Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query massimiliano bardotti. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query massimiliano bardotti. Ordina per data Mostra tutti i post

giovedì 7 agosto 2025

“Un canto che esiste da sempre”

di Massimiliano Bardotti (peQuod 2025)

di Subhaga Gaetano Failla



Torno dalla kermesse di Fonte Avellana con il dono di nuovi incontri e di un altro abbraccio con Massimiliano Bardotti. La sua recente opera, A noi basti la gioia di cantare, ha rinnovato nelle settimane successive la bellezza dell’incontro con l’amico.

Ho letto in passato molte sue opere. Nel mio itinerario tra le pagine di quest’ultimo libro di Massimiliano ho sentito, con ancora maggiore intensità, quel che considero la caratteristica principale della sua scrittura e della sua vita: la gratitudine verso l’intera esistenza. 

A noi basti la gioia di cantare è composto da poesie e brani in prosa simili a frammenti di un diario spirituale. Il libro è arricchito dalla prefazione di Guidalberto Bormolini, intitolata Un poeta va letto di notte, e dalla nota conclusiva di Davide Mencarelli dal titolo La rivoluzione dello spirito. Scrive Bormolini:

“Appartiene alla consuetudine dei monaci riservare il meglio alla notte. Perché i sensi non sono distratti e attratti da ciò che ha poco valore. (…) Leggere i versi e le prose del poeta Bardotti è stata una delle mie recenti attività notturne.” E nella nota di Mencarelli così leggiamo: “In questo libro portato come dono, animato da una grazia antica, immemore, Massimiliano Bardotti ci ricorda a quale trama celeste appartenga il nostro cuore.”

Massimiliano con quest’opera si manifesta ulteriormente come autore di profonda ispirazione, intendendo “autore” e “ispirazione” nei loro significati radicali. Parlo di Bardotti come autore nel senso etimologico del termine, accezione che non riguarda affatto i tanti cosiddetti autori divenuti misera merce del mercato editoriale. Un vero autore come Massimiliano Bardotti è invece, etimologicamente, colui che fa crescere, che fa accrescere la bellezza e la capacità di coglierla, che rende con la propria opera l’umanità più cosciente e migliore. E parlo inoltre di ispirazione proprio in senso radicale, nel suo significato originario, come derivazione del verbo in-spirare, l’immagine dunque di un respiro, di un misterioso soffio vitale che viene accolto come dono prezioso dell’intuizione poetica. E nel respiro c’è un ritmo, il pulsare di un cuore, una misura, una metrica, nel battito del piede di un viandante e del cantore.

Come si conviene a ogni viaggio avventuroso, pieno di pericoli, di prove ardue da superare, sul percorso di A noi basti la gioia di cantare aleggiano gli spiriti degli autori amati e le Voci, come numi tutelari, posti in epigrafe di ogni sezione: Borges, Luzi, Tagore, Turoldo, Frost, il Salmo 64, Gibran, ecc. 

Nella sezione intitolata Testamenti, in anni in cui la bontà è disprezzata anche attraverso il neologismo “buonismo”, mi commuovono questi versi di intima tenerezza e di bontà:

“Perdono chiedo al mondo / per ogni volta che ho guardato / senza avere negli occhi la bellezza.”

E nella sezione Grazie il nostro respiro diviene vastissimo nel canto di gratitudine di Massimiliano: “Appartengo a tutto ciò che è sacro / il ginocchio che si piega / per eguagliare la statura della viola,”. 

E ancora, nella stessa sezione, questi versi da accogliere senza alcun commento: “Grazie per il sogno di morire piano, / accorgendomi di tutto.”

Nella sezione intitolata Nessuno vuole assumersi mai il peso del buio, nel seguente frammento in prosa scopriamo l’indicibile coraggio di una venerabile resa, di un arrendersi al flusso benedetto dell’esistenza:

“Intuire la fine, come naturale compimento della vita. (…) Indovinare come moriamo anche noi in ogni piccola morte del mondo. E quando arriva la malinconia anziché scacciarla farle spazio, senza dirle niente, solo il semplice gesto. Che si accomodi. Non difendersi più da nessuna paura. Come voler dire: va bene, eccomi, sono qui. Mi si sbrani pure. Smettere ogni resistenza. Arrendersi.”

