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martedì 16 giugno 2026

ARTEINSIEME 16 giu 2026


Buona giornata e buona lettura.

B E L L ’ I T A L I A

L’abbazia di Chiaravalle, di Renzo Montagnoli.


P O E S I A

1) Da Ritorno al posto delle fragole – Parte I (edito in proprio, 2025) Altra fiamma sullo sfondo, di Gianluca Ferrari;

2) Da Modalità pausa (Prometheus, 2025) Calura d’estate, di Patrizia Fazzi;

3) Da Pianure d'obbedienza (Macabor, 2023) Come si ricorda una madre, di Marina Minet;

4) Il grande potere terapeutico della natura in Il farmaco più efficace, di Piera Maria Chessa;

5) Da La donna più vecchia del mondo (peQuod, 2025) Infanzia, di Daniela Raimondi;

6) Da Un tempo nuovo (Fara, 2026) L’incanto è fermo, di Carla Malerba;

7) Da Ora che tutto mi appare più chiaro – Scritte sulla sabbia (puntoacapo, 2023) La musa del disamore, di Giuseppe Carlo Airaghi;

8) Una scena rurale che la memoria riallaccia al presente in Meriggio, di Renzo Montagnoli;

9) Da Versanti di-versi (edito in proprio, 2025) Onirici vascelli, di Aurelio Zucchi;

10) Da La vita immaginata (Youcanprint, 2023) Quanto amore, di Felice Serino;

11) Da La bambina melodrammatica (ChiareVoci, 2024) Quello che osammo chiamare amore, di Adele D’Addario;

12) Da Appunti incompiuti di viaggio (ChiareVoci, 2025) Rendez-vous con me stesso, di Giovanni Borroni;

13) Da Verde (Fara, 2025) Senza sole, di Gabriele Oselini;

14) L’alienante claustrofobia urbana in contrapposizione all’appagante semplicità della natura in Solitudine, di Anna Cellaro;

15) Da Immagine convessa – Il passo verde (Fara, 2017) Ti hanno vestito con l’abito buono, di Vincenzo D’Alessio;

16) È un inno alla rinascita Vento contro vento, di Maria Attanasio.


R E C E N S I O N I

1) Cesare. La conquista dell’eternità, di Alberto Angela, edito da Mondadori;

2) I fucilieri di Sharpe, di Bernard Cornwell, edito da Longanesi;

3) Il segreto del commendator Storace, di Renzo Bistolfi, edito da TEA. 


L E T T E R A T U R A

1) La leggenda della rosa di Natale, di Selma Lagerlof, edito da Iperborea e recensito da Katia Ciarrocchi;

2) La lezione del Giappone, di Federico Rampini, edito da Mondadori e recensito da Siti;

3) Sacro fuoco, di Emmanuel Venet, edito da Prehistorica e recensito da Katia Ciarrocchi;

4) Un tempo nuovo, di Carla Malerba, edito da Fara e recensito da Michele Nigro.


Novità nei Freschi di stampa, nelle News e nelle Fotografie.


ARTEINSIEME ©2006 di Renzo Montagnoli
www.arteinsieme.net

giovedì 12 dicembre 2024

Ixòe de aria – Isole d’aria Poesie in tre versi di Donatella Nardin

Donatella Nardin, Ixòe de aria – Isole d’ariacopertina di Dante Zamperinipostfazione di Alessandro RambertiFara Editore 2024, Poesia, pagg. 80
ISBN 978-88-9293-124-4
Prezzo Euro 14,00

recensione di Renzo Montagnoli pubblicata su Arte insieme



Haiku in dialetto

Sono ormai tanti anni che mi diletto a leggere poesie e mi sono capitate tante forme delle stesse, compresi gli haiku, questi componimenti di soli tre versi e di sole 17 sillabe che seguono lo schema 5 – 7 – 5. Premetto che li ho presi un po’ sottogamba, cioè non riconoscendo loro la valenza di poesie, il tutto dovuto con ogni probabilità a una mia pigrizia nel cercare di assimilarli. Però, a un certo punto, mi sono detto che per uno che si è studiato i poemi di Virgilio e ha compreso le regole del piede dattilico con cui sono stati scritti, non riuscire a capire come funzionano gli haiku era una lacuna troppo grave, a cui ho cercato di porre rimedio leggendo questo libro e così contraccambiando, per quanto con poca cosa, un insperato aiuto che mi ha dato Donatella Nardin.

