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domenica 5 aprile 2026

“L’infinito è tutto ciò che esiste oltre noi”

Michela ZanarellaEterna creazione, peQuod 2026, Collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto, Prefazione di Dante Maffia

recensione di AR




Le poesie di questa raccolta sono echi a me cari di passeggiate solitarie in montagna, di incontri vivificanti, di legami e affetti imprescindibili nel qui e nell’oltre, di sguardi che si aprono a panorami infiniti e sanno penetrare nell’anima e nel cosmo con la perspicace empatia di un Teilhard de Cardin. I versi scorrono come acque argentine dalle rocce, il ritmo è al contempo sostenuto e pacato come quello di un ruscello che salta e riposa, trascina e riflette: “Era ieri l’aria fedele della montagna / la conquista con lo sguardo di una cima / ora è la stessa stanza / ad assomigliare ad un sentiero.” (p. 58); “Nel silenzio della montagna / s’impara la voce dei sentieri / fino a credere nei cambi di umore della natura.” (p. 57); “Novembre inizia col silenzio dei morti nel ricordo / dei vivi.”; “Io e mia madre parliamo con lo sguardo / allunghiamo il passo e il fiato / abbiamo tutto il tempo per avvicinare mondi lontani / ora che l’amore si muove con noi / e al cielo fa piacere restare in ascolto.” (p. 55).

Ho citato dalla quarta e ultima sezione “Quartetto veneto”, preceduta da “Quartetto calabro” da cui estraggo questi splendidi passaggi: “A Placanica qualcuno fronteggia i secoli / fa come i fichi d’india / tra le spine trattiene il succo della vita” (p. 51); “Qui l’assenza è nei silenzi irreparabili / negli addii già resi al tempo / consegnare la voce agli oggetti / è l’unico sussulto” (p. 49).

Passiamo ora alla seconda e più ampia sezione intitolata ”Stagioni”: “L’infinito è tutto ciò che esiste oltre noi / antica epifania / nuovo altrove.” (p. 44); “la vita è ciò che il cielo / guarda con innocenza” (p. 43); “Stasera l’anima è uscita / a cercare vita / il corpo è rimasto in silenzio / a pregare il buio di coprire il tempo.” (p. 41)

Non percepiamo forse in Michela le vibrazioni di un cuore weilianamente attento, di voce poetica autentica e capace di raggiungere con acuta leggerezza gli angoli sorprendenti? come “erba fuggita dai fianchi dell’asfalto” (p. 37), “mentre riflessi di luce / indicano repliche di cielo / sul soffitto / e il silenzio è in ascolto di un silenzio / più profondo” (p. 35); “Appoggiata al destino / siedo felice” (p. 33); “La città è un’abbreviazione del mondo” (p. 31); ”mentre imparo dalla pelle / cosa significhi abbracciare l’aria” (p. 19). Nella bella Prefazione Dante Maffia scrive giustamente: “I versi di questi raccolta (…) lasciano nel lettore una pienezza di emozioni e lo strascico di un sentimento che ha accenti universali” (p. 6).

Siamo arrivati alla sezione incipitaria ”Trittico sulla guerra” argomento a quanto pare di estrema attualità anche nel 2026. Trovo intensissimi questi versi a p. 15: “Non ci sono che guerre / e lacrime indifese / (…) / le nuvole hanno decimato i sogni / la notte è luce senza meta / tra destini in attesa.” 

venerdì 24 aprile 2026

Un “ci sono!” in segno di gratitudine

Raffaela Fazio, Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer, Giuliano Ladolfi Editore 2026

recensione di AR




Intitolo questa recensione con un passaggio della premessa (senza titolo) di Raffaela a questa sua raccolta che sento molto vicina. “Io (ci) sono” è il nome che Dio rivela a Mosè (Esodo 3,14) e, nella declinazione dell’eccomi (io ci sono per Te, Signore), in ebraico hinnèni, è la risposta dei profeti (ad es. 1 Samuele 3) alla chiamata dell’Altissimo. Praticamente tutta la dichiarazione di poetica che questa premessa è, la condivido pienamente ma lascio a chi mi legge di assaporarla personalmente anche perché fondamentale per inoltrarsi, con il gusto dell’avventura, nel territorio evocato con struggente maestria dalla Nostra.