Concludo queste righe riportando, di nuovo dalla sezione Testamenti, le seguenti fulgide parole di gratitudine:

“Vorrei che ogni mattina, svegliandoci, aprendo gli occhi, sentissimo il desiderio di dire grazie per quello che la giornata avrà da riservarci. Vorrei che questo fosse un desiderio ineludibile, feroce addirittura, impossibile da ignorare. (…) E mentre la gratitudine si espande in tutto il nostro corpo immobile, sentire il canto nascere. Un canto inequivocabile e antico, un canto che esiste da sempre ma che solo chi lo canta conosce.”

lunedì 12 settembre 2016

Una lunga carezza: su L'abbraccio di Massimiliano Bardotti

recensione di Subhaga Gaetano Failla


http://www.faraeditore.it/html/filoversi/abbraccio.html
La silloge L’Abbraccio di Massimiliano Bardotti, selezionata dalla giuria del concorso Faraexcelsior 2015,  con una ispirata prefazione di Vincenzo D’Alessio, ha il seguente incipit/dedica: Agli umili / agli emarginati. / Agli orfani / ai naufragati. / Ai folli. / Ai poeti. / La lunga carezza dell’abbraccio.
Il libro crea in tal modo, immediatamente, una relazione intima tra Autore e lettore, siamo già pronti ad affrontare il viaggio, l’avventura poetica.
L’Abbraccio è diviso in quattro sezioni: patria notte, febbre di neve, gli esclusi, la vita vista da qui. Le sezioni hanno in epigrafe, rispettivamente, le parole di Dino Campana, Alda Merini, Emanuel Carnevali e Arthur Rimbaud. Ognuno di loro, come una sorta di guida, di daimon platonico, ci conduce verso il compimento di un percorso, nella protezione del candore, della fiducia, della gratitudine. Scrive Massimiliano Bardotti: Sui marciapiedi del tempo faremo capriole/ per restare bambini/ per non peggiorare./ Ma io amo la terra che fu  di mio padre.
patria notte è un inno all’Ombra, al nostro rigenerante lato nascosto: La notte/ mia patria/ riparo/ corteccia./ Di notte/ rinasco./ Cervo/ lombrico.
febbre di neve ha l’arsura della vita accolta con voluttà: Ho spinto le lacrime fuori da ogni occhio./ Ho accolto ogni gioia con spalancate braccia.
gli esclusi si rivolge a Gli emarginati./ Eroi di un mondo incantato./ Protagonisti del noir./ Boutique fuori uso.
la vita vista da qui è un canto dolente sulle nostre fragilità: Essere uomini:/ una responsabilità che non sappiamo/ assumerci.
I versi di Massimiliano Bardotti vibrano in pulsazioni ritmiche e assonanze, in fluidità lessicali e di significato, ogni poesia è irradiata da una vitalità luminosa appassionata e appassionante, un respiro profondo pervade l’intero libro.
Il 10 settembre si è svolto a Milano, presso l’Associazione Germogli, il reading poetico “Parole scalze”, all’interno della rassegna intitolata “La parola cura”. Durante tale incontro, alla presenza di Massimiliano Bardotti, ho avuto la fortuna di declamare insieme alla scrittrice Lucia Grassiccia, ideatrice e organizzatrice dell’iniziativa, numerose poesie tratte da L’Abbraccio. Questo libro prezioso dona nuova linfa vitale all’odierna arte poetica e svela infine una commovente consonanza tra Autore e Opera.

mercoledì 2 settembre 2015

L'Abbraccio di Massimiliano Bardotti su Insubria Critica

recensione di Vincenzo Capodiferro pubblicata su Insubria Critica
L'ABBRACCIO DI MASSIMILIANO BARDOTTI
Una raccolta profonda e stringente di versi appositi


