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martedì 13 novembre 2007

Su Dediche sillabiche

di Enrica Musio (2006 Fara Editore, € 10,00)

recensione di Arianna Ioli apparsa in exitime n. 1, nov 07
v. anche Alessandro Canzian su «Progetto Babele»


Aprire un libro e partire per un mondo di parole en poète è un’esperienza delicata e dolorosa. I paesaggi, i suoni, gli affetti di Enrica Musio pungolano la pigrizia e i giorni sempre uguali come un ago sottile che non si avverte, quasi. Pagina dopo pagina, le stanze della vita si animano: gli oggetti si caricano di significato e gli occhi attingono a squarci di vero nel quotidiano. Una poesia dopo l’altra si iniziano a delineare quegli affetti che accompagnano le nostre esistenze senza che ce ne accorgiamo: la bellezza dei luoghi cari, il dolore per la perdita, il senso della vita che fugge, la responsabilità per quella che viviamo. Il pensiero spazia tra il Natale in famiglia e le gite in bicicletta, la tristezza e la gioia, la vita e la morte, anche perché “tra chiaro e scuro è un velo”. Il mondo che viene piano piano alla luce non è solo un luogo dell’anima, un universo interiore che possiamo appena intuire. La torsione verso l’esterno si manifesta nei versi dedicati ad artisti a noi noti e i cui nomi vediamo emergere con sorpresa. Così il dolore è anche l’amarezza per la falsità degli ambienti dello spettacolo dove Enrica Musio cerca di salvare quel che di autentico è ancora rimasto. Dunque, vivere la vita, non subirla, commuoversi leggendo un libro e non rimanere indifferenti. La metafora del viaggio, trama e tessuto del libro, è un topos ben noto ai poeti per raccontare la vita nel cortocircuito dell’andare e del restare, la sete di conoscenza e la voglia di mettere radici, il futuro e la memoria del passato. Il viaggio della scrittrice è su un treno (ricordate Penna?) abitato da coloro che amano guardare i paesaggi che scorrono, il mondo che fuoriesce dal cono ottico…
“Per chi vuole partire / ma anche restare / c’è il treno elastico: / il primo vagone / giunge a destinazione / ma l’ultimo rimane / sempre in stazione.”
Si vorrebbe almeno una volta salire sul ‘treno elastico’ di Enrica Musio, con in mano due biglietti: uno per il primo vagone, per vedere il mondo, l’altro per quello in coda, per fermarsi nella casa di sempre.

