Davide Valecchi vince il concorso Faraexcelsior

Con la raccolta di poesie Magari in un'ora del pomeriggio, Davide Valecchi di Dicomano (FI) vince la sezione B. (v. anche sezione A.) della I edizione del  concorso Faraexcelsior con le seguenti motivazioni (un grazie senito ai giurati Anna Ruotolo, Giuseppe Carracchia, Rosa Elisa Giangoia e Sebastiano Adernò):

“La profondità va nascosta. Dove? In superficie” (H. von Hofmannsthal, da Il libro degli amici). Una struttura stilistica e metrica composta e coerente accompagna con efficacia il lettore attraverso un percorso poetico unitario, anche da un punto di vista ideologico; come se la raccolta fosse in realtà un unico poemetto teso ad esorcizzare il dolore dell’assenza per mezzo di una viva osservazione edificante. Uno sguardo profondo ma capace di saper germogliare la propria profondità anche in superficie, soprattutto laddove un qualunque dettaglio minimo (“rivolo di bruscolo che s’incendia”) diviene “convalida d’uno sguardo”, dialogo e rinascita. La necessità del desiderio, nonostante si scontri col muro della privazione, accede ad un oltre -oramai valicabile, per grazia di una parola misurata e netta. Dialogo sospeso sul palcoscenico di una leggera luce penetrante e salvifica. (Giuseppe Carracchia)

La silloge è una delle più compiute e strutturate tra quelle lette. L’autore tratteggia una sempre nuova evidenza del mondo e della sua stessa consistenza attraverso l’altra parte per eccellenza, nel senso che l’interlocutore del poeta è altro ma è anche dell’altro, un mistero e una presenza-assenza tutta nuova. L’avvicinamento a questa realtà di evanescenza, riesce a costruire un mondo sospeso e parallelo, un vacuum che attira a sé la quotidianità con forza e convinzione. La raccolta si presenta granitica, nel senso di compatezza e stilistica e contenutistica. Sicuramente è il risultato di un forte e costante lavoro sul metro e sulla lingua che è controllatissima, sebbene si lanci spesso verso l’esterno. Forse qualche aulicismo di troppo costringe la materia ariosa in gabbie preconfezionate. Tutto sommato, però, è un’architettura necessaria perché si possa tenere sul filo, senza che cada, la presenza di chi “adesso compare (solo) nei sogni”. (Anna Ruotolo)

Complimenti a Davide Valecchi che dice di sé: «Sono nato a Firenze nel 1974. Sono un grande appassionato e cultore di poesia italiana del Novecento e contemporanea. Ho una laurea in Letteratura Italiana con tesi su Maria Luisa Spaziani. Mie poesie sono apparse in riviste (cartacee e online) e in vari blog letterari. Recentemente (aprile 2011) una mia poesia, accompagnata da un video, ha vinto il premio "Poesia in Video" presso il Centro di Poesia Contemporanea dell'Università di Bologna. Polistrumentista, sono attivo come musicista fin dall’adolescenza: ho fatto parte di numerose band spaziando in generi musicali diversi: rock, metal, new wave, sperimentazione, elettronica. Con lo pseudonimodi aal (almost automatic landscapes), a partire dal 2001, ho intrapreso un percorso di ricerca sonora in campo elettro-acustico, concreto, elettronico e ambient, pubblicando lavori per varie etichette italiane ed internazionali. L’attività poetica e quella musicale sono profondamente interconnesse.”


Scarica il Certificato Faraexcelsior 2011

Qui sotto l'incipit dell'opera vincitrice e quelli delle altre opere segnalate per essere menzionate in questo blog.

 

Magari in un'ora del pomeriggio
 di Davide Valecchi


How huge the world is, and how few in it, and she passed me in the darkness in the forest and I hadn’t know. (John Crowley)

La convalida del tuo sguardo 

Perdono consistenza lentamente
scivolando sulla china del tempo
nella farragine delle parole
certi luoghi che avrei voluto offrirti
solo per una qualità di luce
che investiva il disegno delle ombre
 sui tronchi degli alberi esposti al sole.

Un’idea di comunione segreta
costruita intorno a una tua presenza possibile
in un fragile sistema
di coincidenze si fa nebulosa
e svanisce. Con la dovuta calma.

***

La dolcezza del vento in questi giorni
sembra portare notizie di te
in una lingua che non posso intendere.
Il piano astrale dove sei adesso
ha punti di contatto con il nostro
e negli istanti della congiunzione
riesco a percepire il cambiamento
al centro delle entità quotidiane,
fuori dal dominio delle parole.

***

Magari in un'ora del pomeriggio
anche nel luogo dove sei adesso
sopra le pietre più esposte si posa
un annuncio della fine del giorno:
questa stessa aria di luce arancione
che colgo ritornando sui miei passi
procedendo in direzione contraria
al tuo sguardo.

I contorni di ogni cosa si accendono
di una grazia inesorabile e quieta
solo per qualche minuto di gloria
che forse non ti comprende nemmeno.

***

Anche senza avere niente in cambio
ho voluto vedere l'arcobaleno
che ti ha visitato a metà del giorno,
nonostante fossi dall'altra parte,
al principio o alla fine della curva.

