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martedì 8 novembre 2011

Su Magari in un’ora del pomeriggio di Davide Valecchi


FaraEditore, 2011 
recensione di Vincenzo D'Alessio
Ogni qualvolta che inizio a leggere una nuova raccolta di poesie sento che manca qualcosa: c’è la bellezza dei versi; l’equilibrio della parola; l’energia delle figure retoriche; l’equilibrio tra ortografia e simbologia; l’innesco del racconto. Leggo più volte ad alta voce, a bassa voce, nella mente. Cosa manca?
Manca la voce del poeta!
Vorrei ascoltarlo mentre nutre il silenzio della carta stampata con il calore sonoro della sua voce: la forza centripeta delle parole; la cadenza distesa nelle cesure; il suono armonioso del pensiero divenuto creatura umana.
La raccolta di Davide Valecchi, Magari in un’ora del pomeriggio, pubblicata da Fara Editore di Rimini, ha suscitato di nuovo in me, come nel lettore che ne prenderà possesso, questo desiderio. Ascoltare dalla voce del poeta la bellezza della sua creatura: non descrittiva, non critica, ma catartica, inesorabile, tesa a valicare quel muro d’ombra che separa il meriggio dell’esistere “dalla mancanza della presenza” amata o solamente desiderata.
Le tre parti che compongono la raccolta impegnano il lettore profondamente: una prima volta accecato dalla solarità, una seconda sospeso nello spasmo del dolore, una terza disceso nella forza inesorabile che la polvere del tempo ha sulle orme terrene. Un migrare “lentamente”, con “calma”, “quieti”, a fissare con lo sguardo “la trama delle cose”. E suona forte la lezione ermetica del Nobel Eugenio Montale, messo a contatto con i versi del Nostro:
“Perdono consistenza lentamente / (…) certi luoghi che avrei voluto offrirti” (pag. 15) “Tendono alla chiarità le cose oscure” (Montale, Ossi di Seppia)
La sacralità della parola, la segretezza che da essa promana, nell’intento di superare il dolore del viaggio, viene ripetuta costantemente nel racconto che Valecchi rivela nei suoi versi: “Un’idea di comunione segreta / costruita intorno alla tua presenza” (pag. 15) ; “in una lingua che non posso intendere / (…) fuori del dominio delle parole”(pag. 16); “(…), ma solo tu / hai ascoltato e compreso una lingua / di cui non possiedo alcuna nozione” (pag. 18).
Scavalcare: “L’aspetto pomeridiano delle mura” (pag. 21) che inganna e limita la nostra tormentata perdita dell’esistenza. La siepe che priva il poeta Giacomo Leopardi nell’idillio L’Infinito della possibilità di guardare “l’ultimo orizzonte”; il muro con alla sommità “i cocci aguzzi di bottiglia” del poeta Eugenio Montale; e il “muro d’ombra” del poeta Giuseppe Ungaretti della poesia La madre. Il desiderio di  spegnere il dolore della mancanza, il pianto dell’assenza:
Fiori da muro dove il tuo sguardo scorreva
all’epoca dei pomeriggi di sole
immobili come le ombre arancioni
dei cipressi sulla polvere gentile
(pag. 37)
Soltanto con l’uso della callida iunctura la polvere inesorabile del Tempo diviene “gentile” verso gli occhi che ci hanno fatto conoscere l’Amore per la Vita.
Di fronte a questa stupenda raccolta poetica la lezione del Novecento appena trascorso assume una nuova veste, si riempie di nuovi colori. Desidero dire che sarebbe utile abbinare un CD con la declamazione dei versi da parte del Nostro affinché l’inesorabilità del Tempo sia fermata in “rivoli di bruscoli che si incendiano / nel tentativo di ascendere al cielo” (pag. 20) per dare spazio al kairos del genere umano che leggerà: “Come questa primavera che sale / dal nulla a riempire pensieri invasi / dalla mancanza della tua presenza” (pag. 61). Come non leggere, nella similitudine di questi versi di Valecchi, i versi del grande poeta Giuseppe Ungaretti della poesia Non gridate più:
  (…) Hanno l’impercettibile sussurro,
          Non fanno più rumore
          Del crescere dell’erba,
          Lieta dove non passa l’uomo.
                                    

martedì 14 febbraio 2012

Davide Valecchi presenta a Vicchio (FI) 23 feb


Comune di Vicchio
Associazione Immagini e Parole

sono lieti di invitarvi alla presentazione della raccolta poetica


(Fara Editore)

Giovedi 23 febbraio 2012 ore 21,30
intervista con l'autore, reading e proiezione video

Presso Biblioteca Comunale "Giotto", Piazza Don Milani 6, Vicchio (FI)