mercoledì 24 aprile 2013

Su Case di angeli di Enrica Musio


FaraEditore, 2013

recensione di Vincenzo D'Alessio

La casa Editrice Fara, riminese, che vede al timone il poeta, scopritore di talenti, intrepido manager, Alessandro Ramberti, nel corso degli anni ha messo insieme voci nuove e nuovissime della poesia contemporanea. Molti autori si sono rivelati delle autentiche promesse nel panorama letterario italiano e, in qualche caso,in quello straniero. Tra queste voci c’è la poeta Enrica Musio, oggi alla sua quarta raccolta, che reca il titolo Case di angeli.
Intendo premettere che ogni lettore di “Poesia” trova nei versi una sua chiave interpretativa: sovente legata al percorso scolastico seguito negli studi; alla passione per la cadenza del verso; alla sensibilità verso questa parte difficile e misteriosa della parola che lo invita ad entrare in una casa luminosa o in penombra: “Tu non ricordi la casa dei doganieri / sul rialzo a strapiombo sulla scogliera: / desolata t’attende dalla sera / in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri / e vi sostò irrequieto.” ( Eugenio Montale: La casa dei doganieri). Come per il Nobel Montale la chiave per aprire la porta della “casa” è nello “sciame dei pensieri”, i ricordi, lo stesso accade per Enrica Musio nel momento dell’incontro, senza tempo, con la fine dell’esistenza dei suoi cari.
Recita così l’esergo: “In memoria di mio padre / Giuseppe Musio / morto per un arresto cardiocircolatorio / il 4 gennaio 2012” (pag. 16). L’intera raccolta scandisce, partendo da questa chiave d’accesso, le note sopra un pentagramma drammatico, con slanci sinceri verso le persone amate, cercate, desiderate, oltre alle altre incontrate attraverso gli schermi televisivi, i libri, le notizie, che formano la corolla di dediche in versi di questo libro. Si leggano le poesie a pag. 55 e 57, per le tragedie. Altre invece dedicate ad amici e conoscenti. Il soccorso al dolore pungente, per la morte della sorella Ilaria e del papà Giuseppe, avviene attraverso la ripresa dei luoghi del vissuto, dei ricordi, dei profumi dei cibi, della doppia identità: con le poesie dedicate al paese natale del papà, Tricase (Lecce), e il suo paese natale Santarcangelo di Romagna (poesia a pag. 52).
In ogni verso c’è una visione personale dell’accaduto e del futuro. Una simmetria tra il passato certo ed il presente instabile colmo di una infinità di paure.
In passato, quando si cercava l’incontro con l’Arcangelo Michele per guarire dalle malattie, per assicurarsi un parto sereno, per intraprendere un lungo viaggio, i pellegrini si portavano all’ingresso della grotta dove si esercitava il culto, si addormentavano, e durante il sonno, in sogno, l’Arcangelo rispondeva alle richieste che turbavano l’anima del devoto. Questa pratica è conosciuta, oggi, con il termine di “incubatio”. La grotta/casa dove abitano gli Angeli della Musio è una nuvola leggera, una sistematica corolla di parole, un’incessante necessità di esserci nel racconto che srotola la filigrana della memoria.
Bene scrive nell’introduzione alla raccolta la poeta Caterina Camporesi della Nostra: “La poesia diventa così preghiera, domanda d’amore, vicinanza agli altri, contenitore di dolore, di gioia, di malinconia, di solitudine, ma anche di opportunità di riflettere intorno alle grandi e piccole questioni della vita” (pag. 8). La poeta parla di sé come una creatura mite, dolce, ma anche capace di ribellioni vestite di grande ironia. I versi che maggiormente la rappresentano sono quelli della poesia Ritratto a pag. 74: “All’età di quarantasei anni / avvolta nell’ampia vestaglia / coricata o seduta / all’ospedale davanti a una finestra / un libro di versi sinceri / poco letti. / Mi rallegro: / finti saggi siamo noi poeti! / Scriviamo solo per esorcizzare / il male.”
Tantissimi sono gli spunti che il lettore potrà fare propri nella lettura della presente raccolta tenendo in grande considerazione, entrando in queste case, quanto la Camporesi immette nell’incontro con i versi: “Il non detto, rimanendo fuori dal tempo e dallo spazio, quindi dal divenire, non si trasforma ed entra così come è, nel sogno e nel tempo dell’eterno” (pag. 10). Un altro passo compiuto nel silenzio della casa di un Angelo, in poesia.

martedì 29 dicembre 2015

Sulla silloge Padre mio come mai te nei sei andato nella luce del Signore? di Enrica Musio

recensione di Vincenzo D'Alessio


in AA.VV. Il tempo del padre, a cura di A. Ramberti, FaraEditore, 2015

L’Italia, la nostra amata terra di memorie, sta riscoprendo la bellezza delle domus disseminate nel perimetro urbano dell’antica Pompei: città mercantile sorta ai piedi di un vulcano che l’ha distrutta, sigillandola nei lapilli, tramandando il fervore dei suoi abitanti alle genti future.
I mosaici compresi in quasi tutte le domus sono tra i reperti più preziosi che gli artisti del passato ci hanno tramandato: le minuscole tessere policrome sono la bellezza dell’Arte tramessa nelle cose, frammenti di un unico disegno che, se tolte dalla loro collocazione originaria, sarebbero degli inutili sassolini anonimi senza più valore.
L’Antologia 
Il tempo del padre può essere considerata la domus poetica dove compare un grande mosaico policromo composto dai contributi offerti dai partecipanti alla kermesse che hanno sviluppato, in versi o in prosa, il tema prefisso dall’editore Ramberti. Molti sono gli spunti e tutti concorrono alla bellezza dell’insieme.

