Tre inediti (Filippo Davoli)



(il volto di Filippo è inserito all'interno di un noto quadro di Edward Hopper)


Escono la domenica mattina
con le fiammanti utilitarie
e un’andatura da accompagno,
quasi fermi nel sole invernale.
I contadini solidi nel riposo
col cappello che rade la cappotta
sorridendo bruniti
al ciglio deserto della carreggiata,
frenando nelle discese, rallentando
al ticchettio del contagiri.
Vanno alla passeggiata con la macchina
e tutta la famiglia.
Sono piceni assennati, porosi
nel tratto bianco delle residue mulattiere.
Le donne hanno il vestito buono fiorato,
l’oro di casa le orna come madonne.
E le bambine portano le orecchine
con il pendaglio, e un filo di smalto
e le trecce imbrigliate nei fermagli.
Ostentano con garbo un italiano
che l’assedio dei simili tritura.
I fumatori arrochiti parlano basso,
pasteggiano le parole con sobrietà.
Le vecchie si salutano per strada
sollevando la testa e le mani,
beate nel cappotto coi bottoni grandi
e il collo di finto pelo. Vanno alla messa
dolci nel passolento della lucidità.

(aprile 2006)


Quieti palazzi della periferia
che vi ergete a baluardo contro i monti,
che difendete le disperazioni
di chi vi abita. Quieti palazzi domenicali,
dove le donne che piangono
tacciono nel segreto di passi leggeri
trascorsi al fuoco basso della tenacia,
al giusto della pazienza.

Quieti palazzi della periferia
dove i figli sonnecchiano aspettando
di sentire i rumori di cucina
coltivando il riposo
e una luce radente veste i letti
prima dell’abbandono. Adusti salgono
i giovanetti come la mattina.
Fingono nelle loro sicurezze
di non sapere quello che conoscono
nel fondo dei loro muscoli. Guardano
il giorno con apparente tranquillità,
appesi al filo fragile dell’infanzia.

Quieti palazzi indenni
alle usure del sentimento, alle ubbie
dei cani, al graffio ripido dei gatti,
che resistete
immobili alle tempeste, nell’antica
saggezza del sopravvivere.

(agosto 2006)


Ritornano dal calcio con i borsoni
grondanti. Pregano alta
la calata di casa, azzurrobianchi
sul nero luccicante della pelle.
E un sorriso che abbaglia
quando all’amico scorto di lontano
porgono un cenno.
Il traffico li lambisce come un vento
leggero, ne asciuga la pena.
Vorrebbero
essere come il carpino
mentre cresce il meriggio abitato
dai moschetti e dai passeri,
dal fondo della radice negli ariosi
fiocchi lungo i pendagli
spiccando il volo breve primaverile,
la fragile allegria di un riscatto.

(maggio 2006)




"Fingono nelle loro sicurezze / di non sapere quello che conoscono": credo sia una riuscitissima definizione dei poeti… sì qui si parla di giovinetti, ma questi appunto ci rimandano al fanciullino di pascoliana memoria, a quella mistura di ingenuità, stupore, captazione ed espressione meno schermate dei sentimenti, delle persone, del mondo (visibile e invisibile) e degli eventi che dovrebbero caratterizzare l'occhio tendenzialmente iperlinguistico di chi si esprime in versi.

Filippo Davoli (autopresentazione):
«Da ottobre 2005 sono educatore professionale di minori extracomunitari senza tutela. Grazie a questa esperienza, tutto quello che ho fatto prima, pur non rinnegandolo, mi appare oggi, se non inutile, asfittico (la stanchezza, peraltro, era in corso già da un po’). Se dunque qualcosa ancora ho scritto (e tuttavia volutamente senza progettualità), è per significare che non ho chiuso snobisticamente un ciclo, ma – per così dire – ho assecondato il successivo, il cui invito continua a indicare ancora una volta più in là, ma la percezione se ne fa più certa.»
6