Ogni dettaglio dell'iridescenza
è rimasto fisso nei nostri occhi
per istanti esatti, ma solo tu
hai ascoltato e compreso una lingua
di cui non possiedo alcuna nozione.

***

Adesso ogni cosa che hai lasciato
nei luoghi del tuo transito terreno
ha il nome di occorrenze naturali.
A stento riesco a cogliere gli atomi
di buio nascosto nell'apparenza
dei boschi, dei campi e delle foglie.

Solo i pensieri sono sufficienti
a volte ad evocare simulacri
di percorsi appena definiti
che subito svaniscono posando
lontano da altri sguardi
i gusci morti dei desideri.

(…)

Opere segnalate

• Frammenti di sale di Mariangela De Togni (Piacenza)

È una silloge significativa già dal titolo, in cui il sostantivo “sale” che evoca memorie evangeliche indica l’intendimento di dare un senso alle parole poetiche che sia umanamente rilevante e spiritualmente connotato. Sono infatti liriche di forte tensione spirituale, in cui lo spunto di solito naturalistico diventa occasione di superamento del limite espressivo umano in una prospettiva in cui la natura si fa rivelatrice di mistero e veicolo di trascendenza. Sono liriche di ariosa musicalità, in cui immagini originali ed efficaci sinestesie si compongono in un tessuto poetico comunicativo grazie alla costante tenuta sintattico-concettuale del testo. (Rosa Elisa Giangoia)

Mariangela De Togni, nata a Savona, è insegnante, musicista, studiosa di musica antica. Dal 1989 ad oggi, ha pubblicato undici raccolte di versi. Suoi testi poetici sono pubblicati su duverse riviste, agende e  antologie e in accreditati studi critici. Ha ottenuto numerosi premi e segnalazioni di merito in Concorsi letterari. Nel web si trovano sue cose in: Poeti e poesia, La stanza di Nightingale, La mia contemplazione, Bombacarta, Flannery, farapoesia… 



Frammenti di Sale
di Mariangela De Togni

SANNO DI SALE

Sanno di sale i colori.

Come farfalle libere
nel sole i miei pensieri
camminano
in equilibrio sull'asse
del sospiro.
Con il cielo negli occhi
per non perdere
l'orizzonte.

E il cuore a correre
dentro le onde
del mare.


UNA STELLA SOLA

Una stella sola
nel blu della notte.

Sapeva di mare.

Nel silenzio
cromatico
del pensiero.


TRASFIGURAMI

Trasfigurami
come quel vecchio gradino
di pietra nell’erba alta di aprile.
Come il geranio
fiorito all’ombra del sole
e abbandonato.
Come la vite
appesa alla luce.
I tralci vitigni legati
alla siepe del vento.
Come il rigagnolo
bianco di nubi.
Trasfigurami
come lo sfavillio del mare
a primavera.
Trasfigurami
e saprò la beatitudine.


AUTUNNO

Alte cime guardano
con occhi di neve e sole,
ancora alte nella loro brevità
di cielo e arrese,
alla lentezza profumata
dell’autunno.


RINCORRO IL TEMPO

Rincorro il tempo
come l’albero di acacia
il vento azzurro del giorno
in gesti di danza
spargendo petali di giada
in fontanili di smeraldo
e fiumi mattutini
che si levano dai tetti
zuppi di tenebre viola,
nell’alito umido
del mare.

Sono contati i miei giorni
come a primavera
i prati da colmare di fiori
i nidi da risvegliare
i fili d’erba da rinverdire
dietro la roccia.

So che verrà
il giorno disegnato per me
a dirmi che il cielo
è aperto al mio cuore
stanco di rattoppare la vita
di parole inascoltate
gridando via anche la voce
e di gemiti uditi forse
solo dal silenzio della notte.

(…)


• Lezioni di volo di Claudia Barzaghi (Arluno, MI)

Credo sia chiaro che per volare occorre sfoltire. Afferrare la lima e ridurre all'osso. Occorrono controllo, pulizia, esercizio, abnegazione. Volare è un premio. Non è da tutti. Si deve rinunciare a sé, ai propri nervosismi. Le direttrici che tracciano le geometrie del volo sono nette e non ammettono nessun tipo di incertezza. Si vola trattenendo il fiato, coi tendini tesi e pronti a rispondere. Si vola parcellizzando lo spazio da un luogo all'altro. Si vola dimenticandosi di stare volando. Le poesie di “Lezioni di volo” hanno sapientemente colto e tradotto i tratti che distinguono la sicurezza del cogliere dalla ridondanza del metodo empirico. La parola, usata con la parsimonia di chi la domina, si avvantaggia nuovamente dei suoi significanti. Sposa così la valenza di un inciso rigettando l'imbarazzo che viene dal suggerire. Dire è aver detto, e nient'altro. (Sebastiano Adernò)

Claudia nasce, un po’ alla volta, in date diverse. Impossibile ricordarle tutte. La carta d’identità, mentendo, situa l’evento in prossimità del solstizio d'estate del 1980. Claudia abita in un appartamento alle porte di Milano insieme ad Asia, proditorio felino mangiazucche, e Mary-Jo, poderoso lievito madre capace di rendere nuvola fragrante tutto ciò che viene panificato nel forno domestico.







