Su La strada del nutrimento

 

di Davide Valecchi, Fara Editore 2021

recensione di Gian Ruggero Manzoni


Davide Valecchi (Firenze, 1974), musicista polistrumentista, ha fatto parte di vari gruppi fin dall'adolescenza, spaziando tra rock, elettronica e sperimentazione. Dal 2003 è chitarrista del gruppo post-punk Video Diva. Con lo pseudonimo di almost automatic landscapes dal 2001 realizza album di musica elettronica di genere ambient. Sul versante letterario ha pubblicato le raccolte poetiche  Magari in un'ora del pomeriggio (Fara 2011) e Nei resti del fuoco (Arcipelago Itaca 2017). Altre poesie sono presenti in volumi antologici e in vari blog letterari. Nel 2020 con la raccolta ancora inedita La strada del nutrimento è risultato finalista e segnalato in numerosi concorsi letterari. 

Dai testi:

“La strada del nutrimento / è questa curva dismessa / separata dal percorso abituale / perché troppo vicina al precipizio. // Qui l’asfalto è dolce al tatto / e ci accoglie per un riposo / non necessario ma dovuto. // Seduti e rivolti verso il fiume / diamo inizio a un catalogo / di avvenimenti / che riguardano i dintorni / delle nostre mani / dove un mondo piccolissimo / è la migliore letteratura / che si possa desiderare”. 

Di questa raccolta così ha scritto il poeta e promotore culturale Massimiliano Bardotti: “Al di là di quello che ognuno possa credere o pensare, gran parte delle atrocità del nostro essere al mondo potrebbero essere risparmiate esclusivamente intendendo la bellezza come valore necessario. Senza di essa si fa davvero ardua l’esperienza del vivere”. 

Di seguito ecco le parole del critico, saggista e docente Riccardo Deiana: “La strada del nutrimento è una raccolta dove i ricordi più che tornare alla mente come simboli o idoli, tornano alla pelle: leopardianamente, vengono rimembrati”. 

Di sé stesso ci dice l’autore: “Fin da bambino ho sempre vissuto in un ambiente in cui la cultura e l’arte avevano decisamente un posto speciale e ho sentito fin da subito una sorta di chiamata verso quel mondo, sempre incoraggiato e assecondato dalla famiglia, per cui all’età di dieci anni invece di iscrivermi alla scuola di calcio - come facevano quasi tutti i miei coetanei -, i miei genitori mi iscrissero a un corso di pianoforte. Sempre verso quell’età cominciarono i primi esperimenti con la scrittura, un medium che mi pareva congeniale alla definizione di una mia identità personale, un’arte nobile che avrebbe aggiunto valore alla mia esistenza. Ma dopo alcune poesiole e addirittura un romanzo di fantascienza, vergato su un intero quaderno scolastico a quadretti, ho atteso fino ai diciannove anni prima di scrivere qualcosa di vagamente decente. Questo perché l’ispirazione primeva era solo un impeto imitativo piuttosto confuso, mentre con gli anni del liceo, grazie anche a una professoressa di Lettere eccezionale, iniziai ad amare sul serio la letteratura, e la poesia in particolare. La amavo di un amore a volte disperato ed era per me, insieme alla musica, l’ancora di salvezza in un periodo piuttosto infelice della mia vita, iniziato con la morte di mia madre proprio quando avevo quattordici anni e proseguito con vari turbini emotivi fino ai vent’anni e oltre.”

Nessun commento: