recensioni di Gian Ruggero Manzoni
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query marco colonna. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query marco colonna. Ordina per data Mostra tutti i post
giovedì 21 ottobre 2021
“… quell'umido panno che ricopre i sogni…”
ANI+MA di Marco Colonna, Fara Editore 2016
Marco Colonna è nato a Palermo nel 1964, ora vive a Forlì. Dirige dal ’99 il portale web di cronaca e attualità politica sestopotere.com. Cura il canale You Tube “Lotta alle mafie”. Ha scritto articoli per: Il Messaggero, Gazzetta di Romagna, Il Resto del Carlino, La Voce di Forlì, Il Momento, RomagnaSera, Il Giornale, Lo Stato, Il Borghese, L’Uomo Qualunque. Ha collaborato con i Tg e Rg di VideoRegione e radio locali. Ha pubblicato con Fara le raccolte poetiche Ani+ma e Siamo sono. Nel 2018 è stato inserito nelle antologie: “L’orizzonte delle metafore” (Edizioni Tracce) e “La responsabilità delle parole” (FaraEditore). Ha partecipato a numerosi reading poetici. In YouTube troverete “Marco Colonna Poesie”.
Dalla nota dell’editore: «È fatto di ritorni / il nostro trattenere / la speranza»; «Mi è cara questa quantità / possibile di silenzio / per contenere / della tua presenza il pieno»; «E questa sofferenza andrebbe contemplata / come un gabbiano scova il cibo in terra ferma»; «Hai camminato in me / dove non si tocca?». Pochi versi tratti da ogni sezione per invogliare alla scoperta di quest’opera prima di Marco Colonna: voce sobria, sensibile, attenta, carica di passione ed empatia. Una poesia da assaporare intimamente per condividerne un’ani+ma trasparente e vera, un’anima che contiene (come quella di tutti) un +, ovvero il desiderio di relazione e il richiamo al mistero di un oltre che dia un senso alle fatiche del nostro andare: qui le cose belle non sono mai facili da raggiungere e dobbiamo fare i conti con la morte, con il male in noi e attorno a noi («Imploranti bocche / occhi come biglie / ed è inutile parlare»), col bisogno di uno slancio vitale e di un abbraccio fisico e metafisico.»
La lirica di Colonna ha un andamento subentrante, avvolgente e sfuggente a un tempo. Per questo nostro poeta il senso intimo della vita, la linfa cordiale della parola, quell’introspezione che infine fa luce, si posano sulla calda zona della nostra psiche, su quell’umido panno che ricopre i sogni umani in cui ogni uomo pensa di trovare sé stesso al margine della vita cosmica. Poesia che procede tramite un movimento sobrio e leggero delle immagini che toccano i cosiddetti “universali del sentimento”, quel sentimento che infine non è esclusiva del poeta, ma di tutti. Senza dover uscire da sé stesso, Colonna si accorge che nel suo sentire vibrano altri sentire e che il suo cuore canta sempre in coro. Da ciò ha preso l’avvio la sua scrittura.
SIAMO SONO, sempre di Marco Colonna, Fara Editore 2017
Marco Colonna dice che il suo poetare tende a “mettere in scena i nostri atti e pensieri quotidiani ritagliati all’interno di un micro o macro cosmo soltanto apparentemente immoto”, del resto è la grande responsabilità di ciascuno fare del nostro esistere un nodo di relazioni, di senso e, foscolianamente, d’amore, affinché le immancabili e tragiche cesure della vita non siano solo ferite sanguinanti ma varchi di empatia. Come ha osservato Antonio Vittorio Guarino nella prefazione: «Una raccolta densa e sicuramente ricca di spunti per chi, in questo tempo anestetizzato, si pone ancora domande sul senso contingente e ultimo delle cose. […] Finché siamo in vita non possiamo che prenderci carico di tutte le relazioni che ci hanno costruito, formato, ospitando in noi quelle identità perdute, quei vuoti, quel “siamo” in cui non siamo più, ma che permette a ciascuno di noi di dire ancora “Sono”». Interessante, anche, il come Carla D'Aronzo parli di questa raccolta: «Nelle poesie di Marco Colonna l’essere umano appare in tutta la sua debolezza terrena. Il poeta mette in evidenza l’inesorabilità del tempo che passa e che ci avvicina alla morte. Le domande che si fa da sempre l’uomo sono recondite, ovvero talmente profonde che le risposte diventano inaccessibili all’essere terreno: Chi Siamo? Chi sono? A tali domande Colonna cerca di rispondere tramite i suoi versi, con l’esplicitazione della vacuità del tempo che scorre e che ci fa essere il risultato dell’intrecciarsi dei molteplici rapporti umani che abbiamo tessuto negli anni e da cui scaturisce un “sono”. “Sono” è quindi il risultato del vissuto di ognuno di noi che è stato coinvolto nelle interrelazioni empatiche tra amici, conoscenti e parenti».