Nel bel saggio introduttivo di Sara Ferrari, “La poetica dell’eccomi”, troviamo: “Le poesie si muovono in un’opera di continuo attraversamento, come se il confine tra idea e corpo, tra citazione colta e grido personale, fosse la materia stessa di cui sono fatte.” (p. 7). E ancora (p. 8): “Scrivere è rispondere a una chiamata – e all’esistenza stessa – con assoluta disponibilità, nonostante l’inadeguatezza e le fatiche che ci abitano.”

Canta Raffaela nella poesia incipitaria che dà il nome alla silloge: “Sì, tutto è breve. Che importa? / (…) / Ma voglio / proprio il tendermi sull’arco / dell’ignoto / avere ancora sete. / (…) / Non è il desiderio / a renderci infelici / né l’imprevista fauce della sorte” (p. 17).

Nella poesia che segue, Quale parola, Signor Wittgenstein?, auspica: “Allora venga / la parola che ha coscienza / della sua insufficienza / e canta, chiama / libera il pensiero, lo rende / viva carne anche se tende / a un altrove” (p. 19). 

A p. 23, Ci siamo incontrati per caso, Signor Montaigne, Raffaela con un tocco di elegante ironia afferma: “La vita / è quello che si tenta / è un essai.”

E rivolgendosi a Popper: “Ha ragione. Se osservo non vedo / che un istante, una parte / in mutamento / (…) / Allora, Signor Popper, so che la verità / non è concessa” (p. 24) “Per questo finché posso / scelgo la fede, il partito preso. / (…) / Mi comprende, Karl? Alla mia età / si corre ogni rischio / per questo tipo (infalsificabile) / di eternità.“ (p. 25).

In Sì, Signor Nieztsche (p. 30): “ed è un Sì a fondo perduto / senza ritorno / che va ripetuto / nella scelta / di volere ciò  che ci accade / l’accadimento.”

A p. 35: “E se l’incontro è vero / non è perché rivela il suo segreto. / È grazie a dove ha luogo: là sul greto / dell’invalicabile / dove lo sguardo gemma dallo sguardo / e fiamma accende fiamma.”

A p. 36: “portiamo dentro - da sempre – / uno sconfinamento.”

A p. 46: “Ogni distanza ci forma.” 

A p. 58: “Io voglio che i miei figli / abbiano fede / in quello che può rendere più giusto (più godibile) / il lato che si tocca, che si vede / di ogni vita.”

Nella penultima poesia, Ted e Lamed (che, come scrive Ferrari (p. 8), allude “alle consonanti che formano la parola ebraica tal, «rugiada»”), incontriamo un vero salmo (dagli echi hillesumiani) che si chiude con questa invocazione (p. 89): “Dimmi che mi ami / di volta in volta / perché nessuno ti trattiene / e dei tuoi suoni / non posso fare provvista.”

È sempre per me assai coinvolgente leggere le poesie di Raffaela, così pervase da una intelligenza paolina ricca ed esuberante, pregna della complicata e intrecciata energia creativa imbevuta di vissuto desiderante, che caratterizza una voce poetica autentica, rivelatrice, apocalittica, dialogante, capace di ascolto, entusiasta. In una parola, profetica.

Scrive Paolo Pera nella sua estollente postfazione intitolata Quel «sì» detto coi filosofi (p. 103): “Di Raffaela Fazio, ancora, potrà essere memorabile l’intento di porre la disponibilità  come centro psicologico del suo io poetante. Un io capace di accettare il peso di essere ferito, confutato e, soprattutto, trasformato.”

Leggere i veri poeti, trasforma e ci permette di assaporare una “bellezza, che non è edulcorazione del reale, ma accresciuta intensità di contatto e vivacità di visione.” (p. 5).  

lunedì 6 aprile 2026

”che sia casa il mio cuore”

Williams Busdraghi, Feroce preghiera, peQuod 2026, Prefazione di Massimiliano Bardotti, Collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto

recensione di AR



“La polvere ci porta via / (…) / e il fallimento ci attende, / ma io continuo.”

