Su Saperti a piedi nudi di Filippo Amadei

nota di lettura di AR

Fresca di stampa (LietoColle, collana “Erato”, 31 marzo 2009) e di presentazione forlivese, ho in mano la seconda raccolta di Filippo Amadei. Divisa in tre sezioni (“Il gioco dei confini”, “Un sussulto sugli alberi aperti”, “Verso la mattina del tuo compleanno”), l'opera offre versi di grande nitore e forza visiva (la foto in copertina e quella all'interno sono pure dell'autore), immergendo il percorso personale in una realtà che è quella che ci circonda con la gravosa bellezza delle relazioni umane condizionate dal tempo e dal male (eppure sostanzialmente buone ed eterne se purificate dalle incrostazioni egotiche): l'esergo è in questo senso una chiave significativa della poetica di Amadei “A mio nonno, in qualche parte di me”.
Il libro è davvero curato, “onesto” in senso sabiano, carico di una malinconia attiva che rende la parola suadente e perforante, esatta e calda (personalmente ho trovato solo sporadiche cadute di tensione (lievi prolissità che sono forse echi di canzoni?) in poesie come Prendiamo possesso di una nuova casa (p. 23) e in Io per primo tu dietro, insieme (p. 38) e forse un altro paio. Per il resto la sinfonia di immagini, suoni, ritmo e “messaggi” è davvero godibile e giustamente inquietante.
Niente infatti è semplice come appare, la riflessione sulla realtà, su questo nostro mondo, diventa un rifrangersi di particelle luminose che come un raggio laser tagliano e cicatrizzano al tempo stesso. La verità dei rapporti, di ciò che conta nella vita, dei valori (se vogliamo usare questa parola fra il démodé e l'abusato) non è data, ma va cercata e in fondo, faticosamente, costruita da ciascuno di noi, e da ciascuno insieme al suo prossimo, perché siamo tutti feriti e ferenti, tutti insufficienti a noi stessi, tutti pervasi da quel “mistero” per cui il nostro io ci sfugge e richiede con parole mute la stabilità di Altro. La prima poesia della raccolta credo possa esprimere più compiutamente quanto ho cercato di dire:

«Quando il tempo cambia e dal cielo / cade l'umido che accompagna la sera / la mia caviglia fratturata punta il dito, punge / nella carne – è tutto uno strillare / di tendini e ossa a ricordarmi / il dolore vivo del corpo, così sta il mondo / su assi terrestri traballanti, siamo noi / fragili le sue deboli caviglie.» (p. 15)

Belle, come si diceva, e nitide le immagini che costellano queste pagine. Ad esempio, fra le tante: «Il Conero è un sasso che pesa / enorme sugli occhi, granito e nuvole» (p. 25); «Ho boschi grigi nella testa / pieni d'uccelli e se mi chiami / è così forte il richiamo del tuo vento / che mi scuoti alle radici del pensiero / tutti volano via.» (p. 27); «ma guardando lo stecco del campanile / allungarsi sulle pareti della notte ho capito / di essere sul fondo di una scatola» (p. 40); «Noi siamo le matite del mondo / disegniamo la traccia dei nostri destini» (p. 49).

Assolutamente memorabile la poesia L'omicidio di Benazir Bhutto: trattare in forma poetica una materia giornalistica così incandescente richiede davvero una grande capacità stilistica: crediamo che Amadei abbia trovato una sua cifra, ed essa potrà continuare a dargli belle soddisfazioni nelle fatiche future. Buona strada, dunque, ai passi a piedi nudi di un “tu” che è spesso una diretta proiezione dell'autore e che pure sa interpellare e smuovere il lettore: entrambi camminando sanno che le ferite sono compensate dalla consapevolezza di crescere e di avvicinarsi a una meta che «è la luce» (queste le ultime parole del libro).


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