La caduta di Bisanzio (Alessandro Rivali)



La morte è davanti a me oggi,
come il profumo della mirra,
come sedere sotto una
vela in un giorno di vento.
La morte è davanti a me oggi,
come il profumo dei loti,
come sedere sulla riva del
paese dell’ebbrezza.
La morte è davanti a me oggi,
come il tornar sereno del cielo,
come riuscire a comprendere
ciò che non si conosceva…


[«Inno alla morte», frammento egiziano del Medio Regno]



Il vento trascina città,
sgretola torri, morde bastioni,
disperde gli eserciti in polvere,
la sabbia lacera i sandali.

Hanno chiesto l’origine al vento
e il fuoco danzava sulle scapole.
I mistici hanno occhi vermigli;
metti la lingua nella brace dei mistici:
muoverai le sorgenti dei secoli.

Ho sognato la schiena del martire
disfarsi lenta sulla graticola,
come mille torce di carne
sui giri concentrici al Colosseo.
Un calore di pari misura
scorticare l’ossessione,
il paradigma del poema,
la perfezione delle pagine.

Ritorna la spirale del fuoco,
la cortina alzata dalle batterie:
gli spezzoni incendiari
che forano le cattedrali;
col fosforo hanno preso le città,
l’acido è sceso sulle palpebre
smuovendo le carni dai teschi.

Se un elemento intreccia il desiderio
ha il delirio del fosforo bianco
della dentiera urticante dei gas,
del bisturi che separa la carne,
dell’aria tremante sugli altiforni,
della fornace che muove i piroscafi.

In questo rovescio di fiamme
tra colonne di bitume e crateri
a Bisanzio si conclude la storia.


La strada s'avvinghia alle mura,
sentiero sospeso su grate e uncini,
sopra le piramidi di torba e acciaio.

Padre, osserva il termitaio,
richiama i padri ulteriori,
il Barrio rotto dagli insorti,
il ritmo dei calci sugli sterni
e i mansueti seguire il Trafitto.

Lo scenario è concentrico:
ferrame, schianti, carraie,
tronchi di rotaie, carboni, presse.
E vasche, pozzi, miasmi,
cumuli di male sulle schiene
come flagelli sui rematori.
Gli uomini bevono ghisa,
aprendosi la via tra scorpioni.

Vedi l'acciaio succhiare il mare,
concimare la sabbia con il ferro.
Vedi le termiti sotto i macchinari
e i santi salmodiare nel sangue.

Un fuoco alimenta visioni e opere,
un solo fuoco e un solo spirito.

Scrivi la diversità delle azioni,
la portata dell’ardore,
il principio ustionante,
la forza che sbriglia le sartìe
e conduce alle sabbie d’oriente.



Gli uomini si saziavano del sole,
sdraiati sul reticolo dei canali,
senza concedere verità
all’infittirsi dei segni.

Vennero messaggeri e Magi,
cavalli stremati e racconti
dalla cintura dell’impero;
i poeti evocarono drammi,
la porpora e le tele di Tacito,
le città perdute in successione
nel dilagare della pestilenza.

Storie che sembrano inverosimili:
teste essiccate sulle picche,
pendagli disseminati sui canneti,
arterie aperte come acquitrini.


Il plotone esaminò le pietre
della città combusta,
toccata dal fuoco divoratore.

Si leggeva l’intelaiatura delle fondazioni,
come una città dissepolta.

La cattedrale cadde per catapulte.
Si alzava una spianata di arche
circondate da cipressi caduti.

Restarono abbagliati da tre piccole
lapidi in perfetta gradazione.
Slavato l’andamento dell’epigrafe:
tre neonati vissuti un giorno.
Riportavano versetti del Libro:
un versetto per ogni pietra:

Il Signore ha dato.
Il Signore ha tolto.
Sia Benedetto ora e sempre
il Nome del Signore.




