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martedì 21 aprile 2026

Gocce di vitalità condensate in versi dirompenti

recensione di Vincenzo Capodiferro pubblicata su Insubria Critica


Como una ebrietad / Come un’ebrezza è una raccolta di poesie di Gladys Besagoitia Dazza, scrittrice peruviana, edita da Fara, Rimini 2025.

«La poetessa italo-peruviana» scrive Alessandro Ramberti nella postfazione, «ci invita a scovare il buono nel quotidiano, a godere degli affetti, dell’amicizia, della natura, a inebriarci di relazioni in cui il tu e l’io diventano un noi, che esonda, contagia, moltiplica il bello che c’è un ogni persona».

Ogni giorno sono più vicina
alla fine del mio viaggio
sento il volo veloce delle ore.


Gladys nei sui versi, come un sismografo preciso, registra i palpiti del vitalismo cosmico. Siamo immersi nel fiume eracliteo del tempo, che è la struttura stessa dell’esistenza, come ci insegnano gli esistenzialisti, questo fiume, che - riprendendo la nota di Alessandro - spesso esonda: il Bene, nel linguaggio antico dei neoplatonici, è proprio come questa inesauribile sorgente d’acqua che sovrabbonda e sgorga, è come Sole, inesauribile sorgente di luce. Ed i versi di Gladys sono fluidi e luminosi, come quel Bene inesauribile.

Dopo le ore tenebrose,
vivere respirare ridere
amare sorridere rinascere
entrare con gli occhi
nel giardino del mare.


Poesia è specchio di vita che si dimena tra “luce e ombra”: in questi versi rigogliosi che si iscrivono nella cornice della vitalità, senza punteggiatura, cioè senza pause, in una continuità assoluta; in Natura vige il principio di continuitas. Si inneggia al vigore che sorge e risorge dall’erlebnis, si respira aria di dannunziano panismo, come l’albero che

mi penetra mi cresce dentro,
radici tronco foglie musicali
respirano come i miei respiri.


La Natura è fatta di cause e forze interne e cause interne. Questa potenza vitale è divina. La poesia diventa espressione di vita, non è un puro esercizio musicale. Come un’ebrezza è un canzoniere attento e vispo che risente di uno scientifico e intuitivo coglimento del flusso di un bruniano universo, di quello spirito, che in fondo è il respiro del mondo stesso. La poesia crea appunto quella dionisiaca ebrezza e si connette con l’emotività cosmica. Non c’è nei versi di Gladys rielaborazione, ma espressione pura, così come all’anima si presenta il palpito emozionale, puro flusso di incosciente coscienza, non ancora riflessa, prima del tocco magico della ragione, che come Mida, trasforma tutto in oro. Leggere i versi di Gladys ci riporta quasi in contesto originario della poiesis, intesa come mimica, impulsiva creatività, imitazione della divina creazione.

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martedì 3 marzo 2026

Raccolta innervata da una lingua poetica musicale e solenne

recensione di Vincenzo Capodiferro
pubblicata su Insubria Critica - marzo 2026



Atlante delle ferite è un’opera poetica di Stefano Calemme, classificata prima al Faraexcelsior, pubblicata da Fara, Rimini 2025: «raccolta innervata da una lingua poetica solidissima, musicale, solenne, un flusso dal passo lento che non concede mai nulla al superfluo e che anzi fa di uno stile sorvegliatissimo ed elegante la sua cifra definitoria,» si legge in una motivazione del poeta Davide Valecchi. L’opera è suddivisa in quattro sezioni che corrispondono appunto alle coordinate dei quattro punti cardinali, proprio come in un atlante.

Gli alberi cadono in disgrazia
quando smettono di essere amati.
Diventano rovine di un tempio sacro,
ogni foglia una reliquia devota al buio.

Bellissima questa immagine della natura oltraggiata. Le ferite dell’animo umano si riflettono in tutto l’universo. Le foreste sono templi sacri, come ai tempi degli antichi druidi. Le foreste sono naturali cattedrali gotiche. Stefano ci propone una topica di una dimensione psico-cosmica offesa, violata. Ogni uomo passa inevitabilmente dalle forche Caudine di traumi più o meno forti e psico-fisici. Come peste la ferita è la regina indisturbata del mondo per tanti lustri, basta seguirne con animo sbigottito, il suo corso sterminatore, più o meno cruento, ad intervalli più o meno estesi. Poesia è frutto di questo dolore e dolore è frutto di amore ferito. Dolore e amore nell’uomo hanno una natura intenzionale: si riferiscono sempre a qualcosa, o a qualcuno. La perdita è perdita di qualcuno o di qualcosa. La ferita indica esistenzialmente uno sconquasso, una lesione traumatica, ma parimenti un’intima esperienza dolorosa.

Il richiamo di chi si disannuncia
ha il valore di un inno cantato
da una frontiera senza il peso
della gravità, l’argine
dove le cose senza nome vanno
insieme per cieli.


Anche qui notiamo il valore del silenzio e dell’assenza che è più forte a volte della semplice presenza. Questo è il profondo significato dell’esistente. Euripide strepitava: - Gridi chi ha voce più forte del silenzio! Il silenzio, il vuoto danno senso alla voce, all’essenza ed all’esistenza. La morte paradossalmente dà senso alla vita: quel “vivere-per-la-morte”.

Passeggiando tra le tue ossa,
ho visitato le rovine di una città
come in pellegrinaggio per la pace,
c’erano mura spoglie del calore umano
battiti conservati nel vetro
e un mucchio di acerbe ansie.


Fitta questa metafora delle città necropoli, ove vagano anime dannate e morte, spente del calore vitale e della luce estra-fisica. Munchiani personaggi senza volto, pirandelliane maschere, spettri s’agitano in uno schermo teatrale, che oggi ancor più si è trasferito sui quadretti che si portano appresso notte e giorno, platoniche caverne, cellulari appesi a invisibili catene che imprigionano l’umanità osservante. Magari fosse “lo spettro che s’aggira per l’Europa” che turbava Marx. Sono spettri informi, incolori, inodori, insapori. Come è brutto sentirsi insipidi. Il sale della terra dove è finito? La luce del mondo dove è finita? Ci sono sempre quei gramsciani chiaroscuri, pericolosi, infide come fiumare sordomute. Con il tabu della morte, della sofferenza, della malattia svaniscono i labili confini tra regno dei viventi e dei morti: non c’è più differenziazione, ma negazione, semplice negazione, senza superamento.

La poesia di Stefano Calemme non è di facile lettura, è una poesia filosofica, dissonante, fuori coro. Bisogna rileggerla più volte per cogliere un non-senso, tipico del nichilismo giovanile in atto. Non è più il petrarchesco “giovenile errore”. Si riflette quel luogo dello smarrimento tipico della società liquida, del disagio giovanile. Però questo groviglio di versi intrecciati in trame più disparate rivela un mondo fatto di assurdità e di sconforto, ma anche di superamento o, meglio, di esistenzialistico oltrepassamento. La coscienza ferisce: il prendere coscienza, ma questo passaggio è necessario e la poesia, in questo caso, come logos farmaco si propone come unguento risanatore. Sicuramente Stefano con questi presupposti sarà un ottimo insegnante.

giovedì 20 novembre 2025

Versi in cui sono presenti affondi originali e fulminee intrusioni

recensione di Vincenzo Capodiferro

pubblicata su Insubria Critica




Piccolo bestiario è un’opera poetica di Alessia Boldrini, pubblicata da Fara, Rimini 2025, vincitrice al concorso letterario Narrapoetando. Leggiamo fra le motivazioni dei giurati: «Versi in cui sono presenti affondi originali e fulminee intrusioni e intuizioni, da cui traspaiono, talora, sia una sottile ironia che, di contro, una soffusa malinconia» (D. Nardin). «In questo bestiario sono le figure dei animali, reali o mitologici, a dare spessore all’umano» (A. Ruotolo).
La giovane poetessa, con un esperimento poetico originale e irripetibile, ci ripropone in versi un insolito, ma recondito legame dell’umanità all’animalità. Sono finestrelle che si affacciano a paradigmi anche arcaici, come la favolistica grecolatina, i compendi medievali, fino al totemismo tribale e sciamanico. «Leggere Piccolo bestiario è come un viaggio dentro un mondo che ha l’apparenza di qualcosa di familiare, ma che ti stupisce e ti incanta,» scrive Anna Paradisi nella prefazione.

Al cervo

Ti son caduti i palchi

La scorsa notte – …

Gli zoccoli ti hanno

portato lontano

nella vergogna

ma io sono qui

pronta a perdonarti

l’essere figlio fragile

dell’inverno.



