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mercoledì 18 maggio 2022

Dio, l’uomo, la natura, l’amore e la vita - Ludovica Zavatta sulla nuova raccolta di Andrea Biondi

 Andrea Biondi, La gente quassù è nemica, 

Fara 2022 

recensione di Ludovica Zavatta 

v. anche le recensioni a Ghironda e Le campagne hanno bocche



La gente quassù è nemica di Andrea Biondi è una raccolta di poesie pubblicata per la prima volta nel Marzo 2022, quando fu conclusa la stampa, dalla casa editrice Fara.
Si parla di poco più di quaranta componimenti (nello specifico, quarantaquattro), che affrontano svariate tematiche di cui tratterò nel proseguimento della mia recensione, ma che, ottimamente, riescono a divulgare il pensiero del poeta presso i suoi lettori, circa le questioni più scottanti della nostra epoca e non solo.
Andrea Biondi, nato nella città di Rimini, anno 1986, è uno scrittore emergente, professore nelle scuole superiori del maceratese: si è laureato in Lettere all'Università di Urbino (2009), per poi specializzarsi in Scienze Religiose (2017) e prendere, neanche due anni dopo, la laurea in Antropologia culturale all’Università di Bologna (2019).
Vincitrice del concorso Faraexcelsior 2017, è la raccolta Le campagne hanno bocca. Nell'aprile 2019 è uscita sempre con Fara la raccolta Ghironda, mentre del 2022, appunto, La gente quassù è nemica.
Lo stile di Biondi è molto particolare: per dirlo in rima, dato che discutiamo di poesia, coinvolge, travolge e di conseguenza sconvolge.
Perché lo definisco così? molto semplice.
Appena ci si accosta ad una delle sue poesie, subito si è catturati dal sapiente uso e dalla ricercatezza del lessico, del linguaggio, che intrappola immediatamente l’attenzione di coloro che vi si avvicinano per la prima volta, e anche di coloro che ormai conoscono, per esperienza, le caratteristiche del poeta o qualcuno dei suoi componimenti.
Quello lo hanno già letto? ciò tuttavia non impedisce loro di rimanere attoniti e stupiti, ammaliati, incantati quasi, dal suo modo di scrivere, dal suo modo di procedere, per immagini, per scatti, così frammentati, così tagliati eppure tanto vividi, intensi, esistenti.
Si rimane subito presi, e si è travolti come il paesaggio dalla valanga in una maniera tale da restare senza fiato, sentirsi oppressi, sul punto di morire da un momento all'altro.
L’unica cosa che viene da fare è leggere leggere leggere per concludere. 
Altrimenti non si avrà pace.
Però non perché la si detesti, badate bene: certo, può essere anche questo un motivo in più che spinga a finire, tuttavia c’è questo bisogno ancestrale di terminare, di divorare tutta l’opera fino all’ultima poesia, semplicemente perché così deve essere fatto. 
Se poi è piaciuta o no, questo è un altro paio di maniche.
Ovviamente sto parlando della mia percezione, quello che personalmente ho provato leggendo questa raccolta in particolare: sono restata talmente colpita, ferita, che non riuscivo a staccare gli occhi dal libro e in nemmeno un'ora di lettura continua, quasi che un leone mi stesse inseguendo e dovessi fare in fretta per salvarmi la vita, l’ho terminata, sospirando di sollievo alla fine come se fossi sfuggita ad un pericolo fatale, ma con una soddisfazione enorme dentro, ed un piacere indescrivibile.
Per questo motivo e per altro, consiglio a tutti tale raccolta, anche viste le tematiche, molto moderne, che essa affronta alternativamente nelle varie poesie.
Primo fra tutti, il valore della vita umana, la quale, nonostante sia breve, caduca e non altro che “un vento che va e viene”, deve essere comunque valorizzata e amata, nella misura in cui si può fare, poiché essa “pur essendo senza stile non è senza senso” ( cfr. componimenti n. 7 / 10 / 14 / 15 ecc.).
Poi l’erotismo, l’aspetto erotico della poesia spesso esplicitato ed individuabile nelle forme della natura (cfr. componimento 22 ecc.).
Di seguito il tema ricorrente nella letteratura antica e moderna dell’uomo, dell’essere umano, visto come animale uguale agli altri animali in quanto tendente, propenso al male di sua natura.
Egli tuttavia, anche se spesso ne è inconsapevole o non vuole vederla, possiede al suo interno una virtù nascosta che sarebbe in grado di aiutarlo ad elevarsi dalla comune condizione degli animali, se solo potesse scorgerla o se volesse farlo (cfr. componimenti 34 / 35 / 37 / 38 / 40 / 42 / 44 ecc.).
Per ultimo, ma non per importanza, la presenza di Dio, che si può individuare nella natura stessa che diventa espressione della divinità, e quindi sacra nelle sue forme (cfr. componimenti 3 / 31 / 34 / 40 ecc.).
Anche l’individuazione di queste tematiche deriva dall'esperienza che ho avuto io, e quindi ognuno potrebbe trovare diversi spunti da cui far partire delle riflessioni.
Ma è proprio questo il bello della poesia, che porta con sé sempre un alone, una possibilità di un sentire soggettivo, e quindi tutti partecipano della sua interpretazione in un modo assolutamente personale, andando ad arricchire il significato originale di quel testo.
La consiglio molto vivamente.

venerdì 23 febbraio 2018

Le campagne hanno bocche su Il Terzo News


Le campagne hanno bocche raccolta di poesie di Andrea Biondi vince il concorso Faraexcelsior 2017