L'Abbraccio è un'opera di Massimiliano Bardotti, pubblicata da Fara, Rimini 2015, Prefazione di Vincenzo D'Alessio. Massimiliano Bardotti, nato a Castefiorentino nel 1976 ha pubblicato diverse opere, tra cui Fra le gambe della sopravvivenza (Thauma 2011) e A cieli aperti (Thauma 2013). È ideatore e docente del laboratorio di scrittura ri-creativa “Cut-up. La sartoria delle parole” 
(proposto anche nel carcere di Forlì). È presente in diverse antologie e blog letterari. L'Abbraccio è stato selezionato alla V edizione del concorso Faraexcelsior. Come annota Vincenzo D'Alessio nella Prefazione: «Questa raccolta poetica è divisa in quattro sezioni, ciascuna delle quali ha come incipit dei versi presi a modello da poeti vissuti a cavallo degli ultimi due secoli: Dino Campana, Alda Merini, Emanuel Carnevali e Arthur Rimbaud. L'abbrivo delle voci poetiche dona alla trama la vastità dell'atto che l'abbraccio rappresenta: protezione, accoglienza “degli umili, degli emarginati, degli orfani, dei naufraghi, dei folli, dei poeti, la lunga carezza dell'abbraccio”.»
L'abbraccio è l'orizzonte immenso che raccoglie gli enti in un afflato di rapporti che congiungono. Ogni uomo, ogni cosa, ogni passione: tutto è legato, tutto è trama. Leggiamo in Patria notte: La notte/ mia patria/ riparo/ corteccia./ Di notte/ rinasco. La notte è l'immensità del buio. La notte è l'abbraccio, perché protegge l'anima dalle “opere e i giorni”. Ed è paradossale perché l'oscurità protegge dal male e protegge nello stesso tempo il male: le opere dell'iniquità avvengono di notte. Ed echeggia Dino Campana: la notte del crepuscolo si attenua./ Inquieti spiriti sia dolce la tenebra. È questo crepuscolarismo che avvolge la poetica del Bardotti. Stiamo appesi alle grondaie/ come gocce di una pioggia che non cade. La pioggia non cade da quel cielo che nei versi di Massimiliano è uno specchio di anime e rimembra stelle cadenti. Ci ricorda il pascoliano 10 Agosto: E tu, Cielo, dall'alto dei mondi/ sereni, infinito, immortale,/ oh!, d'un pianto di stelle lo innondi/ quest'atomo opaco del Male! L'Abbraccio va letto a mozzafiato e fa riflettere sulla vita e sulla terra. È l'eco profondo di una voce che si unisce al coro di protesta contro i soprusi: «L'infanzia che uomini-eroi hanno difeso sacrificando la propria esistenza per sottrarla al Potere occulto delle classi dominanti, alla superbia dell'offuscata sommità di questa maledetta Torre di Babele, che rinnova i suoi gradini con il sangue degli umili, degli emarginati, degli orfani, dei naufraghi, dei folli, dei giudici e dei poeti per raggiungere il vertice acuminato dal quale guardare lo stesso mondo, dal quale parte la base dell'Umanità.» Sono parole profetiche di Vincenzo D'Alessio, non di un “uomo del mio tempo”, senza amore, senza Cristo, ma di un uomo autentico che ha portato sulle spalle la croce, ha vissuto di persona il dramma di un'esistenza, che proprio nella sua verità è stata sempre contrastata. L'Abbraccio è dedicato agli ultimi della vita, ai poveri, agli emarginati, ma è dedicato soprattutto all'uomo che è naufrago della vita, barca destinata al naufragio, come verseggia Govoni: Sul mio capo di naufrago/ galleggiante sul mare nero della vita/ afferrato ad una tavola sfasciata/ materna culla/ vedo ancora ondeggiare le stelle.

Vincenzo Capodiferro

venerdì 1 aprile 2016

L'Abbraccio del bardo. Brevi annotazioni sull’ultima raccolta poetica di Massimiliano Bardotti

recensione di Massimo Parolini pubbilcata su L'Adigetto, il più letto giornale on-line del Trentino-Alto Adige
www.ladigetto.it/permalink/52584.html