Come scrive Massimiliano Bardotti nella sua Prefazione (p. 8) a questa raccolta di Busdraghi, anch’io “ho trovato commovente la sua promessa finale”, in particolare i versi dell’ultima poesia (p. 78) riportati qui sopra. Qualche pagina prima (64) mi ha colpito questa struggente poesia che riproduco integralmente:

”Galleggiano i sogni
miriadi di meduse sbattute dal mare,
respiri d’anima lasciati andare,
provo a prenderli
ma fuggono tra le dita
allora apro le braccia 
e la bocca
e faccio entrare il mare,
che si casa il mio cuore.”

In realtà non trovo particolarmente ”feroce” questa ”preghiera” di Williams, piuttosto la trovo pregna di echi nostalgici, in bilico fra la (quasi) certezza di contare su chi ci/si ama combinata con una buona dose di scetticismo, forse per ripararsi dagli inevitabili momenti di crisi e dolore che costellano la vita di tutti: “Nessun desiderio rimane ancora sensato / alla fine del viaggio, / quando il passo esita e si fa pesante, / quando il fiume abbandona il greto / per lasciarsi morire nella viva / immensità del mare” (p. 63).

Eppure in nostro cammino spesso ci sorprende, ci proietta in alto, amplia i nostri confini: “amo il tuo battito che mi guizza in petto / (…) / il volo ordinato degli uccelli / che semina l’aria di preghiera / l’ordinario fulgore del risveglio / e lo stupore ancora di averti, / nel sangue, negli occhi, / nei polmoni.” (p. 62); “respiro ciò che mi circonda / per donarlo / e proteggerti per sempre.” (p. 61).

Il libro è costellato di immagini di un nitore rinascimentale, di una luce che ammanta il dettaglio e avvicina l’orizzonte; di una sensualità carica di un’energia capace di cogliere il punto, l’occasione, sapendo quanto siano preziose e irripetibili le opportunità di cogliere momenti di bellezza, consonanze di respiri e di trasporti: “Il lampo è cicatrice nel cielo” (p. 58); “cercare il giusto posto / incarnarci nelle parole” (p. 53); “Ho attraversato i tuoi polmoni, / gli alveoli / per mescolarmi al tuo sangue, / (…) / sfioro le foglie sui rami / ne accompagno la caduta, / tutto muore in silenzio.” (p. 44); “La strada divora i campi” (p. 38); “risvegliarsi nel boccio del melo / per tessere l’anima al cielo” (p. 28); “vorrei sentissi l’amore che fuoriesce dalla corteccia / riconoscessi il miracolo nel merlo / (…) / o nell’ultimo raggio di sole / che obliquo sbecca il profilo delle case / e si posa sui nostri volti.” (p. 11).

Concludo riportando la poesia eponima (a p. 17) in cui il poeta affida la parte più desiderante di sé, quella più innervata di amore e speranza: “Ti lascio ciò che ho sempre cercato, / custodiscilo, / fanne feroce preghiera. / Che sia ancora luce.”

Un ”lascito” che ogni persona credo dovrebbe coltivare, far fruttare, donare. La preghiera è vita.

domenica 26 aprile 2026

”riguardo me stesso senza artefatti”, “divento me per sottrazione”

Andrea Tosi, Filari, peQUod 2026
collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto
Prefazione di Antonio Fiori

recensione di AR




“Tiberiade rigata di pianto / saliva al suo lago, guardava / da sotto a parole / come scale di un’eterna pazienza; / quella voce riportava le cose / a voler essere sé stesse” (p. 49)

La voce di Andrea Tosi ha un timbro nervoso abilmente velato da una visione per così dire ampia, filosofica, evangelica: si inerpica nei frangenti di un vissuto che la poesia ricompone e riappacifica pur mantenendo traccia dei vicoli ciechi, delle difficoltà o delle tortuosità che ogni cammino d’uomo è chiamato ad affrontare: “non scelgo non / giudico aspramente ciò che ingiunge / la sorte; lo prendo mi ci accorpo, / siedo e riguardo me stesso senza artefatti, / (…) / il futuro è bianco / e senza remi // mi raccolgo ogni giorno / con gentilezza” (p. 44); “la memoria confinata a paura, / o sfiducia.. /  è àncora al procedere. // Socchiudo la mente / e nel travisto del sonno / emerge la traccia, sentore di fiamma / in sentiero che accende, muove inneschi” (p. 42).

Le immagini sono impastate di accostamenti insoliti e depistanti; sono come delle molle sotto carica, sul punto lasciar andare l’energia accumulata con una buona dose di ironia: “puntello in vivere i progetti / come sassi, che al cammino / sotto i piedi nel fango / mi danno quel tanto / di sostegno, per quanto / si può.. / se non altro, senza quelli, / sarebbe peggio” (p. 39); “una presenza; // si attesta come senso / d’intrusione, illecito esistere, / spazio rubato al niente / che poteva essere / invece di me // me ne resto allora al di qua / della mia mente” (p. 35); “sono una finestra appesa / da cui guarda / una divinità sognante, / mentre sogna di un uomo / con lo sguardo in sospeso” (p. 33).

Scrive giustamente Antonio Fiori (p. 8) che in questa raccolta: “Il corpo vibra nell’attesa del contatto, spera nel disvelamento di un segreto, o almeno nell’aiuto per scegliere il sentiero da prendere.” 

Così non sorprende che il poeta si analizzi e si moltiplichi, faccia sintesi di sé diffondendosi, “divagando sul nulla del mondo” (p. 13), in cerca in fondo di corrispondenze, di anime-coscienze affini, un desiderio di abbracciare che fa i conti con la disillusione o quantomeno l’impermanenza: “come quando solo mi fondo col niente / di fuori e sparisce la gente, // un fatto senziente / rimango, / la forma del vuoto, / un accedere andante / fra moli di vento” (ivi).

Pur aleggiano fra questi Filari una sorta di cupio dissolvi, mi pare che le poesie elaborino questa tendenza perniciosa oggettivando la questione, offrendola a una condivisione che permette di affrontarla da una prospettiva comune, dunque più panoramica e in definitiva più efficace perché se sappiamo fare spazio il nostro io si fa più umile, impara ad affidarsi e coltivare la una attesa meno desolata (quindi più speranzosa). A tal proposito, mi piace concludere questa nota di lettura con la seconda e finale strofa della poesia a p. 15: 

Da una sequela di scelte in serie
nasce un sentiero inguainato 
a me,
dal passato ad elidere il mio accumulo
in carenza, assimilo
mancanze a mancanze,
desistenze in avanti,
divento me per sottrazione


sabato 29 agosto 2026

“Respira il cielo a fisarmonica”

Leda Erente, Tornerà il grano a sfiorare i tetti, volume a cura di Massimiliano Bardotti con una nota di Valerio Grutt, poQuod 2026

recensione di AR




“I cipressi accolgono i morti tra le radici / con le chiome accarezzano i vivi.” (p. 78)

“Un’ultima lucciola solfeggia la fine dell’estate / si mette via la legna per l’inverno.” (p. 76)

“Il silenzio scende i gradini / unisce tutti i respiri / setaccia il dolore in polvere più fine / lo accompagna / fino al penultimo passo / l’ultimo è un lieve respiro scambiato con il cielo.” (p. 73)

“Respira il cielo a fisarmonica / un concerto di stelle brilla nelle mani. / Il suono delle campane fa volare via uno stormo / il cielo diventa chiesa. // Siamo custodi della vita.” (p. 67)

“Mi soprende l’umile borragine / (…) / prega per i margini del mondo.” (p. 13)

Veniamo abbracciati, letteralmente, in queste pagine da fiori, alberi, cieli, stelle, vento… che Leda ci presenta come amici da sempre: per questo le sue parole ci arrivano cariche di affetto, colme di quell’energia immediata che non ha bisogno, di profilazioni, di “inquadrature” ad hoc iperrealiste, ma si esprime con verità, semplicità, vicinanza che derivano da una conoscenza esperita, vissuta: 

