Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query stefano bianchi. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query stefano bianchi. Ordina per data Mostra tutti i post

martedì 25 maggio 2010

Su Sputami a mare di Stefano Bianchi

recensione di Nicola Vacca in anteprima per Farapoesia. Questa recensione uscirà mercoledì 2 giugno su «Linea quotidiano» nella rubrica “Nel verso giusto”.


Il poeta ascolta le voci del presente. Stringe nella mano le sensazioni del proprio tempo che scorre, e con semplicità disarmante le riversa sul foglio bianco per donare a chi legge soprattutto emozioni. Questo è il poeta autentico che fa della poesia una cosa onesta.
senza saperlo nemmenoStefano Bianchi, riminese classe 1972, in questa direzione sa leggere le cose del mondo. Ce ne eravamo accorti divorando lo splendido Le mie scarpe son sporche anche d’inverno (Fara editore 2007), umana commistione fatta di persone, sentimenti e fatti. Recensendo il libro alla sua uscita, feci notare la naturalezza di Stefano Bianchi, poeta che scrive versi umani troppo umani per inventare gli stati d’animo che ognuno di noi prova nella vita.
Il nuovo libro conferma la riconoscibilità di questo poeta. Sputami a mare (Fara editore, pagine 84, 10 euro) è un’altra meravigliosa incursione nel nostro quotidiano, dove ancora una volta sono le cose semplici a dare la voce a quel filo misterioso dell’esistenza al quale apparteniamo.
Da poeta del vero, Stefano si consuma nella folle corsa dei minuti di giornate e stagioni per cercare con ogni cosa un dialogo naturale. Non mancano nella sua poesia quelle interrogazioni corali che in maniera imprescindibile coincidono con la vita vissuta da ognuno.
“Camminiamo / una strada di ciechi / segnata da chi regge le sorti / senza un dubbio, / ne manca il tempo, / da che tutto quanto è / soldi.”
Per Stefano Bianchi la poesia è un irrinunciabile gioco dei perché per capire come la vita accade nel vero delle cose.
Il poeta è ancorato al suo presente, perché sa trasmettere con forte intensità emotiva il nostro difficile stare: “… in questo tempo / che sembra morire / ingranaggio inceppato / ci prende la testa / come il bianco delle nostre colline / leggero al palato / burrasca alle menti. / Tutto è davvero possibile / e senza una sola ragione / che non sia questa vita / risoffia in mare aperto / la nostra vela stanca”.
Bianchi si sofferma sulla vita vissuta con le sue spigolature. Con una malinconia agrodolce inventa la sua poetica, anteponendo sempre l’emozione a tutto.
Con un umile spirito di condivisione la sua poesia è fatta della stessa materia della realtà che tutti attraversiamo sapendo che il rischio del naufragio nel “mare del presente” è alto.
Quale direzione prendere? Saremo sicuri di trovare una strada? Nella folle corsa della vita saremo in grado di ascoltare?
Questi sono soltanto alcuni degli interrogativi che Stefano Bianchi si pone nella sua poesia, che fa i conti con la sostanza dei giorni che viviamo. Ha ragione il nostro poeta, quando citando Leonard Cohen, afferma che la poesia è la prova della vita.
Sputami a mare è un libro di poesie originali perché il suo autore è un poeta autentico che non si sottrae a dire le cose come stanno. Con una gentilezza pronunciata quasi sotto voce, Stefano Bianchi scuote i cuori con i suoi versi che cantano l’interiorità del nostro vissuto: “È che il segreto di ogni cuore / non ci sta in un bigliettino / quando i giorni se ne vanno // e i giorni se ne vanno // questo è il gioco cui giochiamo / nessun coniglio anima mia”.
I giorni se ne vanno, e il lettore è spiazzato davanti a una poesia, come questa di Stefano Bianchi, che sa avere una voce sola quando le parole sanno sorprendere per la loro sincera aderenza umana a quel vero in cui c’è la vita con la sua “folle corsa dei minuti” che riprende e consuma.

lunedì 19 maggio 2008

Stefano Bianchi, il poeta del vero

Recensione di Nicola Vacca pubblicata in nicolavacca.splinder.com

In questi tempi caotici il poeta deve saper leggere le cose del mondo. Lo scrittore di versi ha il dovere di tuffarsi nella vita vissuta per chiedere conto alla realtà di tutti i dilemmi dell’essere.
Stefano Bianchi si interroga con ironia sulla quotidianità, entrando con la schiettezza della parola nuda nel mondo malfermo delle relazioni umane, sempre minacciate da una precarietà che disarma.
Le mie scarpe son sporche di sabbia anche d’inverno (Fara Editore pagine 52, 9 euro) è il suo nuovo libro che consiglio vivamente di leggere a tutti coloro che hanno un rapporto embrionale con la poesia.
Stefano attraversa il vissuto con una rara naturalezza di poeta che spiazza il lettore. La sua poesia funziona. Noi che la leggiamo siamo da subito parte integrante di quel vissuto che il poeta fotografa, non smettendo mai di essere guardiano interiore dei fatti, della realtà e di quell’essere tempo che scorre.
Mi piace moltissimo la poesia di Stefano Bianchi perché egli sa sporcarsi le mani con la vita. Nasce da questa commistione con un quotidiano fatto di persone e sentimenti l’autenticità di Stefano Bianchi che scrive versi umani troppo umani per inventare gli stati d’animo che ognuno di noi prova nella vita che siamo costretti a consumare per sopravvivere. «Il mattino mi sveglia, / il lavoro le altre cose mi chiamano / di corsa coi compagni / dell’usato sogno / che da sempre ci imprigiona».
La parola per il nostro poeta è il modo più efficace per fare i conti con la sostanza dei giorni che viviamo.
Bianchi invita i suoi simili ad aprire gli occhi sulla vita vissuta. Perché se dimentichiamo che siamo fatti di ricordi e di memoria, il nostro presente non ci dirà mai realmente chi siamo e chi saremo.
Se il grande Ungaretti ci diceva che la morte si sconta vivendo, Stefano Bianchi ci racconta che soltanto la semplicità di un gesto potrà condurci alla salvezza.

