Nelle altre foto invece Silvia Favaretto è al Festival della poesia del mare a Villa Pannonia, Lido di Venezia, organizzato da Enzo Santese. Ha portato i suoi libri di quest’anno, il romanzo Verde Laguna e ha letto La bambola vudù in spiaggia.
domenica 8 maggio 2022
Silvia Favaretto dal Messico al Lido di Venezia
Nelle altre foto invece Silvia Favaretto è al Festival della poesia del mare a Villa Pannonia, Lido di Venezia, organizzato da Enzo Santese. Ha portato i suoi libri di quest’anno, il romanzo Verde Laguna e ha letto La bambola vudù in spiaggia.
giovedì 27 aprile 2023
Silvia Favaretto finalista al Concorso Impavidarte di Nicosia (EN)
Complimenti e in bocca al lupo a Silvia Favaretto meritevole di menzione e finalista al Concorso Impavidarte – la biennale della cultura con I monologhi della bambola vudù. Ad maiora!
mercoledì 27 aprile 2022
Versi di Silvia Favaretto pubblicati dalla Biblioteca de las Grandes Naciones
Alcuni versi di Silvia Favaretto tratti da I monologhi della bambola vudù sono stati inseriti in un libro curato da Alma Delia Cuevas uscito in Spagna per la casa editrice Biblioteca de las Grandes Naciones di Xabier Susperregi.
martedì 21 giugno 2022
Silvia Favaretto in Armando o Amando?
lunedì 22 agosto 2022
Silvia Favaretto al Día de la insurgencia cultural, Mestre 12 ago 2022
Silvia Favaretto presenta i Monologhi della bambola vudù alla tappa italiana di un evento internazionale creato da Leonardo Hermann dell’associazione argentina FIEL. È un giorno di commemorazione per Garcia Lorca e tutti gli scrittori zittiti dal sistema. Per questo si chiama Día de la insurgencia cultural.
lunedì 4 luglio 2022
Silvia Favaretto finalista al Kerasion vince il II premio sezione Poesia!
Complimenti a Silvia Favaretto finalista con I monologhi della bambola vudù al premio Kerasion 2022. Ad maiora! Ecco alcune foto della premiazione del 27 agosto 2022 a San Pietro Apostolo (CZ)
mercoledì 26 gennaio 2022
Sulla soglia dell'assoluto a Nove (VI) 11 feb 2022
rassegna di poesia a cura
di Nicola Scodro (nicolascodro@gmail.com)
con Adalgisa Zanotto
Antonio Ave
Ecco alcune foto e video dell’incontro (grazie mille a Silvia Favaretto e a suo marito)
lunedì 12 luglio 2021
Marco Statzu e Antonio Vittorio Guarino vincono il Faraexcelsior 2021: complimenti vivissimi!
Ringraziamo di cuore i giurati Adalgisa Zanotto, Carla De Angelis, Daniele Gigli, Donatella Nardin, Massimo Parolini, Matteo Bonvecchi, Matteo Pasqualone e Michele Bordoni della sezione Poesia del concorso Faraexcelsior 2021 (per la sezione Narrativa/saggio v. qui) che dopo attenta valutazione hanno così deliberato:
