Su Magari in un’ora del pomeriggio di Davide Valecchi


FaraEditore, 2011 
recensione di Vincenzo D'Alessio
Ogni qualvolta che inizio a leggere una nuova raccolta di poesie sento che manca qualcosa: c’è la bellezza dei versi; l’equilibrio della parola; l’energia delle figure retoriche; l’equilibrio tra ortografia e simbologia; l’innesco del racconto. Leggo più volte ad alta voce, a bassa voce, nella mente. Cosa manca?
Manca la voce del poeta!
Vorrei ascoltarlo mentre nutre il silenzio della carta stampata con il calore sonoro della sua voce: la forza centripeta delle parole; la cadenza distesa nelle cesure; il suono armonioso del pensiero divenuto creatura umana.
La raccolta di Davide Valecchi, Magari in un’ora del pomeriggio, pubblicata da Fara Editore di Rimini, ha suscitato di nuovo in me, come nel lettore che ne prenderà possesso, questo desiderio. Ascoltare dalla voce del poeta la bellezza della sua creatura: non descrittiva, non critica, ma catartica, inesorabile, tesa a valicare quel muro d’ombra che separa il meriggio dell’esistere “dalla mancanza della presenza” amata o solamente desiderata.
Le tre parti che compongono la raccolta impegnano il lettore profondamente: una prima volta accecato dalla solarità, una seconda sospeso nello spasmo del dolore, una terza disceso nella forza inesorabile che la polvere del tempo ha sulle orme terrene. Un migrare “lentamente”, con “calma”, “quieti”, a fissare con lo sguardo “la trama delle cose”. E suona forte la lezione ermetica del Nobel Eugenio Montale, messo a contatto con i versi del Nostro:
“Perdono consistenza lentamente / (…) certi luoghi che avrei voluto offrirti” (pag. 15) “Tendono alla chiarità le cose oscure” (Montale, Ossi di Seppia)
La sacralità della parola, la segretezza che da essa promana, nell’intento di superare il dolore del viaggio, viene ripetuta costantemente nel racconto che Valecchi rivela nei suoi versi: “Un’idea di comunione segreta / costruita intorno alla tua presenza” (pag. 15) ; “in una lingua che non posso intendere / (…) fuori del dominio delle parole”(pag. 16); “(…), ma solo tu / hai ascoltato e compreso una lingua / di cui non possiedo alcuna nozione” (pag. 18).
Scavalcare: “L’aspetto pomeridiano delle mura” (pag. 21) che inganna e limita la nostra tormentata perdita dell’esistenza. La siepe che priva il poeta Giacomo Leopardi nell’idillio L’Infinito della possibilità di guardare “l’ultimo orizzonte”; il muro con alla sommità “i cocci aguzzi di bottiglia” del poeta Eugenio Montale; e il “muro d’ombra” del poeta Giuseppe Ungaretti della poesia La madre. Il desiderio di  spegnere il dolore della mancanza, il pianto dell’assenza:
Fiori da muro dove il tuo sguardo scorreva
all’epoca dei pomeriggi di sole
immobili come le ombre arancioni
dei cipressi sulla polvere gentile
(pag. 37)
Soltanto con l’uso della callida iunctura la polvere inesorabile del Tempo diviene “gentile” verso gli occhi che ci hanno fatto conoscere l’Amore per la Vita.
Di fronte a questa stupenda raccolta poetica la lezione del Novecento appena trascorso assume una nuova veste, si riempie di nuovi colori. Desidero dire che sarebbe utile abbinare un CD con la declamazione dei versi da parte del Nostro affinché l’inesorabilità del Tempo sia fermata in “rivoli di bruscoli che si incendiano / nel tentativo di ascendere al cielo” (pag. 20) per dare spazio al kairos del genere umano che leggerà: “Come questa primavera che sale / dal nulla a riempire pensieri invasi / dalla mancanza della tua presenza” (pag. 61). Come non leggere, nella similitudine di questi versi di Valecchi, i versi del grande poeta Giuseppe Ungaretti della poesia Non gridate più:
  (…) Hanno l’impercettibile sussurro,
          Non fanno più rumore
          Del crescere dell’erba,
          Lieta dove non passa l’uomo.
                                    
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