Infatti, in questa raccolta, è indubbiamente presente il tema della perdita, ma, anche, si assiste a un continuo sovrapporsi di ruoli e di identità.
martedì 18 giugno 2019
Una rapsodia ermetico-esistenzialista di versi nella nuova raccolta di Marco Colonna
Marco Colonna, Ho scritto questo salto, Fara 2019
recensione di Vincenzo Capodiferro pubblicata su Insubria Critica
Ho scritto questo salto è un’opera poetica di Marco Colonna, edita da Fara, Rimini 2019. Marco Colonna è nato a Palermo nel 1964, vive a Forlì. Dal 1999 dirige il portale web sestopotere.com. Cura il canale You-Tube Lotta alle mafie. Ha scritto articoli per vari periodici. Ha collaborato con televisioni e radio. Ha avuto diversi riconoscimenti. Inserito in diverse antologie, con Fara ha pubblicato anche Ani+ma (2016) e Siamo-sono (2017). Marco Colonna è un giovane molto attivo, come si evince dalla sua breve biografia riportata, eppure si presenta, nella sua immagine, come un “solo e pensoso”. Nella sua poesia si respira un’aura di pessimismo, eppure nella vita questo giovane si dà da fare, vive quel nietzschiano nihilismo attivo. Le sue poesie riprendono a grandi linee lo stile degli analogisti ermetici della poetica essenzialista. Questo atteggiamento lo possiamo già trovare nel distico: Disboscare le parole/ tornare al deserto delle lettere. Questo ermetismo, però a differenza di quello classico, è dettato da esigenze pratiche, non teoriche: non c’è più tempo per leggere, per meditare. Il cellulare prende ore ed ore della nostra vita. Il linguaggio cellularesco è neo-futurista. Bisogna correre, anche nella lettura. C’è un forte richiamo al deserto: il deserto ci rimanda ai Padri del deserto. Anche essi usavano un linguaggio essenziale. Certo i vecchi ermetici non avevano carta, dovevano anche essi essenzializzare, ma oggi non è questo il problema, il problema principale è la mancanza di tempo: il tempo fuggitivo che ci avvolge nei suoi turbinosi ritorni.
Come scrive Pietro Caruso nella Prefazione: «La poesia di Marco Colonna è cosmogonica come orizzonte e molecolare come struttura. Per cercare di penetrare la sua poesia bisogna provare le emozioni del funambolo. Mai guardare in basso, procedere a testa alta, asciugarsi le mani con il gesso della razionalità senza grossolanità dell’esistenza greve […]. Una trasposizione orientale che viene dai versi haiku si è fusa con la modernità di Bataille e lo psichismo di Lacan». In ciò lo stile del Nostro somiglia a quello di Alessandro Ramberti.
Nella sezione “Della realtà”, il Nostro prende spunto sempre da morti tragiche, come la caduta del ponte Morandi:
Come scrive Pietro Caruso nella Prefazione: «La poesia di Marco Colonna è cosmogonica come orizzonte e molecolare come struttura. Per cercare di penetrare la sua poesia bisogna provare le emozioni del funambolo. Mai guardare in basso, procedere a testa alta, asciugarsi le mani con il gesso della razionalità senza grossolanità dell’esistenza greve […]. Una trasposizione orientale che viene dai versi haiku si è fusa con la modernità di Bataille e lo psichismo di Lacan». In ciò lo stile del Nostro somiglia a quello di Alessandro Ramberti.
Nella sezione “Della realtà”, il Nostro prende spunto sempre da morti tragiche, come la caduta del ponte Morandi:
Arresi alla caduta,
saremo urla umane
nel boato di cemento.
Ci offre spunti di poesia esistenzialista che si concentra sull’”assurdo”, sul “tragico” e sull’heideggeriano “essere per la morte”. La morte è un fatto, che pur nella sua assurdità, dà il senso profondo all’esistenza:
La terra ci mangia in fretta…
noi significanti eternamente
in cerca di significato.
Come mai un giovane si interessa così tanto della morte? Oggi la morte è diventata un tabù, come la malattia, io direi: il tabù della croce. L’Europa era cristiana, oggi ci si vergogna di ostentare la croce. L’heideggeriano “essere per la morte”, se non per la differenza non ontologica, ma teologica, si avvicina molto all’ “Apparecchio alla morte” di Sant’Alfonso. Per evitare la croce è più facile l’eutanasia. Eutanasia che tronca le esistenze anche a tredici anni! Ma in che mondo siamo arrivati? Ha trionfato Thanatos su Eros! Se il Signore avesse ragionato così, si sarebbe suicidato prima di Giuda per evitare la croce! La croce, il complesso del dolore richiede il complesso di salvazione. La morte non è più la vedova nera, ma è, come al chiamava Francesco, la nostra sorella più cara. Il problema vero della morte non è la morte prima, o fisica, ma la morte seconda, o metafisica, le “anima morte”. Ci sono così dei viventi che vivono come se già fossero morti e dei morenti, invece, che vivono come se fossero vivi. Così l’ammalato vive la vita nella sua pienezza, quel fil di vita che il dono dell’universo ha ricamato. Se siamo morti dentro siamo come gli zombie parmenidei. Questo è il senso profondo del concetto centrale del “Disessere” in “Mise en abyme”.
Non realtà
non teatro
non mondo
non poesia
non io.
Disessere.
L’essere è chiamata, è vocazione. Se non c’è risposta c’è il Disessere, non l’Esserci, cioè c’è l’esistenza inautentica di Heidegger, cioè l’inesistenza.
E quando il mondo
ci precipita dintorno
sempre ci ritrovi e ci consoli
nel ricordarci cosa siamo: terra e
vita che si regge al mondo.
Ci ricorda un frammento eracliteo: «Per le anime è morte divenir acqua, per l’acqua è morte divenir terra, ma dalla terra si genera l’acqua e dall’acqua l’anima» (fr. 36).
La poesia di Colonna è puramente esistenziale, non ci sono spunti metafisici. E questa è anche un’altra differenza con l’antico ermetismo, come quello, ad esempio, di un Ungaretti. È un pessimismo puro, che non contempla vie di liberazione, come in Schopenhauer, o come nella Ginestra leopardiana: il socialismo, che troviamo poetato anche nella pascoliana Italia proletaria. La pura contemplazione del dolore avviene, però col puro occhio estetico. Come diceva Aristotele, la tragedia purifica l’anima, è catartica. Esserci è più importante che Disessere: anche il Disessere è un essere mancato, un essere mancante, forse anche dei cari estinti. Non ci sono le speranze dei vati dannunziani, dei superuomini, degli oltre-uomini nietzschiani. Lì ancora c’era la metafisica della speranza, qui non c’è niente, c’è la pura espressione del foscoliano “nulla eterno”. Quella molecolarità di cui parlava il Caruso, si iscrive, in effetti, nella ventata postmodernista, che ha avvolto anche la poeticità.
saremo urla umane
nel boato di cemento.
Ci offre spunti di poesia esistenzialista che si concentra sull’”assurdo”, sul “tragico” e sull’heideggeriano “essere per la morte”. La morte è un fatto, che pur nella sua assurdità, dà il senso profondo all’esistenza:
La terra ci mangia in fretta…
noi significanti eternamente
in cerca di significato.
Come mai un giovane si interessa così tanto della morte? Oggi la morte è diventata un tabù, come la malattia, io direi: il tabù della croce. L’Europa era cristiana, oggi ci si vergogna di ostentare la croce. L’heideggeriano “essere per la morte”, se non per la differenza non ontologica, ma teologica, si avvicina molto all’ “Apparecchio alla morte” di Sant’Alfonso. Per evitare la croce è più facile l’eutanasia. Eutanasia che tronca le esistenze anche a tredici anni! Ma in che mondo siamo arrivati? Ha trionfato Thanatos su Eros! Se il Signore avesse ragionato così, si sarebbe suicidato prima di Giuda per evitare la croce! La croce, il complesso del dolore richiede il complesso di salvazione. La morte non è più la vedova nera, ma è, come al chiamava Francesco, la nostra sorella più cara. Il problema vero della morte non è la morte prima, o fisica, ma la morte seconda, o metafisica, le “anima morte”. Ci sono così dei viventi che vivono come se già fossero morti e dei morenti, invece, che vivono come se fossero vivi. Così l’ammalato vive la vita nella sua pienezza, quel fil di vita che il dono dell’universo ha ricamato. Se siamo morti dentro siamo come gli zombie parmenidei. Questo è il senso profondo del concetto centrale del “Disessere” in “Mise en abyme”.
Non realtà
non teatro
non mondo
non poesia
non io.
Disessere.
L’essere è chiamata, è vocazione. Se non c’è risposta c’è il Disessere, non l’Esserci, cioè c’è l’esistenza inautentica di Heidegger, cioè l’inesistenza.
E quando il mondo
ci precipita dintorno
sempre ci ritrovi e ci consoli
nel ricordarci cosa siamo: terra e
vita che si regge al mondo.
Ci ricorda un frammento eracliteo: «Per le anime è morte divenir acqua, per l’acqua è morte divenir terra, ma dalla terra si genera l’acqua e dall’acqua l’anima» (fr. 36).
La poesia di Colonna è puramente esistenziale, non ci sono spunti metafisici. E questa è anche un’altra differenza con l’antico ermetismo, come quello, ad esempio, di un Ungaretti. È un pessimismo puro, che non contempla vie di liberazione, come in Schopenhauer, o come nella Ginestra leopardiana: il socialismo, che troviamo poetato anche nella pascoliana Italia proletaria. La pura contemplazione del dolore avviene, però col puro occhio estetico. Come diceva Aristotele, la tragedia purifica l’anima, è catartica. Esserci è più importante che Disessere: anche il Disessere è un essere mancato, un essere mancante, forse anche dei cari estinti. Non ci sono le speranze dei vati dannunziani, dei superuomini, degli oltre-uomini nietzschiani. Lì ancora c’era la metafisica della speranza, qui non c’è niente, c’è la pura espressione del foscoliano “nulla eterno”. Quella molecolarità di cui parlava il Caruso, si iscrive, in effetti, nella ventata postmodernista, che ha avvolto anche la poeticità.
giovedì 5 gennaio 2017
Il bisogno del pieno che riduce l’impotenza del nulla
recensione di Elena Varriale
alla raccolta Ani+ma di Marco Colonna
Il dolore della morte scava, svuota, solca la pelle e la mente. L’assenza di chi ami, soprattutto se è la madre si fa seme che moltiplica radici nella carne. È l’ineluttabilità del non c’è più a risuonare nel vuoto, l’assenza del corpo amato che preme e si addensa nelle vene, nei pensieri, nel ventre. La morte si fa allora “un baratro lineare / che si percorre ad occhi chiusi” precipitando nel distacco, nella mancanza, nell’impalpabile distanza.
alla raccolta Ani+ma di Marco Colonna
Il dolore della morte scava, svuota, solca la pelle e la mente. L’assenza di chi ami, soprattutto se è la madre si fa seme che moltiplica radici nella carne. È l’ineluttabilità del non c’è più a risuonare nel vuoto, l’assenza del corpo amato che preme e si addensa nelle vene, nei pensieri, nel ventre. La morte si fa allora “un baratro lineare / che si percorre ad occhi chiusi” precipitando nel distacco, nella mancanza, nell’impalpabile distanza.
È questo l’humus emotivo e psicologico su cui si dipanano i versi di Ani+ma, la silloge d’esordio di Marco Colonna, segnalata al premio Faraexcelsior e
pubblicata da FaraEditore, 2016. “Preme
sul costato il ferro dell’addio / e spinge fino a che sia morte viva/e
incandescente” scrive l’autore. Il suo è un bisogno di dialogare, al di là
della vita e della morte, con colei che “vita
mi ha donato partoriente”. Il dolore conduce per mano nei palpiti sanguigni
del cuore che solo la poesia può consolare, dipanare o soltanto attenuare.