È l’immagine dell’uomo adamitico che scopre la vergogna originaria. Il palco è simbolo della fecondità. Il palco in fondo è ciò che si esibisce, ma anche la base dove in arte ci si esibisce. Il cervo rappresenta la ciclica rinascita dell’antica madre, di cui l’uomo in parte fa parte, alla sua radice, ma che si stacca nel tronco e nei rami, credendo di sfidare babelico i cieli, oltraggiando la nutrice primordiale. Le radici in fondo sono rami che si estendono all’ingiù. S’asconde una intensa rappresentatività erotica, la quale freudianamente diviene medesimezza impudica. Un simile intendimento si intravede in “Sirene”, ove la poetessa si rivolge così a questo essere mitologico:


Ti ho insegnato a camminare

ma tu ti ostini

nel blu senza riserva…




Ti ho fatta arrabbiare e tu

hai fatto tempesta

parlando la lingua dei venti…



In “Dialettica dell’illuminismo”, gli autori Horkheimer e Adorno paragonano il borghese moderno all’Odisseo, cioè il Nessuno, incatenato, gli operai ai commilitoni con le orecchie turate innanzi alle sirene/passioni. Come è difficile addomesticare questi animali interiori che vanno a costituire un bestiario intrapsichico! Son i fiumi irrefrenabili che ci scorrono dentro, sono i venti impetuosi di cui parla la stessa Alessia, sono i “maremoti nello stomaco”, perché dentro di noi c’è un altro mondo, con foreste, cieli, mari e fiumi e monti e piane. Noi, in fondo, siamo, i “fragili figli dell’inverno”, come foglie rinasciamo ad ogni primavera e cadiamo ad ogni autunno, nonostante i cambiamenti climatici. Così cantava anche il greco Vate: «Le generazioni degli uomini sono come le foglie: le fa cadere il vento ma altre ne spuntano sugli alberi in fiore quando viene la primavera. Così le stirpi degli uomini, una nasce, l’altra svanisce» (trad. R. Calzecchi Onesti).


In fin dei conti

non siamo che arterie

e nervi – …

Fisico pulsare

di pulsioni metafisiche.


Siamo immersi in quel dannunziano e panico oceano dell’universo. Siamo conduttori dell’energia cosmica.

martedì 8 luglio 2025

Voce poetica puntuta che mira all’essenziale

recensione di Vincenzo Capodiferro
pubblicata su Insubria Critica, il 7 luglio 2025



La raccolta Molto più grande di Andrea Biondi, è stata pubblicata da Fara, Rimini 2024, segnalata da Franca Oberti al concorso Faraexcelsior 2024: «La sua poetica è caratterizzata da una voce puntuta che mira all’essenziale. Lo sguardo alla realtà è salace e a tratti sferzante, chiede all’uomo di essere responsabile del proprio agire e ci spinge a volgere gli occhi in ogni direzione: attorno, sotto e sopra di noi, così da dare alle cose la loro giusta dimensione.»

Il cielo
mai ha preso per il collo
una creatura
né le stelle
stanno là per incatenarci.

Gli uomini
si mostrano al male devoti,
non fanno
che rinforzare catene.


La poetica di Andrea si rivela essenzialista, al limite di un neo-ermetismo bisunto e convesso, rispetto al vetero-ermetismo. È come la geometria non-euclidea, rispetto a quella euclidea. Vi si coglie una spietata e feroce satira latente verso la novella Weltanschauung onnicomprensiva e unilaterale.


Belli i tempi antichi
quando gli dei almeno
erano sì sì, no no.

Ora c’è un dio ridicolo
nel suo squallido sudario
che gli specialisti chiamano:
mistero.


Andrea preferisce l’antico politeismo all’attuale monoteismo ateo.
Molto più grande rimanda ad una visione:


La vita
è ben più grande
della vita e della morte.

La pace
è ben più grande
della pace e della guerra.



La lezione della Gestalt ce lo ripete: “Il Tutto è più della somma delle parti”. Questa visione non è solo umana, è la visione del Tutto, che si impersona in un’entità che noi diciamo divina. “Dio è più grande del nostro peccato”. Ciò che non ha capito Caino. Ciò che non ha capito Giuda, ma che ha capito Pietro.

Ci rompono ancora l’anima
con inferno e paradiso
come se fossimo bambini capricciosi.


Inferno e paradiso sono, secondo gli ortodossi ed anche i mistici tedeschi, la stessa luce divina, lo stesso fuoco d’Amore, percepiti in modo diverso. La Valtorta scriveva: «In Paradiso è fuoco di amore perfetto. In Purgatorio è fuoco di amore purificatore. In Inferno è fuoco di amore offeso.

Non mi capacito
di una necrofilia
così diffusa.

Perché gli uomini
amano tanto la morte?

Deve avergli promesso
qualcosa in cambio


Il culto della morte nella contemporaneità celebra il nichilismo e di conseguenza il post-materialismo, il post-consumismo, che si traveste da pseudo-climatologia, vana preoccupazione per l’ambiente, senza alcun rispetto per la Natura. L’imperativo di Jonas è ancora lontano dall’essere compreso ed attuato. Il tabù della Morte viene esorcizzato attraverso un culto recondito. Tutto finisce con la vita. Non c’è una visione di un al di là. Tutto è al di qua, anche la teologia. Marx ha vinto, anche se ha perso a livello politico. Questo è il profondo senso di Molto più grande: la realtà è molto più grande di quanto possiamo percepirla.

Andrea Biondi, nato a Rimini nel1986, si è laureato in Lettere all’Università di Urbino nel 2009 e specializzato in Scienze Religiose nel 2017. Nel 2019 si è laureato in Antropologia culturale all’Università di Bologna. Sempre con Fara ha pubblicato: Le campagne hanno bocche (Faraexcelsior 2017); Ghironda (2019) e La gente di quassù è nemica (2022). Insegna nelle scuole superiori del maceratese.

martedì 1 luglio 2025

SE MI CONOSCI… Espressione poetica “tipicamente autoreferenziale che rimanda all’interlocutore”

recensione di Vincenzo Capodiferro

pubblicata su Insubria Critica



Se mi conosci… è una raccolta poetica di Vincenzo Mastropirro, pubblicata da Fara, Rimini 2024. Vincenzo 

Mastropirro si definisce poe-musico, originario di Ruvo di Puglia, vive a Bitondo. È flautista, compositore e poeta: ha inciso 20 CD. Ha suonato in teatri prestigiosi. In poesia ha pubblicato diverse raccolte. Ha ricevuto diversi riconoscimenti letterari in vari concorsi. Come descrive l’autore la sua raccolta: «Se mi conosci… è considerata un’espressione tipicamente autoreferenziale che rimanda all’interlocutore i termini della sfida e dell’aspettativa». È bella questa coniugazione tra musica e poesia, la creazione originaria, fin dai tempi di Pitagora. Per Pitagora l’Universo canta, i pianeti emettono suoni, che ormai non percepiamo più per l’inquinamento acustico, né vediamo più astri di notte, per l’inquinamento luminoso, e l’uomo è una delle tante note della sinfonia cosmica. La poesia originaria, in fondo, patrimonio orale, era canto. Ne sono testimonianza ancora i ritmi classici, le rime, i canoni, che dalla poesia contemporanea sono stati spazzati via. Schopenhauer sosteneva che la musica è la suprema forma d’arte, pura espressione della Volontà. La poesia di Vincenzo si avvicina molto alla musica: è pura espressione del sentimento. Lo si può capire già dai primi versi, dove si rivolge alla madre:

Se mi conosci…

Se mi conosci…

Se mi conosci, e mi conosci! 
So che mi aspetterai oltre ogni limite!



Come non ricordare La madre ungarettiana? Con una prospettiva forse un po’ diversa:


Dopo la morte non c’è più nulla

e poi ancora nulla che sia nulla.

Lo dico io perché il nulla lo conosco.



Ma al di là del nichilismo, tanto attuale, che si perde nella liquidità sociale, religiosa, politica, economica, culturale, risuona l’eco del fideismo:


Un giorno, Cristo ci parlerà con parole aspre

e sarà mia madre che gliele suggerirà.


La raccolta si staglia in vernacolo e italiano. Non abbiamo voluto riportare la versione in vernacolo. È spettacolare. È pura musicalità. Tutta la raccolta è un “inno alla madre” “dopo che se n’è andata”.

