“e anche quarant’anni / può durare la promessa”

Tre poesie + quattro

di Sergio Fabbri


Mosè e il roveto ardente (in alto a sinistra la mano di DIo)



FORMA D’AMORE

Non vorrei mai
farti soffrire.
Ma se lo facessi,
se ti facessi soffrire,
vorrei che almeno
non te ne accorgessi.
Perché è così
che fa con me:
non mi fa soffrire
e se lo fa, fa in modo
che non me ne accorga.
Di che cosa, allora,
posso lamentarmi?
Tutto il dolore, in silenzio,
lo tiene per sé.



FUGHE

Mi sfuggi.
E perché non dovresti farlo?
Tanto io non posso
coglierti, né in parte
né tanto meno intero.
Neanche un fiore
posso coglierlo, se non
uccidendolo.
Che gran dono
poterlo fare
– e non farlo, però,
e anzi, nemmeno pensarlo.




ISPIRAZIONI

È ispirazione
non gettare all’indietro
pentimento e dolore?
Il rammarico d’aver pianto
o riso non muta l’oggi:
basta raccontare come
s’è curata una ferita.

Mi pento e mi dolgo, invece,
se c’è poca luce
domani, se l’orizzonte
non disegna confini,
se di non vedere fingo
la mano che dà
più di quello che può.





VITTORIE

La vita non è una guerra
perché nessuno
conta le sconfitte,
neanche chi potrebbe.


E neanche il giorno che inizia
è una battaglia,
pur l’esito sicuro, la resa
quasi dolce al finale.


Ciò che conta è tornare,
senza vergogna, senza
indugiare, perché la notte
raccoglie le ossa, le intenzioni.

C’è un solo vincitore
e anche quarant’anni
può durare la promessa,
il cammino che porta sin qui.




COSMOLOGIA

Non c’è ordine –
se abbaia il cane o sorride
il passante muto. Potrebbe piovere
o perdurare la tensione
d’un sentimento in ritardo.


Oggi potrebbe essere domani
e domani un intero anno
passato a rincorrere
le solite passioni, amare
parole, soltanto smarrimenti.

E devo dirlo che ti amo
anche se non è il verbo giusto:
troppa vita mi circonda
che l’eternità non basta,
ma un incoglibile frammento

di verità.




CERTEZZE

Il sospetto d’un pianto
allegro inumidisce di rugiada
le vetrate dell’anima, colori
pagati a caro prezzo.

Eppure trabocca
come un eccesso di gioia
la tua voce che discreta
non canta, ma sussurra indizi.

Chiamano le ginocchia,
come se fosse riposo, la terra.
E se così non ti posso vedere
è l’annuncio del tuo arrivo.

All’infinito balbetterò
fino a quando ci sarà vento,
fino a quando la tua pazienza
sarà per me memoria.


FATICHE

C’è una continuazione?
Si può attendere ancora
oltre il tempo maturo
della consegna? Cosa spinge
a fermarsi, quasi per verificare
che nulla sia rimasto
indietro, nulla dimenticato
dei doni ricevuti?

La si direbbe debolezza
umana, poiché anche l’albero
lo sa cosa deve fare
e il suo inno sorge esattamente
là dov’è, là dove è già
accaduto – senza cronache –
il rinnovarsi della vita.

È questa la fatica:
voltarsi indietro e continuare
a camminare, a salutare,
seguiti da uno sguardo
che non teme nessuna morte.


[Sergij, 11 ottobre ’22]

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