mercoledì 28 febbraio 2007

MADRIGALETTI NOTTURNI (Francesco Randazzo)


Videopoesie

v. qui

Una notte a Caracas. Nel flusso d'immagini e pensieri, una voce poetica accompagna l' io narrante nel suo personale viaggio notturno, fatto di sguardi sugli oggetti e sulla città dall' alto, di pensieri rarefatti, di domande senza risposte.

Testi poetici tratti da: Come un pesce azzurro, Edizioni Il Filo 2003

Altre poesie di Francesco Randazzo in FP

martedì 27 febbraio 2007

i volti achei delle campane (Davide Brullo)


si allargano solo dei bagliori ampi e squadrati nel niente – sembrano monoliti messi in luoghi strategici da genti a cavallo
d’inverno la steppa siderale è scabra – come qualcosa che dev’essere messo a memoria perché poi sparirà per sempre
non possiamo più spiegare nulla pensava ma accorgerci delle cose scieglierle o disprezzarle
e non abbiamo altro che le costellazioni – e nelle spaccature ultraterrene crollano il muso bestie basse – e la paura per le cose immortali


perché il Khan non accetta l’assalto delle cronache né la carta su cui gli avvistatori hanno calcolato la discendenza – «le cose sono lineari» risponde «e tutto ha un destino di fine» – così egli è davvero invulnerabile
e questi suoi territori tornano i luoghi di ciò che non ha rimedio – né ritorno – no non è la sosta – pedane di raccolta tra il rimpianto e la memoria – ma zone di spedizione in cui scorrono le vite – senza che nulla s’introduca e influisca nell’altro – ed egli è lì sulla piazza alta – aperta – e li vede
e puoi pensare che non ci sia un’azione più pura per l’uomo


qualcosa dice che non c’è più via – poi sopra i sedili di pietra che sembrano cose marziane il ghiaccio scoppia – su questo rifugio degli uomini grandinano meteore – dove hai passato la tua infanzia? dice
esistono solo luoghi di reclusione o spazi inconcepibili
e mentre dice che a decretarlo è il Khan egli vede l’erba semiscuoiata attorno ai gambali della chiesa – l’unico edificio attivo
«essere più aderenti di una lettera» ecco cosa può insegnare
ma basta una misera presunzione per perdersi – i volti achei delle campane guardano da pianura a pianura giudicando
almeno portassi tenerezza per lei – è lei che ha voltato la sua violenza in compito e onore
– in che cosa credi? dice la campana che lui ha chiamato Agamennone
il casco brucia come quello dei re santi per cui uccidere non è uccidere ma un ornato cenno di compassione –
sulla stanga al limite naturale della città una schiera di lucertole è fissa nella luce – ne sono una solida emanazione – e questa è l’unica giuria per gli uomini


"non possiamo più spiegare nulla pensava ma accorgerci delle cose scieglierle o disprezzarle": questo lungo verso (?) è un flutto tra gli altri che movimentano queste strofe dalle cesure a volte nette a volte elusive, il respiro è epico, paragonabile a quello di Alessandro Rivali per la forza di immagini come quella dell' "erba semiscuoiata attorno ai gambali della chiesa", immagini che stendono le parole a KO perché ne salti fuori l'anima. Non a caso l'autore frequenta e traduce la Bibbia.
Davide Brullo (1979) ha pubblicato due libri in versi (Annali, Atelier Edizioni 2004; Annali. Lustro, Mimesis 2006) e due volumi di traduzioni dall’Antico Testamento (Scanni, Raffaelli 2003; Il libro della sapienza, Medusa 2006). Fa parte della redazione di “Atelier”.

lunedì 26 febbraio 2007

Il duende in Stabile (intervista di Luigi Metropoli)


Luigi Metropoli: Più che nello stile, la creolità, il tema ricorrente della tua raccolta di poesia fin dal titolo (con rimando anche alla materia musicale), sembra emergere dallo sfondo: luoghi, rimandi, alcuni paesaggi e frutti tropicali che abbondano tra i versi. Tuttavia lo spagnolo, il portoghese-brasiliano e l’inglese si innestano sull’italiano. “La verità sta nel contrappunto”, scrivi nella prima poesia. Cosa è per te la creolità e come un poeta dell’Occidente “Sviluppato” può renderla nei suoi versi e/o farsene portavoce? Quale il suo valore politico?

William Stabile: Per quanto mi riguarda, la creolità è un moto interno; il veicolo di espressione del mio essere poeta nel mondo, di trasformarmi ogni volta in uomo nuovo.
Non molto tempo fa, con un amico ben grasso, che oramai ha scelto di trasformarsi in un sottile ectoplasma metropolitano, mettemmo su carta questi assiomi che tengo sul mio tavolo di lavoro:
“Sense can transmit between languages. There is no need for communication to be held within one set of symbols. Order is not significant… Inspiration of Amalgamation is shared and boundless.”
Ciò che mi interessa è esplorare il concetto di creolità o quello che io chiamo (mutuandolo dalla Teoria dei Grafi che ho conosciuto grazie al Prof. David Cariolaro e al grande scienziato Prof. Crispin St. John Alvah Nash-William) Amalgamation.
“Amalgamation means that communications through symbols can have multiple authors.”
L’obiettivo finale è quello di poter scrivere, un giorno, un poema, in varie lingue, un opera che tutti possano leggere ed intendere, che a tutti possa comunicare…

Il resto dell'intervista si può leggere qui

domenica 25 febbraio 2007

Intervalli ardenti (Daniele Bottura)


C’è sempre un posto vuoto nelle tavole su cui mangio. Ogni volta immagino che vi sia seduto qualcuno. Nessuno mi dice il suo nome.

Il tavolo della cucina è sempre apparecchiato per due, la bottiglia di vino mezza vuota, i giornali piegati di lato. Magari arrivi da un momento all’altro.

Certi giorni tra me e il mondo c’è una distanza infinita colmabile solo con il sonno. Niente altro mi avvicina agli umani nei giorni in cui il vero non si appiccica ai sogni.

Di un abbraccio mi piace quello che c’è in mezzo.

Faccio fatica a stare in piedi su questa terra, con queste gambe stanche, con questi pensieri pesanti.

Un abbraccio silenzioso nella notte, ovunque, ogni tanto se proprio anche nel passato.

Non mi piacciono le definizioni. Le trovo strette come le magliette di un neonato e sgualcite come il soprabito di un defunto parente.

Quando ti guardo vedi il mio sorriso?
Mi leggi dentro?
Riesci a capire cosa penso quando ti guardo mentre ti sorrido formalmente?

Perdersi tra le strade del centro di Verona non fa badare al cielo grigio.
Essere accompagnati nella vita da uno spirito vivo e allegro è la stessa cosa.

I passi che facciamo sono le idee che abbiamo.

La felicità è un incrocio a doppio senso di circolazione.
La felicità è un rimbalzo.

Vivo aspettando una tua telefonata. So che questo non sconvolge te quanto me.

Il solo modo per fare pace col passato è scrivere, che sembra essere il solo modo per parlare.

Certe relazioni sono alimentate da qualcosa.
Non si può scrivere quel che non si può dire.


Ci si sposa per paura di rimanere soli.
Si rimane soli in amore per paura di soffrire.


La prima volta che ti ho vista ero più attento a me che a te.

C’è questo guardarsi tra le persone. Irrispettoso, indiscreto,
intimo senza conoscersi.
Sguardi che vanno subito al sodo senza un respiro che li sostiene.

Ovunque mi trovo tengo alto il volume della radio nella speranza che tu la possa sentire.

Ciò che accade è necessario.

Il tempo è in scadenza sugli scaffali del supermercato.

La somma delle cose non dette produce una malattia.

La somma delle incomprensioni da un risultato insopportabile.

Ho unito su un foglio bianco i puntini che avevo stampato nei pensieri. È apparso il tuo volto.

Ci siamo persi nell’idiozia dei giorni, scambiando l’abitudine per la vita. Non poteva andare peggio.



Questi aforismi sono davvero belli, scavano e vanno ben oltre il gioco di parole perché dietro c'è un percorso e davanti il desiderio di dargli una meta per cui valga la pena camminare: "Di un abbraccio mi piace quello che c’è in mezzo."
Daniele Bottura vive a Mantova e lavora in ambito socio-culturale. Ha pubblicato Transatlantici di carta.

nuova di Simone Lago

venerdì 23 febbraio 2007

Poesie di febbraio (Antonella Pizzo)


Le foglie con le nocche tocchi

Le foglie con le nocche tocchi
decisi palmi poi le coccoli
oh due ciliegie
tre albicocche
le imbalsami in anelli
ne fai bracciali
grappoli l’uva
e ne fai orecchini
col roveto ti fai un diadema
le vespe e le spine
s’attorcigliano ai polsi
ricci di castagne
s’attaccano ai capelli
che frastuono, che clamore
la terra trema
precipitano gli uccelli
le gote si gonfiano, si sciolgono le lingue
si biforcano le linee in mezzo agli occhi
se tagliano il calcagno si ferisce la mano
s’alza il piede
s’apre la bocca e si rivolta la verità
di bocca in bocca


4.2 .07

la vita passata a cercare
quarti di pollo tranciati
una moglie che potesse sgravargli
due figli, che potesse portargli
un cuscino e potersi sedere sul trono
lei inchinarsi di giorno e di notte
in un senso diverso
poi dirgli signore
la minestra è servita, il vino versato
qui giace una fetta di pane raffermo
sulla tavola dell’ultima cena
apparecchiata alle scure
placente malate
a un liquido d’acido d’amnio


5.2.07

il mattino era giallo e si stendeva ozioso
fra ripari assopiti e portoni chiusi
le cuffie si impigliarono nei rami alla finestra
il coprifasce nell’aria si muoveva lento
come onda di fiume appena accennata
poi si strappò sulla schiena
in un taglio sottile di lacerazione
fu allora che si confuse la coccinella
ma nessuno se ne accorse o aprì le mani per cercare
una linea che potesse ridisegnarla intatta
eppure tutto era stato costruito a coronamento
la palizzata eretta, il cancello pitturato
le tegole del tetto incastrate ad una ad una

allora ditemi di muri innalzati
di quanti mattoni avete impilato
di quanta calce, quanto cemento e quando
e come con ferro legati, impalcature elevaste
quando scavaste le fogne e la fossa
ditemi dei tubi che avete allineati e quando infissi i pali
i fili passati, quando digitali terresti e parabole
ellissi divaricate e quando sanguinante
dispiegò se voi sapete esattamente il quanto
e il quando, se sapete misure e formati
lo specifico peso
ma dove si ruppe le ali Icaro
le sue elitre malate il suo zoppo volo
il bambino che dice
fortuna è passata, fortuna già
passata



17.2.07

facendo la misura trovo che la mia vita
sia un guazzabuglio, un rivolo che non ha trovato
la discesa giusta per andare lì dove vanno tutti i fiumi
a morire


17.2.07

se tu dormi e se tu esci
se io resto
posso scrivere una poesia se mi viene ma se penso
mi perdo e se mi perdo quando tornerete
può essere che non mi troverete


17.2

così sono sei anni che manchi
così sono sei anni che aspetto
anche se so che non tornerai

le tombe di Pompei sono lì
che aspettano
da più di mille anni
questo mi dico quando giro per casa
e poi m’affaccio alla finestra quando
sento salire per strada
un motorino cinquanta scoppiettante.


20.2

posso scrivere il tuo nome mille volte
e mille volte cancellarlo
posso avvolgerti in carta di riso
e bruciarti nel forno crematorio
posso coprirti di zucchero al velo
tagliarti torta di mele
posso mangiarti e digerirti forse
ma prima masticarti, insalivato bolo
posso alitare il tuo specchio
col dito disegnarti meglio
farti un profilo unico
che vada nella giusta direzione
ma tu ti ritrai e io non posso


22.2

E che per te si compia e che per me si faccia
e che per noi l’anta si apra, s’allarghi e non s’infanghi
la parola che crea o che distrugge. Ferisce
l’imputazione, l’amputazione d’arti e fatti
colore e pentimento, soffocano
in un cassetto bugie e menzogne, i fili di polvere, i pani attorcigliati
corone e spine, groppi e zoppi, inverecondi irati; e per te che nascesti
in un giorno d’estate chiaro ti sia sempre chiara la ragione
il lume accesso, splenda e risplenda la verità lucente
ti sia un bucato al sole steso, sui prati di trifoglio e camomilla
ti siano le ortiche care e le gramigne, le serpi amiche
t’allattino le lupe al seno, ti bacino i fiumi e le correnti
ti donino le salvie inflorescenze
a mazzi, a fasci le spighe piene
così per te si faccia, così per te si compia
così per te per sempre la rinascita


Questi versi, intensi e icastici come è nella cifra dell'autrice, offrono sillabe perforanti e immagini che ossimoricamente uniscono una visionarietà metaforica sontuosa e originale (ma non esibita) a un lessico sobrio dal ritmo asciutto e dagli echi tragici: "… un rivolo che non ha trovato / la discesa giusta per andare lì dove vanno tutti i fiumi / a morire". Una poesia da assoporare e meditare.
Antonella Pizzo (Palazzolo Acreide, 1954) vive a Ragusa. Scrive dal 2002. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti in concorsi letterari. Ha pubblicato il romanzo Di rosso smunto (Prospettiva Editrice, 2004) e sillogi sia in vernacolo che in lingua. Nel 2005 è uscita per Lietocolle la raccolta A forza fui precipizio. Nel 2006 ha pubblicato con Fara Catasto ed altra specie ed è stata giurato del concorso Pubblica con noi. Sue poesie sono state pubblicate in riviste e rubriche on-line (tra cui Liberinversi, La costruzione del verso, Poiein e diverse altre altre) e in alcune antologie (tra cui Verso i bit: poesia e computer, Lietocolle, 2005 e Lo stormo bianco - Edizioni d’if, 2005). Gestisce il sito Poetienon, è tra i fondatori de L'Attenzione e fra i collaboratori de La poesia e lo spirito.

Animaelegentes (fragmenta) (Chiara Daino-Massimo Sannelli)


Attrice: Massimo?
Poeta: Mi chiamano.
Attrice: Che lavoro fai?
Poeta: Prego?
Attrice: Parli mai?
Poeta: Preferisco scrivere.
Attrice: Sai quando ti chiedono: che lavoro fai?
Poeta: So, ma non ti rispondo. Tanto non mi ascolti.
Attrice: (continuando nel suo discorso come se nulla fosse) E tu che ti sgoli, fremente di passione: attrice, poeta, pittore e quelli… Quelli ridono e ti chiedono ancora e ancora e ancora… Che lavoro fai? Seriamente? Seriamente. Non è un hobby. Vivo di questo.
Poeta: Seriamente: moriamo per questo.
Attrice: Basta!
Poeta: Basta che?
Attrice: Basta tutto.
Poeta: Monastero io, convento tu?
Attrice: No e niente silicone e niente compromessi e… ‘fanculo!
Poeta: Dlin Dlon! No, decisamente, niente convento.

[…]

Shakespeare, Riccardo III, ultimo monologo di Gloucester

Datemi un altro cavallo! curatemi!
Gesù, pietà di me… No, era un sogno.
La fiamma brucia, è blu. La notte è piena.
Sulla carne che trema sudo freddo.
E ho paura? Paura di me?
Sono solo. E Riccardo ama Riccardo:
io sono io. C’è un assassino? No.
Sì: io. Allora fuggi. Da me stesso?
La vendetta è migliore? Io su di me?
Ma io mi amo. Perché? Per qualche bene
che io mi sono dato? Veramente
odio me stesso per i delitti e l’odio.
Sono un uomo cattivo. Non è vero!
Parla bene di te, pazzo; e, da pazzo,
non ti gonfiare. La coscienza ha mille
lingue, ogni lingua ha una storia diversa,
ogni storia mi chiama criminale.

Non ho l’amore di nessuna anima,
né la pietà del cuore, se muoio oggi.
E mi è dovuta? Io stesso non la trovo,
qui in me. Prima, sembrava che ogni anima
di ogni ucciso fosse in questa tenda:
giuravano vendetta, sul sangue di Riccardo.

[fuori campo: Signore, via! Vi troverò un cavallo!]

… sei Richmond sopra il campo. Cinque uccisi;
e Richmond vive. Un cavallo! Un cavallo!
Il mio regno per un cavallo!

[…]

Poeta: (Tra il gaio e l’esaurito) C’era una volta un’attrice dalla pelle bianca come la neve che viveva con alcuni nani…
Attrice: (Lo interrompe) Sì, Grappolo e Luppolo! Lo vedi che non mi aiuti?
Poeta: Tanto tu non mi ascolti.
Attrice: Non è vero (sospira e, tutto d’un fiato, sciorina): vuoi fare la parte di un trans che si chiama Simone e vive in un soppalco, ma scopre di essere allergico alle rime baciate e per questo si chiude in un convento a distillare birra per amore di Riccardo III che voleva fare il comico, ma amava Leopardi e si rifece le tette per non andare ad un sistema reggae dove spacciavano aulin recitando Emily Dickinson che aveva la bolla papale conferita da Garibaldi mentre uccideva Jim Morrison, per sfuggire alla peste portata in Sicilia da un ranocchio infetto dalla pioggia di “Ed” impestati che hanno seminato terrore in Danimarca rendendo Tristano malinconico perché Lucia era scappata sugli elefanti di Annibale con Palazzeschi, coadiuvata da una certa Berté, approfittando della gioia generale per il goal su rigore segnato da Eschilo, dopo aver tramortito con rabbia una velina di nome Archiloco, usando il giambo chiaro ereditato dal Gladiatore con l’hobby della poesia, che si diede ai reality orgiastici con Laura e Beatrice, su consiglio di Baraldi, nel nefasto giorno in cui Agamennone cavò l’occhio di bue trovandosi a gridare dlin dlon, dopo essere inciampato.
Poeta: Manca qualcosa…
Attrice: E che cazzo!
Poeta: (Fiero, battendo il pugno sulla scrivania) Si va in scena!
Attrice: Banale
Poeta: Chi? Io? Simone? Riccardo?… Manzoni?
Attrice: Il titolo!
Poeta: Quale titolo?
Attrice: Si va in scena!
Poeta: Non era il titolo!
Attrice: È brutto lo stesso!
Poeta: Ci rinuncio…
Attrice: Il solito decadente: troveremo un titolo, non ti abbattere (Lo abbraccia e poi inizia a passeggiare con l’atteggiamento del filosofo pensatore)



Animaelegentes è il titolo di un libro delle Edizioni di Cantarena (Genova, 2006), che riunisce la commedia Permis de traduir di Chiara Daino (da cui sono tratti il primo e il terzo brano) e una riduzione per due attori del Riccardo III di Shakespeare, in versi italiani di Massimo Sannelli (il monologo al centro, come parte cupa, qui). La commedia originale di Daino – costruita con frammenti orali e «piccoli fatti veri» – e la tragedia tradotta da Sannelli si pongono in dialogo: ossimorico, biografico, biologico, autoironico, fantastico. I libri non sono tutti uguali. In ogni caso, come sempre – anche se non sembra e non ci si crede – habent sua fata libelli.

www.chiaradaino.blogspot.com
www.massimosannelli.splinder.com

giovedì 22 febbraio 2007

Dolcissimo perdonami le ombre (Gladys Basagoitia)


(da Infinito Amore, 1986)

MADRE

Poiché nei miei sogni
ti incontro
sempre intatta
umana
vera
io non so la tua tomba.
Non conosco altri fiori
se non quelli che accesero
i tuoi occhi e il tuo alito
quelli che nelle tue mani
lontano dalle loro radici
fiorivano.
E nutro
le rose che tu amavi
nella mia canzone.


TI AMO

Dolcissimo perdonami le ombre
i segni mortali del domani
tutta la luce che non possiedo
l’assenza del chiarore dell’infanzia
che mi lasciò smarrita prima molto prima di incontrarti.
Io vorrei aghi eterni stellati
e con profonda tenerezza
trafiggerti di gioia e di piacere.
Io vorrei intrecciarmi al tuo sorriso
al fulgore che da non molto ci allaccia da pupilla a pupilla.
E mentre le colline si distendono nella linea del sole
e gli uomini predicano la pace fra violenze inaudite
io sono triste infinitamente triste
ma ti amo con l’amore che sboccia dalle più profonde radici
con la presenza del miracolo che vive e mi fa vivere alla tua presenza.
Demoni violenti mi assalgono al pensiero del tempo che ignaro prosegue
alle nere catene della nascita e della morte
fissate inesorabili nella storia nello spazio
in tutto quello che pur non volendo siamo.
Ma ti amo con ferma ribellione sebbene
oggi la luna è quel malocchio luminoso che mi deride
e ci sono pugnali che dal passato e dal futuro
inchiodano le mie viscere.
Non voglio impadronirmi del tuo spazio.
Io sono qui un piccolo corpo che racchiude splendide emozioni
sogni fantastici che mi innalzano dalle macerie.
Io sono qui così povera e così ricca senza pretese.
Nulla vorrei chiederti e ti amo caparbiamente
mentre questa notte abbraccio soltanto ombre
mentre questa notte io brucio al tuo ricordo e ti cerco nel sogno.


AMICA

Nell’ora del silenzio ho bisogno di te
per guardare i miei pensieri
popolare i tuoi occhi
per sentirli e sapermi.
Mi è necessaria
quella canzone
sollevare la mia notte
fino alla luce
farla vibrare
quella canzone che tu cantavi
come si ama
che tu cantavi
con tanta vita come muoiono
il sole il bacio una lucciola.


AMICO (più che amico, fratello, più che fratello, amico)

Con te non voglio il quotidiano
benché ci uniscano dolcissime abitudini
come quel cercarci nello sguardo il miele
che inconsapevoli e comunque ci doniamo
sebbene io ti ami vivendo lungi da te
nel nascere e nel morire
dei sogni bellissimi con altri.
benché ti ami senza averti e senza voler averti
lampada miracolosa che dalla propria luce si alimenta
accesa sempre dalla propria energia sempre accesa.
Che nulla né l’addio né silenzio né dimenticanza
potranno uccidere. Nonostante
non voglio svegliarmi ogni giorno a te vicina
né abbracciarmi a te come chi abbraccia una coperta
così che il nostro abbraccio sempre sia
non una sensazione ma la emozione sempre inedita
piena di meraviglia.
Per te io voglio le passioni di altre splendide ragazze
che ti diano pace che ti versino il vino dell’Amore.
per te io voglio tutta la bellezza e la letizia della vita
perché nemmeno tutto questo potrebbe togliermi
la viva tenerezza che per sempre e in libertà ci allaccia.