Quasi fosse un respiro trattenuto
troppo a lungo, prende corpo, accanto alla consapevolezza dell’impotenza, il
rimorso: “io che non ti ho trattenuto / e
non ti ho salvata”. Un grido intimo del figlio alla madre, un tentativo di
riannodare il cordone ombelicale tagliato per sempre: “Madre, il letto della dimenticanza / era vuoto delle cose di te. Mi
vedi?”
La madre, presenza assenza che “non spira mai, ma lascia traccia / liquida di
sé, goccia che precede / con l’essenza, sopravvissuta / a infiniti sacrifici e
battiti”. Ecco, dunque la privazione, l’assenza farsi essenza che
accompagna i gesti ed i pensieri del vivere quotidiano. Quasi una carezza che
viene dal profondo e rassicura il disperato mi manchi: “Mi è cara questa quantità / possibile di silenzio / per contenere / della
tua presenza il pieno”.
“A
un cuore in pezzi” ha scritto Emily Dickinson “nessuno s’avvicini / senza l’alto privilegio / di avere sofferto
altrettanto.”
Bisogna aver vissuto l’afflizione del distacco dalla persona
amata, conoscere la perdita e lo spasmo della mancanza per sentire tutta la
contrizione e la disperazione dei versi di Marco Colonna. Perché fare i conti
con la morte non è mai facile, ci pone innanzi alla nostra stessa finitezza di
esseri viventi sulla terra: “Seminiamo
dubbi e speranze in acque fonde/e nulla cresce all’orizzonte mai/che non sia un’alba
che non ci compete/ripetuta all’infinito finché il respiro ci sia dato”.
Non a caso il viaggio interiore di
Marco Colonna continua nella ricerca di radici e di significati nella Vita,
nella Terra, ma soprattutto nell’Amore, lì dove risiede il senso più profondo
dell’essere: “il nostro amore mangiato
come pane / e mentre il mondo muore, / ancora sconosciuti, abbiamo fame”.
sabato 10 febbraio 2018
Il magma incandescente/luminoso di Marco Colonna
Marco Colonna: Siamo sono, Poesie, FaraEditore 2017
recensione di Vincenzo D'Alessio
Sono poche le occasioni che abbiamo di guardare al mondo ctonio, alle forze inanimate dei nostri morti (come scrive il profeta Isaia, nella Bibbia) che, nonostante la loro immobilità nel Tempo umano, ci “sovrastano”.
Marco Colonna ha tentato questa discesa nel mondo capovolto attraverso la raccolta Siamo sono pubblicata a novembre 2017 presso le edizioni Fara di Rimini.
Versi asciutti, senza rima, incalzati dall’enjambement e affidati alle similitudini, parole pesanti come pietre vulcaniche portatrici della lotta magmatica dalle viscere della Terra alla superficie insignificante: “Anche le parole portano / con sé il dolore e i segni / di una nascita sbagliata” (poesia eponima a pag. 46).
Come Orfeo commosse gli dèi dell’Ade con il suo canto per ottenere il ritorno tra i vivi di Euridice così l’autore tenta di affidare ai suoi versi il dolore collettivo di fronte alla morte degli affetti, che miete tutto quanto ha vita sulle spalle del nostro bellissimo pianeta: “Mi chiedo se troveremo pace / là dove biforca la traccia / che resiste nella luce che si spegne” (pag. 18).
Il magma incandescente/luminoso dell’anima del poeta si raffredda nella parola/verso che non riesce a contenere l’energia sotterranea che scalda l’immenso pianeta e brucia, impietosa, tutte le creature mentre viene in superficie, solidifica e nera.
Bene ha scritto Antonio Vittorio Guarino, anch’egli poeta, quale componente della Giuria del Concorso letterario Faraexcelsior 2017 organizzato dalla stessa casa editrice che pubblica l’opera: “(…) Nei versi si canta sommessamente il lutto, con pudore si passa per le strette crune dell’esperienza dolorosa: il filtro, il setaccio nel quale restano le spoglie nostre di un’altra vita (la stessa, forse), per farci più nudi, più definiti, più noi stessi” (pag. 7).
Ai lettori della raccolta di Marco Colonna è rivolto l’identico messaggio che il Nobel Salvatore QUASIMODO rivolse ai suoi lettori nei versi della poesia Insonnia (Necropoli di Pantalica): “(…) Amore di me perduto, / memoria non umana: / sui morti splendono stimmate celesti”.
Scorrendo i versi della raccolta Siamo sono ricorrente è la parola “ umano” che chiede al “divino” l’attimo d’eterno per dubitare della fine: “(…) nello schermo di una vita / che si chiude nelle pieghe / dell’umano ritornare / ai propri segni, alle parole” (pag. 71).
recensione di Vincenzo D'Alessio
Sono poche le occasioni che abbiamo di guardare al mondo ctonio, alle forze inanimate dei nostri morti (come scrive il profeta Isaia, nella Bibbia) che, nonostante la loro immobilità nel Tempo umano, ci “sovrastano”.
Marco Colonna ha tentato questa discesa nel mondo capovolto attraverso la raccolta Siamo sono pubblicata a novembre 2017 presso le edizioni Fara di Rimini.
Versi asciutti, senza rima, incalzati dall’enjambement e affidati alle similitudini, parole pesanti come pietre vulcaniche portatrici della lotta magmatica dalle viscere della Terra alla superficie insignificante: “Anche le parole portano / con sé il dolore e i segni / di una nascita sbagliata” (poesia eponima a pag. 46).