giovedì 12 maggio 2022

Stefano Bianchi Menzione d’Onore al Premio I Murazzi 2022: “un lindore lirico straordinariamente sobrio ed efficace”

Gentilissimi Concorrenti Premio I MURAZZI X Edizione

PREMIO ALLA CARRIERA

Visti i risultati di maggioranza espressi dalla Giuria dei Soci, composta dagli iscritti all’Elogio della Poesia e vista l’unanimità dei voti espressi dalla Giuria Tecnica, il Presidente attribuisce il Premio alla Carriera allo scrittore e studioso Ernesto Ferrero – € 4.000

RISULTATI SEZIONE C. POESIA EDITA IN MEMORIA DI NINO PINTO

Tra tutti i Partecipanti alla sezione di Poesia Edita, costituita in memoria del Poeta Nino Pinto, la Giuria Tecnica ha individuato i seguenti dodici Autori che vincono il diploma di merito.


«Il libro di Stefano Bianchi, Da quando non ci siete, si presenta come una problematica rivelazione contraddetta della capacità eternatrice della Poesia, in quanto il titolo stesso propone l’affermazione di non esistenza relativa a delle entità che tuttavia perseverano in sé stesse. Il libro è introdotto da una breve ma intensa nota curata da Alessandro Ramberti, il quale a giusto titolo mette subito a fuoco l’eco creativa e citazionale intercorrente tra l’Autore e Thomas Stearns Eliot, per la comune adozione del meccanismo stilistico denominato correlativo oggettivo. Tuttavia va detto che l’intero libro rappresenta un gioco a specchio tra la poesia déja écrite e quella composta ex novo dall’Autore. La serie degli Autori presenti nella pagina poetica ma ormai assenti nella vita è molto lunga e si tratta sempre di autori di vaglia e di nomea, salvo un giovanissimo poeta  che in quell’aureo consesso rischia di recitare il ruolo di Carneade. Ma almeno due bastano a significare il livello di esercitata cultura e di ampia memoria poetica posseduto da Stefano Bianchi. Per precisione i due poeti del passato sono Olindo Guerrini, il poeta dai millanta pseudonimi anticipatore di Pessoa, ed Eunice Odio, la “poetessa più bella del mondo” che cantò l’amore e che finì dimenticata dai suoi amatori. Anche in questo gioco di presenze poetiche assenti nella vita biologica è esplicitamente richiamato il titolo rivelatore del libro. C’è nella Poesia di Stefano Bianchi un lindore lirico straordinariamente sobrio ed efficace, nonché una capacità di densità del pensiero poetico che sicuramente lo colloca tra gli autori più interessanti da seguire. Non stupisce che il libro sia stato immesso tra i dodici selezionati del Premio I Murazzi 2022, scelto fra oltre duecento concorrenti.» 


1 Elena BARTONE, Lillà nel meriggio, Genesi Editrice

2 Amato Maria BERNABEI, Il vetro di Narciso, Valentina editrice

3 Stefano BIANCHI, Da quando non ci siete, Fara Editore

4 Paolo BULFONE, Il peso dei passi, Campanotto editore

5 Milo DE ANGELIS, Linea intera, linea spezzata, Mondadori

6 Francesca DEL MORO, Ex madre, Arcipelago Itaca

7 Maria DI CHIO, Canto pitagorico, Altromondo editore

8 Ivan FEDELI, Cose di provincia, puntoacapo

9 Monica GUERRA, Entro fuori le mura, Arcipelago Itaca

10 Benito POGGIO, Covid 19 - Dante 700 - Gray 270, insedicesimo

11 Andreina TRUSGNACH, L’altalena che non c’era, Editoriale Stampa Triestina

12 Matteo ZATTONI, I figli che non tornano, peQuod

Successivamente la Giuria, tra i dodici selezionati, ha individuato i sei Finalisti dei quali tre ottengono un rimborso spese di € 300 ciascuno e gli ulteriori tre ottengono i premi maggiori. Dopo un’ulteriore valutazione all’unanimità dei consensi la Giuria ha individuato i tre premiati.