Da buon esteta, il Nostro scorge la voce musicale in tutto, nei vecchi “cardini arrugginiti”, nel “calpestare vetri rotti”. La Natura ci offre una sinfonia simbolista, che animò già le onomatopee dei nostri Pascoli, i sentimenti panici dei nostri D’Annunzio. Riportiamo una parte della nota alla poesia “Se vorrai”, “Inno alle madri” di Angela de Leo: «Vincenzo Mastropirro, amico carissimo, poeta soprattutto dialettale, ottimo musicista e compositore, docente dei musica, ha scritto questa intensa, tenerissima Poesia, il giorno prima che sua madre si spegnesse “sul mare degli assoli”. Ultimo canto per la sua amatissima madre. E inaspettatamente in italiano…». Ci rimembra l’Ultimo canto di Saffo. La madre, per un uomo è quanto di più profondo ci possa essere: non si tratta solo di un edipico avvinghiarsi. Come diceva William Shakespeare: – Noi non veniamo dalle stelle o dai fiori, ma dal latte materno. Siamo sopravvissuti per l’umana compassione e per le cure di nostra madre. Questa è la nostra principale natura.

martedì 10 giugno 2025

Versi coraggiosi ed esplorativi di Cesare Cuscianna

recensione di Vincenzo Capodiferro
pubblicata su 
Insubria Critica



Lettere dal fronte è un’opera poetica di Cesare Cuscianna, pubblicata da Fara, Rimini 2024, vincitrice al Faraexcelsior. Già il titolo ci dà un’idea di “Grande Guerra”, di trincea, di bellum omnium contra omnes. Questa è la vita. Leggiamo nel giudizio della giuria: «Quel che resta in cuore e nella mente dopo la lettura di Lettere dal fronte è la conferma che la guerra è semplicemente un’assurdità. Un’orribile assurdità. Versi coraggiosi osservano, esplorano, pensano, desiderano, scavano, appuntano sentimenti e momenti intimamente profondi, situazioni tragiche». “La guerra è regina di tutto”, scriveva Eraclito l’oscuro. La guerra è un’assurdità, purtroppo reale. E la storia ancora non è riuscita a bandirla dai suoi annali, con tutti gli insegnamenti secolari.

Non sopravvivi

se non ti aspetta un desiderio
solo chi ama fa arretrare il tempo
c’è troppa morte in questa primavera
mai visto un tulipano o una rosa
tornare al sonno
ma è cura vegetale avvolgersi nel buio,
il nero sperare sia solo di passaggio.

Il mondo si sgretola ogni giorno
così remissivo da sembrare irreale…


Commenta Alessandro Ramberti nella postfazione: «Troviamo in queste Lettere un gioco bello e impegnativo fra il poeta, tessitore di immagini ed indagatore di verità che oscillano fra una cruda materialità e una labile ma pervasiva ed emozionante ricerca di senso, e il pensatore che fa i conti con una quotidianità spesso greve e costellata di assurdità». È il conflitto irrisolvibile tra ragione e sentimento, tra ideale estetico e ideale etico.

Se scrivessi una lettera ti direi
la guerra continua ma sto bene
e faccio il mio dovere


La guerra cui allude il Nostro non è solo quella esteriore, ma quella interiore, nonché quella vissuta ogni giorno sui fronti della vita, dello stress quotidiano, del “Panta Rei” dell’esistenza umana. Trincea è il mondo del lavoro, tutto, l’erleben quotidiano.

Il tempo è oppio
non più desiderio ma sapienza…


Tempo rimanda a Tempio: “la religione oppio del popolo”. La scientia temporis cioè la coscienza del tempo che rimanda all’heideggeriana esistenza autentica diventa sollievo, cioè vera sapienza, non desiderio, fonte, invece, di dolore.

Lì, intorno a te
cresce l’intangibile momento…


La vita vera sta in quell’attimo che fece esclamare ad Ungaretti: “M’illumino…”. La voce dalla trincea di Cuscianna esprime anch’essa allegria. La vita è naufragio, ma dolce se si coglie, come Leopardi, quel “carpe diem”. Afferrare l’attimo, quello che i greci antichi chiamavano il “kairòs”, dentro il “cronos”, cioè lo scorrere indisturbato degli eventi. Cogliere, come in Quasimodo, farsi trafiggere da “un raggio di sole”:

E poi prendimi, stanchezza
con l’ultimo raggio di sole…

La poesia di Cuscianna è profonda, instabile, rivoltante, non offre sempre lieti cuscini, invita a prendere coscienza di una guerra assurda che ci circonda. Siamo come soldati, ogni giorno, ma ci fermiamo un attimo a pensare, a godere quell’attimo intangibile che ci passa accanto, ogni momento?


Cesare Cuscianna, medico e psicologo, ha vinto: il premio Cesare Pavese 2002 poesia inedita, sezione medici scrittori; il Premio Giovanni Bertacchi - Scia di Buone memorie 2023, poesia singola; il Premio Samnium 2022 e il Premio Xenia Book Fair 2023 con sillogi inedite. Ha pubblicato il romanzo “La Malerba” (Antigone Edizioni 2009, finalista al Premio Calvino 2009) e la raccolta di racconti “L’ippopotamo nella neve e altere vite ancora” (L’Erudita 2022, vincitore Concorso Argentario 2022 e Premio Città di Arcore 2023).

lunedì 5 maggio 2025

“Questa messe impura" di Felice di Beng. Poesie robuste che scuotono…

recensione di Vincenzo Capodiferro




Poesie robuste che scuotono…

Questa messe impura è una raccolta di poesie di Felice Di Benga, edita da Fara, Rimini 2024. L’autore, Felice Di Benga, nato a Napoli nel 1955: laureato in Scienze agrarie, vive a Roma. Ha girato il mondo e conosce cinque lingue. È cultore della Scienza Storica. Tra le sue raccolte segnaliamo: Ci troviamo soli a consumare (Fara 2020), la quale ha ricevuto vari riconoscimenti. Scrive Adalgisa Zanotto nella Motivazione: «Di fronte a poesie robuste che scuotono, sei scosso da un’aurora silente e sussurrata». I versi di Felice risultano ruvidi e raspanti come quegli steli di paglia della messe, che egli cita nel titolo. La sua poesia ci ricorda quella civiltà contadina, celebrata da poeti come il nostro Scotellaro. Egli d’altronde proviene dalla tradizione agraria.

Ci trascinerà
questa messe impura
che fa di ogni giorno
un unico fascio indistinto.
Nulla ci salverà
se non l’amore diviso in mille rivoli…


C’è un’evidente allusione alla parabola della zizzania. La vita scorre in sfumature grigiastre, tra bene e male, tra luci e tenebre. Questo è il Panta Rei. Si legge nella postfazione: «Non si tratta forse del nostro stare al mondo come un “unico fascio indistinto”, essendo fili d’erba di un campo dove convivono grano e zizzania…?». Questo fascio indistinto che ci illumina, tra luci ed ombre e altrimenti non potrebbe essere tale (troppa luce e troppa tenebra ci rendono ciechi) ci ricorda quel fascio di impressioni di Hume: la vita è sogno.

Non parla la finestra
che accoglie un vagabondo meriggio…

Cosa resta di noi
se non i corpi sfuggiti…


Grande enfasi! Noi siamo come finestre sul mondo. Dalle nostre finestre, gli occhi, entra la luce dentro la nostra anima. Siamo platoniche caverne, monadi leibniziane, ma abbiamo delle finestre, non siamo senza finestre, né porte. Siamo in comunicazione col mondo, con altre anime. Ma non solo: l’arte ci offre spesso finestre schellinghiane, donde, affacciandoci, scorgiamo l’altro mondo, quello della fantasia. Il tutto si trova fuso in quello scettico “fascio indistinto”, che coglie fantasia e realtà. Solo l’amore ci salva, come dice il nostro. Scriveva Hugo: «Disgraziato chi avrà amato soltanto corpi, forme, apparenze! La morte gli toglierà tutto. Cercate di amare le anime, le ritroverete». I nostri corpi sfuggono continuamente. «Godi, fanciullo mio…». Una nota di profondo pessimismo pervade le forme poetiche di Felice, che risuona anche egli, nel suo nomen/omen come ungarettiana “Allegria”.

Fummo
cercatori di anime…

Come diceva Hugo. «Il dettato poetico di Felice Di Benga è cristallino. La trasparenza della sua voce è però tagliente: invisibili spigoli affettano la realtà, incidono la carne… La vita è un flusso che dipende e non dipende da noi… (“Postfazione”).

Noi siamo come gli spettatori dell’eracliteo fiume. Crediamo che l’acqua sia sempre la stessa, ci aggrappiamo ai nostri scogli mentali. Ma tutto cambia, anche noi, anche quell’osservatore O., che scruta con occhio scientifico la realtà. Tutto scorre. La realtà è paradossale. È “messe impura”. Le nostre categorie mentali non sono pure, come pretendeva Kant. L’Osservatore trascendentale si trova immerso in un campo di grano indistinto, in mezzo a percezioni subliminali. Percepiamo indistintamente il tutto, il campo, ma non i singoli elementi. Percepiamo il mare, ma non le singole onde, percepiamo il mare di grano, ma non le singole spighe che ondeggiano al vento. Siamo noi stessi delle “canne pensanti”. La nostra visione del mondo è impura: questo il messaggio profondo che vuole infonderci la poesia di Di Benga.

lunedì 13 gennaio 2025

Una poesia che nasce dal silenzio, dalla meditazione

Salvatore Mannella, Chiedetelo al vento che passa

recensione di Vincenzo Capodiferro
pubblicata su Insubria Critica




“Una poesia scritta a tinte forti dove il richiamo di ogni cosa arriva fino in fondo al pensiero” di Salvatore Mannella

Chiedetelo al vento che passa. Poesie (1987-2004) è una raccolta di poesie di Swami Prem Salvatore Mannella, edita da Fara, Rimini 2024. «Le poesie racchiuse in questa silloge appartengono ad un antico progetto editoriale» - annota la curatrice Stefania Longo - «concepito dall’autore, ma purtroppo abbandonato e dimenticato. Saltato fuori, come per caso, nel riordino dei materiali privati dopo la sua scomparsa prematura, mi è sembrato propizio fargli vedere la luce per onorare la sua memoria».