Per informazioni 320 9179733

http://www.faraeditore.it/html/siacosache/magari.html 


--
Davide Valecchi
davide.valecchi@gmail.com

sabato 26 ottobre 2013

Solchiamo le pagine inquiete…

AA.VV. Chi scrive ha fede?, a cura di A. Ramberti, FaraEditore, 2013 

di Vincenzo D'Alessio 


Solchiamo le pagine inquiete dell’Antologia Chi scrive ha fede pubblicata dalle Edizioni Fara di Rimini, curate da Alessandro Ramberti, come i contadini scrutano il cielo alla ricerca delle risposte dal vento, dal sole, dal volo degli uccelli: avete notato che da un po’ di tempo a questa parte sono aumentati i rapaci? : taccole maggiori (corvi), gazze ladre e cani randagi? Tutte bestie che vivono saccheggiando i nidi di volatili più piccoli e delle tortore dal collare, che pure sono in forte crescita.
Ebbene quando il contadino arava o zappava, il proprio campo era quella la stessa terra degli avi; trascorrevano le stagioni alla stessa maniera; la fatica si ripeteva. Eppure l’attesa dei raccolti, i germogli che spuntavano lentamente, era una gioia interminabile a quel sudore dato alla terra da secoli. Davide Valecchi, nell’ascolto che diamo ai suoi versi, è paragonabile alla civiltà contadina che abbiamo rappresentato. Nella precedente raccolta: Magari in un’ora del pomeriggio (2011), pubblicata presso lo stesso editore, aveva dato prova della ricerca di un linguaggio poetico degno di fede: la costruzione della maieutica che conducesse il lettore al disvelamento della trama “del mio scrivere” (pag. 97).
Alcuni critici non sono concordi quando si prende a piene mani dal testo in esame. Noi siamo del parere che bisogna comunicare al lettore, che non ha sottomano l’intera raccolta, “la chiarità delle cose oscure”, la valenza infinita della poesia in quanto: “risposta a un’esigenza innegabile di indagine e comunicazione con piani diversi dell’esperienza della vita, dove le relazioni lineari fra spazio, tempo, luoghi, memoria, immaginazione, sogno, oggetti, suoni e parole non seguono più gli schemi della realtà contingente ma si sovrappongono e si intrecciano dando vita ad un altrove che per essere detto necessita di un linguaggio altro” (pag. 97).
“L’altrove” scandito da Valecchi è il contatto con la Natura (in greco physis), forza che ha nutrito schiere di poeti (vedi “l’inno” di Friedrich Hölderlin) dove il luogo vicino all’origine è rappresentato dalla patria a cui appartiene: “Difficilmente ciò che abita vicino all’origine abbandona il luogo”. Questo sentimento profondo di comunione con l’altrove genera “il segreto singolare” proprio della poetica dell’autore.
Scrive il Nostro nell’introduzione alla raccolta di poesie contenute nell’Antologia: “Questo piccolo viaggio cronologico all’interno della mia scrittura dovrebbe quindi, almeno nelle mie intenzioni, rappresentare la testimonianza di un percorso iniziato in età adolescenziale e che, molto prevedibilmente, è ben lontano dall’essere concluso” (pag. 97).
Il viaggio è sinonimo di esperienze, di crescita, di allontanamento dai luoghi reali o immaginari, fonti della propria gioia, dolore, incubo. La crescita è l’esercizio volontario di condividere il segreto della parola con gli altri, i lettori. La sacralità di un gesto antico come la semina e l’attesa dei germogli. La consapevolezza che il buio sotterraneo darà alla luce le essenze del seme che si è sacrificato. Quindi il gesto poetico è sacro. Sacralità che affonda nel divino, proprio come sostanza luminosa che diventa parola. Proprio come scriveva Martin Heidegger negli anni Cinquanta del '900: “Il motivo del confronto di Heidegger con Hölderlin è (…) un cammino che apre al nuovo, nuovo inteso come il das Andere, l’altro del pensiero fino adesso pensato” (T. Bettini, Sacro, spazio e divino in Heidegger, 2009).
Il primo corpo poetico di Vallecchi è datato 1993, il capoverso recita L’estate nei tuoi occhi e il luogo preso in considerazione è formato da “acque torbide / dove se ne stanno nascoste / esistenze private dei sensi” (pag. 98). Chiude il contributo in versi Ce ne vorrebbe di tempo datata 2012 (pag. 107).
In questi versi ho ritrovato il contatto con la Natura, l’uso dell’ossimoro quale disvelamento del segreto che muove la ragione poetica del Nostro: “(…) gli schianti delle pietre / triturate dal metallo alimentano / il pensiero di diventare pietra, / viva senza vita anche se fatta polvere” (Le macchine penetrano la terra, 1995, pag. 99). La poetica di Davide Valecchi è alimentata dall’energia dell’origine che ogni poeta ha nascosta in sé: “(…) Le voci dove mi trovavo allora / sono da qualche parte ad aspettare / il ritorno del suono del rimbalzo / del pallone” ( La purificazione del cielo, 2011, pag. 106). L’infanzia naturale, è il segreto del tormento di quello che siamo e che vorremmo restare, felice. Il richiamo ai colori denota l’attaccamento profondo alla vita vera. L’uso dell’enjambement regala al lettore l’energia del rogare il verso sulla carta, nel tempo indefinito dell’essere: pietre vive, leggibili.
Il tempo sospeso della ricerca è richiamato in ogni composizione, nei capoversi, dove il lettore carpisce il senso dell’immagine liquida, cangiante, nella superficie “pantha rei” del fiume della storia della Poesia: “(…) Ma è il nome del riflesso / che cambia di continuo / e sotto tutto il resto / a ruota” (Ce ne vorrebbe di tempo, 2012, pag. 107). Un racconto che continua. La levità del verso che segna nel mare delle voci poetiche il solco dell’identità.