MASSIMILIANO BARDOTTI
L’Abbraccio, FaraEditore, p. 64, € 10

http://www.faraeditore.it/html/filoversi/abbraccio.htmlC’è bisogno di abbracci, fra le persone. Per rassicurare, per perdonare, per amare. Per ricordarci della nostra fisicità, della nostra sensualità. Che si fa squama d’anima. Che porta all’altro. Che ha bisogno dell’altro. Che non vuole temere l’altro. Che vuole condividere e condividersi con l’altro. Lo abbiamo visto nelle piazze di Parigi, dopo le esecuzioni di Charlie Hebdo e del Bataclan, a Bruxelles, dopo gli attentati all’aeroporto e alla metro. L’Abbraccio di Massimiliano Bardotti (FaraEditore, 2015, prefazione di Vincenzo D’Alessio) pone, già nel titolo, questa esigenza. Ne fa la propria cifra poetante. Che ha convinto la giuria del concorso Faraexcelsior 2015, meritandone la pubblicazione. Una silloge quadripartita in quattro atti, ognuno preceduto da un proprio psicopompo del verso:  Dino Campana (patria notte), Alda Merini (febbre di neve),  Emanuel Carnevali  (gli esclusi), Arthur Rimbaud (la vita vista da qui). L’abbraccio viene dedicato, nell’incipit, agli umili, agli emarginati, agli orfani, ai naufragati, ai folli, ai poeti. Siamo sulla terrazza della montagna delle beatitudini: l’autore vi sale di notte, trovando in essa, come in molta tradizione poetica, la propria patria, il proprio riparo, la propria corteccia. Dolce e chiara è la notte leopardiana, e senza vento: quella di Bardotti è più simile all’ansia dei notturni di Campana, che funge da teoforo ispiratore.  Nella sehnsucht notturna, la Sophie novalisiana ha gli sguardi delle donne sui marciapiedi, donne che sbocciano nella notte, “bambine un tempo /con trecce inesatte”.  Comunque, anche da questi sguardi, dall’ansia di riscatto dei diseredati e dispersi, l’autore sente  una rinascita, sente che “Ciò che siamo è promessa”, di essere prigioniero della speranza, che “illumina dentro”:  “Affacciati a una finestra / alla speranza di queste notti / ancora grazia”. E desidera una notte in cui “non avere mai fine / né inizio. / Essere ovunque/e in nessun luogo”, un’occasione esistenziale per “Avere mani per ogni cosa”, riappropriarsi rimbaudianamente, nel passaggio verso l’Aube-Alba, del proprio  bambino, nella “sua corsa sgangherata per andare in nessun posto”, “Finché il giorno cancellerà il mantello / del grande funambolo” . Attende di vivere “con accesa la torcia della speranza”: “Ohimè, luce, ove sei”? si chiedeva più di cento anni fa Clemente Rebora nel Frammento X - Chiedono i tempi agir forte nel mondo dei Frammenti lirici. 
La notte è una scommessa, al poeta  tiene la mano una piccola fata. Come in Novalis la notte è luce che non guasta gli occhi ma guida verso il giorno. Emergono quindi figure famigliari, in una tensione febbrile verso un manto di purificazione nivea che abbracci la violenza della storia, nella dialettica della lotta sociale.  Una novella Silvia-Speranza diviene mollica di ricordo: “Quando sei nata io non c’ero…  Mio padre era nel sindacato…  Nessuno sparava / eppure moriva un sacco di gente… E tu nascevi / bella come i fiocchi di neve / che cadono ad agosto / in una città sul mare”. Era un tempo di “Scuole occupate da disoccupati / slogan in rima e la vecchia poesia morta suicida”. Il tempo gira pagina: “Ora i sindacati fanno cenni d’assenso / mio padre scuote la testa / le scuole le occupano futuri disoccupati… Gli slogan in rima scadente / la poesia di nuovo suicida. / E tu non nascerai mai più”. L’oggi non è più il tempo dell’agir forte (richiesto da Rebora): è il tempo dell’ignavia, dell’aderire mansueto alla globalizzazione dell’esistenza. Il domani, comunque, per Bardotti, ha una finestrella per sgusciare dalla monade del pensiero unico mercificante: “è una speranza che si raggiunge a tastoni”.  Non sarà una fuga  facile: “Stiamo appesi alle grondaie / come gocce di una pioggia che non cade”. Anche qui il rimando, per noi, è a Rebora,  che in Tempo (1917,  Poesie sparse e prose liriche) in cui il poeta milanese, convalescente di guerra, vede/sente gocciole/lacrime da un filo/nervo  teso cadere “a una scossa”. Bardotti attende quella scossa sul mondo, proprio dagli esclusi, affinché la parola scavata-poetica che li dice non sia più “udito per sordi”, affinché il poeta doni la ricchezza della parola ad una classe operaia che “sta ancora aspettando il / regno dei cieli”, agli ultimi, dotati, però di un volto, affinché la parola possa urlare apertamente che “La miseria è un crimine”. La buona novella  dei personaggi minori della società, come in De Andrè, si basa su apocrifi di esperienza, non sui documenti ufficiali degli uomini realizzati e riconosciuti.  La vita vista da qui, è infatti l’ultimo atto della rappresentazione:  “Dio è nelle cose più semplici”. La bellezza, va inseguita “nei sobborghi”. “Ciò che si fa / quando lo si fa / è la vita che si compie”: ma un’azione non equivale, umanamente, a un’altra. In mezzo alla vita si pone l’uomo, che deve scegliere le azioni, che deve dare un senso alla vita. Altrimenti sono gli orrori degli attentati nei metro, negli aeroporti, le shoah, i gulag, le torri gemelle, il napalm sui civili, gli assassini domestici e via dicendo. La reboriana “anima infranta” degli uomini “accigliati” (sempre nel Frammento X) aspira ad una “sana limpida dolcezza/ che accomuni”, a una “fraterna visione” che renda “divina l’ora che si vive” (ibid).
“Essere uomini: una responsabilità che non sappiamo/assumerci”, chiosa Bardotti nel finale di partita: eppure dobbiamo farlo, per uscire dalle “tenebre” che abbiamo dentro. Pena la nostra sopravvivenza. Per non vedere, come ci disse nel 2000 a Trento Mario Luzi parlando del nuovo millennio, delle  forme all’apparenza umane ma che dell’uomo avranno perso la sostanza,  la propria umanità.

Massimiliano Bardotti è nato a Castelfiorentino, dove vive, il 18/10/1976. È  curatore per la regione Toscana della Collana Poetica Itinerante di Thauma edizioni. Nel febbraio 2011 con Thauma è uscito il suo libro Fra le Gambe della Sopravvivenza (finalista al Premio Mario Luzi), quinta opera poetica edita. Nel 2013 ha pubblicato A cieli aperti (Thauma). Con Genny Carusa  cura la rubrica IO SONO TE TU SEI ME, sulla rivista on-line L’Olandese volante. E’ ideatore e docente del laboratorio di scrittura ri-creativa Cut-up, La Sartoria delle parole.  Con Giacomo Lazzeri e Sara Giorni (musicisti) porta avanti il progetto LaMinimaParte,  la poesia che incontra la musica e diviene spettacolo, teatro, concerto. E’ presente, tra l’altro,  in Letteratura con i piedi (Fara, 2014) e in altre antologie.


mercoledì 4 novembre 2020

Il colore dei ciliegi da febbraio a maggio, di Massimiliano Bardotti e Gregorio Jacopini

Ci sono due cuori pulsanti, due anime vive e profonde nel libro di poesie Il colore dei ciliegi da febbraio a maggio (Fara Editore, 2020) scritto da Massimiliano Bardotti e Gregorio Jacopini, ma quello che si dispiega sotto i nostri occhi sfogliandone e leggendone le pagine non è solo un dialogo a due, è un dialogo con l’universo intero e il suo mistero, la sua bellezza e le sue ombre oscure. E’ un dialogo con l’umanità tutta la cui bellezza e la cui ombra  ritroviamo anche in noi stessi e sono espressione vibrante di quell’inquietudine buona che spinge i poeti a scrivere.

Massimiliano Bardotti e Gregorio Jacopini, dunque, danno voce non solo alle loro anime, alla loro visione del mondo ma ci dicono che c’è un modo diverso di guardare alla realtà che ci circonda a cominciare da noi stessi e dal nostro prossimo e fanno sì, come tutti i veri poeti, che noi si crei la nostra personale visione. Visione mai statica ma mutevole in quanto la vita umana è un percorso di conoscenza e di presa di coscienza di noi stessi e del perché della nostra esistenza.  E così facendo danno vita ad un canto talmente armonico, perfettamente accordato che non  importa più chi ha scritto cosa tanta è l’affinità spirituale di due uomini, due amici, che si scavano dentro toccando il fondo della propria umanità. Ci dicono, quindi, anche delle imperfezioni, della fragilità della natura umana che, attraverso la parola poetica, riescono a far emergere in pagine di commovente bellezza perché non si può non avvertire la verità delle loro parole, non si può non sentire la grazia di cui, con la poesia, si fanno testimoni, non si può non sentire e ammirare il loro mettersi a nudo ed offrirsi così ai lettori. La poesia, infatti, è, secondo me, uno dei veicoli privilegiati per chi voglia trovare un contatto più profondo e vero con sé stesso per la sua capacità di portare luce in noi e di operare una trasformazione, perché la poesia come il silenzio è in prima istanza un intimo dialogo con sé stessi. 

