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martedì 16 giugno 2026

ARTEINSIEME 16 giu 2026


Buona giornata e buona lettura.

B E L L ’ I T A L I A

L’abbazia di Chiaravalle, di Renzo Montagnoli.


P O E S I A

1) Da Ritorno al posto delle fragole – Parte I (edito in proprio, 2025) Altra fiamma sullo sfondo, di Gianluca Ferrari;

2) Da Modalità pausa (Prometheus, 2025) Calura d’estate, di Patrizia Fazzi;

3) Da Pianure d'obbedienza (Macabor, 2023) Come si ricorda una madre, di Marina Minet;

4) Il grande potere terapeutico della natura in Il farmaco più efficace, di Piera Maria Chessa;

5) Da La donna più vecchia del mondo (peQuod, 2025) Infanzia, di Daniela Raimondi;

6) Da Un tempo nuovo (Fara, 2026) L’incanto è fermo, di Carla Malerba;

7) Da Ora che tutto mi appare più chiaro – Scritte sulla sabbia (puntoacapo, 2023) La musa del disamore, di Giuseppe Carlo Airaghi;

8) Una scena rurale che la memoria riallaccia al presente in Meriggio, di Renzo Montagnoli;

9) Da Versanti di-versi (edito in proprio, 2025) Onirici vascelli, di Aurelio Zucchi;

10) Da La vita immaginata (Youcanprint, 2023) Quanto amore, di Felice Serino;

11) Da La bambina melodrammatica (ChiareVoci, 2024) Quello che osammo chiamare amore, di Adele D’Addario;

12) Da Appunti incompiuti di viaggio (ChiareVoci, 2025) Rendez-vous con me stesso, di Giovanni Borroni;

13) Da Verde (Fara, 2025) Senza sole, di Gabriele Oselini;

14) L’alienante claustrofobia urbana in contrapposizione all’appagante semplicità della natura in Solitudine, di Anna Cellaro;

15) Da Immagine convessa – Il passo verde (Fara, 2017) Ti hanno vestito con l’abito buono, di Vincenzo D’Alessio;

16) È un inno alla rinascita Vento contro vento, di Maria Attanasio.


R E C E N S I O N I

1) Cesare. La conquista dell’eternità, di Alberto Angela, edito da Mondadori;

2) I fucilieri di Sharpe, di Bernard Cornwell, edito da Longanesi;

3) Il segreto del commendator Storace, di Renzo Bistolfi, edito da TEA. 


L E T T E R A T U R A

1) La leggenda della rosa di Natale, di Selma Lagerlof, edito da Iperborea e recensito da Katia Ciarrocchi;

2) La lezione del Giappone, di Federico Rampini, edito da Mondadori e recensito da Siti;

3) Sacro fuoco, di Emmanuel Venet, edito da Prehistorica e recensito da Katia Ciarrocchi;

4) Un tempo nuovo, di Carla Malerba, edito da Fara e recensito da Michele Nigro.


Novità nei Freschi di stampa, nelle News e nelle Fotografie.


ARTEINSIEME ©2006 di Renzo Montagnoli
www.arteinsieme.net

sabato 7 marzo 2026

Il tempo vero

recensione di Renzo Montagnoli pubblicata su Arte insieme



Non c’è che dire: la produzione poetica edita di Carla Malerba comincia a essere consistente e questa, se non vado errato, è la quinta raccolta che ho il piacere di leggere, raccolta che ha una sua autonomia al pari delle altre, le cui tematiche sono sempre originali e di conseguenza la verve poetica finisce con l’essere mai ripetitiva. Ho citato il francese verve, che grosso modo corrisponde come significato all’italiano brio, per indicare quella capacità di saper esporre la propria arte con facilità e soprattutto con un dono di creatività che non è frequente.

Carla Malerba non si smentisce anche con questa silloge, in cui, alla chiarezza dell’esposizione, si accompagna anche una verve a tutta prova, un’onda ritmica capace di materializzarsi sul foglio, come in Come gioia pura: “Come gioia pura / l'oro delle foglie / scende lieve dai rami / a formare tappeti solari / muoiono / ma risplendono / ciclo che si chiude / attesa che si rinnova.” È una visione autunnale incentrata sul colore di una stagione che è forse la più bella, dove la natura può sembrar morire, ma invece si pone in attesa di rivivere.

Peraltro anche le poesie successive sono un canto alla natura, un’estasi di fronte al mondo che non finisce di stupire e le intuizioni dell’artista sono tali da provocare stupore per quella capacità di rendere disponibile a tutti ciò che lei vede con i suoi occhi e con la sua anima. A riguardo ci sono dei versi che meglio di me esprimono questo concetto e sono quelli che compongono Cattedrali di luce: “Cattedrali di luce / volte ardite / nella follia dello slancio / aneliti di cielo / Rimane poi nell’ombra / il desiderio dello sguardo / sospinto verso l’alto / nel riflesso del vasto mezzogiorno.” Si tratta della descrizione di un meriggio d’estate, abbagliante di luce, immagini che scorrono davanti agli occhi, felici scelte creative capaci anche di trasmettere un'atmosfera.

La raccolta prende in parte il nome da una delle poesie ivi contenute, intitolata Era un tempo nuovo, ma il tempo non è mai nuovo o vecchio, il tempo scorre inesorabile, e noi lo vediamo in modo diverso con i nostri sensi. Così il tempo nuovo di Carla Malerba è una visione diversa di ciò che ci circonda, è un riflesso mediato inedito di quella realtà oggettiva che osservata da ognuno di noi diventa soggettiva. Non siamo mai fotografi disinteressati del mondo esterno, siamo invece pittori che lo dipingiamo secondo il nostro sentire ed è per questo che il meriggio descritto nei bellissimi versi di Carla non sarà mai uguale a quello tratteggiato magari anche da poeti di gradissimo valore. La sensibilità che è in noi non sarà mai uguale, quella stessa sensibilità che ci permette, ovviamente grazie a una innata capacità, di scrivere “A tratti senti / fluire il tempo / il tempo vero / non questo tempo / l’altro / del tutto che si compie / vuoto d’ore / eterno.”

Ecco, l’artista ha saputo cogliere il tempo oggettivo, non quello che è misurato dal nostro rapporto con la vita che scorre, un tempo talmente veloce e talmente eterno da sembrare fermo.