I. class.
Ho chiesto scusa agli ulivi
di Marco Statzu (Terralba, OR)
Marco Statzu (foto di Giovanni Panozzo) è nato in Sardegna, dove vive. È prete della Diocesi di Ales-Terralba, parroco della borgata agricola di Sa Zeppara, direttore della Caritas diocesana e docente di Antropologia Teologica e di Storia della teologia nella Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. Scrive versi e ha pubblicato due raccolte: Tra disastri e desideri (Fara Editore 2010) e Erano lacrime le mie (Graphe.it 2018). Cerca di osservare la realtà e di farsi interrogare dalla natura, dalle persone, dagli animali, da Dio, convinto che nell’intimo di ogni persona umana abiti la Verità. maiobas@gmail.com
“È un testo che narra il divenire della natura, con una attenzione perseverante: una sfida per il poeta che la fotografa e la fa (parzialmente) sua. Forse tutto si racchiude nel "Senza perché”.» (Carla De Angelis)
«Un canto alla terra, alla luce e al calore sardo. Una poesia regionale (nel senso o’connoriano del termine) che narra l’epopea del quotidiano, restituendo al lettore scorci inediti e profondi, testimonianza d’amore del poeta alle proprie radici.» (Matteo Pasqualone)
«In Ho chiesto scusa agli ulivi la contemplazione della natura – specie nella sua caratterizzazione sarda – fa eco e s’unisce a un’introspezione straordinariamente acuta: ne risulta il senso d’un intatto stupore e un mondo che ci è consegnato meno ignoto. Dagli haiku d’apertura alle liturgiche e insieme concrete situazioni finali, la scarnificazione del verso fa emergere la materia stessa delle cose ed è al contempo capace di diffonderne l’alone simbolico: il territorio, le stagioni, i giorni, le ore, gli animali, i toponimi, alcuni fatti di cronaca, tutto è riletto nel portato esistenziale, nel cammino dell’uomo-poeta, in un distillato di profonda compassione e d’intensa spiritualità.» (Matteo Bonvecchi)
Antonio Vittorio Guarino, nato a Napoli nel 1985, vive ad Avellino. Si è laureato in Filosofia presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”. Attualmente è borsista presso L’Istituto italiano per gli studi filosofici. La sua produzione poetica consta di diverse sillogi: La Vita Beota (Ed. Il Foglio Letterario, 2009), La caduta dalla giovinezza (Onirica edizioni, 2011), La costellazione dell’assenza (Fara 2016), opera vincitrice del VI concorso nazionale Faraexcelsior, e Cronicismi (Oèdipus, 2020). Alcune sue poesie sono presenti su antologie, riviste e siti web.
«Un lungo discorso di riavvicinamento problematico fra l’anima e il corpo, in un urto fra l’io, onda propagata nel soma e nel mondo delle cose, e una fessura fantasmatica che devia in diffrazione il movimento di conoscenza confermando la rimbaudiana certezza dell’alterità dell’io stesso. Nella svista della visione che lascia esperire la differenza come un’origine invisibile che ci abita e che abitiamo, l’esistenza, quale luogo dell’accadere, si esperisce in scompensi e punti d’ombra dove la ragione non può misurare e controllare. La vita si mostra quale ininterrotto appello a tale differenza-alterità, invocazione (forse) vana di una verità che può sussistere (forse) anche senza di noi ma convive in noi per essere presente.» (Massimo Parolini)
«Poesia caratterizzata da una concisione armonica e colloquiale, che sa “cadere” perché solo cadendo può “rivelare”: “Il tempo stringe col suo silenzio geometrico…” E i versi diventano occasione per giungere alla radice della condizione esistenziale dell’uomo, con tutti i suoi drammatici risvolti, sui quali la poesia porta una luce profonda: “non hai / nome né un compito preciso, / se non il respiro / come destino troppo vago / da portare a termine / nel migliore dei modi”. E nulla deve offuscare lo sguardo! “e trovare i semi: l'inizio / che non abbiamo visto”.» (Adalgisa Zanotto)
«Con uno stile teso e tragico, impostato al paradossale compito di dire la presenza dell’assenza, questa raccolta mette il lettore di fronte a una biopsia del reale, misto di pieni e vuoti, di respiri e di apnee. La poesia scava se stessa fino a “rinunciare alla parola che dice sono”, afferma e nega la temporalità ordinaria (“Stona al futuro / il ravvedimento / che è ritorno postumo”) e morde al cuore dell’alterità, spaccandosi al punto da sovrapporre – rimbaudianamente – l’io e l’Altro. Il tema, vagamente elegiaco, non soverchia la padronanza del verso, che delinea un contorno terso senza mai cadere nel patetico. Una raccolta d’impatto ma delicata al contempo, bruciante e interrogativa, in bilico tra dogma ed eresia e, per questo, arditamente affascinante.» (Michele Bordoni)
