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venerdì 5 aprile 2019

“Raccolta che resta”: Gian Ruggero Manzoni su Vecchio e nuovo

recensione di Gian Ruggero Manzoni 

VECCHIO E NUOVO suggestioni in versi di Alessandro Ramberti, FaraEditore 2019



Alessandro Ramberti è nato a Santarcangelo di Romagna nel 1960. Laureato in Lingue orientali a Venezia, ha vinto una borsa di studio (1984-85) per l’Università Fudan di Shanghai. Nel 1988 ha conseguito a Los Angeles il Master in Linguistica presso l’UCLA e nel 1993 il dottorato in Linguistica presso l’Università Roma Tre. Ha pubblicato in prosa: “Racconti su un chicco di riso” e “La simmetria imperfetta”, con lo pseudonimo di Johan Thor Johansson. In poesia: “In cerca” (2004, Premio Alfonso Gatto opera prima), “Pietrisco” (2006); “Sotto il sole (sopra il cielo)” (2012, Premio speciale Firenze Capitale d’Europa); “Orme intangibili” (2015, Premio Speciale Casentino). Nel 2017 è uscita la raccolta “Al largo”. Ora un suo testo: “Ecco dove siamo / in un ambiente che respira / e tinge il cuore / ai nostri piedi // urge continuare / aprire insieme tratti nuovi / ad ogni svolta / ci sono incontri // misteriosamente / li trovi incisi sulla roccia / segnali-guida / per te e per me”. Da una nota di Rosa Elisa Giangoia: “Consola e conforta il senso della nostra umana incompiutezza leggere questi testi di Alessandro Ramberti in cui reticoli di rigore metrico imprigionano ardite correlazioni del pensiero per tendere il dire poetico, in fascinoso plurilinguismo, verso quell’Oltre, chiuso nel mistero, che il cuore desidera, la mente immagina, ma solo le parole possono tentare di delineare”. Anche in Vecchio e nuovo Alessandro continua la sua ricerca di verità, sia condotta in prosa sia in poesia. Ma di quale verità stiamo parlando? Di quella che la fede in Cristo ci consegna. Ramberti, come anche altri hanno osservato, afferma il positivo dell’esserci per arrivare a una soglia in cui siano stati banditi orrori ed errori della vita e della storia… quella storia che sommerge e non fa respirare. E in ciò il verso risulta sempre leggero, mosso da misericordia, da un perenne affidarsi alla divina provvidenza e dall’amore per il genere umano, così che anche le domande che sgorgano non intimoriscono, non affliggono, risultando utili indicazioni per procedere nel percorso. È pur sempre forte e compassionevole il dire saggio e filosofico di Alessandro, ricco di esperienza letteraria e di importanti incontri di vita. Raccolta da leggere. Raccolta che resta.

lunedì 28 dicembre 2020

“Uno straordinario poemetto intimista… omaggio al celeberrimo poeta”

L’Ora di Pascoli/The Hour of Pascoli 

di Massimo Parolini, Fara Editore 2020

recensione di Gian Ruggero Manzoni




Massimo Parolini, fra i promotori del Premio di Poesia Città di Trento - Oltre le mura, è nato a Castelfranco Veneto (TV) nel 1967 e si è laureato in Filosofia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi su La coscienza di Zeno; è stato addetto stampa del Centro Universitario Teatrale (CUT) di Venezia (fondato su iniziativa di Giorgio Gaber) per il quale ha scritto e rappresentato le commedie Il medico della peste e Svevo e Joyce. Con la Casa Editrice Editoria Universitaria ha pubblicato un libro di poesie sulla guerra nella ex Jugoslavia, Non più martire in assenza d’ali, che ha vinto un Premio Speciale al Concorso Internazionale di Poesia San Marco-Città di Venezia. Dal 1995 si è trasferito a Trento. Come giornalista ha collaborato dal 1997 alle pagine culturali dei quotidiani Alto Adige, Adige, Corriere del Trentino e Didascalie. Dal 1997 è insegnante di italiano e storia presso le scuole superiori del Trentino. Attualmente è docente presso il Liceo artistico Vittoria di Trento. Da alcuni anni è curatore di mostre di artisti trentini del Novecento. Nel 2015 ha pubblicato la raccolta La via cava con cui ha vinto molti premi. 
L’Ora di Pascoli/The Hour of Pascoli è uno straordinario poemetto intimista, in edizione bilingue, con traduzione inglese di Francesca Diano, omaggio al celeberrimo poeta nato a San Mauro di Romagna nel 1855 il quale aveva un forte attaccamento verso la propria famiglia e cercava rifugio entro “le pareti del nido”. L’autore, tramite la bellezza dei versi, suoi e del poeta che lo ha ispirato, svela magistralmente al lettore il miracolo divino della ricomposizione di quel nido familiare nella notte di San Martino. Della raccolta, impreziosita dalle meravigliose illustrazioni dell’artista Pietro Verdini, così ha scritto Alice Concetti, docente dell’Università degli Studi di Firenze: “Nasce da lontano l’attitudine poetica di Massimo Parolini, così come lontana è la sua appartenenza geografica: lontana dal luogo pascoliano per definizione, la Romagna, e lontana soprattutto dal luogo di elezione in Toscana, il luogo scelto da Pascoli come sua vera e definitiva dimora, cioè Castelvecchio di Barga in Garfagnana. Pascoli l’ha conosciuto sui banchi di scuola, come tutti gli italiani, che, anche senza saperlo e anche a prescindere dalle strade prese da adulti, continuano a portare dentro qualcosa dell’unico poeta davvero nazionalpopolare che la nostra tradizione letteraria conosca. E la passione si perfeziona e si approfondisce quando Parolini passa dall’altra parte della barricata, diventando a sua volta insegnante, incaricato quindi di trasmettere e perpetuare il verbo pascoliano presso nuove generazioni di studenti. Il caso di Parolini è uno dei rari e felici casi in cui la passione non si arresta a uno stadio di mera contemplazione o solitaria e autoreferenziale lettura nel silenzio della propria cameretta, ma si trasforma in attività creatrice, come le talee che, pur trapiantate in altri luoghi, riproducono i fiori della pianta madre e danno vita a nuovi esemplari”. 
Alla domanda del perché dedicarsi a un simile omaggio, Massimo Parolini ha così risposto: “Con la raccolta La via Cava ho vinto nel 2017 il secondo premio del Concorso di poesia Giovanni Pascoli - L’Ora di Barga. Nell’occasione della premiazione ho avuto modo di visitare il museo. Maria ha mantenuto tutto come era alla morte del fratello, avvenuta nel 1912. Durante la visita ho potuto percepire la grande energia che sprigiona quel luogo, le vibrazioni degli oggetti della casa, diventata museo ministeriale, come la macchina per scrivere, il collare del cane ecc. Quando sono tornato in albergo, dopo la visita guidata, ispirato dall’esperienza appena vissuta, ho iniziato subito a scrivere i primi versi. Nel testo, tutta la parte in corsivo sono versi di Giovanni Pascoli, invece le cuciture non in corsivo sono scritte da me”. 
L’insieme a mio avviso è interessante a seguito di questo dialogo continuo tra i versi del grande poeta romagnolo e di Parolini il quale, con maestria, dà forma a “collage poetici” riuscendo a mantenere viva, entro le sue composizioni, anche quelle del Pascoli. Sperimento interessante che vi consiglio di leggere.