Enrica Musio, romagnola per nascita, ha contribuito con una raccolta poetica che reca il titolo: Padre mio, come mai te ne sei andato nella luce del Signore? (pp. 215-223) e reca come sottotitolo: “In ricordo del caro amico Guido Passini scomparso il 25-3-2015 per fibrosi cistica.”
I versi che compongo la raccolta hanno assunto la vocazione epistolare diretta al padre, scomparso rapidamente a seguito di un arresto cardiaco, che è divenuto la fonte dei ricordi e del dolore che la poeta cerca di illuminare alla luce della Poesia.
L’interrogativo, posto nel titolo, è la base da cui partire per raccontare la vita del suo papà, le radici meridionali, la realizzazione dell’emigrato in Romagna, il servizio prestato nell’Arma dei Carabinieri e, tema fondamentale, i viaggi tra le due regioni e il profumo del mare Adriatico.

“ (…) il cervello nasconde / la tua voce / la conosco bene / mi sembra nostalgia / la lettera che non scriverò.” (La lettera che mai ti scriverò) I versi sono quasi una litote poiché nell’espressione “mai ti scriverò” rivela il contrario, cioè il desiderio della Musio di scrivere realmente, come fa nella presente raccolta, al padre scomparso.


La stimmung generata dai versi è intrisa di intimità: una finestra socchiusa su una famiglia italiana degli anni Sessanta del secolo appena trascorso. La sollecitazione dei ricordi è frutto della perdita improvvisa. Il percorso delle esistenze si snoda in quella che la Nostra definisce “dentro una eterna fugacità” (Padre e figlio).

La modernità della poetica della Musio consiste nel modo semplice di affrontare il dialogo tra memoria, oggetti e tempo. Tornano alla mente i versi di un’altra poeta contemporanea, Giusi Verbaro (scomparsa ad agosto di quest’anno), anche lei salentina come Giuseppe il papà della Nostra, che ha partecipato e vinto nella IX Edizione del Premio Nazionale Biennale di Poesia “Città di Solofra” (1992), che ricorda l’amore verso il padre scomparso troppo in fretta dal dialogo degli affetti: “(…) Fu così poco il tempo per parlare e capirci; / già infilzato al pennone di disposte sequenze / ti disponevi a improvvida partenza / senza neppure il grigio dell’addio.” (Dieci anni).

È stato lo stesso anche per Enrica Musio che avverte questo duro colpo e lo trasmette nei versi della breve raccolta : “(…) Figura di mio padre: / un uomo buono / semplice e onesto / bravo lavoratore / venuto dal Salento / (…) C’è una unica foto / in cui mi tieni in braccio da bambina / poi più nulla” (Pomeriggio di gennaio).


Montoro, dicembre 2015



giovedì 19 maggio 2022

Gli affetti e la poesia – Ludovica Zavatta e la poetica di Enrica Musio

 Enrica Musio, Senza saperlo nemmeno,

 Fara 2010

recensione di Ludovica Zavatta

Senza saperlo nemmeno di Enrica Musio è una raccolta di poesie pubblicata per la primissima volta nel Gennaio 2010, dalla casa editrice Fara.
Si tratta di un insieme di qualche decina di componimenti, alcuni titolati altri meno, scritti in una maniera molto singolare di cui si discuterà più avanti, e che certamente definisce la personalità e lo stile della poetessa.
Gran parte di queste poesie sono dedicate a persone venute a mancare, per esempio la nonna Emilia, e con tono tenerissimo lei si rivolge a loro, provocando l'emotività del lettore che immediatamente si sente coinvolto, e preso, dal medesimo dolore che la poetessa prova.
Musio, classe 1966, è nata a Santarcangelo di Romagna: ama il cinema, la letteratura (in particolare “al femminile”), il teatro, la natura.
Una sua silloge è stata inserita in Antologia Pubblica (Fara 2005).
Nel 2006 ha invece pubblicato, sempre con Fara, la sua opera prima, Dediche Sillabiche, raccolta segnalata dal Premio Aquilaia 2009.
Del 2010, appunto, la raccolta Senza saperlo nemmeno.
La peculiarità della poetessa è quella di procedere a lampi, a flash, inserendo nel testo tutto ciò che le salga alla mente in quel preciso momento, senza curarsi troppo che poi, l’inserito, sia compatibile con quanto è già stato scritto precedentemente.
Di conseguenza, quasi in ogni componimento, troviamo qualche difficoltà e molte ambiguità, che rendono questo modo di poetare ad interpretazione più libera di quanto già normalmente non accada quando si parla di poesia: infatti, essendo questa soggettiva, è normale che ogni lettore ne tragga delle conclusioni personali e che faccia delle proprie considerazioni partendo dal testo che ha sotto, ma nel caso di adesso ciò è ancora più visibile ed è molto facile, con Musio, interpretare in un modo completamente diverso dal modo con il quale hanno interpretato altre persone.
O almeno questo è quanto posso affermare dalla mia esperienza.
È quindi un poetare a salti, a singhiozzo, ma molto originale e che vale la pena di essere conosciuto, così anche da poterlo mettere a confronto con altri modi di fare poesia di altri poeti.
Malgrado alcune incertezze che ho personalmente incontrato durante la lettura, consiglio molto questa raccolta, appunto perché mi ha fatto piacere incontrare, attraverso le sue parole, una poetessa diversa ma in modo buono, speciale, e sono certa che farebbe piacere a tutti discostarsi dalla poesia ordinaria, anche se per un breve tempo.