lunedì 4 giugno 2012

Su Magari in un'ora del pomeriggio di Davide Valecchi

di Simone Rebora pubblicato in www.retididedalus.it

***




L’ultimo titolo in rassegna si distanzia notevolmente da tutti i precedenti. Magari in un’ora del pomeriggio di Davide Valecchi mantiene forse qualche affinità tematica con la raccolta di Meozzi, ma la grande uniformità metrica e la forte patina arcaizzante ne fanno un lavoro decisamente a parte, quasi anacronistico esempio di un petrarchismo post litteram, eppure profondamente innestato nel mondo attuale, con tutte le sue più recenti acquisizioni scientifiche e tecnologiche. Il che non si direbbe, scorrendone rapidamente le pagine, dominate da una natura sovrana e incontaminata, come già ben dimostra la cornice grafica della foto di copertina. Eppure, in quest’ambientazione calma e idealizzata fanno capolino diversi elementi della moderna tecnologia («sei solo un’immagine che si sfalda / in grani di pixel», p. 34), se non vere e proprie dissertazioni teorico-scientifiche (come quella sulla «luce corpuscolare» sviluppata a p. 47).
Viene quindi naturale parlare di petrarchismo, sia per l’attento controllo del linguaggio e della metrica (dominata – anche se non assolutamente – dall’endecasillabo), sia per le scelte tematiche, che pongono al centro una figura femminile “in assenza” e la natura riletta attraverso i segni del suo passaggio, ma anche inaspettate apparizioni notturne, che hanno tutto il sapore di post mortem della seconda parte dei Fragmenta:

A volte la tua ombra
mi visita nei sogni
lasciandomi frammenti
di vita immaginaria
che attraversano il giorno.
            (p. 25)

Già questa breve lirica dimostra il forte controllo metrico imposto da Valecchi sull’intera silloge: cinque settenari (alternativa “canonica” dell’endecasillabo) la cui accentazione uniforme subisce solo nel finale una leggera variazione.
È tutto un gioco di strutture che si ripetono senza mai tornare identiche, questo Magari in un’ora del pomeriggio. Un gioco che può forse infastidire il lettore più bramoso di emozioni, nella constatazione della sua artificiosità – asservita, poi, a forme che hanno ben poco di sperimentale. Ma rileggerlo con ben fermi nella mente i cardini attorno a cui ruota, può aiutarci ad apprezzarne il movimento concentrico e sempre variato. Tre elementi tornano in tutte le liriche, oltre la costante presenza di “Lei” e del suo paesaggio: la luce intensa e pomeridiana, ma anche effimera, sul punto di spegnersi; le parole, o meglio l’assenza e incomprensibilità delle parole, espresse in «una lingua / di cui non possiedo nessuna nozione» (p. 18); e infine i frammenti, la polvere a cui tutto questo, inevitabilmente, si riduce.

Infine, quando la luce del giorno
scompare e anche la cera quotidiana
può essere smessa, resta delle ore
alle spalle una polvere sparuta
di pertinenza incerta, annidata
ai margini di ogni percezione,
senza nessuna parola possibile.
            (p. 46)

Ma pur nel graduale “spegnimento” di questi ultimi versi, l’auspicio della presente rassegna resta quello di segnalare un momento di apertura. Per una poesia che forse manca ancora di una sicura identità generazionale, ma che conferma la sua vitalità attraverso queste voci, in attesa della convalida di un ascolto finalmente interessato.



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martedì 13 marzo 2012

Renzo Montangnoli su Magari in un'ora del pomeriggio

 Recensioni in Arteinsieme  »  Magari in un'ora del pomeriggio, di Davide Valecchi, edito da Fara 13/03/2012
 
Magari in un’ora del pomeriggio
di Davide Valecchi
Fara Editore
Poesia silloge
Collana Sia cosa che
Opera vincitrice del concorso Faraexcelsior 2011
Pagg. 68
ISBN 9788897441052
Prezzo € 11,00

Adagio malinconico



Magari in un’ora del pomeriggio / anche nel luogo dove sei adesso / sopra le pietre più esposte si posa / un annuncio della fine del giorno: / …..


Sono i primi versi della poesia che dà il titolo all’intera silloge, strutturata in tre capitoli (La convalida del tuo sguardo, I laconici giorni, Stagioni irripetibili) in un unico tema che ripercorre l’andare del tempo, misura e sensazione dell’esistenza.
In effetti, più che raccolta tematica, l’unicum è tale da far pensare a un poemetto, realizzato con particolare cura, con attenzione ai particolari, con una metrica coerente pur se l’impressione è sovente di leggere una prosa poetica, d’eccellente fattura, con artifizi creativi che in un ritmo costante, quasi un adagio, compone una sinfonia di voci, di suoni e di parole che non può non lasciare indifferenti (Il giorno muore senza neanche un suono / che si avvicini ad una tua parola / e questa voragine che non vedi / inghiotte i ricordi di luoghi appena / intravisti ma subito perduti. /…).
È un fraseggio composto quello dell’autore, intriso di una vela malinconica che, senza indulgere alla tristezza, si offre al lettore come ancora di salvezza, come rifugio di una ritrovata consapevolezza dei limiti umani che non porta a rassegnazione, ma che cala dentro impercettibilmente inondando di serenità.
Le immagini, gli stati d’animo, la paesaggistica e la natura nel suo complesso, una natura non nemica, ma da cui cogliere gli aspetti che più riflettono il proprio sentire, fanno da contorno e anche da sfondo a uno svolgimento lineare che, senza pervenire a eccessivi approfondimenti, trova tuttavia una sua convinta filosofia, scevra da orpelli linguistici e da inutili barocchismi, e che si trasmette con immediatezza. Si stabilisce insomma fra autore e lettore quella corrispondenza inconscia che non viene meno neppure quando, arrivati all’ultimo verso della poesia conclusiva, si chiude il libro e lo si ripone. Resta infatti quest’aura di comunione, quest’atmosfera impalpabile in cui si finisce con il ritrovare non poco di noi stessi, una sensazione gratificante che solo un’opera di eccellente livello può garantire.