Lezioni di volo
di Claudia Barzaghi

PRELUDIO 

Fucina primordiale 

Sull'incudine di cristallo
il fabbro batté le piume
forgiò il telaio delle ali.

Con ago di rame
violò la carne
alle mie spalle
imbastì lo scheletro.

Rigagnoli vermigli
intramarono
ricami sulla schiena.

Distese le ali



DISTESE LE ALI 

Il lungo sonno

Fragranze nebbiose
sfiorano i pistilli
incipriati
di cristalli petrolio.

Ero luce
dormiente.


Battesimo

Nei tuoi occhi
riflesso perlato
della fonte cremisi.

Da essa sgorgò l'astro
che genera universi.

Vi intingerò i capelli
sarò fradicia di luce.



Il mito dell'origine

Sottrassero
al nido del drago
l'uovo rubino.

Confusi tra sassi
di ragia
malfermi bramiti.

Tra braccia umane
non troverà dimora.

Scorre linfa di nubi
nelle squame argentate.


Il volo

Dondolano i piedi
oltre il bordo della roccia
acuti di grafite sbeccata
redimono l'aria.

Sul respiro del baratro
mi sporgo dal pentagramma.

Lascio la presa.

(…)


• Polaroid stile impero di Veronica Tinnirello (Roma)

Partendo dal titolo, indescrivibilmente evocativo ed azzeccato, la silloge è caratterizzata da una struttura impressionistica e frammentata. Ogni scatto rievoca la sua propria immagine, e spesso la si pensa dai toni saturi e in ambientazioni contaminate. C’è una inspiegabile sensualità in certi versi, e viene subito da pensare – leggendo “a me Sylvia non dispiace /con o senza platino / metto il rossetto rosso /e la sottana piumata” – alla poetessa di Boston. La mancanza di riferimenti chiari contribuisce a creare un immaginario poetico liberalizzato, in cui ci si lascia coinvolgere, e travolgere da metafore e significanti spesso svincolati dal loro usuale utilizzo e significato. Una poesia che è anche elencazione sinestetica e forte graduazione ossimorica d’una realtà “al neon verde fluo/dai bassifondi dell’Impero.” (Giuseppe Carracchia)

“E mentre i limoni / si sfasciano / verso il verde / e l'edera va giù / e confonde / le righe giuste / dell' Impero / scendo sotto le acque / tra le meraviglie / degli abissi modificati”. L'Impero è caduto, come è caduta la Casa Usher di E.A. Poe. E come il Palazzo Incantato di A. Artaud. E come Bisanzio dove il Porfirogenita, nato nella stanza della porpora, aveva raccolto l'Antica Conoscenza. Con un piglio a volte ironico queste poesie fanno l'inventario dopo il terremoto. Dell'Impero nulla è rimasto se non delle vecchie polaroid. Ed è da queste che occorerebbe ripartire per rimetterlo insieme. Ho usato il condizionale perchè nelle poesie è ben evidente il dubbio che circonda l'utilità di ripristinare o meno quell'ordine. L'Impero vive sui resti delle sue fondamenta che vengono continuamente annaffiate dal pianto dei nostalgici. E' salvato nella malsana memoria dei rimpianti, nelle ambientazioni, negli sceneggiati televisi, nei lussi che ci concediamo credendoci altrettanto nobili da meritarli. La poesia, figlia di Talìa, sostiene e denuncia la decadenza patrizia del nostro particolare e italiano momento. (Sebastiano Adernò)


Veronica Tinnirello si laurea a Roma su Bernard-Marie Koltès e pubblica con Editoria&Spettacolo Naira Gonzalez, la voce che disegna l'orizzonte  e, con Coniglio Editore, Gli angeli vanno a dormire presto


Polaroid stile impero 
di Veronica Tinnirello

I

E il corridoio rosso

mi costrinse
a camminare
tutta la vita




II

Premo nel vetro
la testa bianca e screpolata
– sfumatura elettrica –
nella stanza d'albergo
dove sono nata
ho l'aria fredda
dei monasteri
la chioma sintetica
degli asceti e dei soldati
sono un arazzo
di ferro
un uomo
con un'ala sola
sono l'armatura
accanto al mio corpo
sono una favola
degenere
il ventre
che ha accudito
il carro armato


III

Il proiettile
preme
sulla mia bocca
lì dove il vetro
s'incrina


IV

Abito l'ingranaggio
e lascio appassire
ai miei piedi
le code piombate
del cecchino


V

Avvolta nella ceramica della stanza calda nel panno rosso del biliardo sento la messa sento gli ultimi spari sento l'Impero che suona a lunghissime distanze

(…)



• La fame di Chiara Catapano (Bolzano)

Un linguaggio fortemente ricercato ed evocativo compone questa raccolta, dai toni spigolosi e taglienti. Un’impostazione strutturale che -se per evitare difficoltà interpretative non la si vuole definire novecentesca, d’altro canto è inevitabile dirla perlomeno certamente non antinovecentesca. Un annodare e strizzare parole sudate (a tratti ulcerate), virgole di inquietudine, mettendo sale sulle ferite e a volte riaprendole per controllare che non ci sia rimasto dentro qualcosa di buono, o anche qualcosa e basta. Un percorso di sicuro non semplice, e azzardo dicendo volutamente tale. Un cammino poetico che posso anche personalmente non condividere del tutto (sia nell’impostazione ideologica che nello stile) ma che di certo dimostra ad ogni singolo verso l’esercizio e il mestiere, che danno solidità e forza al canto d’una vita: tanto alle sue bufere quanto alle sue eventuali certezze. (Giuseppe Carracchia)

