La satira civile del poeta marchigiano: “Fu difficile tornare tra i vivi”

CONCERTO INUTILE di Alessandro Zaffini
Fara Editore 2021

recensione di Gian Ruggero Manzoni 



Alessandro Zaffini (Sassocorvaro, PU, 1988) divenuto Dottore in Lettere Moderne presso l’Università di Urbino è musicista, scrittore, poeta, illustratore e tanto altro ancora. Ha pubblicato: 
Le api marce (Sigismundus 2013) e Scordare il copione (Fara 2018), nonché Senza rumore (Alka 2019), un CD registrato con la band Giumara & The PinkNoise. Non ha fatto studi musicali, ma è giunto al suonare la chitarra e al canto da autodidatta, raggiungendo, anche in questo campo, risultati molto interessanti. 

Dal testo: “Fu difficile tornare tra i vivi / quindi di urto in urto imparai l’affetto. // Ora vago oltre il tempo che mi diedi / senza maestri, soffrendone come / soffre la crisalide / rotta”. 

Dalla prefazione del critico e docente Riccardo Deiana: “Se chi gioca in casa di solito è favorito, e premesso che la ‘casa’ in cui viviamo (fuori di metafora: la realtà lavorativa capitalistica, vista come precarizzante, anti-biologica e depressiva) appartiene irreversibilmente ad altri (potremmo dire, genericamente, al potere), allora siamo destinati non solo ad essere sempre ospiti, o utenti nel caso peggiore, e ad avere quindi scarsa possibilità di manovra, ma a trovare sempre l’1 sulla schedina della nostra breve esistenza, in altre parole, a perdere.”

Unita alla libertà pressoché totale che si sono “regalati” i poeti novecenteschi, la dissoluzione delle forme metriche non permette di avere spie di riconoscibilità dei generi poetici, ma ciò non impedisce di identificare delle differenze tra i diversi testi, differenze però non più fondate su convenzioni, ma, bensì, su considerazioni di tipo stilistico e contenutistico. La poetica di Zaffini, a mio avviso, rientra nel filone della cosiddetta satira civile tramite la quale il poeta intende polemizzare con il mondo in cui vive, prendendo di mira i vizi e le debolezze umane e il malcostume della società che gli è contemporanea. Il punto di partenza della sua scrittura lo si ritrova, quindi, in un personale disagio che si trasforma in denuncia della realtà. Come ben sappiamo nella nostra tradizione il rappresentante primo e più significativo, della poesia satirica, è stato Orazio il quale, tramite i suoi scritti, voleva colpire i vizi degli uomini, suscitando meditazione tramite un’ironia pacata piuttosto che ricorrere all’invettiva o al gesto di disprezzo, e anche Zaffini procede così, concedendosi un tono sommesso, ma non meno pungente. Ancora dal testo: “Mentre la terra sgretola all’ennesimo spavento / e con essa questi anni e un altro / me stesso bozzato a fatica / vorrei soltanto che il cervello sapesse / come una bolla d’aria nel ghiaccio / serbare intatta una particola / vana, una trincea / di serenità”.

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