“Hanno un modo di guardarsi le mani / le persone fragili e stanche / le tengono intrecciate come ceste sulle ginocchi. / Aspettano colui che ha la forma del vuoto.” (p 20)

I versi sono intrisi di un senso religioso che mette in profonda relazione umanità, pensiero, natura, sensi, desiderio di eternità, ricerca dell’Alto, sequela del Figlio dell’uomo in cui siamo salvati:

“Nel chicco di grano tutte le spighe / nel volto di Cristo ogni uomo.” (p. 49)

“Quando cerchi Dio, Dio è lo sguardo dei tuoi occhi / canta Rumi il persiano. / Ho sentito quel canto ch’ero bambina” (p. 30)

“Abbiamo una scala nel cuore / che da piccoli scendiamo e saliamo / due gradini alla volta con gioia. / (…) / I bambini lo sanno / pregano giocando / è così che rendono grande il mondo.” (p. 47)

Attraverso il suo rapporto così stretto con la natura, Leda mantiene, come san Francesco, un cuore ricettivo al lato spirituale di quanto ci circonda, nel micro- e nel macrocosmo, nella rete sociale fatta di persone in carne, sangue, pulsioni che respirano di vita ben oltre le connessioni messe in atto da intelligenze artificiali sempre più sofisticate e “realistiche”. 
Il soffio dei versi di Leda si insinua discretamente nei nostri polmoni e li fa esultare con immagine di una bellezza assoluta.

“Il bosco veglia / su ogni foglia che cade.” (p. 61)

“L’esile luce attraversa la cruna del gelo.” (p. 45)

“Perché continuare a bussare a una porta già aperta / quando basta abbassare la maniglia / e portare avanti il cuore?” (p. 44)

“Le stelle maturano appese al cielo / scuoto la notte come l’albero di albicocche.” (p. 27)

“Dal fontone si alzano in volo / zampe d’airone / le ali si uniscono per indossare il cielo.” (p. 21)

“Un grande viaggio / comincia all’altezza di un filo d’erba.” (p. 16)

“Il vento si è portato via l’inverno / (…) / Ha seminato un alfabeto d’aria / che si è fatto memoria.” (p. 14)

lunedì 17 agosto 2026

“Ci sentiamo chiamare dalle stelle ogni notte.”

Massimiliano Bardotti, Ma il bene resiste, con la prefazione di Davide Rondoni e un saggio di Guidalberto Bormolini, Edizioni della Meridiana 2026

recensione di AR


Questo libro è una dichiarazione di amore. Certi incontri ti trasformano, anzi ti trasfigurano. Certe voci ti chiamano, ti seducono, ti sconvolgono. Ti dicono chi sei. Indicano la via. Scrive Guidalberto Bormolini (p. 114): “Non perdiamoci in disquisizioni sul relativismo (…). Dal momento in cui abbiamo colto il frutto dell’albero, tutto si è radicalizzato (…). L’amore è strutturalmente legato alla libertà, dunque se siamo liberi  possiamo amare; se non lo siamo diventiamo automi, anche se fossimo le persone più buone del mondo.”

Come Simone Weil da Gesù, anche Massimiliano è stato preso da Lui, attraverso incontri, reali certo, ma anche intrinsecamente “poetici”. È bello assaporare le emozioni di lettura che ci offre in queste pagine parlandoci di Turoldo, Borges, Rumi, Davoli, Pascoli, Tagore, Damiani, Dante e altre voci, viventi nel qui e ora o già nel sempre, che hanno in-cantato la sua anima e indirizzato concretamente la sua vita. Sì perché per il poeta di Castelfiorentino si tratta di aver risposto a una chiamata. Accolta con umiltà, come una grazia. Poesia come vocazione, dunque, come realizzazione del proprio sé più dolorante e lieto, più nascosto e palese. Una vocazione di cui essere infinitamente grati anche se non ci evita prove, silenzi, sofferenze… aderire  alla propria vocazione “è un modo di vivere che può aiutarci a provare a fare della nostra vita qualcosa di bellissimo” (p. 58), ci responsablizza: “Non possiamo più far finta di nulla e vivere come se le nostre azioni non producessero effetti nell’infinito.” (p. 43); “Dovremmo amarci gli uni gli altri solo per questo, dovremmo avere compassione gli uni degli altri proprio per la sorte che condividiamo.” (p. 34); “… forse il dolore è davvero un fratello necessario alla nostra esperienza di vita.” (p. 27); “… tutto quanto accade nella nostra vita, anche quello che  sembra ombra, buio, oscurità, male, quello che noi giudichiamo come sbagliato, ingiusto, il poeta [nello specifico si riferisce a Rumi] ce lo indica come dono, occasione, fonte di salvezza.” (p. 19).

