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martedì 2 febbraio 2021

Aprile, Bonvecchi e Zaffini vincono il concorso Narrapoetando 2021!

Dopo attenta e appassionata valutazione, la giuria del concorso Narrapoetando 2021 sezione Poesia (i risultati della sezione Narrativa/Saggio in Narrabilando) ha designato i seguenti vincitori (pubblicazione premio a cura di Fara Editore) e segnalato alcune opere meritevoli di attenzione. Grazie di cuore alla giuria e a tutti i partecipanti e complimenti vivissimi ai vincitori!


I class.

Falò di carnevale 

di Guglielmo Aprile (Verona)



Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. È autore di raccolte di poesia: Nessun mattino sarà mai l’ultimo (Zone 2008), L’assedio di Famagosta (Lietocolle 2015), Calypso (Oedipus 2016), Il talento dell’equilibrista (Ladolfi 2018), I masticatori di stagnola (Lietocolle, 2019), Il giardiniere cieco (Transeuropa 2019), Farsi amica la notte (Ladolfi 2020), Teatro d'ombre (Nulladie 2020). Scrive saggi critici su riviste; tra i suoi campi di interesse, la poesia del Novecento, oltre a vari studi su alcuni classici della tradizione letteraria italiana (D’Annunzio, Luzi, Boccaccio, Marino). 


«Una delle chiavi teorico-critiche che potrebbe essere spesa per tentare una definizione sommaria, o semplicemente un inquadramento di genere, di Falò di carnevale, è “civismo”. Forti sono i temi e i problemi del nostro tempo chiamati in causa: dall’abbondanza occidentale fine a sé stessa, alla speculazione edilizia. Uno in particolare è preminente: quello della menzogna. Lo interpreto nell’ottica della poesia civile, perché anche laddove ha coloriture più esistenzialistiche, non abbandona mai il contatto con il contesto storico. Il titolo della prima sezione lo esplicita chiaramente: Grande bluff. Il “civismo” sembrerebbe funzionale a garantire non solo una coerenza di approccio rispetto ai problemi del mondo, ma anche un’omogeneità di tono: cupo, accusatorio, rancoroso. Il poeta non fa passare sotto traccia nessuno dei motivi legati alla falsificazione della realtà: sia nei riguardi dei rapporti inter-personali (bugie bianche, bugie nere, reticenze, piccoli inganni, opacità), sia nei riguardi del sistema economico capitalistico, fatto di plastica e sprechi, e il cui strumento per eccellenza, la pubblicità, mostra, ormai del tutto senza ritegno, i suoi lati più disonesti e truffaldini, tramite, per esempio, i depliant. Oltre alla suddivisione in sezioni ben pesate, è apprezzabile anche la risemantizzazione, talvolta in direzione del simbolico, talvolta dell’immaginismo puro, di certo lessico fisico-matematico e astronomico, a cui aggiungerei un non ostentato e piacevole escursionismo geografico-mentale, grazie al quale il lettore è felicemente spostato dal cantiere nei pressi di tangenziali periferiche , a tundre e deserti, dalle giostre e dai parchi urbani a mitiche città del medio-oriente antico. Sono tessere minuscole, che però sortiscono un effetto di allargamento della visuale degno di nota. La malinconia acida per aver perso la giovinezza, insieme al ritratto assai poco generoso della nostra epoca (“medioevo di saccheggi”), danno luogo a una poesia che non fa mai sperare, per cui «solo il buio/ […] / tiene fede alla parola data»; al contrario, esegue il compito di distribuire amarezza, disillusione e un senso arreso di claustrofobia. Proprio questo vorrei si premiasse: il coraggio di puntare il dito e di emettere una voce dalle parole scomode, divise tra «il rimprovero e la pietà», che oltre a subire i raffinati trucchi della menzogna, prova, anche se fragilmente e senza sicurezza, a sbarrargli un minimo la strada.» (Riccardo Deiana)


«Poesia giovane, contemporanea, visionaria, a tratti irreale, spesso concreta e fin troppo cruda: Il personale sanitario attinge / a un ricco repertorio / di eufemismi, di formule cortesi. Poesia ricca di rimandi filosofici e decadenti ma anche di profondi insegnamenti: Poi verrà tempo di mostrare ognuno / di cosa avrà riempito il proprio sacco, e rovesciandolo scoprirlo vuoto. Evidente la “truffa”, il “tranello” della modernità con i suoi luccichii e illusioni. Allora si può parlare anche di poesia civile in questo caso. Poesia necessaria in tempo di Covid-19 in cui viene svelato il vero in tutta la sua essenza. Serve all’uomo per uscire dalle “dipendenze” del consumismo e del “grande bluff”. Spiazzante l’ironia di certi versi: per errore o per distrazione / la cometa è scivolata nel water – ma la prossima cometa è prevista / fra non meno di un secolo. A saper leggere si trova anche la luce, non troppa, come in Fiori gialli. (Colomba Di Pasquale)


«Cupa, dissacrante e velatamente ironica meditazione in versi sugli inganni della quotidianità.» (Andrea Biondi)


«Un viaggio nel tempo che abbraccia passato, presente e futuro. Questa poesia semplice e schietta ammette la vulnerabilità, i sogni e i segreti, l'orgoglio e il grande bisogno di amore.» (Ardea Montebelli)



II class.


De preacipitata luce 

di Matteo Bonvecchi (Montecassiano, MC)



Matteo Bonvecchi è docente al Liceo Classico di Macerata e vive a Montecassiano, tra i lieti colli cantati dal Poeta della vicina, sovrastante Recanati. E naturalmente tra quei versi, tra quei luoghi ancora così densi della loro eco si è aggirato fin da bambino. Laureato con una tesi sulla teologia e spiritualità delle Croci dipinte francescane nelle Marche, è appassionato di storia dell’arte locale. Sull’argomento tra il 2008 e il 2016 ha curato diversi reportage per il settimanale Emmaus. Folgorato dalla lettura giovanile di Turoldo, solo a 41 anni si è deciso a sottoporsi al giudizio di un concorso letterario: con Le odorose impronte è vincitore del Faraexcelsior 2018. Nel 2020 si classifica primo al concorso Narrapoetando con In crepa di melograne. È giurato in concorsi letterari nazionali. E beato chi non nasconde / il suo bisogno nell’orgoglio / chi non pensa di far tutto da solo.


