Su Magari in un'ora del pomeriggio di Davide Valecchi

di Simone Rebora pubblicato in www.retididedalus.it

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L’ultimo titolo in rassegna si distanzia notevolmente da tutti i precedenti. Magari in un’ora del pomeriggio di Davide Valecchi mantiene forse qualche affinità tematica con la raccolta di Meozzi, ma la grande uniformità metrica e la forte patina arcaizzante ne fanno un lavoro decisamente a parte, quasi anacronistico esempio di un petrarchismo post litteram, eppure profondamente innestato nel mondo attuale, con tutte le sue più recenti acquisizioni scientifiche e tecnologiche. Il che non si direbbe, scorrendone rapidamente le pagine, dominate da una natura sovrana e incontaminata, come già ben dimostra la cornice grafica della foto di copertina. Eppure, in quest’ambientazione calma e idealizzata fanno capolino diversi elementi della moderna tecnologia («sei solo un’immagine che si sfalda / in grani di pixel», p. 34), se non vere e proprie dissertazioni teorico-scientifiche (come quella sulla «luce corpuscolare» sviluppata a p. 47).
Viene quindi naturale parlare di petrarchismo, sia per l’attento controllo del linguaggio e della metrica (dominata – anche se non assolutamente – dall’endecasillabo), sia per le scelte tematiche, che pongono al centro una figura femminile “in assenza” e la natura riletta attraverso i segni del suo passaggio, ma anche inaspettate apparizioni notturne, che hanno tutto il sapore di post mortem della seconda parte dei Fragmenta:

A volte la tua ombra
mi visita nei sogni
lasciandomi frammenti
di vita immaginaria
che attraversano il giorno.
            (p. 25)

Già questa breve lirica dimostra il forte controllo metrico imposto da Valecchi sull’intera silloge: cinque settenari (alternativa “canonica” dell’endecasillabo) la cui accentazione uniforme subisce solo nel finale una leggera variazione.
È tutto un gioco di strutture che si ripetono senza mai tornare identiche, questo Magari in un’ora del pomeriggio. Un gioco che può forse infastidire il lettore più bramoso di emozioni, nella constatazione della sua artificiosità – asservita, poi, a forme che hanno ben poco di sperimentale. Ma rileggerlo con ben fermi nella mente i cardini attorno a cui ruota, può aiutarci ad apprezzarne il movimento concentrico e sempre variato. Tre elementi tornano in tutte le liriche, oltre la costante presenza di “Lei” e del suo paesaggio: la luce intensa e pomeridiana, ma anche effimera, sul punto di spegnersi; le parole, o meglio l’assenza e incomprensibilità delle parole, espresse in «una lingua / di cui non possiedo nessuna nozione» (p. 18); e infine i frammenti, la polvere a cui tutto questo, inevitabilmente, si riduce.

Infine, quando la luce del giorno
scompare e anche la cera quotidiana
può essere smessa, resta delle ore
alle spalle una polvere sparuta
di pertinenza incerta, annidata
ai margini di ogni percezione,
senza nessuna parola possibile.
            (p. 46)

Ma pur nel graduale “spegnimento” di questi ultimi versi, l’auspicio della presente rassegna resta quello di segnalare un momento di apertura. Per una poesia che forse manca ancora di una sicura identità generazionale, ma che conferma la sua vitalità attraverso queste voci, in attesa della convalida di un ascolto finalmente interessato.



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