Davide Valecchi è nato a Firenze nel 1974. È un grande appassionato e cultore di poesia italiana del Novecento e contemporanea. Ha una laurea in Letteratura Italiana con tesi su Maria Luisa Spaziani. Sue poesie sono apparse in riviste (cartacee e online) e in vari blog letterari. Nell’aprile 2011 una sua poesia, accompagnata da un video, ha vinto il premio Poesia in Video presso il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna. Polistrumentista, è attivo come musicista fin dall’adolescenza: ha fatto parte di numerose band spaziando in generi musicali diversi: rock, metal, new wave, sperimentazione, elettronica. Attualmente è impegnato con due formazioni: Video Diva (new wave, rock, elettronica) e Downward Design Research (elettronica, ambient, industrial). Con lo pseudonimo di aal (almost automatic landscapes), a partire dal 2001, ha intrapreso un percorso di ricerca sonora in campo elettro-acustico, concreto, elettronico e ambient, pubblicando lavori per varie etichette italiane ed internazionali.
L’attività poetica e quella musicale sono profondamente interconnesse.
Web:
davidevalecchi.blogspot.com

martedì 27 settembre 2011

È uscita la silloge di Davide Valecchi, vincitrice del concorso Faraexcelsior

Davide Valecchi Magari in un'ora del pomeriggio

€ 11,00 pp. 68 (Sia cosa che # 88)
ISBN 978 8897441 052

Gli endecassillabi di questa raccolta – vincitrice della I edizione del Concorso Faraexcelsior – sono l’orma di un’assenza: la persona che non c’è viene rievocata, quasi “ricreata”, immergendola in un mondo reale intriso di bellezza ma “spolverato” da una luce corpuscolare che ne segnala la provvisorietà. Il tono è modernamente lirico e sobriamente nostalgico. Il suono va a depositare le immagini di queste pagine nel luogo dove le nostre emozioni le moltiplicano e la mente ne assapora ad ogni rilettura simboli e sensi che sempre ci trasportano oltre.

Come questa primavera che sale
dal nulla a riempire pensieri invasi
dalla mancanza della tua presenza
finché l’aria chiede dove sei ora,
mentre schiere di fiori sconosciuti
appaiono lungo sentieri persi,
fitti d’erba, dimenticati, percorsi
soltanto oggi dopo ere di polvere.


Davide Valecchi è nato a Firenze nel 1974. È un grande appassionato e cultore di poesia italiana del Novecento e contemporanea. Ha una laurea in Letteratura Italiana con tesi su Maria Luisa Spaziani. Sue poesie sono apparse in riviste (cartacee e online) e in vari blog letterari. Nell’aprile 2011 una sua poesia, accompagnata da un video, ha vinto il premio Poesia in Video presso il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna. Polistrumentista, è attivo come musicista fin dall’adolescenza: ha fatto parte di numerose band spaziando in generi musicali diversi: rock, metal, new wave, sperimentazione, elettronica. Attualmente è impegnato con due formazioni: Video Diva (new wave, rock, elettronica) e Downward Design Research (elettronica, ambient, industrial). Con lo pseudonimo di aal (almost automatic landscapes), a partire dal 2001, ha intrapreso un percorso di ricerca sonora in campo elettro-acustico, concreto, elettronico e ambient, pubblicando lavori per varie etichette italiane ed internazionali. L’attività poetica e quella musicale sono profondamente interconnesse.
Web: davidevalecchi.blogspot.com

domenica 18 dicembre 2011

Su Magari in un'ora del pomeriggio



Magari in un’ora del pomeriggio,
anche nel luogo dove sei adesso
sopra le pietre più esposte si posa
un annuncio della fine del giorno:
questa stessa aria di luce arancione
che colgo ritornando sui miei passi
procedendo in direzione contraria
al tuo sguardo.
 
I contorni di ogni cosa si accendono
di una grazia inesorabile e quieta
solo per qualche minuto di gloria
che forse non ti comprende nemmeno.
 