La citazione posta a titolo di questa recensione si trova a p. 29. E continua così: “E più ci sentiamo chiamare più ci sentiamo smarrire perché non capiamo.” Ecco è fondamentale non capire, cioè non “racchiudere” in sé, non delimitare orgogliosamente con una rete esclusiva ed escludente la realtà che ha sempre una bellezza esondante le nostre categorie, sorprendente, misteriosa… Dobbiamo essere tutti, in primis i poeti, vasi che accolgono, anche (forse soprattutto) attraverso le loro crepe. Piccoli contenitori aperti e “sgocciolanti” di infinito.

sabato 29 agosto 2026

Seduti e seguaci

Gianfranco Lauretano, Questo spentoevo, Graphe.it Edizioni 2024

recensione di AR 


Scrive nella Nota finale al libro Gianfranco: “Alcuni anni fa (…) La voce di Caproni mi pervase a tal punto, da influenzare intimamente la mia scrittura. (…) C’è una quota di ciò che vogliamo dire che dipende dalle parole stesse” (p. 39). Ha interrogato brillantemente (anche) su questo il poeta il collega e amico Stefano Maldini, anche lui cesenate ad una presentazione di questa raccolta al Meeting 2026. 
Constatiamo facilmente come ogni espressione artistica travalichi l’intento di chi l’ha creata. Il poeta è ispirato e dunque, pur modellando la sua opera con la sua personale creta, pur dando alle parole il suo timbro personale, sa che c’è sempre un di più che gli sfugge e che arriva da altrove. Gli stessi fruitori dei versi (o di un’opera d’arte) filtreranno il messaggio poetico, la musica, la pittura… con la loro sensibilità, scoprendovi ciascuno echi diversi, spesso in relazione al proprio vissuto. 

Trovo splendida, una preghiera semplice che risuona nel profondo come una confessione, la poesia che chiude la silloge (p. 36). La riproduco integralmente:

Gesù non devo dirti niente

Ho detto per errore «Signore» / senza neppure  pensare di dirlo. / Il nome di Dio, come un grande uccello, / è volato via dalla mia gabbia… (Osip Mandel’štam)

Gesù non devo dirti niente
volevo solo far cantare
il nome
    e ch il suono 
evocasse lo splendore
del volto
    e vibrasse
la potenza del cuore
    e la musica
delle sante sillabe
scardinasse la pagina
scrivendo l’universo
    tu vero autore.

La forza visionaria (e profetica) del poeta pervade tutta l’opera e non mancano tocchi umoristici: “Questa strana manna nell’aria / impedisce la corsa consueta / le auto sono immobili bovini / gli alberi sculture conccettuali” (Lo spirito della neve – venerdì, p. 34); “l’eterno viene in una / brezza, in una che mi ha / nel mondo intero avuto / caro, in una mano calma” (Risposta a Leopardi – 4, p. 26); “Dio è altrove, segreto / (…) / compatisce. Sta creando / come sempre e dividendo / i seduti dai seguaci / fertili da sterili di figli / e di peccati, neppure di quelli / sono più capaci.” (Dio non c’è, p. 21); “Tra il male e il bene / solo esigue differenze. / Il male non lo vedi bene / si confonde nella vista / si camuffa con sapienza / (…) / è un riformista.” (La bestia, p. 16); “satana si annoia, è incostante” (Questo spentoevo sta finendo, p. 13); “Risediamo ancora in questo / corpo e non ci asteniamo / dall’imparare a dimenticare. / Ma appena sotto pelle / una tempesta si scatena / tra le membra e l’anima / la carne si fa pensieri” (Risediamo ancora in questo, p. 11). 