«Subito, con maestria, il ritmo, la musicalità, creano il senso dell’evanescenza, d’una scomposizione ch’è al limite dello smarrimento, dell’angosciato, opprimente sogno notturno. Il fantasma che ci abita e che spesso siamo nello sdoppiamento paradossalmente potrebbe ricomporsi, farci ritrovare uno proprio nell’esperienza dell’altro – che per eccellenza è quella uscita dal “costato di Adamo” – pur nell’alto dramma della relazione e dell’avventura umana tutta. Così emergono, si elaborano strategie per resistere ai morsi della vita, restando capaci di non rimuovere l’ambiguità del reale, non cedere allo sciacallaggio dello scettico e non rinunciare all’umana ricerca interrogante.» (Matteo Bonvecchi)
Anna Maria Ercilli, vive a Trento con memorie liguri. Ha lavorato nel Servizio Sanitario. Pubblica sette sillogi di poesia, scrive racconti e articoli culturali per le riviste (Il Furore dei libri, R&S). Presente in alcune antologie: Controparole, Hospite, L’evoluzione delle forme poetiche, Vivere l’abbandono e riviste («La Mosca di Milano», «Il Monte Analogo” ecc.) Presente: Nelle pagine del tempo (dizionario delle parole perdute, EmmeTi). Con LUA Anghiari: Le stagioni per posta, Una lettera importante, Quella volta su un treno (Equinozi 2020), iPoet Lunario in Versi LietoColle. Fotografa per passione. Presidente della Società Dante Alighieri di Trento, anno 2014-2015.
«In queste poesie c’è quel dire che diventa dare. Sono dense di materia visiva che si organizza in inquadrature e sequenze intense, stoppate a effetto su un fotogramma: “Scende ombra dai grandi alberi.” - “… bianco d’abbaglio intenso…” I versi nella loro essenzialità stringono legami con la vita e le persone. “… benvenuta nell’amore senza tempo, / nel pensiero da formare / nei piccoli vuoti sfuggiti alle parole”; chiedono in prestito passaggi coraggiosi, esplorano, scavano, appuntano momenti intimamente profondi: “… la tenacia afferra la vita la spettina e / ravviva / la vita che non scade…”»(Adalgisa Zanotto)
«La silloge, in un connubio fonetico e semantico armonioso, ricco di rimandi e di sfaccettature, muovendosi nel traslato poetico con un certo vigore interpretativo, offre numerose occasioni di riflessioni e di approfondimento.» (Donatella Nardin)
«Un andamento ritmico coerente in un tessuto fonico e retorico ben orchestrato fa da vestito ad alcuni temi lirici tradizionali del versificare: la precarietà degli enti di fronte al tempo fuggitivo, lo sguardo descrittivo e seriale sul mondo naturale e artificiale, nella ricerca periodica di una genesi dei colori che possa illuminare, improvvisamente, la propria vita, la labilità della parola poetica nel suo tentativo di essere àncora di salvezza dall’entropia esistenziale.» (Massimo Parolini)
«Tutte le immagini, un paesaggio sempre misterioso, allucinato di metafisici, arcaici sentori, presago di future visioni, poi le suggestioni erotiche e i notturni strepitosi – quasi a ogni verso un trasalire del cuore! –pervasi dal fascino della campagna maceratese, dal terrazzo poetico di quella collina tutti i sentieri costantemente risuonano della realtà di cui oggi abbiamo più bisogno: la materica concretezza, l’impatto immediato, l’impasto carnale della vita, ma sempre accompagnato dal potere d’una musica di fondo (“Con un fascio di canti / sono sceso alla valle / la vita bolliva da stordire / potevo aprire tutte le porte”), capace di trasfigurare o almeno rendere non dico più lievi, ma più veri, umani, anche i tratti oscuri. Cosa che puntualmente accade, qui, al costante e malioso comparire del “bel pastore”. Pena della carne e della croce, attesa fervida dell’epifania, poesia come lotta incessante contro la somma dei nostri addormentamenti, a dire la nostalgia dell’origine e il sofferto esilio dalla patria definitiva.» (Matteo Bonvecchi)
Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. È autore di raccolte di poesia: Nessun mattino sarà mai l’ultimo (Zone 2008), L’assedio di Famagosta (Lietocolle 2015), Calypso (Oedipus 2016), Il talento dell’equilibrista (Ladolfi 2018), I masticatori di stagnola (Lietocolle, 2019), Il giardiniere cieco (Transeuropa 2019), Farsi amica la notte (Ladolfi 2020), Teatro d’ombre (Nulladie 2020), Falò di carnevale (Fara 2021, I class. al Narrapoetando). Scrive saggi critici su riviste; tra i suoi campi di interesse, la poesia del Novecento, oltre a vari studi su alcuni classici della tradizione letteraria italiana (D’Annunzio, Luzi, Boccaccio, Marino).