Davide Valecchi, Magari in un’ora del pomeriggio
Magari in un’ora del pomeriggio è l’evocazione attenta e precisa, profonda e costante di un tempo nel quale si dispiegano in ricordi a tratti limpidi a tratti distanti le immagini che ad una ad una riaffiorano. Ricordi che si trovano in quel “tu” più volte ripetuto, puntato sempre nel punto esatto, nel centro perfetto del vago sussurro, un “tu” che nell’assenza si fa presenza costante.
Un gioco di opposti forse, come un equilibrio di opposti è il cosmo, abitato di luci e suoni, abitatore di quel tempo indefinito che è il tempo della costante attesa ma anche della perfetta unione.
Unione limpida, chiara, surreale in una luce pomeridiana che è il luogo privilegiato del ricordo ma anche lo spazio indefinito del pensiero. Di quei pensieri che “[…] sono sufficienti/ a volte ad evocare simulacri/ di percorsi appena definiti/ che subito svaniscono posando/ lontano da altri sguardi/ i gusci morti dei desideri”.  Una luce che nel suo riflesso abbraccia il costante percorso dell’esserci, una luce che nel contempo è luce di confine tra la mattutina vitalità del giorno e il riposo serale d’un cielo che nel suo sfumare si fa sempre più evocatore di vaghe speranze.
Ed è nell’armonia del tutto che si dispiegano i frammenti di quell’essere stati, un tempo, unione terrena, perfetta, ad accogliere oggi tutti quei moti lasciati agli anni.
Terrena come solo può essere l’incontro di due anime, e poi ancora la solitudine di una sola  che ricorda, che riemerge che ritrova: “Immobile rimango ad osservare/ le astronavi che attraversano il cielo:/ un modo per ricordare a me stesso/ che ogni mio movimento appartiene/ alla terra e alla terra solamente”.
Divisa in tre sezioni (La convalida del tuo sguardo, I laconici giorni e Stagioni Irripetibili),  questa silloge rappresenta un autentico percorso personale e formativo, capace di riflettersi in ogni suo punto: dalla perfetta ripartizione delle poesie; alla costanza di un endecasillabo che da pura formalità tecnica si fa àncora nel costante divenire del verso; fino alla precisa cura del testo nel suo aspetto più diretto che è quello della forma, del tatto, dell’incontro visivo di una copertina che già dal titolo e dall’immagine è capace di rievocare tutto il contenuto di un’opera complessa e completa.
(G.M.)

Davide Valecchi è nato a Firenze nel 1974, laureato in Letteratura italiana coltiva da sempre una forte passione per la poesia del Novecento e contemporanea. Sue poesie sono apparse in numerose riviste cartacee e on-line. Magari in un’ora del pomeriggio, sua prima raccolta, rappresenta il frutto di un lavoro iniziato nel 1993 e terminato con la vittoria  nel 2011 della prima edizione del concorso “Faraexcelsior” e la relativa pubblicazione da parte di FaraEditore. Grande appassionato di musica, Davide Valecchi, ha fatto parte di numerose band, spaziando tra diversi generi: rock, metal, new wave sperimentale, elettronica. Intraprendendo poi, nel 2001, con lo pseudonimo di aal, un percorso di ricerca in campo elettronico acustico e pubblicando vari lavori per etichette nazionali ed internazionali.

giovedì 25 agosto 2022

Faraexcelsior 2022: ecco i vincitori!

Siamo infinitamente grati ai giurati del concorso Faraexcelsior 2022Anna Ruotolo, Annalisa Ciampalini, Antonella Giacon, Davide Valecchi, Francesca Ribacchi, Ilaria Maria d’Urbano, Rosa Elisa Giangoia – per l’appassionato e competente lavoro di valutazione che ha portato alla seguente classifica. Grazie di cuore ai partecipanti e complimenti ai vincitori! Per la sez. narrativa v. narrabilando.blogspot.com/2022/08/camilla-ugolini-mecca-e-natascia.html


Vincitori Faraexcelsior ’22


I class. ex aequo

Ipotesi di misura di Francesca Bavosi (Fano, PU)

Francesca Bavosi
è nata e vive a Fano (PU). Laureata in Lettere classiche all'Università di Urbino, insegna presso una Scuola Secondaria di I grado della sua città. Ha scoperto la poesia attraverso le filastrocche della buonanotte, per poi passare ai classici italiani, stranieri, greci e latini e approdare alle voci dei poeti contemporanei. Alcuni suoi testi sono stati selezionati in concorsi nazionali e internazionali (5° Premio De Palchi Raiziss, Presidente di giuria Giovanni Raboni; 4° Premio Nazionale Novella Torregiani; VI Premio Città di Conza; Premio Zeno 2021). Custodisce nel cassetto alcune sillogi che spera presto di poter pubblicare.


C’è aria di una ricerca incessante di un nuovo metro, un nuovo passo e una direzione. Le poesie di questa raccolta annunciano le disillusioni, fanno memoria degli errori ma pure dei momenti ben spesi. Molte le soluzioni, anche sorprendenti, senza che si scansi la parte oscura (“Torna così il desiderio / di poter sminuzzare / il dolore del mondo / e prenderne la mia porzione”). Su tutto si adopera la parola, è testamento totale: “Prendetele, queste parole di silenzio, / giorno e notte riportatele nei giardini, / nelle piazze, sui davanzali delle finestre, / nei riti pagani, nelle benedizioni corali.” (Anna Ruotolo)

Poesia che trova la sua ispirazione in una varietà policroma di occasioni mutuate dall’osservazione del reale e della contemporaneità, oltre che in una vena di malinconico flashback su un passato migliore contrapposto alla prosaicità dell’esistenza contemporanea. Percorsa da un leitmotiv di velato rimpianto e critica sociale, la silloge è stilisticamente coesa anche se ogni tanto indulge in formule tipicamente novecentesche che potrebbero proficuamente essere rielaborate in chiave più strettamente contemporanea. (Davide Valecchi)

Un bel ritmo scandisce immagini evocative, sintesi di un’intima e profonda ricerca spirituale. Lettura emozionante e piacevole che stimola riflessioni senza mai imporle. (Ilaria Maria d’Urbano)


L’alveare assopito di Angela Caccia (Cutro, KR)


Angela Caccia ha partecipato a molti concorsi, ha un discreto medagliere e qualche vittoria importante; riguardo l’edito, al suo attivo le sillogi: Il canto del silenzio-Ici, Nel fruscio feroce degli ulivi-Fara 2013, Il tocco abarico del dubbio-Fara 2015, Piccoli forse – Lietocolle 2017, Accecate i cantori-Fara 2017. Suoi contributi sparsi nel web, i più nella rivista on line di poesia Versante Ripido della cui redazione ha fatto parte; blog siti e riviste hanno scritto sulla sua poesia tra cui Poesia de il Corriere della sera, Satura, Patria Letteratura, il blog RAI Poesia, Oubliette magazine, ultimo il quotidiano nazionale La Repubblica di Napoli nella rubrica di Eugenio Lucrezi e ne La Repubblica di Firenze, rubrica di Alba Donati. Non confida molto nella parola - da cui a volte si stacca - e sa che le emozioni trovano altri vie per raccontarsi: il suo linguaggio altro è modellare. Poesia e ceramica: passioni vere a cui non serve un aggettivo.