“C’è un limite/ alla possibilità che il tempo smaga/chiudendolo esonda ogni lapsus,/ma cosa accade all’aperto?/ Cosa accade se dilaga?”  “Lo chiedi a me? Io come te solo so guardare/solo posso indagare quel mistero/e osservare il tempo farsi eterno negli incanti”. Ecco un esempio di questo ricco dialogo tratto dal poema centrale che dà il titolo al libro e in cui gli autori, a mio avviso, realizzano pienamente un reciproco scavo interiore come se in qualche modo uno riuscisse a penetrare nell’anima dell’altro e ad  offrirci così una testimonianza tangibile della verità che, come un verso di Saba, giace al fondo. Ed è ammirevole il coraggio che hanno avuto, la generosità con cui attraverso la parola poetica vissuta nella propria carne e nel proprio spirito ci aprono luoghi nuovi, costruiscono quell’abitare poeticamente di cui parlava Holderlin. E proprio Holderlin scriveva anche: “Molto ha esperito l’uomo/ Molti celesti ha nominato/da quando siamo un colloquio/e possiamo ascoltarci l’un l’altro”.  Il colloquio è la struttura dell’esistenza. L’essere dell’uomo si fonda sul linguaggio ma ciò accade autenticamente solo nel colloquio, nel parlare insieme che rende possibile l’incontro. Holderlin però parla anche di ascolto perché il poter ascoltare è il presupposto del parlare. E i poeti sono sempre in costante ascolto di sé stessi, degli altri e della realtà intera per riconsegnarcela tradotta nella parola poetica che a tutto e a tutti cerca di dare un nome nuovo. Ascolto e colloquio sono dunque la terra dove affondano le radici le poesie di questo libro arioso, luminoso, dalle cui parole ci sentiamo accolti e vivificati. Ho sempre sentito e vissuto la poesia come un atto di amore e di fede, direi che sono proprio la conditio sine qua non del mio fare poetico e lo stesso amore e la stessa fede la ritrovo nelle pagine di “Il colore dei ciliegi da febbraio a maggio”. Fede nella capacità innanzi tutto della poesia di essere parola che va all’essenza e di svelarcela, parola che nominando le cose le fa esistere e poi capacità dell’essere umano di ascoltare la parola poetica di farla propria e lasciarsi trasformare da essa, di servirsene per fare luce in sé, per farci portatori di luce. Consiglio pertanto vivamente la lettura di questo intenso libro in cui concetti e pensieri profondi vengono espressi con un linguaggio semplice, quel linguaggio che ci rende umani e di cui i poeti hanno cura.


 

Forse non abbastanza abbiamo cantato lo stelo

abbagliati come siamo dalla corolla, dai petali.

Ma sarebbe come non cantare le radici

o il giorno che, aperti i cieli, siamo nevicati.

E’ come scordare d’essere nati

e pretendere il diritto di morire.

Forse l’origine ha memoria di noi.

Forse ha a che vedere con la fine.

*** 

Non ha nome quel che manca

tutte le notti sognando

svegliarsi sempre un attimo prima

della rivelazione.

Tu sogni grappoli d’uva

e nuove cicatrici

ma il tempo rinnova quel che manca

ogni stagione incarna la sua età.

Accade tutto a un passo da qui

e nessuna notte narra più da dove viene.

Ma ancora, nel tuo giardino,

sai intuire le tracce di un mistero

e lo sguardo alzato oltre la siepe

cerca l’indizio dell’infinito.

***  

Del sole ha l’ombra, la stessa età

e non dell’una senza l’altra è l’apparire,

nel rivelarsi si ispirano

ci rammentano la nostra nascita.

Punti d’incontro invisibili

e una vita interiore mai svelata.

Aspettano anche loro un tempo nuovo

la goccia che basta al mare

l’incendio nella scintilla.

Un farsi dei giorni lento

che non diresti mai, compiuto.

*** 

Cercavamo uno squarcio

che ci aprisse la piazza in una volta,

poi ti voltasti,

dando le spalle al battistero e a tutto il resto:

la bellezza si vede ad occhi chiusi.

*** 

Diciamolo quel giro di filato

che il vuoto d’alto impari a ridere di sé

attento a stazionare tra le dita nel calore

affidata l’andatura al senso dell’ordito.

Perché passano i millenni

e la sera si riempie

delle misere inquietudini di sempre,

come avessimo da meritarcela l’aurora.

*** 

Era l’universo abbacinante

come in retrocosmica visione,

angolo d’ordine, d’osservazione,

da qui inizia la luce a farsi scura

eppure amica, su per le scale

invitandoti a braccetto

perdonandoti ogni male.