RIEPILOGO DEI PREMIATI POESIA EDITA

1° Premio € 1.200, Targa, Diploma con motivazione
Milo DE ANGELIS, Linea intera, linea spezzata, Mondadori

2° Premio € 800, Targa, Diploma con motivazione
Francesca DEL MORO, Ex madre, Arcipelago Itaca

3° Premio € 600, Targa, Diploma con motivazione
Amato Maria BERNABEI, Il vetro di Narciso, Valentina Editrice

Finalisti, € 300, Targa, Diploma con motivazione

• Elena BARTONE, Lillà nel meriggio, Genesi Editrice
• Paolo BULFONE, Il peso dei passi, Campanotto
• Andreina TRUSGNACH, L’altalena che non c’era, Editoriale Stampa Triestina

Torino, Martedì 10 maggio 2022

Elogio della Poesia – Associazione culturale onlus – Via Nuoro 3 – 10137 Torino – tel. e fax 0113092572

il Presidente

giovedì 6 maggio 2010

È uscita Sputami a mare, la nuova raccolta poetica di Stefano Bianchi

Sputami a mare  (Le voci)

€ 10,00 pp. 88 (Sia cosa che)
ISBN 978 88 95139 60 9


«La dimensione del significante è lontana da Stefano Bianchi che si affida, anzi si abbandona all’urgenza del momento che gli soffia i più audaci accostamenti: quasi un flusso di coscienza a volte: “dietro i vetri di casine del borgo… Al di là di mobili figurine… La respiro ad occhi spalancati… questa nebbia che viene…” (cfr. Nebbia). O come il rincorrersi di frasi mozze a piè di pagina: “Copriti che è freddo / lo vuoi il berretto?”– “e non far tardi / non far tardi…” – “Come tremavi vecchio! / l’ostia la dava nei denti” – Usciamo! / Quando piove son felice.” – “E mi hai cambiato per sempre.”
In qualche modo egli slega i sentimenti dalla sillabazione delle parole che compongono i
versi, quasi in una rinnovata ascendenza futurista. Dall’abisso insondabile egli trascende nel minuto, nel particolare evocativo e spezzato di un singhiozzo represso. In lui si accorpano fulminee visioni alla Montale con il lento scorrere degli ingenui versi pascoliani;
che poi tanto ingenui non erano, dato che, perlopiù, erano il grido del suo cuore esacerbato dall’orfanità. Come non sono ingenui i versi di Stefano Bianchi: ci si sente dentro il ribollire del ‘mal de vivre’.» (dalla Prefazione di Rita M. Astolfi e Guido Lucchini)

«La poetica di Stefano Bianchi è giocata sull’asse di equilibrio fra epigramma e ballata, assurdo e ironia, sorpresa fanciullesca e consapevolezza adulta del rischio esistenziale che tutto sia apparenza, finanche le nostre scelte “sbagliate” (v. la poesia che apre il libro), quasi a precludere la possibilità di correzioni di rotta (benché desiderate). Ci piace pensare che il messaggio “sputato a mare” dal Nostro non sia però un gesto inane: lo sputo aggregato alla terra può avere un potere salvifico…» (dalla Postfazione
di Alessandro Ramberti)

Stefano Bianchi nasce nel 1972 a Rimini. È diplomato al Liceo classico e Laureato in Economia e commercio. Ha pubblicato le raccolte di poesie La bottiglia (Edizioni
Pendragon, Bologna, 2005) e Le mie scarpe son sporche di sabbia anche d’inverno (Fara Editore, 2007), che ha presentato assieme a testi inediti in vari contesti pubblici, compresa una breve apparizione televisiva. Alcune sue poesie sono presenti in rete (ad esempio, nel
blog farapoesia), nelle antologie tematiche: Il desiderio, Sogno, Il Ricordo, Nella notte di Natale. Racconti e poesie sotto l’albero (presentata alla fiera Più libri più liberi 2007)
edite da Perrone Editore, Roma, tra il 2007 e il 2009, e nella raccolta Poeti romagnoli d’oggi e Federico Fellini, Società Editrice «Il Ponte Vecchio», Cesena, 2009. Attualmente collabora con il «Corriere Romagna».