ALTRO MODO D’AMARE IO NON CONOSCO

C’è una forza immensa in questo amarti
così lungi dalla tua presenza concentrata ed eterna.
non c’è vento che mi spenga.
Più di me stessa ed il mio desiderio intenso
più della mia sete la mia fame ed il mio respiro
importano il tuo spazio e la tua estensione
il verificarsi del tuo tempo
la sostanza delle tue scoperte.
Non io come limite come frustrazione benché dolcissima.
non io come campana che trattiene il tuo suono
non io che imprigiona le tue luci a nome dell’amore.
Che regalo più alto della mia assenza
adesso che le tue ali si stendono!
Che canto più grandioso del difficile silenzio
di ciò che mai avrò di dirti
così che nulla ti trattenga.


MIO PADRE

Come se la rugiada attraversasse
il volto di un leone incanutito
come se il ferro piangesse fuoco lento
così era il volto di mio padre.
Dovetti essere sua madre e consolarlo.



"Io vorrei intrecciarmi al tuo sorriso": liriche di "ferma ribellione" che ci giungono fresche, a volte sferzanti, sempre coinvolgenti: "Nell’ora del silenzio ho bisogno di te / per guardare i miei pensieri / popolare i tuoi occhi…"


Gladys Basagoitia D., Peruviana. Bilingue, cittadinanza italiana. Pluripremiata in concorsi nazionali e internazionali, ha pubblicato dodici raccolte in lingua italiana e spagnola: a cominciare da La zarza Ardiendo (1964), fino a Rêverie(2004) e Il colore dei sogni in FaraPoesia(2005).

Un nome ci lascia sulla terra (Andrea Temporelli)



(da Meridiano del nome)


Il medico in silenzio
controlla l’emorragia, non reprime
i lamenti. È paziente.
Contiene la sua scienza
fino al punto di quiete,
poi compie l’opera con molta cura.
Raccoglie in unità
il corpo in corruzione, gli spasimi e la febbre
con calibrate dosi
sconfigge a poco a poco dall’interno.
Rende l’attesa eterna
in precisione.




LETTERA DI RICCARDO


« Si alza l’arco del giorno
da questi luoghi
anche se aspiro i sogni di mio figlio
come un’ultima tirata di fumo
che so impiccato all’altalena azzurra
del cielo e dei miei occhi
sul lago che dorme il sonno del mondo
su cui mi affaccio
lungo le curve l’asfalto i paesi
fino al lavoro, qui, dove non parlo,
mangio in fretta un panino
o dall’ufficio vuoto scrivo lettere
come questa per te
quando il dolore allo stomaco è un sasso
che mi accompagna a sera.
Mi piego anch’io
che mi credevo la schiena di marmo,
ho il fiato rotto e gli occhi spalancati
(eredità non chiesta)
ci dormo, col fiato rotto, mi sveglio,
mi precipito ch’è già tardi.
È che non siamo mai partiti:
ce ne accorgiamo a un lampo di cristallo
risvegliati a una storia
al fianco di una donna sconosciuta
e amici, proprio loro, che si sposano.
I figli mai vedranno
che siamo innocenti nei nostri errori.
Ma è tardi e ti saluto,
ancora devo uscire
per sapere alla fine che non c’è,
la partenza: l’inizio
è irraggiungibile »



LA FORZA DEL LUOGO COMUNE


In un frangente inerte della vita
m’invitasti a fissare una mattina
le cime che graffiavano
biancoperfette il vetro.
Era un giorno fra i molti che dispersi
disperato in nessuna direzione
e proprio allora mi dicesti,
in quel punto schiarito
dalla furia del vento,
lì, tra il niente della mia voce
e il verdazzurro delle tue pupille,
che somigliava al mare
il tremito lontano.
Portavo – e non sapevi – come un bacio
l’addio della stagione;
non capivo l’assurda rispondenza,
ma tra febbraio e marzo udii
un rosso fremito
sul filo delle labbra
e mi esposi alla voce
come i ghiacciai alla luce che non nuoce.
In quel tratto preciso
in me piovve una fiamma e tu fingendo
indifferenza, senza più voltarti,
uscisti dall’inverno.




DOMINA


Tu sei gli anni più belli della vita,
gioventù che non torna,
e l’amore, l’amore senza fiato.
Tu sei slancio e ferita.

Presto sarai la piega delle labbra,
il solco accanto agli occhi e l’alta fronte.
Il tuo regno è di sale che corrode.

Sei la perdita in cui avanzo, il millennio
lasciato per un’epoca diversa.
Sei il proiettile puntato alle spalle
che non esplode.




LA STELLA A CHI SMARRISCE


La stella a chi smarrisce
io non esiste.
Quasi morto
tira su la testa a pelo d’acqua
e si dimentica: suona.

Troppo alto, troppo alto!

Troppo tardi:
un nome ci lascia sulla terra,
marcio.



"e mi esposi alla voce / come i ghiacciai alla luce che non nuoce": la parola poetica ha bisogno di orecchie che sappiano intenderla, altrimenti svaporano anche i più belli cristalli di ghiaccio e marciscono i nomi.
Andrea Temporelli (1973) è uno dei 120 poeti della sua generazione. Ha pubblicato Il cielo di Marte (Einaudi 2005)

mercoledì 21 febbraio 2007

Sta nel fare l’energia per fare (Alessandro Sichera)


(inedita:)

Sta nel fare l’energia per fare,
nella costanza l’ambizione dei sogni…
… mani astemie che producono fatica,

tese ad una propria soddisfazione.
Sta nella volontà la forza di volontà



(da Le smagliature del sonno:)


Se ne sta in piedi sugli occhi, affannato
coccolando il proprio paradigmatico male
di vivere: schivando la noia, invecchiando.

Acquisisce abitudine di mancanze, misura
gli ascolti, eccede in assenze… non per età
ma per abuso di vizi, senza rispetto per la rotondità
dell’alba. In attesa: per difesa forse o per offesa.

… Che la parola non è garanzia d’immunità
ma l’inconscio in prepotente emersione…

***

… Puntuali le quattro di notte: discrete
ma affollate di istanze perenni. Non gridano
la propria necessità, avvolgono: oppresse
di concetti, intrappolate in eccessiva verbosità,
soffocanti. Albeggia l’afa, costringe
a variazioni di ritmi, a declinare gli inviti…

Chi vive nel lento digradare del giorno, quando
la rena si copre di sguardi, chi esiste senza
ingombro di sé, ignaro di una propria consistenza
e chi ostinatamente assume ad esperienza
i fasti di errori e sbandamenti…

***

Sul lato del torto

Il sapore del pianto cucito sul volto di notte
traccia un solco di dolcezza
alla compiacenza del cuore, in caduta di stile
sul lato del torto
nell’accezione più intima del ricordo: a smaltire sconfitte
in gocce rimbombanti il desiderio. Soppeso

delicati stenti, reduci azzoppati di pulsioni
mille volte esplose in sordina su donne
spiumate con gli occhi.

Il sapore del pianto evaporato in bocca di giorno
svilisce di pause il vuoto
sulla pelle scavata di vita e mutila
in forma di lama i segreti del fegato.

***

Il rumore del vuoto

Scrivere a dirotto nel rumore del vuoto
tra la quiete del mare e scrosci d’inchiostro
per svelare gli occhi curiosi

i ricami segreti del sole, a strapiombo
sulle pendici del collo e pensare a squarciagola

ai disastri sospesi nel cuore: luogo
di lacrime, deposito d’amore.

E mi riconosco apolide nella dimensione d’uomo…

***

Oggi la vita mi pare

Oggi non voglio vedere nessuno
che la vita mi pare una menzogna del sole
e non ho una vita sposata, rimbomba
un frastuono di voci su un gelido fiume alieno
al quale pago la tassa sui sogni.

Oggi la vita mi pare
un guazzabuglio di errori repressi, pestilenziale
affanno che brucia come il capestro del condannato;
rallentato tramestio di sguardi
su un materasso sporco di promesse
disattese.

Azzeratemi la memoria
amici,
che oggi la vita mi pare
un autentico lerciume di piedi.

***

Questa contusa assenza di suoni e parole
è forse ancora più insostenibile della tua malattia:
crea un imbuto nelle viscere, un mutismo

che più non appartiene… E la obbligata complicità
dei commensali, una lama a ferire la devozione innamorata…

… L’ostinato riempirsi di cibo e poi svuotarsi
sedimenta un’acredine di vuoto, un’intercapedine di urla
a cui è difficile sottrarsi, mentre un livido sussulto
del cuore cede il passo alla vergogna
nella quotidiana amarezza di sé.

***

La paura dell’addio

… Trasferisci il tuo dolore su altre necessità,
aspro disagio di te e pretendi attenzione estrema
costante esame degli altri…ti cauteli

nel nasconderti. Forse è la paura dell’addio:
legittimo timore di quanti sdegnano se stessi…
Ora che dormi ti accarezzano lacrime, celato

contrasto di spine smarrite, fradiciamente innamorate:
perché non ti accorgi quando piango?
Perché temi di ricevere nell’intimo?

Ti sottrai al mondo disarmata
a un’infezione di grida, che fa risacca
di soprusi nel tacere di ferite profonde.

(Ed io dietro, la mia ombra pesante
a farti da scudo
restituisco alla vita paure residue
col sapore del mosto autunnale)

***

Milano

Nel suo rigoroso torpore grigiastro
Immerso, ritorno a camminare Milano
Perdutamente, d’un fiato ritrovato.

Un ritorno inchiodato al domani
senza ammissioni di abitudini
o intrusioni, ma rinnovato rossore da fatica.

Svicolo il traffico di auto e parole veloci
calloso passare per ciottoli e merde
tra profumi al naso inediti dell’autunno in declino

e sfuoca, lentamente, la sonnolenza opaca
e quest’anonima anomalia, severa nei viali
e misurata nei bar, del pallore da benessere:

accurata mescolanza di sfrenata vita notturna
e devota abnegazione al lavoro,
mai casuale l’accostamento, direi quasi maniacale,

(e) allo sfrenato – ma al riparo discreto –
consumo di vizi, al turbinio di discorsi
leggeri, preferisco per attitudine

accontentarmi del cielo terso
di mezzogiorno, denso di luce, colmo
di quiete, dopo il vento di maestrale.

***


Le smagliature del sonno


L’infinito variare del tempo
ne smussa a se medesimo l’entropica assurdità
come quando, crescendo, si smette
di comunicare: per viltà o timore d’essere noi stessi
o come quando, per una strana distrofia del pensiero
l’ipocrita non riconosce davanti alla vittima
le proprie remote debolezze, paure o difficoltà.

E se la solitudine è il più nobile pensiero dell’uomo
se un’atavica nostalgia di ciò che fu
è la cura
alla comunicazione corrotta dell’uomo, sono anch’io
uomo marcio nei sentimenti, profondamente,
per cercare una libertà, forse posticcia, che è ricordo
passivo di un’assenza
deliberatamente ricercata e coccolata.

***

Dietro la porta

L’isolamento necessario dell’esilio
dal sangue materno e patrio
impedisce al cuore quella distensione
sospirata di emozioni e trasmette
inadeguatezza ai colori del giorno:
prezioso silenzio della disperazione, qualcuno
si ubriaca per poterla fuggire. Ascoltate
il lamento di un uomo che non vuole
rinunciare a sognare ma scrive e balla
per sopravvivere ai sogni: quell’uomo porta i segni
evidenti di un’introspezione rumorosa
che si alimenta dietro la porta.
Nella discrezione notturna dell’anonimato, in armonia
con se stesso, un altro piange gli stenti dei figli
lontani a una bottiglia svuotata
di chimere: in un tragico delirio di ideali
invoca a Pacha Mama,
veridicità di essenza.



"Se ne sta in piedi sugli occhi, affannato / coccolando il proprio paradigmatico male / di vivere: schivando la noia, invecchiando": una poesia con lati grotteschi e ironici, moderna e intritagante. Sa disporci con maestria il verso sorprendente (in senso positivo e negativo) e paradossale del vivere (e questo mi ricorda Massimo Pensante)
Alessandro Sichera è nato a Milano nel 1975, nel giorno dei natali di Roma. Ha pubblicato intime frane (2004) e Le smagliature del sonno (2006). Lavora in modo frammentario nell’editoria, collabora con il quotidiano on line la voce d’Italia, ballerino e insegnante di tango argentino, cerca di sbagliare da solo.
Da un anno abbondante innamorato della sua compagna, che ha riportato il profumo di primavera nella sua vita.

da Avrebbe amato chiunque (Davide Rondoni)


(Guanda, 2005)

I

Conoscere il respiro, esattamente
è l'occupazione degli amanti
toccare
l'acqua misteriosa
del volto silenzioso

dire mio
amore come dire niente

la impaziente luce delle dita
quel che trema e non smette
di tremare.


II


Conoscere
il respiro del giorno, quel che dirada
nella sera
è ansia dolce
se l'oro buio, il nada
l'ombra infiammata
dei volti che si toccano -

e brucia via l'ipnosi
dei cerchi d'orologio.

Non alzate le braccia
contro l'arrivo delle sere, la luce pura
esclamativa delle stelle.

Amare è l'occupazione
di chi non ha paura.

***

Quando la casa di notte
se inizia la pioggia
si anima

finestre che toccano,
porte che un'aria improvvisa
le muove e non si richiudono
piccoli
passi di corsa
sul legno - -

il viso
della città è stanco, riceve
quell'acqua.
Luminose diventano le oscurità.

Mi ritrovo sveglio come un neonato,
il cuore un evento.

***

La vita nei condomìni
a metà mattina quando

sono usciti
i bambini e c'è
poco rumore, qualche battito
di panni alle finestre,

una signora sbuca con la testa
al suono alto dei postini

e uno aggiusta
la bici giù in cortile,
un primo sentore di minestra

la vita nella tromba delle scale
che in questa luce sembra più grande

nei suoi gironi discesa lentamente
da donne anziane, sole,
angeli delle ore medie,

la vita, vedi, anche a metà mattina
se guarda nei suoi oceani
com'è smarrita

***

Ci vuole pazienza nell'amore
e anche impazienza,

luce ma lasciare
spazio anche per l'ombra.

Lo sa il vecchio pino, alto, nel cortile
che ha veduto dalle finestre
e fermato il volo
di parole che per tristezza volevano buttarsi
e poi ha veduto

vetri spalancarsi al sole
spinger via paura, stanchezza
e il morire delle case.

Lo sa che ha trattenute appese
le voci cambiate dei ragazzini
e le occhiate delle donne
sole a fumare alle finestre.

Ci vuole pazienza nell'amore
e anche furia,
la furia bella dei bambini
che ridono e capriòlano
quando ritorna qualcuno,
e fan le corse in corridoio, si fan notare

e quella del pino antico che nel gelo
e nel cupo silenzio della città
stringe le radici, nascoste
come un ferito le sue cicatrici.


***

Trovare in casa all'alba abbandonati
i vostri giochi, uno Zorro
trasformato in motociclista
o su un cavallo sproporzionato,
un telefono colorato senza pile
un laccio delle scarpe
o una maglietta che sollevo adagio

è ricevere dal mare della notte
i segni di una terra,
di una riva che non vista
si sporge al mio naufragio.


"e brucia via l'ipnosi / dei cerchi d'orologio": questi versi si offrono come ondate dai ritmi inattesi, anche se i settenari sono abbastanza presenti. Ma il contrappunto ha effetti madrigalistici, cioè segnala passaggi particolarmente carichi di senso, e così fanno le dislocazioni sintattiche e gli enjambements: "dire mio / amore come dire niente". Il lessico è volutamente quotidiano ma accoglie ma riferisce in maniera poetica anche i minimi eventi facendone un'istantanea di valore assoluto.
Davide Rondoni è nato nel 1964 a Forlì. Ha pubblicato diversi libri di poesia tra cui Il bar del tempo, Guanda 1999, e Avrebbe amato chiunque, Guanda 2003, con i quali ha ottenuto i più importanti premi di poesia in Italia. Sue poesie sono presenti nelle migliori antologie italiane di poesia contemporanea. È tradotto in volume o riviste in Francia, Spagna, in Russia, negli Stati Uniti. Dirige le collane di poesia de Il saggiatore e Marietti. È autore di teatro e di programmi televisivi di letteratura. Ha fondato e diretto la rivista «clanDestino». Dirige il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna.

martedì 20 febbraio 2007

da Biometrie (Italo Testa)

(Manni, Lecce, 2005)

Retine


Di ora in ora, appena scatta un allarme
da qualche parte una luce si accende
tra le tende il tuo corpo si nasconde
dalla donna che nella stanza dorme.
Poi dal frigo un sibilo si propaga:
imbevuto di una tinta acida
il quadro luminoso della strada
sovresposto sulla pupilla dilaga.
Se un elicottero verde veleno
sovrasta le insegne della notte
battendo ai vetri, dal decimo piano
manda il tuo segno al profilo alieno
fondi la retina al cerchio radiante
del dio in acciaio metropolitano.


Gli altri

Hai visto gli altri in fondo al giardino
l’uomo in divisa che pianta la tenda
quello è tuo padre, sorpreso si volta

e scarica l’arma, brilla nel piombo
la fronte dell’ombra che al suolo ricade
e nella sabbia conficca la lama.

Hai visto nella luce del prato
la maestrina distesa e morente
la ferita del ventre si allarga

e combacia con il taglio di vita
l’apertura che al mondo ti invita
ad uscire dall’incavo al giorno.

Hai visto a brevi tratti sul verde
dissolto da un moto o un respiro
uno che lento si porta nel mezzo

quello è tuo figlio, col sangue alla bocca
schiude i passaggi, ripete l’oblio,
simula un gesto e addenta un papavero.


Nel ventre dei canali

Poi scendiamo a scrutare il fondo dei canali,
nella melma lascia un’impronta la tua spina
dorsale: l’acqua non soffoca, l’acqua
arrossa le congiuntive, gonfia le orbite
in cui si consumano i resti del giorno.

Scendiamo ad immergerci sotto le coltri
di rottami: alla corrente si affidano,
nella corrente corpi indifesi mutano,
di umori s’infiltra la secrezione dell’onda
di linfe s’intarsiano le vene degli occhi.

È con la marea che poi i resti riaffiorano,
la tua pelle dilavata a macerare
nell’incavo di copertoni affondati;
con la marea si specchia il cielo, a morsi
gli sparsi rifiuti riflettono le iridi.

Scendiamo a misurare le buie tane
il ventre dei topi, i desideri infetti;
all’acqua che piaga, nell’acqua che dilava
si ispessisce il manto, si dilata il sesso,
di questa laguna ogni anfratto è palude.


Dopo i segni della mente


Nuota via dalla barriera sommersa
quando il sole si scioglie nell’acqua
come un embrione impastato di sangue:
quando la motonave attracca ad un molo
su cui la nebbia si coagula a strati
nelle piume di un gabbiano tramortito.

Svolta via dalla barricata bruna
che compatta si stringe nei vagoni
e batte alle lamiere come tempie
quando una testa porta il suo cappello
dentro il flusso indistinto dei tunnel
affondati sotto il peso del duomo.

Dormi via dalla barena sepolta
nella volta piombata del cranio
cicatrizza i segni della mente
come la medusa grigia si scioglie
l’ansia, liquefatta nello sterno
nuota via nella placenta nascosta.



Le cose


Ma questo sogno che cadano i denti
una volta ogni due, tre mesi,
e tutti a far finta di niente,
che poi, a tradirci, sono le cose;

la luce intermittente degli allarmi
ci sorprende, irrigiditi, tesi;
il neon che manda lampi sulle scale
ci fissa a un'istantanea delle cose.

La chiave, quando scatta nella porta,
fa scorrere le palpebre sugli occhi,
e l'airbag che tutto a un tratto esplode
ci invita a smarrirci tra le cose;
e l'altro sogno di non arrivare
mai in nessun luogo, da qualche parte
dove valga la pena di fermarsi,
di segnarsi, piegarsi a caso,

imparando attenti a respirare,
e a stringersi negli spazi vuoti
se abbagliati dai fari sulle strade
cediamo all'assedio delle cose.



Alcune delle atmosferse evocate da queste poesie mi hanno ricordato Il mio Carso di Slataper (segnatamente la scena del Dagli, ma anche altre): "Poi scendiamo a scrutare il fondo dei canali, /nella melma lascia un’impronta la tua spina / dorsale: l’acqua non soffoca, l’acqua / arrossa le congiuntive, gonfia le orbite / in cui si consumano i resti del giorno."
Una capacità di usare anche in non semplice decasillabo e le assonanze e le polisemie sintattiche per creare un ritmo a volte giocosamente sinuoso vitalistico e sensuale, ma forse slataperaniamente venato di una Angst che fonde tratti neocrepuscolari a immagini posfuturistiche. Una poesia filosofica, ma senza snobismo.
Italo Testa (1972), vive attualmente a Milano. Ha pubblicato per la poesia la raccolta Biometrie (Manni, Lecce, 2005) e il poemetto Gli aspri inganni (Lietocolle, Como, 2004). È co-direttore della rivista on-line di poesia L’ULISSE. Per la saggistica ha pubblicato di recente il volume Ragione impura (Bruno Mondadori, Milano, 2006).

Parola & Immagine 2 (Bernardo M. Gianni)


il precedente intervento è qui

«Dio, devo vedere il tuo volto questa mattina, il Tuo Volto attraverso i vetri polverosi della finestra, fra il vapore e il furore; devo sentire la tua voce sopra il clangore della metropoli. Sono stanco, Dio. Non riesco a scorgere il tuo volto in questa storia». Scriveva così, a ventisei anni, Jack Kerouac (1922-1969), autore “di culto” della letteratura americana del secolo appena trascorso. Dieci anni dopo medesima è la domanda e ansiosa resta la sua ricerca: «Cosa sta cercando? Mi chiedevano. Rispondevo che aspettavo che Dio mi rivelasse il Suo Volto».
Abbracciando con lo sguardo la città dal crinale di San Miniato al Monte, nonostante la vertiginosa eloquenza dei suoi grandiosi organismi di architettura spirituale, lo stesso interrogativo abita e deve abitare anche nei nostri cuori. Sangue, potere, vapore e rumore assorbono e sfocano i segni della presenza di Dio, il Suo Volto pare levigato se non inghiottito dalla quotidiana erosione di un tempo vorace e impaziente: è la storia dei nostri giorni, quella storia che Giorgio La Pira definiva «inquieta», quella storia che quasi sempre si lascia ricostruire solo come arida cronaca, refrattaria a qualsiasi disegno che sia una pur tenue filigrana di senso…
Ci doni allora il Signore un cuore capace di attendere, ascoltare e sperare –è l’umile e gloriosa epopea dell’autentico credente-, attesa fervida e fruttuosa, ma anche silente, perché «è bene per l’uomo attendere in silenzio la salvezza» (Lam 3, 26). Un cuore capace d’esser grembo di un occhio audace che sappia intuire, oltre la nebbia sporca del vetro, oltre il riflesso fallace delle nostre sembianze, e anche dentro al ventre scuro della nostra città, l’orma di luce del passaggio fedele del Dio-con-noi, la trascendenza dipinta sul volto del prossimo, la bellezza sofferta ma autentica della realtà creata, che è segno, bagliore e prolessi dell’eterna beatitudine del Regno.