Nel leggere le poesie di questa raccolta mi sono sentito piccolo, anzi minuscolo, un insignificante granello di polvere rispetto all’immensità dell’universo, ma avere la sensazione che qualcun altro, in questo caso chi li ha scritti, abbia saputo trarre da questa condizione il piacere di parlarne, di rapportarsi con quella realtà che quasi sempre ci sfugge, l’averlo fatto al meglio, con felici intuizioni, è stata una consolazione, un po’ come aver scoperto di poter essere grandi nonostante la nostra connaturata limitatezza.

giovedì 11 dicembre 2025

L’incanto della natura

Gabriele Oselini, Verde, Fara Editore 2025

recensione di Renzo Montagnoli pubblicata su  Arte insieme



Dopo un silenzio di tre anni (l’ultima silloge pubblicata per i tipi di Fara, Equilibrio, è del 2022) ritorna in libreria Gabriele Oselini con una nuova raccolta, dall’emblematico titolo Verde. Questo colore, che metaforicamente identifica una speranza, è tipico della natura e del resto le poesie di questo autore sono sempre connesse alla natura, nelle sue svariate sfaccettature, di cui sa cogliere con pochi versi l’essenza, uno sguardo sul mondo che giunge dritto al cuore e che pressoché istantaneamente assimilato viene trasferito sulla carta. Questa passione per ciò che ci circonda che non sia opera dell’uomo incontra i miei favori e denota ancora una volta di più le caratteristiche, comuni alle mie, di chi nasce e vive nei pressi del grande Po. Domina ovunque il paesaggio della pianura, i suoi campi, i suoi frutti, gli animali che la popolano, come, per esempio, in Dono:

una coppia di merli / su pochi rami divelti / e sterpi secchi / diventati nido / due occhi languidi di cane / e il canto stridulo / di un verdolino veloce / mi hanno dato in dono / nuova luce; l’essenza sta nel raccogliere in breve la visione di tanti animali, dai merli al cane, per arrivare al verdolino, un quadro di innocente serenità che per il poeta porta a nuova luce, illumina cioè la sua esistenza.

Il saper cogliere l’essenza delle cose è la capacità di Oselini che osserva e trascrive, che vede un tramonto come un momento d’estasi d’amore, oppure si lascia incantare dall’orizzonte provando lo stesso piacere di una carezza amica.

E così è tutto un susseguirsi di emozioni, di sentimenti risvegliati con versi in cui chiara si avverte la gioia di esistere e di essere lì. Non potevano mancare poi dei versi dedicati al grande fiume, perfettamente inserito in un paesaggio padano dall'immutato fascino (Fiume: rilassato ogni sospiro / nelle mie care immagini / all’ombra di verdi querce / una luce sabbiosa / cade nella campagna / e si infiltra sinuosa / illuminando preziosi flutti / di quel grigio fiume / che mi bagna il cuore).

È il caso questo di un poeta che scrive di ciò che vede, che non si arrampica sugli specchi per cercare chissà quali iperboli filosofiche, ma trasmette le sensazioni provate di fronte alla meraviglia della natura, che può essere grande, incantata anche nelle piccole cose, come in

Una farfalla

una farfalla nera
ricamata di giallo
si posa su una rosa bianca
sogna un sole ross
in un bosco fiorito
e cavalli color del sole
poi musiche umili
vestite d'azzurro
l’accompagnano
nel suo cromatico volo.


Credo che sia appena il caso di rilevare l’armonica cromia che s’accompagna ai versi e che dona all’insieme una visione di grande e profonda serenità; è ciò che il poeta ha provato e che ci fa conoscere, è quello che ha visto più con il cuore che con gli occhi.

È così che in questa raccolta ritrovo la già più volte apprezzata sensibilità del poeta, una conferma quindi in cui si perpetua il piacere che ritraggo nel leggere versi che non sono certamente astrusi, ma che nella loro apparente semplicità permettono di entrare in sintonia con chi li ha scritti, quasi che si arrivasse a vedere con i suoi occhi e con il suo cuore.

Da leggere, merita ampiamente.

venerdì 29 agosto 2025

Prolifica ed eclettica

recensione di Renzo Montagnoli pubblicata su Arteinsieme



Credo sia indubbio che la vena poetica di Carla De Angelis si rigeneri di continuo, perché altrimenti non troverebbe spiegazione la frequente uscita editoriale, che da un po’ di tempo ha quasi una cadenza annuale. Però quello che stupisce è l’ecletticità dell’artista che non si limita a ricorrere, magari approfondendola, a una costante tematica, ma che esplora di continuo nuovi territori, sviluppando idee originali. È anche questo il caso dell’ultima raccolta, Ogni cosa che cade ha il suo rumore, titolo strano che è quello di una poesia ricompresa nella silloge (Ogni cosa che cade ha il suo rumore / vorrei sentire scorrere ogni senso e riconoscere / la spinta del tempo passato / le mani unite in uno scambio di gesti di pace / insieme / Perché da soli non è facile / nemmeno riconoscersi). Credo che sia opportuno che mi soffermi un po’ su questi versi, perché rappresentano la sintesi di tutta la poetica di Carla De Angelis; lì troviamo infatti esperienze di vita la cui memoria provoca uno stato emozionale espresso in poesia. In buona sostanza la poetessa ci fornisce un filo conduttore che si basa sul tempo e sulle relazioni umane, dato che il rumore di quello che cade può essere interpretato come l’ineluttabilità degli accadimenti, mentre la spinta del tempo passato evoca sia la nostalgia di ciò che è stato sia il trascorrere indifferente delle ore, degli anni, di tutto ciò che si verifica con il tempo. In questa esistenza c’è un senso che è dato dall’aiuto reciproco (le mani unite e i gesti di pace), ma ciò che è più significativo - e che testimonia che il destino dell’uomo è solo la necessità inderogabile di coesistere - è dato dalla riuscitissima chiusa (perché da soli non è facile). In tutta sincerità, pur sempre apprezzando le poesie di Carla De Angelis, mai più avrei immaginato che potesse arrivare a una così approfondita sintesi, tale da strappare un applauso. Non vorrei che però si dicesse che la raccolta si esaurisce con questa poesia, perché ci sono altri versi che meritano attenzione, destando particolare interesse. Purtroppo, spazio e tempo mi impongono di non attardarmi a parlare di tutto, così che mi sono limitato a scegliere un’altra poesia, che mi ha colpito in modo particolare. È questa:

Scrivo e cammino in fuga
come un ago che non trova il filo
gira intorno alla cruna

Tornerà la buona sorte
inesorabile la lancetta gira
ad ogni tic tac qualcuno nasce
qualcuno muore
(nessuno ascolta Cassandra)



Quello che più ho apprezzato in questi versi è il loro simbolismo, dove si riscontra una visione dell’esistenza come una sequenza di eventi, con l’alternanza delle nascite e delle morti, che sembrano regolate da un tempo indifferente e implacabile. E in questa realtà la poetessa sembra essere in movimento alla ricerca inutile di un approdo sicuro, una riuscita immagine di un essere umano in balia degli eventi, segnato da un destino che l’accompagna dall’alba al tramonto.

Non intendo andar oltre, anche se ne avrei voglia, perché credo che per quanto abbia cercato di motivare il mio giudizio ampiamente positivo non potrà mai essere pari all’impressione di chi legge, all’entusiasmo che lo anima, all’emozione di un verso in cui scopre qualcosa di sé.

giovedì 22 maggio 2025

Di tutto, di più

Ci sono momenti di Alessandro Ramberti
Fara Editore, Poesia, Pagg. 128
ISBN 978-88-9293-151-0
Prezzo Euro 12,00



È proprio il caso di dire che Alessandro Ramberti è una fucina poetica, visto che continua a scrivere e a pubblicare poesie a spron battuto, segno di una invidiabile creatività che sta caratterizzando un lungo periodo particolarmente propizio. Infatti, non ho fatto in tempo a leggere e a recensire Non so resistere che è apparsa questa nuova silloge intitolata Ci sono momenti.

Il fatto che più sconcerta, ma che anche costituisce motivo di apprezzamento, è la varietà dei temi proposti nella raccolta che arriverei perfino a considerare un diario in poesia delle esperienze maturate giorno per giorno.

Ce ne sono alcune che sono folgoranti, come quella agli inizi (Alea: “Come un dado rotolante col destino / ho lasciato poche tracce del passaggio.”) e che peraltro non è l’unica, perché già a pagina 43 troviamo Agenda: “Ci sono momenti / che spostano date”. In entrambi i casi si tratta di felici intuizioni che sintetizzano profondità di pensiero senza togliere nulla alla chiarezza dell’esposizione. Poi ci sono i viaggi, un argomento che mi pare particolarmente caro ad Alessandro, resoconti in versi di gite dal più vicino, ma sempre incantevole Montefeltro, alla lontana metropoli americana (da Alto Montefeltro: (Con le gambe la distanza è maggiore.) / Vedi laggiù quegli alberi color / foglie di ulivo a cinquecento metri / sparsi in quel campo scosceso fra boschi / di un verde scuro? Lontana si staglia / sul profilo turchese la materia / grigia del Sasso Simone. Mi hai detto:/ “Salici!”) (da Diario Newyorkese: Pensate ad un ventenne solitario / per le strade di una grande città: / …”). Ci sono riferimenti religiosi, ci sono espressioni di emozioni, insomma, per farla breve, c’è un po’ di tutto. Quindi dire che Ramberti ha dato sfogo alla sua creatività è quasi un eufemismo, perché appare evidente il quasi ossimoro fra i momenti che ci sono e i periodi invece che risultano, due eventi temporali in cui magmaticamente fuoriesce lo spirito poetico e si trasforma in versi.

Comunque c’è una poesia che sintetizza non tanto la silloge stessa, ma lo stato di grazia dell'autore e non a caso figura per ultima; mi riferisco a Preghiera, breve, ma molto intensa: “Dimmi chi sei ti prego / dimmelo con coraggio e con dolcezza / ti ascolterò come un discepolo il maestro / e poi sarò per te io stesso.”

E questo è tutto, una raccolta di istantanee, una galoppata in cui la realtà si trasfigura nella fantasia dell'autore, che la filtra, la media, ce la restituisce accattivante, supportata da una serenità che non viene mai meno.


Alessandro Ramberti (Santarcangelo, 1960) ha pubblicato: Racconti su un chicco di riso (1991), In cerca (2004), Pietrisco (2006), Sotto il sole (sopra il cielo) (2012), Orme intangibili (2015), Al largo (2017), Vecchio e nuovo (2019, Faglia–Faŭlto (2020), Medèla (2021), La simmetria imperfetta (racconto lungo, 2022), Enchiridion celeste (2022), Non so resistere (2024).

domenica 2 marzo 2025

“In questi giorni, in queste ore di attesa del passo finale…”

Come un’arancia dolce di Vanna Corvese
Fara Editore, Poesia, pp. 56
ISBN 978-88-9293-153-4
Prezzo Euro 12,00

Recensione di Renzo Montagnoli 
pubblicata su Arteinsieme


Il dolore

La poesia può servire a cementare il ricordo, cristallizza le emozioni, è sospiro e grido al tempo stesso, è la consolazione per una perdita e Come un’arancia dolce di Vanna Corvese è la memoria pacata, a fronte di un dolore ormai omologato, dell’ultimo scorcio di vita di una persona con cui si è trascorsa gran parte della propria esistenza. Non è solo l’assistenza a un malato terminale, è l’ultimo disperato slancio d’amore: Una luce fioca / illumina il tuo corpo supino / coperto da un lenzuolo colorato. / La luce è accesa sul comodino, / come vuoi tu. / Ora dormi tranquillo / e respiri piano, / ma quando oscuri fantasmi / tornano a inquietarti / ti agiti sul letto / e il terrore / devasta i tuoi lineamenti.

Si vorrebbe non aver mai avuto questa esperienza così devastante, però purtroppo capita, perché non viviamo in eterno e io stesso ho sperimentato questo percorso angosciante quando mia moglie si è ammalata per poi morire.

Comprendo quindi i sentimenti di Vanna Corvese e giungo a dire che mi ritrovo nei suoi versi, riuscendo lei a esprimere in poesia quello che è in me e che per pudore, forse, non ho mai esternato.