«Una poesia barocca, labirintica, intessuta di rimandi e folgorazioni che restituiscono un vivido senso dell’Assoluto.» (Alberto Fraccacreta)


«De praecipitata luce è il colto esperimento, sicuramente riuscito, di vestire l'arte con versi e storie e voci narranti. Su tutto, la grazia vivificante del Signore.» (Andrea Biondi)


«Romano Guardini nella citazione in esergo afferma: "nella liturgia arte e realtà diventano una unica cosa…libera da ogni scopo e perciò piena del senso". Carichi di significato questi versi dal linguaggio sapiente si nutrono di un'introspezione acuta dando voce alla vera bellezza.» (Ardea Montebelli) 


«Ho apprezzato l’ispirazione, il progetto e il grande lavoro di ricerca che hanno mosso, preparato e dato vita alla raccolta. È una poesia teatrale (molti sono i personaggi coinvolti) e itinerante (a ogni testo corrisponde quasi sempre un luogo proprio e diverso dal precedente e dal successivo). La forte componente pittorico-artistica, vera protagonista, e i continui spostamenti fisici, mettono in gioco trasversalmente, e con essi si misurano e confrontano, sia il proposito oraziano dell’ut pictura poesis, sia, soprattutto in riferimento ai secondi, le possibilità offerte al lettore dal genius loci. La raccolta, marchigiana e latina, ha una struttura notevole, entro la quale è sviluppato un gusto sì antiquato e in alcuni casi perfino modesto, ma mai fortunatamente misero e scontato.» (Riccardo Deiana)


III class.


Concerto inutile 

di Alessandro Zaffini (Pesaro)



Il nome di Alessandro Zaffini (Sassocorvaro, PU, 1988) si perde nella leggenda: protagonista del poema Urbineide di messer Brunetto da Foggia dottore nella città ducale e terrore del Nordest italiano sotto le spoglie del cantacose Giumara, a lui sono attribuiti due famigerati volumi: Le api marce (Sigismundus 2013) e Scordare il copione (Fara 2018), nonché Senza rumore (Alka 2019), un CD registrato con la band Giumara & The PinkNoise. Durante la pandemia sarebbe caduto in estasi nel suo scantinato… da allora un disco (Il regno vegetale) resta sepolto con altri segreti in attesa di spedizioni archeologiche. 


«La raccolta è fluviale, nel numero e nella forma: abbondante sul piano dell’offerta testuale e capace di spaziare dalla prosa alla poesia. In linea di massima, viene privilegiata la narrazione. Ma al di là di questi dati esteriori, Concerto inutile è risultata interessante perché si confronta con temi importanti senza peli sulla lingua e senza indulgenze verso toni confessionali auto-apologetici e fuorvianti, contriti e banalmente intimistici. Tra questi, rientra senz’altro il tema ecologico. Il rapporto con il paesaggio – c’è sicuramente Zanzotto a fare da sfondo filosofico – è sia politico (modelli nocivi di urbanizzazione, di ambiente, di turismo), sia personale, di identificazione contraddittoria: gelosa e fortunata via di salvezza è il paesaggio, ma anche patimento e delusione. È inglobata e sottoposta a dure critiche anche la società, sia letteraria, con le sue cerimonie narcisistiche e galatei ipocriti, che quella collocata ai margini, in termini sia economici che ideologici: dai senza tetto ai campi Rom. Lo stile è spesso sciatto e volgare, inutile nasconderlo; eppure, è convincente e funziona, perché riflette bene e con sincerità un nervosismo morale e un umore dinamizzato dall’intelletto e viceversa fino a farli sentire prossimi a chiunque si fermi un momento a meditare su ciò che lo circonda: sono gli stessi nervosismi intellettuali pieni di bile che spesso la coltre dei tabù e del convivere civile ci costringono a tappare e reprimere. Il discorso in generale tiene, convincendo sia quando il poeta usa l’ironia a livello metaletterario (rispetto alla lirica, per esempio), sia quando rifiuta il bel verso se l’occasione tematica richiede di affrontare il lato oscuro del problema senza pudori e mistificazioni. Insomma, il semiogramma di queste poesie è ampio e ampio è lo spettro formale: pur sfiorando sempre il rischio di perderne il controllo – e forse anche questo è in fondo un elemento disturbante di merito – il poeta ibrida la lirica con il poema e l’haiku, la canzone con il diarismo, la prosa bassa a versi melodiosi, il passaggio strofico causidico agli istinti più censurati e sciatti.» (Riccardo Deiana)


«La visione lucida e spietata di una riacquistata maturità che non risparmia gli anni del disincanto e, con eguale forza, sa ancora cogliere il miracolo dell'improvvisa accensione.» (Alberto Fraccacreta)



opere votate e segnalate


La strada del nutrimento 

di Davide Valecchi (Dicomano, FI)



Davide Valecchi (Firenze, 1974), musicista polistrumentista, ha fatto parte di vari gruppi fin dall'adolescenza, spaziando tra rock, elettronica e sperimentazione. Dal 2003 è chitarrista del gruppo post-punk Video Diva. Con lo pseudonimo di almost automatic landscapes dal 2001 realizza album di musica elettronica di genere ambient. Sul versante letterario ha pubblicato le raccolte poetiche Magari in un'ora del pomeriggio (Fara, 2011) e Nei resti del fuoco (Arcipelago Itaca, 2017). Altre poesie sono presenti in volumi antologici e in vari blog letterari. Nel 2020 con la raccolta inedita La strada del nutrimento è risultato finalista e segnalato in numerosi concorsi letterari.


«La strada del nutrimento è una raccolta dove i ricordi più che tornare alla mente come simboli o idoli, tornano alla pelle: leopardianamente, vengono rimembrati. Sono corporei, apparizioni dense: pietre concrete, fiumi, boschi, mattoni, frane. Il rapporto con essi non è negromantico o spiritico, né tipico di quell’utilitaristica nostalgia in cui nei crolli e cedimenti quotidiani ci si rifugia per consolarsi o espiare colpe presunte e dolori; è un rapporto quasi di amicizia e compagnia: con essi si cammina per i sentieri vicino a casa e da essi si impara. I ricordi, così pulsanti e arteriosi, valgono da apprendistato. La scrittura è equilibrata, disossata e chiara; il dettato è controllato e dà la cifra del grado di consapevolezza artigianale del poeta, della sua sensibilità e dimestichezza con durata dei versi, tempi e pause, gli a-capo e la sintassi. Non ci sono esuberi concettuali, né sprechi di sostantivi e aggettivi. La tendenza all’armonia è evidentemente frutto di una misura raggiunta, prima ancora che nella pagina, nella vita: “dove un mondo piccolissimo / è la migliore letteratura”.» (Riccardo Deiana)