«Mantieni, o Signore, la mia carne nella Tua eternità»
(J. Kerouac)


Amen!


Bernardo Francesco Maria Gianni, O.S.B. Oliv.
Abbazia di San Miniato al Monte Monaci Benedettini di Monte Oliveto
Le Porte Sante, 34
50125 Firenze
bernardofm@libero.it

lunedì 19 febbraio 2007

Tre poesie (Milo De Angelis)


da Tema dell’addio (2005)

Milano era asfalto, asfalto liquefatto. Nel deserto
di un giardino avvenne la carezza, la penombra
addolcita che invase le foglie, ora senza giudizio,
spazio assoluto di una lacrima. Un istante
in equilibrio tra due nomi avanzò verso di noi,
si fece luminoso, si posò respirando sul petto,
sulla grande presenza sconosciuta. Morire fu quello
sbriciolarsi delle linee, noi lì e il gesto ovunque,
noi dispersi nelle supreme tensioni dell’estate,
noi tra le ossa e l’essenza della terra.


*

Non è più dato. Il pianto che si trasformava
in un ridere impazzito, le notti passate
correndo in Via Crescenzago, inseguendo il neon
di un’edicola. Non è più dato. Non è più nostro
il batticuore di aspettare mezzanotte, aspettarla
finché mezzanotte entra nel suo vero tumulto,
nella frenesia di tutte le ore, di tutte le ore.
Non è più dato. Uno solo è il tempo, una sola
la morte, poche le ossessioni, poche
le notti d’amore, pochi i baci, poche le strade
che portano fuori di noi, poche le poesie.

*

Tutto era già in cammino. Da allora a qui. Tutto
il tempo, luminoso, sfiorava le labbra. Tutti
i respiri si riunivano nella collana. Le ombre
di Lambrate chiusero la porta. Tutta la stanza,
assorta, diventò il primo battito. Il nero
dei tuoi capelli contro il giallo dell’ultimo raggio.
Da allora a qui. Era il primo giorno dell’estate.
Il silenzio ci riempiva la fronte. Tutto era
già in cammino, da allora, tutto era qui, unico
e perduto, nostro e remoto, ardente. Tutto chiedeva
di essere atteso, di tornare nel suo vero nome.



"Morire fu quello / sbriciolarsi delle linee, noi lì e il gesto ovunque": già solo questo frammento ci rivela la qualità della poesia e la statura del suo autore.
Milo De Angelis è nato nel 1951 a Milano, dove insegna nel carcere di Opera. Ha pubblicato Somiglianze (1976), Millimetri (1983), Terra del viso (1985), Distante un padre (1989), Biografia sommaria (1999), Tema dell’addio (2005).

ma di me, passante al cellulare (Gabriella Bianchi)


EPIGRAFE

sparge, precor, flores
supra mea busta, viator

(Ostia, tomba 18 della sacerdotessa isiaca)

Quando la generazione della play station
sarà matura,
l’erba selvatica sarà cresciuta
sul mio nascondiglio,
avrò perduto tutta la mia luce
e invidierò della schiuma
una goccia frantumata in mille schegge

perché è viva sotto il sole
e lo riflette come un diamante
ma di me, passante al cellulare,
non resteranno che parole in forma di poesia:
disegni dell’anima, forse,
o graffiti del pensiero (il mio
esule dal circo mediatico

e perciò immerso nei ghiacci
della solitudine ennuyée).
E tu, passante, che conosci i risultati
delle partite di calcio
mentre tua moglie cucina immersa
nei vapori del gossip,
non fermarti su quell’erba selvatica

che sigilla i miei passi pellegrini
ma procedi verso il nero lucente SUV
per il quale hai ipotecato
l’infanzia dei tuoi figli
e sorridi, perché è sabato
e una ragazzina slava
affamata e triste di percosse
soddisferà le tue voglie.



FERRO di CAVALLO


Viviamo come animali prigionieri
nel padiglione ovest del dormitorio suburbano
ai piedi della città superba e in trono
governata da piccoli lacchè.

Dei boschi antichi restano le antenne.

Il vento ha strie di benzene.

Gli umani urlano eresie.

Il mercato dei corpi lambisce le case.

Il cielo avvampa.


Con una leggerezza che coglie abilmente nel segno, queste poesie di vivisezionano questo oggi così carico di gesti irresponsabili o di responsabilità eluse. Notevele anche l'aggancio classico al senso della morte per gli antichi paragonato alla sua odierna (desiderata ma mai attinta) rimozione: "non fermarti su quell’erba selvatica // che sigilla i miei passi pellegrini…"
Gabriella Bianchi è nata e vive a Perugia. Laureata in Lettere, lavora in Biblioteca. Ha pubblicato quattro libri di poesie; ha vinto alcuni premi nazionali sia per la poesia che per la prosa. E' presente in tre raccolte liriche nazionali. Ha avuto apprezzamenti da Mario Luzi, Giorgio Barberi Squarotti, Maurizio Cucchi (in "Scuola di poesia") e da Mariella Bettarini.

domenica 18 febbraio 2007

da Luce instancabile (Stefano Maldini)


L’ordine dei venti silenzioso

saltellano i tuoi occhi
vento viola nella luce
ancora breve di febbraio

onde radio intermittenze
che io capto tra le mani
conche radar le raccolgo

saltellano i tuoi occhi
ripetono il mio nome

***

c’è un ordine dei venti silenzioso
nell’intreccio dei tuoi capelli
nell’elastico rosso, nello scorpione
della coda – tu diventi una gazzella
io mi inalbero e mi disperdo
faccio le capriole tra i fili d’erba
ti tocco nella luce e lì fiorisco
prendo l’aria nei polmoni
poi mi tuffo e ti scendo scivolando
sulla fronte – adesso sono
una farfalla e gioco con le ciglia
ti giro intorno e mi faccio respirare
nuoto nel tuo collo, nelle tue caviglie
mi sollevo come danzano i delfini
sorvolo l’ambra il profumo della sera
risalgo sbuffo, poi mi poso
soffio lieve sulle rive del tuo cuore

***

promettono pioggia
le nuvole sulla tua fronte
adesso volteggiano intorno
anarchici si infilano i falchi
sono loro le arcate
nei tuoi occhi finestra loro
Matera nudo bianco la sera
scivolosa, senza vento


Un erotismo elgante come un ukyo-e aleggia per questi versi che ci offrono sentimenti e sensazioni amorose in modo metaforicamente ricco, originale e attento a particolari insoliti.
Stefano Maldini è nato a Cesena nel 1972 e vive a Rimini, dove lavora come insegnante. La sua opera prima in versi, Luce instancabile, con prefazione di Ezio Raimondi, è stata pubblicata a Rimini da Raffaelli Editore nel 2005. È inoltre autore di numerose guide dedicate alle regioni italiane, tra cui Puglia (Mondadori, 2003) e Provincia di Forlì-Cesena (Touring Club, 2003).

Inediti da “Correzioni” (Andrea Ponso)


In luogo di lui ci sono io
O mio figlio o nessuno.


(Franco Fortini, Questo muro)


*
Questa ruvida premura di padre che sento
Sulle mani che non vogliono generare.
I boccioli e le gemme che esplodono nelle
Articolazioni per aprirsi alla polvere,
al ronzio estivo delle vespe sul davanzale.



*
Farsi restituire la misura risicata
Del sale prima del prossimo
Dormire. Piantare la mani nei
Grani tiepidi, nei sacchi di lavorato
Vicino ai concimi. Sgravare poi
Dalle scarpe il dolce dello sterco
Vicino alla brace.



*
Ci tiene in vita questo stipendio che ogni
Giorno riverso nella tovaglia a quadri
Grandi del bar della stazione. Colazione
Col vermuth e niente che riesca a deglutire
In pace. Sulla tua voce ho costruito case
Di costrizione e di redenzione.



*
Monconi e chiodi, strato su strato. Detergono
Dal dolore la stretta dei selciati: fermano
L’aria illegittima sulla punta delle dita: come
Cavare la seta dai bachi, d’inverno, o
Dalla vita.


*
E non ti nascondo niente. Sono presente giù in cucina,
con la radio accesa, le orecchie fattesi chiare nel sentire;
ogni giorno scendo le scale, faccio la mia solita colazione
e guardo Samuele: dove l’angelo impasta e germoglia
le viole fresche con il fiele.




*
Le radici sterrate seccano vicino al muro
E l’ultimo errore verrà, e sarà il gelo -
Un angelo chiaro, analgesico, setaccio
sincero e denso, farina. Rimangono li,
con gli altri strumenti: scarpe, bastoni,
suole sporche e camice. Qualcuno,
sudato, te lo dice, passa sul filo
delle tue labbra
lebbra e lavanda.




Che dire? A me i versi di Andrea Ponso (nella foto qui sopra è a sinistra, a destra Massimo Sannelli) ricordano (più che rimembare) che ogni nostro gesto (volontario o meno) è il nodo di una trama soprendente (piacevole ma anche cruda) e così le parole, specie quelle poetiche, ne sono forse i punti luminosi, quelli visibili a distanza (di tempo e di luogo). Questa loro luce è purificata, netta, chiara in questo autore in modo davvero carico di senso, perché se ne vede la necessità, se ne intravede l'humus e il riverbero su linee di pensiero che è vita, è spirito.

sabato 17 febbraio 2007

da Double click (Marco Giovenale)


(Quaderni di Cantarena, Genova 2005; sono state fatte delle variazioni ai testi, tutti sostanzialmente mutati dalla versione a stampa)



Alza la mano destra, di’ questa
è la mano sinistra. Lo specchio ragiona, ti rivolgi a una
nuvola di doppi di crani a forni di senzienti
e rotori o rasoi che confermano attraverso
lentissime lenti con i calibri con i cenni
cenni in prismi di altri è / hai raison
e che un’ombra - del tiglio - alle spalle mentre parli
non potrebbe
testimoniare meglio al posto tuo.

Fatto scialo dell’ultima razione, nessuno sente
il discorso. Rovesciano le sedie e cercano di divorare il ventre,
fracassano dietro scaffali, razziano con la lingua
denti, terra, aperte
le scheggiano le unghie contro intonaco, a
sangue. Vuoterebbero in un boccone il cranio
alle madri non l’avessero già fatto. Dé-jà-vu-vé-cu.
Incollanerebbero da bocca ad ano feti non ne avessero
già fatturato copyright. («Modulistica? La? Pacchi, fiumi, mari»).

È questo. È il
coetus - pensato pensante - ha distribuito i beni
- riferiti inversi. (Mano di carte).

***

Quaranta minuti non sono molti
per l’immortalità dell’anima prima
del lavoro.

Nessuna convocazione per Adapa, né babbi carne oro.
Gesti di altri, solo, sospettati
con la coda dell’occhio sinistro
- alla fine un insetto invisibile sul dorso
della mano, l’angelo della realtà,
che non ha soglia - nemmeno un minuto
di apparizione nel clip. Ma schiacciamento
a terra dell’orizzonte di vertebre
su cui la vipera lascia nel sangue
scaglie esagonali, calcolabili - forse
compiute in loro nulla presa
a senso.

A sciami i giovani ragni passano i gusci
dorati divorati, dei vecchi, e i batteri
ne hanno sciolto le giunture
che si sfaldano. Rimane la cheratina
sonora, trasparente sotto i raggi

***

Gli sbirri più vicini
vedono che disegna,
tornano indietro nella
pellicola, uscire escono
nel campo opaco.

La donna che è prossima oltre
finestra, in pratica nuda,
in un verso di Ashbery,
prima della cortina. Di cornice
a verdi alterni - ferri a cigni - dubbi.

Dopo sveglio per un periodo
- minuti - non riesce a vedere le cose
lo ferma la piega, il curvarsi
come pensato, o carta impressionata
(tesi/arsi) contro
ogni oggetto, fatto tempo - interrotto.
Sì - poi diceva - è così
e poteva vedere.

Pianeta materia eco - tutto
è tempo compresso, più denso
e tutto in un punto, e cruna, getto
insieme luce sovrascritta.

Lo sbocco del fiume sa e sta contro
muro, cieco che non ragiona

***

Dopo tanti schiamazzi in rottami di sanscrito,
chilometri cubi di sangue
è arrivato al cadere del sole, come dicevano,
occidente lui precisamente
- via Boncompagni - già sotto visiera
Yale, leggera, senza felpa, ha duty, cleaning
floors, or a huge crystal-green
loft of light,
come ricorda
Vienna, stando in una
goccia di Boemia risospesa
ellittica - mentre ballano
vittime e la valse ha soffio, al cuore, da fuori
lo guardano passando quando apre
a ventaglio i cenci - sta a pulire
alzàti rari gli occhi poi perché
in alto, sulla parete, anche di notte, mentre lui lavora
può vedere l’orologio, che gli dice
a che punto siamo





"Dopo sveglio per un periodo / - minuti - non riesce a vedere le cose": un esempio della sintassi franta di un autore che illude (mette in gioco) la/e lingua/e, ingloba lacerti di citazioni, lascia indizi per riferimenti letterari e non solo e, con accostamenti lessicali stocasticamente improbabili, crea cortocircuiti spiazzanti e immaginosamente stimolanti (a volte indubbio segnale di un assurdo che provoca tutti noi, credenti o meno): "Lo sbocco del fiume sa e sta contro / muro, cieco che non ragiona"; "Dopo tanti schiamazzi in rottami di sanscrito…"

Marco Giovenale è nato a Roma, dove vive e lavora - in una libreria antiquaria. È stato organizzatore di mostre. Sito: Slowforward. È redattore di GAMMM, IEPI (International Exchange for Poetic Invention), Absolute poetry, Italianistica OnLine, Biagio Cepollaro E-dizioni, «Akusma», «Bina» (con Massimo Sannelli), e «Sud» (ed. Dante & Descartes). Collabora con recensioni di poesia e letteratura alle pagine culturali del «manifesto». Testi in riviste: su «Nuovi Argomenti», «Poesia», «Rendiconti», «Semicerchio», «Private», e altre. Sei libri di poesia: Curvature (2002), Il segno meno (2003), Altre ombre (2004), Double click (2005: da cui qui si estraggono testi variati), Superficie della battaglia (2006), e l’imminente Criterio dei vetri. Un e-book di prose: Endoglosse (pdf, 293 Kb, 2004, Biagio Cepollaro E-dizioni); e un chapbook di nuove “endoglosse” pubblicate da Arcipelago: Numeri primi (Milano, 2006).

venerdì 16 febbraio 2007

Tre inediti (Filippo Davoli)



(il volto di Filippo è inserito all'interno di un noto quadro di Edward Hopper)


Escono la domenica mattina
con le fiammanti utilitarie
e un’andatura da accompagno,
quasi fermi nel sole invernale.
I contadini solidi nel riposo
col cappello che rade la cappotta
sorridendo bruniti
al ciglio deserto della carreggiata,
frenando nelle discese, rallentando
al ticchettio del contagiri.
Vanno alla passeggiata con la macchina
e tutta la famiglia.
Sono piceni assennati, porosi
nel tratto bianco delle residue mulattiere.
Le donne hanno il vestito buono fiorato,
l’oro di casa le orna come madonne.
E le bambine portano le orecchine
con il pendaglio, e un filo di smalto
e le trecce imbrigliate nei fermagli.
Ostentano con garbo un italiano
che l’assedio dei simili tritura.
I fumatori arrochiti parlano basso,
pasteggiano le parole con sobrietà.
Le vecchie si salutano per strada
sollevando la testa e le mani,
beate nel cappotto coi bottoni grandi
e il collo di finto pelo. Vanno alla messa
dolci nel passolento della lucidità.

(aprile 2006)


Quieti palazzi della periferia
che vi ergete a baluardo contro i monti,
che difendete le disperazioni
di chi vi abita. Quieti palazzi domenicali,
dove le donne che piangono
tacciono nel segreto di passi leggeri
trascorsi al fuoco basso della tenacia,
al giusto della pazienza.

Quieti palazzi della periferia
dove i figli sonnecchiano aspettando
di sentire i rumori di cucina
coltivando il riposo
e una luce radente veste i letti
prima dell’abbandono. Adusti salgono
i giovanetti come la mattina.
Fingono nelle loro sicurezze
di non sapere quello che conoscono
nel fondo dei loro muscoli. Guardano
il giorno con apparente tranquillità,
appesi al filo fragile dell’infanzia.

Quieti palazzi indenni
alle usure del sentimento, alle ubbie
dei cani, al graffio ripido dei gatti,
che resistete
immobili alle tempeste, nell’antica
saggezza del sopravvivere.

(agosto 2006)


Ritornano dal calcio con i borsoni
grondanti. Pregano alta
la calata di casa, azzurrobianchi
sul nero luccicante della pelle.
E un sorriso che abbaglia
quando all’amico scorto di lontano
porgono un cenno.
Il traffico li lambisce come un vento
leggero, ne asciuga la pena.
Vorrebbero
essere come il carpino
mentre cresce il meriggio abitato
dai moschetti e dai passeri,
dal fondo della radice negli ariosi
fiocchi lungo i pendagli
spiccando il volo breve primaverile,
la fragile allegria di un riscatto.

(maggio 2006)




"Fingono nelle loro sicurezze / di non sapere quello che conoscono": credo sia una riuscitissima definizione dei poeti… sì qui si parla di giovinetti, ma questi appunto ci rimandano al fanciullino di pascoliana memoria, a quella mistura di ingenuità, stupore, captazione ed espressione meno schermate dei sentimenti, delle persone, del mondo (visibile e invisibile) e degli eventi che dovrebbero caratterizzare l'occhio tendenzialmente iperlinguistico di chi si esprime in versi.

Filippo Davoli (autopresentazione):
«Da ottobre 2005 sono educatore professionale di minori extracomunitari senza tutela. Grazie a questa esperienza, tutto quello che ho fatto prima, pur non rinnegandolo, mi appare oggi, se non inutile, asfittico (la stanchezza, peraltro, era in corso già da un po’). Se dunque qualcosa ancora ho scritto (e tuttavia volutamente senza progettualità), è per significare che non ho chiuso snobisticamente un ciclo, ma – per così dire – ho assecondato il successivo, il cui invito continua a indicare ancora una volta più in là, ma la percezione se ne fa più certa.»

giovedì 15 febbraio 2007

Prendere il largo (di Marino Mazzola)

monaco camaldolese

Omelia Lc 5,1-11

«Prendi il largo e calate le reti»
Sotto la brezza leggera che increspa il lago, due barche avanzano faticosamente verso la riva, colme fino all’orlo di pesci ancora pulsanti di vita. Dopo una notte trascorsa senza prendere nulla, la pesca, alla fine, è stata eccezionale: un segno di buon auspicio per quel domani che il Signore annuncia ai futuri pescatori di uomini, pronti a lasciare tutto per seguirlo.
Un avvio certamente sorprendente e, per molti versi incoraggiante…
Ma oggi, per noi, ci chiediamo: quale tipo d’impatto provoca questo testo di Luca, su quali aspetti della vita ci spinge a riflettere? Come incide i nostri giorni?
Ho identificato almeno tre spunti di riflessione e, forse, altrettanti insegnamenti.

Il primo: affidarsi al largo: prendi il largo, dice Gesù a Simone. Anche oggi riceviamo lo stesso invito; “in questo mondo, di cui sempre più veniamo a conoscere le forze che lo muovono; in questo mondo, cui siamo riusciti a carpire il segreto della molecola fondamentale della vita; in questo mondo, nel quale l’uomo ha imparato a badare a se stesso in tutte le questioni importanti senza l’ausilio dell’ipotesi di lavoro Dio e dove si è visto che tutto funziona anche senza Dio” (cf. Vito Mancuso, Per amore, rifondazione della fede), oggi, siamo ancora invitati a prendere il largo.
In quale senso? - ci domandiamo. Io credo che ci si muova al largo del mare e, metaforicamente, della vita, quando apprendiamo a distanziarci un poco dai litorali conosciuti, da un già attraversato, da una certa visione di noi stessi e degli altri; ci spingiamo al largo quando non ci concediamo totalmente al mondo e quando abbandoniamo una falsa idea di onnipotenza umana; non per chiuderci, per sottometterci al destino o rinunciare all’uomo, al contrario, per avere vita piena, per scommettere nuovamente su energie rinnovate, per stupirci ancora dell’inedito, del gratuito, del sovrabbondante.
Scriveva Bonhoeffer che le persone religiose parlano di Dio quando la conoscenza umana è arrivata alla fine o quando le forze umane vengono a mancare.
Chissà quante volte anche questo brano evangelico di Luca è stato così superficialmente interpretato; le capacità umane non ce la fanno, dunque interviene Gesù sostituendosi all’uomo. E la pesca è miracolosa!
No, Gesù non si sostituisce all’uomo; Simone e i suoi calano e, presumibilmente, ritirano le reti; Gesù è colui che incoraggia a un’azione che apparentemente sembra vana ma che si rivelerà feconda. Dio consola chi soffre, ma “egli non sta ai limiti, quando le forze umane vengono a mancare, bensì al centro, non nelle debolezze ma nella forza, non in relazione alla morte e alla colpa ma nella vita e nel bene dell’uomo”. È qui che l’uomo può trovarlo: se non si rassegna alle prime sconfitte, alle prime cocenti delusioni ma continua a ricercare il bene, la vita, la bellezza, l’amore! È qui che la pesca può farsi abbondante!

Secondo insegnamento: rimanere umili: a questo punto Simone si prostra: Signore allontanati da me perché sono un peccatore!
Simone si è affidato, è partito alla ricerca della verità, del bene e ha trovato; ha pescato molto, moltissimo, ma ciò che ha imparato è soprattutto la disciplina dei sensi e dell’anima. Cosa significa?
Immaginiamo per un momento quello che Simone può aver sentito dentro di sé dopo una notte di vana fatica: sconforto, impotenza, incredulità. Sì, ma tutto non è come appare. Dopo la visita di Gesù, Simone percepisce i cambiamenti, si sensibilizza all’alterità, si libera da un’immagine della vita statica e ne sposa una più dinamica, segnata dalla grazia! Perché tutto può mutare!
Ed è la percezione del cambiamento che gli consente di riconoscere il suo peccato; confronta due situazioni e non cade nella superbia, nell’arroganza dei potenti; - quanto sono stato fortunato, vediamo se mi riesce ancora una tale pesca, riproviamoci subito!
No, Simone ha capito che non tutto dipende da lui, che una parola autorevole l’ha preceduto e che edificando su tale parola può compiere, a sua volta, cose grandi!
Simone ora sa guardare il vuoto di cui è fatto, di cui siamo fatti anche noi e non è più succube del suo io. Vigila sulla realtà, ha sviluppato uno sguardo più attento, uno sguardo interiore.
Come possiamo imparare a vigilare? “Una delle più importanti forme di vigilanza è ricercare per l’anima il nutrimento buono. In mezzo a tante dannose tossine, il nutrimento buono esiste e occorre riconoscerlo. Vi sono riviste buone, libri buoni, musica, cinema buoni!” (Vito Mancuso)
Il nutrimento migliore, insegnavano i monaci antichi, è dato dalla contemplazione, che non è un esercizio astratto ma la capacità di porsi in contatto con la sorgente più pura dell’amore, Dio, che dispensa la sua energia come luce assoluta del bene. Nutriti da questa energia si diventa in grado di immettere gratuitamente forza positiva nel sistema-mondo attraverso il proprio lavoro. I contemplativi tentano di fare questo nel modo più alto (cf. Mancuso). E ce ne sono, anche nelle nostre città!