In questi giorni, in queste ore di attesa del passo finale si ripercorrono inevitabili episodi della vita insieme, perché visto che non c'è un futuro ci si intende inconsciamente consolare con la memoria del passato (Mi trafigge la nostalgia / mentre il ricordo mi porta / l’onda sonora della fisarmonica, / la canzone che suonavi / per il bambino con la febbre alta / addormentato nella roulotte / come in una tiepida tana. / Un nubifragio nel cuore della notte / spense le luci, /ma le note allegre / tra gli alberi scossi dal vento / donarono un auspicio di sereno / ai compagni di viaggio. / …)

Sono ben evidenziate le sensazioni, le emozioni, le speranze che si susseguono in questa veglia, in cui ci si può anche illudere che tutto non sia reale, ma sia solo il frutto di un brutto sogno. Però tutto finisce, la vita di ogni giorno scompare di fronte a un’attesa ormai senza speranza e se la morte è pronta a ghermire l’infermo, la persona amata che l’assiste ha la morte nel cuore (Col male che ti divora / abbiamo perduto / il dolce rito amoroso, / le passeggiate in città, / la spesa quotidiana insieme / tu col carrello / io coi miei pacchetti, / la sosta al bar per un caffè, / l'incontro domenicale con gli amici, il dialogo canoro con gli uccelli. / …).

E infine il passo finale, lontano dai propri cari, a loro nascosto quasi che la morte calasse un sipario sulla vita di un uomo (Mi hanno mandata via. / L'attesa è interminabile. / Sei solo. / Infine la sentenza: / codice rosso / il cuore… / Mio figlio / accorre al mio richiamo / con la cugina. / Nessuno parla: / immobili, aspettiamo. / Non ti abbiamo più visto.).

Questa silloge di Vanna Corvese è indubbiamente una poesia del dolore, della sofferenza di chi va e di quella di chi lo assiste e poi resta, e dice delle gran verità, ripete ciò che altri hanno già provato se volevano veramente bene, riporta situazioni, emozioni che scavano un solco nell’animo, che magari si attenuano con il trascorrere del tempo dall’evento ferale, ma che poi ogni tanto riappaiono, senza che siano più accompagnate dal dolore, quel dolore che i giorni, i mesi, gli anni trascorsi smussano, confermando a chi resta che chi è partito non tornerà più. È allora che scende un velo di tristezza che permette, a chi sa poetare, di mettere in versi quel lontano dolore.

Come un’arancia dolce mi è piaciuto molto e ne caldeggio quindi la lettura.


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giovedì 9 gennaio 2025

Verso dopo verso ho ritrovato i miei “da quando non ci siete”

Da quando non ci siete di Stefano Bianchi
Fara Editore
Poesia
Pagg. 80
ISBN 978-88-9293-095-7
Prezzo Euro 7,00

recensione di Renzo Montagnoli pubblicata su Arte insieme



La memoria

Il tema della memoria è uno dei più diffusi in poesia, un po’ perché parlare del proprio passato ha l’indubbio vantaggio di non richiedere particolari doti di creatività, un po’ perché ci si illude che soprattutto gli anni più lontani della nostra esistenza, che corrispondono generalmente alla fanciullezza e alla pubertà, siano stati i migliori che ci potessero capitare.
In quest’ottica credo debba essere vista questa raccolta poetica di Stefano Bianchi, capace di ricordare con il rimpianto malinconico di chi sa che certi eventi non si potranno replicare, che certe persone che abbiamo incontrato non sarà più possibile vedere di nuovo ( Che la vita è bella me l'hai insegnato tu, morendo.)
Se rievocare rinforza il nostro desiderio di proseguire, pur tuttavia ha i suoi limiti nel senso di sconforto che si accompagna sempre al piacere di illudersi di rivivere determinate epoche. Bianchi mette nero su bianco le sue sensazioni, le sue emozioni rammentando e scrivendo di quando era bambino, parlando d’amore, del tempo che passa, spesso e volentieri con indovinate visioni della natura che non solo è palcoscenico dei suoi versi, ma ne è intima struttura, è il mezzo con cui meglio comunicare. E le parole, se opportunamente amalgamate, se intelligentemente scelte, hanno la capacità di trasmettere a chi le legge le stesse sensazioni e le stesse emozioni, come è possibile verificare in Dove?:

Dove sei?
In quel cielo di nuvole alte
colorate di nero dal sole
come una lanterna dietro a un telo?

O nel verde sentiero che corrono
in discesa i bianchi cani del nord
a quest’ora della sera?

Delle chiome gemmate di aprile
sento la stessa pelle addosso,
pure mi costringo a inseguire
la corsa di una vita che non è mia,
che non è nostra.

Non indovina la strada per casa,
quando bastava ascoltarti un secondo
allora.

O sei nell’acqua del fiume che passa
una volta ma poi non si ferma?

O nell’aria che vola in montagna?
Così pulita e leggera come
la tua anima e le tue parole
che mi tengon per mano stasera?


Fra una citazione e l’altra di autori famosi il poeta nel ricordare si abbandona a riflessioni coinvolgenti, come quella sul tempo, così dolcemente scandito con una visione di un fenomeno della natura (Il tempo cade a fiocchi piccoli come la neve / che se lo lasci fare / stende una coltre spessa quanto l'oblio / sulle cose che crediamo importanti.), una poesia che ha tanto dell’aforisma quanto generale e perfettamente logico è il concetto esposto.
Nel leggere questi versi si finisce un po’ con il ripercorrere il nostro passato, ci si lascia condurre per mano a quella serena malinconia che assale il navigante al tramonto, e forse noi, anno dopo anno, giorno dopo giorno, non siamo altrettanti naviganti nella luce del tramonto?
Il mio giudizio forse è poca cosa, ma si sono sentito da subito in sintonia con l’autore, verso dopo verso ho ritrovato i miei “da quando non ci siete”.