domenica 10 maggio 2015

Su Ero altrove di Luca Ariano

Le Voci della Luna Poesia, Volume curato da Ivan Fedeli, presente con una nota critica in quarta di copertina assieme alla nota di Lorenzo Mari
Edizioni Dot.com Press, febbraio 2015
pp. 92, € 10,00

recensione di AR

Forse la poesia di Luca Ariano può essere definita caleidoscopica. Certo non nel senso di illusionistica/fantasmagorica, ma in quello più sobrio di attenta agli scarti (anche minimi), ai cambi di prospettiva, alla messa a fuoco di dettagli che hanno poi una ricaduta importante fino a trasformare il contesto di partenza, producendo una “lettura” nuova e in qualche caso spiazzante, della storia, della realtà. Caratteristica dello stile di Ariano è infatti l’uso accorto di personaggi che – come osserva nella perspicua postfazione Salvatore Ritrovato – sembrano attori di un film neorealista in cui il poeta-regista si riflette e si adombra. Essi vivono i loro piccoli/grandi drammi, esprimono i loro desideri, trovandosi calati in una situazione storica che sembra aver dimenticato valori e ideologie, per cui i deboli vengono emarginati, sfruttati e brutalizzati e la natura violata e consumata senza alcuna remora. Le stesse relazioni umane  – sempre più centrate sull’individuo piuttosto che sulla comunità – paiono improntate al soddisfacimento di bisogni (magari indotti) e alla conquista di mete a breve raggio anche queste poi raggiungibili solo da pochi fortunati o privilegiati. I desideri profondi, i progetti di vita, rischiano così di essere rimossi da diverse “voci” di questa raccolta, che si trovano spaesate, frustrate, precarie, incerte del proprio cammino. C’è quindi una poetica della nostalgia di tempi storici in cui si rischiava (si pensi alla Resistenza), si solidarizzava, si voleva trasformare assieme la società per renderla più giusta e attenta a chi partiva da posizioni svantaggiate, si poteva contare su figure autorevoli, su testimoni autentici.  Ora pare che oltre alla figura del padre, siano spesso latitanti anche queste personalità, e ciascuno rischi di appiattirsi su un conformismo consumistico senza prospettive. Anche la presa di coscienza di chi giustamente si indigna, fa fatica diventare un impegno etico a medio-lungo termine ampiamente condiviso.
Emilio, Teresa, Andrea, Fiulin (proiezione di Ariano stesso e del suo fanciullino, per usare un termine pascoliano), Enrico… sono i personaggi più presenti nelle cinque sezioni di Ero altrove.
La prima – “Città perdute” – si apre con una dostojievskiana citazione di Peppino Impastato: Se si insegnasse la bellezza alla gente si fornirebbe un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. Già il titolo della sezione e le parole di Impastato ci forniscono una chiave importante per immergerci nella lettura dei versi che oltre alla critica e alla implicita spinta a reagire alle brutture che ci circondano, sono costellati di immagini che restano impresse: “balzando tra i castagni ha visto / montagne abbandonate e boschi / dimenticati anche dai funghi.” (p. 7); “a pochi passi si sentivano le rane di sera, / un vento senza alberi sradica grondaie / strade allagate di spiagge spianate da nuove stagioni.” (p. 10).
La seconda sezione si intitola “Scanzoniere”: “L’Emilio forse prenderà un’ora / di permesso per andare al funerale / d’un partigiano: è morto lassù, / (…) / mentre tramonta il sole dietro Appennini / e anche l’autostrada bianca ai lati di capannoni / invenduti ha il sapore di caffè e benzina.” (p. 22); “Teresa si sente come foglie secche / cadute nell’acqua e scarpe / che lasciano passi impantanati” (p. 28); “Il tramonto è una crema al salmone / da spalmare su un cielo d’inverno” (p. 29).  “Morbi”, la terza sezione, si apre con una intensa citazione di Gian Ruggero Manzoni che inizia così: La vita è agire, essere liberi, lottare e soffrire, per poi stringersi nelle spalle e slargarsi in una risata. Anche in questa sezione colpiscono alcune immagini: “La luna è una julienne in un’aria soffritta, / di un cortile da cinema parrocchiale” (p. 37); “fuori la città è un’Alabama / di bus vuoti e strade deserte” (p. 39); “Teresa sente le stagioni franare / come mura romane / che nessuno cura più.” (p. 42). “Corte Marziale”, la quarta sezione, ha in esergo versi del poeta latino: Mi piace quella terra in cui felice / mi rende un esiguo patrimonio… È forse la sezione più esistenzialista: “Il barbone del bar Monza / ciondola tra una chiesa razionalista, / bancomat e banconi da bere. / Dicono sia stato un bancario…” (p. 51); “Fiulin e Teresa tra schiumosi cavalloni / a saltare il futuro come un nasello / che di notte finirà in una rete.” (p. 55); “L’Enrico riscopre il calore di una donna: / tra passi tremanti in fondo sorride come adolescente.” (p. 57); “Quell’uomo guarda i numeri dell’orologio: / conta… riconta… le lancette, / i numeri non quadrano più.” (p. 63, questa immagine mi ricorda una scena de Il posto delle fragole di Ingmar Bergman).
Come si può constatare da questi passaggi, la scrittura di Ariano è parecchio prosastica (Ritrovato la definisce a tratti “sgranata, sporca”), il ritmo della versificazione evita in maniera sistematica adagiamenti musicali, ma offre la sua poesia nella bellezza spiazzante delle immagini che la impreziosiscono e nella icasticità di alcuni versi lapidari. Eccone qualche esempio tratto dall’ultima sezione, “La Renault di Aldo Moro”: “la pianura illimitata ti angoscia lo sguardo: / cerchi il profilo di colline, / il profondo respiro delle onde.” (p. 74); “un tempo sognavi ti portassero via… / ora dondolato sui binari / pensi a un viaggio perduto.” (p. 77); “Ricordi passeggiate sotto i portici / cercando uno sguardo, / fino al suono delle ore / che ti riportava al mesto desinare.” (p. 78).


domenica 6 giugno 2021

“Matteo Bonvecchi sa trasportarci oltre, ci avvolge con la sua passione per la bellezza”