«Che ci sia la Poesia è qualcosa che ad ogni incontro riempie di stupore. Perciò vorrei ringraziare “Il sentiero del nutrimento” e chi gli ha dato spazio. E anche vorrei scusarmi perché per fretta e superficialità ho rischiato di non riconoscerlo. Perché la strada del nutrimento “è questa curva dismessa / separata dal percorso abituale / perché troppo vicina al precipizio”. Occorre la delicatezza di chi sa che casa è qualcosa che non riusciamo più a vedere, ma ne intuisce la trasparenza. La strada del nutrimento non ci prende per mano, perlopiù non vuole guidare, non gli interessa. Eppure lo seguiamo perché c’incanta questo canto inconsueto, maturo come un ragazzo e sua madre davanti alle cose ultime. C’incanta questo tempo che va indietro, torna, ma è sempre presente, attento, al mondo piccolissimo degli avvenimenti che riguardano i dintorni delle nostre mani, al buon lavoro del sole e della pioggia sulla ruggine, quello che si scopre cercando il silenzio che nasce dentro, la dolcezza di quel movimento elementare che è il respiro della vita e della morte dal quale mai siamo usciti, e nel quale siamo tutti assieme, "io e te soltanto", dice la mamma al figlio, e il figlio a me, e ognuno a ognuno, sempre nel presente. Cercandolo e amandolo, lasciando il passato che ci ammala al passato, e guarendo per intero, in una volta sola. Vanna, a cui è dedicato il libro, è madre di questo mondo trasparente perché è con lei che nasce questo nuovo stare. Nasce nel poeta e nasce in noi, se lo seguiamo. Perciò vorrei ringraziare.» (Gregorio Iacopini)



La tua pura morte 

di Fabio Chierici (Fiorano Modenese)



Il mio nome è Fabio Chierici e sono nato a Modena giovedì 30 giugno 1988. Vivo e lavoro come educatore a Fiorano Modenese, tra le colline e le ceramiche. Sono laureato in Scienze dell’Educazione, presso l’università Alma Mater Studiorum di Bologna. Scrivo poesie da molto tempo e ho partecipato ad alcune letture poetiche, tra cui un evento del PoesiaFestival dell’Unione Terre dei Castelli. Ho vinto la 1^ edizione del Concorso di Poesia del Friends’ Date di Sassuolo con la poesia Umarell, la quale è presente nella raccolta Rime amiche – Le poesie del Friends’ Date, Incontri Editrice.


«Il tratto breve e conciso di chi intende la poesia come la più alta forma di cognizione.» (Alberto Fraccacreta)


«Crepuscolare meditazione pervasa dalla fede, con una tendenza forse eccessiva ad una camuffata disperazione. Mi auguro che il "vespro" possa essere illuminato dalle "lodi" di un "giorno che non muore”.» (Andrea Biondi)


Parole incerte 

di Marinella Acciarri (Massignano, AP)



Sono nata a San Benedetto del Tronto e in possesso dei seguenti titoli di studio: maturità classica, laurea in Scienze Agrarie, conseguita presso Università degli studi di Perugia, 3 Abilitazioni per l’insegnamento, alcune specializzazioni ed un master. Ho lavorato per molti anni come ricercatrice, con borse di studio, tenendo numerosi corsi e partecipando a convegni e giornate di studio come relatrice. Sono docente di ruolo presso l’Istituto di Istruzione Secondaria Superiore “Carlo Urbani” di Porto Sant’Elpidio (FM), fin dall’anno scolastico 2004-2005.


«Scava alle radici del sogno, là dove il dolore e l'essenza costituiscono una fonte inesauribile di ispirazione artistica, là dove la poesia è voce sincera di un'anima sanguinante. Questa poesia non teme la verità, né il dolore, anzi li affronta di petto, traducendoli in versi pieni di pathos.» (Ardea Montebelli) 



Oggi io non 

di Anita Guarino (Torino)





«“M’innamoro sempre con straordinaria semplicità”. Questo verso racconta una poesia di una semplicità disarmante e al tempo stesso cruda e irriverente. Poesia che si fa epistola ma forse ancor più diario. Epistola per l’altro. Diario per sé.  C’è un io amante e l’altro amato, desiderato, allontanato, perduto, agognato, ricordato e onnipresente. Non c’è verso che non lo contenga. “E non parlo, perché mi sono costruita da sola / questo tormento che ha il tuo nome”. La consapevolezza che l’amore è un fuoco che presto o tardi si trasforma, sfugge, si disperde, ritorna, annienta. Un po’ come gli amori di Alda Merini, voraci e veloci ma qui c’è altro, c’è un’emancipazione dell’amore stesso, c’è l’odi et amo di Catullo in un certo senso. Alcuni versi sono assoluti, sentenze di vita: “Invento nomi ai luoghi, legando ai polsi le strade”. –  “L’amore è una condizione di minorità”. Che siano gli amori che non viviamo, che lasciamo andare, gli amori eterni? Che sia come bere del vino, amare? Fino all’ultimo sorso? Fino all’ultima goccia?» (Colomba Di Pasquale)



Ogni cosa finisce e non finisce 

di Socrate Toselli (Bassiano, LT)


Socrate Toselli ha 35 anni e vive a Bassiano, un piccolo paese in Provincia di Latina. Svolge la professione di avvocato.


«Sarebbe poca, misera cosa, trovare soltanto un libro in un libro. Guadagnare nel tempo preso qualche foglio e qualche parola in più rispetto a quello che alla fine ci porteremo dietro. Grande cosa, immensa, è trovare in un libro un amico. Forse perché l’amicizia è tra ciò che più può insegnarci la vita. È una questione di fiducia, una questione di fedeltà. Fedeltà è ciò che chiede la Poesia: così insegna l’amicizia. “A cosa serve / tenere questa penna tra le mani? / Conta solo che tu / non ti allontani; / conta solo che tu / non vada via.” (Conta solo). È un’arte difficile quella di imparare a occupare il nostro posto. “Ogni cosa finisce e non finisce” è un canto che le gira intorno, e Ulisse (Ulisse), innamorato del mare, innamorato dell’Amore che non conosce lontananza (Ma nel mare), si trova a lanciarvi i sassolini dei suoi sbagli, scoprendovi quella Misericordia in cui nessuna pietra resta a galla (I miei peccati). Magari si rituffa (Nemmeno il mare): sa di perdersi nella solita strada (Autunno), eppure rimane. E nel suo rimanere, nel rimanere che sta imparando, ci resta accanto. Ci resta accanto questa musica appassionata che ogni tanto si accende (“Dolce la resa a questa lieve luce / che alla vita e alla morte riconduce” della splendida Ungaretti, per citare due bei versi fra i tanti) e se cede alla nostalgia (“Che pure una carezza fa paura, / che resta il segno quando poi scompare” ne La sabbia della riva), pure sa tornare. Perché è fedeltà che la Poesia chiede, che chiede la Vita: “il buio, immobile, attende che sia giorno” (Dietro una finestra).» (Gregorio Iacopini)