*** 

Massimiliano Bardotti (1976) è nato e vive a Castelfiorentino. Poeta e attore, presidente dell’associazione culturale “Sguardo e Sogno”, fondata da Paola Lucarini. Pubblica tra gli altri: Il Dio che ho incontrato (2017 Edizioni Nerbini), recensito da Anna Maria Curci, Alessandro Ramberti, e molti altri. I dettagli minori, (2018 Fara Editore) opera di poesia e prosa dal quale è stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale interpretato insieme a Viviana Piccolo. Diario segreto di un uomo qualunque, appunti spirituali (2019 Tau Edizioni) citato da: La libreria del santo e recensito da Elena Buia Rutt sull’Osservatore Romano. Il colore dei ciliegi da febbraio a maggio (2020 Fara Ed.) con prefazione di Filippo Davoli e postfazione di Isabella Leardini. Dal 2014 idea il corso di scrittura ri-creativa: Cut-up, la sartoria delle parole, condotto a Empoli, Prato e Castelfiorentino, dove nel 2017, fonda la Scuola di scrittura Poetica LA POESIA E’ DI TUTTI presso l’ass. cult. OltreDanza. Dal 2018 conduce: “L’infinito, la poesia come sguardo: Ciclo di incontri con poeti contemporanei” al san Leonardo al palco di Prato.

*** 

Gregorio Iacopini (1996) è nato a Poggibonsi e vive a Castelfiorentino. Ha studiato filosofia all’università di Pisa, frequenta la scuola di poesia “La poesia è di tutti”, fondata da Massimiliano Bardotti. Pubblica a quattro mani con Massimiliano Bardotti Il colore dei ciliegi da febbraio a maggio (Fara ed.).

martedì 11 luglio 2017

Un itinerario di gratitudine e gioia

Massimiliano Bardotti, Il Dio che ho incontrato, Nerbini, Firenze, 2016
 
recensione di Subhaga Gaetano Failla




La nuova raccolta poetica di Massimiliano Bardotti, dal titolo Il Dio che ho incontrato, pubblicata in bella veste grafica dalla storica casa editrice Nerbini nell’ottobre del 2016, con una presentazione di Carlo Lapucci, coinvolge il lettore come in un abbraccio sin dalla prima poesia:

Ricordo gli occhi
(mia madre che coglie ciliegie)
il sole alle spalle.

Ricordo l’eco delle stelle
l’armonia della pace.

Ricordo amore, quanto era necessario.
Era un giardino.
Dio era di casa.

Per chi come me conosce le opere precedenti di Massimiliano Bardotti, noterà immediatamente in questo libro una luminosità e una pacificazione che sorprende, quasi nella suggestione d’un moderno Cantico delle Creature. Il fulgore di questi versi levigati e lievi ci conduce in un itinerario di gratitudine e gioia. L’incanto e la contemplazione attraversano tutte le pagine, in un soffio estatico:

Il Dio che ho incontrato ha tre anni
i suoi occhi son canti
(la sua voce un richiamo).

Se ride, l’universo ride.
Ha un tesoro
nel’incavo del cuore.

Senza timori, lo custodisce
ne ha cura.

Come di lui hanno cura i parenti
le ghiandole del cielo.

Spesso le poesie presentate sono brevissime, squarci della potenza essenziale d’un haiku, dell’energia vibrante d’un Whitman:

Scelgo il sasso, la pietra
millenaria esistenza.

La pazienza.

Gli occhi limpidi di rinnovato fanciullo sono spalancati a riflettere la struggente bellezza del Creato:

Il Dio che ho incontrato è il cerbiatto
che irrompe per via
è la cerva che sbuca improvvisa
il cenno d’intesa del tasso.

Il coniglio selvatico che salta qua e là.

I versi del Poeta sono immersi nel mistero ciclico d’un eterno ritorno, nella sospensione silente d’essere egli stesso, il Poeta, parte d’un istante immobile incastonato nel Tempo:

E mi hai detto: guarda.
Indicavi la foto di mia nonna.
Guarda la sua fronte hai detto,
è la tua fronte, tua nonna
e i suoi occhi fiammeggianti
che accendono la dimora
dove ora riposa.

E come tutti i veri poeti, Massimiliano Bardotti riconosce la poesia ovunque:

Il Dio che ho incontrato è poesia
il Dio che ho incontrato è il poeta.