Chi è Salvatore Mannella? Lasciamo scorrere una testimonianza di Gaetano Failla: «Swami Prem Salvatore Mannella, poeta ed intellettuale riservatissimo, di indicibile dolcezza e di intuizioni rivelatrici, ben lontano dal cicaleggio di vacui palcoscenici mondani, amante della poesia e dell’opera di Nietzsche, sin dall’adolescenza, profondo conoscitore di Leopardi, Dostoevskij, Strindberg, Cioran, Jünger, ha incontrato presto sul suo sentiero la luce di Osho…».
Da queste poche battute possiamo capire che è un uomo profondo, un “Solo e pensoso”, che ama «la natura e i solitari vasti spazi nordici, prossimi alla vertigine del Polo», l’ultima Thule, il Valhalla, consimile al Nirvana. È un “passero solitario”, come il suo Leopardi, pensieroso, che si perde ad immaginare proprio quei “vasti spazi”: «interminati spazi», «sovrumani silenzi», «profondissima quiete». La sua poesia nasce dal silenzio, dalla meditazione:

«Parla se hai parole più forti del silenzio, o conserva il silenzio». È una massima euripidea.

La sua poesia? Riprendiamo la nota della premessa di Battista Trapuzzano: «Una poesia… scritta a tinte forti dove il richiamo di ogni cosa arriva fino in fondo al pensiero: quasi una continua, ininterrotta pausa che medita su tutto. Una poesia che da sé esclude anche la capacità di obliare il silenzio che la genera», come dicevamo. Il fenomeno del silenzio diventa artificio, strumento di espressività. La pausa avvalora il suono, la parola. Il silenzio è punteggiatura, struttura ontica, ‘semplice presenza’. L’assenza si spiega con una pre-presenza. «Queste poesie non seguono le tracce lasciate da altri nel bosco delle parole e non vanno dritte a nessun incontro certo. Sono poesie vaganti, ombre nelle ombre, nel fitto delle inquietudini». Le poesie di Salvatore sono come heideggeriani “sentieri interrotti”.

La raccolta di Salvatore Mannelli è un petrarchesco “Canzoniere” esistenziale, profondo, intenso, pungente come quel vento di Bora, del Nord che egli amava. La raccolta di Salvatore è come Vita d’un uomo d’Ungaretti: «La poesia sola può recuperare l’uomo». Affidiamo al lettore l’arduo compito di poter gustare le sue meditazioni in versi. Sarebbe veramente difficile trovarvi un filo conduttore. Sarebbe un filo d’Arianna che scorre infiniti labirinti. L’udito è un labirinto, la sezione aurea ce la portiamo in testa. Siamo universi in pillole. Assaporare la poesia di Mannella è come entrare in un New World. La sua poesia è Upanisad. Riportiamo l’ultima poesia:


Hölderlin

Senza la poesia l’uomo
altro non è che un puro scoglio,
un sacro vuoto,
un vaso che non distilla vino
né conserva lo spirito della vita.
Senza la poesia non esiste niente,
gli immortali appassiscono in fretta –
gli Dei
nella noia non sentono,
hanno bisogno di chi senta per loro
perché è nel canto che si consegna
la Gloria, e la gioia raggiunge
il destino.


«E perché i poeti nel tempo della povertà? Chiede l’elegia di Hölderlin Pane e vino. Oggi comprendiamo a stento la domanda. Come potremo intendere la risposta che Hölderlin dà? […] Con la venuta e il sacrificio di Cristo ha avuto inizio, secondo la concezione storica di Hölderlin, la fine del giorno degli Dei.» (Heidegger, Sentieri interrotti)

Vorrei lasciare il lettore con la stessa domanda che si pone Heidegger. L’età degli Dei finisce. L’età degli eroi finisce. L’età degli uomini? L’età della poesia finisce. L’età della prosa… “la morte dell’arte” (Hegel). La poesia di Salvatore è un’eterna domanda che ci pungola, come socratico tafano, alla ricerca: «Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta».

Continua su Insubria Critica

mercoledì 25 dicembre 2024

“Un intenso patrimonio affettivo” tradotto in versi

pubblicata su Insubria Critica - 21 dicembre 2024


ABSORBEAT DI GIOVANNI ANDREOLI

Absorbeat è una raccolta di poesia di Giovanni Andreoli, edita da Fara, Rimini 2024. «Una poesia non è scrivere alcune frasi», scrive Dante Zamperini nella prefazione “Schegge di vita su un foglio bianco”, «è uno stile di vita che qualcuno ha in dono per affrontare e gestire i fatti che il tempo riserva». Poesia è vita, non è semplice genere letterario: e una vita creativa. Giovanni, infatti, sempre come riporta il prefatore, ci lascia «un intenso patrimonio affettivo, gravato di un carico di pensieri stipati all’interno di un vissuto, di cui l’autore ci svela il significato con il lato oscuro del suo continuo perdersi e ritrovare un centro anche quando la vita obbliga ad affrontare un lutto…». La poesia nasce da sentimenti forti e i sentimenti originari sono sempre amore e dolore: essere o non essere, amletico dilemma.

Non c’è fantasia,
manca l’allegria,
ne approfittano gli animali.

Milioni di cani e gatti ruffiani,
ogni sera cenano
pasti gourmet tre stelle.


Poesia nostalgica. Manca quell’ungarettiana “allegria” che si assapora proprio nei momenti più difficili. Ci sono prove nella vita, il lutto del poeta rimanda alla dipartita del padre: «Le vecchie mormoravano:/ L’è na, l’è na…/ Ugualmente il traffico/ attraversava la stanza».

Poche parole, misurate, meditate, sofferte, fotogrammi sintetici dell’esistenza, scattati da una vecchia macchina fotografica, ancora a rullino: così possiamo definire questi versi semi-ermetici, semilavorati, del poeta veronese Giovanni Andreoli, i quali lasciano spazio a profonde riflessioni. Si diceva appunto “schegge di vita su un foglio”. L’anima non è già un foglio bianco, contiene le predisposizioni originarie, primitive, genetiche alla vita.

Questa poesia trae ad esempio la “banalità del male” quotidiano: la mancanza di allegria, soprattutto nel dolore, nel dramma della vita. Io dicevo ad un convegno con due parole, per esprimere lo stesso concetto che Giovanni vuol far trasparire: «Cani! Gatti! Biciclette! Ho detto tutto!».

Seduto sulla panchina
la vita mette allegria.
Penso in modo razionale, sereno.
Però non capisco, quando mi alzo…


La vita mette allegria, serenità, in quei pochi momenti in cui siede, la mente è lucida, calma, in quiete. Come capire la “quiete”, “dopo la tempesta?”. È diversa da quella prima della tempesta.

ABSORBEAT

Io senza Dio
sono solo la mia voce.
Un dettaglio, dispari o pari…

Parla della solitudine esistenziale dell’uomo come genere, non sempre come singolo: il singolo davanti a Dio di Kierkegaard! Solo nella dimensione umana la singolarità è superiore alla specie. Annota Alessandro Ramberti nella postfazione: «Sì, queste poesie ci spingono fuori dalla nostra zona di conforto, un po’ ci urtano perché tutti ci avvinghiamo alle nostre (false) sicurezze, a ciò che conosciamo, alle vie di fuga immediate… mentre quel che conta è riconoscersi bisognosi gli uni degli altri. Prendendo atto dei nostri limiti, delle nostre cadute, dei nostri sbagli… significa rientrare in noi stessi e rendersi disponibili all’intervento dell’amore, della grazia. San Francesco insegna».

La poesia di Giovanni Andreoli è preghiera. Riprende l’Absorbeat, attribuito a Francesco.

Rapisca, ti prego, o Signore…


Giovanni Andreoli è nato a Bussolengo (VR) nel 1962 e vive a Sant’Ambrogio di Volpicella. Operatore per disabili, ama fare lunghe passeggiate in natura. Presente nell’antologia “Olympia” di Montegrotto Terme. Pubblicazioni: Il giardino della terra insieme a Remo Xumerle (2003).