Chiara Catapano nasce a Trieste nel 1975. Si laurea nell’ateneo tergestino nel 2000 con una tesi in filologia bizantina. Compone in italiano e greco. Nel 2011 risulta finalista nel concorso “Cose a Parole” III edizione, indetto da Giulio Perrone Editore. Sempre con Giulio Perrone esce a giugno 2011 la sua raccolta “Apice stretto” in Verso libero.  Antologia poetica a cinque voci (prefazione di Letizia Leone). Sue poesie sono apparse in riviste letterarie e su AbsolutePoetry a cura di Francesca Matteoni.

La fame
di Chiara Catapano


 (…)

Fingersi immortali davanti
alla mortalità delle stagioni
per renderci più pratica la fuga
quando quegli occhi di ottenne
che ti afferrano alla gola
ti chiedono il patto scellerato
dell’infinitamente
Tu lì accanto
a far morire la ragione
pur di saper vivere in eterno

***

Non è questa pioggia
la porzione dura della mia
giornata
è questa assenza di cielo
che rovista nelle viscere
come dentro un cassetto
confusamente
Oggi sono piena di parole
e priva di una direzione

***

Non ti pare? Siamo confine
continuo
espansione eterna
di una virgola,
il cattolicesimo che c’è
cresciuto con le ossa
e che ci estranea
ad una via di redenzione
l’ammonizione cartacea
di un dolore lavato a secco
l’ammissione – quella sintetica –
delle colpe battute tre volte
sopra il cuore
turba ancora le vertebre del figlio
il-non-battezzato
la sua costola primigenia
alla visione temporale dello Spirito
le Seconda Venuta senza attesa
Far uscire illeso ogni momento
dall’imbarazzo lineare
di una scelta
con le scremature di ciò che
va salvato e ciò che è da buttare
è la potatura lecita del nostro Paradiso

C’è sempre legno che scricchiola
la sera, quando mi scivolo
dagli occhi la solidità del letto
nella stanza del bambino

***

Mi sembra di sentirti canto beduino
quella modulazione, intendo,
che ti spezza l’animo di noce
Che la nostra tavola sia imbandita
non per fame è la Salvezza
sopra il baratro,
il non vedere gli elementi
come pura sottrazione di materia
semmai un’alterazione dello scibile
è il pane che ci tiriamo in bocca
come le coperte dentro il temporale.
Non vedersi mai nitidi – allo specchio –
i contorni sfumati con il resto
delle cose care
delle cose maledette in bocca
sentirci cuore a cuore
scambiarsi il battito senza porre
un centro all’attenzione.
Costruirsi una disciplina nel dolore
è non dover chiamare l’amore
con un nome

***

Se devo dare voce
alla mia fame
per farti capire l’urlo
che mi spezza intera
mentre mi raccogli cocci
ad ogni scarto
è scollamento
l’inaderenza che mi apre sorrisi
sopra – non dentro le cose
la pupilla a secco di ragione
una, che tenga in vita
un singolo pensiero
l’uncino siderale cui aggrapparmi
senza suggestione.
Ricordo la poca utilità del pianto
in certe ere
le soluzioni passate per il filo
come inganni di sana e robusta
costituzione.
A spezzare il filo ci vuole una forza
che ti lascia straccio.
Non c’è niente più da trattenere
– mi dico –
e devo abbandonare, di questo,
anche il pensiero

(…)


• Mare Nostrum di Giovanna Iorio Bates (Roma)

Le suggestioni che la raccolta può portare sono molteplici: ci si scontra con il senso incontaminato di un mare dentro, anche bruciante, ma anche con un mare guasto, un territorio non più bagnato di sole onde buone. Indulge volontariamente ai toni dell’epica (con quella Penelope moderna, per esempio, o col racconto di continui esodi e espiazioni e sofferenze e, dunque, “in attesa di un nuovo prato”). Non manca una tendenza a riversare i toni elegiaci in un certo intento sociale e di denuncia, nemmeno tanto nascosto. L’idea è buona, ma a volte perde di forza. (Anna Ruotolo)

Giovanna Iorio Bates vive e lavora a Roma dove insegna lingua e letteratura italiana presso l’Istituto Internazionale Marymount e John Cabot University. Ha pubblicato Dopo Lungo Silenzio [Mobydick. 1997] antologia di poesia irlandese contemporanea al femminile, Voci della Palude [In Forma di Parole, Bologna, 1997], Hugo Hamilton: Lo scoppiato [romanzo, Cronopio Edizioni 2000], Antonia Byatt: La vergine nel giardino [romanzo, Einaudi 2002]. Inoltre sue traduzioni sono apparse sulle maggiori riviste specialistiche di poesia. Per le edizioni Via del Vento ha curato e tradotto i volumetti: Eavan Boland, Falene, Acquamarina n. 6; Medbh McGuckian, Scene da un bordello, Acquamarina n. 11. Ha vinto numerosi premi per racconti e poesie. Mare Nostrum è la sua prima raccolta. Ha un blog Amici di Letture http://amicidiletture.blogspot.com/