Terzo insegnamento: radunare l’umano. Gesù risponde a Simone: Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini. Che cosa può significare? Un banale invito a fare proselitismo? No, certamente. Gesù invita Simone a radunare l’umano; Gesù invita tutti quelli che lo seguono e lo seguiranno a rintracciare, in mezzo al fango, il pesce d’oro, sotto la corteccia sbrecciata del male, la resina preziosissima del puro bene, nella pietra infranta il metallo nobile della vita. Radunare l’umano, farlo uno, non all’insegna di un falso monismo di facciata (del quale siamo continui spettatori, speriamo non protagonisti); radunare l’umano non per appiattire la realtà.
“L’unità del reale – scrive Mancuso – si dà per il cristiano a livello spirituale. Per chi cerca il bene e la giustizia, l’unità del piano dell’essere non è data a livello storico o naturale; una tale unità si può ottenere solo a prezzo della propria energia”, della sequela autentica, in un processo di liberazione da tante catene e affinché gli altri non diventino il nostro inferno (Sartre) ma il nostro paradiso, il Regno qui, ora, multiplo, plurale, divino!
Si tratta di agire, radunare, pescare, tutti verbi che coniugano azioni. Questo manca, talvolta, al nostro cristianesimo, un cristianesimo da sacrestia, comodo, troppo comodo!
Lo scriveva bene Bonhoeffer per il giorno del battesimo del nipotino: “L’origine dell’azione non è il pensiero ma la disponibilità alla responsabilità. Per voi pensare e agire entreranno in un nuovo rapporto. Voi penserete solo ciò di cui dovrete assumervi la responsabilità agendo. Per noi il pensiero era molte volte il lusso dello spettatore, per voi sarà completamente al servizio del fare”. Non si tratta di attivismo sterile e forsennato, ma di azione lucida e coerente. Sarà davvero così? Lo è? – ci chiediamo.
Il Signore del tempo, il Dio della vita ci doni l’energia del suo Spirito, il sostegno del suo Amore per compiere la Sua volontà.

mercoledì 14 febbraio 2007

La caduta del mulo (di Alessandro De Santis)



Vaghiamo simili a fantasmi coi nostri avambracci

dal codice a barre

Tutti sommersi e tutti salvati

L’Eterno in un trolley come tanti

Gli occhi fissi nella terra, sul percorso

Sbucciamo le pelli della mano

nel nostro circo dell’ipocondria

I pali dei filari come croci

solo presente

immemore & motorizzato

Nella grotta il pianto mescolava col sudore

Era il rombo

assassino della luce

L’odio come posa

nei begli occhi di un padre

(e ) tra le botti sgorgato il sangue all’assaggio

Prima che ancora le nostre bombe ci strappino le carni di dosso,

prima che ancora il calore si porti via i nostri poveri denti,

prima che ancora qualcuno abbia il tempo di ingiuriare la nostra memoria,

prima che ancora qualcuno racconti una verità dalle labbra straniere,

dopo che mai la paura ci avrà riempito i polmoni,

dopo che mai l’oblio si sarà incubato nelle nostre ghiandole,

dopo che mai le nostre unghie avranno smesso di scavare,

dopo che mai la Messa avrà consumato le sue lacrime,

Signore prendici e tienici vicino a te…


La caduta del mulo è un testo «che ho scritto di recente per la giornata della memoria, nel mio paese Lanuvio (Rm) legata al sanguinoso bombardamento da parte tedesca. Èun testo particolare, una sorta di preghiera che mescola alcuni miei testi passati nella parte al tempo presente, aggiunge dei versi legati alla memoria del passato bombardamento alle grotte ed un finale giaculatorio»: così mi scrive Alessandro De Santis la cui poesia, specie in questo caso, penso sia molto vicina alla sensibilità storica di Luca Ariano e Alessandro Rivali: anche se ciascuno di loro la declina in modo del tutto personale, il valore etico e sociale della parola – espressione di una tradizione che non nasce solo dallo ieri ma anche dall'altro ieri – viene infatti sobriamente ribadito da tutti loro.
Alessandro De Santis è nato a Roma nel 1976. Si è laureato in Storia contemporanea con una tesi sull’emigrazione marchigiana verso la Capitale nel secondo dopoguerra. Vive a Lanuvio. Suoi testi sono apparsi su diverse riviste e le sue Pupille sono presenti nell’antologia poetica Voci Condivise (Fara Editore, 2006). Ha recentemente pubblicato la sua prima raccolta autonoma per Joker edizioni, Il cielo interrato.

Poesie e Manifesto dei poeti irpini (Vincenzo D'Alessio)

Nelle mie montagne c'è la morte!
La respiriamo nei fili d'erba nera
Nelle macchie malate dei castagni
Cancro che sgorga dalla terra
Madre dei nostri padri
Merito infame dei politici assassini
Carichi di denaro e di potere illesi
Dopo ogni frontiera di voto
Immondizia cerebrale invicibile domani
Noi poveri uomini sconfitti di libertà.

gennaio 2008


ai giovani laureati

Andare via dall'Irpinia
terra benedetta dai politici
servi dei padroni
nel dolore degli onesti
di notte senza regole
coi bagagli affastellati
fuggire dai saltimbanchi
dalle immagini di strada
abbiamo bisogno d'acqua
per i figli e i nipoti
pane del duro lavoro
frutto del nostro sudore
torneremo solo al sabato
con Rocco e Leonardo*
resteremo sempre distanti
partigiani repubblicani.

(7 maggio 2007)

* Rocco Scotellaro e Leonardo Sciascia.


(pubblico su cortese segnalazione di Vincenzo D'Alessio, uno dei firmatari – a sinistra nella foto assieme a William Stabile – questo documento che "compie" 10 anni e che stimola a una riflessione sul legame tra poesia e territorio, inteso anche come milieu sociale e politico)

Dal cuore verde di questa antica terra dove "Stettero un dì per queste balze irpine / i vecchi padri come rocce immoti / ed, al fulmin de l'aquile latine, / offerser petti a libertà devoti." (Pietro Paolo Parzanese)
noi, eredi dei troppi inganni perpetrati dagli ipocriti politici, innalziamo la nostra poesia al di sopra delle barriere delle ideologie, delle falsità, delle menzogne, per lasciarle respirare la libertà da sempre avversata: "Passano ore vuote / nell'orologio della vita, / sotto il bianco soffitto / che osserva animi / fermi al parcheggio. / Chiedo perché il tempo / come senza valore, / ti è sottratto / per la patria inesistente." (Domenico Cipriano)
Noi sappiamo di costituire una minoranza continuamente emarginata.
Troppe volte presa di mira dalle calunnie inutili e dalla stampa prezzolata. Conosciamo il silenzio delle stanze dove viene tormentato il nostro spirito, questo delle malinconie, dei poveri inascoltati: "Noi usciamo dal collo / dello stivale / il duro sud / l'Egitto degli ebrei / un ghetto di coloni e braccianti / che hanno abbrancato secoli / di ceneri / e mietute spighe di elemosina." (Pasquale Martinello)
Siamo per questo stanchi di esodi inutili e di egemonie violente portate in nome della politica dello Stato. La poesia è chiamata all'amore per la propria terra.
In un secolo come il nostro, che chiude con troppe infamie, è necessaria la testimonianza civile. Nello spirito della semplicità che ci unisce agli uomini senza una patria, nel segreto che distingue la nostra attivit, lanciamo nell'azzurro il nostro aquilone di parole: ”E se ci affoga la morte / nessuno sarà con noi, / e col morbo e la cattiva sorte / nessuno sarà con noi. / I portoni ce li hanno sbarrati / si sono spalancati i burroni. / Oggi ancora e duemila anni / porteremo gli stessi panni. / Noi siamo rimasti la turba / la turba dei pezzenti, / quelli che strappano ai padroni / le maschere coi denti." (Rocco Scotellaro)

Guardia Lombardi, 13 aprile 1997

martedì 13 febbraio 2007

Su In terza persona di Giovanni Nuscis


Manni 2006

recensione di Marco Sclabrino


La terza persona di cui al titolo non dia adito a fraintendimenti!
Essa infatti, lo si apprende sin dai versi d’esordio e lo si reitera per tutta la silloge, «questa giungla bestiale / di pali e fili, gemiti e carne», «scintillio di idee e muscoli, missili, e dollari», «vuoto che s’invera giusto il tempo / di uno scampanio di sensi», non è la comoda, equidistante, vaga postura di chi osserva dall’alto, da distanza, con distacco; non è “maschera”, passività, spocchia. È piuttosto il tratto ponderato della contemplazione, dell’approccio critico alle “cose”.
«Milizie oscure (cui) affidiamo / i nostri documenti in regola» «hanno sciolto del grasso nell’acqua». È andata ovvero corrotta, appestata, in putredine l’utopia di un uomo; anzi, «tutti l’abbiamo bevuta», di una generazione pari pari di giovani uomini e donne che, all’indomani di una irripetibile stagione di “fate l’amore e non la guerra”, di “mettete dei fiori nei vostri cannoni”, di “come potete giudicare?”, ha ceduto il passo all’arrembante imbarbarimento sociale, culturale, politico; ha assistito negletta, impotente, consapevole, al tramonto di ogni illusione, al declino di ogni idealità, al dissolvimento di un planetario disegno di società costellata dei valori universali dell’amore, della pace, della libertà.
Ciò atteso la Weltanschauung a fondamento dell’opera non può che essere ravvisata in quei «nostri sogni qui, di cinquantenni, a pezzi».
L’amarezza scaturitane, «il volo in caduta dei giorni», non deve comunque costituire annichilimento, limite insormontabile, «espulsione probabile». L’antidoto, come del resto il “grasso”, sta nell’uomo, nelle sue facoltà di pensiero e di parola che lo rendono scelto fra tutte le creature, ne fanno l’essere più caro e più vicino a Dio, nella prerogativa che egli, figlio, ha ricevuto dal Padre, della creazione: «sono approdate le parole», «si poteva sperare / in un dono più grande?», «sintagmi / strani, assemblati in tante file / né corte né lunghe, né prosa né versicoli: / tutti musica e ritmo / perfetti emuli di Baudelaire e di Eliot». Guarda caso Eliot e Baudelaire, due tra i Maestri che sono stati tirati in ballo discorrendo de Il tempo invisibile Book Editore 2003, il precedente florilegio di Giovanni Nuscis: Charles Baudelaire per la sua concezione della poesia “quale ricompensa dell’esercizio giornaliero”; Thomas Stearns Eliot in relazione al “correlativo oggettivo”, vale a dire, secondo il profilo che egli stesso ne ha enunciato: “la sola maniera di esprimere l’emozione nella forma dell’arte sta nel trovare una serie di oggetti, una situazione, una catena d’eventi, che sarà la formula di quella emozione particolare; cosicché, quando sian dati i fatti esterni, che devono concludersi in una esperienza sensibile, l’emozione sia immediatamente richiamata”.
Alle parole appunto e alla Poesia è dedicata per intero il cuore del libro (la terza assai breve, solo tre componimenti, eppure densissima sezione). E in quelle «lettere e suoni (che) si ricompongono nello studio illuminato», insistono i paralleli con la realtà, le considerazioni, gli interrogativi: il «grande occhio che ci osserva», «non il luogo conta / ma il farsi pane per la terra», «saremo mai ciò che vorremmo?»; perché, nella vita come nell’Arte non manca di rammentarci Gianmario Lucini: “non sono le risposte a farci progredire, quanto la capacità di suscitare sempre nuove domande.”
È prassi del Nostro esporsi, dichiarare il proprio punto di vista, ribadire la propria vocazione all’impegno. Impegno che, asserisce Paolo Messina, “non ammette alcuna dipendenza politica”, bensì è “inteso come partecipazione, anche con gli atti di poesia, alla costruzione di una società libera e giusta.”
«Uomini-polis / cinti da filo spinato; / ognuno che batte moneta / con l’effigie del suo credo / e dietro, il valore che si è dato», «lo Stato: bue grasso / da squartare>, «piccole astuzie di bottega: grammi rubati / merce scaduta».
Il quadro sociale che ne emerge è affatto edificante: «Sul dorso di anni molli» «cediamo alla iattanza di colori /falsi, di cose che non sono / che i loro calchi vuoti», «la vita intorno si è spogliata» e il culto della personalità, «gente di spettacolo / che tutti piano si diventa», il cinico arrivismo, la prevaricazione dell’altro da noi e delle regole, «un milione di leggi paragrafi e commi masticati in eguale misura / da fini giuristi e da ladri», hanno avuto il sopravvento; e la speculazione a vantaggio del potere e dell’arricchimento per sé e/o per la fazione di appartenenza, l’attitudine ad adattarci e gestire il business di «dinosauri, carestie / guerre», il delirio, «sul furore di giorni», di scannarci impietosamente «per le briciole rimaste» si sono attestati, perfezionati, clonati.
E linkiamo sulle ulteriori distintive caselle del complesso mosaico oggi in agenda.
GLI AMBIENTI: la Sardegna, l’isola che non l’ha visto nascere (le origini del Nostro sono anconetane) benché da oltre trent’anni l’ha adottato, e in specie l’Asinara, Porto Torres, Fiume Santo. Altresì viene menzionato San Sebastiano, il nome di un luogo speciale, le carceri di Sassari, delle quali Giovanni Nuscis è responsabile, presso la Sezione di Corte, della formazione del personale giudiziario;
LE TECNICHE di edizione, sobria e gradevole la veste MANNI a partire dall’illustrazione di copertina e dal carattere agevole da leggere, nonché di scrittura:
LE QUATTRO SEZIONI di cui si compone il volume, spaccati disomogenei per ampiezza, per quantità di componimenti, per “messaggio”;
I TERMINI IN CORSIVO (singolare in tale ottica l’accostamento tra parola e neonato) a rimarcare, «spenti i colori», il «cielo grigio» dei nostri tempi: noi ci ritiriamo presto la sera, si pungono l’un l’altro i giorni tra chiuse pareti;
LE SEDUZIONI dell’enjambement, delle rime al mezzo, dell’anafora e di altre formule retoriche: «lingue di un fuoco che langue / in un inverno che allunga»;
IL PROCEDERE FRAMMENTATO, per metodica, strutturata accumulazione, accentuato dal ricorso al verso libero, ai puntini di sospensione, all’impiego in un paio di episodi del Latino: ad impossibilia nemo tenetur, ante litteram, dall’assenza, se non in indice, dei titoli, per cui i testi paiono configurare un intersecante continuum. Titoli, peraltro, oltremodo significativi, convenienti, nella economia del lavoro, per approfondirne la comprensione, dei quali vi proponiamo un rapido campione: Primo maggio e due giugno, Masticavano terra e poc’altro, In quel campo di croci che è un giornale, Sollevi quintali ogni giorno, Batteremo il tempo in altro petto, Bisonti nella pace, Falegnami ascoltavamo il legno, Noce che spacca nel periplo d’una vasca, I segni non solo su polsi e caviglie, Si torna a casa con passo debole;
GLI ACCENTI LIRICI: «Il bianco negli occhi dell’inverno», «Tu di lana fino ai denti», «s’attarda l’anima, / con sorriso di magnolia» …;
LA SINTASSI, per cui il Nostro, come se ne fosse investito, mostra di avere recepito appieno l’assunto di Antonino Cremona: “Dimenticate la grammatica, fatevi una vostra sintassi”.
Le quattro porzioni avvincono i sensi: il tatto, la vista, come fossero – l’odorato adesso e il palato – portate di un lauto banchetto. A noi concepirne la fragranza, i colori, i sapori…
Nella seconda ci sono, a mio avviso, almeno due fra i componimenti più belli della raccolta. Ma essa tutta risalta per le felici invenzioni, per lo sguardo accorto sull’attualità, per la sofisticata scansione. E, ci ha dilettato scoprire (non tanto invero da sorprenderci, giacché abbiamo contezza dello spessore culturale di Giovanni Nuscis) per gli agganci letterari: la Jasnaja Poljana è il villaggio della Russia patria di Leone N. Tolstoi la cui casa oggi è un museo, e l’assedio di lillipuziani palesemente rievoca il GULLIVER di Jonathan Swift, e per quelli storico-mitologici, là dove le espressioni «hai sollevato il mondo» e «il nostro senso di fatica / atavico» ci fanno sovvenire rispettivamente Archimede, Siracusa 287-212 a.C. il quale asserisce un aneddoto stabilì la teoria delle leve chiedendo “un punto d’appoggio per sollevare il mondo”, e Atlante, il gigante che avendo partecipato alla lotta tra i Giganti e gli dei e uscitine i primi sconfitti fu punito da Zeus a reggere sulle spalle la volta del cielo.
Bando dunque agli indugi (più in là, in una onirica icona, verranno ancora celebrati Goethe e Gutenberg), e leggiamo:
«Si fa l’amore come sopra un tetto / o in cima a un albero; davanti a Dio / e al grande occhio che ci osserva, / gemito su gemito. / È quello vero, di amore / che ogni giorno retrocede davanti / a milioni di video ultrasottili, / in una solitudine dimessa / o rancorosa. / Sognarsi in un atollo / in una comunità di monaci, / di bonzi, di esseni guaritori / – Messia ante litteram; / o in una Jasnaja Poljana. / O ritrovare, un giorno, della vita / l’intero ed i frammenti / non più insostituibili, e dismetterli. / Infine scivolando tra le braccia, / di se stessi, come da un treno in corsa / prima della botta.»;
«È assedio di lillipuziani / nelle orecchie, sulle retine. / Le ore come pietre vanno, / dolcemente. / Non ci svegliamo mai, o quasi / tra un sonno e l’altro. / Ma siamo stati neve. / E poi buio e neve: che neanche / un giorno più sopporta il piede / scivolando. / Cediamo alla iattanza di colori / falsi, di cose che non sono / che i loro calchi vuoti, / miscuglio o alternanza di sogno, / e imbroglio. / E lo sguardo s’arranca, l’orecchio si fa duro / la mente si sfalda, perde fili … / … lampi che si spengono, disperata-mente.»
Le notazioni precedenti ci rendono edotti di quante e quali suggestioni possono derivare dalla “lettura” di un’opera, sotto molteplici aspetti, intrigante quale questa di Giovanni Nuscis è.
«Ti stupisci del tempo che è passato». «A cinquant’anni dicono…». Giovanni Nuscis non ha tuttora varcato quella età! Pur nondimeno, c’e da credere che le personali sue esperienze di vita, le prove alle quali ha dovuto attendere, i riflessi di queste “fatiche” sulla maturazione di uomo e sulla visione di artista (ecco si ripropongono i «nostri sogni di cinquantenni a pezzi») gliene fanno avvertire in toto il fardello, l’agguato prossimo, la responsabilità individuale e collettiva: «Noi, la tana in cui la bestia entra, esce, resta», «animale enorme che galleggia / di cui si vede appena / un dente, il pelo ispido», i cui «escrementi / hanno lasciato segni sul terreno».
La parola di Giovanni Nuscis «passa dalla lingua alla gola / e poi di nuovo al cielo». La sua poesia è «minuta storia lì che s’allontana», «attraversamenti di lumache che si perdono / sull’intonaco dei muri», «se si vuole, una fede». Quanto più la si legge, quanto più se ne scrosta lo spleen che la “incarta”, quanto più per dirla con Croce la si interroga, tanto più se ne rinvengono, a strati vieppiù profondi, l’«acqua, radice tenerissima», il «suono di cascat», il «gorgo di silenzio>, latitudini recondite di sentimento, di percezione, di illuminazione. E, a dispetto di una realtà che mira a sottendersi, a prospettarsi anonima, indistinta, patinata, che manifesta riluttanza ad essere scavata, essa, con lievità, con eleganza, con misurata energia, si districa in quel «mondo / che ci sopporta, e ci tollera», ne tira con perseveranza i bandoli, e ce ne rende partecipi con «l’unicità di una canzone», con florida, lucida, lirica risoluzione.
«Non fermatevi là dove siete arrivati. / Qualcosa in noi rivuole spazi. / Da qualche angolo si avverte / come un monito, e non capiamo: / non capiamo se lo stiamo ascoltando / o siamo già noi quel luogo che chiede ascolto. / Capire allevierà la vostra pena / ritarderà forse una fine. / Così che v’appaia la vita / d’una stanzialità leggera».
Mio Dio! Una miniera di immagini, di spunti di riflessione, di noci che si spaccano e «trova la luce il gheriglio»: «Non un sogno. Non un giorno / accadde: un luogo certo / ed impalpabile … che sembra precipizio / smottamento, marea oscura / anticipazione di un passo … verso un nuovo già vecchio. / Un istante appena e siamo dove / più non è quello che prima era … piede che avanza di chilometri / sull’altro che sta fermo … per combattere uniti ovunque / nera zampilli una ferita … Potessimo vederci come siamo … tute senza i corpi / tra spume e campi: anime … scivolando tra le braccia / di se stessi, come da un treno in corsa».

Si poteva fare di meglio… / sarebbe bastato volerlo… questa superba performance di Giovanni Nuscis lo avrebbe meritato. Ma «abbiamo dato fondo / alle energie», «la mente si sfalda», «più sottili si sono fatti gli occhi».

lunedì 12 febbraio 2007

C'è un raduno di tuoni (Raffaele Ferrario)


Mal cantone

C’è un’allegria nell’aria
che ad una ad una
schioda le gocce
di un gran temporale.

C’è un raduno di tuoni
scuciti dal cielo
e un tessuto di suoni
caramellati nel sole.

Dentro la cassa
c’è il Dugo sornione.
C’è un’eco di voci dormienti
là fuori che piange il mal del cantone.


Francesco

Se ne andò piano
sfinito in una chiazza
d’overdose. Intorno
a quel morso d’ape
un pulviscolo di fragole

La siringa confitta
in quei gonfiori
sottili e magre
polveri di fiori

Se ne andò presto
come chi si cala
dentro un buco
per dimenticare

Se ne andò
con quella roba in vena
sicuro d’iniettarsi
la sua ultima cena


Le viole

Le viole
s’azzuffano a coppie
per un raggio di sole

radunano il blu
sotto il calore
a fondere il giallo
dentro lo stesso tepore

Le viole, le viole, le viole
nate al tramonto dei roghi
accolgono il ciclo del sole

minuscole ruggini
e misteri errabondi
d’incolmabile odore

Le viole invitano
al canto la gioia

benché rechi congiura
l’invidia di tanti
subdoli fiori

Le viole
ballate furiose
ovunque avvolgenti
d’urgenze porose

Le viole, le viole, le viole
sono state bevute
dalla pancia del sole

stella raggiante
di cicli orbitali
amalgama e lava
di ultravioletti fattisi ali

Le viole, le viole, le viole
il corpo celeste
lo rubano al sole


Non piangere


Spegni la tua lacrima
che brilla
come Via Lattea
cresimata di carboni

Spegni la tua lacrima
rivolo perlaceo
come latte amniotico
di floride alluvioni

Spegni la tua lacrima
che attraversa
l’orbita cadente
di tutte le stagioni

Col mio indice
ho raccolto
la tua perla
per posarla

sul volto affranto
di chi
non ha mai pianto


Ironia e grottesco sembrano impregnare questi versi che non temono di giocare con rime e assonanze e prendono garbatamente in giro la mai morta poesia del "quadretto".

Raffaele Ferrario è nato in Romagna. Ha scritto tre libri di poesia: Crepuscolo degli affetti, Embrioni, Il battesimo dell'istante. Due saggi su Memorie dal sottosuolo e Delitto e castigo di Dostoevskij, esplorando le dinamiche della vergogna con una tesi di laurea dal titolo: Il testo letterario come verità psicologica, felice punto d’incontro fra poeta e psicologo. Ha diretto «Café Matisse», mensile poetico-letterario a diffusione locale creato con grande entusiasmo e libero da ogni vincolo e appartenenza, e il numero unico della rivista di poesia «Il Filonauta», insieme a Luigi Riceputi. Ha curato la mostra "Sguardi e fatiscenze", con opere dei pittori Virzì e Bosello. Ha collaborato alla indimenticata «Neoteroi». Suo materiale è stato pubblicato su riviste italiane e in un’antologia di poeti contemporanei russi. La plaquette Diana e Orfeo è stata accolta ne La coda della galassia. Conduce con Davide Argnani una rassegna mensile di poesia, dal titolo Momenti Letterari, presso la libreria Mondadori di Cesena. Recita con La Furia dell’Albana liberi adattamenti teatrali. Infine parla spesso in prosa ma vive molto più spesso in versi!

venerdì 9 febbraio 2007

inediti da Codice Terrestre (Gabriela Fantato)


Un bacio dopo l’ultimo


l’arrivo

Seguo i metri – uno su uno –
sino al colpo, sino all’abbraccio.
Vengo da te che mi strappi e sei
la mia stanchezza.

Forse è vero, sarei la tua terra,
un solco per la mietitura
– la città sale dentro le lenzuola –
il racconto è sirene
e allarme.
Solo l’inondazione di rughe
e figli placa il cielo, questo bianco.

Mi distendo nell'incavo dell’estate,
paziente alla resa.
Insisto la richiesta, salto alle radici.
Tu respirami
pesce d’oceano – ricorda la bocca


l’invocazione

Tienimi quel battere tre volte
alla casa – mi riconosci? –
allora scrivilo nel conto delle tue verità,
scrivilo vicinissimo al cervello,
rosso, solo rosso senza nome.

Regalami l'innocenza dei sandali
d’infanzia per tentare il passo
dove l’acqua è un bordo della pelle
– ti darò la solitudine liscia
dei miei tre anni senza vento –
dove vederti e perderti.

Dammi il bianco dell’inverno,
inventa la gioia a consolare
l’arsura.


precisione

Potrei fermare la precisione
del respiro nelle rotaie, potrei restare qui
nella promessa non perduta.
Conto le fermate – una, due –
sono nove, dici, di arrivi e sempre partenze,
un taglio sulla porta dove il sogno scrive
la casa. Mi afferro al gancio che tiene
la mano e fa i conti con le cose.

Abbiamo ancora tempo per perderci,
nessun pudore a dire angeli e crederci.
Siamo prede e assalto dove la schiena
è radice, la benedizione delle labbra
nel sorriso della madre.
Una città senza nome.


ostinazione

Ci affrontiamo in giocattoli di latta,
grandi come le mani.
Ritorniamo nell’angolo ogni sera,
proprio come un’aquila va al nido con il cibo,
come marzo apre la forma dell’estate
– cancella tutti i mesi che vengono –
dici, non vuoi il calendario.

Stiamo qui, legati al sorriso
di una madre dentro la cucina immobile
di minestre e legno
– i coltelli non sono armi, sono
solo il taglio nella carne –

Nelle mani un’ostinazione
come la falce nel grano.
Ripetiamo il gesto antico che taglia
e rifiorisce


alla postazione

Alla batteria a picco nel verde
della collina - casamatta del '40 -
ho visto i bordi di me, un paesaggio
interrotto e il ponte spaccato
- nessun passaggio alla mia bocca -

Sul muretto di cemento alzo l'ultima grata,
sempre la stessa. Tu lo sai, conosci
la mia gola di lontra senza tana.

Tra me e te che guardi lontano
ci sono anni per dire
la solitudine che saremo


declinazione

Il desiderio e la colpa sono alti
quasi novanta metri
– si mangiano piedi e mani
dentro la casa –
eppure la collana di conchiglie la porti ancora
ad amuleto appesa al muro,
in ricordo della gioia
– domani la salita sarà al Carmelo –
espiazione nelle domeniche di maggio.

Ogni mattina chiniamo il capo
al battesimo della luce e solo un passo
manca, solo un passo.
Poi sarà la declinazione
– adesso, ieri – e il pane sarà ciò che chiedi,
briciole nelle tasche e un addio


"Vengo da te che mi strappi e sei / la mia stanchezza": versi amorosi senza leziosità, immagini che restano/colpiscono per merito di una sintassi sinuosa (certo più sensuale delle scelte lessicali così naturali eppure ricche di understatement) e avvolgente ma al tempo stesso calibratissima per condurre su sentieri che sorpendono per la capacità di offrirci accostamenti visionari ("la mia gola di lontra senza tana") e che a volte dobbiamo percorrere a ritroso per metabolizzare incisi e digressioni e "convertirli" in quel saporoso contorno che esalta il valore di un messaggio ricco di venature.
Gabriela Fantato è poetessa e critica. Tra i libri di poesia ricordiamo: Moltitudine (2001); Northern Geography, con traduzione inglese di E.Di Pasquale (2002), Il tempo dovuto (2005). Dirige la rivista di poesia, arte e filosofia: La Mosca di Milano. Ha scritto vari testi in versi per il teatro, tra cui Ghost Café, andato in scena al Teatro Donizetti di Bergamo nel 2001.

La caduta di Bisanzio (Alessandro Rivali)



La morte è davanti a me oggi,
come il profumo della mirra,
come sedere sotto una
vela in un giorno di vento.
La morte è davanti a me oggi,
come il profumo dei loti,
come sedere sulla riva del
paese dell’ebbrezza.
La morte è davanti a me oggi,
come il tornar sereno del cielo,
come riuscire a comprendere
ciò che non si conosceva…


[«Inno alla morte», frammento egiziano del Medio Regno]



Il vento trascina città,
sgretola torri, morde bastioni,
disperde gli eserciti in polvere,
la sabbia lacera i sandali.

Hanno chiesto l’origine al vento
e il fuoco danzava sulle scapole.
I mistici hanno occhi vermigli;
metti la lingua nella brace dei mistici:
muoverai le sorgenti dei secoli.

Ho sognato la schiena del martire
disfarsi lenta sulla graticola,
come mille torce di carne
sui giri concentrici al Colosseo.
Un calore di pari misura
scorticare l’ossessione,
il paradigma del poema,
la perfezione delle pagine.

Ritorna la spirale del fuoco,
la cortina alzata dalle batterie:
gli spezzoni incendiari
che forano le cattedrali;
col fosforo hanno preso le città,
l’acido è sceso sulle palpebre
smuovendo le carni dai teschi.

Se un elemento intreccia il desiderio
ha il delirio del fosforo bianco
della dentiera urticante dei gas,
del bisturi che separa la carne,
dell’aria tremante sugli altiforni,
della fornace che muove i piroscafi.

In questo rovescio di fiamme
tra colonne di bitume e crateri
a Bisanzio si conclude la storia.


La strada s'avvinghia alle mura,
sentiero sospeso su grate e uncini,
sopra le piramidi di torba e acciaio.

Padre, osserva il termitaio,
richiama i padri ulteriori,
il Barrio rotto dagli insorti,
il ritmo dei calci sugli sterni
e i mansueti seguire il Trafitto.

Lo scenario è concentrico:
ferrame, schianti, carraie,
tronchi di rotaie, carboni, presse.
E vasche, pozzi, miasmi,
cumuli di male sulle schiene
come flagelli sui rematori.
Gli uomini bevono ghisa,
aprendosi la via tra scorpioni.

Vedi l'acciaio succhiare il mare,
concimare la sabbia con il ferro.
Vedi le termiti sotto i macchinari
e i santi salmodiare nel sangue.

Un fuoco alimenta visioni e opere,
un solo fuoco e un solo spirito.

Scrivi la diversità delle azioni,
la portata dell’ardore,
il principio ustionante,
la forza che sbriglia le sartìe
e conduce alle sabbie d’oriente.



Gli uomini si saziavano del sole,
sdraiati sul reticolo dei canali,
senza concedere verità
all’infittirsi dei segni.

Vennero messaggeri e Magi,
cavalli stremati e racconti
dalla cintura dell’impero;
i poeti evocarono drammi,
la porpora e le tele di Tacito,
le città perdute in successione
nel dilagare della pestilenza.

Storie che sembrano inverosimili:
teste essiccate sulle picche,
pendagli disseminati sui canneti,
arterie aperte come acquitrini.


Il plotone esaminò le pietre
della città combusta,
toccata dal fuoco divoratore.

Si leggeva l’intelaiatura delle fondazioni,
come una città dissepolta.

La cattedrale cadde per catapulte.
Si alzava una spianata di arche
circondate da cipressi caduti.

Restarono abbagliati da tre piccole
lapidi in perfetta gradazione.
Slavato l’andamento dell’epigrafe:
tre neonati vissuti un giorno.
Riportavano versetti del Libro:
un versetto per ogni pietra:

Il Signore ha dato.
Il Signore ha tolto.
Sia Benedetto ora e sempre
il Nome del Signore.




Migliaia di lucertole azzurre correvano
sulla scogliera dell’isola imperiale.
Tiberio scelse la parte più estrema
per innalzare i tre ordini della villa di Giove.
Tacito si dilungò sulla follia corrosiva
sull’operato crudele, sulle frane della ragione.
Donne caddero da un orrido altissimo.
scavando piscine nelle montagne.
Nuotarono tra riflessi azzurrini
le concubine condannate come sirene.

Poi si addensarono nubi sul continente.
Il mare iniziò a danzare con il sole.
Osservarono Pompei ardere per giorni,
la cenere imbiancare le alture.

Alcuni convertirono l’epilogo
in un lentissimo baccanale,
incuranti dei fori aperti sulle tende
dal calore stupefacente dei tizzoni.

Dalla montagna sibilarono rocce
che terminavano la corsa
ulcerando il mare.




Moriremo stasera.

Senza che i nemici riconoscano
il nostro ardore in battaglia,
e la tenacia delle difese.

In premio riceveremo tormenti
descritti nelle cronache di Psello:
periodare con le orbite ritagliate
nei dedali della città incendiata.

Vorrei ritornare sull’isola azzurra,
toccare l’opus reticolatum dei padri,
immaginare il salto di Tiberio,
la leggenda delle donne cacciate nell’abisso,
scivolare con le triremi sotto l’arco
della Grotta azzurra, sfiorare
soltanto la sabbia del fondale.

Un grido rauco possiede la storia
mentre demoni agitano code di ferro,
scalzando la furia dei secoli.

Ricordo un uomo sul limitare della tenebra
e Leonida alzarsi alle Termopili.

«Spartani,
cercate di combattere con ardore
perché questa sera danzeremo
accanto alle tavole dei morti».


Alla luce ossidrica puoi vedere
la nostra civiltà catacombale:
architravi, rosoni, contrafforti,
cisterne, chiuse, acqua che corre
per km imprigionata nei condotti,
azzurro è il tono dominante dei volti
e dei pensieri nel regno d’oltremorte.

Non ti fermare alle costruzioni,
alla suggestione minoica degli affreschi;
leggi nel Libro di pietra le nostre azioni,
ogni uomo è ricordato con un distico,
anche gli infanti sono ricordati,
i vissuti un giorno,
non moriremo questa sera con Bisanzio.


I nostri padri e i padri
dei nostri padri videro un impero
senza confini e lunghi anni di pace.
Cavalli impiegavano mesi
per coprire la vastità del territorio.

Abbiamo parlato la stessa lingua,
rischiarato il cuore con lo stesso vino,
salmodiato alla luce delle cattedrali.

Bisanzio nella triplice cortina di mura
ormai è lingua strappata alla gola,
insetto che vibra nel dolore,
nervo rovistato dalla lama.



E l’ultimo dei «Guai» fu la guerra civile.

Sopportammo il sale delle locuste,
il sangue dei primogeniti sugli stipiti
delle case, il tarlo del fuoco
e la tignola su ogni desiderio,
ma l’ultimo «Guai» fu la guerra civile.

La spada scardinò ogni casa,
i figli usarono armi incendiarie
per replicare alla violenza dei padri.

Il cavallo rosso danzò sugli spalti
con ossessiva cadenza:
a ogni cerchio di danza saliva
il fumo di una generazione perduta.





IL FUOCO DI GIOVANNI DELLA CROCE

Nel culmine dello scontro,
scaturirono lingue di fuoco,
colate ustionanti, gettate di pece
che accecavano gli assalitori.

I liquidi bollirono il ferro,
s’impigliava alle carni come cera.

Dalla cella stimmatizzato Giovanni
vedeva il mare diventato brace,
la forgiato del dolore
sugli stendardi in combustione.

***

Paragonava le fiamme
all’orlo delle terre conosciute,
il sacro canale di Bisanzio,
al desiderio riaperto per l’Amato.

Con discipline di ferro
hanno miniato la sua schiena,
l’hanno infilato nell’imbuto di pietra
raschiando per giorni le ossa del piede:
eppure tutto è niente,
carbone e cenere a confronto
della scalfittura d’un’ora soltanto
senza il volto del Trafitto.

***

Non i sogni prenderanno rilievo,
solo opere concluse, il firmamento
dei fatti, l’orientamento del cardio.

Per questo Giovanni pregava in croce,
incollato sulla pietra della cella,
perché la luce arginasse
l’arsura buia del drago.


***

Dissero che era l’oscuro,
e abitava lo splendore.

Che gemeva nella tenebra,
e scriveva poemi
nel cantico sempre nuovo.

***

«Prega per invertire le leve dei secoli,
insediato dalle serpi, mentre
respiri l’alito del drago,
prega osservando la cornice di ferro
sul collo dei vescovi ridotti in cani».

Ormai anche il fumo penetra nel tempio.
La santità è confusa con lo stupro,
la tenebra mischiata al quarzo
quando invocano i Goti come profeti.

***

Intorno alla rocca campi fumanti:
sono le costole le prime a spolparsi
ormai arcate e strade ai roditori.

Il vento intreccia gli scheletri.
scompiglia gli sfasciumi dei corpi.

Dagli spalti invidio
i tuoi occhi vermigli e asciutti,
le notti di veglia e ardore
consumate sul sasso.

Anche se non intuisco la tua sete
della torcia, del divino cauterio,
quel desiderio ossessionante,
il volo verso il Trafitto.
Non comprendo la croce del nome
e i sorsi di purissimo aceto.


***


Io, Giovanni rispondo:
scruto nel Trafitto
il raggio verde che separa il diaspro.

Questa sera di sangue sono lo sposo
per secoli evocato dal Cantico,
circondato da mille lampade in fiamme,
vedo le pareti dell’aria incendiarsi
ormai cotone trascinato dal vento.

E la nuova Bisanzio risorgere sulle acque.





«Un’opera piena di sventure, insanguinata da battaglie,
straziata da rivolte e, nel seno stesso della pace, crudele»
TACITO, Historiae, I,2,1



I

Apprenderai il corso dei pitoni,
la risalita intorno alle tempie,
lo sconforto sulle piaghe.
Conoscerai il male invadere i pori
e assiderare le veglie di Macbeth.

Metti sotto luce aperta
le tavole della storia,
i cicli delle porte assire,
i drammi delle anime avvitate,
le crepe e le febbri degli uomini,
mettile in scritture esemplari
nel culmine della passione.
Osserva le ombre alternarsi
sul sipario di Tacito.

Pensa all'intreccio degli scheletri
sotto il porticato di Ercolano,
ogni schiena sul proprio bene,
un figlio, una schiava o la borsa
con i ferri per curare la carne.
Guarda al finale in porpora
dei giusti e dei congiurati.
Conoscerai le lame ondeggiare
nei ghiacciaie di Toledo,
il respiro azzurro dei sicari
nelle notti ai quartieri imperiali.



Villa Adriana
II


Riproduceva scenari rapiti
ai canoni d’estasi orientale,
distesa senza fine di marmi e fontane;

dall'oceano d'erba estrassero
forme d'ordine ionico, cariatidi
e una domus circolare, teatro
lievitante sull'acqua, meraviglia
oscillante alla luce delle torce.

Nessuno svelò il tumulto
dei formicai sotterranei, l'intrico
delle gallerie sotto il porfido,
gli schiavi votati al buio,
lumache sospinte nella calce.

Dal corredo delle rovine s’alza
in contrasto una visione per ardore,
che cancella il sudario di Adriano,
ripetono gli straziati nel deserto,
«Colui che riconosce il peccato
è pari a chi riporta il respiro
sulla bocca verde dei morti».



DOPO LA CONFLAGRAZIONE

Le città ardono sul petrolio,
sulla distesa d’ossidiana
miriadi di ceri, necropoli,
fiotti di luce contro il sole,
scrosci verticali di sangue nero
sul cerchio esatto dei decapitati.

Solo i pilastri contrastano il fango,
torrioni, foreste di guglie annerite,
Dresda o Varsavia sotto i lapilli.

Nella fiumana di pece
si muovono sopravissuti
sferzati dai grani di piombo.

Con la vampa desertificante
salì una luce nera altissima;
prima che lo scenario fosse una pista
calcinata sull’oceano,
spazzato dalla radiazioni
di un vento azzurro e primordiale.



DOPO LA CONFLAGRAZIONE

Salivano dai sepolcreti in ferro,
provvisori ripari e tane
all’irradiazione del male.

Figure stampigliate nell’arsura,
sagome la prima volta tentate
dal ripetersi del vento.


La fine s’agitava nei sogni,
un’onda di pietrisco e vento,
Ebola o il ritorno del vaiolo.

Eppure Colui che chiama
fu enumerato nel vento
correva sulla cresta dell’acqua
piegando la punta dei cedri
nello stupore originario
del Giardino.


La sagoma contemplava nel deserto
il corteo delle tavole in rilievo,
e lo slancio dei leoni in pietra.

Ritornavano a muoversi
con lo spasimo dei corpi
trapassati nelle giunture;

i carri assiri superavano le schiere,
Sargon violava le cento porte di Tebe.

Un nome stampigliato sugli smalti
della capitale, millenaria Khorsabad
poi caduta nel vento.



DOPO LA CONFLAGRAZIONE

Valica la pianura di calce viva,
l’orizzonte vetrino e acceso,
il deserto senza forma dei Goti.

Nella fondazione la città
avrà cento cerchi di mura
e molteplici portali istoriati.
Rivestirà le varietà dei sogni
e le architetture dello spirito.

Ai deserti seguirà l’acqua,
una città emersa sui laghi,
torri smaltate e giardini,
donne slanciate nella seta,
il suo nome si declinerà
secondo la corona dei desideri.

Sarà Ecbatana, Persepoli,
Timbuctù, Ianua o
Atlantis,
la luminosa.



Rifonderemo.

Su spiagge radioattive, sui crateri
dove la vita agitò formicai.

Rifonderemo
secondo luce migliore.

Enumerando la misericordia
dei padri e delle scritture.

Cercheremo vite primigenie,
come Erodoto,
e paesaggi e volti e molti fuochi.

Costruiremo giardini sulle acque
rivestendo di marmo rosa
i fianchi alti delle cattedrali.



Ondate, quasi vichiani ricorsi, ci portano il profumo e il fetore la gloria e l'orrore di un impero la cui caduta non è che l'esito di una crisi secolare: anche il nostro Occidente sta vivendo la sua? Alessandro Rivali ha una poetica davvero interessante: riporta la poesia al suo potere archetipico, quello di raccontare miti e storia, e riesce a farlo con assoluta padronanza, evitando di cadere nel retorico, nel citazionistico, nel pretenzioso. Il lessico misurato, la sintassi che fa sapiente uso dei parallelismi, i versi dai ritmi anapestici che ci spingono a leggere oltre, l'uso di allitterazioni più che di assonanze, mi pare delineino un modo orginale, moderno e riuscito di declinare nel XXI secolo la forma del poema. Una impresa in fieri di forza visionaria viva e necessaria che merita davvero che il Nostro porti avanti con l'entusisamo (anche nel senso etimologico della parola) già rilevabile in questi lacerti: "metti la lingua nella brace dei mistici: / muoverai le sorgenti dei secoli".
Alessandro Rivali è nato a Genova nell'aprile del 1977. Si è laureato con una tesi di storia militare presso la Facoltà di Lettere moderne dell’Università Statale di Milano. È redattore di «Studi cattolici» e di «Atelier». Lavora all’ufficio stampa delle Edizioni Ares. Sue poesie sono uscite su numerose riviste tra cui «Atelier»; «clanDestino», «La Mosca di Milano»; «Lo Specchio della Stampa»; «Resine», «La clessidra». È inserito in diverse antologie tra le quali: Poeti per Milano (viennepierre edizioni, Milano, 2002). Quattro poeti (Ares, Milano 2003), Lavori di scavo. Antologia dei poeti nati negli anni '70 (Antologia web di Railibro 2004).
Nel 2005 ha pubblicato la prima raccolta di poesie: La Riviera del sangue (Mimesis) finalista al premio San Pellegrino dello scorso giugno.

giovedì 8 febbraio 2007

Un anno di poesia (Massimo Morasso)



UN ANNO DI POESIA - I MIGLIORI LIBRI DEL 2006

Antonio Alleva, La tana e il microfono, Joker, Novi Ligure
Tolmino Baldassari, Canutir, Raffaelli, Rimini
Tiziano Broggiato, Anticipo della notte, Marietti, Genova-Milano
Davide Brullo, Annali. Lustro, Mimesis, Milano
Pier Luigi Cappello, Assetto di volo, Crocetti, Milano
Alberto Cappi, Le copie della luna, tre lune, Mantova
Giuseppe Conte, Ferite e rifioriture, Mondadori, Milano
Claudio Damiani, Attorno al fuoco, Avagliano, Roma
Pasquale Di Palmo, Marine e altri sortilegi, Il ponte del sale, Rovigo
Mauro Ferrari, Il bene della vista, Joker, Novi Ligure
Lucetta Frisa, Se fossimo immortali, Joker, Novi Ligure
Mariangela Gualtieri, Senza polvere senza peso, Einaudi, Torino
Annalisa Manstretta, La dolce manodopera, Moretti & Vitali, Bergamo
Stefano Massari, Il libro dei vivi, Book, Castel Maggiore
Carlo Molinaro, La parola rinvenuta, Genesi, Torino
Riccardo Olivieri, Il risultato d’azienda, Passigli, Firenze
Cosimo Ortesta, La passione della biografia, Donzelli, Roma
Maria Luisa Spaziani, La luna è già alta, Mondadori, Milano
Mariarita Stefanini, Nell'ora bianca, Marietti, Genova-Milano
Franco Tralli, Le parole ardenti, Interlinea, Novara



QUALCHE CONSIDERAZIONE SU UN ANNO DI POESIA

Mondadori, Marietti e Joker hanno pubblicato il maggior numero di libri di poesia degni di nota in un'annata editoriale che non si può non definire “minore” rispetto a quella, eccezionalmente felice, del 2005: quando oltre a due libri importantissimi (Tema dell'addio di Milo De Angelis e Aria de la memoria di Franco Loi) è stato dato alle stampe un insolito numero di raccolte a diverso titolo memorabili (mi riferisco, in primis, a Fuori i secondi di Corrado Bagnoli, e poi, naturalmente, almeno a Bosco del tempo di Giancarlo Pontiggia, a Contemplazioni meccaniche e pneumatiche di Pier Luigi Bacchini e, last but not least, a Respiro, splendido, struggente libro di congedo di Ermanno Krumm). Non che la differenza, in termini di quantità e qualità, fra i tre editori di cui sopra - un “grande” editore e un editore “medio-piccolo” di orizzonte metropolitano più un “piccolo” editore di provincia - e i molti impegnati con acume e onestà nella promozione della poesia in Italia sia in alcun modo significativa. Il dato parla da sé: due o tre ottimi libri pubblicati da Mondadori Marietti Joker contro un solo buon libro o due di non pochi altri - fra i quali altri mi piace ricordare per lo meno il riminese Raffaelli, e Il ponte del sale di Rovigo, entrambi “certezze” ormai acquisite a livello di bontà di catalogo, oltre ad Avagliano e Mimemis, i due più attenti neofiti, cioè, nel novero degli editori che contano nella società dei poeti. Piuttosto, con oltre un lustro di ventunesimo secolo alle spalle occorre rilevare una volta di più come l'editoria cosiddetta maggiore non si distingua ormai da certa cosiddetta editoria minore (dal punto di vista della qualità, beninteso, e non dei “rientri” promozionali e di visibilità, il che, ça va sans dire, è davvero tutta un'altra faccenda) se non per un vezzo di senilità autoriale (talvolta) e di miopia prospettica (sempre o quasi sempre). Sia detto en passant ma sia detto, con il triste imbarazzo che dovrebbe avere uno storico “super partes” della cultura poetica post-novecentesca, se mai esistesse: completamente fuori rotta, ormai, appare la bianca Einaudi, che da qualche anno alterna sempre di più cose buone (per virtù di consolidato portafoglio-autori) e anche eccellenti a libri, purtroppo, di nessuna o scarsissima forza (per difetto di gusto redazionale, parrebbe guardando da fuori). Con un percorso accidentato fra bufale e perle o perline che ricorda, purtroppo, il passo sghembo di tanta parte dell'editoria di sottobosco, insomma.
Quali sono stati, nel 2006, i libri migliori di poesia italiana in Italia? Stando alle mie letture, io direi senza dubbio Canutir di Tolmino Baldassari e, poi, probabilmente ma almeno un gradino più sotto, Anticipo della notte di Tiziano Broggiato. Va detto però che la proliferazione di micro-case editrici e di iniziative editoriali le più varie, spesso poco più che invisibili, non consente né a me né a nessun altro in buona fede una mappatura puntuale ed esaustiva, e lascia aperta la possibilità (e la gioia) della sorpresa. Un esempio? Penso, per esempio, a quando mi sono imbattuto, nel 2004, ne L'occhio dell'ala di Maria Marchesi, uscito l'anno prima con le edizioni Lepisma di Roma, una raccolta stupefacente per maturità espressiva e vigore immaginifico in grado di sovvertire d'un colpo le consolidantesi gerarchie del poetico al femminile (la Marchesi in quel libro luminoso è spesso superiore all'ipervalutata Merini, tanto per essere chiari, e a tutte le poetesse viventi in catalogo Einaudi). E penso, dunque, per analogia, dopo aver letto e compulsato tutto quanto sia stato messo in vetrina e/o scaffale nel 2006 dai soliti noti dell'editoria “maggiore” e molto di quanto è stato pubblicato dall'editoria “minore”, alle innumerevoli sviste dietro l'angolo, e all'oscurità potenzialmente invasiva della (mia personale) nube della non-conoscenza editoriale. Non si sa mai, fuor di facezie, che anche lo scorso anno, nonostante la mia iperaffacendata bulimia di lettore, abbia brillato chissà dove, misconosciuto, il genio di qualche valido o addirittura irrinunciabile Poeta Ignoto... Tornando a Canutir, direi soltanto che questo piccolo libretto nero pieno di versi incomprensibili conferma il magistero lirico in costante ascesa di Baldassari - un gigante della poesia che è opportuno, a questo punto, al di là delle eventuali allergie per l'opzione dialettale, inserire nel novero dei pochi che “fanno la differenza”, e che costruiscono un'eredità condivisibile.
Le raccolte che più mi hanno stupito sono quelle di Alleva (di cui non conoscevo nulla, prima di questo vibratile, eccentrico, promettentissimo La tana e il microfono), e Molinaro, giunto con l'autoantologia La parola rinvenuta al libro della piena, duttile maturità. Quelle che mi hanno fatto più piacere, sono invece le due dei miei conterranei Conte e Frisa. Perché per entrambi gli scrittori e amici si tratta di prove fanciullescamente, fruttuosamente felici - si tratta di libri, voglio dire, che segnano uno scarto deciso rispetto agli ultimi (pur ottimi) lavori, e che consentono di prefigurare ulteriori sviluppi e articolazioni fino a ieri perfino impensate del loro discorso. Le prove più recenti di Damiani, Di Palmo e Ferrari, anch'esse nel segno di una crescita espressiva che significa, al contempo, rafforzamento d'identità autoriale, basterebbero da sole a rappresentare e confermare l'alto livello e la centralità epocale di quella generazione “sommersa” (i nati negli anni '50 e nei primi '60) che poi tanto sommersa non è (più) - se è vero che il re (dell'industria mediatico-culturale, con tutti i suoi feticci e meccanismi) non è soltanto nudo, ma, nudo da tempo per chi ha gli occhi per intendere, pur continuando a sproloquiare va d'anno in anno sempre più pateticamente imbolsendo...
Il nuovo, nel 2006 come sempre, ha avuto un volto triplice. Quello degli esordienti, è ovvio, quello che è nato, umbratile, negli interstizi stilistici (mi si passi l'espressione) legati a svolte interne a percorsi e tratti autoriali già ben definiti (p.es. quello che traluce, in modo a mio parere commovente, quando si leggano in trasparenza certe movenze sofferte e vitalissime di La luna è già alta dell'inossidabile Spaziani), e quello - decisivo in merito alla rognosa faccenda à la page della (ri)definizione del Canone - delle (ri)scoperte. In quest'ambito fondamentale, particolarmente meritorie appaiono le operazioni di Crocetti intorno a Manganelli (Poesie), di Garzanti intorno all'ancor vispo e, può darsi, ancora carico di futuro Pagliarani (Tutte le poesie), di Donzelli intorno a Ortesta (La passione della biografia) e di Santi Quaranta intorno a Barsacchi (Desiderio eterno), un notevole poeta “religioso”, quest'ultimo, che vale la pena di conoscere e meditare. Fra gli esordienti in volume, occorre segnalare con un inchino convinto i libri di Brullo, Manstretta e Stefanini (cui mi piacerebbe poter affiancare anche l'intenso, interessante, ma forse un po' troppo disuguale, Uscendo di Paolo Campoccia, edito dall'Obliquo). Con il loro primo libro, Brullo, Manstretta e Stefanini, giovani non soltanto per istanza morale, hanno concepito tre raccolte davvero pregevoli, che colpiscono nell'insieme per coesione, calibratura stilistica e forza d'immaginazione. C'è molta passione, fiducia nel linguaggio e ambizione metafisica sorrette da orecchio e competenza tecnica, fra i venti-trentenni, al di là dei diversi, e a volte irriducibili, orientamenti di poetica, e questo è un bene. Nel suo Annali. Lustro, Brullo, che è il più giovane e (mi sa tanto) il più bravo fra questi giovani tutti bravissimi, affila la sua lingua iperletterata al fuoco di un'energetica del verbo veemente e febbrile, dagli echi e dai toni biblici, e nell'ombra inattuale di Saint John-Perse (!) sembra aver fatto coraggiosamente tabula rasa del novecentismo e delle sue mille e mille astuzie e frigidità nullificanti. Con tanta abilità e tanta spocchia o sprezzatura da generare una salutare, irritata (e, a tratti, di riflesso, un po' annoiata) inquietudine.


Una "lista della spesa" (così la definisce Morasso stesso) che forse alcuni non gradiranno, ma ricca di suggestioni motivate e stimolanti (una sola cosa: per me Uscendo di Campoccia è un gran libro, ovviamente la poesia più di altri generi tocca corde personali). Massimo Morasso (Genova, 1964) ha tradotto e curato testi di W.B. Yeats (1994), Y. Goll (1996 e 1998), N.S. Momaday (1998) ed E. Meister (2000). Per L’Obliquo di Brescia ha pubblicato la trilogia La leggenda della primavera (Nel ritmo del ritorno, 1997; Distacco, 2000; Le storie dell’aria, 2000), prima delle quattro parti che compongono Carte d’identità, ciclo poetico a cui sta lavorando da un decennio. Nel 1999 ha curato la riedizione del «Supplemento letterario del Mare», la rivista italiana di Ezra Pound. È redattore di «clanDestino», «La Clessidra» e «Il Cormorano». È presente in varie antologie, fra le quali Poesie di Dio, Einaudi, 1999; Il pensiero dominante. Poesia italiana 1970-2000, Garzanti, 2001 e Così pregano i poeti, San Paolo, 2001. La sua ultima raccolta, Le poesie di Vivien Leigh. Canzoniere apocrifo, è un'intensa riflessione sull’amore e il dolore.

Geli e altre poesie (Luigina Bigon)


GLI ORTI DELL’OLOCAUSTO

Angeli e demoni ad Auschwitz.
Dalle oscene ciminiere sale il rosso
delle ceneri, si consuma nell’aria
va ovunque sui campi sulle strade,
sulle case di campagna a profanare
gli orti dell’olocausto. Un silenzio
gravido come un mantello nero
chiude ogni bocca, spegne ogni vista
mentre adulti madri e bambini
muoiono nei forni crematoi.

Qui nei campi di sterminio
ci tengono alla pulizia:
niente cappelli lunghi per i pidocchi,
niente vesti: ci devono lavare
disinfettare. Nella misera nudità
noi nascondiamo con le mani
il pudore dissacrato,
ma crediamo ancora. Il respiro
ci addormenta lentamente, persi
per sempre in un limbo senza fine.

26 gennaio 2009




ELUANA

Ti pensavo nel respiro forzato
di un’agonia senza freno
nata dalla superbia di chi
si crede dio. E Dio paziente.
L’ho pregato nel silenzio
mentre il cuore batteva,
il mio e il tuo: “ti prego,
…soltanto la Tua volontà”.

Poco fa un tumulto mi ha scosso
fino alle radici. Mi sono fatta
il segno della croce nel segreto.

Ti ringrazio, Dio!

9 febbraio 2009 (morte di Eluana)



OGGI

Si combatte sulla Striscia di Gaza,
missili bombe deflagrazioni spari.
Corpi a brandelli, grida, bambini
straziati. Si muore a Gaza.
Gli uomini delle guerre
sprofondati nelle loro poltrone
non dicono dell’amore,
soltanto il potere conta
più rosso del sangue di mia madre
quando mi partorì, allora sangue
di vita, ora sangue di apocalisse.
A Gaza piangono i fratelli morti
le madri mutilate
i bambini zoppi
i padri senza mani
e noi offuscati nei nostri divani
a consumare leccornie
a inzuppare manicaretti nel vino…

Sulla Striscia di Gaza si muore…

Grido la sconfitta
il piombo sugli innocenti.

Strappiamoci le belle uniformi
il rosso dalle labbra
il profumo selvaggio.
A Gaza soltanto odore di fuoco
e il rosso delle ferite.

A Gaza si muore.

6 gennaio 2009


L’OMBRA

Una tentazione mordente
di svelare il paradosso
come il sole che brucia.
Il mondo illusorio si muove
in un acquario dove
il sommerso si riflette in superficie
e tutto viene a galla
e tutto rimane nel fondo
dove si insabbiano anche i pensieri.
Resta quel senso di magone
tra laringe ed esofago
che non sai ammorbidire.
La tua ombra sulla sabbia
ha contorni nitidi, impercettibile
il movimento dei capelli
sotto l’onda degli ombrelloni.
Isole di bronzo i corpi sulla sabbia
aperti a un coito inappagabile.
Il mare macina alghe e conchiglie
senza voltarsi indietro. Ho visto
l’Ombra passare sopra le teste
trascinando via la materia grigia
e portarla con se nei fondali.
Solo i bambini sanno cantare.

(Sottomarina di Chioggia, VE
28 giugno 2007 – 15,04)


(foto di Luigina Bigon)

LA MIA CITTÀ

Dov’è la mia città
i suoi abitanti, la parlata
padovana, lo scherzo, la battuta?
Tutto si svuota e si riempie
di mendicanti, di orrori,
di ragazzi come topi
allo sbaraglio. Sonora
era la mia città, ora
è un urlo, uno stridore
un pugnale nel petto.
Cerco tra la gente sguardi
che mi appartengono
che mi fanno sentire a casa mia.
Breakfast all’ultimo istante,
un tram che striscia sulle rotaie
come un serpente. Povera gente,
la mia, stordita da flashes
che non perdonano.
Mozziconi di sigarette, odori
di schermaglie metropolitane
singulti atei, e la corsa al vuoto
che domina come un gran bluastro
tumefatto sopra le luci al neon.
Non ha più colori la mia città,
solo ori falsi, nickel luccicanti d’angoscia
tra extracomunitari emarginati
e altri ossessi nella ricerca disperata.

(2 aprile 2007)


DOMENICA IN RIVA AL BRENTA

I rumeni sono venuti in riva al fiume
con i loro bambini Alexei, Andrej, Sonia…
famiglie sdraiate sull’erba con le merende.
Dalle acacie cinguettano gli uccelli,
il profumo dell’acqua scorre dentro di me
in quel flusso di anni e ricordi. L’avevo
quasi dimenticato, ancora non so definirlo.
Forse mio padre avrebbe saputo.
Ci portava qui nelle domeniche estive
insieme a mia madre e le mie sorelle:
ci divertivamo un mondo correndo0 cofano dell’auto
fino ai fanalini di coda. Molte macchine
ed altre cose erano state inghiottite
sul finire della guerra. Avevo paura.
– Felici chiacchierano i rumeni, cicaleccio
di musica nuova per il mio udito stordito.
Tento una lettura impossibile,
troppe cose mi attraversano la mente.
– Lentamente i rumeni se ne sono andati
trascinandosi dietro griglie passeggini e bambini.
Sono rimaste soltanto le orme sull’erba
e le ombre tremolanti dei salici.
Accanto a me un mucchietto di cenere ancora calda.
– È qui da sola? mi avevano chiesto.
– Ciao signora, dissero prima di andarsene.
Altre famiglie se ne vanno lungo lo stradone
con il sole che sbuca tra le foglie.

(20 maggio 2007)






GELI

Il ghiaccio scricchiola
sotto i passi, sulla neve
tracce di sangue, forse
una cincia ferita. La strada
in discesa brilla come una cometa.
Il silenzio della sera
scivola sulle case e sui nidi
delle cornacchie. Nel paese
luci accese, al bar uomini seduti
con il bicchiere in mano
il berretto calato sugli occhi
il vino rosso che scivola
nelle gole. Voci roche, basse
pause interminabili
sguardi ovattati.
Un vecchio si alza dal tavolo
si avvicina alla ragazza del bar
gli lascia cadere una banconota
tra il seno e la camicetta.
Fuori il gelo incrudisce le pietre.

(5 gennaio 2006)



GIASSI

El giasso el scroca
soto i pie, so la neve
mace de sangue, forse
la xe na cincia feria.
La strada inpissà de diamanti
la va in xo piena de lustrini
come na cometa.
El siensio de la sera
el sbrissa sora le case
e so i gnari dei osei.
In paese ciari inpissai,
ne i bar omini sentai
co el goto in man,
la bareta zo so i oci
e el vin ch’el sgorna zo
ne le gole. Vosse rauche,
ociade infumegae che no le
vede gnente. On vecio
se alsa da la tola, el va
vissin a la toseta del bar,
el ghe lassa cascare na fojola de schei
tra la camisetta e el peto.
Fora el fredo spaca le piere.

(dialetto padovano)


SLITTAMENTI

Trasporto la voce
l’icona auscultativi
reperto.
Trasferisco il suono e il dove
di un pensiero in trasformazione.
Doppio alabastro questo volo
Sintesi – aquilotto.
Rapo! Cosa?
Perché questa forma-pensiero?
L’uccello batte le ali sulla finestra
piume bianche
avorio (ovario) il seme
tremo (tramo – treno?)
Cosa?
L’apice del monte in salita
un dunque abitato per altre forme.
Sganciamento. Pronunciarsi?

(In volo sopra Chicago)


BLUSBUGHIVUGHI

Chicago in blues Chicagooo!
ritmo che ritorna
voce suonatori suono.
Passo dal soft sincopato
al piede che batte,
riempio la misura
il regolo
il tempo
Accanto a me lui - luiii i i (ginaa!)
la vena
il vino
(bevo caffè/cofi)
e tu che ti misuri
al ritmo di un interno
americano
tavolini libri musica
boy bicchieri book
familystore
un basso due chitarre elettriche
due cantanti
e la spinetta.
Rigiro il bicchiere
sorseggio
respiro
mi lascio vivere
bughivughi
ritratti alle pareti
foto in bianco e nero
batto il tempo
teenagers sul sofà.
Oltre le vetrine
insegne rossealneon
l’avenue che svetta nella notte.

(Hammond, 4.1.2002 - 21.45 Bookstore music)



AMBARADAN LONDINESE

Piccadully Circus eccitante
pazzo circuito di elettrodi
cuori Big-Ben, continuo fermento
di volti, piedi in tutti le direzioni.
Bus, quanti bus, infinità di taxi,
cabine telefoniche rosse, Sanyo
sempre in moto, semafori omini
verdi/rossi lampioni neri
interminabili corsie ambaradam.
Parlo con tutti (I do not spik inglis!)
quante lingue, cammino ovunque
meteora passo-passo,
metrobus terribili incalzanti
precisione svizzera.
Venti milioni di piedi (Harrods
basilica del lusso | bellissime
donne arabe con il velo). Vado
a Coventry Garden in cerca di
imitazioni. — Auto acciaio inox
nero bombate con vista panoramica
altre oro egizio; aerei tetti strade…
Da Vinci se la gode, lui che pensava
al futuro: eccolo in piena forma
con tutte le gag che si formano
sotto l'occhio di Londra che ruota dall’alto.
Galileo ride. Fumatori di samovar
appartati sul fronte strada quasi musicisti.
Cammino per i fatti miei come
quando a Padova vado al mercato.
Qui non vale la pena vestirsi eleganti
tanto nessuno ti vede.

(Londra, 10 agosto 2004)


SOPA DE TERA

Te vjio ben
anca se el gropesso
me fa sopa de tera
foja de albaro invirgolà.
Bateso l’oro de le to sc-iantise
el fogo de le to raise.
Te cuno so i me brassi
te fasso puteo,
indormessate so la me cuna
fate inamorà.
La campana sona
i putei siga
i osei i canta al fior de croda alta.
Te ciapo le man
te caresso el viso
me indormesso vissin de ti.


Versi a tratti idillici e impressionistici che scorrono con semplicità particolarmente vivida ed efficace nella versione in padovano.
Luigina Bigon è nata e resiede a Padova. Ha pubblicato Barattare Sogni, Clessidra 1989; Lucenenèra, Maseratense 1995; Cercando O, Panda 2001, tradotto in inglese da A. Piazza Nicolai. Ha ideato e curato la collana «… in versi», pubblicando Camminando in… versi, Panda 1996; Gelato… in versi, Media Diffusion 1997; Occhiali in… versi, Panda 1998.
Fa parte del direttivo del "Gruppo letterario Formica Nera" dal 1980. Nel 1989 ha fondato il "Gruppo Poeti UCAI", sez. di Padova, il cui intento è quello di promuovere i valori cristiani attraverso l'arte in tutte le sue espressioni. Ha realizzato, con il contributo di R. Bettiol, L. Gaddo e M. Ottogalli diverse antologie.