Ho in mano adesso questo libro necessario, come ad accogliere tra le dita un fragile fiore. Vorrei che la bellezza d’ogni suo petalo giungesse fino a voi.

domenica 14 luglio 2013

Il battito e il respiro: A cieli aperti di Massimiliano Bardotti


di Subhaga Gaetano Failla


copertinaHo conosciuto un poeta, una sorpresa, una meraviglia, come un giorno ci sorprendiamo del respiro, del battito del cuore, ci sorprendiamo di essere vivi. Ho conosciuto un poeta e un nome terreno, un uomo che non tradisce la terra e nemmeno il cielo, che ha un nome Massimiliano Bardotti e un libro ultimo e primo, A cieli aperti (Thauma, maggio 2013), ho respirato questo respiro nella sua pagina bianca:*


Per detestabili santità celesti
Per inutili martiri
Per tempo e notte e morte che mai sognammo
Per generazioni tenebra
Per negoziati di stupore
Per pazzia transgenica
Per pudore malrivelato
Per oscene compulsioni
Per tiranni senza nome
Per tortura che non lievita
Per empietà regressa
Per fughe che non fuggimmo
Per tutto questo assurdo lamento
A cieli aperti che mai chiudemmo

  
Pulsa questa vita nelle parole-ali di Massimiliano Bardotti, striscia questo cosmo nei suoi guizzanti versi-biscia, parla questo caos nella poesia-silenzio di Massimiliano, nei respiri A cieli aperti, in questo suo sospiro estremo e primo:

Qui tutto nasce trabocca sboccia oltrepassa.
                                              Siamo in una regione rigogliosa.

Eppure lo sapevamo, lo sapevo già, che prima e dopo, e anche ora, esistono i poeti. Per sempre:

Finalmente, l’occhio torna al pianto
                                                    la bocca alla risata
                                                    l’Universo si spalanca.
                                                    Di noi, ciò che resta,
                                                    è perdersi nel centimetro di casa
                                                    ritrovarsi in terra sconfinata.



* Massimiliano Bardotti, A cieli aperti, Thauma, 2013. Pagine 64, euro 10. I versi qui riportati sono, nell’ordine, a pag. 10, 53, 48.

martedì 4 agosto 2015

Pasaquandrea e Bardotti su LucaniArt Magazine

Segnalazione di Maria Pina Ciancio pubblicata su LucaniArt Magazine


PASQUANDREA, BARDOTTI: vincitore e segnalato al Faraexcelsior 2015
agosto 3, 2015 · di lucaniart · in Segnalazioni


sergio pasquandrea, masimiliano bardotti

#copertine, Bardotti, Pasquandrea


Riceviamo di Vincenzo D'Alessio per la biblioteca di LucaniArt due pregevoli libretti editi in questi giorni dalla Casa Editrice Fara di Sergio Pasquandrea (San Severo, Foggia) e Massimiliano Bardotti (Castelfiorentino, Firenze). Gli autori, entrambi anni ’70, sono risultati tra i vincitori e i selezionati al Concorso Faraexcelsior 2015 per la sezione poesia inedita, un importante e consolidato concorso letterario della casa editrice riminese diretta da Alessandro Ramberti. Dalle letture dei due libretti estrapoliamo alcune liriche da lasciarvi in lettura. Complimenti agli autori e ai giurati per i loro approfonditi e puntuali giudizi critici. (Maria Pina Ciancio)


L’âme ensevelie di Sergio Pasquandrea

Il profondo torpore originario,
l’anima ancora sepolta… 
(Hippolyte Taine)

Essere sveglio mentre tutti dormono
essere qui a muovere le dita
mentre i muscoli della casa si contraggono
ci vorrà pure qualcuno
a guidare le grandi migrazioni
e infatti ora sorveglio le schiene
verso i guadi più sgombri
verso le vene fertili
tutti hanno arreso la carne
ma non io che li guardo di profilo
ascolto crescere la pelle.

da Oltre il margine (Opera vincitrice del Concorso Faraexcelsior V), Fara Editore 2015)

*


Una poesia di Massimiliamo Bardotti

Come essere io
stanotte e ogni notte
come non avere mai fine
né inizio.
Essere ovunque
e in nessun luogo.
Con nelle ossa quel freddo
imbottigliato alla sorgente
messo da parte per la buona occasione.
Avere mani per ogni cosa
bacio se te ne vai
l’abbraccio del benvenuto e non tornare mai
e non partire nemmeno.
non abbandonare per sempre quelle dolci speranze
il bambino
la sua corsa sgangherata per andare in nessun posto
ma andare
Perdersi
più di una volta per tutte
perdersi nelle chiese sconsacrate.
Ammalarsi d’amore per un cero mai acceso.
Detestare il miracolo
che quel giorno ti prese
perché una volta avvenuto
la speranza fuggì dalle labbra.
E per ogni notte come questa
giurare e spergiurare
finché il giorno cancellerà il mantello
del grande funambolo.

da L’abbraccio di Massimiliano Bardotti, (Opera selezionata al Concorso Faraexcelsior V – Prefazione di Vincenzo D’Alessio), Fara Editore 2015)