Vincenzo Capodiferro

lunedì 16 dicembre 2024

Poesia evocatrice dei profeti biblici

Recensione di Vincenzo Capodiferro pubblicata su Insubria Critica, 16 dicembre 2024



Giorno uno. Codici minori dal preesilio è una raccolta di poesie di Matteo Bonvecchi, pubblicata da Fara, Rimini 2024, classificata prima ex aequo al concorso Narrapoetando 2024. Matteo Bonvecchi (1977) è Docente al Liceo Classico di Macerata, vive a Recanati. Suoi componimenti si trovano in varie antologie. Ha pubblicato: Le odorose impronte (2018), In crepa di melograne (2020), De praecipitata luce (2021) e Come terra ferma (2022). Recanati, col suo “ermo colle”, è un’urbe ispiratrice e da questi poggi non è raro che discendano poeti. La poesia di Matteo è una poesia biblica: riprende, infatti, già dal titolo, il primo giorno della creazione. La creazione originaria è la poesia di Dio, la ποίησις, da ποιέω. Mons. Nazzareno Marconi, vescovo di Macerata, teologo e biblista, nella sua prefazione all’opera, cita David Maria Turoldo: «Gli stessi profeti della bibbia erano chiamati poeti. Tra profezia e poesia c’è tutto un lavoro che perfino si identifica. Sia il profeta che il poeta sono il vate divino». «Matteo Bonvecchi in questo suo lavoro poetico ridice, ricanta e ripropone». Vediamo alcuni versi da “Amos”, che sono molto forti e non c’è bisogno di commento. Riprendendo sempre il Turoldo, citato da Mons. Marconi: «Il profeta denuncia il presente perché lo confronta sempre con l’eternità della parola». Lasciamo declamare il poeta: «Riempite, riempite pure/ con milioni di litri/ le vostre piscine di cloro/ d’acqua seccando/ le falde, / sottraendola all’orto/ del povero…». Il poeta denuncia, “Vox clamantis in deserto”, l’oltraggio alla Natura madre. Richiamo al francescano “Laudato si’” di Papa Francesco, all’imperativo ecologico di Jonas. Il poeta è la “Vox”, è quel Battista e la sua lingua passa attraverso gli elementi, soprattutto il fuoco. La verità suscita sempre resistenza, sconforto, opposizione. Nessuno sopporta la verità. Come dice il proverbio: “Chi dice la verità vuol essere ucciso”. Il poeta è il profeta della verità, di quella verità che sarà annunziata sui tetti. Tutto ciò che è nascosto sarà svelato, questa è l’ἀλήθεια. Ma cos’è che si nasconde? Il male. Questo è il rimosso di Freud. Il male provoca rimozione, peccato. Ma la sua denunzia provoca la desolazione, la fuga, il nascondimento, ma anche l’assoluzione, il perdono. Dipende da come ci poniamo noi: da buon ladrone o da cattivo ladrone, da Pietro o da Giuda. Anche Pietro aveva rinnegato Cristo. Perché, come scrive il Nostro: «… la luce trafigge…». L’empio, cioè colui che nel cuore ama il male e non il sommo Bene, è come vampiro che non può uscire alla luce del sole, verrebbe bruciato: «La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta». Il poeta vero è sempre sacerdote, pontefice, cioè, collega i mondi, è copula mundi. All’inizio i sacerdoti erano poeti, i testi sacri poesia. Il linguaggio originario poetico della creazione è poesia creatrice che diviene evoluzione creatrice. Leggiamo sempre in “Amos”: «Sarà il vento così rovente, sarà/ questo cielo di colostro/ se sul divano di damasco/ più non si distingue una madre/ dalla figlia (o un padre: non meravigliatevi se poi quel giorno sarà tenebra/ e non luce…». I versi di Bonvecchi sono lame affilate. C’è un proverbio, ripreso in effetti dal Libro dei Proverbi, che dice: “La lingua non è osso, ma rompe l’osso” (Con la pazienza il giudice si lascia persuadere, una lingua dolce spezza le ossa, si legge in Proverbi 25,15). In questo caso si riferisce alla mormorazione, al male che può arrecare la parola. La lingua, potentissima lingua, tanto che Gorgia esclamò: - La parola è grande dominatrice (λόγος μέγας δυναστης ἐστί), in questo caso viene usata per smascherare le illusioni fenomeniche e riportarci all’essere vero. Il Logos diviene manifestazione della verità e, come dice Agostino, «La verità è come un leone. Non avrai bisogno di difenderla. Lasciala libera. Si difenderà da sola». La poesia diviene un lasciar esporsi del Logos nella sua divina creazione, libera creazione, non emanazione, in senso panteistico. Così questo tipo di poesia diviene una prosecuzione dell’opera profetica biblica, è una Bibbia che si evolve e si arricchisce sempre di più.

martedì 10 dicembre 2024

“E fu sera e fu mattina” di Francesco Randazzo a cura di Vincenzo Capodiferro

recensione di Vincenzo Capodiferro su Insubria Critica - dicembre 10, 2024

E FU SERA E FU MATTINA

Una lastra fotografica sensibilissima che emoziona e lucidamente regista le ragioni del cuore



E fu sera e fu mattina. Libri del tempo è una raccolta poetica di Francesco Randazzo, edita da Fara, Rende 2024. Come scrive Alessandro Ramberti nella prefazione: «La poesia di Francesco Randazzo è una lastra fotografica sensibilissima che emoziona e lucidamente registra le ragioni del cuore (del suo e del nostro)… I poeti, come i profeti, sanno vedere oltre, lontano, e, come Nathan fece con Davide, possono scuoterci, tirarci fuori dalle nostre bolle di transitoria e deleteria onnipotenza. Se non li ascoltiamo, rischiamo di fare la fine del pazzo di Gela …». Certamente Alessandro rimanda, qui, ad un’antichissima concezione, quella del poeta vate e del poeta profeta. L’ultimo poeta vate è stato D’Annunzio. L’ultimo poeta profeta è stato Turoldo. La società senza poeti è impazzita: «Un pazzo di Gela s’aggirava/ per le scure strade disastrate/ della sua esistenza larvale …». La Musa rende ciechi. Ogni poeta è un Omero, un Odisseo, ogni uomo un “Uno. Nessuno. Centomila”, ma soprattutto un nulla: «… nemmeno l’al di là l’aveva voluto, così/ era soltanto invisibile,/ nulla mischiato al niente. E fu sera e fu mattino. Un nuovo giorno». Da qui è tratto il titolo, emblematico, e dilemmatico, perché da un lato rimanda alle pause creative di Dio, le sue “insonni notti”, dall’altro ad una tipologia espressiva tipica che sta tanto per “Tanto l’aria s’addà cagnà”. L’atteggiamento di Francesco è - come annota sempre Alessandro - «altalenante tra fede e scetticismo». La sua è una fede critica, non scontata. Il poeta è un Giobbe ridente, tanto per adusare un ossimoro lampante. Francesco è non è solo un regista poeta, ma un poeta regista: riprende la realtà, quella vera, non la fiction artistica. Aristotele sosteneva che la poesia è più vera della storia, per il concetto di verisimiglianza. Ma soprattutto l’arte è catartica e per questo artica: le espressioni artistiche possono congelarti, pungenti come Bora. Nel mare del nihilismo, ove pare sia dolce il leopardiano naufragio, emerge lo scoglio dell’Assoluto: «Mando un messaggio a Dio e lo ringrazio./ Sembra stupido e vano: ma cos’altro resta,/ quando tutto diventa così disperatamente inutile, cos’altro/ se non la folgorante idea di Dio?». L’idea di Dio non è Dio. Il Dio d’Abramo, d’Isacco e di Giacobbe non è il Dio dei filosofi (Pascal). Eppure hanno la stessa radice, indoeuropea: “vid”, vedere. Ciò che s’è visto. Dio nessuno l’ha mai visto; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio dimora in noi e il suo amore è perfetto in noi (Giovanni). Dio è amore.

Se ci fosse un terremoto sarebbe peggio.

Se ci fosse una guerra sarebbe peggio.

Se ci bombardassero sarebbe peggio.

Se ci deportassero sarebbe peggio.

Se ci togliessero la parola sarebbe peggio.



Come non ricordare il “S’i’ fosse foco” in chiave modernista? Francesco registra in uno sfondo poetico in bianco e nero, quasi neorealista.

Francesco Randazzo, laureato in Regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, lavora in Italia e all’estero come regista e autore. Ha fondato la Compagnia degli Ostinati - Officina Teatro, della quale è stato direttore artistico. Ha pubblicato testi teatrali, poesie, racconti e romanzi. Numerosi i premi di drammaturgia e letteratura nazionali e internazionali. Sue pièces sono state tradotte in spagnolo, ceco, francese e inglese. Con Graphofeel, negli ultimi anni, sono usciti: I duellanti di Algeri (2019), L’amore è quiete accesa (2021) e Freme la vita. I sogni di Goffredo Mameli (2024).


martedì 3 dicembre 2024

Una raccolta in stile diaristico, intrisa di “passione per la montagna”

recensione di Vincenzo Capodiferro pubblicata su Insubria Critica – dicembre 03, 2024


Senza vedere il cielo è una raccolta di poesie di Nicola Scodro, edita da Fara, Rimini 2024, classificata seconda al concorso Narrapoetando 2024. Nicola Scodro, laureato in Global Studies presso la Carleton University (Ottawa), ama scrivere e fotografare, specialmente in montagna. Narrando in poesia l’esperienza canadese, Senza vedere il cielo esplora più a fondo il “precipitoso fiume di sentimenti ed immagini” che caratterizzava già la prima raccolta poetica Naufragi di un’Illusione (2020). La montagna e l’amore diventano così appigli di speranza in un periodo in cui la vita appare come un buio labirinto di roccia strapiombante senza via d’uscita.