«Il pensiero del poeta è la sua poesia: egli privilegia il ragionamento rispetto alla forma e a scelte lessicali preziose. La poesia si sviluppa discorsivamente, di solito dentro schemi ritmici essenziali e ricorsivi: quasi valessero le rime da minime coordinate concettuali e fossero poste a dimostrare che anche ogni movimento del pensiero e ogni azione etica possono darsi unicamente all’interno di categorie fisse e condivise universalmente (nel caso del linguaggio poetico le categorie sono rappresentate dalle rime). Nonostante i richiami metafisici, è una poesia di limiti e che dei limiti mostra potenzialità e coercizioni.» (Riccardo Deiana)



Il penultimo giorno 

di Valeria Raimondi (Leno, BS)



Valeria Raimondi vive e lavora (e un poco anche scrive) nel bresciano. Fonda nel 2010 l’Associazione culturale Movimento dal Sottosuolo che promuove incontri e iniziative poetiche internazionali. Tre sue raccolte di poesie escono tra il 2011 e il 2017. Viene tradotta in lingua albanese insieme a Beppe Costa e Jack Hirschman e in lingua portoghese per un’opera a quattro voci presentata a San Paolo del Brasile. A giugno del 2019 esce per ed. Pietre Vive La nostra classe sepolta. Cronache poetiche dai mondi del lavoro che raccoglie i contributi di una trentina di lavoratori e lavoratrici distribuiti su tutto il territorio nazionale. Tra marzo e giugno 2020 scrive alcune testimonianze di lavoro e di vita nella Lombardia colpita da CoVid che confluiranno in un articolo: Una storia sbagliata per la rivista MicroMega (Temi-Repubblica).


Ne Il penultimo giorno ci sono dei “tempi” (il primo è il penultimo giorno poi l’abisso e infine il ritorno) che scandiscono la silloge e la ciclicità della vita stessa. Nella cura dell’altro che pian piano si consuma il/la poeta si trova e ritrova. Una poesia della cura quindi e di frammenti di memoria. Ricordi dolorosi della fine ma c’è sempre qualcosa che resta, anzi, che ricomincia. L’eterna altalena della vita stessa. Già sappiamo perché già siamo e soprattutto siamo stati: “Vado cercando l’altra che son io / per dire se ancora un poco mi somiglia”. Potremmo cogliere in questi versi la cura della malattia e la cura dal mal d’amore come situazioni similari o molto distanti tra loro. Al lettore l’esatta lettura. La Poesia è spesso guado e precipizio come in questa silloge. Antiche verità e certezze, sono il compimento di una vita e non basta: “Fa male una parola se la si scorda / se si ricorda fa male uguale”.» (Colomba Di Pasquale)



Si fa soglia il mare nel silenzio 

di Mariangela De Togni (Piacenza)



Mariangela De Togni, nata a Savona, è suora delle Orsoline di Maria Immacolata (Piacenza). Insegnante, musicista, studiosa di musica antica. Membro dell’Accademia Universale “G. Marconi” di Roma, ha pubblicato le raccolte di versi: Non seppellite le mie lacrime (1989), Nostalgia (1991), Una Voce è il mio silenzio (1995), Chiostro dei nostri sospiri (1998), Profumo di cedri (1998), Un saio lungo di sospiri (2000), Flauto di canna (2004), Nel sussurro del vento (in Quaderni di Letteratura e Arte, 2005), Nel silenzio della memoria (ne Le visioni del verso, 2008), Cristalli di mare (2010), Fiori di magnolia (2011), Frammenti di sale (2013), Si può suonare un notturno su un flauto di grondaie? (2016, prima classificata al Faraexcelsior), Nel fiato umido dell’autunno (2019, II class. al Narrapoetando). È presente nel Dizionario della Biblioteca di Stato, in agende, antologie, blog e riviste di poesia contemporanea. Numerosi i premi e i riconoscimenti.


«Perché ancora ammira le stelle nella notte e ne serba il bagliore per un giorno di altra luce.» (Gregorio Iacopini)


martedì 6 ottobre 2020

Ramberti finalista, Castellani e Deiana segnalati al Premio Città di Forlì sez. Irene Ugolini Zoli per la prefazione a un libro di poesie

L'Ortica <centroculturalelortica@gmail.com> ha scritto:


Buongiorno,
 
comunichiamo le decisioni di giuria in merito al Premio Irene Ugolini Zoli per la prefazione a un libro di poesie, sezione del Premio Letterario Nazionale Città di Forlì:
 
1° classificato: DAVIDE CASTIGLIONE di Valenza (AL) per la prefazione a Concerto per l'inizio del secolo di Roberto Minardi, Arcipelago Itaca Edizioni, Osimo 2020 
 
2° classificato: STEFANO VALENTINI di Padova per la prefazione a Stranieri di Francesco Sassetto Valentina Editrice, Padova 2016
 
3a classificata: ANGELA AMBROSINI di Città di Castello (PG) per la prefazione a Solo gli angeli chetano il mare di Elio Mariucci, Bertoni Editore, Chiugiana 2020
 
Finalista: SILVIA MARCANTONI TADDEI di Genova per la prefazione a Una mattina mi son svegliata di Massimo Sannelli, Lotta di Classico, edizione digitale 2020
 
 
Finalista: ALESSANDRO RAMBERTI di Rimini per la prefazione a Pensieri filosofici o filo soffici di Michele Caliano, FaraEditore, Rimini 2020
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Segnalata: SILVIA CASTELLANI di Milano per la prefazione a Nel fiato umido dell'autunno di Mariangela De Togni, FaraEditore, Rimini 2019
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Segnalato: RICCARDO DEIANA di Vetralla (VT) per la prefazione a L'ora stabilita di Francesco Filia, FaraEditore, Rimini 2019
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Segnalato: SOTIRIOS PAPADOPOULOS di Vicenza per la prefazione a La verità è un bambino dagli occhi grandi di Edoardo Gallo, Edizioni Liberodiscrivere, 2020
 
Alleghiamo invito alla premiazione, pregandovi di darci conferma della partecipazione.
A tutti le più vive congratulazioni.
 