DE PRAECIPITATA LUCE di Matteo Bonvecchi, Fara Editore 2021

recensione di Gian Ruggero Manzoni



Matteo Bonvecchi è docente al Liceo Classico di Macerata e vive a Montecassiano, tra i colli cantati dal Leopardi, nato nella vicina, sovrastante, Recanati, e naturalmente in quei luoghi, ancora così densi di storia e letteratura, Bonvecchi si è aggirato fin da bambino. Laureato con una tesi sulla teologia e spiritualità delle Croci Dipinte Francescane delle Marche, è appassionato di storia dell’arte locale. Sull’argomento, tra il 2008 e il 2016, ha curato diversi reportage per il settimanale “Emmaus”. Folgorato dalla testimonianza poetica di Padre Turoldo, solo a 41 anni si è deciso a sottoporsi al giudizio di un concorso letterario così che con Le odorose impronte è stato vincitore del Faraexcelsior 2018. Nel 2020 si è classificato primo al concorso “Narrapoetando” con In crepa di melograne e, nel 2021, secondo al “Narrapoetando” con, appunto, De praecipitata luce.
La poesia di questa raccolta diventa visione della storia dell’arte e dell’oltre: s’immerge nell’opera d’arte e la colora con parole-pennellate emozionandoci perché Matteo Bonvecchi sa trasportarci oltre, ci avvolge con la sua passione per la bellezza, per l’infinita gamma di emozioni e di messaggi che le pitture dei grandi maestri del passato sanno generare. Ci troviamo nelle Marche del XV sec. ove hanno operato Carlo Crivelli, Jacopo di Sanseverino, Giovanni Boccati, Olivuccio di Ciccarello… pittori non sempre noti ma dotati di una qualità e di una verità che da sempre ci fa vibrare assieme ai versi che ne accompagnano le opere. Paolo Cruciani ha così scritto di questo insieme: “Leggendo ‘De praecipitata luce’, verso dopo verso, pagina dopo pagina, si deve essere davvero riconoscenti a Matteo Bonvecchi. Non solo per la sensibilità poetica, non solo per la scelta di non una sola parola che non provenga dall’imponderabile sfera delle emozioni, ma anche perché ognuna delle poesie che compongono questa sua recente raccolta evoca un ricordo, una sensazione. Sensazioni nuove e ricordi che giacevano sopiti nella memoria di chi è stato per un periodo di tempo a stretto contatto con i pittori della cosiddetta Scuola Camerinese del Quattrocento, ma anche emozioni che nascono in chi non ha mai sentito parlare di questi artisti, delle loro vite a volte misteriose e sfuggenti, e che non ha magari mai osservato con attenzione le loro opere". Dall’introduzione al libro dell’amico Filippo Davoli: “Un libro che a me piace molto e che oggettivamente è bello: perché non va a caccia di storia, bensì ne è abitato con grande e convincente naturalezza, quasi che la penna del poeta ne fosse una felice propaggine odierna”. Dalla raccolta, ecco una composizione: “Oltre il disincanto svanisce / quell'ombra celata nei riflessi / d'una finestra cosmica, per quest'opera / di rinnovata creazione, le pietre, / i prodotti animali e vegetali, / le terre dei colori tornano / fango alla mia impronta. Ogni giorno prendere / e portare a traguardo, / ogni giorno immergere / fino al fondo / il solco della vita // e questa carne atroce / ma dolce il pianto / se solo un istante / riposare m'è dato / nel tuo sguardo”. Per quello che mi riguarda l’accostare testi a immagini mi è sempre risultato naturale e, da decenni, in una cartella del mio computer, tengo raccolte una lunga serie di poesie di grandi autori che ho scelto di conservare in una sorta di biblioteca ideale, quindi corredandole di un'immagine ciascuna. Molti di questi esercizi di accostamento esprimono, al meglio, quella che è, almeno per me, tra le prime essenze dell'arte poetica, cioè il rendere pittura la parola e la pittura parola, in un continuo rimbalzo di immagini e voci allo specchio che anche Bonvecchi, a suo modo, con grande garbo, è riuscito a coniugare. Ciò detto, non posso che consigliare questo libro, a mio avviso, in tale accezione, oltremodo riuscito.

martedì 4 maggio 2021

La tenerezza delle ali frastaglia il cielo

IL PENULTIMO GIORNO di Valeria Raimondi

Fara Editore 2021

recensione di Gian Ruggero Manzoni


 

Valeria Raimondi vive a Brescia e fa parte dell’Associazione Culturale Movimento dal Sottosuolo che dal 2008 promuove la diffusione della poesia anche attraverso progetti internazionali. Con il collettivo “Donne A(t)traverso” ha proposto un recital sulle origini della violenza di genere. Sempre con il Movimento dal Sottosuolo, nel 2015, ha curato il “Festival Virgilio” di Mantova e Sirmione e lo spettacolo “I dialetti nelle Valli del Mondo”, progetto artistico di Rosana Crispim da Costa, poi presentato presso il Teatro Bonoris di Montichiari. Suoi testi sono comparsi in “Distanze” (Fara 2018) e alcune invettive nella “Gazzetta dei Dipartimenti” del Collage de Pataphysique. Nel 2011 è uscita con Thauma la sua silloge “IO NO” (Ex-io); nel 2014 con Fusibilia “Debito il Tempo”, opera vincitrice del “Premio Eros e Kairos”. Sue poesie sono state tradotte in albanese e in portoghese, queste ultime poi presentate a San Paolo del Brasile nel 2018. Nel 2019 è stata pubblicata da Pietre Vive “La nostra classe sepolta: cronache poetiche dai mondi del lavoro”, selezione di poesie di lavoratori e lavoratrici di tutta Italia, quindi, nel 2020, “Una storia sbagliata”, cioè la sua testimonianza di lavoro e di vita in una Lombardia colpita dal Covid, è stata edita dalla rivista MicroMega. Colomba Di Pasquale ha così scritto di quest’ultima raccolta di Valeria: “Fortissima nella sua intensità sommessa e viva è la voce partecipe ed empatica di Valeria Raimondi che indaga le profondità dell’anima ben conoscendo le fragilità, i limiti e i desideri del corpo (sempre così unito al proprio spirito). Non possiamo non sentirci avvolti e coinvolti, emozionati e provocati, da questa poesia che evoca immagini stupende e crea suggestioni potenti e bellissime”. Dal libro alcuni suoi versi: “Fuori, ora esci fuori e vola, / e spera che reggano le ali tenere e arruffate, / spera di fermarti prima di toccare terra, / di precipitare” – “Cucino ciò che non posso mangiare. / Riempio piatti a casaccio / mi affamo da sola / mi lascio svuotare” – “Solo una scia lasciamo / uno sguardo sgomento / e alle spalle una strada” – “Ma ora voglio una vita più spaziosa. / Che si frastagli il cielo! / Ora quel che tocco non voglio lasci impronte / solo un passaggio prestato a questo tempo”. Valeria Raimondi sa bene che il compito del poeta è dire la verità, sempre. Quando si parla di scrittura poetica verità non significa necessariamente “realismo”, non significa raccontare fatti “realmente” accaduti, ma esprimere, invece, testi autentici sulla condizione umana. Naturalmente questo presuppone che chi scrive non sia mosso solo dal desiderio di svolgere un esercizio di stile, bensì voglia lasciare una traccia (forse un’incisione?) nel tempo che sta vivendo. Solo così la parola potrà svolgere il suo compito più alto, cioè quello di costruire relazioni, di comunicare, nel senso di mettere in comune idee e sentimenti, e ciò con intelligenza, chiarezza e onestà. Come scriveva Ernest Hemingway: “Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno, ma ciò che farai in tutti i giorni che verranno dipende da quello che farai oggi. È stato così tante volte”… e il fare, in letteratura e in vita, di Valeria è, appunto, quel fare.

venerdì 23 luglio 2021

Su La strada del nutrimento

 

di Davide Valecchi, Fara Editore 2021

recensione di Gian Ruggero Manzoni


Davide Valecchi (Firenze, 1974), musicista polistrumentista, ha fatto parte di vari gruppi fin dall'adolescenza, spaziando tra rock, elettronica e sperimentazione. Dal 2003 è chitarrista del gruppo post-punk Video Diva. Con lo pseudonimo di almost automatic landscapes dal 2001 realizza album di musica elettronica di genere ambient. Sul versante letterario ha pubblicato le raccolte poetiche  Magari in un'ora del pomeriggio (Fara 2011) e Nei resti del fuoco (Arcipelago Itaca 2017). Altre poesie sono presenti in volumi antologici e in vari blog letterari. Nel 2020 con la raccolta ancora inedita La strada del nutrimento è risultato finalista e segnalato in numerosi concorsi letterari. 

