“noi nel respiro delle piante”

Anna Maria Tamburini, Sequenze auree, Raffaelli 2022, Prefazione di Natalino Valentini

recensione di AR


Il verso che abbiamo posto a titolo di quanto state leggendo apre l’ultima composizione della raccolta che qualche riga più sotto continua così: ” … Noi nel mistero / degli elementi in noi / la combustione del respiro / universale che di terra / d’aria, d’acque e fuoco fa sangue” (p. 97). Qualche pagina prima l‘autrice domanda: “deve essere violento / un amore // per farsi ascoltare / violento un testo / per essere letto / dimmi ora perché / farsi ascoltare / con le unghie / – non un respiro basta?”; “ma la vita sapresti / tu meglio orchestrarla / di come si dipana / sapiente insaputa / maestra di realtà sonora / di risate e pianti?” (p. 89);  

A cavallo fra le pagine 87-88 troviamo queste icastiche parole: “la bellezza lo percepisci / – appartenere all’essere – / dell’essere dice il divenire / nel movimento si rivela / della vita come nascere / crescere fiorire donarsi”. E appena prima (p. 87): “così e di più / unifica terra e cielo / l’operosa preghiera”. 

Espliciti o sottesi in tutta la raccolta i riferimenti biblici. Ad esempio alle pp. 80-81 troviamo due componimenti intitolati a San Giuseppe – in cui si fa riferimento all’etimo di questo nome: Egli raduni, aggiunga. Il secondo inizia splendidamente così: “non siamo più capaci / noi di sogni – non più ci accade? – / o di fermare… d’intendere / visioni e trattenere”.

L’ottava e conclusiva Sequenza da cui abbiamo citato finora si apre (p. 73) con un riferimento piuttosto evidente alla pandemia: “è già trascorso intero forse / tutto pare replicato / e invece sale, più su / più su s’avvita e stringe / la cerchia dei vivi smarriti / sempre più dilatata / quella di coloro che son partiti”.

Il ritmo di questo Sequenze auree è quello di un respiro cosmico di impronta quantistica per cui sempre qualcosa ci sfugge: se puntiamo sul dettaglio si sfuoca la visione panoramica e viceversa. I versi sono liberi ma non mancano costellazioni di settenari (ad es. a p. 64, “ferma, seduta, vedi / sulla distesa base / (…) / dice - seduta ferma / (…) / nell’essere possibile”), ottonari (“alle pendici di Sion / nugoli d’api al sole”, p, 57), endecasillabi (“lo sfavillio del caso sulle cose / le forme alla luce i colori / sulla scena, il calcolo, il cuore”, p. 58) ecc.

Caratteristica della poetica di Anna Maria Tamburini è una richiesta di attenzione. Gli enjambements e le ambiguità sintattiche danno corpo a un dettato ricco di echi e di sensi. Oltre ai menzionati richiami alle Scritture, ad ecfrasi dedicate ad artisti come Marc Chagall (“l’angelo di fuoco immenso / capovolto acceso avanza / sul rabbino col volume i filatteri / e antichi mammiferi sparsi sulla tela”, p. 55), a luoghi di pellegrinaggio e a santi (lo spirito francescano è pervasivo), sono immancabili i più o meno espliciti omaggi a poeti come Cristina Campo, Margherita Guidacci, Agostino Venanzio Reali  e molti altri. Abbiamo a che fare con una parola esatta, densa, scolpita sui cui sostare, da ruminare per assaporarne i profumi, i colori, i rimandi: “– onda d’aria che mi riempie / d’altri da me / che mi svuota e ad altri / porta di me // siamo altro / d’altro siamo”, p. 65); “si diffonde dal sepolcro un profumo / di mirra che risveglia i morti” (p. 40); “Io Sono – il tuo Nome un Verbo / attrae piccole parole / – ecco me, amen, lode –” (p. 41); “l’eterno interseca il tempo / guardarlo guarisce la vita” (p. 37, due splendidi novenari).

Come acutamente scrive Natalino Valentini nella Prefazione, in queste Sequenze “ogni piccolo dettaglio, apparentemente insulso, si colora di una tonalità trascendente, fino a farsi iniziazione al Mistero, preghiera poetante” (p. 8).

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