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giovedì 12 dicembre 2024

Ixòe de aria – Isole d’aria Poesie in tre versi di Donatella Nardin

Donatella Nardin, Ixòe de aria – Isole d’aria, copertina di Dante Zamperini, postfazione di Alessandro Ramberti, Fara Editore 2024, Poesia, pagg. 80
ISBN 978-88-9293-124-4
Prezzo Euro 14,00

recensione di Renzo Montagnoli pubblicata su Arte insieme



Haiku in dialetto

Sono ormai tanti anni che mi diletto a leggere poesie e mi sono capitate tante forme delle stesse, compresi gli haiku, questi componimenti di soli tre versi e di sole 17 sillabe che seguono lo schema 5 – 7 – 5. Premetto che li ho presi un po’ sottogamba, cioè non riconoscendo loro la valenza di poesie, il tutto dovuto con ogni probabilità a una mia pigrizia nel cercare di assimilarli. Però, a un certo punto, mi sono detto che per uno che si è studiato i poemi di Virgilio e ha compreso le regole del piede dattilico con cui sono stati scritti, non riuscire a capire come funzionano gli haiku era una lacuna troppo grave, a cui ho cercato di porre rimedio leggendo questo libro e così contraccambiando, per quanto con poca cosa, un insperato aiuto che mi ha dato Donatella Nardin.

Ciò premesso, mi pare d’obbligo per un principiante come me prima esaminare e parlare della forma, poi dei contenuti. Indubbiamente il fatto che si esaurisca l’ispirazione in tre versi di complessive 17 sillabe (ripeto cinque il primo, sette il secondo e ancora cinque il terzo) è molto limitativo, ma nell’ottica della forma volta all’immediatezza e all’apparente semplicità il risultato è apprezzabile, per quanto sia tutt’altro che facile raggiungerlo. Al riguardo direi che Donatella Nardin ha rispettato pienamente le regole, con una aggiunta un po’ particolare, e cioè che si tratta di haiku scritti in dialetto, un connubio di due tradizioni popolari, una giapponese e una veneziana che, se complica le cose, presenta però degli indubbi vantaggi. A scanso d’equivoci mi corre l’obbligo di evidenziare che c’è sempre la versione in italiano, perché non tutti sono in grado di capire questo dialetto, con riferimento al quale mi preme porre in risalto la caratteristica di essere più accattivante, di aggiungere un tocco in più che comporta un maggior piacere (Un jòrno nóvo – / de spìghe xàe l’òro / sperànça vìva.; Un nuovo giorno – / di spighe gialle l’oro / viva speranza.). Come è possibile notare, a parte il pieno rispetto delle regole, il dialetto presenta una musicalità migliore dell’italiano e l’immagine della natura, tipica di questa forma tecnica, è di più immediata visione.

E meglio ancora, per spiegare il mio pensiero, mi pare questo:

El pomogranà –
ea jèra viva ea jòia
in altre età



Il melograno –
era viva la gioia
in altre età



La visione di questo bel melograno porta alla riflessione su un tempo trascorso in cui si era più contenti; forse non è vero, ma chi scrive pensa così e quando pensa e scrive in dialetto sembra di avvertire maggiormente un senso di rimpianto.

Che Donatella Nardin sappia scrivere belle poesie non è certo una novità, ma che poi mantenga intatte le sue qualità anche con una forma tecnica così lontana dalle nostre abitudini, e per di più in dialetto, è una dimostrazione della sua ecletticità. Se poi può sembrare che la mia opinione di profano non sia particolarmente qualificata, testimoniano della qualità di questa raccolta i numerosi premi che ha ricevuto in concorsi letterari.

Da parte mia sono certo che leggerò altri haiku, mentre per scriverne non so, anche se a priori ormai non lo escludo.

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mercoledì 15 maggio 2024

Sgomitolare la gioia di un torrente di montagna

Alessandro Ramberti, Non so resistere, Fara 2024

recensione di Renzo Montagnoli pubblicata su Arteinsieme



La speranza

Strano titolo, e non me ne voglia l’autore se dico che di primo acchito mi ha ricordato la pubblicità di certi prodotti dolciari che attirano oggi tanto i giovani, e anche quelli più in là con l’età. Per fortuna niente di tutto questo, perché si tratta di poesia, notoriamente seria, a parte certi sonetti licenziosi di un lontano passato. Ramberti si avvale dei versi per esprimere il suo innato senso etico, una sua religiosità che non è mai un dramma, ma una gioia dello spirito, pur nelle non infrequenti tragedie dell’esistenza.

Nella nostra dimensione la consapevolezza di essere fallaci, incompleti e spesso erranti alla ricerca di un nostro ruolo ci consente di trovare con la spiritualità una via per sopportarci e per tollerare gli altri, anzi per dialogare con loro lungo un percorso terreno troppo breve per far pieno tesoro delle esperienza maturate (L’imperfezione / è il nostro marchio / di qualità / sì noi tendiamo / ad occultarla / addirittura / ce ne incolpiamo / benché riveli / fragilità / non solo nostre / ci spinge ad essere / riconoscenti / a chi ci ama / per come siamo / umili ammassi / contraddittori). Si potrà obiettare che questa profonda convinzione cristiana è frequente nell’autore, ma in fondo qualsiasi poeta che non si fermi a parlare di fiorellini o di fanciulle desiderose d’amore traspone nei versi l’elaborazione dei suoi pensieri più intimi, quella profondità di concetti, di visioni, di scopi della vita che Ramberti ha fatto propri con una religiosità non di maniera, non di aspetti esteriori, ma di sostanza, una religiosità che dicevo non è drammatica, ma gioiosa, perché animata dalla speranza (Prendimi il petto / fallo discendere / dove le ossa / bruciano-accecano / sei pelle e spirito / tu allora spogliati / in modo ingenuo / entra nel fonte / si aprono i cieli / la mano parla / salva e conferma / unge la carne / converte il tempo / lo fa brillare / libera il suono / della conchiglia).

E non è un caso se ho trovato la stessa determinazione, la medesima passione in un’altra silloge (Pianure d’obbedienza), di Marina Minet, poetessa sulla stessa lunghezza d’onda di Alessandro Ramberti, entrambi permeati da una spiritualità che si eleva oltre il formalismo religioso e che è vissuta giorno per giorno, pregio sempre più raro a trovarsi, travolti come siamo dalle esteriorità impellenti della vita moderna.