Dai testi:

“La strada del nutrimento / è questa curva dismessa / separata dal percorso abituale / perché troppo vicina al precipizio. // Qui l’asfalto è dolce al tatto / e ci accoglie per un riposo / non necessario ma dovuto. // Seduti e rivolti verso il fiume / diamo inizio a un catalogo / di avvenimenti / che riguardano i dintorni / delle nostre mani / dove un mondo piccolissimo / è la migliore letteratura / che si possa desiderare”. 

Di questa raccolta così ha scritto il poeta e promotore culturale Massimiliano Bardotti: “Al di là di quello che ognuno possa credere o pensare, gran parte delle atrocità del nostro essere al mondo potrebbero essere risparmiate esclusivamente intendendo la bellezza come valore necessario. Senza di essa si fa davvero ardua l’esperienza del vivere”. 

Di seguito ecco le parole del critico, saggista e docente Riccardo Deiana: “La strada del nutrimento è una raccolta dove i ricordi più che tornare alla mente come simboli o idoli, tornano alla pelle: leopardianamente, vengono rimembrati”. 

Di sé stesso ci dice l’autore: “Fin da bambino ho sempre vissuto in un ambiente in cui la cultura e l’arte avevano decisamente un posto speciale e ho sentito fin da subito una sorta di chiamata verso quel mondo, sempre incoraggiato e assecondato dalla famiglia, per cui all’età di dieci anni invece di iscrivermi alla scuola di calcio - come facevano quasi tutti i miei coetanei -, i miei genitori mi iscrissero a un corso di pianoforte. Sempre verso quell’età cominciarono i primi esperimenti con la scrittura, un medium che mi pareva congeniale alla definizione di una mia identità personale, un’arte nobile che avrebbe aggiunto valore alla mia esistenza. Ma dopo alcune poesiole e addirittura un romanzo di fantascienza, vergato su un intero quaderno scolastico a quadretti, ho atteso fino ai diciannove anni prima di scrivere qualcosa di vagamente decente. Questo perché l’ispirazione primeva era solo un impeto imitativo piuttosto confuso, mentre con gli anni del liceo, grazie anche a una professoressa di Lettere eccezionale, iniziai ad amare sul serio la letteratura, e la poesia in particolare. La amavo di un amore a volte disperato ed era per me, insieme alla musica, l’ancora di salvezza in un periodo piuttosto infelice della mia vita, iniziato con la morte di mia madre proprio quando avevo quattordici anni e proseguito con vari turbini emotivi fino ai vent’anni e oltre.”

giovedì 14 gennaio 2021

Un volare leggeri che lascia il segno

POESIE MINUSCOLE di Colomba Di Pasquale, Fara Editore 2020

recensione di Gian Ruggero Manzoni

 



Colomba Di Pasquale vive e lavora a Recanati. Tra le sue opere in versi: “Viaggio tra le parole”; “Una vita altrove”; “Il resto a voce”; “Dulcamara” (con prefazione di Vivian Lamarque); “Il mio Delta e dintorni” (prefazione di Vivian Lamarque); e “Circostanze certe”.
Ecco uno dei suoi componimenti. “se ci guardassimo bene dentro / finiremmo col perderci / e una volta persi / ci potremmo finalmente ritrovare // e quando l’attesa sarà finita / vorrei essere per te il ritorno // ti togli un sasso dal cuore / e ti liberi un po’ // Vieni verso di me. / Sarò via di fuga per te”. Di questa sua ultima raccolta così dice Anna Ruotolo: “Considero questo lavoro un punto di atterraggio da precedenti indizi e sentieri, rotte di cielo non ancora attraversate, con quell’ultima poesia in chiusa d’opera che rivela il grado di concrezione e fatica, di pulizia e decoro, ma anche di svuotamento profondo del mondo interiore, come ripensato dentro il lavoro dei versi”. Occorre riconoscere che il titolo della raccolta è veramente azzeccato, perché si tratta di poesie notevolmente corte, quasi delle impressioni impresse sul foglio nel timore che fuggano dal magazzino della mente. Un altro poeta probabilmente ne avrebbe approfittato per considerarle degli spunti su cui costruire un discorso più ampio e invece Colomba Di Pasquale non è improbabile che le abbia acconciate per farle diventare, in via definitiva, dei componimenti. E in questo modo Vivian Lamarque continua: “I versi di Colomba Di Pasquale le somigliano, forti e vulnerabili, fermi e in cammino, prigionieri e in via di liberazione”. La lettura di questo insieme è agevole, ma insolita, un contatto con la poesia che si esaurisce in un battito d’ali, più che altro un volare leggeri che tuttavia lascia il segno perché impone continue riflessioni, comparazioni che ci toccano direttamente e che quei pochi e scarni versi fanno affiorare. Importanti, a questo punto, le parole di Sara Cacciarini: “Queste sono carezze per l’anima del lettore che, leggendo le sue parole, si ritrova in sospirati vissuti e speranzosi futuri in cui l’amore è cardine di molte poesie dell’autrice. Un amore silenzioso e attento, forse non sempre ricambiato e per questo dotato di una leggera pura adolescenza”. Sono poesie, quelle della Di Pasquale che, sebbene nella loro brevità, allargano l’animo, quasi istantanee, brevissime e facilmente comprensibili, che a volte finiscono con l’essere dei consigli di vita sinceri e spassionati.
 

ANCORA GRAZIE A COLORO CHE MI SPEDISCONO I LORO LIBRI, I LORO CATALOGHI E LE LORO RIVISTE …

giovedì 9 gennaio 2020

Una poesia da cui promana una energia segreta

Fara Editore 2019

recensione di Gian Ruggero Manzoni

http://www.faraeditore.it/vademecum/30-Colibripadre.html

 
Nata a Rimini, ove risiede, Anna Maria Tamburini, laureata in Letteratura Italiana con il prof. Ezio Raimondi, con la sua tesi di laurea ha portato all'attenzione del mondo accademico e della critica l'opera di Agostino Venanzio Reali, al quale ha dedicato numerosi altri studi. È infatti fondatrice dell’Associazione Culturale Agostino Venanzio Reali e dell'omonimo Premio di Poesia. Si occupa del rapporto tra letteratura e teologia, con particolare riguardo agli aspetti di intertestualità biblica. Ha avviato, come docente incaricata presso l’ISSR Alberto Marvelli di Rimini (collegato alla Facoltà Teologica dell'Emilia Romagna), il corso di Letteratura e Teologia per la Laurea Magistrale di indirizzo Pedagogico-Didattico e Arte Sacra e Turismo Religioso. Ha collaborato e collabora con siti, riviste, quotidiani, tra cui “Campi Immaginabili”, “Humanitas”, “Studium”, “Città di Vita”, “L’Osservatore Romano”, “Donne Chiesa Mondo”. Ha pubblicato, tra i tanti, i volumi: Nóstoi, La poesia di Agostino Reali, Per amore e conoscenza. Cifre bibliche nella poesia di M. Guidacci, C. Campo, A.V. Reali, Dipingere la parola. La teologia della bellezza nell’opera di Agostino Venanzio Reali, Agostino Venanzio Reali. Via Crucis. Breccia nel mistero. Di lei ha scritto il compianto Giorgio Bárberi Squarotti: “Le sue poesie mi sembrano davvero molto belle: nette, essenziali, fortemente inventive e visionarie, nuove per immagini, figure e concetti: l’orso, la canna vocale al vento, la fede del fiore, la mortella, il molto fuoco sono, in particolare, felicemente mirabili”. Dalla prefazione al libro di Gianfranco Lauretano: “La poesia di Anna Maria Tamburini, attraverso una trama instancabile e discreta di immagini e una voce tesa e lirica, non rinuncia mai al pensiero, alla ricerca di un senso. […] L’autrice sembra suggerire una concentrazione, un desiderio di vedere bene, di chiarezza. Ci mette di fronte a un mondo che è già prodigio in sé, un luogo che chiede solo che ci si accorga di esso e mediante un forte investimento dello sguardo tenta di restituire l’energia segreta che scaturisce da tutto, dai colori e dalla luce, addirittura uno ‘spreco’, un’abbondanza di cui testimoniano diverse poesie”. L’opera di questa autrice risulta delicata, leggermente pennellata, oserei, per usare un termine pittorico, acquerellata, per come le tinte si uniscono fra loro, sfumando l’una nell’altra.