Migliaia di lucertole azzurre correvano
sulla scogliera dell’isola imperiale.
Tiberio scelse la parte più estrema
per innalzare i tre ordini della villa di Giove.
Tacito si dilungò sulla follia corrosiva
sull’operato crudele, sulle frane della ragione.
Donne caddero da un orrido altissimo.
scavando piscine nelle montagne.
Nuotarono tra riflessi azzurrini
le concubine condannate come sirene.

Poi si addensarono nubi sul continente.
Il mare iniziò a danzare con il sole.
Osservarono Pompei ardere per giorni,
la cenere imbiancare le alture.

Alcuni convertirono l’epilogo
in un lentissimo baccanale,
incuranti dei fori aperti sulle tende
dal calore stupefacente dei tizzoni.

Dalla montagna sibilarono rocce
che terminavano la corsa
ulcerando il mare.




Moriremo stasera.

Senza che i nemici riconoscano
il nostro ardore in battaglia,
e la tenacia delle difese.

In premio riceveremo tormenti
descritti nelle cronache di Psello:
periodare con le orbite ritagliate
nei dedali della città incendiata.

Vorrei ritornare sull’isola azzurra,
toccare l’opus reticolatum dei padri,
immaginare il salto di Tiberio,
la leggenda delle donne cacciate nell’abisso,
scivolare con le triremi sotto l’arco
della Grotta azzurra, sfiorare
soltanto la sabbia del fondale.

Un grido rauco possiede la storia
mentre demoni agitano code di ferro,
scalzando la furia dei secoli.

Ricordo un uomo sul limitare della tenebra
e Leonida alzarsi alle Termopili.

«Spartani,
cercate di combattere con ardore
perché questa sera danzeremo
accanto alle tavole dei morti».


Alla luce ossidrica puoi vedere
la nostra civiltà catacombale:
architravi, rosoni, contrafforti,
cisterne, chiuse, acqua che corre
per km imprigionata nei condotti,
azzurro è il tono dominante dei volti
e dei pensieri nel regno d’oltremorte.

Non ti fermare alle costruzioni,
alla suggestione minoica degli affreschi;
leggi nel Libro di pietra le nostre azioni,
ogni uomo è ricordato con un distico,
anche gli infanti sono ricordati,
i vissuti un giorno,
non moriremo questa sera con Bisanzio.


I nostri padri e i padri
dei nostri padri videro un impero
senza confini e lunghi anni di pace.
Cavalli impiegavano mesi
per coprire la vastità del territorio.

Abbiamo parlato la stessa lingua,
rischiarato il cuore con lo stesso vino,
salmodiato alla luce delle cattedrali.

Bisanzio nella triplice cortina di mura
ormai è lingua strappata alla gola,
insetto che vibra nel dolore,
nervo rovistato dalla lama.



E l’ultimo dei «Guai» fu la guerra civile.

Sopportammo il sale delle locuste,
il sangue dei primogeniti sugli stipiti
delle case, il tarlo del fuoco
e la tignola su ogni desiderio,
ma l’ultimo «Guai» fu la guerra civile.

La spada scardinò ogni casa,
i figli usarono armi incendiarie
per replicare alla violenza dei padri.

Il cavallo rosso danzò sugli spalti
con ossessiva cadenza:
a ogni cerchio di danza saliva
il fumo di una generazione perduta.





IL FUOCO DI GIOVANNI DELLA CROCE

Nel culmine dello scontro,
scaturirono lingue di fuoco,
colate ustionanti, gettate di pece
che accecavano gli assalitori.

I liquidi bollirono il ferro,
s’impigliava alle carni come cera.

Dalla cella stimmatizzato Giovanni
vedeva il mare diventato brace,
la forgiato del dolore
sugli stendardi in combustione.

***

Paragonava le fiamme
all’orlo delle terre conosciute,
il sacro canale di Bisanzio,
al desiderio riaperto per l’Amato.

Con discipline di ferro
hanno miniato la sua schiena,
l’hanno infilato nell’imbuto di pietra
raschiando per giorni le ossa del piede:
eppure tutto è niente,
carbone e cenere a confronto
della scalfittura d’un’ora soltanto
senza il volto del Trafitto.

***

Non i sogni prenderanno rilievo,
solo opere concluse, il firmamento
dei fatti, l’orientamento del cardio.