Forse corro il rischio di andare fuori tema, se già non ci sono addirittura andato, ma sento pressante la necessità, soprattutto dopo aver letto questi versi, di esprimere non tanto un giudizio sugli stessi (e sarebbe senz’altro positivo, considerata la concretezza della struttura, la sua linearità che evita qualsiasi artificio letterario), quanto invece un’opinione sull’autore perché ciò che Ramberti esprime è la sua vita interiore di ogni giorno, è il suo cuore pulsante che riesce a vedere oltre i limitati orizzonti dei più (Gli occhi si staccano / dal cuore quando / il male è ovunque / nella catastrofe / ma a volte colgono / bagliori intimi / si fanno ciechi / per ascoltare / si gela il sangue / ma giunge in petto / il gran silenzio / in cui ti sciogli / così converti / quello che senti / al congiuntivo / che si fa strada). Credo che questi versi sintetizzino al meglio la mia impressione, versi che sento miei pur ovviamente non avendoli scritti io, ma che fluiscono dentro il mio cuore come un gagliardo torrente di montagna che fra mille ostacoli, senza demordere, procede verso la foce, sicuro di arrivarvi.

venerdì 3 maggio 2024

Con schiettezza

Ogni giorno cerco di capire di Carla De Angelis


recensione di Renzo Montagnoli pubblicata su ArteInsieme



Della poesia di Carla De Angelis non si può non apprezzare la semplicità, il modo di comunicare il più chiaramente possibile, evitando eventuali fraintendimenti, una poesia che potremmo definire di autentica schiettezza. La poetessa non si cela dietro frasi criptiche, apre il suo animo al pieno sole, insomma è da tanti anni che leggo le sue opere e queste caratteristiche, che ritengo notevolmente positive, non sono mai venute meno. Il suo modo di esprimersi in versi ha affrontato diverse tematiche, ma tutte derivano dall’osservazione del mondo che ci circonda, che dà luogo a inevitabili riflessioni di cui verseggiando ci rende partecipi; oppure si tratta di eventi per niente straordinari, tranne per chi ne è parte, come può essere la morte di una persona cara o anche la nascita della propria prole. E un esempio di questi, anzi due esempi, li possiamo trovare nei versi che seguono, così per il primo mi sembrano chiaramente esplicativi questi: “I semi sparsi al vento sanno dove cadere / germinano al sole e all’ombra / nell’acqua e nello stagno asciutto / non smarriscono il percorso”; per il secondo invece questo Ricordo è di una tenerezza disarmante: “Ricordo i giorni i mesi l’attesa / il primo pianto il sorriso / le parole / i primi passi la corsa / l’alfabeto i libri gli esami / i giorni passati a studiare a giocare a ballare / ieri, oggi e domani, punto a capo. // È il nostro segreto.”

Eppure, ciò che può stupire e che forse non ci si aspetta, sono alcune riflessioni che, pur nella loro semplicità di esposizione, esprimono grandi concetti, come questo, dove dimostra che la vita in comune è comunicazione, è un do ut des inconsapevole, ma che è alla base di ogni civiltà, perché si tratta di flussi di conoscenza di cui siamo soggetti attivi e passivi: “Lungo la strada lascio parole pensieri / azioni che altri possono raccogliere. // Altri lasciano parole pensieri e azioni / che raccolgo come fossero perle.”

Ho più volte riscontrato nelle sue sillogi, apparentemente senza pretese, questa capacità di essere presente nel mondo sotto un alone di umiltà, quasi fosse timorosa di disturbare, ma non c’è nessun disturbo, troviamo invece una voce sincera di un essere sensibile capace di vedere, di ascoltare, di offrire un punto di vista razionale, e pur poetico, come se Carla De Angelis ci venisse a dire: ”Questo mondo è anche il mio, ci sono anch’io, busso alle vostre porte per aprirvi la mia.”

Da ultimo, una chicca, perché non ci sono solo poesie in questo libro, ma ci sono anche dei racconti brevi che l’autrice chiama racconti flash, poche righe, un’istantanea, opinioni personali liberamente espresse, insomma un altro modo per comunicare.

Da leggere, mi sembra ovvio.



sabato 15 luglio 2023

News Arteinsieme del 15 luglio 2023


P O E S I A

1) Da Sulle rive dei fossi (Edizione in proprio, 2022) Casa, di Ernesto Flisi;

2) Da La vita immaginata (Youcanprint, 2023) Chi ti credi, di Felice Serino;

3) Tanta è la passione da scrivere un’ode con Del mare, di Aurelio Zucchi;

4) Per omologarlo si deve essere Dentro il dolore, di Piera Maria Chessa;

5) Da HAIKU per un anno (Youcanprint, 2022) Guizzano in cielo, di Franca Canapini;

6) Tanto piace da amarlo Il mare, di Graziella Cappelli;

7) Forse realtà, forse sogno in Il sole era alto, di Renzo Montagnoli;

8) Ce ne siamo accorti, dell’estate c’è stato L’arrivo, di Giovanna Giordani;

9) Da Frammenti di sale (Fara, 2013) La terra del cuore, di Mariangela De Togni;


10) Da Monologo dell’angelo caduto (Fara, 2022) Lungo il margine di una pagina, di Giuseppe Carlo Airaghi;

11) Il non senso di questa vita in Non ho, di Gavino Puggioni;

12) Tutto il campionario di una spiaggia in Ombrelloni, di Michael Santhers;


13) Riflessioni nell’atmosfera tipica di quando il sole cala in Poggio al tramonto, di Sergio Menghi;

14) La saggezza di Esopo in Rane nello stagno, di Gianluca Ferrari;


15) Da Storie minime (Fara, 2009) Sono carte geografiche, di Maria Pina Ciancio.



N A R R A T I V A

Pensieri vari che arrivano mentre si sta Preparando il barbecue, di massimolegnani.


R E C E N S I O N I

1) Il mercante di Prato, di Iris Origo, edito da Corbaccio;

2) Le pietre di Pantalica, di Vincenzo Consolo, edito da Mondadori.


L E T T E R A T U R A

1) Argentea Scaltra e altre favole, versioni poetiche da Esopo, di Gianluca Ferrari, edito in proprio - commento critico di Renzo Montagnoli;

2) Dalì genio e sregolatezza, di Felice Serino;

3) I girasoli di Kiev, di Erin Litteken, edito da Piemme e recensito da Giovanna Giordani;

4) La diva Julia, di W. Somerset Maugham, edito da Adelphi e recensito da Siti;

5) La strada verso il canto, di Rossana Jemma, edito da RP e recensito da Carla Malerba;

6) Lo squalificato, di Osamu Dazai, edito da Feltrinelli e recensito da Katia Ciarrocchi;

7) Persone normali, di Sally Rooney, edito da Einaudi e rensito da Katia Ciarrocchi.