martedì 25 maggio 2010

Su Sputami a mare di Stefano Bianchi

FARAEDITORE, 2010
recensione di Vincenzo D'Alessio

C’è un interrogativo ricorrente, in me, quando apro le pagine di una raccolta di poesie: perché il poeta scrive? Una risposta non la trovo. Mi ritrovo a formulare diverse congetture e cerco nei versi della raccolta una possibile risposta.
senza saperlo nemmeno“(…) Che voglia di raccoglier / la tua scarpa dopo il ballo / che voglia d’abbandono / alla piena del fiume. / Spazzami via, sputami a mare / come un ramo già caduto” (pag. 37). I versi sono della poesia Malìa (come magia), della nuova raccolta di Stefano Bianchi, il poeta che ci ha consegnato,nel 2007 la raccolta Le mie scarpe son sporche di sabbia anche d’inverno. Dunque le scarpe per il cammino, per il viaggio. Viaggiare comodi e non a piedi nudi. Sporcarsi di sabbia anche d’inverno perché vicini al mare. E anche in questa seconda raccolta il mare c’è: una presenza inquietante, un difficile asilo per le speranze.
Nel verso, che richiama il titolo dell’intera raccolta, la scarpa questa volta è quella della favola bella di Cenerentola, divenuta principessa per amore di una madrina buona. Il dolore di una fanciulla trasformatosi, per magia, nel raggiungimento della felicità terrena. La fanciulla del ballo del Nostro poeta, chi è? Inesorabilmente potrebbe essere la fine dell’esistenza, la morte. Da qui la voglia d’abbandono alla piena del fiume. L’intensità di un avvenimento al quale nessuno di noi riesce a sottrarsi: “spazzami via”. Riuniscimi al mare, umanità di millenni, che raccoglie il ramo già caduto, la vita che dispare. Il senso più drammatico è nell’atto più duro che l’uomo compie: lo sputo. Essere sputati, espulsi, dalla vita affidati ad un continuo presente, per continuare a sbagliare.
Ricorrente, come in questa poesia, nell’intera raccolta è l’anafora. La ripetizione come lo sciabordio delle onde lungo la sabbia di quel mare che è la vita. Quasi una metafora dei versi di Cesare Pavese in Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, quando Bianchi scrive: “(…) la tua bicicletta incappa nella mia / come un’abitudine o un vizio / che non si perde / che non si perda/ mai” (pag. 39). Ha ragione l’editore Ramberti che scrive nella postfazione a questa raccolta: “Ma la melodia del poeta è una 'pericolosa' voce da sirena: con una sintassi suadente e sospesa, stende un manto impalpabile sulla realtà rendendocela traslucida ed elusiva” (pag. 83).
Perché il Nostro poeta scrive? I suoi interrogativi sono simili ai miei, che leggo. Mi propone una realtà variegata, simile alla mia, ad una latitudine diversa, con nomi a lui noti, ma che percorrono le stesse strade della mia vita. Visitano le stesse stanze, chiuse e illuminate da lampi di parole, che sono versi. Infuocati tramonti e splendidi mattini, nella voce del bosco. A questo punto capisco che la poesia serve al poeta per svelarmi il suo mondo interiore, la sua anima: “fino a scoprirla amara / sulla lingua / come il caffè della mattina” (pag. 49). Una callida iunctura per dare corpo e tangibilità a quella interiore voce che chiamiamo anima.
Il poeta scrive anche per questo. Vuole che lo stesso vento, interiore, ci sveli le sue voci: “(…) mi prendo / la colpa del vento / che fugge impunito / a tormentare altre vite, / dispetti cretini / di cui si fa vanto” (pag. 79). Quante voci ha questa raccolta. Bella la poesia dialettale di Nino Pedretti a pag. 39. Il dialetto è la radice delle parole che sovrapponiamo, in italiano, ai nostri pensieri. Vorrei tradurre tutte le rime, le assonanze, i richiami ai grandi poeti che sono racchiusi in questa raccolta. Una citazione vorrei farla, però, perché mi sembra bella: “Alberi / che mi guardate, / che accompagnate il passo / lungo il mio viale” (pag .57). Questi versi, della poesia omonima di Bianchi, mi riporta alla mente la poesia del Carducci Davanti a San Guido, il dialogo tra il poeta e i cipressi che da Bolgheri andavano a San Guido, di quella “sera” che si concede agli occhi attenti, all’animo sofferente, alla voce rotta dalla “collana” dei ricordi, dalle perle che si disperderanno nella terra. Ogni poeta ha un’anima e gli pesa negli occhi della mente. Quasi un dolore involontario, ma tramandato per chiamata naturale, su tutto il dolore del mondo.
Il Nostro Stefano Bianchi conosce “i segni del tempo” (pag. 73) e mi auguro che saprà rinnovarli nella bella Poesia che gli appartiene e che ci sostenta.

mercoledì 26 maggio 2010

Su Sputami a mare di Stefano Bianchi

Fara Editore 2010, € 10,00

recensione di Narda Fattori

Stefano Bianchi, poeta per caso, è tornato ad essere visitato dalla Musa e lui, attento e avvertito, l’ha accolta e, malgrado le reticenze, si è lasciato sedurre dal canto, dalla visione rarefatta, dalle rifrazione della luce.
senza saperlo nemmenoÈ una poesia quasi elegiaca, con le suadenti immagini che recano i sogni, ma anche con improvvise consapevolezze di stare tradendo una vocazione all’inquietudine che ne salva l’identità.
Quasi in chiusa, all’interno di una poesia che dà voce ad uno stare “inconsistente”: “La finestra illuminata / di scatto si richiude / le ante sbattono sui muri / il tempo prende la rincorsa / ci ripiglia e ci mulina.”; dunque continuerà la fatica di individuare una meta, una sosta che duri per incontrare il riposo, un traguardo, degli obiettivi.
Stefano sa che abbandonarsi al canto lo porterebbe alla rovina, accecherebbe la sua volontà e altri compirebbero la scelta che già gli è impossibile fare fra “fuga e responsabilità” perché ogni scelta comporta una perdita, e una solitudine e che ora non si può più tornare all’innocenza dei bambini.
Ma allora lo smarrimento si moltiplica, si perde ogni orientamento e tutto congiura per schiantarci dentro un mare d’inverno che trascina oggetti residuali, ormai privi di un punto di partenza, cioè di un punto da cui sono partiti, perché se quel punto, logos o topos è individuato, magari penosamente e in solitudine, si potrà individuare la meta. Ma dentro questo smarrimento ci sono attimi/luoghi “insensatamente felici” come lo scorgere, con la meraviglia del vedente, una radura di verde, la distesa azzurra del mare. Allora il dubbio sull’arrivo cessa e si può pensare che tutto sia nella corsa, che il destino dell’uomo si compia nel suo farsi quotidiano, incespicante ma mai reso.
Illuminante, a questo proposito, è la postfazione di A. Ramberti che invito a leggere perché oltre che sulla poetica di Stefano Bianchi pronuncia una dichiarazione di vitalità e di necessità della poesia, comunicazione che libera dall’energia che grava sull’anima, negativa o positiva, e sommuove “la pigrizia intellettuale”.
Ma torniamo al dettato del poeta sempre lessicalmente quotidiano, ma molto giocato sul ritmo, ora disteso, più spesso ritratto, di pochi suoni nel verso, ma armonici, come un’elegia appunto.
Di una silloge di poesie che non vogliono essere una confessione ma una ricerca del sé segnata dalla più nuda e tremante verità, mi pare giusto citare i versi finali della poesia Inverno (pagg. 33/34): “ … /Sta a te tirare i dadi / a noi andare /di casella in casella. / È il turno / niente di triste / niente di che”. Sono versi importanti, da poeta.
Resta forse da interpretare il titolo, volutamente basso, quasi di sprezzo; ma occorre sapere che Stefano ama immensamente il mare, le passeggiate sulla riva, il perdersi nel calmo azzurrato o nel grigio tumultuoso. È il suo infinito, il luogo dove si incrociano tutti i luogi e tutti i destini; ma è anche il luogo dove smarrirsi e perdersi, anche per sempre. I versi sono sputati a mare come un dono e lui parimenti è sputato a mare nella ricerca di punti fermi, di un porto che però non cerca, di un approdo che non vede.
Molte poesie sono segnate da una specie di voce in contrappunto, a piè di pagina, in caratteri minuscoli: sono voci, momenti, esperienze che vengono da lontano, da un infanzia riminese che si fa quasi mitica; sono una specie di coro etico che accompagna i versi e riporta ogni volta alla pesantezza della terra Stefano, lo chiamano alle radici, ai primi graffiti nella sua anima.