Come Orfeo commosse gli dèi dell’Ade con il suo canto per ottenere il ritorno tra i vivi di Euridice così l’autore tenta di affidare ai suoi versi il dolore collettivo di fronte alla morte degli affetti, che miete tutto quanto ha vita sulle spalle del nostro bellissimo pianeta: “Mi chiedo se troveremo pace / là dove biforca la traccia / che resiste nella luce che si spegne” (pag. 18).
Il magma incandescente/luminoso dell’anima del poeta si raffredda nella parola/verso che non riesce a contenere l’energia sotterranea che scalda l’immenso pianeta e brucia, impietosa, tutte le creature mentre viene in superficie, solidifica e nera.
Bene ha scritto Antonio Vittorio Guarino, anch’egli poeta, quale componente della Giuria del Concorso letterario Faraexcelsior 2017 organizzato dalla stessa casa editrice che pubblica l’opera: “(…) Nei versi si canta sommessamente il lutto, con pudore si passa per le strette crune dell’esperienza dolorosa: il filtro, il setaccio nel quale restano le spoglie nostre di un’altra vita (la stessa, forse), per farci più nudi, più definiti, più noi stessi” (pag. 7).
Ai lettori della raccolta di Marco Colonna è rivolto l’identico messaggio che il Nobel Salvatore QUASIMODO rivolse ai suoi lettori nei versi della poesia Insonnia (Necropoli di Pantalica): “(…) Amore di me perduto, / memoria non umana: / sui morti splendono stimmate celesti”.
Scorrendo i versi della raccolta Siamo sono ricorrente è la parola “ umano” che chiede al “divino” l’attimo d’eterno per dubitare della fine: “(…) nello schermo di una vita / che si chiude nelle pieghe / dell’umano ritornare / ai propri segni, alle parole” (pag. 71).
giovedì 4 aprile 2019
Vincitori Narrapoetando 2019
FaraEditore e i giurati
del concorso Narrapoetando 2019 sez.
Poesia
(v. anche la sezione Narrativa/Saggio)
sono lieti di proclamare i Vincitori
che hanno ricevuto la pubblicazione premio
che hanno ricevuto la pubblicazione premio
I. class.
Ho scritto questo salto di Marco Colonna (Forlì)
Marco Colonna (foto Renzo Zilio) è nato a Palermo
il 4 aprile 1964, vive a Forlì. Dirige dal ’99 il portale web di cronaca e attualità
politica sestopotere.com. Cura il canale You Tube Lotta alle mafie. Ha scritto
articoli per: Il Messaggero
– Forlì, Gazzetta di Romagna, Il Resto del Carlino, La Voce di Forlì, Il Momento,
RomagnaSera, Il Giornale, Lo Stato, Il Borghese, L’Uomo Qualunque. Ha
collaborato con i Tg e Rg di VideoRegione e radio locali. Ha pubblicato libri di
cinematografia. Poesie selezionate e segnalate nei concorsi Faraexcelsior 2016 e
2017 e Zuppardo (inserite nelle sillogi del Premio La Gorgone d’oro 2017 e 2018).
Ha pubblicato con Fara le raccolte poetiche Ani+ma
(2016) e Siamo sono
(2017, finalista al Premio Città di Arona 2018). Nel 2018 è stato inserito nelle
antologie: L’orizzonte delle
metafore (Edizioni Tracce) e La responsabilità
delle parole (FaraEditore). Ha partecipato a numerosi reading e letto
poesie nel corso della Settimana del buon vivere 2018. Web: paroledelcuore.com,
poesianuova.com,
scrivere.info, portfoliopoetico.com, poesieinversi.it, e video-poesie nel canale
YouTube Marco Colonna Poesie.
«Ho scritto questo salto
è un trittico che inizia con un primo salto nello “schianto-pianto” della realtà,
un nonsense della disgrazia che, tutt’altro
che umoristico, spacca il cuore per il suo eccesso di significati e non per la sua
assenza. Primo salto che a caduta libera entra in una mise en abyme (messa in abisso), quale decostruzione del reale o, come
vuole il poeta, quale ricostruzione di un “disessere” dove tutto, in questo grande
stomaco del mondo, si fa cibo e riciclo. Salto che atterra in uno scenario contemplativo,
dove quell’iniziale “terra a cui do le spalle” diviene unico elemento di “levità”.
Il cuore del poeta, dunque, batte al ritmo di questi tre salti o passi di danza:
riempirsi di forza di gravità; svuotarsi e sgravarsi del proprio essere; rimanere,
infine, in lieve e aggraziato equilibrio sopra un filo contemplativo fra il reale
e l’irreale. Questi tre movimenti sono il movente che mi fa prediligere detta silloge
rispetto alle altre.» (Serse Cardellini)
«La raccolta
prendendo spunto da occasioni e momenti della vita dell’autore, ma anche da episodi
collettivi, si innalza ad una meditazione sul destino e il senso dell’esistenza,
con un verso che pure nella sua varietà metrica mostra una sotterranea compattezza
e riconoscibilità.» (Francesco
Filia)
«Anche quando
si fa carico di dispiegare un dramma, sezionandolo nelle sue particelle più dolorose,
è poesia esistenziale. Si interroga con insistenza nonostante lo stesso cruccio
si ripeta: la verità resta un abbozzo.» (Angela
Caccia)
«Opera composita,
formata da un corpus stilisticamente eterogeno, eppure capace di legare l'attualità,
l'interiorità, la storia, dando voce a ciò che resta.» (Andrea
Parato)
«In Ho scritto questo salto la morte è una presenza viva e familiare e nei suoi confronti
c’è un’esplorazione creaturale, privata dell’inevitabile commozione, nutrita da
contemplazione serena della finitudine umana. La Parte
Prima ferma il tempo di tre precisi avvenimenti accaduti ed il verso si muove tra
una “memoria viva” ed una “rabbia eternamente giovane”. In ognuno dei tre salti (“Prima della realtà”,
“Mise en abyme”, “Contemplazione”) i versi sono tenaci, appassionati, un corpo a
corpo con passaggi coraggiosi per esplorare, scavare, appuntare con maestria momenti
intimi e profondi, “sottovoce dove brulicano i silenzi e il respiro si appiattisce”.»