Mare Nostrum 
di Giovanna Iorio Bates

Tunc Plinius senior Miseni erat, ubi classem imperio regebat. Soror Plinio indicavit nubem apparere inusitata et magnitudine et specie. Plinius, vir scientiae amantior et eruditior, iussit liburnicam aptari et ad novum atque insolitum spectaculum appropinquare statuit. Interim mulier quaedam, quae in litore domicilium habebat, imminenti periculo trepida, codicillos Plinio misit, eum auxilio arcessens. Plinius igitur honestius iustiusque putavit alios iuvare quam scientiam colere: et sententiam mutavit et quadriremes deduxit et cursum direxit eo unde omnes perterriti fugiebant, dum cinis calidior et gravior cadit et latius incendium per agros pervadit. (Plinio il Giovane)

1.

Terra di rughe
d’ulivi ruvidi
alberi primitivi
foglie appuntite
nidi di ragni
suoni intrappolati
nuvole lacere
voci di donne
vesti che ondeggiano
su spalle curve
come cieli pesanti.

S’avverte
nelle parole in fuga
l’odore dell’olio.

Come un padrone lontano
il tuono scuote l’ultimo ramo
la pioggia verde
bagna il mare di olive.


2.

Stasera dormirò
in un letto azzurro:

sotto il lenzuolo
si agitano le onde
del mare.


3.

Da questa finestra
si vede un cielo
a righe azzurre e nere.

Dentro una donna sdraiata
racconta una storia.

Quando arriva la sera
il bambino addormentato
è abbracciato al muro.


4.

Sono arrivata su un barcone nero
nero di notte
nero all’alba
nero al calar del sole
nero di fame
nero di sudore.

Sono arrivata in una terra bianca
bianca di sole
bianca di sale
bianca di cemento
bianca di pane
bianca di parole

Sono rimasta ore a vagare nel colore
Croce Rossa
tute arancione
tende azzurre
brande grigie
luce marrone

Solo quando dormo sento
la terra da cui provengo

la sua mano calda
sulla mia guancia bagnata.


5.

Chilometri di pomodori
rossi come sangue
nelle vene della pianura.

Qui la terra ha il volto rugoso
di una vecchia megera.

Il furgone arriva all’alba
come un cane randagio
ci annusa
ci mette in fila 
ci morde con la polvere acre.

Al tramonto
tutto quel che resta del giorno
è una scia di pomodori schiacciati.

Ci insegue
un altro tramonto insanguinato.

Nessuno ha il coraggio
di voltarsi a guardare
lo scempio. Ah!
se ci fosse qualcuno tra le rughe
della pianura agonizzante

disposto a curare le ferite
di uno schiavo.

(…)


• Dante era parente di Alice nel Paese delle meraviglie di Claudia Distefano (Comiso, RG)

D’accordo, l’accostamento è azzardato, ma nemmeno così tanto come può sembrare. I toni da fiaba tentano di smorzare l’esperimento che l’autore si propone: attraversare tutti gli eventi sinora vissuti, mettere a posto le incongruenze, cercare il bandolo. Senza prendersi sul serio poiché, in fondo, l’esplorazione del proprio sé e del proprio sé-nel-sogno appartiene a tutti. Qualche esagerazione e qualche azzardo rovinano la buona atmosfera creata qua e là. Ma non si può dire che ci si annoi a leggere. (Anna Ruotolo)

Claudia Distefano, nata nel 1988 è laureanda in Lettere moderne. La sua settimana si divide fra Catania e Pedalino, il suo paesino di provenienza. Per la poesia, ammira e ricerca “l'apparente semplicità” di autori come Giorgio Caproni e Vivian Lamarque.

Dante era parente di Alice nel Paese delle meraviglie 
di Claudia Distefano


Si tratta di un tipo di viaggio 
– che tu sia Dante oppure Alice –
in cui iniziare chiudendo gli occhi, 
immaginare quel che si dice. 

LA NEBULOSA SOGNOSA 


NONNA IN TEDESCO SI DICE “OMA”

Ho sognato di non
prendere aerei
e trovare il tuo indirizzo
dietro l’angolo per l’improvvisa,
in-organizzata
voglia di venirti a trovare.

Ma non ti ho trovato;
casa tua,
casa mia
non c’era.
Ora,
se anche volessi
volare senza aerei
per venire a controllare

non potrei.
Per venirtelo a raccontare
troverei
come muri:
2000 Km in linea di vento,
le regole di un’altra lingua
e forse,
6 o 7 grammi
di orgoglio…

Però sapessi…
potessi solo comunicarti…
quanto mi abiti nel cuore


SOGNO NUM. 2

Aveva sognato
di volare
14 volte o forse di più.
(non era un volo alto
da cartone animato;
perciò si era convinta,
trattandosi di un salto,
di poterlo fare rientrare,
di poterlo forse poter fare.)