giovedì 4 aprile 2013

È uscita la nuova raccolta poetica di Enrica Musio: Case di angeli

Enrica Musio
Case di angeli

€ 11,00 pp. 90 (Sia cosa che # 97)
ISBN 978 97441 21 2 

«Testi narrativi si alternano ad altri, che trovano nella brevità essenziale la strettoia per uscire e dare parola alla profondità di contenuti nodali. La poesia diventa così preghiera, domanda d’amore, vicinanza agli altri, contenitore di dolore, di gioia, di malinconia, di solitudine, ma anche opportunità di riflettere intorno alle grandi e piccole questioni della vita. (…) Enrica così descrive l’affiorare dei versi: “è un gorgoglio interiore / emerge quando meno lo cerco / un lampo di luce / una nuova creazione / un atto umile” (Domanda inopportuna).» (dalla Prefazione di Caterina Camporesi)
 
«Ascoltare sé stessi non è mai semplice, soprattutto quando il dolore è forte, quando ci sono eventi che sono destinati a modificare il nostro modo di vivere. Enrica in questo è stata precisa. (…) Il titolo Case di angeli è un evidente segnale di amore: Enrica ha frazionato il proprio cuore, riservando un posto per chi è stato ed è importante tuttora per la sua vita.» (dalla Prefazione di Guido Passini)


Enrica Musio è nata a Santarcangelo di Romagna. Adora la natura, il cinema, la letteratura femminile, la storia dell’antico Egitto, l’enigmistica, la televisione, il teatro… Ha pubblicato con Fara la silloge Sarà da poeti il futuro inserita in Antologia Pubblica (2005) e due libri poetici: Dediche sillabiche (2006) e Senza saperlo nemmeno (2010). Scrive le “Pillole di Enrica” (microrecensioni) per il blog narrabilando, e frequenta vari corsi, kermesse fariane e incontri sulla poesia. Alcune recensioni su di lei sono state pubblicate nel blog farapoesia. Nel 2011 è stata intervistata per la trasmissione “Anima d’Autore” di IcaroTV (www.icaro.tv). È attiva su facebook.