(Adalgisa
Zanotto)
II. class.
Nel fiato umido dell’autunno di Mariangela De Togni (Piacenza)
Mariangela De Togni, nata a Savona, è suora delle Orsoline di Maria Immacolata (Piacenza).
Insegnante, musicista, studiosa di musica antica. Membro dell’Accademia Universale
“G. Marconi” di Roma, ha pubblicato le raccolte di versi: Non seppellite le mie lacrime (1989), Nostalgia (1991), Una Voce è il mio silenzio (1995), Chiostro dei nostri sospiri (1998), Profumo di cedri (1998), Un saio lungo di sospiri (2000), Flauto di canna (2004), Nel sussurro del vento(in Quaderni di Letteratura e Arte, 2005), Nel silenzio della memoria (ne Le visioni del verso, 2008), Cristalli di mare (2010), Fiori di magnolia (2011), Frammenti di sale (2013), Si può suonare un notturno su un flauto
di grondaie? (2016, prima classificata
al Faraexcelsior). È presente nel Dizionario della Biblioteca di Stato, in agende, antologie,
blog e riviste di poesia contemporanea. Numerosi i premi e i riconoscimenti.
«Questa raccolta è una contemplazione
della bellezza della Natura, percepita come una realtà viva e animata da una tensione
infinita, in cui l’Io poetico si confronta con la solitudine e con il fluire del
tempo.» (Nicoletta
Mari)
«La silloge offre un “ventaglio di
possibilità” ed anche una “gronda divina” dove riparare. Poesia mistica, di rimandi
biblici, evocativa di fede per il “creato”, che stupisce e tutto azzera rendendolo
alla sua origine divina. Oggi più che mai la poesia ha l’urgenza di occuparsi della
natura che ogni giorno ci dona la luce e il buio. Il poeta parla a chi si veste
di vento, di mare, di aurora, di notte, di natura primordiale. Il “tu” trascende
e l’autunno è solo un pretesto. Non è una “chiesa vuota” questo fluire di versi.»
(Colomba
Di Pasquale)
«Opera dai versi brevi, composti e
delicati, quasi rarefatti, talvolta. Non scevra di citazoni, mai ostentate, sa mantenere
un proprio linguaggio intimo.» (Andrea
Parato)
III. class.
Nuove anime di Vincenzo D’Alessio
(Montoro, AV)
Vincenzo D’Alessio (Solofra 1950), laureato in Lettere all’Università di Salerno,
ha ideato il Premio Città di Solofra, fondato il Gruppo Culturale “Francesco Guarini” e l’omonima casa editrice. Acuto e attento critico letterario,
ha pubblicato saggi di archeologia e storia, recensioni e versi in numerosi periodici,
antologie, siti e blog (in particolare Narrabilando e Farapoesia). Raccolte poetiche
per i tipi di Fara: La valigia del meridionale e altri viaggi (2012, 20162); Il passo verde (in Opere scelte, 2014); La tristezza del tempo (in Emozioni in marcia, 2015) e Alfabeto per sordi in Rapida.mente, 2015) poi in appendice
a Immagine convessa (2017), opera finalista al concorso Versi con-giurati. Nel 2017 è uscita la raccolta Dopo l’inverno, II class. al Faraexcelsior, III premio del Concorso Terra d’Agavi 2018 (Gela, AG), segnalata al Premio Civetta di Minerva (Summonte, AV), finalista al Premio Tra Secchia e Panaro 2018 (Modena). Del 2018 sono i Racconti di Provincia.
«L’anima sembra “naufragar” nella
natura e la Natura diventa epifania delle emozioni, dei ricordi, del vissuto del
Poeta. Siamo dinanzi ad una manifestazione di panismo, in cui l’Io lirico si mescola
e si confonde con il Tutto. Il linguaggio è essenziale, nitido, ricercato, estremamente
preciso.» (Nicoletta
Mari)
«La canzone e le migrazioni. Il Poeta
fa parlare luoghi e nostalgie “le stanze dell’aulica casa/riportano l’eco della
voce” e poi gli abbandoni: “portami al confine della vita” “casa dei sogni” “nella
polvere del ritorno”. La quieta polvere di Emily Dickinson e scorgo in lontananza
un Vittorio Sereni che si sporge su questa silloge. Poesia che rimbocca le coperte
nel freddo inverno, che tiene vivo il fuoco del focolare del Sud del mondo per chi
è andato a Nord. Una poesia che insegna e ammonisce: “I giovani del Sud /non tornano
rimangono / clandestini”, necessaria in questo tempo di silenzi disumani e di chiusure
aberranti.» (Colomba Di
Pasquale)
Altre opere votate
Theory of Infinity di Michele Caliano (Solofra, AV)
Michele Caliano è nato ad Avellino il 2 settembre 1963. Vive a Montoro (AV). Si è diplomato all’Isituto tecnico commericale di Solofra (AV). Astrofilo dall’inizio degli anni ’80, ha conseguito negli anni ’90 l’Attestato del corso in Astrofisica presso l’Osservatorio di Montecorvino Rovella (SA). Socio del Gruppo Culturale Francesco Guarini è appassionato di Cosmologia e divulgatore scientifico nelle scuole Medie statali e presso alcune radio del territorio.