Leggiamo tra le motivazioni della giuria: «Una raccolta in stile diaristico in cui i componimenti sono contrassegnati da una data e da un luogo…» (Massimiliano Bardotti).

Scrive Alessandro Ramberti nella prefazione: «La poetica del giovane e cosmopolita vicentino manifesta queste inquietudini con misura e con un dettato sobrio, ma intensissimo: il suo canto ci pervade i polmoni ed accompagna i passi cruciali che prima o poi tutti abbiamo dovuto o dovremo percorrere».
Vediamo qualche verso:

la poesia è sempre stata
segreto intimo tra sogni ed anima
gelosamente custodito
come fuoco sacro
nel tempio del cuore.


La vita è sogno: paradigma caldeggiato da generazione di artisti, intellettuali, scienziati. Schelling ci ricorda: «L’arte costituisce appunto perciò per il filosofo quanto vi è di più elevato, perché essa gli apre quasi il sacrario in cui in eterna ed originaria unione arde, come in una fiamma, ciò che nella natura e nella storia è separato».

Siamo sospesi
come quell’istante
di neve a mezz’aria
tra le foglie…


Si rincorrono tracce di esistenzialismo neo-ermetico di sapore ungarettiano.
Come naufrago
m’accogliesti
e fummo soli…


Scritta a Bassano del Grappa nel 2021 ci ricorda i luoghi della grande Guerra, che si perdono negli espressionismi munchiani, quali: “viali d’oppressione”, “deserto sterile / della città”. L’uomo sperimenta maggiormente la solitudine nel naufragio esistenziale, quando crolla, quando ha bisogno, quando veramente si aspetterebbe che tutti accorressero. Eppure siamo tutti naufraghi, leopardiani, nell’infinito. “Naufragium feci. Bene navigavi”. Il naufragio ci aiuta a crescere.
La poesia di Nicola Scodro ci offre degli spunti di riflessone notevole per la vita: scorci e squarci di esistenza che si ricompongono come un puzzle stracciato. Anche le immagini arricchiscono questi drammatici idilli che si dileguano maggiormente sui monti, ove gli orizzonti si allargano infinitamente, si scorgono sinteticamente i mondi dall’alto dei monti, ai confini col cielo, appunto “senza vedere il cielo”. Questo “senza vedere” si riferisce non tanto alla montagna, ove il cielo, il divino è vicino, quanto alla mancanza della persona amata. Gli Dei amano le montagne e di lì si avvicinano all’uomo. Ci basti citare il Sinai biblico o l’Olimpo greco. Ma se non c’è l’amore? “Amore, bello come il cielo!” ci canta Baglioni. Lo Scodro s’agita tra il petrarchesco “tutto l’amore per…”: da un lato il monte, dall’altro il mondo. E in questo drammatico contesto agostinista s’intravede il “Tardi t’amai…”

mercoledì 13 novembre 2024

LA SOLUZIONE DI VINCENZA SCUDERI


recensione di Vincenzo Capodiferro pubblicata su Insubria Critica
novembre 12, 2024

Una poesia “colta che cerca di fare a meno dell’ornamento”

La soluzione è una raccolta di poesia di Vincenza Scuderi, edita da Fara, Rimini 2024, classificata terza ex aequo al concorso Narrapoetando, ed. 2024. Vincenza Scuderi è nata a Catania nel 1972, germanista presso l’Università della città, saggista, traduttrice, poetessa, autrice di racconti, redattrice della rivista antimafia LeSiciliane-Casablanca. Vive fra la Sicilia e la Repubblica Ceca. Con Accade soprattutto per la strada ha vinto il concorso “Pubblica con noi 2013” di Fara Editore. Tra le sue opere segnaliamo la traduzione delle Lettere del ritorno di Hugo von Hofmannsthal (Villaggio Maori 2015). Come scrive Massimiliano Bardotti nelle “Motivazioni della giuria”: «C’è una fulgente ironia, in questi versi spesso brevi e appuntiti, benché si affacci, sempre senza mai volersi far troppo vedere, una concreta amarezza. Si affronta una malattia in questi versi, eppure ci si ritrova spesso a sorridere…».

Vediamo qualche verso:

Ti aspetto
come si aspetta
la luce
della dea


Riprende il catulliano Carme 51 in conversione: Ille mi par esse deo videtur. Rivisitazione dell’Ode 31 di Saffo (Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν). I versi della Scuderi, concisi, laconici, sono intrisi di tematiche classiciste.

In attesa del corpo glorioso
senza fretta mi godo
l’esistenza di questo.

Anche questo componimento riprende un motivo paolino: «È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità. Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata per la vittoria» (1 Cor 15,53-54).

Lo stile della Scuderi si presenta come neo-ermetico, epigrammatico, senza fronzoli, senza ornamenti, come sottolinea Anna Ruotolo, tra le “Motivazioni della giuria”, uno stile essenziale, fatto di pungenti frecciate, come “fescennini versus”. È una poesia rudimentale, che nella sua esposizione, anche ancestrale, si avvicina molto al tipo neo-futuristico della messaggeria contemporanea dei social. L’“Uomo del mio tempo” non ha tempo più per leggere, per meditare, per pensare. Heidegger sottolineava: «L’uomo contemporaneo non pensa più!». È un uomo macchina. E per di più ci avviciniamo all’era delle intelligenze artificiali. La poetica della Nostra ci invita allora ad una riflessone profonda, sulle tematiche essenziali, ridotte all’osso, della vita quotidiana. Proprio per questa ungarettiana simplicitas i suoi versi non ci possono lasciare indifferenti.


lunedì 17 giugno 2024

“Un libro pieno di domande, domande delicate”

recensione di Vincenzo Capodiferro
pubblicata su Insubria Critica



Non so resistere è un libro di poesie di Alessandro Ramberti, editore e poeta, Fara, Rimini 2024. Il tema centrale è l’incarnazione, «questa immensa e fragilissima parola» - come scrive nella prefazione Luigino Bruni -, la quale «lega tra di loro questi versi capaci di entrare dentro l’anima». In fondo noi tutti siamo incarnazione del Logos, l’eterno Logos. In noi convive la parte intellettiva, cioè spirituale, che è innestata a quella sensitiva, e ci fa aristotelicamente animali razionali. «Lo spirito ha bisogno del sangue, l’anima del corpo. L’incarnazione è lo spirito che li connette, ci connette, abbraccia tutto: ciò che è nel tempo con ciò che è oltre». Oltre è l’altrove della relatività, è il “Totalmente Altro” che ci circonda da ogni parte, Il Motore Immobile che circonda l’universo. Ci sono tante epilogie degli amici di Alessandro, le cui parole, come scrive nella premessa, l’hanno alleggerito e sostenuto, stimolato e punzecchiato. A cosa non sa resistere il poeta? Alla Vox clamantis che freme dal deserto di dentro, alla  che ci chiama in noi, ci chiama innanzitutto all’essere, a divenire un Esserci, un Dasein. «Perché i poeti nel tempo della povertà?». È domanda che si pone Hörderlin. Bardotti, nella sua “Epilogia”, dice che è «un libro pieno di domande, anche, domande delicate, ma sempre più importanti che, se non torniamo a porci, rischiamo di perdere la bussola definitivamente, ed ecco, che la poesia ci viene in aiuto». La poesia è domanda, offerta. E vediamo alcune di queste domande, spesso senza risposta: «Io qui tu dove?». «Sai calcolare/ la quantità/ di ciò che manca/ di quel che hai?». Alessandro in questi «quinari disposti in quartine» che «hanno voluto nascere» non usa mai la punteggiatura, ma usa solamente i punti interrogativi. Il tema princeps è quello del tempo: «Perditi subito/ cogli il kairòs». Carpe diem. Il καιρός rivela il tempo bergsoniano durativo, l’opportunità, la libertà. Il Χρόνος, invece, è il tempo matematico spazializzato, il tempo fisico, deterministico, il Fato, che si esprime nelle leggi fisiche e matematiche immutabili, attribuite ad una Natura pitagorica, matematizzata, ma che non è così. LA Natura è intelligente. Crono è un coccodrillo che divora i figli, è un serpente che morde la coda, cioè che mangia sé stesso, che si autodistrugge, è il tempo ciclico, l’eterno ritorno, ripreso dal folle, nuovo profeta, Zarathustra. L’uomo è sintesi di tempo lineare e tempo ciclico. Il nuovo Zarathustra si propone come poeta senza Dio. Alessandro, invece, accetta la divinità in noi, la scintilla degli Elohim che abita in noi. I nuovi titani umani, i Superman nietzschiani, i nuovi eroi cosmici hegeliani, i nuovi Nephilim si sono ribellati a Dio. Questi versi ci pongono delle domande profonde, cui tutti, senz’altro, siamo tenuti a riflettere.

