“Matteo Bonvecchi sa trasportarci oltre, ci avvolge con la sua passione per la bellezza”

DE PRAECIPITATA LUCE di Matteo Bonvecchi, Fara Editore 2021

recensione di Gian Ruggero Manzoni



Matteo Bonvecchi è docente al Liceo Classico di Macerata e vive a Montecassiano, tra i colli cantati dal Leopardi, nato nella vicina, sovrastante, Recanati, e naturalmente in quei luoghi, ancora così densi di storia e letteratura, Bonvecchi si è aggirato fin da bambino. Laureato con una tesi sulla teologia e spiritualità delle Croci Dipinte Francescane delle Marche, è appassionato di storia dell’arte locale. Sull’argomento, tra il 2008 e il 2016, ha curato diversi reportage per il settimanale “Emmaus”. Folgorato dalla testimonianza poetica di Padre Turoldo, solo a 41 anni si è deciso a sottoporsi al giudizio di un concorso letterario così che con Le odorose impronte è stato vincitore del Faraexcelsior 2018. Nel 2020 si è classificato primo al concorso “Narrapoetando” con In crepa di melograne e, nel 2021, secondo al “Narrapoetando” con, appunto, De praecipitata luce.
La poesia di questa raccolta diventa visione della storia dell’arte e dell’oltre: s’immerge nell’opera d’arte e la colora con parole-pennellate emozionandoci perché Matteo Bonvecchi sa trasportarci oltre, ci avvolge con la sua passione per la bellezza, per l’infinita gamma di emozioni e di messaggi che le pitture dei grandi maestri del passato sanno generare. Ci troviamo nelle Marche del XV sec. ove hanno operato Carlo Crivelli, Jacopo di Sanseverino, Giovanni Boccati, Olivuccio di Ciccarello… pittori non sempre noti ma dotati di una qualità e di una verità che da sempre ci fa vibrare assieme ai versi che ne accompagnano le opere. Paolo Cruciani ha così scritto di questo insieme: “Leggendo ‘De praecipitata luce’, verso dopo verso, pagina dopo pagina, si deve essere davvero riconoscenti a Matteo Bonvecchi. Non solo per la sensibilità poetica, non solo per la scelta di non una sola parola che non provenga dall’imponderabile sfera delle emozioni, ma anche perché ognuna delle poesie che compongono questa sua recente raccolta evoca un ricordo, una sensazione. Sensazioni nuove e ricordi che giacevano sopiti nella memoria di chi è stato per un periodo di tempo a stretto contatto con i pittori della cosiddetta Scuola Camerinese del Quattrocento, ma anche emozioni che nascono in chi non ha mai sentito parlare di questi artisti, delle loro vite a volte misteriose e sfuggenti, e che non ha magari mai osservato con attenzione le loro opere". Dall’introduzione al libro dell’amico Filippo Davoli: “Un libro che a me piace molto e che oggettivamente è bello: perché non va a caccia di storia, bensì ne è abitato con grande e convincente naturalezza, quasi che la penna del poeta ne fosse una felice propaggine odierna”. Dalla raccolta, ecco una composizione: “Oltre il disincanto svanisce / quell'ombra celata nei riflessi / d'una finestra cosmica, per quest'opera / di rinnovata creazione, le pietre, / i prodotti animali e vegetali, / le terre dei colori tornano / fango alla mia impronta. Ogni giorno prendere / e portare a traguardo, / ogni giorno immergere / fino al fondo / il solco della vita // e questa carne atroce / ma dolce il pianto / se solo un istante / riposare m'è dato / nel tuo sguardo”. Per quello che mi riguarda l’accostare testi a immagini mi è sempre risultato naturale e, da decenni, in una cartella del mio computer, tengo raccolte una lunga serie di poesie di grandi autori che ho scelto di conservare in una sorta di biblioteca ideale, quindi corredandole di un'immagine ciascuna. Molti di questi esercizi di accostamento esprimono, al meglio, quella che è, almeno per me, tra le prime essenze dell'arte poetica, cioè il rendere pittura la parola e la pittura parola, in un continuo rimbalzo di immagini e voci allo specchio che anche Bonvecchi, a suo modo, con grande garbo, è riuscito a coniugare. Ciò detto, non posso che consigliare questo libro, a mio avviso, in tale accezione, oltremodo riuscito.

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