«È una poesia che racconta il duello con la vita in modo piacevole e scorrevole, ci sono le ragioni dello scorrere del tempo e la bellezza del tempo stesso: “È per questo che amiamo”. Ci sono riflessioni molto forti, versi caustici, fanno male/bene, la loro profondità è specchio e sguardo sia nel presente che nell’aldilà. Sembra un’opera filosofica.» (Carla De Angelis)
«Il filo che tiene insieme i testi e che induce lo sguardo ad aprirsi all’infinito, è la parola preghiera.
Il colloquio con il divino, nella sua tensione verso l’alto, risulta efficace e serrato sia nel modularsi in canto che nella resa espressiva, ben ritmata nella sua magmatica fluidità carica di senso e di una schietta e tenace spiritualità.» (Donatella Nardin)
«La voce si fa respiro! Questi versi austeri, nudi, profondi scivolano in una quotidianità che veglia e vigila. Svelano con forza qualcosa che è poco visibile, qualcosa di “sospeso”.» (Adalgisa Zanotto)
«“Sono una bambola vudù, / la delicatezza non fa parte / del mio vocabolario: / parole raccapriccianti sono / l’unica carezza al mio udito”. Con queste parole la raccolta I monologhi della bambola Vudù si presenta al lettore nella sua conturbante ed estrema originalità. In un misto di masochismo ( “A volte sorrido / mentre mi trafiggono”) e di sconcertante tenerezza (La bambola vudù sente la mancanza della sua nonna) la protagonista di queste poesie attraversa le cicatrici della vita brandello per brandello, quasi fosse simbolo cristico dell’esistenza. Una raccolta che parla conficcandosi nella carne, che mostra come, prima della lama della poesia, “non eravamo preparati a noi stessi”.» (Michele Bordoni)
«Poesia (“piccola scostante fiamma”) nella fiducia, per nulla scontata, di trovare le parole del futuro e una risposta di vicinanza a se stessi e agli altri. Limiti e ferite ci segnano e ci inseguono fin dall’inizio. E a tutti impongono, presto o tardi, la necessità di capire. Preziose risorse in questi versi.» (Adalgisa Zanotto)
venerdì 28 gennaio 2022
Marchi, Anderlini e Favaretto vincono il Narrapoetando 2022!