Per questo Giovanni pregava in croce,
incollato sulla pietra della cella,
perché la luce arginasse
l’arsura buia del drago.


***

Dissero che era l’oscuro,
e abitava lo splendore.

Che gemeva nella tenebra,
e scriveva poemi
nel cantico sempre nuovo.

***

«Prega per invertire le leve dei secoli,
insediato dalle serpi, mentre
respiri l’alito del drago,
prega osservando la cornice di ferro
sul collo dei vescovi ridotti in cani».

Ormai anche il fumo penetra nel tempio.
La santità è confusa con lo stupro,
la tenebra mischiata al quarzo
quando invocano i Goti come profeti.

***

Intorno alla rocca campi fumanti:
sono le costole le prime a spolparsi
ormai arcate e strade ai roditori.

Il vento intreccia gli scheletri.
scompiglia gli sfasciumi dei corpi.

Dagli spalti invidio
i tuoi occhi vermigli e asciutti,
le notti di veglia e ardore
consumate sul sasso.

Anche se non intuisco la tua sete
della torcia, del divino cauterio,
quel desiderio ossessionante,
il volo verso il Trafitto.
Non comprendo la croce del nome
e i sorsi di purissimo aceto.


***


Io, Giovanni rispondo:
scruto nel Trafitto
il raggio verde che separa il diaspro.

Questa sera di sangue sono lo sposo
per secoli evocato dal Cantico,
circondato da mille lampade in fiamme,
vedo le pareti dell’aria incendiarsi
ormai cotone trascinato dal vento.

E la nuova Bisanzio risorgere sulle acque.





«Un’opera piena di sventure, insanguinata da battaglie,
straziata da rivolte e, nel seno stesso della pace, crudele»
TACITO, Historiae, I,2,1



I

Apprenderai il corso dei pitoni,
la risalita intorno alle tempie,
lo sconforto sulle piaghe.
Conoscerai il male invadere i pori
e assiderare le veglie di Macbeth.

Metti sotto luce aperta
le tavole della storia,
i cicli delle porte assire,
i drammi delle anime avvitate,
le crepe e le febbri degli uomini,
mettile in scritture esemplari
nel culmine della passione.
Osserva le ombre alternarsi
sul sipario di Tacito.

Pensa all'intreccio degli scheletri
sotto il porticato di Ercolano,
ogni schiena sul proprio bene,
un figlio, una schiava o la borsa
con i ferri per curare la carne.
Guarda al finale in porpora
dei giusti e dei congiurati.
Conoscerai le lame ondeggiare
nei ghiacciaie di Toledo,
il respiro azzurro dei sicari
nelle notti ai quartieri imperiali.



Villa Adriana
II


Riproduceva scenari rapiti
ai canoni d’estasi orientale,
distesa senza fine di marmi e fontane;

dall'oceano d'erba estrassero
forme d'ordine ionico, cariatidi
e una domus circolare, teatro
lievitante sull'acqua, meraviglia
oscillante alla luce delle torce.

Nessuno svelò il tumulto
dei formicai sotterranei, l'intrico
delle gallerie sotto il porfido,
gli schiavi votati al buio,
lumache sospinte nella calce.

Dal corredo delle rovine s’alza
in contrasto una visione per ardore,
che cancella il sudario di Adriano,
ripetono gli straziati nel deserto,
«Colui che riconosce il peccato
è pari a chi riporta il respiro
sulla bocca verde dei morti».



DOPO LA CONFLAGRAZIONE

Le città ardono sul petrolio,
sulla distesa d’ossidiana
miriadi di ceri, necropoli,
fiotti di luce contro il sole,
scrosci verticali di sangue nero
sul cerchio esatto dei decapitati.

Solo i pilastri contrastano il fango,
torrioni, foreste di guglie annerite,
Dresda o Varsavia sotto i lapilli.

Nella fiumana di pece
si muovono sopravissuti
sferzati dai grani di piombo.