Ciò premesso, mi pare d’obbligo per un principiante come me prima esaminare e parlare della forma, poi dei contenuti. Indubbiamente il fatto che si esaurisca l’ispirazione in tre versi di complessive 17 sillabe (ripeto cinque il primo, sette il secondo e ancora cinque il terzo) è molto limitativo, ma nell’ottica della forma volta all’immediatezza e all’apparente semplicità il risultato è apprezzabile, per quanto sia tutt’altro che facile raggiungerlo. Al riguardo direi che Donatella Nardin ha rispettato pienamente le regole, con una aggiunta un po’ particolare, e cioè che si tratta di haiku scritti in dialetto, un connubio di due tradizioni popolari, una giapponese e una veneziana che, se complica le cose, presenta però degli indubbi vantaggi. A scanso d’equivoci mi corre l’obbligo di evidenziare che c’è sempre la versione in italiano, perché non tutti sono in grado di capire questo dialetto, con riferimento al quale mi preme porre in risalto la caratteristica di essere più accattivante, di aggiungere un tocco in più che comporta un maggior piacere (Un jòrno nóvo – / de spìghe xàe l’òro / sperànça vìva.; Un nuovo giorno – / di spighe gialle l’oro / viva speranza.). Come è possibile notare, a parte il pieno rispetto delle regole, il dialetto presenta una musicalità migliore dell’italiano e l’immagine della natura, tipica di questa forma tecnica, è di più immediata visione.

E meglio ancora, per spiegare il mio pensiero, mi pare questo:

El pomogranà –
ea jèra viva ea jòia
in altre età



Il melograno –
era viva la gioia
in altre età



La visione di questo bel melograno porta alla riflessione su un tempo trascorso in cui si era più contenti; forse non è vero, ma chi scrive pensa così e quando pensa e scrive in dialetto sembra di avvertire maggiormente un senso di rimpianto.

Che Donatella Nardin sappia scrivere belle poesie non è certo una novità, ma che poi mantenga intatte le sue qualità anche con una forma tecnica così lontana dalle nostre abitudini, e per di più in dialetto, è una dimostrazione della sua ecletticità. Se poi può sembrare che la mia opinione di profano non sia particolarmente qualificata, testimoniano della qualità di questa raccolta i numerosi premi che ha ricevuto in concorsi letterari.

Da parte mia sono certo che leggerò altri haiku, mentre per scriverne non so, anche se a priori ormai non lo escludo.

Continua su Arte insieme

giovedì 22 maggio 2025

Di tutto, di più

Ci sono momenti di Alessandro Ramberti
Fara Editore, Poesia, Pagg. 128
ISBN 978-88-9293-151-0
Prezzo Euro 12,00



È proprio il caso di dire che Alessandro Ramberti è una fucina poetica, visto che continua a scrivere e a pubblicare poesie a spron battuto, segno di una invidiabile creatività che sta caratterizzando un lungo periodo particolarmente propizio. Infatti, non ho fatto in tempo a leggere e a recensire Non so resistere che è apparsa questa nuova silloge intitolata Ci sono momenti.

Il fatto che più sconcerta, ma che anche costituisce motivo di apprezzamento, è la varietà dei temi proposti nella raccolta che arriverei perfino a considerare un diario in poesia delle esperienze maturate giorno per giorno.

Ce ne sono alcune che sono folgoranti, come quella agli inizi (Alea: “Come un dado rotolante col destino / ho lasciato poche tracce del passaggio.”) e che peraltro non è l’unica, perché già a pagina 43 troviamo Agenda: “Ci sono momenti / che spostano date”. In entrambi i casi si tratta di felici intuizioni che sintetizzano profondità di pensiero senza togliere nulla alla chiarezza dell’esposizione. Poi ci sono i viaggi, un argomento che mi pare particolarmente caro ad Alessandro, resoconti in versi di gite dal più vicino, ma sempre incantevole Montefeltro, alla lontana metropoli americana (da Alto Montefeltro: (Con le gambe la distanza è maggiore.) / Vedi laggiù quegli alberi color / foglie di ulivo a cinquecento metri / sparsi in quel campo scosceso fra boschi / di un verde scuro? Lontana si staglia / sul profilo turchese la materia / grigia del Sasso Simone. Mi hai detto:/ “Salici!”) (da Diario Newyorkese: Pensate ad un ventenne solitario / per le strade di una grande città: / …”). Ci sono riferimenti religiosi, ci sono espressioni di emozioni, insomma, per farla breve, c’è un po’ di tutto. Quindi dire che Ramberti ha dato sfogo alla sua creatività è quasi un eufemismo, perché appare evidente il quasi ossimoro fra i momenti che ci sono e i periodi invece che risultano, due eventi temporali in cui magmaticamente fuoriesce lo spirito poetico e si trasforma in versi.

Comunque c’è una poesia che sintetizza non tanto la silloge stessa, ma lo stato di grazia dell'autore e non a caso figura per ultima; mi riferisco a Preghiera, breve, ma molto intensa: “Dimmi chi sei ti prego / dimmelo con coraggio e con dolcezza / ti ascolterò come un discepolo il maestro / e poi sarò per te io stesso.”

E questo è tutto, una raccolta di istantanee, una galoppata in cui la realtà si trasfigura nella fantasia dell'autore, che la filtra, la media, ce la restituisce accattivante, supportata da una serenità che non viene mai meno.


Alessandro Ramberti (Santarcangelo, 1960) ha pubblicato: Racconti su un chicco di riso (1991), In cerca (2004), Pietrisco (2006), Sotto il sole (sopra il cielo) (2012), Orme intangibili (2015), Al largo (2017), Vecchio e nuovo (2019, Faglia–Faŭlto (2020), Medèla (2021), La simmetria imperfetta (racconto lungo, 2022), Enchiridion celeste (2022), Non so resistere (2024).

mercoledì 15 maggio 2024

Sgomitolare la gioia di un torrente di montagna

Alessandro Ramberti, Non so resistere, Fara 2024

recensione di Renzo Montagnoli pubblicata su Arteinsieme



La speranza

Strano titolo, e non me ne voglia l’autore se dico che di primo acchito mi ha ricordato la pubblicità di certi prodotti dolciari che attirano oggi tanto i giovani, e anche quelli più in là con l’età. Per fortuna niente di tutto questo, perché si tratta di poesia, notoriamente seria, a parte certi sonetti licenziosi di un lontano passato. Ramberti si avvale dei versi per esprimere il suo innato senso etico, una sua religiosità che non è mai un dramma, ma una gioia dello spirito, pur nelle non infrequenti tragedie dell’esistenza.

Nella nostra dimensione la consapevolezza di essere fallaci, incompleti e spesso erranti alla ricerca di un nostro ruolo ci consente di trovare con la spiritualità una via per sopportarci e per tollerare gli altri, anzi per dialogare con loro lungo un percorso terreno troppo breve per far pieno tesoro delle esperienza maturate (L’imperfezione / è il nostro marchio / di qualità / sì noi tendiamo / ad occultarla / addirittura / ce ne incolpiamo / benché riveli / fragilità / non solo nostre / ci spinge ad essere / riconoscenti / a chi ci ama / per come siamo / umili ammassi / contraddittori). Si potrà obiettare che questa profonda convinzione cristiana è frequente nell’autore, ma in fondo qualsiasi poeta che non si fermi a parlare di fiorellini o di fanciulle desiderose d’amore traspone nei versi l’elaborazione dei suoi pensieri più intimi, quella profondità di concetti, di visioni, di scopi della vita che Ramberti ha fatto propri con una religiosità non di maniera, non di aspetti esteriori, ma di sostanza, una religiosità che dicevo non è drammatica, ma gioiosa, perché animata dalla speranza (Prendimi il petto / fallo discendere / dove le ossa / bruciano-accecano / sei pelle e spirito / tu allora spogliati / in modo ingenuo / entra nel fonte / si aprono i cieli / la mano parla / salva e conferma / unge la carne / converte il tempo / lo fa brillare / libera il suono / della conchiglia).

E non è un caso se ho trovato la stessa determinazione, la medesima passione in un’altra silloge (Pianure d’obbedienza), di Marina Minet, poetessa sulla stessa lunghezza d’onda di Alessandro Ramberti, entrambi permeati da una spiritualità che si eleva oltre il formalismo religioso e che è vissuta giorno per giorno, pregio sempre più raro a trovarsi, travolti come siamo dalle esteriorità impellenti della vita moderna.

Forse corro il rischio di andare fuori tema, se già non ci sono addirittura andato, ma sento pressante la necessità, soprattutto dopo aver letto questi versi, di esprimere non tanto un giudizio sugli stessi (e sarebbe senz’altro positivo, considerata la concretezza della struttura, la sua linearità che evita qualsiasi artificio letterario), quanto invece un’opinione sull’autore perché ciò che Ramberti esprime è la sua vita interiore di ogni giorno, è il suo cuore pulsante che riesce a vedere oltre i limitati orizzonti dei più (Gli occhi si staccano / dal cuore quando / il male è ovunque / nella catastrofe / ma a volte colgono / bagliori intimi / si fanno ciechi / per ascoltare / si gela il sangue / ma giunge in petto / il gran silenzio / in cui ti sciogli / così converti / quello che senti / al congiuntivo / che si fa strada). Credo che questi versi sintetizzino al meglio la mia impressione, versi che sento miei pur ovviamente non avendoli scritti io, ma che fluiscono dentro il mio cuore come un gagliardo torrente di montagna che fra mille ostacoli, senza demordere, procede verso la foce, sicuro di arrivarvi.