In Libri, Notizie Locali 

by Carla D'Aronzo

23 febbraio 2018 
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Leggendo le poesie di Andrea Biondi, ci si sente proiettati in un tempo passato in cui la natura rupestre invade l’animo umano con la sua irruenza, la sua potenza nostalgica e seduce come una donna dalla femminilità spiccata, che avvolge nelle sue braccia l’uomo e lo fa danzare. Così i rami e le foglie degli alberi danzano in un turbinio di emozioni evocando anime e fantasmi passati, fino ad incendiarsi nei ricordi.
La campagna è vita, è fuoco e incendia, è donna e ammalia, è morte e uccide, ma è anche gioia del focolare, quiete che calma, malinconia che ricorda.
La sensazione che rimane dopo aver letto le poesie è la potenza che esercita la natura, sull’uomo.

Tutto è riconducibile ad essa, la vita e anche la morte. Nelle campagne il sangue ribolle e diventa lussurioso. Cerca la donna per esservi placato e la paragona a un tabernacolo, e, i suoi capezzoli alle fragole di maggio da mordicchiare.

È l’orgasmo dei sensi e dei desideri, che fa sì che si stendano le carni di bestie al sole ad asciugare, per mangiarle in un dì di festa.

Andrea Biondi, con queste poesie, esalta la forza e la durezza dei paesaggi e della vita rupestre. Se si chiudono gli occhi, e ci si abbandona, la condivisione dell’ammirazione nostalgica con l’autore, diventa totale.

La Sacralità degli atti si mescola all’impudenza dei desideri, la contaminazione con la religione cattolica è lampante in questa opera prima di Andrea Biondi.

L’autore è stato, infatti, docente di religione cattolica dapprima nella scuola pubblica, poi nella diocesi di Macerata. (
Carla D’Aronzo)

giovedì 19 maggio 2022

Ghironda – scrittura d’impatto, forte e potente

Andrea Biondi, Ghironda

Fara 2019

recensione di Ludovica Zavatta

Ghironda di Andrea Biondi è una raccolta di poesie pubblicata per la prima volta nell'Aprile 2019, dalla casa editrice Fara.

Parliamo di numerosi componimenti, tutti titolati, distribuiti fra quattro mini raccolte, anch'esse titolate (rispettivamente, dall’inizio, “Gli amanti”, “I coloni”, “Paesaggi” e “Canzoni”).

Andrea Biondi, come abbiamo già detto (v. qui), nacque a Rimini nel 1986: ha preso tre lauree, le prime due presso l'Università di Urbino, mentre l'ultima presso quella di Bologna. Attualmente insegna nelle scuole superiori del maceratese.
Ha scritto tre raccolte di poesia: Le campagne hanno bocche (Fara 2017), Ghironda (appunto Fara 2019) e La gente quassù è nemica (Fara 2022).

Il suo stile lo conosciamo e qui lo si rincontra: scrittura di impatto, forte, potente, lascia un segno nell’animo e nella mente di chi legge, che si sente coinvolto, travolto e quindi sconvolto.

Coinvolto perché viene immediatamente catturato dal modo seducente con cui scrive.

Travolto perché di certo non si aspettava tanto coinvolgimento da parte propria.

Sconvolto perché non riesce a smettere, si sente in soggezione, in pericolo, deve leggere, solo questo.

Sa che è la sua missione, il suo unico scopo.

Il tema principale che si va ad allacciare agli altri, non essendo difatti l'unico, è certamente quello erotico, l’erotismo, che si incontra in tutti i suoi componimenti e che spesso viene identificato, cosa che è già stata detta da me nell’altra mia recensione, nelle forme della natura, del paesaggio: ogni scusa è buona per dare a un elemento naturale un connotato sensuale.

Personalmente ho amato molto, avendo già conosciuto Biondi, anche questa raccolta, e la consiglio davvero a chiunque sia innamorato, come me, di questo straordinario poeta (malgrado io lo abbia incontrato, attraverso i suoi scritti, letteralmente l’altro giorno ).

lunedì 29 luglio 2019

Colonna, D’Alessio, Biondi, Orrico, Iorio sotto la lente di Gian Ruggero Manzoni


recensioni di Gian Ruggero Manzoni



HO SCRITTO QUESTO SALTO di Marco Colonna, FaraEditore, pubblicazioni dell’amico Alessandro Ramberti.

Marco Colonna, giornalista e scrittore, è nato a Palermo nel 1964, vive a Forlì. Dirige dal ’99 il portale web di cronaca e attualità politica sestopotere.com. Cura il canale YouTube “Lotta alle mafie”. Ha scritto articoli per: Il Messaggero, Gazzetta di Romagna, Il Resto del Carlino, La Voce di Forlì, Il Momento, RomagnaSera, Il Giornale, Lo Stato, Il Borghese, L’Uomo Qualunque. Ha pubblicato con Fara le raccolte poetiche Ani+ma (2016) e Siamo sono (2017, finalista al Premio Città di Arona 2018). È stato inserito nelle antologie: L’orizzonte delle metafore (Edizioni Tracce) e La responsabilità delle parole (FaraEditore). Ha partecipato a numerosi reading di poesie. Questa intensa opera in versi si è classificata prima al concorso Narrapoetando. Angela Caccia ha scritto che questo libro è necessario e rientra nella “poesia esistenziale”; queste le parole di Serse Cardellini: «Ricostruzione di un “disessere” dove tutto, in questo grande stomaco del mondo, si fa cibo e riciclo»; Pietro Caruso: «La sontuosa forma dell’eterno percorsa da un funambolo delle parole»; Francesco Filia: «Una meditazione sul destino e il senso dell’esistenza; Andrea Parato: «Capace di legare l’attualità, l’interiorità, la storia, dando voce a ciò che resta»; Adalgisa Zanotto: «Un’esplorazione creaturale, privata dell’inevitabile commozione, nutrita da una contemplazione serena della finitudine umana». 
Ed io: «Poesia oltremodo sapienziale, netta, a momenti oserei aforistica, per come ti entra nella mente e in essa si espande, fino a creare vortici».



