“Guardo i monti, / e sento // nuda // la roccia sfiorare / l’anima del cuore.”

Dante Zamperini, La domenica mattina, Il Segno dei Gabrielli editori 2005, Introduzione di Eros Olivotto, Premessa di Alberto Baietta, Postfazione di Emilio Gabrielli, foto dell’Autore

recensione di AR



“Il severo silenzio / dal sapore di sfida. / Sfacciato. / Sfuggito alle città. // Sicuro sigillo / nell’eremo del cuore.” 

Questi versi chiudono Silenzio sui monti ( p. 73) e un po’ già ci svelano qualcosa dell‘autore che poco prima (Monte Baldo, p. 70) scrive: “l’alito del vento, / sicuro / come la mano di Dio, / mi sfiori il sorriso.”

Ancora qualche pagina prima (67, Serenità ritrovata) il Nostro, guardando i monti dalla finestra, confessa: “Tant’è il silenzio in quei posti, / che sembra quasi di sentire / la neve posarsi / picchiettando lievemente / nei boschi spogliati.”

Ci sono delle isole, nella navigazione di ciascuno, che si concretizzano come il fulcro di fatti cruciali o come porte di infinite possibilità, luoghi in cui si realizzano coincidenze o si lasciano sfuggire le occasioni scoprendo poi che possono riverberarsi in opportunità da cogliere a tempo dovuto. 

Queste isole, per essere scorte, hanno bisogno della nostra attenzione, del nostro uscire dal piccolo mondo autoreferenziale in cui timorosi e vessati (“Ti difendi con freccia di selce; / altro non puoi, / sapendo che i versi / stanno in me.”, p. 41) oppure arroganti (quando vorremmo che tutti e tutto vi rientrassero per essere al nostro servizio, noi “rinserrati in malevoli pensieri, / col cuore ridotto a pisciatoio.”, p. 43) a volte ci rinchiudiamo.

Queste isole hanno bisogno di amore: “e mentre urlo quanto ti amo, / lentamente, viene la neve.” (A Nives, p. 39); “È un sorriso / sulle labbra di Dio.” (La mia donna, p. 46). Quello verso noi stessi, certo imperfetti e pieni di ecchimosi ma sempre unici e preziosi e amati da Qualcuno, e quello verso il prossimo che ci dà il senso del nostro stare al mondo. Un simile amore sa abbracciare i vuoti, diffonde energie buone, sa ringraziare per le piccole cose e inchinarsi alla bellezza del creato, si rende disponibile a incontri che cambiano e ravvivano, curano le ferite, leniscono i dolori, ci aiutano a metterci nei panni degli altri, fomentano la nostra creatività mettendo in circolo i nostri talenti. Questo amore abbracciante che nella Bibbia è chiamato anche rùach, spirito, soffia dove vuole, raggiunge credenti e non (o altrimenti) credenti, è implicito in ogni persona e sprizza da quelle di buon cuore, in ogni azione fatta con rispetto, passione, onestà. 

Questo ci racconta Dante Zamperini con le sue poesie “domenicali” che sanno fare spazio al Signore del tempo, al soffio imprendibile che anima il mistero gioioso, pulsante in ciascuno di noi e nel cosmo intero: “Una stella mi guarda; / la vedo: / ora lontana, poi vicina, // sfuocata. // Chissà che sapore ha / il silenzio lassù.” (Notte, p. 21). 

PS Il titolo di questa recensione corrisponde all’incipit della poesia eponima che apre la raccolta.

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