Ascolto il volto irragiungibile
il dio insaziabile che mi sfugge.
So solo che mi devo nascondere
per sapermi dire.

mercoledì 7 febbraio 2007

Scrivere ±= disegnare (di Bernardo M. Gianni)



dello stesso autore v. Scrittura e rivelazione
per contatti lectio.divina@libero.it

immagine: Piccola serata dadaista (Kleine Dada Soirée) 1922, poster di T. van Doesburg e K. Schwitters



È quasi inevitabile constatare come, nell’epoca della riproducibilità tecnica – anzi, dobbiamo oggi specificare, della riproducibilità digitale e mediatica – le immagini della nostra quotidianità assai raramente siano «simboli pieni di significato» (J. Baudrillard), vitali e prospettiche rappresentazioni della realtà che interpellano e sollecitano il libero e meditato coinvolgimento del destinatario: al contrario sempre più frequentemente si riducono ad essere «simulacri» estranei a qualsiasi processo di creatività e ricezione, riproduzioni seriali incapaci di rendersi tanto testimoni originali e credibili di un soggetto e di un fatto, quanto foriere di una feconda riserva di senso ulteriore. D’altro canto già Nietszche ci avvertiva che «le verità sono illusioni di cui abbiamo dimenticato la sostanza illusoria, metafore ormai consumate che hanno perduto la loro forza sensibile, pezzi di monete che hanno perduto il sigillo e sono d’ora in poi valutabili non più come pezzi di monete, ma come volgare metallo». Tramontata forse per sempre, come ormai sovente si indulge a divulgare, la cosiddetta era Gutenberg, ci muoviamo con disagio, se non talvolta con vivo disappunto, nella densa «iconosfera» (S. Givone) dove, mortificata ogni dinamica riflessiva da una fin troppo facile emotività, il nostro sguardo sembra annegare in una caleidoscopica marea di immagini, molto spesso funzionali ad una omogeneizzata e banalizzante interpretazione della realtà oppure, al contrario, ad un’alienante e depistante dissoluzione della medesima realtà a tutto favore di provvisori e variopinti mondi fittizî e virtuali. Forti dell’assunto magnificamente sintetizzato da Paul Klee, per il quale «scrivere e disegnare sono due atti fondamentalmente identici», vorremmo da oggi offrirVi a intervalli piuttosto regolari una breve riflessione evocata da un’immagine generalmente fotografica, a sua volta frutto di una selezione condotta da un pensiero che con partecipe cordialità si vorrebbe affacciare sulla tormentata realtà del nostro tempo con vigile discernimento. Forse con imperdonabile audacia vorremmo che la parola, le nostre parole, sebbene inadeguate, educassero il cuore a interrogare l’immagine e a lasciarsi da questa interrogare per scorgerne la sua silente eloquenza di segno, di appello, di profezia. Al contempo vorremmo che l’immagine aiutasse i nostri pensieri, le nostre parole ad acquisire una sempre più nitida consapevolezza della presenza, della realtà nel suo oggettivo, elementare darsi e più ancora nel suo portato più profondo e nascosto che talvolta solo l’emozione degli occhi riesce a scorgere e a far intuire alla nostra mente distratta. Del resto è Aristotele che ci ricorda come «l’anima non pensa mai senza immagine». A questo proposito non dovrà sfuggire come la stessa fede sia assenso dato ad un annunzio che, oltre alla parola e ai concetti, non può non sopravvenire anche attraverso segni e immagini che sono esperienze che interpellano i sensi e l’immaginazione del credente. Non a caso quell’«immenso vocabolario» (P. Claudel) che è la Scrittura è divenuto non solo il «grande codice» (N. Frye) dell’Occidente letterario ma anche un inesauribile «atlante iconografico» (M. Chagall).
«Beati i puri perché vedranno Dio» (Mt 5,8), dice il Signore Gesù. Per la grande tradizione cristiana d’Oriente il cuore purificato del credente arriva infatti a cogliere la presenza di Dio in ogni cosa perché la sua anima, resa degna di aver parte allo Spirito, è divenuta, come scrive lo Pseudo-Macario: «tutta luce, tutta volto, tutta occhio; non vi è in essa parte alcuna che non sia ricolma degli occhi spirituali della luce, cioè non vi è in essa nulla di tenebroso, ma è trasformata tutta intera in luce e spirito ed è tutta colma di occhi; non ha alcuna parte posteriore o che stia a tergo, ma è volto in ogni lato, poiché su di essa è assisa l’ineffabile bellezza della luminosa gloria di Cristo». Solo quest’anima, fatta luce, volto e occhio sarà fatta capace di accorgersi di quanto «le realtà visibili lascino segretamente trasparire il mondo spirituale» (Massimo il Confessore). Fra le macerie delle nostre fragili immagini composte da mano umana, sempre più balbettanti per il nostro non saperle guardare o ascoltare, dobbiamo e possiamo ancora sperare di riportare alla luce immagini non mimetiche, non fittizie, non banali, non alienanti. Immagini che siano segno della trama misteriosa -‘divina’- sottesa alla geografia delle nostre inquiete vicende e, al contempo, immagini che sono plastico appello ad una sempre più fedele, generosa e indefessa dedizione alla terra, ai suoi bisogni, al suo destino. Immagine e parola nelle quali Dio e Uomo si incontrano (Gv 1,1.14 e Col 1,15), nelle quali invisibile e visibile, vita e morte, fede e disperazione, fantasia e cronaca, caso e provvidenza, obbedienza e libertà si toccano in una intuizione quasi irripetibile e, in definitiva, inintelligibile, tuttavia capace di corroborare la nostra fede, il nostro amore, la nostra speranza: «Colui che mai non vide cosa nova / produsse esto visibile parlare, / novello a noi perché qui non si trova» (Dante, Purgatorio, X,94-96).

Vox et imago (Francesca Ballarini)



(Come dire, mi fermo e ti ascolto)

Quando parola e immagine camminano assieme, in finti calembours che sanno di sensazioni conosciute.
E il tuo leggere o ascoltare o guardare si mescola indistintamente e non sai più quale forma sia nata per prima a svelarti ciò che già sai.

Penso che troppe volte ci beffiamo dell'evidenza delle cose belle e allora lei si piega come una canna d'amore fino a che a un certo punto non la vediamo più.


Chissà se hanno visto prima gli occhi o il cuore, non puoi saperlo. Ma non importa, intanto è lì, su bianco, che duri un secondo o l’eternità la tua storia l’hai fermata, e ridi in faccia al Tempo che hai raggirato.



Si dice così, se hai una buona storia da raccontare, sarai sempre salvo.











Sono felice di ospitare in questo spazio un'artista di grande suggestione e intelligenza come Francesca Ballarini che sa fare del segno grafico una parola visiva e non solo… visitando il suo sito potrete conoscerla meglio

www.francescaballarini.it

martedì 6 febbraio 2007

Identità e memoria: "riflessi condizionati" tra corpo e cultura


"Ora vediamo come in uno specchio…" (1cor 13,12)

Tema del convegno che si terrà al Monastero di Camaldoli (Arezzo) nei giorni 18-19-20 maggio 2007

Relatori

UBALDO CORTONI
monaco camaldolese

STEFANO MORIGGI
(Università di Milano) ha recentemente pubblicato “Dio, la Natura, la Legge“ (Angelicum 2005, in stampa per Cambridge University Press) e la curatela dell'edizione italiana di J.-P. Luminet, M. Lachi'ze-Rey, “Finito e finito. Limiti e enigmi dell'Universo“ (Raffaello Cortina, 2006).

ANDREA GRILLO
insegna Introduzione alla teologia liturgica presso l’Istituto di liturgia pastorale di Padova e alla Facoltà teologica S. Anselmo di Roma. Tra le numerose pubblicazioni: “Tempo e preghiera. Dialoghi e monologhi sul Segreto della liturgia delle ore” (Bologna 2001).

SALVATORE SCAFITI
artista e poeta

GIOVANNI LINDO FERRETTI
cantante e scrittore. Nel 1982 con Massimo Zamboni fonda i CCCP. Nel 1992, sempre con Massimo Zamboni e il nucleo dei primi Litfiba, fonda il “Consorzio Suonatori Indipendenti”. Dal 2005 porta in giro per l’Italia i suoi spettacoli.

ADONE BRANDALISE
insegna Teoria della Letteratura presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Padova. Ha collaborato a Riviste quali “Lettere italiane”, “Studi novecenteschi”, “Immagine riflessa”, “Il centauro”, “Filosofia politica”.

è come se vi fosse più paura di perdere la dottrina che l’esperienza di Cristo

(R. Tagliaferri, La “magia” del rito. Saggi sulla questione rituale e liturgica)
«La ridiscussione che, anche a livello teologico, ritorna sulle problematiche relative al simbolo e al rito nel nostro tempo, convoglia al suo interno una serie di quesiti che abbracciano senza soluzione di continuità, a ben vedere, una costellazione multidisciplinare ampia e articolata. Nella funzione simbolica, infatti, è in gioco il problema della mediazione e della rappresentazione: problema di potere, eminentemente politico. Se il simbolo è visto come coadiuvante esterno, come qualcosa che si aggiunge per favorire la comprensione di un senso già preconfezionato, la parte sensibile, il corpo, viene svalutata e vista come accidentale, accessoria: è il blocco della tradizione, la lingua dei morti - e anche, probabilmente, quella della attuale società massmediatica. Il distacco dal corpo e dall’esperienza è in effetti del tutto funzionale alla cattura del senso, alla sua manipolazione in vista di una sua più facile assimilazione come mezzo di imposizione di verità fruibili acriticamente. Il corpo, infatti, come correlazione, come mediazione politica del rapporto con la realtà, viene disgiunto, marginalizzato per meglio favorirne il controllo in rapporto al senso, oppure lo si riduce a pura forma biologica, privata di qualsiasi connessione simbolica, e quindi incapace di esperienza. In una società apparentemente libera e priva di ogni fondamento vincolante, caratterizzata da una legge che vige senza significato (e proprio per questo più pervasiva e onnicomprensiva), ciò che appare, pur negli innumerevoli nascondimenti, è il volto di un sistema assiduo del controllo e della previsione, dell’anticipo e dell’immunizzazione. Anche per questo, il simbolo appare come pericoloso, poiché apre la strada ad una certa quota di “perdita di controllo”. Dovremmo poter recuperare invece una continua tensione tra dottrina ed esperienza, tra logos e biologia, tra innovazione e tradizione, ripetizione ed evento. Il simbolo non è l’acquisizione di una conoscenza ma piuttosto una sua esperienza: è la comunicazione non di un significato ma di un in-comunicabile, di una pratica che non è ma fa il senso, modificando profondamente la percezione di chi vi partecipa. Esso avrebbe insomma perso la sua trasparenza e la sua leggerezza dinamica di specchio da attraversare, di luogo dell’esperire, per diventare cappa superficiale, coperchio pesantissimo, luogo della coltivazione e colonizzazione dei significati, nonché della censura dicotomica della stessa fisicità. Riscoprire e riattivare i riflessi di tale specularità bloccata è forse uno dei gesti imprescindibili per il pensiero della contemporaneità, in grado, proprio attraverso l’analisi della dinamica del simbolo, e anche alla luce delle nuove ricerche delle neuroscienze, di rimettere in moto quel movimento della “potenza del pensiero” in tutte le sue forme viventi e libere, capaci di rispondere a quel mutamento che potrebbe essere indicato con il nome di tradizione.» (Andrea Ponso)

Andrea Ponso (poeta e critico letterario) per il Comitato Scientifico promotore delle iniziative artistico-letterarie del Monastero-Eremo di Camaldoli (membri permanenti del Comitato: Edoardo Boncinelli, scienziato, Adone Brandalise, Ordinario a Lettere-Filosofia Univ. di Padova, Massimo Sannelli, poeta e critico letterario, Salvatore Scafiti, artista e poeta, Fra’ Ubaldo Cortoni, teologo e letterato, Gian Ruggero Manzoni, scrittore e teorico d’arte, Padre Elmann Salmann, teologo e filosofo, Danni Antonello, poeta e traduttore)
Alcuni dei membri della Redazione de L’Attenzione sono fra gli organizzatori. Qui sotto alcuni dei partecipanti al Seminario.






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Prenotazioni e informazioni:

Comunità monastica di Camaldoli - foresteria
52100 Camaldoli - Arezzo (Italia) - tel +39 0575 556013 fax 0575 556001 foresteria@camaldoli.it
www.camaldoli.it

Inedito (di Vera Lucia de Oliveira)


SCRIVERE



liscia carne
carne di occhi
carne di foglie
vive
carte di mani fragili
carne di carta
carne di segno
carne di sogno che dico (non dico)
quasi uscisse l'anima
dal dito




È giusto un assaggio donato da un'autrice che arriva, che "buca" la carta.
Vera Lúcia de Oliveira è ricercatrice di Letteratura Portoghese e Brasiliana a Lecce. È autrice di numerosi lavori su poeti contemporanei pubblicati in riviste italiane e straniere e scrive poesia e saggistica sia in portoghese che in italiano. Ha ricevuto importanti riconoscimenti e premi ed è presente in antologie pubblicate in Brasile, Italia, Spagna, Portogallo e Inghilterra. Il suo libro Verrà l’anno, pubblicato da Fara nel 2005 ha ricevuto il Premio Internazionale di Poesia Pasolini, considerato fra le tre migliori raccolte di poesia pubblicate in Italia nel 2005/2006.

lunedì 5 febbraio 2007

Frammenti per Idilli del Nonluogo (Carmine De Falco)


SAI ESSERE CREATIVO?


Per i tuoi interessi hai lo stomaco pieno
Soddisfatto scorra vino d.o.c.g. e formaggio d.o.p.
I.g.t. nelle fondute con miele
Naturale e biologiche pere, accostamenti
Per il “consumatore gastronomo” lenti.
C’è del fat nelle tue digestioni. Il bicchiere
Tinto di rubino brilla, stille
Di dadi a milioni sulle tavole italiane che orrore
Il pranzo da single in carriera
A morte il piatto pronto
e la torta in polvere.

***

Bisogni riprodotti arresi sensi fratti su menti
Vuote e vasi di malati riscopro
Il mio dolore col tuo voto. Un referendum,
Un presidente, un consigliere provinciale,
Cos’è Nazione, cos’è Io?

***

Trasmutarsi in scultura.

Ragazzine quindicenni costruiscono
Template accattivanti, sfondi
teneri e sfumati
Anime del loro sito personale.

***

INSTALLAZIONE #2.

Il Niger è pozzo nero
Di violenza brillano
Raggi sulla testa.
O nubifragio, negata schiavitù? Piantina
Urbana d’antropologo, relazioni.

***

Con gli occhi sgranati di un ingordo
Mangiamo senza gusto crude scene noi
Dimenticati i sapori
Aspri e acidi delle violente cene.

***

VIDEOPROIEZIONE #4.

La sposa indiana, occhi velati,
Non sanno più guardare
La dote non bastata.
Brand New
Faccia acida squamata.
Nigeriane, moldave, filippine
Fare servizi in una villetta parigina, ammiccare
Lungo i viali dei sospiri
Di manager industriali. Ne ho comprata
Una di dodici anni, ma tu mi batti
E ne mostri una di quattro. Divertiamoci
A passarcele! Balliamo un tango. Rowls
Sogna una torta da ridistribuire.

***

L’ultimo grido della rete del terrore
Nella rete voyeuristica evasione
L’ultimo occidentale preso
Splendida e cruenta
Decapitazione.

***

INSTALLAZIONE #5.

Senegalesi tamburi d’Africa
Batte l’anziano morente
Il signore cantante
Batte il bambino che gioca
La vecchia bigotta
Batte il giovane con la nutella
Il povero che non rogna:
Sincopati espansi impulsi crollano
Palazzi, pietre, cemento, mattoni, vetro
Si screpola arido l’asfalto: crepano
Strade in terremoto e moto perpetuo
Sui cimiteri occidentali
Feretri reliquie e ideologizzati feticci.


Quanto ti costa la tua perversione?



"Cos’è Nazione, cos’è Io?" si (ci) chiede Carmine De Falco in questi versi che desiderano risvegliare le nostre menti intorpidite e accidiose. Per il tipo di sguardo trovo simile la sua poetica a quella di Simone Lago, già nostro ospite in questo spazio. La strofa: "Ragazzine quindicenni costruiscono / Template accattivanti, sfondi / teneri e sfumati / Anime del loro sito personale." mi pare di una densità efficacissima, tacitiana. Carmine è nato a Napoli nel 1980, trascorre l’infanzia a Pomigliano d’Arco. Vive i primi anni d’università tra Napoli e Salerno, con una parentesi lavorativa a Roma e nel 2003, vinta una borsa Erasmus, trascorre sei mesi in Finlandia, dove accumula esperienze e riflessioni da cui nascerà la silloge Linkami l’Immagine (con la quale ha vinto il concorso Pubblica con noi 2005). Si laurea in Scienze della Comunicazione nel 2005 e matura esperienze lavorative come Web Editor.

Piccole considerevoli cose (di Teresa Zuccaro)


Memo

Ad una fretta esasperata
opporre esasperata lentezza.
Offrire una superficie bianca, opalescente.
Disattendere le previsioni di crescita.
Attecchire disordinatamente dove capita
con indifferenza al traguardo.
Rimesso l’intelletto al mittente
ostentare uno sguardo vacuo,
di animale buono,
cui non si può chiedere altro
che una mite esistenza.
Solo le richieste pure saranno esaudite.


Istruzioni per l’uso


Necessita di attenzioni, ma non è nociva
se ben adoperata.

*

Per darle forma.
raccogli le sue sinapsi
sparpagliate
e riuniscile in un abbraccio.

*

La hanno mandato qui senza spiegazioni.
Sei tu che devi addestrarla.

*

È fatta di parti molli e punte che feriscono,
per questo si tiene a distanza.

*

È sicura di ciò che è bello e ciò che non lo è.
È su quello che conta che non sa fare distinzione.

*

Le sue cose sono tutte piccole,
ma considerevoli.

*

Non volerle male

*

Non agitare assolutamente
(si agita da sola)

*

Tienila al caldo.
Adagiala in un angolo verde e silenzioso
e calmala.



Biglietto da visita

Sono la mente del viandante
che sta, il punto di partenza
ed il traguardo, lo sbaraglio
di chi precipita da fermo, faccio
di voi frecce senza bersaglio,
ansanti corse celesti verso il niente

Ricevo in Nessundove, mai, sempre
senza appuntamento.


L’uomo come essere inferiore


Nella casa dell’albero
non si posa la polvere
e qualcuno si affretta a tagliar l’erba
quando è l’ora.

Il gatto riposa
in grembo al suo signore
- per tacer del fatto
che lo comanda a bacchetta.



Poesie apparentemente minimaliste radiografano il percorso dei pensieri, le onde emotive, il desiderio che non si osa neppure definire tale perché: "Solo le richieste pure saranno esaudite."
È così, Teresa Zuccaro ci ricorda che quanto è impuro può apparire, può ingombrare, può avere conseguenze perniciose, ma resta solo perché non si può svellere la gramigna se non quando si raccoglie il grano. Teresa ha recentemente vinto il premio Diego Valeri con la silloge Al mondo (Sinopia, 2006).

sabato 3 febbraio 2007

Il muscolo del duplice pensiero (di Fabrizio Centofanti)


polisindeto

i lampioni sono mare,
nella mente inumidita,
lampare di strada dove neri pescatori
si spiano nei gesti della notte.
la voce è sabbia. la consistenza inutile del vento
in una notte di false profezie
è pane diventato pioggia.
non c'è silenzio, ma un suono a intermittenza,
dolore afono
che raschia la gola del futuro.


cammeo

una strana bellezza t'incantò
madre della repressione e della cura,
nella dura nevrosi
dell'altezza: passò
logorata dai perché la follia
dell'amore, psicosi
della malattia, infervorata
contro lo sfottò della scelleratezza.
la gioia deviata della gelosia
ti attraversò, come una cupa angoscia
d'allegria e la magrezza
ti segnò la corsa: un canto,
per schivare la paura.


camaldoli

il tempo è lo specchio
del guardarsi dentro
il muscolo del duplice pensiero
della mente che crede, da un pavimento all'altro
al chiaroscuro del giovane e del vecchio
piegarsi, ritrovarsi
in un'unica illusione di vedersi fuori
e immaginarsi
lo spazio della sua concentrazione
lo strazio del volersi uniti
e inabissarsi
nel profondo del secchio,
intorpiditi.





links

non lesinò mai la solitudine
dell'estate invidiosa, la sua guerra
del mare con la morte, l'arte del passeggio
fra turisti in fuga e desideri inconsci
di riposi ventilati, effimera fatica
del ritrovarsi invasi da sudori d'attese
e camerieri del nulla, restaurati
per estasi coatte di pane e coperti.
il menu si profila tra ponte e nudità
fra il negozio e il fronte
di profondità mancate. a monte,
verità salvate, con nome.


è là

l'ansia è una finestra che tradisce,
un'abitudine, come stare all'erta
in una notte allegra, quando il caldo delle mani
sorride di livida indolenza.
arriva all'improvviso, decorata
con segni di tediosi testamenti, con chiavi,
che di volta in volta s'impregnano
di odori o di respiri.
sogni? qualcuno chiama ancora
dal ponte cancellato,
una voce,
che s'ignora.


Per il tono, l'asciuttezza e la capacità di indagare le cose dell'anima in relazione con gli eventi quotidiani, questi versi (che mi permetto di accostare, per una condivisa sensibilità, a quelli di Caterina Camporesi e Antonella Pizzo) si dipanano con una voce icastica, desertica (nel senso profetico e spirituale dell'aggettivo) e quindi mai inerte, neanche quando gioca sapientemente con il silenzio o manifesta tratti di apofasia: "lo strazio del volersi uniti / e inabissarsi / nel profondo del secchio".


Fabrizio Centofanti è laureato in Lettere moderne con una tesi su Italo Calvino. Sacerdote diocesano a Roma dal 1996, opera soprattutto nel campo della spiritualità e dell’approfondimento della Sacra Scrittura. Ha pubblicato un volume su Calvino (Una trascendenza mancata. Istituto Propaganda Libraria, 1993) e uno su Rebora (Il segreto del poeta. Clemente Rebora: la santità che compie il canto. L’immagine interiore dagli appunti sul messale, Milano, Istituto Propaganda Libraria, 1987, 8° br. pp. 123 con num. ill. f.t.) oltre a numerosi saggi e articoli di natura letteraria. Nel 2005 è uscito il volumetto Le parole della felicità (Laurus Robuffo). È inserito nel diario poetico Il segreto delle fragole 2007 edito dalla Lietocolle. È tra i fondatori della rivista L’Attenzione. Sue poesie sono presenti su Faranews, La costruzione del verso, Oltre il tempo, Imperfetta Ellisse, Liberinversi e Nazione Indiana - Presente sulla rivista arte incontro del mese di dicembre 2006 e sulla Stampa nella rubrica di poesia di M. Cucchi.

Il tempo della crisalide (di Caterina Camporesi)


(alcune poesie qui)

LE MANI GIUNTE

Quando la scimmia col suo piccolo in braccio
corre sconvolta ma non fa in tempo
a fuggire, né trova il suo rifugio,
verso chi le punta il fucile
giunge le mani e implora.

di lasciarla andare, di salvarla,
piangendo disperata, strofinandosi
le mani con tutte le forze:
Il suo gesto nel chiedere pietà
al cacciatore, è come quello dell’uomo.

Per quanto esperto, il cacciatore di scimmie
non se la sente allora di sparare.
“Su, fuggi, fa presto!” Chiusi gli occhi
scoppia a piangere – così ci racconta.

Sebbene non ricordi più il nome
del vecchio che mi ha raccontato
con amarezza quel suo lugubre lavoro
dicendomi di non volere mai più affrontare,
né in campagna né sui monti,
la tragedia del cacciatore di scimmie,
non posso scordare le mani giunte
della scimmia, quel tremolio di mani
che ad altre somigliano.