NUOVE ANIME di Vincenzo D’Alessio, FaraEditore.

Vincenzo D’Alessio (Solofra di Avellino 1950), laureato in Lettere all’Università di Salerno, ha ideato il Premio Città di Solofra, fondato il Gruppo Culturale “Francesco Guarini” e l’omonima casa editrice. Acuto e attento critico letterario, ha pubblicato saggi di archeologia e storia, recensioni e versi in numerosi periodici, antologie, siti e blog. Le sue raccolte poetiche per i tipi di Fara: La valigia del meridionale e altri viaggi (2012); Il passo verde (in Opere scelte, 2014); La tristezza del tempo (in Emozioni in marcia, 2015) e Alfabeto per sordi (in Rapida.mente, 2015), poi in Immagine convessa (2017). Sempre nel 2017 è uscita la raccolta Dopo l’inverno. Del 2018 sono i Racconti di Provincia. Della sua opera hanno scritto: «Il linguaggio di D’Alessio è essenziale, nitido, ricercato, estremamente preciso» (Nicoletta Mari); «Poesia che rimbocca le coperte nel freddo inverno, che tiene vivo il fuoco del focolare del Sud del mondo per chi è andato a Nord. Una poesia fondamentale in questo tempo di silenzi disumani e di chiusure aberranti» (Colomba Di Pasquale). 
Vincenzo D’Alessio usa parole scelte e umili, semplici e ricche di riverberi, quindi aggettivi concreti e universali. Come sostiene giustamente Michele Sessa, questo poeta campano è testimone assai valido della paziente Irpinia. È il cantore delle “nuove anime” dei borghi della sua terra, continuamente ferita, sfruttata, desertificata se non devastata. La sua è poesia “antica”, poesia che si rifà alla tradizione, quindi, da me, GRM, oltremodo apprezzata.


GHIRONDA di Andrea Biondi, FaraEditore.

Andrea Biondi (Rimini 1986) si è laureato in Lettere presso l’Università di Urbino nel 2009; sempre in quell’ateneo si è specializzato in Scienze Religiose nel 2017. Insegna nelle scuole superiori del maceratese. Con Le campagne hanno bocche ha vinto il concorso Faraexcelsior 2017. Dice, di lui, l’amico poeta, critico letterario ed editore Alessandro Ramberti: «La poetica di Andrea Biondi può essere definita elegantemente, pregnantemente (già dall’esergo), erotica, sia per l’uso di metafore sensuali (“I sogni nessuno può controllarli: / ti sei bagnata tutta di luna”), che per l’uso di una lingua pastosa, saporosa e ritmata (“Ma il tuo corpo è una polpa per morire, / il campo brullo dove affondare i denti”) – non a caso è stato scelto il titolo Ghironda». Ma che cos’è la ghironda? La ghironda è uno strumento musicale a corde di origini antichissime tuttora usato in molti paesi europei per l'esecuzione di musiche tipiche delle tradizioni popolari. Le corde sono poste in vibrazione dallo sfregamento del bordo di una ruota che il musicista vortica per mezzo di una manovella e vengono attivate da una tastiera avente, di solito, i colori invertiti rispetto a quella del pianoforte. Ma veniamo al dove la complessità del suonare la ghironda: l’aspetto più difficoltoso è dato dall’azionamento della “trompette”, ovvero di una corda non tastata che provoca il tipico ronzio ritmico a seconda del tempo e della velocità del brano eseguito, azione che costringe il suonatore a sincronizzare le due mani con movimenti poco naturali e non riscontrabili nell’uso di nessun altro strumento musicale. Sebbene tutto ciò, Biondi se la cava benissimo nel gestire il suo suono e, soprattutto, certe sue immagini oltremodo taglienti.


20 PEZZI FACILI (più uno) di Fabio Orrico, FaraEditore.

Fabio Orrico è nato, vive e lavora a Rimini. Ha pubblicato due raccolte di poesie Strategia di contenimento, uscita nel 2005 per Giulio Perrone Editore, e Della violenza, uscita nel 2017 per FaraEditore, quindi ha scritto il romanzo breve Il bunker (ErosCultura 2016) e, a quattro mani con Germano Tarricone, il thriller Giostra di sangue (Echos Edizioni 2015), nonché il noir Estate nera (Golem Edizioni, 2017). Collabora al blog di Nicola Vacca Zonadidisagio e al periodico online Scrittinediti. Confessa l’autore: “In realtà ogni volta che rivedo un film che amo è come se rivedessi sullo schermo anche la mia autobiografia. È un po’ come se le mie rughe andassero a segnare la pellicola e il film si ricaricasse di senso e di un’urgenza nuova”. Di lui dicono riguardo il suo fare critica cinematografica: «La scrittura è godibile e attraente anche per i non esperti» (Angelo Leva); «L’ottima descrizione, anche di particolari che potrebbero sembrare insignificanti, conduce il lettore alla sua visione della pellicola. L’insieme è piacevole e stimolante» (Franca Oberti); «I collegamenti che crea danno un senso di organicità all’opera e restituiscono l’impressione di compiere un viaggio a più tappe, ognuna delle quali non sarebbe stata raggiunta se non tramite il passaggio da quella precedente» (Angela Colapinto); «Recensioni minuziose, quasi poetiche nel linguaggio attento a forme, colori e suggestioni» (Giovanna Passigato); «Orrico snocciola immagini con nonchalance come se davvero si trattasse di “pezzi facili”, ma lo fa con vera passione e senza arroganza, quintali di informazioni e impressioni che possono fungere per noi da bussola per orientarci nel panorama cinematografico dei nostri tempi» (Corrado Giamboni). 
Per quello che mi riguarda questo è libro da leggere, soprattutto per chi, come me, ama i film e, se potesse, ne divorerebbe 1 se non 2 al giorno. Un vero grazie a Fabio Orrico!


DORMIVEGLIA (E ALTRI RACCONTI SMARRITI) di Giovanna Iorio, FaraEditore.

Giovanna Iorio, irpina, è vissuta per anni a Roma ma si è recentemente trasferita nel Regno Unito. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie. Le più recenti: Poesie d’amore per un albero (Albeggi 2017), Haiku dell’Inquietudine (Fusibilia 2016) e Frammenti di un profilo (Pellicano 2015, con post poesia di Renzo Paris). È presente in molte antologie tra cui Cuore di preda e SignorNo. Collabora con le testate Erodoto108, Roma&Roma e DiarioRomano. Dopo aver vinto il concorso “Pubblica con noi” è uscita con FaraEditore La neve è altrove (finalista al Premio Camaiore 2017 e al Premio Città di Arona 2018). Nel 2017 pubblica, sempre con FaraEditore, Succede nei paesi. Ha ideato e cura il progetto sonoro Poetry Sound Library. Nel 2019 sono usciti I giorni della volpe (Gattili Edizioni) e Ora rischiara (EscaMontage). Questi avvincenti racconti, fra il sonno e la veglia, si sono classificati secondi al concorso Narrapoetando: Così hanno scritto di lei i giurati: «Un insieme volutamente vario con l’incipit che avvisa da subito chi legge sulla caratteristica onirica dei testi. Ho trovato divertente la lettura e talvolta un pizzico di inquietudine nell’aspettativa» (Franca Oberti); «Il suo originale punto di vista verso la realtà che ogni giorno viviamo ha in sé un tratto fortemente onirico e al tempo stesso, con molta più frequenza di quanto a una lettura superficiale potrebbe apparire, riesce a cogliere nel segno, restituendoci un sapore intimo e familiare in grado di riportarci a casa» (Angela Colapinto); «Amori impossibili, creature che fanno esplodere le magie nascoste dentro di sé, momenti di amara e beffarda chiarificazione, universi familiari che con uno scarto improvviso diventano altro. E ancora piccole crudeltà, che poi diventano risolutrici, in virtù di una intelligente ironia» (Giovanna Passigato). 
La scrittura della Iorio è oltremodo calibrata, sicura, attenta ai particolari, sobria. Nel suo narrare, “il teatro che è la vita” risulta più che manifesto, coinvolgendoci al punto di immedesimarci nei vari personaggi, divenendo personaggi noi stessi del suo racconto, e ciò non è valore da poco.

giovedì 19 maggio 2022

Amore, natura e Dio – Ludovica Zavatta legge “Le campagne hanno bocche”

Andrea Biondi, Le campagne hanno bocca

Fara 2017

recensione di Ludovica Zavatta


Le campagne hanno bocche di Andrea Biondi è una raccolta di poesie pubblicata per la prima volta nel Novembre del 2017, dalla casa editrice Fara.
L’opera si compone di uno svariato numero di componimenti incentrati su differenti tematiche, e tutti titolati.
Biondi sappiamo che è nato nel 1986, qui a Rimini: possiede tre lauree, insegna nelle scuole superiori e ha scritto tre raccolte poetiche, Ghironda (Fara 2019), La gente quassù è nemica (Fara 2022) e, appunto, Le campagne hanno bocche (Fara 2017 , che è stata la prima.
Non mi soffermo a descrivere il suo stile, in quanto ne ho già parlato: basterà dire che ritroviamo tutte le caratteristiche tipiche di esso all'interno di questa raccolta, la quale affronta tre temi principali, anche se due sono di fatto collegati (l’erotismo, la natura e il tema di Dio).
L’erotismo è una parola chiave della poetica di Biondi, e un aspetto erotico è presente, per lui, in tutto ciò che ci circonda: nei paesaggi, nella luna, nei campi, insomma nella natura, per dirla in una parola.
Ma anche il divino e tutto ciò che è connesso a Dio è un elemento ricorrente, che vediamo spesso.
Personalmente, anche se come per Ghironda e La gente quassù è nemica ho fatto fatica un poco a comprendere le sue poesie, e quasi più fatica rispetto alle altre raccolte, ammetto che mi hanno colpita, e le consiglio, più per mettersi alla prova nella capacità di comprensione che per altro, e per la modernità dei temi e concetti che i suoi componimenti portano con sé.