martedì 25 febbraio 2020

La poesia: pensiero, bellezza, luce per attraversare i percorsi più impervi

di Gladys Basagoitia Dazza, Fara Editore 2019

recensione di Gian Ruggero Manzoni


Gladys Basagoitia Dazza, biologa, è nata a Lima e vive a Perugia. Premiata in Perú, Brasile e Italia, fra le opere: La zarza ardiendoPeces ebrios (Premio José M. Arguedas, Lima 1969); Otra vez sobre el vientoL’infinito amoreDonna ErosSelva invisibilePolifoniaAcquaforte (Fara 2003, Targa Parlamento Europeo Premio Anguillara Sabazia 2004); Mujer ErosRêverie (Premio Nuove Scrittrici 2005); Il colore dei sogni (in FaraPoesia, 2005), La carne / El sueño (Fara 2007, finalista Premio Montano 2008), Danza immobile (Fara 2010, Premio Città di Marineo 2011, Premio Minerva Etrusca, Perugia 2011); Finestra cosmica (Fara 2012), la silloge trilingue con Vera Lúcia de Oliveira Radici, innesti, diramazioni (Perugia, 2010); le raccolte bilingui con Fara Oceano di luce (2013, Premio Camaiore Internazionale 2014), Aurora del rinascere (2014), La via dell’arcobaleno (2015), L’empireo della rosa (2016), Il loto della pace (2017), Lealtà dei girasoli (2018); in italiano, L’iris della speranza (2018). Narrativa: Il fiume senza foce (Premio Città di Salò 2009, Premio Prata P.U. 2009, Premio Anguillara Sabazia 2010).

Come per i grandi mistici, la disponibilità di Gladys di attraversare i percorsi più impervi in solitudine deriva dalla certezza che, al di là di ogni dolore, al di là di ogni bruttura e male di vita, la poesia, che è pensiero, bellezza e luce, ci salverà. Del resto l’esperienza “spirituale” è essenzialmente una dimensione di ordine cognitivo che si produce tramite improvvise illuminazioni che furono definite dalla filosofa Maria Zambrano “i risvegli privilegiati”. Anche a seguito di questo Gladys rifiuta le poetiche troppo formaliste e intellettualiste, affidando a una semplicità altamente sapienziale le sue riflessioni e i suoi rimandi lirico-naturalistici. Come di lei altri hanno annotato, la sua è una metafisica laica, infatti non c’è bisogno di professare alcuna religione per essere poeti, “categoria letteraria” la quale cammina sfiorando confini di senso e di linguaggio, toccando l’ineffabile, cioè quello che infine si raggiunge solo tramite la pratica “del profondo silenzio interiore”. Come la stessa Gladys afferma, il suo poetare è innanzitutto pegno e testimonianza di amore, un amore libero e altruista che parla all’anima e risveglia quello che di più limpido e profondo abbiamo in noi. Anche per questo i poeti hanno rivelato sull’uomo molto più di ogni scienza perché, spesso in maniera umile, si pongono dinanzi al mistero e con esso si fondono, stabilendo una comunione con tutto il creato, e di tale “sublime matrimonio” il colore, per Gladys, è l’amaranto.

giovedì 20 maggio 2021

Nelle pieghe del nostro andare

FALÒ DI CARNEVALE di Guglielmo Aprile, Fara Editore 2021

recensione di Gian Ruggero Manzoni


 
Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive a Verona, dove si è trasferito per insegnare. È stato autore di alcune raccolte di poesia, tra le quali “Nessun mattino sarà mai l’ultimo” (Zone, 2008); “L’assedio di Famagosta” (Lietocolle, 2015); “Calypso” (Oedipus, 2016); “Il talento dell’equilibrista” (Ladolfi, 2018); “I masticatori di stagnola” (Lietocolle, 2019); “Il giardiniere cieco” (Transeuropa, 2019) e “Farsi amica la notte” (Ladolfi, 2020). Per la saggistica ha collaborato con alcune riviste proponendo studi su D’Annunzio, Luzi, Boccaccio e Marino, oltre che sulla poesia del Novecento. Ecco una sua poesia titolata “Guado”: “L’incrocio delle strade / è una bocca di mantide, / una ghigliottina in cui passa il vento. // Ci attende, il guado; eppure a tempo perso / ci intratteniamo storpiando i cognomi / e ci facciamo gioco degli assenti. // Poi verrà per ognuno il turno di mostrare / di cosa avrà riempito il proprio sacco, / e rovesciandolo scoprirlo vuoto”. I versi di Guglielmo Aprile si insinuano chirurgicamente nelle pieghe del nostro andare a volte distratto e individualistico. Siamo così “costretti” a esitare, a chiederci il motivo per cui la loro lettura ci abbia smosso, provocato, inquietato, spingendoci a osservare con maggiore attenzione quanto e chi ci sta attorno, a fare il punto sul nostro cammino, a verificare il senso del perché agiamo e siamo. Riccardo Deiana ha così ben scritto di questo insieme: “Una delle chiavi teorico-critiche che potrebbe essere spesa per tentare una definizione sommaria, o semplicemente un inquadramento di genere, di Falò di carnevale, è ‘civismo’. Forti sono i temi e i problemi del nostro tempo chiamati in causa: dall’abbondanza occidentale fine a sé stessa, alla speculazione edilizia. Uno in particolare è preminente: quello della menzogna. Aprile lo interpreta nell’ottica della poesia civile, perché anche laddove ha coloriture più esistenzialistiche, non abbandona mai il contatto con il contesto storico. Il titolo della prima sezione lo esplicita chiaramente: “Grande bluff”. Ciò viene ribadito anche da Andrea Biondi: “Questa è una cupa, dissacrante e velatamente ironica meditazione in versi sugli inganni della quotidianità”. Poi ecco il parere di Colomba Di Pasquale: “Poesia giovane, contemporanea, visionaria, a tratti irreale, spesso concreta e fin troppo cruda. Poesia ricca di rimandi filosofici e decadenti, ma anche di profondi insegnamenti. Poesia necessaria in tempo di Covid-19 in cui viene svelato il vero in tutta la sua essenza”. Quindi una poesia che serve all’uomo per uscire dalle “dipendenze” del consumismo e dell’omologazione. Una poesia netta, diretta, appuntita, quella di Guglielmo Aprile, che nulla lascia all’ambiguo, perché, come “poesia vera”, vuole essere appellata e recepita.

lunedì 28 dicembre 2020

“… un assoluto dell'essere che infine possa trascendere il concreto per trasformarsi in «soffio spirituale».”