lunedì 17 maggio 2010

Su Sputami a mare di Stefano Bianchi

recensione di Caterina Camporesi

Nella pregevole ed accattivante raccolta poetica di Stefano Bianchi, Sputami a mare, si possono, a mio parere, senza minare la evidente continuità ed unitarietà dell'opera, individuare tre fasi alle quali corrispondono specifici atteggiamenti e comportamenti rispetto all'azzardo del vivere. Conseguentemente anche i toni si diversificano, sintonizzandosi di volta in volta con i differenti risvolti emergenti dai testi.
senza saperlo nemmeno
La prima parte, quella più breve, si caratterizza per il tono pensoso di fronte a decisioni da prendere comunque insoddisfacenti se non impossibili poiché sembra mancare il varco per l'entrata nel mondo: «E già so che qualunque sia / la scelta / mi lascerà solo // ma libero no / come non si può tornare bambini.»

La seconda parte, che inizia con la nona poesia dal titolo Tasca bucata, dove a fine testo fanno la loro comparsa le voci, si caratterizza invece per un tono più concreto: le perplessità si sciolgono e sia l'io soggettivo che quello poetico si fanno carico di scelte e responsabilità, specie per quanto riguarda la presa in carico e la cura dei propri tesori.
Le voci, riecheggiano la presenza di un humus relazionale famigliare e, nel loro ripetersi, accompagnano con una premura amorevole e protettiva il cammino nel mondo del fuori.
Si respira un'aria più leggera e il soggetto si sente pronto a compiere il primo decisivo passo per entrare nel flusso della vita, accettandone i rischi e gli inevitabili smacchi: «solo il partire conta», per vivere le esperienze: «Forse tutto è nella corsa / lontano l'approdo / troppo / non perderci un giorno / a pensarlo.»

La terza fase è introdotta dal stupendo testo Al vousi di Nino Pedretti e conduce il lettore in un'atmosfera colma di mistero dentro la quale echeggiano le voci perdute.
Si fanno i conti con la mancanza, con il rimpianto, con il bisogno di recuperare parole e insegnamenti dati da chi ora non è più. Solo i ricordi sono rimasti a consolare il vuoto.
Anche in questa nuova opera, come nelle precedenti – La bottiglia (Edizioni Pendagron, 2005) e Le mie scarpe son sporche di sabbia anche d'inverno (Fara Editore, 2007) non manca l'elemento che caratterizza la poesia di Stefano Bianchi, vale a dire, quella sana e sagace ironia che rende la lettura dei suoi testi quanto mai godibile.
Se si aggiunge, poi, che egli con i suoi versi è come allestisse delle rappresentazioni teatrali, non meraviglia se il lettore si lascia sollecitare e coinvolgere tutti sensi, in particolare quello della vista.

Continuamente l'autore chiama in causa l'altro attraverso il tu che, oltre ad essere l'esteriorizzazione di una sua parte interiore è soprattutto un invito, se non addirittura una richiesta, a partecipare e a condividere dubbi, stupori, nostalgie, speranze, coraggio, rischio, fatica, dolore e quanto altro pertinente all' umano.
Quel tu, così perennemente interpellato, aiuta a superare quel tutto che è niente, poiché la presenza di qualcuno, che sostiene ed incoraggia l'illusione della speranza, fa sì che si possa proseguire il cammino fra le perplessità e le insidie della vita.
Stupisce la grazia con la quale il poeta afferra contemporaneamente riuscita e fallimento con il mirabile ossimoro: «Dimmi sì fratello in bianco / che non è il solito abbaglio / che sono ancora in tempo / per ogni sbaglio».
Immenso e deciso è l'amore di Stefano nei confronti della natura e tenta in ogni modo di scuotere il torpore per invitare a cogliere la meraviglia del ritorno delle rondini che ad ogni nuova primavera si ripete come un rito: «Ci sono ancora rondini su questi cieli / le ho viste, non ci credi? / Ieri / c'eri / dove sciupavi gli occhi?»
Questo ultimo verso è ineguagliabile per bellezza e condensazione di senso: “sciupare gli occhi” rimanda allo spreco, alla disattenzione e all'ingratitudine presente in quel non sapere godere e meravigliarsi del miracolo della bellezza che ci sta di fronte.
L'incitamento vale anche per l'amore nel sua sfera più pertinente quando dichiara la sua «(…) voglia d'abbandono / alla piena del tuo fiume. Spazzami via, sputami a mare / come un ramo già caduto».
Correre il rischio: «Presto saprai chi sono / e non ti piacerà, / (…)», ma «il mare di presente» va vissuto «finalmente».