«L'autore di Theory of Infinity diverte il lettore con una poesia didascalica che vorrebbe spiegare con ironia i più intricati enigmi della scienza e dell'universo, maggiore dei quali è il concetto di infinito. Il risultato di questo sforzo didattico è una silloge bizzarra ma piacevole. Dietro all'ironia si coglie un certo pessimismo nei confronti dell'agire umano. L'effetto umoristico è reso dall'alternarsi di termini scientifici e squarci autobiografici e dall'uso di rime volutamente infime o addirittura volgari.» (Andrea Biondi)
Suite visionaria di Gabriella Bianchi
(Perugia)
«Poesia di stagioni, di affanni, di
assenze, di “creato”, di ricordi e in tutto questo il Poeta “come volpe affamata”
cerca un abbraccio che le salvi la vita. Poesia di ancestrale clausura, di
sbigottimento alla vita e alla morte, poesia che guarda alla terra e all’infinità
del cielo. Poesia tormentata che ricorda il dolore di vivere di Silvia Plath o di
Amelia Rosselli.
“Il dolore fa uscire di senno, anima
mia…” come non essere d’accordo? E poi arriva una luce in tanta visione nel Po di
Volano con “gli occhi perduti/in quel dolce infinito”.» (Colomba Di
Pasquale)
«È una potente silloge Suite visionaria,
sicuramente la migliore della competizione. Una poesia mesta come una lenta sinfonia
in minore, ma che rapisce l'ascoltatore, o il lettore, come accade al fedele ortodosso
in contemplazione dell'iconostasi di una sperduta chiesa russa. L'autrice ordisce
il grande racconto della propria vita con un linguaggio semplice e piano, il quale,
proprio nella semplicità, attinge la potenza visionaria delle immagini. Racconto
che si fa verso contro la "favola insanguinata" del mondo; salvezza "per
non infoltire la schiera dei folli e dei suicidi". Abbiamo detto poesia mesta,
ma dalla quale alla fine è possibile suggere "il vino profondo dell'amore".»
(Andrea
Biondi)
Quello che resta dopo le parole di
Daniela
Sandrolini (Marzabotto, BO)
«È una poesia che narra con leggerezza
i drammi umani, che racconta la dura ed integerrima vita della gente di montagna,
che induce a scoprire il legame con le proprie radici per ritrovare sé stessi.»
(Nicoletta
Mari)
«Un profluvio di parole, il succedersi
di fotogrammi vecchi e nuovi, e un verso che su tutto s’innalza, ora timido ora
audace, a raccontare il raggio che sta frugando l’anima.» (Angela
Caccia)
«La vita
dentro in Quello che resta dopo le parole. La sensazione e la soddisfazione
di trovarsi a tu per tu con chi sa catturare la bellezza intorno, della casa dei
gigli nella foresta dei faggi sul confine degli argini… e sa tradurre in versi la
gioia di immergersi nelle tinte variegate che abbelliscono il mondo. È la gratitudine
e la forza di chi ha occhi che sanno vedere, che sanno camminare accanto senza esserci.
È un gioco di immagini effervescenti, dispiegato a catturare la pulsione anche di
chi “adesso siede in una terra di nuvole”.» (Adalgisa
Zanotto)
Rotta carovaniera
di Stefano Sioli (Sesto San Giovanni,
MI)
«All’autore va riconosciuto un giovanile
buttarsi scomposto e di pancia tra i versi.» (Serse Cardellini)
Quello di Rotta carovaniera
è un viaggio, o più viaggi, al tempo stesso geografico esistenziale e interiore.
I testi, nella loro varietà formale, si presentano come vere e proprie tappe di
una mappatura dell’anima che ritrova o perde se stessa nei luoghi che attraversa,
nei momenti di rivelazione e smarrimento che anche un dettaglio può donare. (Francesco
Filia)
Così in terra di Massimiliano Bardotti (Castelfiorentino, FI)
«Opera corale, delicata e intensa,
seppur non originale nello spunto, capace però di dare freschezza alle voci – poetiche
– di chi lascia una traccia di passaggio. L'autrice/autore sa rendere con perizia
e varietà stilistica il proprio sentire interiore filtrandolo delicatamente attraverso
l'empatia con le voci che si raccontano e raccontano qualcosa anche di noi.» (Andrea
Parato)
Il segno di Salvatore Enrico Anselmi (Viterbo)
«Gratitudine
per Il segno: lascia un segno del quotidiano e pesante carico che attraversa
i giorni degli uomini e dei ciclopi e diventa canto libero e aperto del “cuore pensante”
la cui corrente sospinge lontano. I versi pregnanti d’una puntuale attenzione alla
parola donano un’educazione alla sensibilità e alla consolazione. E ancora di più,
immagini e avvistamenti del “peso lineare dell’orizzonte che salta ogni giorno come
un pesce”, fissano altezza e vuoto di quanto possa resistere al flusso inarrestabile
del tiepido “corso del tempo che ci accompagna”.» (Adalgisa
Zanotto)
mercoledì 1 febbraio 2017
L'Amore è alla base di tutto
Marco Colonna, "Ani+ma", poesie, FaraEditore 2016
recensione di Federica Vasconi
La raccolta di poesie "Ani+ma", segnalata dal concorso Faraexcelsior, viene suddivisa dall'autore Marco Colonna in quattro sezioni: Madre, Vita, Terra e Amore.