La Poesia e la Via
(Saggi sulla letteratura e la salvezza)
 

di Salvatore Ritrovato, Fara Editore 2020

recensione di Gian Ruggero Manzoni



Salvatore Ritrovato, poeta, critico, docente di Letteratura Italiana presso l’Università di Urbino, è nato nel 1967 e ha pubblicato varie raccolte di versi e saggi, di questi ultimi ricordiamo: La differenza della poesia (2017), All’ombra della memoria. Saggi su Paolo Volponi (2017). In poesia: Quanta vita (Book 1997), Via della pesa (Book 2003, n. ed. 2014), Come chi non torna (2008), L’angolo ospitale (2017), Cercando l’isola (2017), Cono d’ombra (2011), La casa dei venti (2018), Dedo, libretto in versi per Modigliani (2019), L’anima o niente (2020). Dalla quarta di copertina, così, di questo insieme, ci spiega Alessandro Ramberti: “È questo un viaggio in compagnia del pensiero poetico, della forza immaginifica, rivelatoria, emozionante, indagatrice, attenta ed empatica della parola che si fa musica e apre mondi interiori in noi e negli altri, permettendoci di vedere la realtà, la natura, l’universo visibile e persino l’oltre invisibile con un occhio di bellezza. Salvatore Ritrovato è una guida appassionata, esperta, ardita, capace di indicarci nuove vie per sempre nuove, entusiasmanti letture”. E così dice del suo lavoro l’autore stesso: “La poesia? Non esiste tema più appropriato a intenderne il valore come il silenzio. Ma che cos’è il silenzio? È probabile che qualsiasi definizione si voglia dare, possa nuocergli, togliendogli quel senso di raccoglimento e attesa che dispone all’ascolto e al dialogo. Io direi che il silenzio è come qualcosa. Per esempio: il silenzio è come lo spazio bianco che circonda il testo di una poesia, dal quale emergono e affiorano le parole della poesia. Non è possibile, leggendo dei versi, ignorare il bianco della pagina che avanza ai bordi e intorno, soprattutto se vi vediamo lo spazio nel quale si nasconde il possibile: il bianco è lo spazio nel quale l’autore dei versi ha rinunciato alla parola per scrivere il silenzio; il quale occorre leggere così come leggiamo le parole, riconoscendogli un suo perché, che vale più di una pausa all’interno di una battuta musicale, in quanto rappresenta anche il silenzio di colui che, davanti al testo, è pronto ad ascoltare le parole dell’altro, ad accoglierle, a farle sue”. Invece Alberto Fraccacreta in questo modo si interroga, prendendo spunto dall’opera di Ritrovato: “La poesia salva? Questo interrogativo millenario ci riporta alla novecentesca - e attualissima - cognizione di una religione dell’arte che ha nutrito il pensiero di grandissimi scrittori (da Proust a Kafka, da Borges a Montale), ugualmente desiderosi di non finire nel côté del nichilismo e della fede confessionale. Insomma, nell’arte, nella letteratura - secondo loro - è possibile trovare (con le dovute proporzioni) uno scampo alternativo”.
La Poesia e la Via mi ha portato a mettere da parte il mito del poeta-vate per indicare, con umiltà e deferenza, come ogni autore che si rispetti dovrebbe, in primo luogo, mirare al sacro allorquando affronta la pagina bianca (e in questo mi trovo più che d’accordo con l’amico Salvatore) così che lo stesso - il sacro, appunto - via via si sveli nel suo farsi parola e ci riporti al senso primigenio dell’origine. Alla base di tale dimensione mistica esiste, comunque, un forte rapporto con la natura e il mondo… con il cosmo… con il creato, così che il fare poesia assume infiniti significati, pur sempre miranti a un assoluto dell’essere che infine possa trascendere il concreto per trasformarsi in «soffio spirituale».

giovedì 20 maggio 2021

La cura della poesia

MEDÈLA di Alessandro Ramberti, Fara Editore 2021

recensione di Gian Ruggero Manzoni

 


Alessandro Ramberti (Santarcangelo di Romagna 1960) si è laureato in Lingue Orientali a Venezia, quindi, nel 1984-85, ha vinto una borsa di studio così da frequentare l’Università Fudan di Shanghai. Nel 1988 ha conseguito, a Los Angeles, il Master in Linguistica presso l’UCLA e nel 1993 il dottorato in Linguistica presso l’Università Roma Tre. Ha pubblicato in prosa: “Racconti su un chicco di riso” e “La simmetria imperfetta” (con lo pseudonimo di Johan Thor Johansson). In poesia: “In cerca” (Premio Alfonso Gatto opera prima), “Pietrisco”, “Sotto il sole (sopra il cielo)” con cui ha vinto il Premio Speciale Firenze Capitale d’Europa, “Orme intangibili” (Premio Speciale Casentino). Nel luglio 2017 è uscita la raccolta “Al largo” (Premio Speciale Città della Poesia e Premio Graziano). Inoltre con l’Arca Felice di Salerno ha pubblicato la plaquette “Inoltramenti” e tradotto 4 poesie di Du Fu. Nel 2019 è uscita la raccolta “Vecchio e nuovo” (vincitrice di numerosi premi). Nel 2020 ha pubblicato il libro “Faglia–Faulto”. Alessandro è, inoltre, “la mente” e non solo delle Edizioni Fara.
Da quest’ultima sua raccolta ecco due testi: “Medico dimmi di me / apri le fauci al destino / chiedi consiglio al sapere / scrutami a fondo scandaglia / anche lo strato dolente / destabilizzati un po’ / la pelle è scorza vivente” – “Grata e turbata / per la missione ti fidi / gioisci e assumi l’incalcolabile / nome che si apre alla luce / diventi madre-nel-tempo di Dio / tu sei medèla attenta e discreta / curi ed ascolti-magnifichi”. MEDÈLA s. f. = medicamento, medicina. Voce dotta dal latino medela = medicina, dal verbo medēri = medicare. Nella molteplicità degli approcci alla malattia e al tema della cura, con lo sguardo sempre rivolto alla singolarità del soggetto, ma anche alla dimensione collettiva, è necessario recuperare entro l'atto del curare e nelle strategie epistemiche della Medicina “qualcosa” che da alcuni secoli, a seguito del trionfo della tecno-scienza, è stato emarginato o guardato con diffidenza e indifferenza… quel “qualcosa” riguarda l’esistenza stessa dell'uomo, l'antica e irrisolta domanda sul senso delle cose e quindi anche del dolore, della malattia, della morte e porta, come nome, POESIA. La filosofa spagnola María Zambrano a tal proposito ha scritto: “La poesia, in particolare, sa aprirsi alle cose; la sua forza sta nell'infinita disponibilità al mondo, nel suo prendersi cura di esso. Rivela la fragilità dell'esistenza che la malattia mette a nudo e offre non solo la possibilità di evadere da una realtà di sofferenza, ma anche di elaborare il proprio dolore, di meditarlo, e di confrontarlo con quello degli altri, per scoprire che questa intima, personale esperienza è in realtà totale ed eterna”. Ma per Ramberti chi è la genitrice della POESIA? Beh, Maria, la Madonna, la Grande Madre, colei che ha portato in grembo il Cristo, colei che carezza e cura, colei che permette a ciascuno, superata la “crisi”, di rispondere, al meglio, alla propria vocazione umana, come avrebbe potuto dire il filosofo e saggista bulgaro Tzvetan Todorov.