Quindi ogni volta
che il suo passo rimbalzava
lei pensava – l’ho già fatto –,
lo ricordava
e volava in mezzo ai mobili
e sfiorava a volte terra.

Poi quand’era sveglia,
sorrideva di quel suo segreto

ed allo stesso modo,
allo stesso, uguale modo
lei volava fra la mente.


SOGNO NUM. 3

Care amiche
più o meno sparite,
vi ho sognate in una casa
con i letti tutti uniti.

Il “dietro letto” da sette nani,
due vani,

una casetta senza fiabe,
al sesto piano senza ascensore.
Vi ho sognate in una casa
con dentro colore.


(UN ESEMPIO DI RISVEGLIO)
h 6:45

Sono passata
da casa tua,
amica mia.
In una luce
azzurro elettrica di cielo
sono passata
dalla tua vecchia casa.

(…)


• Un Es opaco di Silvia Molesini (Costermano, VR)

Stare seduti con un grande specchio davanti e tutto il mondo alle spalle. Uno specchio opaco da cui si vede male, e si fa fatica a mettere a fuoco. Accorgersi di essere già noi, con la nostra sagoma, il primo e irrisolvibile fastidio. E continuamente muovere gli occhi cercando di evitarsi. Mentre alle nostre spalle tutto si muove, danza, fornica. È un grande e infinito barcollo che ha perso la regolarità del pendolo. Una poesia di inclusione dove l'abbattimento di ogni profondità di campo dovuta allo specchio, pone tutto sul piano freddo della pellicola d'argento. Un ambiente lacustre, forse una pozzanghera dove il mondo si dibatte. Qualcosa ogni tanto solleva la testa, urla con più forza nel breve sbadiglio di chi guarda conoscendo la trama. Una sorta di caleidoscopio dove ci pare di aver visto, forse. Una poesia coraggiosa frutto di chi non ha smesso di sperare che lo specchio si rompa liberandoci da questa grande epifania collettiva che chiamiamo normalità. (Sebastiano Adernò)

Silvia Molesini ha pubblicato le raccolte Nuova noia (Ibiskos ed. 1987), L’indivia (Campanotto ed. 2001), Il corpo recitato (I figli belli ed. 2004), Lezioni di vuoto (Liberodiscrivere ed. 2006), Cahier de doléances (Samiszdat 2009), 13 algebriche mistiche (voici la bombe 2010). È presente in diverse antologie, su riviste letterarie, fascicoli e siti web (Le voci della luna, Filling Station, L’ortica, Critère, Niederngasse, Progetto Babele-Il foglio letterario-Historica, Absolute Poetry, Lettere Grosse, La dimora del tempo sospeso, Podcast di Poecast, La poesia e lo spirito, Private, Tellusfolio). È stata segnalata nel 2008 con Esanimando al Premio Montano e al premio Mazzacurati/Russo con Cahier corpo piccolo. Work in progress e sito di riferimento: Nascita e morte (titolo provvisorio)


Un Es opaco 
di Silvia Molesini

A pomeriggi riluce e sfeconda 

La prenderei da questo silenzio
la fatina che s'impiglia e si discute
e un'isola scomoda scontra:
su su a pomeriggi riluce –
E sfeconda –
Slabbra pusillanime
in via tonda
miseria polla
(cr)ine – Ima, sprofonda –
Vari re si alternano e si alterano
più sette nani
e balle-rime
a gambe alte sul linoleum blu.
La fatina tace appesa
la bacchetta perfora l'ospite
il sole cicca mezzo giorno
e nessuno impara dalla luce.


A San Giovanni

Bisogna abituare gli occhi al buio
che il buio ha dentro agli occhi
il volto oscuro:
pizzican fiammelline
farfallette in fascino
ma il volto oscuro
lo stracantato domani
ignora. Diano
la sequenza algebrica
il futuro Mercurio
rubedo rubedo
l’argento pomeriggio:
diano la pietra!
Nella coppa del dio settimo
sangue, dall’incendio demone
il fuoco freddo
che non rischiara.
Bisogna l’abitare gli occhi al buio,
l’alba è una maschera che sbava.


A Sylvia (in morte di Nicholas) 

Ciao Sylvia nella tua pietrificata
esistenza sul
mondo ricamato dagli altri oggi
è il giorno che ti rileggo, fastornata

e mi sovviene l’eterno ch’ abbaia
alle porte alle tombe cane abbaia
penso alla statura di una statua
e ad una cosa troppo vasta per

amarci che niente basta a amarla
la tua camera buia seppellita
l’isola sfolgorante degli insonni
la sciarpa di Isabella strozzata.

Ciao tristeforte potente parola
tutti innamorammo davvero
tutti ci uccidemmo per te scritta
nel deserto mai abbastanza vero

e a descrizione attenta e a
veleno non letterale ma scolpito
a miele d’occhio d’uva e a occhio
di ragno, una visione austera

visto tutto: l’esilità del luogo portante
la maschera obbligata dell’incontro
i desideri che si catafrattano
e un gesto monco sulla pelle delle ossa.