Una raccolta delicata e attenta, intensa nel suo dispiegarsi tra ombra e luce, pronta a cogliere particolari anche minimi che nel verso, sempre armonioso anche quando si protende nel territorio del dolore e della perdita, divengono frammenti di meraviglia e stupore. La piacevolezza del canto che si presenta come un corpo unico pur nelle pause e nei necessari silenzi, possiede non solo tenerezza ma anche il coraggio di esplorare l'ignoto sempre presente nell'esperienza di cui la silloge ci rende partecipi. (Antonella Giacon)

Una silloge percorsa da una lingua poetica variegata ma solida, innestata in un solco di tradizione secondo-novecentesca che accosta, spesso in maniera del tutto riuscita, registri differenti all’interno dello stesso componimento, dove convivono in buon equilibrio altezza aulica, forme metriche tradizionali e formule colloquiali. Forse avrebbe giovato una maggiore uniformità tematica, proseguendo la felicissima ispirazione dei componimenti iniziali dove uno sguardo sfaccettato, frazionato come nella vista degli insetti, osserva la natura e i cambi di stagione con dolcezza contemplativa e notevoli apici emotivi. (Davide Valecchi)


Ho trovato questi versi sonori, metallici e taglienti, incisivi e fertili. Una lettura che dissoda l’anima. (Ilaria Maria d’Urbano)



2. class.


Come terra ferma di Matteo Bonvecchi (Montecassiano, MC)


Matteo Bonvecchi è docente al Liceo Classico di Macerata e vive a Montecassiano, tra i lieti colli cantati dal Poeta della vicina, sovrastante Recanati. Con Le odorose impronte si classifica primo al concorso Faraexcelsior 2018 e vince nel 2020 il Narrapoetando con In crepa di melograne. Nel 2021 con De praecipitata luce vince il concorso Narrapoetando (ancora inedito, si era classificato 3° al Premio Città di Subiaco, menzione d’onore al Metamorfosi) ed è stato superfinalista al Città di Latina 2020. È giurato in concorsi letterari nazionali.

Una raccolta densa di riferimenti storici e spirituali, in cui l'immagine della torre e della colomba ricorrono continuamente acquistando volta per volta significati sempre nuovi pur nel loro
 valore archetipico. Il percorso poetico riesce a trasmettere il senso del mistero della vita nelle sue continue nascite e trasformazioni, che abbracciano anche il dolore, la morte e il disfacimento, visti come punti di un continuum in cui passato e presente si fondono. L'incessante fatica umana del costruire cose e del tessere legami connette la quotidianità del lavoro alla tensione profonda della natura nel perpetuare l'esistenza. Un linguaggio compatto e complesso, articolato e insieme visionario. (Antonella Giacon)


Si tratta di una silloge coesa, che si distingue per una versificazione ponderata e un linguaggio alto. Le citazioni in latino che spesso aprono le sezioni, così come quella dantesca, sono adeguate sempre allo stile dei componimenti poetici e hanno la funzione di conferire una particolare potenza all’opera. Colpisce la sapienza con cui si alternano i testi riferiti al tempo presente con quelli ispirati dalle varie epoche passate, dove riferimenti storici si fondono con frammenti che nascono dall’immaginazione. Nel complesso la raccolta risulta essere ricca di spunti interessanti che riescono a dar vita a una struttura mossa e mai scontata. (Annalisa Ciampalini)



Opere votate


La milionesima notte 
di Carla Malerba (Arezzo)

Carla Malerba è nata in Africa Settentrionale e dal 1970 risiede in Italia. Ha insegnato Lettere negli Istituti Tecnici ad Arezzo, città nella quale vive tuttora. Ha pubblicato Luci e ombre (1999) Creatura d’acqua e di foglie (2001), Di terre straniere (La vita felice, 2010), Vita di una donna (ivi, 2015). Poesie future è la sua ultima raccolta (Puntoacapo, 2020). Nelle sue liriche si affacciano i temi della perdita e del viaggio esistenziale dove spesso la memoria assume una funzione salvifica. Ha ottenuto riconoscimenti per la poesia edita e inedita.