Comitato promotore del Premio
 

 

 

martedì 23 gennaio 2024

Ecco i vincitori del Narrapoetando 2024

La giuria del concorso Narrapoetando 2024 – composta da Annalisa Ciampalini, Anna Ruotolo, Ardea Montebelli, Daniele Gigli, Mario Fresa, Massimiliano Bardotti e Riccardo Deiana, che ringrazio di cuore per la loro appassionata e competente valutazione con utili suggerimenti critici – ha stilato la  classifica qui sotto. Complimenti ai vincitori e agli altri autori che hanno ricevuto un attento giudizio critico e grazie a tutti i partecipanti che si sono messi in gioco. Il vincitore della sezione Narrativa nel blog Narrabilando.


Narrapoetando 2024


I class. ex aequo


Le mie mani non sanno 

di Alessandro Burrone (Pechino)



Alessandro Burrone (1994) è cresciuto tra Torino e Cigliano (VC) e vive a Pechino. Ha collaborato con riviste e blog letterari, tra cui Pangea, Studi Cattolici, Il Sussidiario, farapoesia, La poesia e lo spirito. Con Fara ha pubblicato una raccolta di poesie, La sete, il sonno (2022) e il romanzo La promessa di vita nel tuo cuore (2023, vincitore del concorso Narrapoetando).


«La silloge è formata da componimenti di lunghezza variabile, a volte il verso si allunga e la scrittura tende alla prosa. È una poesia pronta ad accogliere molte sfaccettature del mondo, complessa, e allo stesso tempo dotata di freschezza espressiva. L’autore, a tratti, si addentra in territori intimistici pur restando sempre incline ad accogliere la luce che proviene dall’esterno. È una poesia dinamica, in divenire, non mancante di riflessioni e spunti.» (Annalisa Ciampalini)


«Una poesia sottile e sfumata, sostenuta da una lingua composita ma equilibrata, capace di connettere sentimenti e situazioni di suggestiva e ricca intensità.» (Mario Fresa)


«Un’attività permanente e continua (riprendendo la citazione da Porion, in esergo) è il contesto esplicito di questa poesia non immediata ma nemmeno inestricabile. Piuttosto, gli elementi quotidiani sono dati per bagliori oppure, quando precisamente tratteggiati, attestano che qualcosa è stato fuori di loro. Una raccolta di rimandi e indizi che spinge a leggere con la voglia di cercare il punto di non ritorno.» (Anna Ruotolo)



Giorno uno 

di Matteo Bonvecchi (Montecassiano, MC)


 

Matteo Bonvecchi è docente al Liceo Classico di Macerata e vive a Montecassiano, tra i lieti colli cantati dal Poeta della vicina, sovrastante Recanati. Con Le odorose impronte si classifica primo al concorso Faraexcelsior 2018 e vince nel 2020 il Narrapoetando con In crepa di melograne. Nel 2021 con De praecipitata luce vince il concorso Narrapoetando (ancora inedito, si era classificato 3° al Premio Città di Subiaco, menzione d’onore al Metamorfosi) ed è stato superfinalista al Città di Latina 2020. È giurato in concorsi letterari nazionali. Si è classificato II al Faraexcelsior 2022 con l’opera Come terra ferma.

«La genesi, i profeti Amos, Osea, Michea, Zaccaria si sodano in uno spaccato di vita che conserva il sapore e il ritmo delle origini. Non c’è nulla di più vero di una realtà trasfigurata che sa leggere e rileggere nel cuore dell’uomo.» (Ardea Montebelli)

«Chi ha scritto queste poesie sa il fatto suo. La lingua ha un buon equilibrio e talvolta guadagna perfino la grazia. Il ritmo è stato impresso da una mano che non temo di definire esperta. Rispetto alle altre raccolte che hanno partecipato al concorso, dove il contenutismo (sempre, purtroppo, di medio calibro) è preponderante, con Giorno uno ho avuto un’impressione inversa: qui è buono e in alcuni passaggi ottimo il linguaggio, ma un poco debole il progetto che lo sostiene - è la ragione per cui non sono riuscito a dare il punteggio pieno. La debolezza del progetto non deriva da una presunta incapacità del poeta di controllare la sua materia, ma, al contrario, dal fatto che l’ha controllata troppo. Probabilmente è per questo che i testi appaiono spesso schematici e grigi.» (Riccardo Deiana)

«Visto l’anonimato dei testi, dovrei fingere di non aver riconosciuto la voce dell’autore, che invece da diverso tempo – nelle anticipazioni che sparge qua e là sul web – sta affinando una voce in dialogo con la Sacra Scrittura, in particolare con alcuni dei profeti minori, Amos e Osea su tutti. E proprio le sezioni ispirate alle loro vicende sono le più riuscite, quelle in cui l’invettiva tocca i suoi momenti migliori, quasi muovendo chi legge all’azione – alla conversione, alla preghiera.» (Daniele Gigli)



II class.


Senza vedere il cielo 

di Nicola Scodro (Ottawa)



Nicola Scodro (2000) si sta specializzando in Global Development e News, Media and Information presso la Carleton University Ottawa. È originario di Nove (VI), ma quando è in Italia si dedica quasi esclusivamente alla montagna, sua passione assieme alla poesia e alla fotografia. Collabora con il giornale indipendente The Charlatan e lavora come fotografo freelance. Nel 2020 pubblica Naufragi di un’Illusione, la sua prima raccolta di poesie e fotografie.

«Una raccolta in stile diaristico in cui i componimenti sono contrassegnati da una data e un luogo. Le poesie qui raccolte traggono linfa vitale dalla sofferenza per la mancanza della persona amata e dalla passione per la montagna: la combinazione di questi due elementi gioca un ruolo fondamentale per la riuscita dell’opera che risulta coesa pur spaziando nel tempo e nello spazio. Il poeta resta fedele alla sua ispirazione e nei versi si riscontrano autenticità, slancio e desiderio di apertura. La scrittura è precisa, i testi tengono bene e sanno trasportare il lettore attraverso un viaggio poetico denso di sentimento, tensione, sogni e malinconia. » (Annalisa Ciampalini)