Ringraziamo di cuore i giurati – Colomba Di Pasquale, Eleonora Rimolo, Filippo Amadei, Francesco Filia, Gregorio Iacopini e Raffaela Fazio – della sez. Poesia (per la sezione Narrativa/saggio v. qui) del Narrapoetando 2022 che dopo attenta valutazione hanno così deliberato:
di Marco Marchi (Longiano, FC)
Marco Marchi è nato a Longiano (FC) il 10 giugno 1944. Ha scritto 5 romanzi: Quelli dell’Eldorado (Longo 1986), Il gelato è una cosa seria (Diabasis 2004), Terra e Destino (Perdisa 2008), Quelli dell’Eldorado (ripubblicato con Perdisa Editore nel 2007), Sulle Orme di Rocky Marciano (Ed Europa 2017), Gianni Di Bologna (vita e follie di un grande gelatiere) (Persiani Editore 2019). Poesie dialettali: OS-CIA! (Ponte Vecchio 2020)
«Dal profondo della lingua natia emerge una visione di un mondo che assume senso attraverso la continuità e le generazioni che si passano la parola e i gesti della loro quotidianità. Ma al tempo stesso la raccolta riesce a esprimere la parola dialettale senza mai cadere nel bozzettistico. È presente una sapienza profonda e familiare nei versi di queste poesie, che illumina e consola, attraverso un dettato che si apre sia alla dolcezza che all’asperità dei suoni.» (Francesco Filia)
«La raccolta è ben compatta per tema e stile, l’uso del dialetto la connota e la colloca nel contesto dialettale, particolarmente vivace e ancorato alla descrizione una realtà solida, fatta di immagini poetiche chiare e di impatto emotivo.» (Eleonora Rimolo)
«È sempre esistita una poesia semplice ed autentica: quella che racconta le genti (ritrat), la pianura (Longiano), le stagioni e le incertezze dell’anima. In I sarèm sèmpra ci si imbatte in epitaffi che ricordano una Spoon River tutta romagnola ossia Longiano: il luogo in cui tutto accade e intorno al quale si dipana la poesia da sotto la nuda terra fino ad affiorare sopra la terra per arrivare Dòentra l’amna. Il ritratto preferito è La mi moi: sagace fotografia di certe verità coniugali. Ma l’ironia cede il passo alla morte che presenzia alla vita, quella vita che non è tale senza il Sanzvoès. Sul finale il poeta, dopo averci fatto viaggiare tra le vie di Longiano, nella pianura e nell’animo romagnolo, ci lascia con una poesia dal titolo La è dóura che è una sorta di invito a vivere nonostante tutto. Questa silloge ci restituisce una lingua ancora viva e pulsante: il “romagnolo” dagli orizzonti sconfinati, allegro e che non si arrende mai.» (Colomba Di Pasquale)
«La dimestichezza col dialetto non è indispensabile per sospendere il nostro posto e immergerci in un altro tempo e in un altro luogo, in mezzo a tanti personaggi curiosi e un paese tornato alla vita. Ci hanno dato un cesto di ciliegie e noi ne siamo così parsimoniosi che le facciamo marcire. A Ferrara uno sguardo tenero ci dice come assimilarne la dolcezza: allora, davanti all’impressione delle cose che spariscono, potrà più convincerci il canto del ricordo - “Ci saremo sempre”.» (Gregorio Iacopini)
«Una sorta di originale Spoon River romagnola in cui la forza espressiva del linguaggio dialettale ci riporta come un vento la vita di una volta, che parla profondamente alla vita odierna di tutti noi.» (Filippo Amadei)
II class.
Devarìm ‘acherìm” (Parole altre)
di Gianpaolo Anderlini (Fiorano, MO)
Nato nel modenese, ove tuttora risiede, Gianpaolo Anderlini si dedica da quarant’anni a studi sull’ebraismo e ha focalizzato il suo interesse sull’interpretazione ebraica dei Salmi. È redattore della rivista QOL che si occupa del dialogo ebraico-cristiano. Tra i libri pubblicati: Parole di vita (Giuntina 2009), Ebraismo (EMI 2012), I quindici gradini. Un commento ai Salmi 120-134 (Giuntina 2012), Per favore non portateli ad Auschwitz (Wingsbert 2015), Qabbalàt Shabbàt. Meditazione sui salmi del Sabato (Aliberti 2017), Giobbe. Opera in versi (Fara 2018), Distopie (Fara 2020), Versi di/versi. Diario poetico ai tempi del coronavirus (Fara 2020), Angelo Fortunato Formíggini. Uno dei meno noiosi uomini del suo tempo (Aliberti 2021), Variazioni (poesie, Fara 2021).