martedì 6 febbraio 2018

Un anelito di speranza

recensione di Renzo Montagnoli 
pubblicata su Arteinsieme.net


Le campagne hanno bocche di Andrea Biondi

Note critiche dei giurati Antonio Vittorio Guarino, Cesare Davide Cavoni, Germana Duca e Teresa Armenti

Copertina di Giacomo Ramberti

Fara Editore
www.faraeditore.it

Poesia
Pagg. 56
ISBN 978 88 94903 22 5
Prezzo Euro 10,00



Un anelito di speranza

Da sempre convinto assertore della necessità che l’uomo, nella sua sfrenata corsa al progresso, si fermi un attimo per pensare a quanto abbia perso della sua umanità privilegiando la civiltà delle macchine, non potevo restare insensibile a una silloge in cui si vagheggiano i ricordi di un tempo andato, allorché le relazioni con il mondo circostante, soprattutto con la terra, erano alla base di un’esistenza certamente più avara di benessere economico, ma più prodiga di accrescimento spirituale. Ma se è evidente il richiamo bucolico o comunque a una poesia agreste di illustri predecessori quali Pavese e Bertolucci, la visione delle campagne di Biondi non è fine a sé stessa, ma è improntata a una più generale stratificazione di una società in cui l’influsso del pensiero religioso cristiano è una determinante per niente secondaria. Al riguardo ci sono simboli che evidenziano quanto ho appena detto e mi riferisco alla poesia L’agnello errante (“… / sta l’agnello / col vello sbiancato nel sangue / e canta: consolate l’agnello, consolate il mio popolo” ), agnello che ritorna anche in altre liriche e che, come ben sappiamo, simboleggia il Cristo. Ma la terra non è necessariamente proprietà di una religione o di un’altra, perché proprio essa, nella sua natura primigenia, è stata fonte ispiratrice di diverse fedi, ed è la stessa terra delle Bucoliche di Virgilio e della Sora nostra madre terra di San Francesco. Con questa visione in cui predomina l’attenta analisi, non semplicemente idillica, delle manifestazioni di tutto quanto vive sulla terra e della terra stessa, emergono una serie di immagini che ben possono far comprendere quel Le campagne hanno bocche, titolo della silloge. In realtà, benché l’autore ci venga a proporre il ricordo, magari dilatato nel fantastico, di un mondo che è stato nostro fino a poco tempo fa, lascia trapelare un desiderio inconscio di recupero che prelude a un’attesa che sembra far spazio a una certezza. Sebbene le visioni prospettate siano intensamente oniriche, con una estensione fantastica di un ricordo sbiadito e ancora velato, non è possibile non notare che questi fantasmi che si agitano sono sì i nostri rimorsi per un mondo perduto, ma anche la base indispensabile per un recupero delle nostre radici e con esso di quel mondo. Quindi la poesia di Biondi non è, come potrebbe invece apparire di primo acchito, la dolorosa testimonianza di uno spasimo lacerante per qualcosa che mai più ritornerà, per un valore così elevato da rendere gramo o addirittura insopportabile il futuro, è invece una presa di coscienza grazie alla quale può nascere una speranza, ma che anche consente di ripescare nel ricordo quanto può essere utile per andare avanti.

La silloge non è certamente di facile comprensione, ma ritengo che ciò che vale possa meritare una più che attenta disamina e quindi non mi resta che augurare una buona e approfondita lettura.


Andrea Biondi (Rimini 1986) si è laureato in Lettere presso l’Università di Urbino nel 2009; nel medesimo anno e presso lo stesso ateneo ha conseguito il diploma in Scienze Religiose. Dal 2011 è docente di religione cattolica nella scuola pubblica italiana. Nel 2014 si trasferisce a Treia (MC) con moglie e figli. Insegna nella diocesi di Macerata. Ha scoperto la poesia leggendo la raccolta poetica Il ramarro di Paolo Volponi. Questa è la sua opera prima.

martedì 8 luglio 2025

Voce poetica puntuta che mira all’essenziale

recensione di Vincenzo Capodiferro
pubblicata su Insubria Critica, il 7 luglio 2025



La raccolta Molto più grande di Andrea Biondi, è stata pubblicata da Fara, Rimini 2024, segnalata da Franca Oberti al concorso Faraexcelsior 2024: «La sua poetica è caratterizzata da una voce puntuta che mira all’essenziale. Lo sguardo alla realtà è salace e a tratti sferzante, chiede all’uomo di essere responsabile del proprio agire e ci spinge a volgere gli occhi in ogni direzione: attorno, sotto e sopra di noi, così da dare alle cose la loro giusta dimensione.»

Il cielo
mai ha preso per il collo
una creatura
né le stelle
stanno là per incatenarci.

Gli uomini
si mostrano al male devoti,
non fanno
che rinforzare catene.


La poetica di Andrea si rivela essenzialista, al limite di un neo-ermetismo bisunto e convesso, rispetto al vetero-ermetismo. È come la geometria non-euclidea, rispetto a quella euclidea. Vi si coglie una spietata e feroce satira latente verso la novella Weltanschauung onnicomprensiva e unilaterale.


Belli i tempi antichi
quando gli dei almeno
erano sì sì, no no.

Ora c’è un dio ridicolo
nel suo squallido sudario
che gli specialisti chiamano:
mistero.


Andrea preferisce l’antico politeismo all’attuale monoteismo ateo.
Molto più grande rimanda ad una visione:


La vita
è ben più grande
della vita e della morte.