martedì 11 giugno 2024

“Un prezioso regno di memorie abitate” la nuova silloge di Marco Mastromauro

Marco Mastromauro, Separati da raggi dispersi, Fara 2023

recensione di Vincenzo Capodiferro 
pubblicata su Insubria Critica


Separati da raggi dispersi è una raccolta di poesie di Marco Mastromauro, edita da Fara, Rimini 2023, opera poetica I classificata al Faraexcelsior. Marco Mastromauro, vive a Novara, ha lavorato a Vercelli. È laureato in Giurisprudenza. Ha pubblicato su alcune riviste, come “Alla bottega” (Milano 1995-1999) e “Contro Corrente”. Raccolte pubblicate: “Anime confinate” (1992); “Cuba” (1995); “Memorie da un pianeta” (1997); “Eros, Trinidad e altre poesie (2000); “Fraintendimenti” (2017); Cronache sparse (2018). Leggiamo tra le motivazioni della giuria: «Il lettore si immerge così in un’atmosfera pensosa e dolente in cui, in una cadenza dai tratti talvolta montaliani… prendono vita i temi salienti di questa silloge» (Fabrizio Azzali). E tra questi temi (famiglia, paesaggio, mondo, tempo) primeggia quello del dolore (“male di vivere”). «Dai versi prende forma un ritratto garbato del quotidiano e del suo passaggio-paesaggio, con le sue sensazioni e percezioni…» (Fabrizio Boscaglia). Mentre Valeria Raimondi mette in evidenza il tema del perdono «inteso come accoglienza di ciò che alla memoria, e quindi alla vita, di volta in volta si presenta».

Muti avanziamo composti
assisi al fluire delle croci,
alle sfumature di un inquieto narrare.

Il tema del dolore, dicevamo, è centrale nella silloge, quel montaliano “male di vivere”, quell’aspetto di Thanatos che risiede pure in Eros. La vita ci è presentata come un fluire eracliteo di croci, dinanzi al quale l’uomo è un osservatore ammutolito, cioè non può pronunciare l’assurdo dell’esistenza umana, e composto, cioè quasi fermo, e però trascinato comunque nel fluire inesorabile del tempo. Poi la raccolta si apre in frequenti immagini, paesaggi, popolati soprattutto da due anime, quasi platoniche metà, alla ricerca reciproca. «Cercar non so ch’Amor non venga sempre»: il petrarchesco Cupido abita questi “topoi” dell’anima. La raccolta prende il titolo dal tema della separazione:

Separati da raggi dispersi
che attraversano la solitudine del bosco…
Separati camminiamo nei vicoli
reduci, furtivi,
ci aggiriamo fra le macerie…

Ci ricorda un clima di guerra, di ungarettiana memoria: Porto sepolto. Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro… Il tema della guerra si riconnette idealmente a quello della separazione che si riflette nella natura. Ci ricorda i nostri borghi abbandonati, che visitiamo ogni anno, attoniti: Craco, Alianello, i Sassi di Matera, ora ripopolati dal turismo. Questa guerra umana, questa separazione, trova il suo superamento nel perdono. «Qui nel regno del ricordo / del perdono. Questi i versi che chiudono l’intera raccolta, restituendone interamente il senso,» scrive la Raimondi. Questo è il dono della pace, la cancellazione della colpa, della vergogna, il trionfo dell’amore, la reintegrazione, la catastasi dell’universo, celebrata da Origene a Papini. «Il perdono è la fragranza che la violetta lascia sul calcagno che l’ha schiacciata,» diceva Marc Twain. Grandi temi condiscono la raccolta del nostro, dal “male di vivere” (C’è un inverno e lo conosciamo / lo odoriamo, lo confiniamo al di fuori. / Il ruscello s’è ghiacciato del malumore / distorto e così aspettiamo) allo spaesamento (Oggi non siamo più noi), ma tutti confluiscono nella hegeliana sintesi del perdono.

giovedì 23 maggio 2024

“Intensa silloge che unisce tutto ciò che di più umano e divino ha la poesia”

recensione di Vincenzo Capodiferro
pubblicata su Insubria Critica


Tutto il resto mi sfugge è una raccolta poetica di Camilla Ugolini Mecca, edita da Fara, Rimini 2023, finalista al Faraexcelsior 2023. Camilla Ugolini Mecca è nata a Verona nel 1971. Si è laureata in Lettere moderne. È consulente, editor e formatrice. Pubblicazioni: Ambigue stanze. Un itinerario nell’opera di Antonio Possenti (2003); Il destino dell’onda (2021); Tu sorgerai di nuovo (2022).

Il titolo prende spunto da un verso: Io so che esiste il presente, tutto il resto mi sfugge. Tomaso Pedio amava ripetere: - Il presente è tutto! Con Agostino potremo ancora ripetere: - Il presente del passato è la memoria, il presente del presente è l’intuizione, il presente del futuro è l’attesa. Tutta la raccolta ruota intorno a questo ponderoso tema della temporalità, ma si accentua sul resto: il resto del tempo. Oggi c’è tutta una polemica sulla filosofia del tempo tra ‘eternisti’ e presentisti. Certamente noi riporremmo Camilla Ugolini mecca tra i presentiti. Leggiamo tra le motivazioni della giuria: «Ma la poesia deve viaggiare per poter vivere e l’autore, nei suoi versi, evidenzia proprio la sua capacità di viaggiare in ogni cosa, tramutandosi, attraversando i corpi degli animali, degli alberi, delle cose dell’uomo poeta che dà voce: rinnovandosi. L’oracolo sogna…» (Elisabetta Bagli). Il poeta vate si fa voce panica, come quella dannunziana: … e varia nell’aria / secondo le fronde / più rade, men rade. Le metamorfosi del poeta si identificano con tutto ciò che tocca: come un re Mida aurifica tutto. È la parola creatrice, divina, che non vede separé tra mondo reale e mondo immaginifico. Schelling fa d’eco: «Ogni splendido quadro nasce quasi per il fatto che si toglie quella muraglia invisibile che divide il mondo reale dall'Ideale, e non è se non l'apertura, attraverso la quale appaiono nel loro pieno rilievo le forme e le regioni di quel mondo della fantasia, il quale traluce solo imperfettamente attraverso quello reale». Questi sono i sogni di Clara Kutznetsova: «Le parole sono come pietre focaie che si lanciano perché qualcuno le raccolga… poi all’occorrenza si strofineranno. La combustione avviene nel silenzio. E nello spazio bianco…». Dal libro del Siracide: «Se una frusta ti colpisce, ti lascia il segno sulla pelle, ma se ti colpisce la lingua, ti spezza le ossa». Come il proverbio: - La lingua non ha osso ma rompe le ossa. È la potenza della parola: la “dynamis” del “logos” di Gorgia. Il poeta è creatore di mondi.

Essere vista nuda
nonostante le piume.
Essere letta come una profezia.
Essere udita dentro al silenzio.
Essere guardata nel cuore del buio.


Serie di ossimori che esprimono la grandezza della trasparenza: la poesia “cassandrea”, svelatrice del vero, nel senso autentico di “aletheia”, uscir fuori dal Lete, il fiume dell’oblio. Chi dice la verità non è creduto: la sindrome di Cassandra che troviamo fino in Pirandello. Anzi vuol esser ucciso: è martire, testimone rosso.

Riprendiamo il verso del titolo, al seguito:

Felice ignoranza del futuro
dove si spalanca l’oro di un luminoso
anello, o di una spiga.
Tu voli invece nell’altrove
E lo tessi d’argento.

È la celebrazione autentica di un “Chi vuol esser lieto sia” di Lorenzo, di un “Carpe diem” d’Orazio. Il futuro crea aspettazione, ansia, tormento, anche sogno che si esprime nella contrapposizione oro/argento. Anche: l’età dell’oro si contrappone a quella argentea, sia a livello ontogenetico che filogenetico. Più aumenta la circospezione del futuro, più l’uomo si allontana dalla natura (i “Saturnia Regna”). L’altrove è non-luogo (utopico, distopico, retro-topico che sia). È alienazione! Soprattutto oggi che si è proiettati tutto sul futuro. È l’età futuristica per eccellenza. L’età presentista è l’età moderna, quella passatista l’antica.

I versi di Mecca sono molto profondi, intrisi di spiritualità. Il suo presentismo è unico e ci rende simili agli animali, a quella natura di cui tutto il genere umano fa parte, quella natura che viene tradita dall’uomo. Il progresso è il tradimento della natura. Quanto più siamo presente tanto più ci avviciniamo alla realtà vera, non quella trasfigurata dai meta-versi. Anche noi eravamo quegli “abitanti del bosco”, di cui il poeta cerca «le tracce annusando il terreno».

lunedì 6 maggio 2024

L’urlo notturno che apre il sipario

recensione di Vincenzo Capodiferro pubblicata su Insubria Critica


Roberto Bettinelli è nato a Roma nel 1974. Vive e lavora a Crema. Laureatosi in Lettere, Scienze della Comunicazione, Filosofia e Storia, insegnante e giornalista, è autore di saggi e racconti. Gli occhi dell’antica notte è una raccolta di poesie, edita da Fara, Rimini 2023. La raccolta è risultata finalista al concorso Faraexcelsior del 2023. Leggiamo tra le righe delle motivazioni della giuria: «Versi che hanno un respiro molto ampio e che pongono il lettore di fronte a un accenno poetico ottimo…» di Filippo Tonti; «La silloge Gli occhi dell’antica notte raccoglie immagini, simboli, metafore e allegorie volte alla ricerca della sapienza sedimentata nel corso de tempo nell’animo umano» di Elisabetta Bagli. Il poeta si ricollega a quella “Antiquissima Italorum Sapientia” di vichiana memoria. La ricerca della sapienza affonda le sue radici nella Notte, antica, come nella Teogonia esiodea: Notte figlia di Caos. Noi siamo i figli della Notte. La Notte è anche la “notte oscura” di San Giovanni della Croce. È l’abisso della volontà dei mistici tedeschi, ripreso da Schelling.