Il viaggio tra le pagine di questo libro, dove è stato bello sostare e perdersi lungo i sentieri conosciuti e sconosciuti del vivere, del pensare e del sentire accompagnati da rara sensibilità e intelligenza è giunto alla fine e di questo non si può che provare gratitudine per l'autore.

mercoledì 30 agosto 2023

5° Premio Piemonte Letteratura a Stefano Bianchi. Complimenti!

 Centro Studi Cultura e Società

Associazione di Promozione Sociale (APS-ETS)

 

Premio Piemonte Letteratura

Concorso Nazionale per Poesia e Narrativa breve

XXXI Edizione

Oggetto: Conferimento Premio Piemonte Letteratura

Gentile Stefano BIANCHI

Abbiamo il piacere di informare che la Giuria della XXXX Edizione del Premio Piemonte Letteratura, ha terminato i propri lavori, conferendo Quinto Premio ex-aequo per la sezione Poesia a Tema Libero all’opera Fra cielo e mare .

 

Rinnovando le congratulazioni per il brillante risultato si porgono i più cordiali saluti

 

Il Coordinatore del Centro Studi  Cultura e Società)

(dott. Ernesto VIDOTTO)




Quinto Premio ex-aequo

Fra cielo e mare

Fra cielo e mare oggi confine non c’è
lo stesso azzurro ne tratteggia i bordi
come fosse una soltanto la mano
che li ha dipinti.

Una nebbia sottile, che nebbia non è,
li avvolge, li incatena e li sposa.
Un peschereccio soltanto a un tratto
spezza la monotonia.

La stessa distanza, nessuna,
fra le tue labbra e la mia bocca
vorrei
eppure sempre sfuggì tu
come un gabbiano alla corrente
ogni volta pare avvicinarsi
e non lo prendi.

Stefano BIANCHI

MOTIVAZIONE DELLA GIURIA

La giuria premia questo testo per l'originalità del tema nel paragonare il perdersi dell'emozione osservando un tramonto come in lungo bacio che non ha confini, la correttezza formale nello scegliere terzine e quartine in rima.
Infine il lettore può e riesce a visualizzare l'immagine descritta in versi come
fosse sua. 
(Francesca RABAJOLI)

 

Centro Studi Cultura e Società

 

Email culturaesocieta@gsvision.it oppure cultsoc@fastwebnet.it

mercoledì 28 maggio 2008

Fotoracconto Suggestioni d'Autore a Santarcangelo

Il 15 maggio 2008 incontro alla Biblioteca “Baldini” di Santarcangelo con Nicoletta Verzicco, Stefano Bianchi e Caterina Camporesi e la gradita presenza di Nicola Vacca, Nino Montanari, Gianfranco Lauretano, Mirka Villani e Annalisa Teodorani. Si ringrazia per la squisita ospitalità il Direttore della Biblioteca Pier Angelo Fontana e tutto il personale. Grazie ovviamente al pubblico.


Caterina Camporesi, Nicoletta Verzicco e Nicola Vacca


Autori al tavolo!


Alessandro, Caterina, Nicoletta, Nicola


In primo piano Mirka Villani e Nino Montanari


Pier Angelo Fontana, Stefano Bianchi e Mirka Villani


Il Direttore Fontana


Nicoletta, Stefano, Caterina, Nino


Nicola, Gianfranco, Nicoletta


Stefano e sue nuove lettrici


Caterina e Nicoletta

Nicola, Nicoletta, Stefano, Mirka, Caterina e Nino


Nicoletta, Stefano, Alessandro, Mirka e Nino

giovedì 9 gennaio 2025

Verso dopo verso ho ritrovato i miei “da quando non ci siete”

Da quando non ci siete di Stefano Bianchi
Fara Editore
Poesia
Pagg. 80
ISBN 978-88-9293-095-7
Prezzo Euro 7,00

recensione di Renzo Montagnoli pubblicata su Arte insieme



La memoria

Il tema della memoria è uno dei più diffusi in poesia, un po’ perché parlare del proprio passato ha l’indubbio vantaggio di non richiedere particolari doti di creatività, un po’ perché ci si illude che soprattutto gli anni più lontani della nostra esistenza, che corrispondono generalmente alla fanciullezza e alla pubertà, siano stati i migliori che ci potessero capitare.
In quest’ottica credo debba essere vista questa raccolta poetica di Stefano Bianchi, capace di ricordare con il rimpianto malinconico di chi sa che certi eventi non si potranno replicare, che certe persone che abbiamo incontrato non sarà più possibile vedere di nuovo ( Che la vita è bella me l'hai insegnato tu, morendo.)
Se rievocare rinforza il nostro desiderio di proseguire, pur tuttavia ha i suoi limiti nel senso di sconforto che si accompagna sempre al piacere di illudersi di rivivere determinate epoche. Bianchi mette nero su bianco le sue sensazioni, le sue emozioni rammentando e scrivendo di quando era bambino, parlando d’amore, del tempo che passa, spesso e volentieri con indovinate visioni della natura che non solo è palcoscenico dei suoi versi, ma ne è intima struttura, è il mezzo con cui meglio comunicare. E le parole, se opportunamente amalgamate, se intelligentemente scelte, hanno la capacità di trasmettere a chi le legge le stesse sensazioni e le stesse emozioni, come è possibile verificare in Dove?:

Dove sei?
In quel cielo di nuvole alte
colorate di nero dal sole
come una lanterna dietro a un telo?

O nel verde sentiero che corrono
in discesa i bianchi cani del nord
a quest’ora della sera?

Delle chiome gemmate di aprile
sento la stessa pelle addosso,
pure mi costringo a inseguire
la corsa di una vita che non è mia,
che non è nostra.

Non indovina la strada per casa,
quando bastava ascoltarti un secondo
allora.

O sei nell’acqua del fiume che passa
una volta ma poi non si ferma?

O nell’aria che vola in montagna?
Così pulita e leggera come
la tua anima e le tue parole
che mi tengon per mano stasera?


Fra una citazione e l’altra di autori famosi il poeta nel ricordare si abbandona a riflessioni coinvolgenti, come quella sul tempo, così dolcemente scandito con una visione di un fenomeno della natura (Il tempo cade a fiocchi piccoli come la neve / che se lo lasci fare / stende una coltre spessa quanto l'oblio / sulle cose che crediamo importanti.), una poesia che ha tanto dell’aforisma quanto generale e perfettamente logico è il concetto esposto.
Nel leggere questi versi si finisce un po’ con il ripercorrere il nostro passato, ci si lascia condurre per mano a quella serena malinconia che assale il navigante al tramonto, e forse noi, anno dopo anno, giorno dopo giorno, non siamo altrettanti naviganti nella luce del tramonto?
Il mio giudizio forse è poca cosa, ma si sono sentito da subito in sintonia con l’autore, verso dopo verso ho ritrovato i miei “da quando non ci siete”.

Continua su Arte insieme

martedì 30 dicembre 2008

Su Le mie scarpe son sporche di sabbia anche d'inverno

Dal portale culturale «L(’)abile traccia»


Una recensione a cura di Lorella De Bon

Il libro di Stefano Bianchi promette bene sin dalla copertina: un titolo corposo, capace di suggestioni visive in bianco e nero, e un’immagine semplice, quasi stilizzata, che accompagna e arricchisce il titolo con un tocco di colore rosso sangue. Si tratta di un volume di piccole dimensioni, ma dai grandi contenuti: ventitré poesie a misura di tasca, pronte per essere consumate in qualsiasi momento e luogo, senza scuse per abbandonarlo sul comodino!
I temi sono quelli dell’assenza (e) della quotidianità. “Mi mancano perfino le spille/ pure quelle che sfilasti dalla coda dei capelli/ raccolti/ col gesto più banale”. Potrebbero essere nostri i gesti descritti da Stefano, le nostre memorie, fonte di una pacata nostalgia per oggetti e persone lontani negli anni, ma proprio per questo presenti nel cuore del poeta. È un piccolo e prezioso manuale di sopravvivenza quello che stringo tra le mani, che m’insegna a conservare un’emozione per i tempi magri a venire, a non pulire le scarpe per assaporare anche d’inverno i profumi e i colori dell’estate. “Vivo d’un bacio imbucato via telefono./ Lento bacio che dura ancora/ e lungamente m’assapora”.
Non si trova un momento di stanca nei versi che lenti si snodano sotto gli occhi del lettore, come fossero un fiume in cammino verso il mare. Su tutto incombe l’inesorabile trascorrere del tempo, che è inutile cercare di fermare con stratagemmi o gesti scaramantici, con una foglia ancora verde inserita tra le pagine di un libro. È nell’immagine commovente di due anziani che camminano dandosi la mano l’accettazione del declino del corpo umano (non dell’anima, ché quella non invecchia mai). “E il male che li porta/ è questo tumore d’esser nati/ che tutti ci accompagna”. Eppure, la consolazione sta davanti ai nostri occhi, talmente piccola e umile da passare inosservata. “Mi tocca la fortuna./ Quella di tornare a casa la sera/ e riconoscere la porta, i rumori/ e le manie delle persone che l’abitano”.
Immagini ripetute, ma soprattutto versi, a comporre una cantilena, quasi una filastrocca, di quelle che solo le mamme sanno cantare con dolcezza infinita ai propri figli. Anzi, pare a tratti che il poeta tema di non essere ascoltato, di non farsi comprendere, e riscriva le cose già dette. Una paura infondata, ma che caratterizza un verseggiare fluido e dolce, privo di cedimenti al richiamo di una forma sterile. “La riva, i gabbiani, il sole e gli scogli/ sono nel posto che sai/ tu sola non sei arrivata”.
È un omaggio alla propria terra e alle proprie tradizioni la poesia di Stefano Bianchi: i luoghi di mare, il calore della gente, il profumo dell’estate e l’inverno mite, un dialetto cadenzato e rotondo come le donne di una volta, dai fianchi larghi e il seno prosperoso. Su tutto, lo scorrere delle età dell’uomo e l’elogio alla fanciullezza, capace di vedere ciò che da grandi non si riesce più a cogliere, come gli “agguati del gatto che imperversa nel cortile/ stratega di giochi e di cacce di cui a te non parla/ più/ da quando eri bambino”.
“E anche fosse solo morte che ci aspetta/ facciamola tutta questa strada!/ Passo a passo”. Facciamola tutta, seppure costretti a comportarci come automi, a perderci dentro gesti che sono automatismi acquisiti e non lasciano alcuno spazio alla creatività. Alziamoci, laviamoci, vestiamoci delle nostre innumerevoli paure e andiamo a lavorare, anonimi tra gli anonimi, poi torniamo a casa e mettiamoci a dormire (intanto, la vita prosegue, a nostra insaputa).
È una scrittura schietta e semplice quella di Stefano: una combinazione ottimale di parole e silenzi, una chiave di lettura dell’animo umano alla portata di tutti, un rimando continuo alle debolezze e alla fragilità dell’essere. Perché solo la “poesia della quotidianità” sa essere una poesia universale.