Novità nei Freschi di stampa, nelle News e nelle Fotografie.


ARTEINSIEME ©2006
di Renzo Montagnoli
www.arteinsieme.net
renzo.montagnoli@gmail.com

mercoledì 10 maggio 2023

La sacralità della natura

The green eye of the fields - L’occhio verde dei prati di Donatella Nardin
Fara Editore, Poesia, pagg. 144
ISBN 978-88-9293-031-5
Prezzo Euro 13,00

recensione di Renzo Montagnoli
pubblicata su Arte insieme 




La sacralità della natura

Donatella Nardin sembra avere una particolare passione per la natura e per le interazioni fra la stessa e gli esseri umani; ho potuto notare questa sua attitudine con le precedenti sillogi Terre d’acqua e Rosa del battito. Non è quindi per nulla strano la riproposizione di questa tematica con la nuova raccolta L’occhio verde dei prati il cui titolo è già di per sé molto esplicativo ed è quello della poesia iniziale (L’occhio verde dei prati, risvegliato, / fa nido bevendo la nuda / chiarità del mattino / come le vite care appese alle finestre / del loro infinito mancare, / come il biondosole, amore riverso / tra le scapole azzurre rotte / da assenze, commiati, afasie. / …). Peraltro, proprio da questi versi emerge un elemento nuovo, lo stile che cerca di rompere con il passato per giungere a un linguaggio espressivo più immediato, ricorrendo a termini più ricercati, come nel caso di “chiarità” che ben esprime la trasparenza e la luminosità dell’aria, o addirittura ne conia di nuovi, unendo un sostantivo a un aggettivo, “il biondosole”, sempre con lo scopo di trasmettere con più efficacia il messaggio insito nella lirica.
In quest’ottica, nella costante immersione della natura che ci circonda, la poetessa giunge a proporre un caleidoscopio di colori, che vanno dal giallo di Una granita al limone all’azzurro del cielo di Per un attimo almeno. Sarei però molto incompleto se mi limitassi a evidenziare questa immersione della natura e se non parlassi anche delle sempre presenti interazioni con la stessa degli stati d’animo esposti con visioni di ciò che ci circonda, come nel caso di Il nettare biondo (Piovvero allora diafane / lacerazioni sui volti / inerti, sottili. / Fu un avvinghiare di nuvole / dall’amaro risvolto / quel non essere presenti / alla vita, spillare a fatica / dai succhi sapienti il nettare / biondo per poi misurarne / l’audacia. / Orgoglio di malcelata / mestizia, fu un deporsi / sul fianco abbacinato del poco / il patire tacendo per anni / e anni e secoli ancora.) Come dice bene Carla De Angelis nella sua prefazione si ritrova in questi versi, ma anche in tutti quelli della raccolta, la sacralità della natura, la grande madre di noi tutti che spesso dimentichiamo e consideriamo serva dei nostri voleri e piaceri.
Questo concetto, che sta prendendo piede e che è un ritorno a considerarci non al di sopra, ma parte della natura stessa, mi consola, perché l’uomo sta piano piano ritrovando il suo ruolo nel caos perfetto della creazione e in quanto tale ricomincia ad apprezzare nel giusto modo il piacere di vivere.
Da un senso della vita puramente materiale ed edonistico che caratterizza la nostra società si passa così nella poesia di Donatella Nardin a una visione trascendente, a un’Arcadia contemporanea di un mondo in cui la natura, che a noi sembra diventata nemica, è invece il catalizzatore indispensabile per una nostra redenzione, per un ritorno a quei valori e a quei sentimenti che la pura materialità non ha cancellato, ma solo celato.
La poetessa conferma quindi ancora una volta, e in modo ancor più esplicito, la sua visione della vita, il senso da dare alla stessa, quelle sensazioni ed emozioni che riusciamo a cogliere in noi solo se siamo in grado di comprendere che il mondo non siamo noi, ma che noi siamo parte del mondo.
Da leggere, indubbiamente.

martedì 28 marzo 2023

In un tempo sospeso


La milionesima notte di Carla Malerba
Fara Editore
Poesie
Pagg. 64
ISBN 978-88-9293-038-0
Prezzo Euro 12,00

recensione di Renzo Montagnoli pubblicata su ARTEinsieme




In un tempo sospeso


(Mi disegna la notte / un ventaglio di immagini / sparse / tra il vero e l’ombra / che mai mi abbandona. / Al buio scrivo parole / che la mente illumina / e guida la mano / il pensiero del nulla che siamo.)

È l’ultima poesia di questa raccolta, con una chiusa che mi riporta alla realtà, il pensiero del nulla che siamo, un verso che si contrappone all’atmosfera sospesa che mi ha accompagnato durante tutta la lettura, in un tempo indefinito, forse lungo, forse breve, ma quando si è assorti, quando si è presi dallo scorrere delle parole, dalle immagini che si formano, scompaiono e ritornano in una serie di dissolvenze incrociate, non si ha più il senso del tempo. Sono entrato in queste poesie curioso, dato il particolare titolo (mi continuava a venire in mente la raccolta di racconti orientali Le mille e una notte), e sono bastati pochi versi (Che buone cose / certi incontri,/ aiutano / quando ci si volta / a scorrere / la turpitudine dei tempi, / di mille e mille anime / la storia / ad ogni pagina scritta.) per essere rapito, un’immersione pressoché istantanea nel fascino della parola che non è urlata, ma sussurrata, non è imposta, ma proposta. E così tutto cambia, entro in un mondo che non ha né giorno, né notte, in un tempo appunto sospeso. E sospeso sono stato pure io, nel fluire dei versi che dolci dolci mi incantavano (Tremano / le foglie di maggio / a questo vento invece / che è autunnale / e soffia contro i vetri / per entrare.). Forse sognavo, forse mi illudevo di toccare il cielo, ma la poesia è anche questo, è la capacità di trasmettere sensazioni e, soprattutto emozioni. Ricordo pure che mi sono detto: “Questa donna venuta dal deserto, dalle sabbie roventi, dal vento impetuoso e infuocato ha la leggerezza della brezza di una sera di settembre, ma anche la capacità di aprirsi come una porta appena accostata, e che ci trovi dentro? Non una stanza vuota, né chincaglieria, ma visioni di una natura serena, sentimenti di un’anima in pace con se stessa, il piacere di essere.”