Come ammette l’autore a p. 10, “unico artista” è l’amore, sta a noi goderne da protagoinsiti non nell’isolamento dell’ego ma nel fiorire del noi: “si danno ad una ad una / le risposte, dove io / non è più solo.” (p. 12, chiusa della poesia Risediamo ancora).

domenica 14 giugno 2026

“centinaia di epigoni Rubik occupanti-spazio e occupati a diffondere versi in stile Ikebana”

 Ivan Pozzoni, Lo Stato pontificio, Collana Tardomoderna, Edizioni Divinafollia 2026

nota di lettura di AR






Il polilinguismo e la verve ficcante e provocatoria di Ivan Pozzoni trovano in questo libro una esemplificazione acuta (nelle varie accezioni dell’aggettivo), in bilico fra sarcasmo, ironia, giochi di parole, enigmi da risolvere, invettiva, umorismo: “Però, da sinistra, mi invitano al copyleft e da destra al copyright mi tocca fare il democristiano / invento il copymiddle, faccio l’art senza ista o l’ista senza art, conviene iniziare spargere menate / col titolo nobiliare e due palazzi, impongo al mondo dell’arte di mantenermi a markette sul divano” (da Onan il Barbaro, p. 43); “
mi anacolutizzo, fregandomene della sintassi, e mi metto a sbertucciare le vostre distopie” (da Dieci bersaglieri ottuagenari a Porta Pia, p. 40); “la strategia anti-seduttiva si è trasformata in tattica di denunce urlate fuori dai rostri / se non siete tribùni plèbis, carichi di contiones, siete rimasti vittime di una scrittura da chiostri / lordata dall’influsso dell’ontologia estetica moderna, ontologia = metafisica, la musica di Orfeo, / col Doppialingua che vorrebbe ostacolare Cookie con una roipnol poetry degna di Morfeo” (da Mi desiderate seduttivo, p. 39).
Già il verso che ho posto a titolo di questa mia nota (da Il Ducato di Milano, p. 36) evidenzia la necessità di scuotere un modo di poetare asfittico, ombelicale, inerte, estetizzante, ottuso, accademico, trendy, superficiale, catabolico… in una parola vacuo, probabilmente anche per chi scrive versi del genere, magari come autoterapia. Consideriamo, fra altri, questo spassoso passaggio che fa da incipit a L’ispirazione come introspezione: Pollock (p. 26): “La scoperta sensazionale del XX secolo, recuperata da ogni forma di romanticismo, / l’arte è conseguenza dell’inconscio, della libera creazione, dell’introspezione, / basta buttare spray o lettere su una tela, a cazzo, e diventi il vate(r) dello sperimentalismo, / studiare non serve, basta improvvisare, e mettere vocaboli sulla carta come una defecazione.”
Abbiamo a che fare con un testo di lettura impegnativa e a tratti disturbante, con versi in gran parte ipermetri, con l’uso di un linguaggio che unisce il vocabolo alloglotto a quello scurrile e mette in agitazione le false sicurezze e le idee standard. Pozzoni ci irretisce, letteralmente, e questo ci infastidisce. Eppure ne intravediamo fra le maglie l’umanità e l’intelligenza, la capacità di mettere in risonanza, con i suoi verzi guizzanti e al contempo ipertrofici, corde che magari preferiamo non toccare. Concludo con il seguente brano da Il post-iper-tardomernismo (p. 17):

Questo mio riots è tutto un neustico, critico letterario inutile non hai nessuna voce in capitolo,
la mia mozione, nelle assemblee dell’arte, è criticare ogni critica, recensire ogni recensione,
la tua interpretazione soggettiva si scontra con la mia interpretazione autentica, grazie arcavolo,
Campanile docet, ignorante che valuti l’artista, e ne chiedi, a gran voce, la sottomissione
ai criteri editoriali delle riviste, che andassero a cagare, l’artista non è un grafico o un tipografo …