La pace
è ben più grande
della pace e della guerra.



La lezione della Gestalt ce lo ripete: “Il Tutto è più della somma delle parti”. Questa visione non è solo umana, è la visione del Tutto, che si impersona in un’entità che noi diciamo divina. “Dio è più grande del nostro peccato”. Ciò che non ha capito Caino. Ciò che non ha capito Giuda, ma che ha capito Pietro.

Ci rompono ancora l’anima
con inferno e paradiso
come se fossimo bambini capricciosi.


Inferno e paradiso sono, secondo gli ortodossi ed anche i mistici tedeschi, la stessa luce divina, lo stesso fuoco d’Amore, percepiti in modo diverso. La Valtorta scriveva: «In Paradiso è fuoco di amore perfetto. In Purgatorio è fuoco di amore purificatore. In Inferno è fuoco di amore offeso.

Non mi capacito
di una necrofilia
così diffusa.

Perché gli uomini
amano tanto la morte?

Deve avergli promesso
qualcosa in cambio


Il culto della morte nella contemporaneità celebra il nichilismo e di conseguenza il post-materialismo, il post-consumismo, che si traveste da pseudo-climatologia, vana preoccupazione per l’ambiente, senza alcun rispetto per la Natura. L’imperativo di Jonas è ancora lontano dall’essere compreso ed attuato. Il tabù della Morte viene esorcizzato attraverso un culto recondito. Tutto finisce con la vita. Non c’è una visione di un al di là. Tutto è al di qua, anche la teologia. Marx ha vinto, anche se ha perso a livello politico. Questo è il profondo senso di Molto più grande: la realtà è molto più grande di quanto possiamo percepirla.

Andrea Biondi, nato a Rimini nel1986, si è laureato in Lettere all’Università di Urbino nel 2009 e specializzato in Scienze Religiose nel 2017. Nel 2019 si è laureato in Antropologia culturale all’Università di Bologna. Sempre con Fara ha pubblicato: Le campagne hanno bocche (Faraexcelsior 2017); Ghironda (2019) e La gente di quassù è nemica (2022). Insegna nelle scuole superiori del maceratese.

giovedì 4 aprile 2019

Vincitori Narrapoetando 2019

FaraEditore e i giurati 
 del concorso Narrapoetando 2019 sez. Poesia
(v. anche la sezione Narrativa/Saggio)
sono lieti di proclamare i Vincitori 
che hanno ricevuto la pubblicazione premio

I. class.

Ho scritto questo salto di Marco Colonna (Forlì)


Marco Colonna (foto Renzo Zilio) è nato a Palermo il 4 aprile 1964, vive a Forlì. Dirige dal ’99 il portale web di cronaca e attualità politica sestopotere.com. Cura il canale You Tube Lotta alle mafie. Ha scritto articoli per: Il Messaggero – Forlì, Gazzetta di Romagna, Il Resto del Carlino, La Voce di Forlì, Il Momento, RomagnaSera, Il Giornale, Lo Stato, Il Borghese, L’Uomo Qualunque. Ha collaborato con i Tg e Rg di VideoRegione e radio locali. Ha pubblicato libri di cinematografia. Poesie selezionate e segnalate nei concorsi Faraexcelsior 2016 e 2017 e Zuppardo (inserite nelle sillogi del Premio La Gorgone d’oro 2017 e 2018). Ha pubblicato con Fara le raccolte poetiche Ani+ma (2016) e Siamo sono (2017, finalista al Premio Città di Arona 2018). Nel 2018 è stato inserito nelle antologie: L’orizzonte delle metafore (Edizioni Tracce) e La responsabilità delle parole (FaraEditore). Ha partecipato a numerosi reading e letto poesie nel corso della Settimana del buon vivere 2018. Web: paroledelcuore.com, poesianuova.com, scrivere.info, portfoliopoetico.com, poesieinversi.it, e video-poesie nel canale YouTube Marco Colonna Poesie.


«Ho scritto questo salto è un trittico che inizia con un primo salto nello “schianto-pianto” della realtà, un nonsense della disgrazia che, tutt’altro che umoristico, spacca il cuore per il suo eccesso di significati e non per la sua assenza. Primo salto che a caduta libera entra in una mise en abyme (messa in abisso), quale decostruzione del reale o, come vuole il poeta, quale ricostruzione di un “disessere” dove tutto, in questo grande stomaco del mondo, si fa cibo e riciclo. Salto che atterra in uno scenario contemplativo, dove quell’iniziale “terra a cui do le spalle” diviene unico elemento di “levità”. Il cuore del poeta, dunque, batte al ritmo di questi tre salti o passi di danza: riempirsi di forza di gravità; svuotarsi e sgravarsi del proprio essere; rimanere, infine, in lieve e aggraziato equilibrio sopra un filo contemplativo fra il reale e l’irreale. Questi tre movimenti sono il movente che mi fa prediligere detta silloge rispetto alle altre.» (Serse Cardellini)

«La raccolta prendendo spunto da occasioni e momenti della vita dell’autore, ma anche da episodi collettivi, si innalza ad una meditazione sul destino e il senso dell’esistenza, con un verso che pure nella sua varietà metrica mostra una sotterranea compattezza e riconoscibilità.» (Francesco Filia)

«Anche quando si fa carico di dispiegare un dramma, sezionandolo nelle sue particelle più dolorose, è poesia esistenziale. Si interroga con insistenza nonostante lo stesso cruccio si ripeta: la verità resta un abbozzo.» (Angela Caccia)

