dipendente, entra nel mondo del commercio,attività che svolge ancora oggi.
Nell'ottobre 2005, scopre alcuni siti di scrittura su internet ed inizia, prima, a leggere le poesie degli altri autori, poi, a cimentarsi nello scrivere le proprie.