«La raccolta Devarìm ‘acherìm (Parole altre) è compatta, articolata e curata, sia stilisticamente che a livello di contenuto. Le poesie si susseguono come frammenti indipendenti eppure in dialogo tra loro, con richiami incrociati e rimandi a temi contigui. Il ritmo cadenzato è reso dagli endecasillabi in cui il testo si articola, discorsivo e al tempo stesso lirico, fino al verso finale, staccato dal resto, che, pur risultando perentorio, suggella la natura irrisolta dell’esistere. Costante è la tensione verso una Voce che rimane muta, ma che è incessantemente interpellata e che, per questo, non cessa di essere Presenza. Questa tensione pare intensificarsi proprio là dove il tono si fa provocatorio: la poesia diventa una sfida che, lanciata a chi forse non risponderà, non rinuncia a se stessa e non esita a smascherare l’illusorietà di alcuni paradigmi (l’unicità dell’Uno, la giustizia del diritto, la possibilità di definire in maniera dicotomica la realtà…). Lo sguardo che traspare è lucido, amaro, ma mai rassegnato. E il canto (perché di canto si tratta, modulato intorno a nuclei di immagini archetipiche) fa riecheggiare l’inquietudine che aveva animato il lamento stesso di Giobbe, un lamento sia sovversivo che amoroso.» (Raffaela Fazio)
«Le liriche sono coese e raccontano la storia di una vita che può essere intesa come la storia dell’umano in generale.» (Eleonora Rimolo)
«La poesia può dare la sua voce all’amore, alla morte, alla vita, alla religione come in questa silloge che utilizza realmente Parole altre, quelle delle feste o del pensiero ebraico contenute nel Talmud. E lungo la strada del lunario si passa dall’esilio alla luce, dal deserto all’oasi. Non dimentica il poeta la Shoah. In Galùt dà il nome alla memoria di tante vittime: Il cielo dell’esilio piange stelle/ gialle, cucite a doppio filo sulla/ pelle. E ancora in Dim’ot: piango per te per chi non ha laggiù / una tomba. Sembra quasi di leggere Salmi al tempo del Covid: Mi ritrovo/a volteggiare a vuoto sulle spalle/di un presente che passa senza Dio. Trattasi di una salmodia incessante con un interno ed esterno, con un io parlante/narrante che ha una voce silenziosa, quella della mente, quella che non si ode. Questa silloge ha molto dell’ebraismo come religione, come etica, come folklore, come giustizia, come discutere intorno a Dio e alle cose di Dio, alle speranze messianiche, all’al di là, alla natura e alla vita umana. Parole altre ci fa scoprire il rispetto verso ciò che è poco noto ma che ha una profondità di significato impari. Qui le farfalle volano di nuovo.» (Colomba Di Pasquale)
III class.
I MONOLOGHI DELLA BAMBOLA VUDÙ
di Silvia Favaretto (Marcon, VE)
Silvia Favaretto è dottore di ricerca in studi iberici e angloamericani, insegnante, traduttrice e Presidente dell’ass. culturale Progetto 7LUNE. Giurata dei concorsi internazionali di poesia Castello di Duino e Premio di poesia Altino. Ha pubblicato 13 libri tra poesia e prosa e ha partecipato a Festival internazionali. Tra i premi ottenuti in poesia, nel 2007 è risultata vincitrice del Concorso della Ibiskos Editrice con conseguente pubblicazione del suo terzo libro Parole d’acqua. Una sua raccolta edita in Messico da Morgana Editrice E vissero infelici e contente ha ottenuto la menzione d’onore al premio Il Paese delle donne 2019. Nel 2020 ha vinto il premio Torresano della Gilgamesh edizioni grazie al quale pubblica La notte dei corpi.