Mentre leggevo non mi sono mai chiesto se le poesie fossero belle, perché non ne avevo il tempo, rapito come ero, una sensazione piacevole a cui appunto ha posto fine la chiusa di cui prima ho detto, con l’incantevole ossimoro di scrivere al buio parole che la mente illumina, ma con l’umiltà di avere la consapevolezza della nostra limitatezza e con la convinzione che solo con la poesia ci può essere consentito di toccare il cielo – aggiungo – perché durante la lettura se non l’ho toccato, ci sono andato comunque vicino.

La serenità che è in Carla Malerba è contagiosa, perché la trasmette attraverso i suoi versi, che sono da leggere in silenzio o ascoltando qualche brano di musica classica, magari di un autore che non ha bisogno di presentazioni, Wolfgang Amadeus Mozart. È come se le note di Una piccola notte di musica scendessero dall’alto ad abbracciare le parole dei versi e insieme facessero nascere una sinfonia di immagini celestiali.

Di conseguenza, la lettura è indubbiamente consigliata.



lunedì 6 marzo 2023

Virtuosismo con contenuti


Claudia Piccinno, Implicita missione. La fotosintesi della memoria, Fara 2023

recensione di Renzo Montagnoli pubblicata su Arteinsieme


Non si può certo dire che Claudia Piccinno non ritragga soddisfazioni dal suo “poetare”, perché, a parte i gradimenti espressi dai suoi molti lettori, le note critiche e le recensioni sempre gratificanti, ha anche riconoscimenti in concorsi di pregio, dove si misura con altri artisti di grande qualità, tenzoni involontarie, ma da cui esce quasi sempre bene, insomma al podio è certamente abituata. È accaduto così anche per il Narrapoetando 2023 che l’editore Fara propone da tempo ogni anno a verseggiatori e a prosatori. Implicita missione è la raccolta presentata in concorso e che ha ottenuto il prestigioso riconoscimento. Ho potuto leggere con calma, a tratti, ponderando se del caso di volta in volta le riflessioni che sorgono spontaneamente e ho rilevato innanzitutto che le quattro sezioni di cui si compone la silloge (Poesie varie, Haiku, Tautogrammi e Dediche) rappresentano la capacità dell’autrice di variare nel campo stesso di quest’arte antica e immortale (basti pensare al riguardo la presenza degli Haiku, di questa forma direi anche tecnica tipica del lontano Oriente, del Giappone, ma che ha preso piede un po’ ovunque; se non bastasse, il ricorso ai tautogrammi rispolvera una specie di gioco di origine medievale). È una ecletticità che non sacrifica l’arte poetica per stupire, no, è funzionale alla stessa, e non si tratta nemmeno di accademismo, bensì di capacità, di virtuosismo, che restano qualitativamente quelli a cui ormai ci ha abituato, virtuosismo che porta Claudia Piccinno a giocare con le parole, ma senza sacrificare i contenuti.

Ciò premesso, mi sembra che in questa silloge la poetessa ci proponga la sua visione metafisica del mondo e dell’esistenza, partendo dal presupposto dell’astrazione dal presente che è l’unica soluzione per poter espandere la propria voce quale risultato di un procedimento di analisi interiore. E in questo lavorio emergono, filtrati, ma non appannati, i sentimenti come in Tra gli Ulivi (“Tornano / quando si soffre / i volti di chi / abbiamo amato. / Vuoto il battito / muta la voce / ci si aggrappa / a un sentire lontano. /…”). E fra questi volti non possono mancare quelli familiari, quelle persone che per noi hanno rappresentato un esempio e che ci hanno insegnato gli scopi dell’esistenza, come nel caso di A mio padre (“Profumano delle tue arance / le mie mani. / E ti rivedo in sogno / nei momenti di pace / quando ti si allargava il cuore / in un sorriso. / Profumavano di terra le tue mani / Di tabacco e eau d’Hermes. / Contraddizioni e friselle / mandorle e fichi / dolcezza e stupore. / Grama fu la tua infanzia / ma nel bello trovavi conforto. / Profumano delle tue arance / le mie mani / / in quel profumo… rivedo te.”). Questi, versi, palpitanti, capaci di trasmettere emozioni quasi con violenza presentano tanti aspetti positivi, come il ritmo, il preambolo di una storia di affetti e la chiusa che è fulminante, ma poi quasi olfattivo è anche un miscuglio di profumi, da quello delle arance, del tabacco e, penetrante, l’afrore della terra. Viene voglia di respirare a pieni polmoni, è una poesia che profuma e questo profumo si trasmette, come quello delle arance dalle mani del padre a quelle della figlia. Queste composizioni fanno parte delle Poesie varie, la sezione più ampia, sulla quale ci sarebbe tanto ancora da dire, ma purtroppo il tempo e lo spazio sono pochi.

Per chi non conoscesse il tautogramma dico subito che non è un esercizio facile perché comporre versi le cui parole cominciano tutte con la stessa lettera e ovviamente dando un senso compiuto non è da tutti. Un esempio? Eccolo fra quelli “in b” (“Biascicavi bavose balbuzie, / bellicosamente blateravi. / Beccheresti briciole di baci / ballando bruschi boleri / boicottando belle ballerine / borseggiatori e bombaroli./ …”).

Salto gli Haiku che sono ampiamente gradevoli e passo alle Dediche che chiudono la raccolta e sigillano così nel migliore dei modi un’opera di indubbio valore. Sono poche, mirate, e la mia preferita non è quella a un poeta famoso o comunque a personaggi del passato anche lontano, ma quella che riguarda una bimba al suo primo compleanno, con tutta una vita davanti e con gli auguri di chi è già nel corso della vita e che con ogni probabilità guarda a quella piccina con una inconscia punta d’invidia, perché adesso che sappiamo come è, che abbiamo le nostre esperienze, ci viene spontaneo pensare come sarebbe bello poter ricominciare.

Da leggere, senza dubbio.