La profondità spirituale delle immagini simboliche, potenziata dalle parafrasi e metafore, concorre a raffigurare le storie dell’esistenza interiore, le emotività e le affinità delle passioni, gli attimi di riflessività come traccia indelebile del vissuto che si sublima nella poesia. Un’atmosfera al di fuori del tempo crea interazioni umane coinvolgenti che assumono valore universale. (Francesca Ribacchi)


Questo ricordo è un’isola di Marco Colonna (Forlì
)


Marco Colonnanato a Palermo, vive a Forlì Ha pubblicato libri di critica e storia cinematografia. Sue poesie selezionate e segnalate dal concorso Faraexcelsior edizioni 2016 e 2017 e del Premio nazionale la Gorgone d'oro edizioni 2017, 2018, 2019, 2020 e 2021. Ha ricevuto diversi altri riconoscimenti. Ha pubblicato: Ani+ma (Fara 2016), S̶i̶a̶m̶o̶ Sono (Fara 2017, ristampa 2018 con introduzione di Angelo Bergamini, fondatore di Kirlian Camera) e Ho scritto questo salto (Fara 2019). Voce narrante e supervisione testi nel video artistico: The Vojager (2022), regia Nicolas Galeotti, musica Giorgio Laghi. Pubblica poesie nei suoi canali social Facebook, Instagram e su vari siti e blog. Video-poesie nel canale YouTube Marco Colonna – poesie


Esiste, senza esitazione, un movimento da breviario, una preghiera dei giorni, dove le circostanze svelate si avvicinano al tema della morte e della resistenza e della vita come in un giro naturale e universale. Come deve essere. L’inizio, la fine, il ricordo in un unico centro: l’uomo, grande mistero, contenitore e geografia. “Conservare l'intreccio / nel bicchiere della nostra mente / farlo pieno fino all'orlo […] /Qui non sbocciano più / lì un fiorire di urla microscopiche / gli assenti giganteggiano.” (Anna Ruotolo)


Incontri di Gianpaolo Anderlini (Fiorano, MO)


Nato nel modenese, ove tuttora risiede, Gianpaolo Anderlini si dedica da quarant’anni a studi sull’ebraismo e ha focalizzato il suo interesse sull’interpretazione ebraica dei Salmi. È redattore della rivista QOL che si occupa del dialogo ebraico-cristiano. Tra i libri pubblicati: Parole di vita (Giuntina 2009), Ebraismo (EMI 2012), I quindici gradini. Un commento ai Salmi 120-134 (Giuntina 2012), Per favore non portateli ad Auschwitz (Wingsbert 2015), Qabbalàt Shabbàt. Meditazione sui salmi del Sabato (Aliberti 2017), Giobbe. Opera in versi (Fara 2018), Distopie (Fara 2020), Versi di/versi. Diario poetico ai tempi del coronavirus (Fara 2020), Angelo Fortunato Formíggini. Uno dei meno noiosi uomini del suo tempo (Aliberti 2021), Variazioni (poesie, Fara 2021), Devarìm ’acherìm (Parole altre) (poesie, Fara 2022).

Questa serie di poemetti sembra rispondere pienamente e in modo efficace alla linea del post-moderno, in quanto ogni testo prende spunto ed entra in dialogo con altri testi, in un ventaglio di Incontri che spaziano nel tempo senza barriere linguistiche. Da ogni, pur diverso, incontro nasce per il poeta lo spunto per una personale riflessione ed elaborazione poetica di profonda intensità concettuale e di efficace complessità espressiva. (Rosa Elisa Giangoia)


Alberi improbabili di Vincenzo Lauria (Firenze)

Vincenzo Lauria, inizia nel 2001 la condivisione del suo percorso in Stanzevolute, gruppo di 11 poeti selezionati da Domenico De Martino. Dal 2010 collabora con Liliana Ugolini ai progetti multimediali “Oltre Infinito”. Ha collaborato dal 2012 al 2019 con l'associazione Multimedia91- Archivio Voci dei Poeti. La sua prima raccolta edita Teatr/azioni (Puntoacapo Editrice) è stata finalista al Premio I Murazzi (8^ ed.) e al Premio Lorenzo Montano (34^ ed.). Nel 2021 ha pubblicato con Liliana Ugolini la raccolta Oltre Infinito (La Vita Felice) che ha ricevuto la segnalazione speciale alla 35^ ed. del Premio Lorenzo Montano. Suoi testi sono presenti nel periodico on-line Carte nel Vento e sul blog Casamatta.

L’efficacia inventiva delle immagini sostenuta dall’uso articolato della metafora, non scontato, costruisce una grammatica poetica originale come nelle poesie Lontani con l’utilizzo delle metafore complementari dell’albero e del teatro. Ancora in Radura, l’apparente semplicità della descrizione di elementi naturali si fonde con un tessuto fono-simbolico che accompagna il lettore in modulate letture parallele. La continua evocazione lirica dei luoghi - l’Elba, Milo, Volterra, Populonia e altri – si richiama alla tradizione e si sostanzia con essa in una rinnovata dimensione soggettiva. (Francesca Ribacchi)

Appunti sempre cangianti di una vita collegata all'immagine dell'albero, alla sua presenza fisica, alla sua simbologia, alle sue parti: foglie, rami , tronco, radici, al tempo stesso realtà materiale, ma anche rappresentazione dell'essere. Alberi che da semplice paesaggio divengono corpo intero nel suo percorso vitale e nelle sue trasformazioni, alberi che si intrecciano con il ricordo. Linguaggio limpido, ritmico, musicale, delicato e a volte giocoso. (Antonella Giacon)


Rumore di fondo di Leila Falà (Bologna)


Attrice e poeta, Leila Falà è nata ad Ancona, vive a Bologna e lavora all’Università come impiegata. Si è formata al Dams con G. Scabia e alla scuola di Teatro Galante Garrone. È tra le fondatrici del CDD -Centro Documentazione Donne di Bologna) e fa parte della SIL - Società Italiana delle Letterate, dal 2015 è nella redazione della rivista Voci della Luna. Presente in riviste, sul web e in numerose antologie, tra cui Cuore di preda, ha curato l’antologia Della Propria voce (Qudu2016) e pubblicato:Mobili e altre minuzie (Dars 2015), ”Oggetti” in È negli oggetti che ti ricerco (Corraini, Mantova, 2013), con presentazione di Niva Lorenzini,. l’e-book Certe sere altri pretesti con la Recherche. Nel 2022 è in Prontuario lirico di autodifesa muliebre (Sartoria Utopia) con le tre  autrici: Carnaroli, Genti e Toscano e nell’antologia Connessioni, ed. Van. Ha scritto anche per il teatro. La ballata sul precariato Cosa farò da grande (inedita) ha vinto il premio teatrale “Reading sul fiume” 2017.