«Nelle prime righe l’autore introduce l’opera, ci racconta quando ha scritto le poesie che stiamo per leggere, le circostanze, poco felici, che lo hanno portato a scrivere, e quanto questa scrittura sia stata dolorosa ma fondamentale, curativa. Questo è uno dei poteri grandi della poesia. Mentre leggevo l’introduzione ad alta voce (leggo sempre ad alta voce per riconoscere il canto) ero già immerso in un mondo, ero già catturato in un racconto, in un’esperienza. L’armonia di una scrittura che ha radici nella verità di chi scrive è avvolgente. E allora mi sono ritrovato nei sogni, nelle speranze, nelle malinconie, nelle disperazioni, nei rilanci e negli slanci, nella voglia di avere abbastanza forza per farcela, poi nelle cadute, nei timori, nelle paure e nei terrori di non farcela, di fallire, fallire, fallire. E quello che si avverte è una sorta di bellezza che è nel canto di quest’opera anche quando il dolore si fa più grande, la nostalgia più forte, la sensazione di disastro imminente presente. C’è un’armonia ad accompagnare l’andamento di quest’opera, perché la volontà non è mai quella di abbandonarsi allo sconforto o peggio, fare del dolore un idolo come oggi troppo spesso accade, la volontà che muove questa scrittura è sempre una volontà di resurrezione, di rinascita. Anche in quelle occasioni in cui il canto si fa più spezzato e la parola cruda, anche quando il desiderio di luce sembra soffocarsi, forse proprio soprattutto nella poesia che dà il titolo al libro. Anche Senza vedere il cielo, si può essere figli dell’aurora, cantati dall’arcobaleno, eternati da un tramonto… Una nota finale di rilievo per le descrizioni di paesaggi naturali, luogo d’elezione del poeta, dato che egli stesso scrive: “in questa natura dove solo so essere onesto”.» (Massimimilano Bardotti)



III class. ex aequo


La soluzione 

di Vincenza Scuderi (Misterbianco, CT)



Vincenza Scuderi, nata a Catania nel 1972, è germanista presso l’università della stessa città. Vive fra la Sicilia e la Repubblica Ceca. È saggista, traduttrice, poeta e autrice di racconti, e redattrice della rivista antimafia “LeSiciliane-Casablanca”. Con Accade soprattutto per la strada ha vinto il concorso “Pubblica con noi 2013” di Fara Editore, raccolta poetica poi apparsa nel volume collettaneo Scelte vincenti (Fara 2013). Tra i suoi lavori germanistici, la traduzione delle Lettere del ritorno di Hugo von Hofmannsthal (Villaggio Maori 2015). Ha in pubblicazione un volume di racconti. Nelle vesti di umorista carica i suoi video come “Epos Animation” sul canale: vimeo.com/user173937005

«C’è una fulgente ironia, in questi versi spesso brevi e appuntiti, benché si affacci, sempre senza mai volersi far troppo vedere, una concreta amarezza. Si affronta una malattia in questi versi, eppure ci si ritrova spesso a sorridere. Ho la sensazione che queste brevi poesie abbiano il carattere di chi le ha scritte. Immagino piacevole, il tempo trascorso con loro. Porterei volentieri le mie ginocchia a passeggiare insieme all’autrice, mentre gli altri il cane…» (Massimiliano Bardotti)

«È una poesia colta, quella de La soluzione, e forse, come Loos, cerca di fare a meno dell’ornamento. Eppure, da un tempo giovane e impetuoso a uno che si divide tra una Sicilia accesa e una Vienna pacificata - ma ancora da capire - si dipana la storia di un’umana dallo sguardo vigile e la mente acuta. Potrà la poesia entrare, ancora una volta, nel tempo e nella storia, nella sofferenza personale e sciogliere il rebus? Sì, per lampi di rara bellezza, nascosti (ma non troppo) nell’arguzia di questa lingua piacevolissima e l’intelligenza delle soluzioni brevi e per questo folgoranti.» (Anna Ruotolo)

«L’autrice ha agito chiaramente e con intelligenza sullo stile, e gliene va dato atto. Si nota la consapevolezza con cui si è mossa. Ha trovato una misura dignitosissima, che definirei, come certe note in musica, "giusta": tra haiku, aforisma, imitazione ironica e autoironia. Come si spera sempre sia, ne La soluzione l’autrice ha dato il diritto di precedenza alla forma (chiamando in causa anche i modelli poetici a cui si è ispirata), e questa è la sua forza. L’unico e purtroppo non eludibile difetto è che il materiale è quantitativamente poco, ed è forse per questo che non riesce a scattare in nessuna direzione plausibile. Siccome lo stile è accurato e la voce convincente, l’autrice farebbe bene a continuare su questa linea, ma la inviterei ad aggiungere un di più di pensiero alle sue poesie e a posare ed esercitare lo sguardo anche su altri temi. Se si aspettasse qualche mese, verrebbe fuori un volume di sicura qualità.» (Riccardo Deiana)



In limine

di Gianpaolo Anderlini (Fiorano Modenese)



Gianpaolo Anderlini vive nel modenese. È redattore della rivista QOL (dialogo ebraico-cristiano). Tra i libri: Qabbalàt Shabbàt. Meditazione sui salmi del Sabato (Aliberti 2017), Giobbe. Opera in versi (Fara 2018), Distopie (Fara 2020), Versi di/versi. Diario poetico ai tempi del coronavirus (Fara 2020), Angelo Fortunato Formíggini. Uno dei meno noiosi uomini del suo tempo (Aliberti 2021), Variazioni (Fara 2021), Devarìm ’acherìm (Parole altre) (Fara 2022), Io sono tuo, salvami! Commento al Salmo 119 (Chirico 2022), Incontri (Fara 2022), Figli di Qohèlet (Fara 2023).

«Una raccolta dalla forte e non comune densità espressiva, notevole per l’equilibrio controllato e consapevole della lingua, nella quale l’autore evoca atmosfere e sensazioni dalle sembianze dilabenti e crepuscolari, dividendosi tra scoramenti e aperture, tra aspre disillusioni e risorgenti speranze.» (Mario Fresa)

È sempre una cosa piuttosto complicata mettersi a nudo di fronte a qualcuno che non ci conosce, come potrebbe essere un lettore, ad esempio. Ma l'autore sa bene che il lettore o una qualunque altra persona che ha modo di leggere la sua poesia mai potrebbe giudicare il suo cuore, le umane debolezze, gli insuccessi e le faticose ripartenza. Il coraggio di raccontarsi è davvero un talento prezioso. (Ardea Montebelli)



Le tre margherite 

di Matteo Pasqualone (Cesenatico, FC)



Matteo Pasqualone nasce a Cesena (1987). È marito, padre e insegna nella scuola secondaria di primo grado. Da anni il suo studio e la sua passione si concentrano sul rapporto fecondo tra teologia e letteratura. Ha pubblicato la raccolta poetica Scommessa d’eterno (Il Ponte Vecchio 2016). Vive a Cesenatico. Ha vinto il concorso Faraexcelsior 2020 con Ogni nascita è dal caos.