lunedì 31 agosto 2020

L'attenzione competente di Francesco Filia illumina anche autori trascurati

CORPO A CORPO di Francesco Filia, Fara Editore

recensione di Gian Ruggero Manzoni


Francesco Filia vive a Napoli, dov’è nato nel 1973. Insegna filosofia e storia in un liceo cittadino. Si interessa prevalentemente di filosofia, poesia e critica letteraria. Sue composizioni poetiche e note critiche sono presenti in numerose riviste e antologie. Ha pubblicato i poemi Il margine di una città (Il Laboratorio 2008); La neve (Fara 2012, vincitore e finalista di diversi premi nazionali); La zona rossa (Il Laboratorio 2015, con prefazione di Aldo Masullo); la plaquette L’inizio rimasto (Il laboratorio 2017), le raccolte Parole per la resa (CartaCanta 2017) e L’ora stabilita (Fara 2019). È redattore del LITblog Poetarumsilva. In questa raccolta di saggi, Filia, con competenza e trasporto, parla dell’opera di Giorgio Cesarano, Milo De Angelis, Victor Cavallo, Cesare Pavese, Giovanni Raboni, Franco Fortini, Piero Jahier, Salvatore Toma, Michele Sovente e Mario Luzi. Così, di questo libro, l’autore dello stesso ha scritto: “ […] un poeta è anche lo spazio del senso profondo della propria vita […] è un corpo a corpo radicale con il Tutto, ciò a cui poi ambisce la poesia… l’ogni cosa che la poesia ambisce a dire; infine tutte le parole che abbiamo pronunciato nella vita e che a loro volta ci hanno definito e che ci scrutano in bilico tra un ricordo totale e un oblio radicale. Così la parola poetica è la dimensione in cui si manifesta la struttura ontologica dell’esistenza – tautologia, allegoria e simbolo – dire la vita in quanto vita alludendo a qualcosa d’altro, tenendo insieme opposti inconciliabili, mostrandone la bellezza e la drammatica irriducibilità, questa è la fedeltà del poetare verso la vita e della vita verso sé stessa”. Ed ecco la voce di Stefania Zanetti sull’operato di Filia: “Le pagine del libro divengono mano a mano talmente ricche di significati vitali che si inanellano in spirali di risposte alle domande intime dell’essere umano e poeta”. Poi Giuseppe Moscati: “Originale e vivace, tale raccolta è strutturata per far emergere temi e toni, piste di ricerca e connessioni possibili, visioni e ossessioni, senza trascurare elementi a volte sottovalutati o comunque poco riconosciuti dagli autori che hanno dato loro voce”. Quindi Angelo Leva: “Pregevole è questa tensione alla ricerca dell’autore particolare, come un Victor Cavallo, poi subito il volo su autori straconosciuti come Pavese o Raboni”. E, per finire, ecco il parere di Astrid Lucchesi: “L’autore mostra tutto il mondo racchiuso nel testo senza dover aggiungere nozioni superflue, ma dando l’idea che gli strumenti per comprenderlo fossero tutti già lì a portata di mano”. CORPO A CORPO è opera saggistica che si discosta dalle solite… dalle tante dedicate a questo o quel poeta… perché in essa si parla anche di autori poco conosciuti, ai quali Filia dedica la stessa attenzione e attribuisce la stessa importanza che ha rivolto a quelli già famosi, e ciò mi ha colpito, e non poco, in positivo. Quindi un grazie a Francesco e all’amico Alessandro Ramberti che, ancora una volta, ci ha regalato una sua bella e giusta produzione editoriale.

giovedì 10 settembre 2020

Una composizione originale

Alessandro Ramberti, Faglia-Faŭlto. Avviamento all'esperanto, Fara 2020 

recensione di Gian Ruggero Manzoni 

 



Alessandro Ramberti, poeta ed editore, è nato a Santarcangelo di Romagna nel 1960. Laureato in Lingue Orientali a Venezia, ha vinto una borsa di studio che lo ha portato all’Università Fudan di Shanghai. Nel 1988 ha conseguito a Los Angeles il Master in Linguistica presso l’UCLA e nel 1993 il Dottorato in Linguistica presso l’Università Roma Tre. Ha pubblicato in prosa: “Racconti su un chicco di riso” (1991) e “La simmetria imperfetta” (con lo pseudonimo di Johan Thor Johansson - 1996). In poesia: “In cerca” (2004), “Pietrisco” (2006), “Sotto il sole – sopra il cielo” (2012), “Orme intangibili” (2015), “Al largo” (2017). Come da presentazione editoriale la recente raccolta di Alessandro Ramberti, intitolata Faglia-Faŭlto, ha un sottotitolo: Avviamento all’esperanto. Questa iniziale notazione evidenzia già l’originalità e complessità dell’opera, perché il libro si compone di una prima sezione di poesie in italiano, di una seconda in cui parte delle stesse poesie sono riportate nella versione in esperanto, e di una terza sezione dove, attraverso 10 lezioni con relativi esercizi e un’appendice, l’autore offre al lettore un piccolo manuale di avviamento all’esperanto. Ma veniamo alle composizioni di Ramberti. Le poesie pubblicate nel volume rivelano, come sempre, la sapienzialità che vive in Alessandro, espressa con grande trasporto, intensità, passione, purezza. L’insieme e il come lo stesso è concertato ribadiscono valori come quello della solidarietà, dell’unione fra i popoli, della comunione. Così, del libro, ha scritto il poeta, narratore, sociologo Subhaga Gaetano Failla: “L’Autore, con la proposta di una lingua libera e comune, realizza il primo passo verso l’amicizia universale. E in tal senso, nell’utopia dell’esperanto come lingua globale, egli va ben oltre la famosa affermazione di Pessoa ‘la mia patria è la lingua portoghese’. Per Alessandro Ramberti patria è l’intero pianeta, e possiamo condividerlo soltanto attraverso una suprema alchimia, una ineffabile armonia, come leggiamo in questi versi ispirati: Legando lo spirito alla terra / richiedi una sponda che dia slancio / che mescoli queste dimensioni […]. L’amicizia universale giunge a noi quando, attraverso una ‘faglia’, siamo colpiti da un bagliore, da questa intuizione: il nostro io è illusorio e di conseguenza è illusoria la nostra separatezza. Thomas Merton ha intitolato un suo libro Nessun uomo è un’isola, in ricordo di un passo di John Donne. E Alessandro Ramberti ci illumina con questi versi: Nessuno è isolato e chi si pensa / migliore non ha ai piedi ali / ma il cuore inceppato e travisato.”

giovedì 10 aprile 2025

“Il cielo è più cielo / con le ali spiegate”

Giancarlo Baroni, Il mio piccolo bestiario in versi, puntoacapo 2025, Note critiche di Mino Petazzini e Alfredo Rienzi, Illustrazione in copertina di Vania Bellosi 

recensione di AR


Scrive Alfredo Rienzi nella Postfazione: “… il poeta parmense ci accompagna con stile asciutto e di arguta chiarezza in un florilegio di versi, citazioni, riferimenti, commenti e intuizioni tra zampe, vibrisse, piume, squame, elitre, fauci di fuoco…” (p. 92).

Riporto alcuni lacerti risalendo a ritroso le pagine di questo fantastico viaggio nel mondo affascinante degli animali reali o fantastici cantati da poeti come Saba, Montale, Raffaello Baldini, Thomas Stearns Eliot, Vivian Lamarque, Paolo Polvani, Guido Gozzano e tantissimi altri.