lunedì 7 giugno 2010

Su Senza saperlo nemmeno di Enrica Musio

Fara 2010, €10.00

recensione di Narda Fattori

“Li vedi sospirare/ sussurrano strani versi/ in testa hanno parole/ infelice fantasia / censura / senza vergogna”: strana gente i poeti che si censurano e non hanno vergogna e fanno delle parole una sonda per esplorare sé stessi e il mondo e per riscriverlo, non migliore ma privo delle concrezioni, delle patine luccicanti, dei miraggi, dei luccichii da gazza. Strana gente, i poeti. Lavorano, cesellano, si macerano per la parola giusta, il ritmo quello che solo dice e lo fanno senza che nessuno glielo chieda, senza allori per corone, senza denari per tra-dire, anzi inter-dicono la bruma o le folgorazioni al neon.
Enrica Musio è poeta, poetessa, anche di spessore e anche spudorata: mette a nudo le sue esperienze, i vuoti, le perdite, le assenze e il suo dolore, i suoi vuoti; ma ella sa che la visione è il premio per tanta fatica: “C’è un vecchio spossato e curvo / lentamente cammina / nella sua eterna / vecchiezza / trascorrono / grandi / visioni.”
Ma non si creda che le poesie della Musio rivestano l’abito della sapienza, esse rifulgono di un mite dolente splendore che non esita a farsi ironico, quando serve, quando non c’è poi nulla da dire se non il raccontare con tutto il senso che il racconto trascina.
C’è uno iato fra il mondo dei sogni e delle speranze e quello che quotidianamente impattiamo: quanto il primo sorgeva, quanto il secondo procede per tramonti ed addii, ai luoghi, alle persone, a noi stessi come eravamo e più non siamo e così “… / mentre il cielo / riposa / il mare sembra andare a fondo”. Già il dettato poetico, così ben padroneggiato dalla Musio, lima gli artigli di una poesia che non chiede adesioni emotive, chiusa com’è fra essere ed esistere, con qualche visione all’esterno; artigli sì, perché scende in profondità per portare alla luce le ferite, ma “ … / nella vita si nasce poi si muore / poi ti svegli / e ti accorgi / di respirare”; ma respirare non è un merito né una colpa, è una condizione ineludibile anche nei momenti in cui si vorrebbe sospendere il tempo.
E prosegue la Musio nella sua ricerca che ha risposte parziali, non durevoli, non risananti; ma si può durare se si ha la certezza che si è in transito, che oltre ci attende un altrove, rifugio di ogni bene.

venerdì 15 gennaio 2010

È uscita la nuova raccolta di Enrica Musio

Senza saperlo nemmeno
€ 10,00 pp. 76 (Sia cosa che)
ISBN 978 8895139 75 3

«La scrittura coopera alla realizzazione ed evoluzione di sé stessi; la nostra poetessa, già nei versi di apertura, ne indica i passi: attraversare un mare di nebbia, stazionare nella solitudine, coltivare la speranza, sfociare nell’approdo.
Immensa è la devozione di Enrica rivolta alla poesia: il suo impegno è costante, non manca né la tenacia né la fedeltà al tavolo dove trascorre tante ore, così come non manca l’attenzione all’ascolto delle sue
emozioni né la partecipazione affettiva alle vicende degli altri.» (dalla Postfazione di Caterina Camporesi)


«Il titolo del libro è quanto mai azzeccato, perché fino a lavoro compiuto Enrica non si è resa conto di quanto le corde emozionali possano venire toccate da queste sue poesie: mi metto a riscriverle / queste assidue memorie / senza saperlo nemmeno. Non se ne è resa conto perché lei è così, per lei è normale scrivere versi sul mondo che la circonda, e lo fa con la sagacia e la verità che si attribuisce solitamente ai bambini.» (dalla Postfazione di Guido Passini)

Enrica Musio è nata a Santarcangelo di Romagna nel 1966. Ama la natura, il cinema,
la letteratura (specie al femminile), il teatro. Una sua silloge – “Sarà da poeti il futuro” – è stata inserita in Antologia Pubblica (Fara 2005). Nel 2006 ha pubblicato,
sempre con Fara, la sua opera prima: Dediche sillabiche, raccolta segnalata dal
Premio Aquilaia 2009.

lunedì 5 marzo 2012

Testi crossover: fotoracconto

ecco alcune foto dell'intensa kermesse faentina del 3-3-12 presso il teatrino San Francesco: grazie di cuore ai Frati minori conventuali (in primis a Padre Paolo Barani)  per l'ospitalità e a tutti i partecipanti per averci comunicato tante belle e significative emozioni!

Enrica Musio


David Aguzzi

Fabio Cecchi


Viviana Santandrea e

Andrea Parato

Luca Ariano



Rossella Renzi

Caterina Camporesi



Crocifissione e Cenacolo di Francesco Babbini


Roberto Borghesi presenta le opere di Babbini
Cinzia Demi


Massimo Sannelli

Giorgia Bascucci


Laura Borghesi (in piedi)

Cinzia Demi

Andrea Parato

Foto di gruppo di alcuni partecipanti



Sebastiano Adernò

Carla De Angelis


Laura Fabbri

Andrea Parato e Corrado Giamboni

Antonella Bragagna
Simone Zanin

Andrea Parato e Giovanni Borriero


Mariarita Stefanini

Qui sotto le foto gentilmente scattate da Corrado Giamboni, che ringrazio.

Cinza Demi e Alessandro Ramberti


Massimo Sannelli


Laura Borghesi
Caterina Camporesi


Enrica Musio


Cinzia Demi