«Opera composita, formata da un corpus stilisticamente eterogeno, eppure capace di legare l'attualità, l'interiorità, la storia, dando voce a ciò che resta.» (Andrea Parato)

«In Ho scritto questo salto la morte è una presenza viva e familiare e nei suoi confronti c’è un’esplorazione creaturale, privata dell’inevitabile commozione, nutrita da contemplazione serena della finitudine umana. La Parte Prima ferma il tempo di tre precisi avvenimenti accaduti ed il verso si muove tra una “memoria viva” ed una “rabbia eternamente giovane”. In ognuno dei tre salti (“Prima della realtà”, “Mise en abyme”, “Contemplazione”) i versi sono tenaci, appassionati, un corpo a corpo con passaggi coraggiosi per esplorare, scavare, appuntare con maestria momenti intimi e profondi, “sottovoce dove brulicano i silenzi e il respiro si appiattisce”.» (Adalgisa Zanotto)


II. class.

Nel fiato umido dell’autunno di Mariangela De Togni (Piacenza)


Mariangela De Togni, nata a Savona, è suora delle Orsoline di Maria Immacolata (Piacenza). Insegnante, musicista, studiosa di musica antica. Membro dell’Accademia Universale “G. Marconi” di Roma, ha pubblicato le raccolte di versi: Non seppellite le mie lacrime (1989), Nostalgia (1991), Una Voce è il mio silenzio (1995), Chiostro dei nostri sospiri (1998), Profumo di cedri (1998), Un saio lungo di sospiri (2000), Flauto di canna (2004), Nel sussurro del vento(in Quaderni di Letteratura e Arte, 2005), Nel silenzio della memoria (ne Le visioni del verso, 2008), Cristalli di mare (2010), Fiori di magnolia (2011), Frammenti di sale (2013), Si può suonare un notturno su un flauto di grondaie? (2016, prima classificata al Faraexcelsior). È presente nel Dizionario della Biblioteca di Stato, in agende, antologie, blog e riviste di poesia contemporanea. Numerosi i premi e i riconoscimenti.


«Questa raccolta è una contemplazione della bellezza della Natura, percepita come una realtà viva e animata da una tensione infinita, in cui l’Io poetico si confronta con la solitudine e con il fluire del tempo.» (Nicoletta Mari)

«La silloge offre un “ventaglio di possibilità” ed anche una “gronda divina” dove riparare. Poesia mistica, di rimandi biblici, evocativa di fede per il “creato”, che stupisce e tutto azzera rendendolo alla sua origine divina. Oggi più che mai la poesia ha l’urgenza di occuparsi della natura che ogni giorno ci dona la luce e il buio. Il poeta parla a chi si veste di vento, di mare, di aurora, di notte, di natura primordiale. Il “tu” trascende e l’autunno è solo un pretesto. Non è una “chiesa vuota” questo fluire di versi.» (Colomba Di Pasquale)

«Opera dai versi brevi, composti e delicati, quasi rarefatti, talvolta. Non scevra di citazoni, mai ostentate, sa mantenere un proprio linguaggio intimo.» (Andrea Parato)


III. class.

Nuove anime di Vincenzo D’Alessio (Montoro, AV)


Vincenzo D’Alessio (Solofra 1950), laureato in Lettere all’Università di Salerno, ha ideato il Premio Città di Solofra, fondato il Gruppo Culturale “Francesco Guarini” e l’omonima casa editrice. Acuto e attento critico letterario, ha pubblicato saggi di archeologia e storia, recensioni e versi in numerosi periodici, antologie, siti e blog (in particolare Narrabilando e Farapoesia). Raccolte poetiche per i tipi di Fara: La valigia del meridionale e altri viaggi (2012, 20162); Il passo verde (in Opere scelte, 2014); La tristezza del tempo (in Emozioni in marcia, 2015) e Alfabeto per sordi in Rapida.mente, 2015) poi in appendice a Immagine convessa (2017), opera finalista al concorso Versi con-giurati. Nel 2017 è uscita la raccolta Dopo l’inverno, II class. al Faraexcelsior, III premio del Concorso Terra d’Agavi 2018 (Gela, AG), segnalata al Premio Civetta di Minerva (Summonte, AV), finalista al Premio Tra Secchia e Panaro 2018 (Modena). Del 2018 sono i Racconti di Provincia.


«L’anima sembra “naufragar” nella natura e la Natura diventa epifania delle emozioni, dei ricordi, del vissuto del Poeta. Siamo dinanzi ad una manifestazione di panismo, in cui l’Io lirico si mescola e si confonde con il Tutto. Il linguaggio è essenziale, nitido, ricercato, estremamente preciso.» (Nicoletta Mari)

«La canzone e le migrazioni. Il Poeta fa parlare luoghi e nostalgie “le stanze dell’aulica casa/riportano l’eco della voce” e poi gli abbandoni: “portami al confine della vita” “casa dei sogni” “nella polvere del ritorno”. La quieta polvere di Emily Dickinson e scorgo in lontananza un Vittorio Sereni che si sporge su questa silloge. Poesia che rimbocca le coperte nel freddo inverno, che tiene vivo il fuoco del focolare del Sud del mondo per chi è andato a Nord. Una poesia che insegna e ammonisce: “I giovani del Sud /non tornano rimangono / clandestini”, necessaria in questo tempo di silenzi disumani e di chiusure aberranti.» (Colomba Di Pasquale)


Altre opere votate

Theory of Infinity di Michele Caliano (Solofra, AV)


Michele Caliano è nato ad Avellino il 2 settembre 1963. Vive a Montoro (AV). Si è diplomato all’Isituto tecnico commericale di Solofra (AV). Astrofilo dall’inizio degli anni ’80, ha conseguito negli anni ’90 l’Attestato del corso in Astrofisica presso l’Osservatorio di Montecorvino Rovella (SA). Socio del Gruppo Culturale Francesco Guarini è appassionato di Cosmologia e divulgatore scientifico nelle scuole Medie statali e presso alcune radio del territorio.