Nella raccolta Il Bestiario di Tebe Gian Ruggero Manzoni dedica al drago una poesia che inizia così: «Con le tue spire stritolavi / esseri umani ed elefanti. ( Non era il fuoco l’arma che preferivi, / ma la forza di cento boa (…)» (p. 81)

Nella raccolta Macello (Einaudi, 2024) il poeta Ivano Ferrari (1948-2022) racconta con angoscia e forza, con versi aspri e duri fino alla crudeltà, la sofferenza di questi luoghi (…). “Nel silenzio di carne, / passa luce dalle carcasse / ma in un brivido fugge.” (pp. 66-67)

Nel libro troviamo versi di Giancarlo Baroni stesso, caratterizzati dal suo stile attento al dettaglio, sobrio, elegante, empatico:

Gatto // Intensamente / mi fissa questo gatto / lui sa chi sono.” (p. 61); “Airone cenerino // Ogni anno mi aspetti / in questi laghetti alpini / sei tu davvero / o un altro somigliante? Solitario / airone cenerino che sali // dove i compagni / non si arrampicano. (…)” (p. 56); “Merli // La melanina che scurisce il corpo / e ci rende simili a fantasmi / fa paura all’allocco. / Allora gonfiamo il petto / gli gridiamo te l’abbiamo fatta / un’altra volta, gioiamo / ma piano / come avessimo in gola dell’ovatta.” (p. 54); “Aeree frontiere // Nati prima degli eroi e della terra / a voi uccelli tocca / il primato del mondo. (…) / Come un’intercapedine, un’aerea frontiera / fra la gente e gli dei / sta la vostra città. (…) / (…) Noi uomini giungiamo / fin lì con la preghiera / di predire il futuro. Giove con le folgori / e il fuoco di Vulcano / vi tolgono le parole / mutandole nel canto / che tutti vi invidiamo.” (pp. 48-49).

Restando in ambito aviario il Nostro cita il seguente distico 

dalla fulminea essenzialità, di Giancarlo Consonni “Il cielo è più cielo / con le ali spiegate.” (p. 42) [e aggiunge] Forse i volatili sono gli animali che maggiormente hanno affascinato i poeti, penso ad esempio a Pascoli. (p. 43)

Dalla poesia di Baroni Farfalle: fiori alati traggo questa palpitante quartina (p. 39): “Soffio vitale / respiro e fiato / tu chiamami soltanto / fiore alato.”

Sorprendente questa poesia di Franco Marcoaldi citata a p. 25: 

Pane e cane // Fresco fragrante festoso / invitante essenziale / Al mattino, quando compro / un buon pane, penso: / ecco com’è il mio cane.

Struggente quella riportata a p. 18 di Gabriele Galloni (assai prematuramente scomparso): 

Il camaleonte // Somiglia sempre a quello che non è. / A volte è un albero, a volte un’altra bestia – / di notte capita che sembri me.

Per concludere questo excursus a volo d’uccello, lascio la parola a Mino Petazzini (p. 5):

Nei diversi capitoli del suo “piccolo bestiario in versi” le suggestioni letterarie si susseguono: molte mi erano note, perché in questi anni le ho inseguite e raccolte per le mie antologie, altre sono state un’interessante rivelazione (…)

Un invito a leggere questa nuova opera di Giancarlo Baroni che ci apre davvero tante inattese finestre poetiche (direi anche con una sottesa sensibilità francescana) sul mondo degli animali. 

domenica 31 maggio 2020

Una filosofia che cammina fra noi

di Michele Caliano, Fara Editore 2020

recensione di Gian Ruggero Manzoni


Michele Caliano è nato nel 1963 e vive a Montoro, in provincia di Avellino. Diplomatosi all’Istituto Tecnico Commerciale di Solofra, astrofilo dall’inizio degli anni ’80, ha conseguito negli anni ’90 un attestato quale frequentatore di un corso in astrofisica negli ambiti dell’Osservatorio di Montecorvino Rovella. Socio del Gruppo Culturale “Francesco Guarini”, da sempre è appassionato di cosmologia, divenendo divulgatore scientifico nelle scuole medie statali e presso alcune radio libere del suo territorio. Con Fara, edizioni del sempre bravo , ha già pubblicato, nel 2019, la raccolta poetico-scientifica Theory of Infinity. Così come in nota editoriale del libro oggi in questione: “Con la sua poesia ironica, a tratti scanzonata e irriverente, Michele Caliano ci offre uno spaccato onesto e senza fronzoli della condizione umana, di noi che viviamo sotto questo cielo stellato (così affascinante e misterioso) e calchiamo la superficie di questo pianeta così pieno di contraddizioni, così bello e così bistrattato. Veniamo dunque chiamati a raccolta nelle sue pagine che ci mettono in guardia da facili entusiasmi, dall’attaccarci a teorie transitorie e scientificamente falsificabili, dal costruirci idoli posticci dall’inconsistente effetto placebo, dall’ambire a ciò che umanamente non si può raggiungere, né possedere”. La lettura di questa sua ultima raccolta risulta, come sempre, scorrevole e piacevole, nonché, filosoficamente, ricca di rimandi e di non poche intuizioni, infatti, come poi nel titolo, anche di filosofia si può parlare, quando si affronta la scrittura di Caliano, di una filosofia che dall’alto della torre, dove solitamente la si colloca, scende e riesce a camminare, anche con semplicità, fra noi umani, regalandoci momenti molto intensi e frutto di un’ormai comprovata perspicacia.

mercoledì 2 gennaio 2019

Sulla nuova raccolta di Andrea Parato

recensione di Gian Ruggero Manzoni



- IMMINENTI STATI DI NECESSITA’ di Andrea Parato, Fara Editore, dell’amico Alessandro Ramberti. Andrea Parato è nato a Rimini nel 1979 e vive a Riccione dal 2008. Ha pubblicato saggi sulla comunicazione, racconti e sillogi di poesia e ha vinto diversi concorsi letterari. Si occupa di comunicazione, formazione, editoria, sia per passione che per lavoro. Uno dei testi tratti da questa racconta: “Spegnete le lampade, venite, / smettete di scrutare / non c’è più bisogno, spegnete anche il sole / perché questi occhi chiusi e cechi / vedranno una nuova luce su volti di stupore. / E vieni anche tu, figlio orgoglioso, / in questo abbraccio misericordioso / e misterioso. / Torna anche tu a questa casa / che accoglie il viandante di vita. / Non essere tu il prossimo a partire: / per odiar tuo fratello / sarai esule dal cuore”. Ha detto Massimiliano Bardotti di questo libro: “Chi ha scritto questi versi ha, a mio avviso, una padronanza dello strumento poetico eccezionale. Ho trovato il dialogo poetico dedicato alla vicenda del ‘figliol prodigo’ di una cura e di una bellezza difficile da esprimere”. Interessante come Parato affronti questo momento epocale, e ciò si riversa nel suo fare poesia. Così egli dice: “Partiamo da una riflessione generale: la dimensione della crisi caratterizza l'esistenza umana. Però in alcuni momenti storici e in alcuni particolari contesti tale aspetto che riguarda la vita delle persone si acutizza tanto da sembrare endemico e così diffuso da passare a un piano socialmente condiviso, un piano di ‘crisi globale’ (almeno per come viene proposta dei media o percepita). Se quello che la nostra società sta attraversando è uno di questi momenti, cosa possiamo fare? Il tentativo di trovare soluzioni per gestire la crisi in senso lato si collega alla gestione del cambiamento. […] Questo può essere doloroso – infatti la teoria della 'dissonanza cognitiva' dice che spendiamo più energia a fare quadrare ciò che non corrisponde alla nostra percezione del mondo, invece di accettare le difformità – ma può essere un momento creativo e generativo" … e in questo anche noi crediamo.