Nella prima sezione, composta da liriche di una dolcezza infinita, viene donato alla Madre il respiro poetico dell'autore: il rapporto tra essi è struggente, ma allo stesso tempo intimo, e il figlio si prende cura della madre con un amore profondo e indescrivibile, sentendo l'abissale dolore del distacco, che ci obbliga di fronte all'estremo addio di una persona a noi cara. Il poeta ripercorre senza timore il rimpianto ("Tocca le carni / l'ultimo sguardo piangente / io non ti ho trattenuto / e non ti ho salvata. Avessi avuto / mani onnipotenti, quando era tempo, / e non le leve piccole d'amore / che il mondo smuovono eppure nulla tengono / che non sia cosa da poco, solo terra, / e tanto più colei che ho amato / e vita mi ha donato partoriente.") e il legame indistruttibile con colei che gli ha donato la vita.
Nella seconda sezione il poeta parla della Vita: "Come secchio forato / dal tiro casuale della vita / perdiamo parole, senso e sangue / goccia a goccia, come pioggia / siamo l'acqua che scompare / per effetto del fuoco che ci brucia dentro / lasciamo di noi a stento traccia smorta / che l'aria sperde sempre con il vento".
Nella terza sezione il poeta parla della Terra, legata alla Vita; la Terra è il luogo in cui si nasce e il luogo in cui si muore ("Nello spazio che divide / l'alba dai tramonti, / vento non sale oggi / ad ammalarsi tende / al gocciolio di noi, / invisibili votati / a scomparire / nella terra che ci chiama."), tranne per i pesci: "Strano destino morire in terra dura / per chi nuotava al buio degli abissi".
Nella quarta ed ultima sezione, il poeta parla dell'Amore, oggetto senza il quale né la Madre, né la Vita, né la Terra potrebbero esistere. L'Amore che descrive il poeta è un amore che lega la carne al cuore, due creature nella nobiltà di spirito, senza tralasciare la passione dirompente che cattura gli amanti e si trasforma in amore puro ("... E ci sorprende di trovare le nostre mani strette nel riposo."): è un amore, quindi, totalizzante.
Con questa raccolta, Marco Colonna ci guida a diverse riflessioni, perché la poesia ha lo scopo di insegnarci qualocosa e di scuoterci l'anima e la mente, lasciandoci un segno indelebile.
recensione di Federica Vasconi
La raccolta di poesie "Ani+ma", segnalata dal concorso Faraexcelsior, viene suddivisa dall'autore Marco Colonna in quattro sezioni: Madre, Vita, Terra e Amore.
Nella prima sezione, composta da liriche di una dolcezza infinita, viene donato alla Madre il respiro poetico dell'autore: il rapporto tra essi è struggente, ma allo stesso tempo intimo, e il figlio si prende cura della madre con un amore profondo e indescrivibile, sentendo l'abissale dolore del distacco, che ci obbliga di fronte all'estremo addio di una persona a noi cara. Il poeta ripercorre senza timore il rimpianto ("Tocca le carni / l'ultimo sguardo piangente / io non ti ho trattenuto / e non ti ho salvata. Avessi avuto / mani onnipotenti, quando era tempo, / e non le leve piccole d'amore / che il mondo smuovono eppure nulla tengono / che non sia cosa da poco, solo terra, / e tanto più colei che ho amato / e vita mi ha donato partoriente.") e il legame indistruttibile con colei che gli ha donato la vita.
Nella seconda sezione il poeta parla della Vita: "Come secchio forato / dal tiro casuale della vita / perdiamo parole, senso e sangue / goccia a goccia, come pioggia / siamo l'acqua che scompare / per effetto del fuoco che ci brucia dentro / lasciamo di noi a stento traccia smorta / che l'aria sperde sempre con il vento".
Nella terza sezione il poeta parla della Terra, legata alla Vita; la Terra è il luogo in cui si nasce e il luogo in cui si muore ("Nello spazio che divide / l'alba dai tramonti, / vento non sale oggi / ad ammalarsi tende / al gocciolio di noi, / invisibili votati / a scomparire / nella terra che ci chiama."), tranne per i pesci: "Strano destino morire in terra dura / per chi nuotava al buio degli abissi".
Nella quarta ed ultima sezione, il poeta parla dell'Amore, oggetto senza il quale né la Madre, né la Vita, né la Terra potrebbero esistere. L'Amore che descrive il poeta è un amore che lega la carne al cuore, due creature nella nobiltà di spirito, senza tralasciare la passione dirompente che cattura gli amanti e si trasforma in amore puro ("... E ci sorprende di trovare le nostre mani strette nel riposo."): è un amore, quindi, totalizzante.
Con questa raccolta, Marco Colonna ci guida a diverse riflessioni, perché la poesia ha lo scopo di insegnarci qualocosa e di scuoterci l'anima e la mente, lasciandoci un segno indelebile.
mercoledì 26 maggio 2021
Inedito di Marco Colonna ispirato al verso: “...che parve foco dietro ad alabastro...” (Paradiso, XV, 24, Divina Commedia)
Così che vinse il sonno a piena luce
a dimostrare il fine dello sguardo
acché guardassi in alto il cielo buio
oltre la notte un altro passo nel mortale
splende vita sconosciuta un altro amore
a sostenere lieve la croce della grazia
disvela senza lume il suo creatore
e al suo cospetto il semplice riflesso
scompagina frazioni e nel pensiero
riunisce in obbedienza e abbaglia
ciò che il sognatore mira assorto
in altri occhi quel che non si vede
in Te risiede ciò che in noi in ultimo
trasuda il concepire nel fuoco dell'effige
e di beati dannati e venerati non si crede
se non il desiderio di finito e del Tuo inizio
Marco Colonna
(aprile 2021)
Iscriviti a:
Post (Atom)