«Lo stile è originale, l’opera risulta compatta, declinando, all’interno di una cornice sempre fedele a se stessa, tutta una serie di temi collaterali, attuali e ben proposti.» (Eleonora Rimolo)
«Fu Diotima che mostrò a Socrate la via dell’amore. Ascoltando quest’opera abbiamo la possibilità di farci illuminare un’altra via (è un’altra via?), la via del dolore, da una bambola vudù. E forse Diotima era in Socrate come in noi la bambola, che dalla nascita conosce quanto questi nostri tempi ci hanno trovati impreparati a ricordare: che siamo nudi e soli e che già nel nostro venire al mondo facciamo l’esperienza del sangue e del dolore. Quest’immagine misura la nostra misteriosa responsabilità. Ci sono due strade che molto probabilmente non sono due strade, che molto probabilmente sono la stessa strada e due modi di percorrerla, come in più modi possiamo reagire al blackout. La luce se ne va e possiamo arrabbiarci, possiamo angosciarci, possiamo chiamare i fornitori della corrente e l’amministratore del condominio o perdere tempo a cercare quelle pile che non sbucheranno mai. Potremo poi, o alla fine dovremo, accettare il fatto che, semplicemente, ci sono giorni in cui la luce se ne va. Che questi spilloni, che continuamente ci trafiggono, esistono, che esiste il dolore e la sofferenza, oltre ogni ogni nostro perché. E anche se lo sentiamo che senza il chiarore, senza la luce che manca, questa vita è impossibile, nessun tentativo di spiegare il black out la farà tornare. Allora piangeremo di paura senza sapere come fare. Questa è la strada e accettarla, piano piano, ci dice la bambola, ci porta a un’altra luce, diversa. La poesia “Blackouts”, come tante altre poesie di quest’opera, è un piccolo manuale di sopravvivenza, un esercizio di consapevolezza, che ha senso tenere in tasca in questi giorni o anni, o in questa vita. Perché ascoltare la bambola vudù è anche fare amicizia con quella voce di creatura sorda e indefessa che è la talpa, è annusarla la luce, oltre gli occhi, oltre la nostra paura della solitudine, oltre il nostro desiderio di chiarore. La bambola vudù per mano ci porta a scoprire che dentro questa luce, oltre questo buio, attraverso una fedeltà incomprensibile, esiste un’altra luce e non dobbiamo aver paura, perché il nostro straccio di corpo sa ricevere ogni ago e questo è importante, perché tutti i nostri incontri avranno uno spillone in mano e sempre crediamo di sapere cosa ci aspetta, eppure accadde un giorno che la bambola vudù incontrò una mano con un ago, e un filo d’oro, e non fu infilzata; la mano si dispose a ricucirne ogni parte rotta e ne fece un crogiolo di cicatrici dorate. Così anche le opere, i libri, come ogni esperienza, nascondono nell’incontrarle un ago. La bambola vudù con sé per noi si porta dietro un filo d’oro. Ho voluto ringraziare la voce della bambina saggia con un briciolo di quanto mi ha insegnato.» (Gregorio Iacopini)
Altre opere votate
Scrivere frusta il nervo
di Sebastiano Adernò (Varese)
Sebastiano Adernò è nato ad Avola nel 1978. Si è laureato in lettere moderne a Milano. Nel 2010 vince il Premio “Ossi di Seppia” e si classifica terzo al Premio di poesia “Antonio Fogazzaro”. Dopo la sua opera prima Per gli anni a venire (LietoColle 2011), ha pubblicato Kairos (Fara Editore 2011). Nel 2012 è uscita una raccolta di testi civili dal titolo In luogo dei punti per Thauma Edizioni e un romanzo con Leonardo Caffo, Luci sulle lucciole (Edizioni Montag). Per la Nuova Editrice Magenta, ha pubblicato la raccolta Ossa per sete (2012). Successivamente ha partecipato al progetto di Nuova Vandea (2013). Dopo una lunga pausa è uscito Lunario (2021) per Gaele edizioni. Notevole, negli ultimi anni, la sua attività come artista visivo, con numerose partecipazioni a eventi, reading e festival.