Prima che canti il gallo
Avrai tradito la mia morte
Attendo la tua resurrezione
Nell’Alba de giudizio.


Il richiamo evangelico riguarda ogni uomo. Ognuno di noi è Pietro e Giuda, un traditore, ma dipende sempre dall’atteggiamento: il buon ladrone o il cattivo ladrone.

La misericordia dei cani antichi
Sorveglia la solitudine del grido
Crolleranno ubriachi gli occhi
Sulla purezza del cuore trafitto


La solitudine è uno dei temi centrali della poetica del Nostro: “la solitudine diventa l’esilio perenne”, nella “casa di vetro”, nel “mattino che divora il fiato del salice”, “nel grido dell’inverno”: abbiamo ripreso alcune immagini (idilli) dalla nota della Bagli. I questi versi la solitudine si manifesta quasi come un urlo munchiano, dinnanzi a questi cani antichi, come Cerbero. Gli occhi si inebriano innanzi alla purezza: - Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

I versi di Bettinelli sono come lame che trafiggono volti che si confondono, ti lasciano inquieti, per la ricchezza di immagini, per il coinvolgimento emotivo che ne deriva. La scena umana ne viene sintetizzata in un sipario sempre aperto, come in un antico anfiteatro greco, nei drammi che si rappresentano di sera, dinanzi agli “occhi ingenui della notte”. La vista della notte è sempre ingenua. Il buio è ambivalente: il nascondiglio del male, ma anche la culla del bene, del seme, che morendo rinasce nel giorno. Dalle tenebre spunta la luce. Il cielo, la notte, puntata di stelle, che come chiodi affiggono al cielo un velo che asconde, tutto vede, osserva, come gli occhi della notte antica. Platone diceva che il tempo tutto vede, tutto osserva. Il lettore sappia cogliere da questi versi spunti di autentica meditazione, di vera “sapienza”.




lunedì 8 aprile 2024

“La grazia dell'ombra” di Daniele Donegà a cura di Vincenzo Capodiferro

recensione di Vincenzo Capodiferro
pubblicata su Insubria Critica




“Un’ombra luminosa che si produce a volte in poesia” di Daniele Donegà

La grazia dell’ombra. Poesie per Alda Merini è una silloge di poesie di Daniele Donegà, pubblicata da Fara, Rimini, 2023. Daniele Donegà, presbitero della diocesi di Adria-Rovigo, scrive poesie fin da giovane età. Laureato in filosofia all’Università di Bologna, ha pubblicato diverse sillogi. Come scrive Alessandro Zaccuri nella prefazione: «Alda Merini scrive… e Donegà risponde… Un gioco di ombre e di luci, ancora una volta. Il risultato è quell’ombra luminosa che si produce a volte in poesia e alla quale diamo il nome di aura: qualcosa di impalpabile e necessario, come ogni domanda che implori di essere ascoltata». La poesia è domanda, è problema. Spesso pone interrogativi esistenziali, senza risposta. Almeno questa è stata l’esperienza poetica di Alda Merini. La poesia è riflesso di vita. Quando gettiamo un sasso in uno specchio d’acqua si producono delle onde. Le onde producono necessariamente increspature di luci ed ombre. Questa è la vita. Se tutto fosse buio o tutto fosse luce intensa noi non vedremmo d'altronde proprio niente. Noi stessi, come sottolinea don Daniele produciamo necessariamente ombra, le nostre stesse esistenze, come diceva Kierkegaard, sono peccato.

Bevi inebriata di stranezza
nel giorno incantato,
nella piazza che ti vede
gioiosa sposa in festa…


Bellissima questa visione di Alda come sposa, sposa di Poesia. È la celebrazione del nunc est bibendum di Orazio e di Alceo. La poesia è mistica unione con l’Assoluto, è voce dell’infinito, vibrata e ascoltata. Epitteto diceva: Dio ci ha dato due orecchie ed una bocca proprio per ascoltare il doppio e parlare la metà.

… per poi sposare le tenebre
ed accendere il fuoco dell’amore.


La poesia è mistero, tenebra, “notte oscura”, per usare un termine caro a san Giovanni della Croce. La poesia sorge dall’oscurità come seme, dal silenzio esiziale cosmico. Dio in questo senso è il primo poeta, il primo creatore. Poesia è dono creativo trasfuso agli umani.

Ti voglio bene
per tutto il male
che mi hai fatto
nei giardini della giovinezza.


Mirabile sintesi della vita di Alda Merini! L’amore ha il potere alchemico di trasmutare gli elementi non solo fisici, ma anche spirituali, così trasmuta, in misteriose “Nozze di Cana”, piombo in oro, male in bene:

Attendo anch’io insieme a te
che il pianto
si cambi in speranza…



Solo l’amore può tutto questo, quel “ch’Amor non venga sempre ragionando con meco” del “Solo e pensoso” poeta:

Dell’amore che infonde
di sorpresa e di silenzio
vuole farci uscire
ai nostri nascondigli
e ci porta sul carro di sole.


L’amore ci porta sul carro di sole, nel viaggio mistico verso l’infinito e verso l’Aldilà, l’altro mondo, simboleggiato dall’Occidente. La vita è cammin verso l’ombra, verso la foscoliana sera, la morte, il più grande mistero di tutti i tempi, che ha ispirato da sempre l’arte e la cultura. Quest’ombra è grazia, come dice don Daniele. Questo viaggio è al limite della follia: fece rinsavire Parmenide. Fece impazzire Dedalo e Icaro. Non tutti sono pronti e la “Ibris” attenta al cammino della verità, l’aletheia, l’uscir fuori dal nascondiglio, dal Lete, fiume dell’oblio.

Dio è il tuo vero sposo…

Ogni poeta vero, ogni artista, ogni scienziato è sposo di Dio, ispirato da lui. Questo è il vero senso di questa silloge autentica e seria, che tenta di dare delle risposte veramente attente e riflessive sull’esperienza poetica di una grande poetessa dei tempi nostri, Alda Merini.

martedì 26 marzo 2024

LA MILIONESIMA NOTTE Raccolta profonda e simbolica di Carla Malerba

recensione di Vincenzo Capodiferro  pubblicata su Insubria Critica

La milionesima notte è una raccolta di poesie di Carla Malerba, pubblicata da Fara editore, Rimini 2023. Scrive Francesca Ribacchi, giurata del concorso Faraexcelsior 2022: «La profondità spirituale delle immagini, potenziata dalle parafrasi e metafore, concorre a raffigurare le storie dell’esistenza interiore, le emotività e le affinità delle passioni, gli attimi di riflessività come traccia indelebile del vissuto che si sublima nella poesia».
È una poesia lineare ed attenta, che reca tracce di vissuto, riportando, come mare tra le crespe delle onde, i sentimenti sotterranei che ribollono nel fondo di un altro mare, quello di un’anima persa, abbandonata.

Quante volte non ci siamo parlati,
eppure, ci udivamo
nelle notti lunghe
in cui i ruoli si erano capovolti.


È il tema dell’incomunicabilità tra gli Esseri: ogni uomo è come monade, senza finestre né porte. Tutto vede da sé. Eppure, questa odierna incomunicabilità si trasfigura in ascolto. Il silenzio è ascolto.

Sul cuore ho tracce
di millenni di tenerezze
madre compagna
sorella sposa
respiro parole…


È il tema della femminilità, che riprende in Vita di una donna (2015), paredro dell’ungarettiano Vita di un uomo. Bella questa immagine della donna madre, sorella e sposa, che ci fa ricordare un antico inno a Maria: «O gran figlia, madre e sposa, del tuo stesso creatore…». E il dantesco “Vergine madre…”.
La poesia di Carla si erge come ciuffi di erba fresca nella distesa del deserto. Sono gocce d’amore e di dolore. Ed ella viene dal deserto, dall’antica Libia.

Carla Malerba è nata a Tripoli, in Libia, ma risiede in Italia dal 1970. Si laurea presso l’università di Siena. Insegna materie letterarie ad Arezzo. Pubblicazioni: Luci ed ombre (1999); Creatura d’acqua e di foglie (2001); Di terre straniere (2010); Vita di una donna (2015); Poesie future (2020).