Amore rotto

C'è un amore rotto da
qualche parte in fondo al buco della storia,
un amore per cui sarà impossibile stabilire dove
stato è
l'inizio
e un amore solido e fittizio travestito da bellissimi
nuovi
fastidio e perdita
e che assomiglia a molte cose sbreccate facendo
strada
comparsa del primo tempo in atto in recita. C'è
un dolore
preciso disadorno e grave
fino dove spacca la coscienza zitta
così parrebbe non possibile arrivare alla prima
radura
scellerata
sporchissima
mortale per quanto nuovissima
somigliante a una schiena che rimane girata anzi
si gira
proprio nel momento in cui si espone.
Rotto è l'amore forse stato enorme e piccolino
aperto in sorriso e in pianto smisurati, rotti, spaccati
i desideria primi, perché sottili, perché stralunati
perché perché,
e frantumata una specie di pensiero che arrampica
stille al minuto di materia pulsante le braccia aperte
e la bocca
spalanca
socchiusa
e palpitante:
come un oro di scilla davanti all'altro lato guardi
la prossima scoperta e le finisci di fronte
ma l'amore è rotto e si rifrange tardi
in mille lucette spalle.


Beldolina a quel paese

C’è una cosa che chiameremo imbroglio
sul fronte di dove s’affaccia Beldolina
riapparecchia ai conigli il sentimento-mondo
va – un prato gerbero pronto per lo scontro –
che sulla pelle della gestita signorina
fa tatuaggi austeri in sintesi additiva
apparecchia l’imbroglio sul tir che le si accosta,
non c’è piazzola pratica per mondizzare,
dove s’intende passino le mille meraviglie
un capriola due coniglia tre questiona di stile
e Beldolina decide che ha sbagliato storia
perché desidera mostrare che il conflitto è
irrisolvibile.  

(…)


• La ricerca della resilienza di Andrea Parato (Riccione)

È una silloge interessante per il tentativo di tratteggiare una ben precisa concezione di vita, ispirata ad un progetto educativo, che può diventare scelta esistenziale personale, in un susseguirsi di sfaccettature dell’esistere colto negli aspetti della quotidianità. La versificazione è piana, mediamente colloquiale, ma armoniosa e fluida. (Rosa Elisa Giangoia)

Andrea Parato è nato a Rimini nel 1979. Studioso del mondo della comunicazione, ha pubblicato articoli, saggi e raccolte poetiche: Da luoghi intravisti, opera vincitrice del concorso Pubblica con noi 2004), Il nostro esilio quotidiano (in Farapoesia, Fara 2005), La terapia del dolore (in Specchio poetico, Fara 2007), Nello spazio della luce (ne Lo spirito della poesia, Fara 2008), P(r)o(fe)ti: una voce nel deserto (in Poeti profeti?, Fara 2009). È presente in Salvezza e impegno (Fara, 2010) e fra i vincitori del Concorso Pubblica con noi inseriti in Creare mondi (Fara, 2011). 



La ricerca della resilienza 
di Andrea Parato 


Resilienza. “Questa parola è nata in ambito tecnico-edilizio. E riguarda le proprietà che hanno alcuni materiali di riprendere la loro forma dopo essere stati compressi e deformati; è stata poi ripresa nel campo dell’educazione in particolare a proposito di bambini traumatizzati, e tenendo conto del fatto che una certa traumatizzazione collettiva è largamente diffusa… Quello che dobbiamo fare è studiare forme di educazione alla resilienza, cioè alla possibilità di allargare gli spazi e poi ritrovare la propria struttura.” (Andrea Canevaro)

La ricerca della resilienza 

Arranca la cetonia argentata
sull'asfalto rovente, immobile.
Contro la resistenza delle cose,
muri al pensiero,
invisibili parole inutili,
l'essere si adatta.
Le scelte sono strade irrevocabili.


L'attesa 

Ho spalancato
tutte le finestre
il vento impetuoso
è passato
lasciandomi diafano.


Come lo Spirito

Il soffio spoglia
il mare alle spalle
scopre le gambe
alle conchiglie
ficcate nei grani pesanti
della sabbia del tempo.


Lumaca

Sei così minima.
Ti avvolgi un guscio di casa,
non strisci né ti prostri,
avanzi testarda e lenta
attenta alle orme
determinata
come l'orbita dei pianeti,
polvere dell'universo.
Bella perché sai
dove andare
e senza timore
di farti schiacciare
ci vai.


Della mia poesia

Della mia poesia dispongo
come il pesce del mare:
troppo immenso,
non sa che farne,
gaudiosa inutilità,
ma respira solo immerso.

(…)


• Curriculum mortis di Oreste Bonvicini (Casal Cermelli, AL)

È una silloge apprezzabile per la tensione speculativa che facilmente si risolve in compiuta espressione poetica, con versi di fattura elaborata in dialogo con testi della tradizione letteraria e della riflessione filosofica. (Rosa Elisa Giangoia)


Oreste Bonvicini è nato ad Alessandria nel 1958. Ha pubblicato, a partire dall’anno 2000, alcune sillogi poetiche in seguito ad affermazioni in premi letterari (Cibernetica – Montedit; Il granaio di Nalut – Prospektiva; La città – Montedit; Il velo di Chartres – Polispoiesis Ceprano; Cecità - Polispoieis Ceprano; La misura quotidiana della parola – Fara Editore) nonché racconti, articoli e brevi saggi presso i siti internet: Poiein, Joker, Faraeditore/Narrabilando, Progetto Babele, Graffinrete, Carta e Penna, Puntoacapoeditrice, Agenzia del Territorio, Silarus, Biennale di poesia Alessandria, Montedit, Clubaut, La vita in prosa, 150.org) Segnalato nel 2010 alla prima edizione del premio intitolato a Franco Fortini, ha pubblicato nei primi mesi dell’anno in corso, presso Puntoacapoeditrice il volume in prosa Itaca non più la meta, Premio speciale al concorso Astrolabio 2010-2011.