«C’è una perdita che origina il dire poetico, che cerca di porre rimedio attraverso la parola una ferita immedicabile. Eppure nell’atto stesso del poetare, sobrio ma visionario, vi è quel barlume di luce, uno stupore che rimette l’io lirico in relazione profonda col mondo, con l’esistenza.» (Francesco Filia)
«Per la misura del verso tagliente che porta il testo su molteplici piani di significato.» (Filippo Amadei)
L’orizzonte degli eventi
di Diomira Gattafoni (Pescara)
Nata a Vasto nel 1987, Diomira Gattafoni è docente di ruolo di Materie letterarie e latino presso il Liceo “G. Marconi” di Pescara, città in cui risiede. La sua opera prima in versi Occasus (introduzione di Antonio Sorella, Edizioni Tracce, 2019) ha ricevuto il secondo premio per la poesia edita alla X edizione del Premio Il Meleto di Guido Gozzano ed è stata segnalata alla XI edizione del Premio "Città di Grottammare" e alla XXI edizione del Concorso "La Gorgone d’Oro"). Malachite (Robin Edizioni 2021) è la sua seconda raccolta di pensieri in versi. Varrone accademico e menippeo è la sua prima monografia a carattere scientifico (introduzione di Paolo d’Alessandro, Prometheus 2021, I vol. della Collana di Studi classici).
«Poesia sapienziale che incontra accenni di narrazione didascalica. Le due dimensioni della verticalità del dettato poetico e dell’orizzontalità dello scorrere del tempo si alternano e si incrociano senza mai sovrapporsi. Il verso cerca di cogliere l’attimo che apre al senso dello stare al mondo e dello stesso dire poetico, che è in continuo dialogo con la storia e con la tradizione, attraverso i momenti archetipici della nostra civiltà, come si evince da molti titoli dei testi presenti nella raccolta.» (Francesco Filia)
La mia Gerusalemme non fu mai liberata
di Cesare Cuscianna (Caserta)
«Non è una coperta calda questa silloge ma un sentiero, una rotta di mare, un strada maestra, uno squarcio di cielo ma anche un viaggio dell’anima a tratti sentimentale, a tratti metafisico, a tratti surreale e reale anche. Ammalia il verseggiare ricercato e i versi sono fluidi e armonici. Poesia che narra e si fa strada da sola. Ad ognuno la libertà di percorrerla. Il navigare in questo mare di poesia è piacevole, è un vortice lieve e al tempo stesso tempestoso. L’uomo ha bisogno dei pericoli che la navigazione riserva, lo rende vivo. Poesia che vibra e scuote, non corrompe, anzi incanta. Un viaggio in versi nelle insidie della vita. Sempre quando ci ha superato si affaccia la felicità » (Colomba Di Pasquale)
TRA GLI ALBERI E IL CIELO
di Tomaso Marazza (Fonte Avellana, PU)
Tomaso Marazza nasce a Milano nel gennaio 1963 ove vive per i primi trent’anni circa. Dopo aver conseguito maturità classica si iscrive alla facoltà di Medicina di Milano con conseguimento della laurea nel 1989. La vita è stata improntata dalla professione medica con le sue diverse attività tra cui quella di medico palliativista di pazienti oncologici e di medico di medicina di urgenza presso ospedali dell’hinterland milanese e del capoluogo lombardo. Al momento vive in qualità di postulante presso il Monastero di Fonte Avellana (PU) con i monaci benedettini camaldolesi avellaniti. Ha pubblicato nel 2020 il libro di poesie Con te me ne andrò (Book Sprint ed.). Nell’estate scorsa partecipazione alla kermesse di poesia con titolo Il muro presso Fara Editore.
«Sono barbagli e improvvise esplosioni di luce ad accenderci di stupore in questo canto. Cos’è la poesia? Due lasciti: accorgerci del nostro respiro ancora e sempre presente – saper attendere gli occhi di chi della nostra sete ha sete.» (Gregorio Iacopini)
La gente quassù è nemica
di Andrea Biondi (Treia, MC)
«Per il linguaggio che, partendo dal vissuto quotidiano, si alza e si abbassa cogliendo il saliscendi della vita.» (Filippo Amadei)





