«L'autore di Theory of Infinity diverte il lettore con una poesia didascalica che vorrebbe spiegare con ironia i più intricati enigmi della scienza e dell'universo, maggiore dei quali è il concetto di infinito. Il risultato di questo sforzo didattico è una silloge bizzarra ma piacevole. Dietro all'ironia si coglie un certo pessimismo nei confronti dell'agire umano. L'effetto umoristico è reso dall'alternarsi di termini scientifici e squarci autobiografici e dall'uso di rime volutamente infime o addirittura volgari.» (Andrea Biondi)


Suite visionaria di Gabriella Bianchi (Perugia)

«Poesia di stagioni, di affanni, di assenze, di “creato”, di ricordi e in tutto questo il Poeta “come volpe affamata” cerca un abbraccio che le salvi la vita. Poesia di ancestrale clausura, di sbigottimento alla vita e alla morte, poesia che guarda alla terra e all’infinità del cielo. Poesia tormentata che ricorda il dolore di vivere di Silvia Plath o di Amelia Rosselli.
“Il dolore fa uscire di senno, anima mia…” come non essere d’accordo? E poi arriva una luce in tanta visione nel Po di Volano con “gli occhi perduti/in quel dolce infinito”.» (Colomba Di Pasquale)

«È una potente silloge Suite visionaria, sicuramente la migliore della competizione. Una poesia mesta come una lenta sinfonia in minore, ma che rapisce l'ascoltatore, o il lettore, come accade al fedele ortodosso in contemplazione dell'iconostasi di una sperduta chiesa russa. L'autrice ordisce il grande racconto della propria vita con un linguaggio semplice e piano, il quale, proprio nella semplicità, attinge la potenza visionaria delle immagini. Racconto che si fa verso contro la "favola insanguinata" del mondo; salvezza "per non infoltire la schiera dei folli e dei suicidi". Abbiamo detto poesia mesta, ma dalla quale alla fine è possibile suggere "il vino profondo dell'amore".» (Andrea Biondi)


Quello che resta dopo le parole di Daniela Sandrolini (Marzabotto, BO)

«È una poesia che narra con leggerezza i drammi umani, che racconta la dura ed integerrima vita della gente di montagna, che induce a scoprire il legame con le proprie radici per ritrovare sé stessi.» (Nicoletta Mari)

«Un profluvio di parole, il succedersi di fotogrammi vecchi e nuovi, e un verso che su tutto s’innalza, ora timido ora audace, a raccontare il raggio che sta frugando l’anima.» (Angela Caccia)

«La vita dentro in Quello che resta dopo le parole. La sensazione e la soddisfazione di trovarsi a tu per tu con chi sa catturare la bellezza intorno, della casa dei gigli nella foresta dei faggi sul confine degli argini… e sa tradurre in versi la gioia di immergersi nelle tinte variegate che abbelliscono il mondo. È la gratitudine e la forza di chi ha occhi che sanno vedere, che sanno camminare accanto senza esserci. È un gioco di immagini effervescenti, dispiegato a catturare la pulsione anche di chi “adesso siede in una terra di nuvole”.» (Adalgisa Zanotto)


Rotta carovaniera di Stefano Sioli (Sesto San Giovanni, MI)

«All’autore va riconosciuto un giovanile buttarsi scomposto e di pancia tra i versi.» (Serse Cardellini)

Quello di Rotta carovaniera è un viaggio, o più viaggi, al tempo stesso geografico esistenziale e interiore. I testi, nella loro varietà formale, si presentano come vere e proprie tappe di una mappatura dell’anima che ritrova o perde se stessa nei luoghi che attraversa, nei momenti di rivelazione e smarrimento che anche un dettaglio può donare. (Francesco Filia)


Così in terra di Massimiliano Bardotti (Castelfiorentino, FI)

«Opera corale, delicata e intensa, seppur non originale nello spunto, capace però di dare freschezza alle voci – poetiche – di chi lascia una traccia di passaggio. L'autrice/autore sa rendere con perizia e varietà stilistica il proprio sentire interiore filtrandolo delicatamente attraverso l'empatia con le voci che si raccontano e raccontano qualcosa anche di noi.» (Andrea Parato)


Il segno di Salvatore Enrico Anselmi (Viterbo)

«Gratitudine per Il segno: lascia un segno del quotidiano e pesante carico che attraversa i giorni degli uomini e dei ciclopi e diventa canto libero e aperto del “cuore pensante” la cui corrente sospinge lontano. I versi pregnanti d’una puntuale attenzione alla parola donano un’educazione alla sensibilità e alla consolazione. E ancora di più, immagini e avvistamenti del “peso lineare dell’orizzonte che salta ogni giorno come un pesce”, fissano altezza e vuoto di quanto possa resistere al flusso inarrestabile del tiepido “corso del tempo che ci accompagna”.» (Adalgisa Zanotto)