«Scrittura inquieta, pulsante, nervosa, notevole per l’efficacia del tono e della generale e sicura compiutezza formale.» (Mario Fresa)

«Le tre margherite è un poema che nel suo sviluppo fa emergere quasi sussurrando il dramma universale della morte in grembo. Interessante nel suo tentativo di intessere un concerto a più voci – lei, lui, i vicini con il loro cicaleccio guardone e un po’ spietato – e di dipanare attraverso queste istantanee di pensiero la narrazione dei fatti, l’opera non è tuttavia sempre all’altezza dei rischi che prende: il tono del linguaggio è disomogeneo, e se è evidente che la disomogeneità è volutamente usata come espediente narrativo, meno convincente è la padronanza con cui viene maneggiato; allo stesso tempo, l’uso di rime e assonanze – soprattutto in fine di verso – risulta alla fine più appesantire il testo che rimarcare significati a distanza; infine, le voci che incarnano personaggi sono forse un po’ troppo poco sfumate, in un certo senso didascaliche.
Nonostante questi punti che invitano a un ulteriore lavoro sul testo, il poema è godibile nella sua delicatezza e originale nella sua struttura, superando di stretta misura il secondo classificato proprio per questa sua potenzialità inespressa.» (Daniele Gigli)



Altre opere votate


Il tinnito 

di Antonio Nazzaro (Civezzano, TN)



Antonio Nazzaro (Torino, 1963). Apparso su alcune pagine poetiche, per errore, da quel momento viene definito scrittore. Emigrante di emigranti vive tra Latino America e Alpi. In quanto non salariato dirige diverse collane di poesia italiana e latinoamericana per differenti case editrici. Ha pubblicato sillogi in Italia e America Latina, in italiano, spagnolo e itañolo. Del suo lavoro di traduttore si trova traccia in Argentina nel libro “Dino Campana Suramericano - Cantos Órficos” Abisinia Editorial, Argentina, 2022. Alcuni suoi articoli sono apparsi in diverse riviste e giornali italiani e internazionali. Suoi versi sono stati tradotti in lingue sconosciute al poeta.

«Silloge particolare che trae ispirazione dal “TINNITO” detto anche acufene, ossia una percezione sonora avvertibile in termini di sibilo, fruscio, in assenza di rumori esterni. L’autore partendo da questa condizione, a volte anche notevolmente fastidiosa, esplora un mondo poetico vario e significativo. Per quanto originale la silloge non è mai eccessiva né artefatta, il poeta sa mantenere l’autenticità dell’ispirazione senza forzature. La scrittura è precisa, aderente a quanto si vuol esprimere e permette al lettore di addentrarsi abbastanza facilmente nei versi.» (Annalisa Ciampalini)


«L’idea è buona. L’autore (credo sia un uomo) scrive per contrastare il tinnito, più volgarmente conosciuto come acufene. Lo fa perché gli fracassa letteralmente il cervello. E già su questo avverbio ci sarebbe da ragionare. Ecco: questa raccolta ha il merito di attivare nel lettore delle riflessioni. Ho visto immediatamente un valore simbolico nella scelta del tema e nel modo in cui l'autore ha posto la questione. Ho apprezzato il tentativo di contrastare quel rumore fastidioso e costante con le parole selezionate della poesia: la poesia non è qui la tecnica che prevede di far ingurgitare un poco di veleno per volta all'avvelenato al fine di mitridatizzarlo e di conseguenza guarirlo, ma è l’arte (forse perfino marziale) di incistare il suono gravido di senso (le parole della poesia, per l'appunto) nelle frequenze demoniache e nella morsa del tinnito, avversario e compagno. Le cause dell’acufene sembrano essere sia interne (fisiche, anatomiche, mnestiche: la biografia e la biologia dell’uomo) sia esterne. Potrebbe rappresentare, il tinnito, come una pioggia di spilli, la realtà e la Storia che non offrono spazi di modifica ma solo disturbo e fastidio al soggetto, facendolo disperdere, disorientare, patire?» (Riccardo Deiana)


«È sempre una cosa piuttosto complicata mettersi a nudo di fronte a qualcuno che non ci conosce, come potrebbe essere un lettore, ad esempio. Ma l’autore sa bene che il lettore o una qualunque altra persona che ha modo di leggere la sua poesia mai potrebbe giudicare il suo cuore, le umane debolezze, gli insuccessi e le faticose ripartenza. Il coraggio di raccontarsi è davvero un talento prezioso.» (Ardea Montebelli)


«Anche quella che canta Il tinnito è voce di un autore ben riconoscibile – fosse anche soltanto per i luoghi praticati. Interessante nel suo ricondurre il macrocosmo dell’universo mondo al microcosmo di un fastidio fisico invalidante e onnipresente, il poemetto – possiamo chiamarlo così? – si compiace forse un po’ troppo dell’invenzione fino ad abusarne e a rendersi più monotono di quanto non sarebbe. Questo il punto che mi permetto di sottoporre all’autore per un’eventuale limatura del testo.» (Daniele Gigli)



Luci 

di Gabriel Tagliabue (Cureglia, Svizzera)


 

Gabriel Tagliabue nasce una fredda notte di primavera di 17 anni fa all’ospedale di Desio, in Brianza. Comincia a scrivere poesie in quarta elementare, dopo che le sue maestre lo affascinano con la lettura del Carducci. Partecipa fin da giovanissimo e viene premiato a numerosi concorsi letterari in tutta Italia. Le sue opere parlano ai suoi coetanei e agli adulti, raccontando con un linguaggio spiazzante il mistero della natura che lo circonda e delle emozioni della sua età. Si appassiona poi allo stile e alla scrittura di Dante acquisendone metrica ed ispirazione. Attualmente vive a Cureglia presso Lugano, in Svizzera.