Curriculum mortis 
di Oreste Bonvicini 

(L’anno lo indichi il lettore)

“Né filosofi, né poeti potranno saziare il sapere quando sentiremo vicino il tempo dell’addio” scrive Petrarca a Philippe de Cabassole.  La conoscenza con cui lasceremo questa vita sarà la barriera ultima oltre la quale non c’è che il non ritorno. Il sapere dunque dovrà nutrire la nostra fede. Farla partecipe del dopo che verrà, oltre la misura terrena.


“L’imperfezione è la meta” 
(Ives Bonnefoy, Ieri deserto regnante, 1958)


Piove. E se continuasse questo logorare dell’acqua
che scivola sui coppi e scola nelle gronde,
confonderebbe la notte: il suo tamburellare sui vetri,
sulle pareti, sulle cose dimenticate in cortile
è nei rivoli che, tra sabbia e ghiaia, scorrono via.
È questo il presente che subito svanisce.
Altro non sa il cuore, benché tra sasso e sasso,
nella terra intorno smossa, all’ombra delle frange
di un bosco succedaneo d’acacie e, tra fiori di campo
ancora in boccio, scaturisca già mattina.

Ma che t’importa che l’isola non sia quella che cercavi? [1]

La città è specchio del passato e tanto acquistano
allo sguardo luoghi altrimenti privi di significato,
in questo tempo pretestuoso che lascia svanire
il poco che ancora possiede.
Mi scopro immerso nel sogno e non spaventa lasciare il giorno
(forse sorridente e benevolo) dissolversi nel dolce far nulla.
Diversamente è dolore il non fare, l’ozio opposto al dileguare delle ore,
mentre anche il viaggio non è più il sogno arcano dell’umanità
in cui ritrovare patria dopo il naufragio.
Per questo potrei continuare a demolire
il corso delle ore (il tempo) restando così
ad attendere che tutto abbia fine.
Ma il grido dei giorni lunghi e fitti ripercorsi tra rovi e rose,
tra polvere e cose fino all’acqua che disseta,
è la meta, mentre il cammino è un modesto varcare limiti
che impongono le forze:la città che non riconosco,
le vette che non potrò riagguantare, le onde che continuerò ad osservare
come scrissi il primo giorno. Ad esempio, durante l’ultima mezz’ora,
ho dormito un sonno greve ed ogni cosa intorno è divenuta lontana,
irrecuperabile come il tempo non vissuto di cui nulla rimane.
Talvolta mi consola la luce che sussiste quando la sera tarda calare,
ma dal giorno in cui ho lasciato il mondo dell’ignoto,
(il tempo in cui si vive anche il sogno)
altro non ho scoperto se non terre fredde e mari aperti
dove l’acqua tra i flutti inghiotte.
Sulla terra la notte ci sono le stelle,ma sul deserto,
la verità in cui sono immerso, solo nubi di sabbia e vento,
non scrosci di pioggia o nebbia al mattino che il giorno dissolve.

Quaggiù è così buio che non c’è oscurità. [2]     



Continuerò a scrivere
prima che tutto abbia fine.


[1]  C. Pavese, Dialoghi con Leucò.
[2 ] G. Caproni, congedo del viaggiatore… La Lanterna.


(…)



Elogio della lentezza 


Capita quando la neve (mai così copiosa a memoria d’uomo
oggi ferita dagli eventi sillabati sul teleschermo).

Capita quando la neve (mai così copiosa durante la mia vita,
e sì che di viaggi e notti brevi ne ho conosciute
                              e già precipita la china del mio tempo).

Capita quando la neve ingombra le strade, le campagne,
un manto uniforme da calpestare con precauzione,
ripercorrendo con attenzione il mio/nostro tempo.

Il pensiero alla vertigine provata ad ogni viaggio:
intollerabile lasciare tanto rapidamente
ciò che si mostra e subito svanisce.

Quest’oggi, viaggiando a trenta all’ora, lascio
che sia l’auto a condurmi, io assaporando
l’uniformità bianca e piana della campagna,
transito noncurante della velocità
tra ciò che sono certo conoscere,
                        eppure non ho mai veduto.

**

Ora comprendo perché tanti anziani
vanno curvi con lo sguardo rivolto a terra
e le montagne che un tempo sognavano
sono algide torri di pietra   
sotto cui sostano solo alcuni istanti.

Avviatevi alle altezze col piede dell’umiltà,
scriveva Agostino e se ancora sogno
il tempo non inganna e ride del passato,
mentre spaura la solitudine del divenire
finché sarà il freddo inverno delle ossa.

(…)
3