lunedì 6 aprile 2026

”che sia casa il mio cuore”

Williams Busdraghi, Feroce preghiera, peQuod 2026, Prefazione di Massimiliano Bardotti, Collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto

recensione di AR



“La polvere ci porta via / (…) / e il fallimento ci attende, / ma io continuo.”

Come scrive Massimiliano Bardotti nella sua Prefazione (p. 8) a questa raccolta di Busdraghi, anch’io “ho trovato commovente la sua promessa finale”, in particolare i versi dell’ultima poesia (p. 78) riportati qui sopra. Qualche pagina prima (64) mi ha colpito questa struggente poesia che riproduco integralmente:

”Galleggiano i sogni
miriadi di meduse sbattute dal mare,
respiri d’anima lasciati andare,
provo a prenderli
ma fuggono tra le dita
allora apro le braccia 
e la bocca
e faccio entrare il mare,
che si casa il mio cuore.”

In realtà non trovo particolarmente ”feroce” questa ”preghiera” di Williams, piuttosto la trovo pregna di echi nostalgici, in bilico fra la (quasi) certezza di contare su chi ci/si ama combinata con una buona dose di scetticismo, forse per ripararsi dagli inevitabili momenti di crisi e dolore che costellano la vita di tutti: “Nessun desiderio rimane ancora sensato / alla fine del viaggio, / quando il passo esita e si fa pesante, / quando il fiume abbandona il greto / per lasciarsi morire nella viva / immensità del mare” (p. 63).

Eppure in nostro cammino spesso ci sorprende, ci proietta in alto, amplia i nostri confini: “amo il tuo battito che mi guizza in petto / (…) / il volo ordinato degli uccelli / che semina l’aria di preghiera / l’ordinario fulgore del risveglio / e lo stupore ancora di averti, / nel sangue, negli occhi, / nei polmoni.” (p. 62); “respiro ciò che mi circonda / per donarlo / e proteggerti per sempre.” (p. 61).

Il libro è costellato di immagini di un nitore rinascimentale, di una luce che ammanta il dettaglio e avvicina l’orizzonte; di una sensualità carica di un’energia capace di cogliere il punto, l’occasione, sapendo quanto siano preziose e irripetibili le opportunità di cogliere momenti di bellezza, consonanze di respiri e di trasporti: “Il lampo è cicatrice nel cielo” (p. 58); “cercare il giusto posto / incarnarci nelle parole” (p. 53); “Ho attraversato i tuoi polmoni, / gli alveoli / per mescolarmi al tuo sangue, / (…) / sfioro le foglie sui rami / ne accompagno la caduta, / tutto muore in silenzio.” (p. 44); “La strada divora i campi” (p. 38); “risvegliarsi nel boccio del melo / per tessere l’anima al cielo” (p. 28); “vorrei sentissi l’amore che fuoriesce dalla corteccia / riconoscessi il miracolo nel merlo / (…) / o nell’ultimo raggio di sole / che obliquo sbecca il profilo delle case / e si posa sui nostri volti.” (p. 11).

Concludo riportando la poesia eponima (a p. 17) in cui il poeta affida la parte più desiderante di sé, quella più innervata di amore e speranza: “Ti lascio ciò che ho sempre cercato, / custodiscilo, / fanne feroce preghiera. / Che sia ancora luce.”

Un ”lascito” che ogni persona credo dovrebbe coltivare, far fruttare, donare. La preghiera è vita.

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