venerdì 21 gennaio 2022

"Ci si accorge d'esser soli"

Le mie scarpe son sporche di sabbia anche d'inverno di Stefano Bianchi

Postfazione di Stefano Martello

Fara Editore


Recensione a cura di Anna Taddei

Soprattutto all'inizio della lettura, sembra di guardarsi vivere meccanicamente, azione dopo azione, con un poco di rimorso, in versi oligosillabici. In Le mie scarpe sono sporche di sabbia anche d'inverno, Stefano Bianchi scrive di mancanza, un intenso senso di solitudine per qualcuno di amato che si allontana e se ne va. Nelle sue parole sempre sintetiche, raccolte, si sprigionano pensieri, rimpianti e ricordi di un amore passato. Al centro di tutto c'è sempre il suo amato mare, con la compagnia gratuita dei gabbiani e il loro volare leggero.


"[…] Oggi ho nuotato coi gabbiani / che mi aspettano ogni giorno. / La riva, i gabbiani, il sole e gli scogli / sono nel posto che sai / tu sola non sei arrivata / i gabbiani mi domandano di te / ed io non so spiegargli. […]"(Gabbiani)


Quel fastidio irritante di quando è tutto assolutamente perfetto, così come dovrebbe essere, ma c'è un vuoto: sarebbe stato tutto ancora più bello se ci fosse stato qualcuno lì, a condividere quello spettacolo. Quel senso di mancanza, di nostalgica privazione sembra essere il protagonista di questa raccolta, osservato in tante prospettive: come ciò che accade quando ogni cosa che si veda porti ad un pensiero costante, sempre lo stesso, d'improvviso istinto. Spesso "Quando capita / capita di colpo, / è di sabato o a natale, / che ci si accorge d'esser soli." 

lunedì 18 febbraio 2008

Fotoracconto del Silenzio della poesia

Ecco alcune foto della giornata trascorsa a Francavilla al Mare fra silenzio, versi e musica scattate per lo più da Alex Celli e David Aguzzi (che ringrazio e colgo l'occasione per ringraziare nuovamente Massimo Pasqualone, l'Associazione Alento, Valerio Baldassarre che ci ha guidato nella visita al Museo Michetti, l'Amministrazione comunale nella persona del vicesindaco Giuseppe Pellegrino, il personale del Museo, la Provincia di Chieti, il coro “Emozioni Teatine” e ovviamente i poeti partecipanti, non tutti presenti nelle foto per mancanza di memoria nella mia camera digitale).


nelle vicinanze del MuMi


da sx sono visibili Adele Desideri, Colomba Di Pasquale, Stefano Bianchi, Gianmaria Giannetti e, in primo piano, Stefano Cattani


Alessandro Seri


in primo piano Rita Giurastante


da sx Riccardo Burgazzi, Massimo Pasqualone, Italo Radoccia e Valerio Baldassarre


da sx: Angelo Filippo Jannoni Sebastianini, Carla De Angelis,
Antonietta Gnerre e Alessandro Ramberi



Alessandro Ramberti e Italo Radoccia



alcune foto di Ottavio Rossani e Massimo Pasqualone






Antonietta Gnerre, poetessa irpina, consegna ad Alessandro Ramberti il diploma del Gruppo Culturale “F. Guarini” (con sede in via Sala 27, 83025 Montoro Inferiore, AV) “per il suo impegno nell'ambito della Cultura”, nominandolo socio onorario. Firmato dal fondatore Vincenzo D'Alessio.


panorama di Francavilla al Mare


Alessandro e manifesto della giornata


Luigi (Ass. Culturale Alento), Alessandro e Alex


I primi arrivati (si riconoscono da sx Stefano Bianchi, Caterina Camporesi, Alex Celli)


Primo a destra David Aguzzi



sopra e sotto: il cielo e il mare di Francavilla




Angelo Filippo Jannoni Sebastianini



David Aguzzi, Ottavio Rossani e Massimo Pasqualone




in primo piano Cristian Pretolani


Colomba Di Pasquale


Caterina Camporesi


Carla De Angelis


Alessandro, Alex, Ottavio, Massimo


Luigi e Alex


Alessandro Seri


Adele Desideri e Ottavio Rossani


Adele Desideri