Si tratta di una silloge molto ben scritta, in cui il ritmo tiene e viene modulato in modo efficace a seconda del tipo di componimento. È una silloge ben studiata che entra con apparente naturalezza nelle fluttuazioni che caratterizzano la nostra epoca. Non vengono mai meno lo spirito di osservazione e una certa dose di umorismo che invita a riflettere senza ferire. (Annalisa Ciampalini)


Distanze di Silvana Sonno (Perugia) 


Silvana Sonno ha scritto opere di narrativa, poesia e saggistica che affrontano da diversi punti di vista e con diversi stilemi le problematiche di genere. Ricordiamo in particolare - pubblicati dalla casa editrice Era Nuova di Perugia - per la narrativa: Menopausa blues e le raccolte di racconti La signorina Greta e altre storie, Bocca chiusa e portafoglio aperto.Ti racconto e in ultimo Mariannina ; per la saggistica: Le madri della patria. Donne e Risorgimento; Le parole per dirsi. L'altra metà della lingua; Tre donne nella rivoluzione, dedicato a Marina Cvetaeva, Anna Achmàtova, Aleksandra Kollontaj e alla Rivoluzione d'Ottobre; … Invecchiare stanca, un saggio con un'attenzione particolare all' “invecchiamento di genere”; per la poesia: Landai (una forma di poesia breve ispirata ai versi tradizionali che le donne “pasthun” utilizzano ancora oggi in segreto per denunciare le violenze e i soprusi a cui sono sottoposte) e In forma di Haiku; per le edizioni Robin di Torino È l'amore delle donne come l'araba fenice… e ancora per Era Nuova edizioni Anamorphé e Dissonanze.

La silloge Distanze, pur nel tono tendenzialmente minimalista, con un linguaggio colloquiale e comunicativo, supera l'andamento descrittivo con valenze metaforiche e allegoriche,per tratteggiare riflessioni di profondo valore esistenziale. (Rosa Elisa Giangoia) 



Segnalazioni


Poesie mai scritti (e mai lette) di Andrea Babini (Forlì)


Andrea Babini è, suo malgrado, un uomo abbastanza ordinario. Ha all’attivo: una moglie, due figli, una casa e una macchina, due lauree, un paio di libri pubblicati. Tanti lavori, tutti diversi. Pochi interessi, sempre gli stessi. Ogni tantofa la Settimana Enigmistica, ascolta musica italiana. Lava i piatti e rifà i letti. Legge e scrive da oltre quarant’anni. Qualcuno dice anche che se la cavi benino. Quando non ha niente di peggio da fare, gioca a fare il poeta. Poi dà la colpa all’ispirazione. Ma dubita che la poesia salverà il mondo. Preferisce l’ironia.

Confesso di aver letto più volte l’intera raccolta, divisa tra il desiderio di comprendere il trucco e quello di apprezzare la voce ironica, canzonatoria e originale. C’è qualcosa di magnetico che accompagna la lettura. Direi quasi che la parola “poesia”, per il solo fatto di essere nominata in ogni a capo, riempie quello che si è cercato di non riempire. Di proposito. (Anna Ruotolo)


Ho trovato molto simpatica “Poesie mai scritte e mai lette”. Si intuisce un’intelligenza brillante (Ilaria Maria d’Urbano)



14. Al mondo non esiste luogo di Socrate Toselli (Latina)


Socrate Toselli, 36 anni, vive a Latina, dove svolge la professione di avvocato dopo essersi laureato presso l’Università “La Sapienza” di Roma nel 2010.



Poesia spirituale asciutta e centrata, spesso luminosa. Un peccato che l’asciuttezza e il rigore di buona parte della silloge siano a volte preda di cadute di tono dove si innestano nei testi certe formulazioni di gusto arcaico, che contribuiscono ad abbassare un po’ il livello davvero alto dei componimenti più riusciti. (Davide Valecchi)



Polittico miope di Andrea Parato (Riccione)


Andrea Parato (Rimini 1979) lavora come funzionario al Comune di Rimini. Appassionato di comunicazione in tutte le sue sfaccettature – dai cultural media studies alla poesia alla semiotica – si è occupato di segreteria di direzione, consulenza direzionale, interventi formativi in ambito comportamentale e manageriale. La sua più recente raccolta è Imminenti stati di necessità (votata al Faraexcelsior 2018).

Poesia percorsa da una forte ispirazione spirituale, stilisticamente omogenea, fluida, di ricca ispirazione. il testo indulge spesso però, in una insistita ricerca del poetico attraverso un innalzamento di toni e immaginario. Con una maggior ricerca in chiave di lingua poetica contemporanea i risultati sarebbero assolutamente notevoli. (Davide Valecchi)