Con la vampa desertificante
salì una luce nera altissima;
prima che lo scenario fosse una pista
calcinata sull’oceano,
spazzato dalla radiazioni
di un vento azzurro e primordiale.



DOPO LA CONFLAGRAZIONE

Salivano dai sepolcreti in ferro,
provvisori ripari e tane
all’irradiazione del male.

Figure stampigliate nell’arsura,
sagome la prima volta tentate
dal ripetersi del vento.


La fine s’agitava nei sogni,
un’onda di pietrisco e vento,
Ebola o il ritorno del vaiolo.

Eppure Colui che chiama
fu enumerato nel vento
correva sulla cresta dell’acqua
piegando la punta dei cedri
nello stupore originario
del Giardino.


La sagoma contemplava nel deserto
il corteo delle tavole in rilievo,
e lo slancio dei leoni in pietra.

Ritornavano a muoversi
con lo spasimo dei corpi
trapassati nelle giunture;

i carri assiri superavano le schiere,
Sargon violava le cento porte di Tebe.

Un nome stampigliato sugli smalti
della capitale, millenaria Khorsabad
poi caduta nel vento.



DOPO LA CONFLAGRAZIONE

Valica la pianura di calce viva,
l’orizzonte vetrino e acceso,
il deserto senza forma dei Goti.

Nella fondazione la città
avrà cento cerchi di mura
e molteplici portali istoriati.
Rivestirà le varietà dei sogni
e le architetture dello spirito.

Ai deserti seguirà l’acqua,
una città emersa sui laghi,
torri smaltate e giardini,
donne slanciate nella seta,
il suo nome si declinerà
secondo la corona dei desideri.

Sarà Ecbatana, Persepoli,
Timbuctù, Ianua o
Atlantis,
la luminosa.



Rifonderemo.

Su spiagge radioattive, sui crateri
dove la vita agitò formicai.

Rifonderemo
secondo luce migliore.

Enumerando la misericordia
dei padri e delle scritture.

Cercheremo vite primigenie,
come Erodoto,
e paesaggi e volti e molti fuochi.

Costruiremo giardini sulle acque
rivestendo di marmo rosa
i fianchi alti delle cattedrali.



Ondate, quasi vichiani ricorsi, ci portano il profumo e il fetore la gloria e l'orrore di un impero la cui caduta non è che l'esito di una crisi secolare: anche il nostro Occidente sta vivendo la sua? Alessandro Rivali ha una poetica davvero interessante: riporta la poesia al suo potere archetipico, quello di raccontare miti e storia, e riesce a farlo con assoluta padronanza, evitando di cadere nel retorico, nel citazionistico, nel pretenzioso. Il lessico misurato, la sintassi che fa sapiente uso dei parallelismi, i versi dai ritmi anapestici che ci spingono a leggere oltre, l'uso di allitterazioni più che di assonanze, mi pare delineino un modo orginale, moderno e riuscito di declinare nel XXI secolo la forma del poema. Una impresa in fieri di forza visionaria viva e necessaria che merita davvero che il Nostro porti avanti con l'entusisamo (anche nel senso etimologico della parola) già rilevabile in questi lacerti: "metti la lingua nella brace dei mistici: / muoverai le sorgenti dei secoli".
Alessandro Rivali è nato a Genova nell'aprile del 1977. Si è laureato con una tesi di storia militare presso la Facoltà di Lettere moderne dell’Università Statale di Milano. È redattore di «Studi cattolici» e di «Atelier». Lavora all’ufficio stampa delle Edizioni Ares. Sue poesie sono uscite su numerose riviste tra cui «Atelier»; «clanDestino», «La Mosca di Milano»; «Lo Specchio della Stampa»; «Resine», «La clessidra». È inserito in diverse antologie tra le quali: Poeti per Milano (viennepierre edizioni, Milano, 2002). Quattro poeti (Ares, Milano 2003), Lavori di scavo. Antologia dei poeti nati negli anni '70 (Antologia web di Railibro 2004).
Nel 2005 ha pubblicato la prima raccolta di poesie: La Riviera del sangue (Mimesis) finalista al premio San Pellegrino dello scorso giugno.
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