(KIKUO TAKANO, da Nel cielo alto, Oscar Mondadori, 2003, pagg.164, euro 7,40)

Ho incontrato Kikuo Takano (morto lo scorso anno), uno dei maggiori poeti giapponesi contemporanei, a Roma presso la Casa delle Letterature nell’aprile del 2001, nell’ambito della Cattedra Internazionale di poesia promossa dal centro Eugenio Montale. Presentato da Maria Luisa Spaziani e introdotto da Paolo Lagazzi, Takano ha letto i suoi testi ed ha motivato la sua concezione di poesia di fronte ad un pubblico attento e partecipe.
La poesia di Takano, già nota in altri paesi come Stati Uniti, Cina, Francia, Inghilterra, in Italia, risale a tempi recenti grazie all’impegno della signora Yasuko Matsumoto, di Giacinto Spagnoletti quando era ancora in vita, e di pochi altri.
In compenso l’interesse per la sua persona e per il suo lavoro in breve tempo ha coinvolto un numero sempre crescente di persone. La profondità della sua ricerca, tenendo in grande considerazione la presenza del mistero, è in grado di attivare i bisogni più profondi dell’animo umano.
Quando nel 1998 Takano lascia per la prima volta il Giappone, è proprio l’Italia il primo paese che visita. Ospite del festival Moto Perpetuo di Pescocostanzo (L’Aquila), riscuote poi grande interesse e attenzione anche nei successivi incontri nelle altre città, compresa Roma.
Intanto, anche le sue opere cominciano ad essere tradotte in italiano: L’anima dell’acqua (Empiria 1996), Secchio senza fondo (Fondazione Piazzolla 1999) e Sei Budda di pietra, (Empiria 2000) raccolta antologica di poeti giapponesi, sino al recente volume antologico Nel cielo alto (Oscar Mondadori, 2003, pagg. 164) che raccoglie testi poetici che vanno dal 1957 ad oggi.
Il libro, tradotto dal giapponese dalla signora Matsumoto, è stato poi “riscritto” da Paolo Lagazzi.
Per comprendere la singolarità della complessa personalità di Takano, è utile collocarla nei tempi e nei luoghi dove essa si è formata e sviluppata.
Kikuo Takano nasce nel 1927 a Niibo, nell’isola di Sado, già cantata nei versi del mitico maestro della lirica giapponese, Bashò: “Mare in burrasca - / Sospesa sull’isola di Sado / la Via Lattea.”
Inizia gli studi di ingegneria, che gli consentono di rinviare il richiamo alle armi. Scosso dagli orrori della guerra, non può continuarli e ritorna quindi al paese natale.
Li riprende poco dopo, dietro suggerimento della famiglia e li prosegue sino al conseguimento della laurea in ingegneria civile.
Intanto la sconfitta della guerra nel 1945 lascia il Giappone, più di altri paesi coinvolti nel conflitto mondiale, immerso nella devastazione più desolata.
Da questa sensazione di disastro si profila e prende corpo la volontà generale di ricostruire, che porta con sé nel campo letterario un atteggiamento critico nei confronti della poesia tradizionale.
Takano, che all’epoca ha diciassette anni, si trova coinvolto e sommerso in questo clima di profonda disgregazione e ristrutturazione ed inizia a comporre i suoi primi versi. Attratto dal fascino delle parole e dagli infiniti legami fra loro, trova la possibilità di accedere alla rappresentazione del senso frantumato della realtà.
Agli inizi rimane affascinato dalla lucidità del movimento surrealista, che ben presto rinnega: non lo convince la “esasperata impostazione d’avanguardia e l’ultraestetismo” e brucia tutti testi sino allora composti.
Nutrito, come altri suoi contemporanei, dalla cultura occidentale, la fa interagire con le sue radici orientali. L’incontro con il pensiero di Heidegger e Jaspers gli fa abbandonare la poesia ed entra in uno stato di isolamento che favorisce la sua immersione in uno stato di lunga e profonda meditazione.
Intorno agli anni cinquanta Takano esce finalmente dall’isolamento e aderisce al gruppo “Arechi”, (”Terra desolata” di Eliot) che si va allora costituendo: l’idea di una poesia tesa a ricercare il significato profondo del mondo è in sintonia con il suo sentire.
Dopo la laurea in ingegneria civile insegna per molti anni in un liceo e tra il ’57 e il ‘64 pubblica tre raccolte, La trottola, L’esistenza e Tenebre come tenebre, per poi tornare di nuovo al silenzio e alla riflessione: “Solo chi medita / in profondo silenzio / potrà appena avvertire / un rumore di frana.”
Takano è il poeta dell’attesa, dell’attesa assoluta che non prevede meta e sogno: “tenta la via / dove non resta nulla / nella mano”. Il suo credo è la resistenza: “resistere a ciò che non possiamo capire / resistere tanto da poterne morire.”
L’attesa, qualche volta, attraverso un processo di magiche trasformazioni offre il suo dono: “(…) come d’un tratto si muta / in crisalide il baco, / la crisalide in farfalla?”
La crisalide è l’archetipo che meglio di altri incarna il significato della poesia e dell’atteggiamento verso la vita. Essa, come afferma Maria Zambrano in San Giovanni della Croce, “divora il suo stesso corpo per trasformarlo in ali, baratta ciò che pesa con ciò che vale a liberare da questa stessa gravità asservitrice”. Il nido costituisce la metafora del luogo dove si compie il miracolo del concepimento e della gestazione: “Nella mia gola è già / migrato il lucherino / e sta facendo, sta facendo il suo nido.”
Ciò che rimane costante nella mente e nell’espressione poetica di Takano, dopo tutte le spogliazioni, è la fedeltà alla parola: “Spogliato e perduto, rimaste / mi son soltanto, infine, parole / a cui porre una domanda fatalmente / votata alla sconfitta.”
Poeta singolare Takano così fedele all’autentica ricerca che comporta resistenza e dialogo con il silenzio. Infatti per trent’anni non ha pubblicato nessuna raccolta sino a quando ha conosciuto il compositore Sabur Takata, per il quale comincia a scrivere testi per le sue opere: la musica è più capace di esprimere “il miracolo supremo delle cose”.
Il viaggio in Italia del 1998 ha risvegliato ancora una volta il bisogno di pubblicare e la nuova raccolta ha il significativo titolo Per incontrare.
La sete di conoscenza, che con la componente aggressiva ad essa connessa, da bambino lo ha portato ad esplorare da vicino il corpo della lucciola, provocandole una ferita nell’addome, gli ha lasciato un dolore ed un rimorso inestinguibili. Così, dopo tanti anni, il poeta prova ancora compassione e senso di colpa: “Quel pianto fu / il segno della prima / colpa che conobbi.”
La sua poesia è un’interrogazione continua e profonda sulla condizione dell’uomo e del mondo. La parola tende al cielo, senza tuttavia, mai catturarne il mistero: tutt’al più può alluderlo.
Più l’uomo si allontana dall’universo, più ha la possibilità di entrarvi dentro e di intravedere il suo segreto. La parola è una conchiglia che contiene il suono di un mare irraggiungibile, arresa alla coscienza dei propri limiti. Per Takano scrivere poesie significa nascere e morire insieme a ciò che s’incontra, si conosce, si perde.
La fiducia nella parola è assoluta, e mai rinuncia a dire tutto ciò che può dire: “l’anima e le parole non devono / attendere alla finestra, ma cercare / le porte da cui incamminarsi.”
Come afferma Paolo Lagazzi nell’introduzione, Takano, nella continua tensione tra “metafisica e quotidianità”, è poeta “teneramente austero, vibrante di umanità e assetato di verità”. La sua poesia, “tesa di continuo alla trascendenza” e alla “trasfigurazione infinita dell’anima”, rappresenta una delle più alte e intense forme di preghiera.


Davvero acuto, coinvolgente e partecipe questo scritto che ci fa conoscere e amare un autore giapponese di sicuro valore.
Caterina Camporesi è nata a Sogliano al Rubicone (Fc) nel 1944 e vive tra Rimini, la Garfagnana e Roma. Svolge l'attività di psicoterapeuta. È stata condirettrice de «La Rocca poesia”, redattrice de «Le Voci della Luna» e collabora a riviste con recensioni e saggi inerenti al rapporto tra psicoanalisi e creatività. Ha pubblicato quattro raccolte di poesia: Poesie di una psicologa, Sulla porta del tempo, Agli strali del silenzio e Duende, edito da Marsilio Collana elleffe, Venezia, 2003. È presente con “La sorte risanata” nell'antologia La coda della Galassia. Collabora alla rivista on line Fili d’aquilone. Si occupa di poesia boliviana. La sua è una poesia dell’anima che indaga la verità.

venerdì 2 febbraio 2007

Aglaìa (di Francesco Randazzo)


Il rosso, fra le quartàre rotte
infisse nel muro antico, quaglia
mentre l’occhio s’impanna
stupido, di là il fruscìo
del mare attonito dal vento
soffia sussurro e panico,
ed il respiro per un attimo
si pensa.



Cauto è il precipite del muro,
su dall’alto ripara dalle morti
incaute. Il cielo taglia il vuoto
e ammonisce. Sotto se sporgi
e volendo puoi, scogli bellissimi
attendono, arricciati di schiuma
bianca come il cuore.
E si ascolta in quell’attimo
il grido della pietra.



Ho visto
il colore dei tuoi denti
e lo sgomento dell’occhio
sorpreso dall’intruso,
e ti sei chiusa
come dentro di me
per non vederti.



Spaccate sulla terra stanno
sparse come briciole d’inverno,
le gocce salate del tuo corpo.
La terra assorbe
ma non germoglia frutto.



Aperta nel cielo
sul mare
fra le nuvole
d’indaco impossibile
una porta perfetta
di sette colori.
Ho volato
dentro
quell’arco,
baléno del miocardio,
e cadendo
qualche ora più tardi
non ho saputo dirti
con parole
dove
ero stato
io con te.



Aglaìa
luce su metallo
che si rompe
grido di frattura
labirinto di sole
fulmine d’inverno
parusìa di te stessa,
tu
lama mia.



Sul cemento affondato nell’acqua,
blocco di riparo della riva, lì
proprio, sotto la lingua polvere
e vento, sotto la lingua pause
leggere di paure, vestita
d’una giacca strappata,
hai sorriso
ed io ho bevuto il senso.



Amo le scatolette dei pelati
spogliate d’etichette, rese
chiaro argento metallico
e le righe in mezzo a dire
“Sono cosa”, pulite, belle
fredde e compagnone,
vuote di sugo piene di matite.

Amo bottiglie, tappi e fil di ferro
ne colleziono più d’un rigattiere,
non so che metterci dentro
se non l’aria. Spesso respiro
e poi le chiudo e sole
le lascio per la strada
e me ne vado.



Passano i suoni e cantano
l’addio. Esistere non è
essere sempre. Un gatto
miagola e non sai perché.
Chi mi dirà parole che non sono?



Le papere alla fonte
sguazzano e figliano
industrialmente intente.
I papìri si guardano le chiome,
i pesci ingrassano quieti
e un topolino alle undici,
ogni sera, si tuffa, nuota
riaffiora, approda, squìtta
furbo e se ne torna a casa,
a comporre formaggi con i buchi.



Vetro, schermo di libri
dentro, d’alberi e vento
fuori, smeriglia lo sguardo
che non può vedere.

Bruciano sigarette ultrasottili
e la cenere s’ostina a non cadere.
Se il sole, una volta, una soltanto
s’accendesse nel cuore della notte.

Lampade al neon purtroppo,
a luce intermittente ultranociva,
fingono giorno e rodono la mente.

Bisognerà aspettarlo il sole.



Occhi, non vedo che occhi.
Grigio caffè bluastro brumoso,
Verde fumo e caffe' profumo.
Sogno treni e sofà, occhi
e sussulti. Vorrei dormire
senza sognare, come fossi blu.



Una volta, una soltanto,
saper dire e nel dire
esistere, così, per un nulla,
così poco da essere per sempre.



Note d’inchiostro bianco,
Qoèlet e affanno,
frutta secca marcita
e le dita le dita che non sanno
contare il tempo e la misura.
Suona un vuoto senza fine
e la cavea del corpo s’abbandona.



Rosso nel vetro,
vetro trasparente,
pianto di un dio
che muore,
pieno di compassione
e struggimento.



Questi versi si segnalano per una capacità sicilianamente zen di offrirci parole scelte, scavanti, echeggianti di miti rivisitati, scabre e sobrie… Il brano che segue penso possa essere sottoscritto da chi, della parola, non può farne a meno: "Una volta, una soltanto, / saper dire e nel dire / esistere, così, per un nulla, / così poco da essere per sempre."
Perché la Sicilia è così ricca di autori (spesso fuorisede como il Nostro) che hanno davvero qualcosa da dire e sanno farlo senza appiattirsi sulla ormai scolastica linea lombarda?

Francesco Randazzo autore e regista ha un ricchissimo cv che potete trovare qui. Il suo ultimo libro è una raccolta di racconti fulminanti Papier mais.

giovedì 1 febbraio 2007

Da “Quartieri dispersi” (di Mariarita Stefanini)


I

Si sporgono
dai gusci, a tratti
si sporgono, lasciando
la stretta della paura.
Gli altri non li svegliano
sperano
che accada tutto senza rumore
sarà più sicuro il numero
dei salvati forse
ci rientreranno piano
ad una ad una le chele
gli occhi
che vedono l’intero.
Li lasciano dormire perché sia
loro la luce
che li squarcerà in file
si nascondono sotto la sabbia
nei rimorsi delle conchiglie.
Dalle cataste di tenebre
il folle.
L’ultima giustizia umana
o la prima. Non c’è più niente
da suggerire.


II

Sentono il mio cuore che non è mai esistito
disse Eloise io sono una invenzione
ma gli altri vedevano nel suo sguardo
la vergine Maria nella donna stuprata
dalla vita e da mani serpenti
lei era rimasta su un bordo
a pochi millimetri
dalla barriera del suono si teneva
stretto il maglione a righe
che sapeva di non indossare
appariva in silenzio lei
come la memoria o il sogno eppure
era di carne Eloise.
Gridarono ad una finestra
qualcuno deve piangere e il grido
superò la scacchiera si fece fiume
d’aria.
Fu allora che Tom
scelse un nome di uomo.
Il cuore suo era già
oltre le aste di luce e le camere di buio
conosceva i coinquilini
lui si fingeva
per la più preziosa, persa, bianca.
La testa piena di pensieri altrui
come una noce
la batteva sul tronco
per farli uscire.
Eloise venne come una bambina
giocarono come due bambini
erano bambini e adulti
insieme, non avevano potuto crescere
giocavano a fare gli adulti proprio
come fanno i bambini.
Furono scoperti e tornarono
invenzioni così
come li volevano.
Ma quella non era la città era
il frastuono imploso nell’istante
e l’istante non era mai stato
tempo. Quando l’acqua salì dalle tubature
si accucciarono sulle scale
bestie abbandonate da stanare.
Ma volando lui vide tutto
lui vide
quello che andava veduto e che non
andava veduto
volando Eloise sembrò essere
davvero la Vergine Maria.


Questi inediti di Mariarita Stefanini manifestano la capacità della poesia di rendere palpabile e viva la parola depositandola nei nostri pensieri ed emozionandoli con l'intelligenza del cuore: "Li lasciano dormire perché sia / loro la luce / che li squarcerà in file / si nascondono sotto la sabbia / nei rimorsi delle conchiglie."

Mariarita ha studiato pianoforte a Pesaro e si è laureata a Urbino in Lettere Classiche. Poi è arrivata la poesia. Nell’ora bianca (Marietti 1820) è il suo libro d’esordio. Ha scritto per FuoriCasa Poesia, «Prospektiva» e «clanDestino». Di quest’ultime due riviste, così come di «Pelagos», è redattrice. La silloge ‘Quando vai porta il mio canto’ è apparsa on-line su FaraNews.

Sale (di Lorenzo Mari)

Radio Pristina.

Il destino del freddo
è spingere il contadino slavo che si alza
dalla coperta al centro della stanza
per accendere stufa bricco del caffè
e insieme Radio Pristina,
con il suo rock duro, di prima mattina,
con il suo pop apatico e il telegiornale
indissolubilmente legato (ancor prima delle notizie)
ai traffici di droga.

Il destino del freddo di febbraio
si marita così con lo stordimento dell'alba.

Dimenticare si deve, a ogni costo,
che il padrone ha ordinato ancora una volta
di prendere il vomero e tracciare una linea dura
e netta nella terra nera (una volta verde,
pur se incolta; una volta rossa,
quasi più colta) di Jugoslavia,
dissodando dissodando dissodando
ma mai seminando.

(Sono i chicchi vecchi e induriti del grano
che lui si macina a caffè, questa mattina, e un po' beve,
un po' sputa, rimanendo alla finestra.
La ferita, nel campo, sorridendo di sbieco,
lo aspetta.)


Sale

Sale, ogni giorno, ogni notte,
la conta amara – come tacca
sul legno: incidere dovrebbe essere
così duro,
nel suo tirare via corteccia,
defraudare di pelle, abradere:
dovrebbe essere finanche infame
invece poco a poco si guarda,
non si guarda – pensa: non se ne dovrebbe
qui, in questo bar, nemmeno parlare

un numero è una sciocchezza
una sciocchezza è numero
la medaglietta è il ricordo
il ricordo una fotografia
una fotografia una sciocchezza

(la pietra, però, viene portata nel seno
o incastonata in fronte, con secco

movimento verso l’interno,
dalla medusa)

***

Un giro di fiato rimasto a mezzo,
quando ti diedero il via. Non sapevi più
parlare, d’un colpo. Alfabeto
sentimentale di quelli caduti
in disuso. Un giro di montagna
sospeso sul tornante, quando già
sarebbe stato facile intravedere l’ultima erta,
il primo vento schiacciato sul volto. Innamorato
dicono, per parlare di stati psicofisici
dominati dall’emozione, ma sinceramente lontani
da questa definizione ingabbiante,
asfittica adolescenziale e – pure – pleonastica.
Che si prende per scontata,
che si assume quasi per gioco.
Ma non è attività aerobica.
Non ha sintomatologia precisa.
Non entra nell’inspirazione,
esce nell’espirazione. Non entra nemmeno
nell’ispirazione, non esce nemmeno
nella poesia.

***

Citazione da Spengler

Ti guardassero gli dèi,
nel momento della corsa,
capirei.
Ma non ti guardo
neppure io: ho portato il cannocchiale
e lo lascio appeso al collo, rido.
Se lo usassi, riuscirei solo
a intravedere – di soppiatto,
perché una tale inquadratura
non è consentita –
la durezza dei tuoi muscoli
allenati allo scempio
dello scatto, la tenerezza
del tuo corpo rigonfio, voluminoso,
bluastro – che non introduce
più aria.
Acido lattico,
che ti sommerge. La fine della corsa è lontana
anche nei cento metri. Non mi va d’aspettare,
ma devo. Solo, vie d’emergenza,
larghe vie, per la fuga dello sguardo,
chiedo – per non vederti morire
sullo stupido impianto.

***

coprirò gli spazi che hai lasciato
con il terriccio umido
fatto apposta per i fiori
(comprato stamattina con il prezzo
delle inezie quotidiane)
sperando che poi non nascano
quando è primavera e non è più gelata
la punta del naso.
Non è disprezzo per la primavera
questo mio sporgermi sul prato
e pregare che non porti i soliti paradigmi,
non è disprezzo te lo dico

***

con tutta la spina (profonda, dura,
lignea) ti colga, con tutta la forza (tepida, timida,
salica) ti ostacoli, con tutta la pazienza (santa, inutile,
barbara) ti sorprenda

non sia mai un gioco facile
un indovinello veloce
una parola incrociata

ma l’evasione come atto di libertà
si riempia delle sue prerogative
mentre io analizzo l’istante.
Giocheremo anche a carte,
sì, giocheremo anche a carte

***

c’è poi l’interrogatorio continuo
fatto a luce forte e denti stretti
nello scantinato buio
sull’isola che non c’è.
Io che non avevo visto nulla
ho confessato e vissuto appieno quei momenti
di dolore carne e sangue –
poco dio, e poco altro –
io che non avevo inferto colpo
che avevo detto magari risolvo
la situazione con un colpo di spugna
la macchia di caino sulla mia pelle
risalta già di un piccolo bagliore verde
difficile da togliere alla vista
io poi mi lascio andare facilmente
se c’è da pentirsi, convertirsi, storpiare
la propria anima, crescere

***

Tragico divertissement (inutile e perverso)
Alle spalle della cassiera del supermercato



Ti rendi conto che in questo supermercato
Enorme la musica si chiude in un sottofondo
Non molto luminoso, non molto comodo,
Non molto favorevole – e ci accompagna,
Sì quella musica disumana, con un sorriso
Come da ostaggio legato
(Sindrome di Stoccolma)
Fino alla cassa?

La prossima volta
Quando c’è ressa
Reimparerò a memoria
Tutte le suonerie del cellulare.
Per non ascoltare la musica del mondo,
E dover pensare.



«(…) Per il momento volgo un pensiero di pietà a quel giovane che ha perso un braccio con la bombetta che gli è scoppiata in mano. Collabori ora alla rinascita del Paese, studi, si faccia un mestiere (si può lavorare anche con un braccio solo). In definitiva, l’avvenire della Patria è un poco riposto in lui: nella capacità che avrà quel giovane a preservarsi sano il braccio rimasto, col quale potrà sempre tenere in mano un buon libro da leggere. Io cessai di essere fascista non appena decisi di leggere un libro.» (Antonio Delfini, Lettera a Romano Bilenchi , 1955)

«Certi inferni hanno l’aspetto di case e città devastate dal fuoco, dove stanno in agguato spiriti infernali. In inferni meno severi si possono vedere miserabili ruderi, talvolta allineati in modo da formare delle specie di cittadine con vie e vicoli.» (Emanuel Swedenborg)

«L’esistenza singola ci toglie la luce.
(La frase può essere rovesciata).»
(Czeslaw Milosz, Eraclito)

«Poesia servile
(Finché non arriva il temporale)»

Importante: da Czeslaw Milosz, Opere: Attraverso la nostra terra (Re Popiel e altri versi), Mai da te, o città (Gucio incantato).


Sale è stata premio Silone Parma Inedito 2006. Questi versi di Lorenzo Mari sembrano spaziare con olimpica e ironica clarté da Pindaro ai contemporanei (fra quelli già ospiti in questo blog mi viene in mente Fabiano Alborghetti): i topoi del tempo fugace e delle mete da raggiungere, dei valori umani e del riconoscimento (personale e sociale, essendo le due "prospettive" interconnesse), il senso del cosmo immane- e trascendente… vengono trattati con notevole maestria: "io che non avevo inferto colpo / che avevo detto magari risolvo / la situazione con un colpo di spugna / la macchia di caino sulla mia pelle / risalta già di un piccolo bagliore verde / difficile da togliere alla vista…"

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