«Con un linguaggio colto e raffinato l’autore osserva la realtà al rallentatore e con una sorta di lente d’ingrandimento interiore è in grado di coglierne con stupore ogni minimo dettaglio dilatando spazio e tempo.» (Ardea Montebelli)



Ixoe de ària/Isole d’aria

di Donatella Nardin (Cavallino Treporti, VE) 



Donatella Nardin è nata e risiede a Cavallino Treporti (VE). Dopo gli studi classici, ha lavorato nel settore turistico. Sue poesie e racconti, premiati in numerosi concorsi letterari, sono stati inseriti in antologie di diverse case editrici (LietoColle, Empiria, La Vita Felice, Puntoacapo, Terre d’ulivi…), in alcune riviste anche straniere, in siti web e lit-blog. Alcune sue liriche sono state tradotte in inglese, francese e giapponese. In poesia ha pubblicato: con Il Fiorino la silloge In attesa di cielo e la raccolta di haiku Le ragioni dell’oro; con Fara Terre d’acqua e Rosa del battito e The green eye of the fields / L’occhio verde dei prati versione inglese a fronte di Ivano Mugnaini. Sue sillogi sono state di recente premiate e inserite nei volumi: L’altra metà del cielo (Ibiskos Ulivieri 2021), Distanze obliterate (Puntoacapo 2021) e Premio di Poesia Città di Mestre 2022 (Mazzanti Libri). Ultima uscita la raccolta Il dono e la cura (Aletti Ed., con versione in arabo di Hafez Haidar.

«L’antica arte degli Haiku è forse qualcosa di non completamente compreso nella nostra cultura. Anche se in effetti se ne trovano esempi, anche rigorosi riguardo alla metrica (ogni Haiku dovrebbe essere composto da 3 versi di 5, 7 e 5 sillabe) è raro trovare una completa aderenza alla tradizione di questo particolare mondo poetico. Non riguarda solo una ricerca di essenzialità, ma il tentativo di cogliere un attimo fuggente, di fermarlo e a un tempo eternarlo. E poi c’è la relazione con la natura, essere vivente che si fa materia accesa, più che metafora, senso della nostra vita, dove trovare i valori del nostro esistere. Ho trovato in questi Haiku una grande aderenza alla tradizione, con la particolare nota del dialetto. E qui si apre un’altra pagina straordinaria di tradizione legata alla poesia dialettale. Ecco, due tradizioni che si incontrano e in maniera così naturale, questo ho molto amato. E poi l’occhio del poeta (o della poetessa) che osserva intorno a sé e tutto vede, e nel cantarlo appunto lo eterna, e ci rende intatta la misura di chi siamo, e di come viviamo. (Massimilano Bardotti)



La nòsta zénta / La nostra gente 

di Marco Marchi (Longiano, FC) 



Marco Marchi nato a Longiano il 10 giugno 1944. Ha scritto 5 romanzi: Quelli dell’Eldorado (Longo 1986), Il gelato è una cosa seria (Diabasis 2004), Quelli dell’Eldorado (Perdisa 2007), Terra e Destino (Perdisa 2008, premio Pescara), Sulle orme di Rocky marciano (Ed. Europa 2017, premio Milano international), Gianni Di Bologna (Persiani editore 2019). Tre raccolte di poesie: Os-cia! (Ponte vecchio 2020), A i sarèm sempra (Ci saremo sempre) (Fara 2023, Primo classificato al concorso Narrapoetando) e L’arióut – La rivincita (II class al Faraexcelsior 2023).

«Tutti i dialetti aprono portali e, dentro, si compie la storia di un intero popolo, benché minimo, circoscritto. E i dialetti, poiché lingue dell’appartenenza, trattengono la memoria meglio di qualsiasi altra cosa. Perciò questa poesia è sapienziale e contemporanea insieme, istruttiva e ludica, sempre viva, oscura e triviale o aperta e chiara. Un piccolo miracolo, nel solco della saggezza di Loi, delle chiare visioni in lingua di Cappello. (Anna Ruotolo)


L’in/cubo di Rubik 

di Vincenzo Lauria (Firenze) 



Vincenzo Lauria, nasce, correva l’anno 1970, sulle rive del lago di Como e benché vi rimanga per soli quattro anni ne assorbe le nebbie. Torna alle origini, nell’Agrigentino, con quattro parole in un lombardo da emigrante ed è subito: "U Milanisi", capisce presto che non avrebbe avuto vita facile… L’anima - scavata nel tufo - ordisce nel tempo la fuitina: Roma (la crescita interiore e le sue tempeste) e la Toscana (l’approdo sicuro) sono le sue tappe. In mezzo, cresce, come un fiore di campo-nomade, la poesia che nel 2001 trova una stanza in affitto presso Stanzevolute (gruppo di 11 poeti selezionati dal dantista Domenico De Martino). Da allora la condivisione, l’osservazione e l’ironia sono rimaste le coordinate principali di un percorso poetico che tende all’apertura della parola, alla molteplicità dei suoi sensi, delle forme attraverso le quali può raggiungerci.

«L’idea è ottima, tuttavia non è sviluppata al pieno della sue possibilità linguistiche: ricopiare in bella la brutta copia delle prove poetiche senza ricontrollare con rigore l’aspetto formale non rende migliori quelle prove. Talvolta la scrittura è perfino corriva, insufficiente, rispetto alla portata potenzialmente interessantissima del progetto di fondo. Se ottenesse la pubblicazione, si dovrebbe consigliare all’autore o all’autrice di fare prima un approfondito lavoro di pulitura e potatura.» (Riccardo Deiana).



Peonie e poesie 

di William Stabile (Sava di Baronissi, SA) 



William Stabile (Milano, 1973) ha studiato Scienze Politiche presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Ha vissuto dieci anni a Londra dove ha lavorato nella City per una agenzia di stampa del settore finanziario. Dopo un viaggio di ricerca in Sud America, ha insegnato Lingua e Cultura Italiana per alcuni anni in Bolivia. Sui versi sono usciti su varie riviste e siti di poesia italiana e straniera. Grazie al critico Vincenzo d’Alessio, ha pubblicato Contrappunti & Tre Poesie Creole (Fara Editore 2006). Con una nota di lettura di Stefano Guglielmin e Laura di Corcia è uscito nel 2016 La Forza degli Schiavi (edizioni Dot.com Press).

«Sempre rischiosa, la poesia che confina con l’ironia, sempre col rischio di guardare tutto col sopracciglio alzato e un sorriso sardonico. E infatti l’autore ci casca, in qualche paolocontismo di troppo, soprattutto nelle poesie iniziali. Ma da Pantheon in avanti il ghigno si fa sorriso sofferto, l’occhio abbassa il sopracciglio e quasi quasi ogni tanto fa spuntare anche una lacrimuccia di partecipazione a quanto vede. E in questo sguardo delicatamente commosso escono fuori le cose migliori, anche là dove ritorna l’ironia: non più usata per corrodere, ma per sottolineare – per vedere.» (Daniele Gigli)