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lunedì 21 agosto 2023

Occorre l’impossibile per raggiungere la felicità

Carla Malerba, La milionesima notte
Poesie, Fara Editore, Rimini, 2023 

recensione di Fernanda Caprilli



L’ultimo volume di poesie di Carla Malerba, La milionesima notte, presenta sia caratteri di continuità rispetto alle precedenti raccolte, sia di originalità.

Contrasti cromatici (azzurro / giallo, / nebbia / sole, / luce / ombra) rimandano a un mondo che appartiene alla poesia di Carla Malerba fatto di sogno e realtà, di poesia e di ascolto, di «oniriche visioni» e silenziosi richiami alle atrocità della guerra o all’isolamento in cui siamo vissuti durante la recente pandemia per ricordare a tutti la nostra fragilità. Ma c’è anche un passato fatto di speranza, quello di noi giovani che volevamo cambiare il mondo e che a molti di quegli ideali siamo rimasti legati, quasi un dono che la vita ha voluto farci. Da queste radici nasce la nostra solitudine di uomini sradicati, costretti a vivere in un mondo che non gli appartiene più, ma anche la consapevolezza di aver accettato con dignità un vissuto a volte felice, altre dolorosamente sofferto. A questa visione si ispirano le quattro sezioni che compongono questa silloge, ricca di vissuto personale e di amore per la vita, accettata in tutta la sua bellezza e, insieme, nell’impossibile sopravvivenza che ci è destinata. 


La prima sezione Attese si apre con un frammento introduttivo tratto dalla raccolta Vita di una donna (2015) e contiene in nuce il tema centrale della sezione stessa. «Occorre forse una distesa di vento / su una terra senza confini, / occorre che tutte insieme / le cornamuse suonino all’alba, / che di stelle non sia avara la notte / per dispiegare le note della gioia.» Occorre dunque l’impossibile per raggiungere la felicità, perché «L’attesa che incombe / distrugge» e il sonno rischia di chiudere gli occhi al domani, privo com’è ormai di speranza. Compare già qui il grande tema della notte, amica fedele, compagna di ricordi e riflessioni solitarie, dagli anni lontani della giovinezza, fino alla poesia che mette a fuoco la poetica e la visione del sogno di cui la Malerba si nutre: «La notte come uno sposo / mi accudisce / mi circonda / col suo silenzio / mi regala spazi lucenti». Ma vita e notte, dice la poetessa, non sarebbero nulla senza la poesia, la sola in grado di «suggerirle parole» che diano un senso alla vita e al sogno che l’accompagna, unico breve spazio concesso alla nostra illusione d’immortalità. Ma presto scende il buio della sera, metafora del nostro breve cammino sulla terra, che d’improvviso cala a ricordare lo spazio di un giorno, fra finestre che si aprono al mattino e si chiudono appena si fa sera. Proprio fra le «misure imposte», nei «limiti da non oltrepassare» serpeggia l’attesa e mentre l’estate «muta, senza suono, assorta nel silenzio» ci ricorda il tempo degli amori e delle promesse, «la vacuità del conforme / … cancella i legami / ancor prima del tempo». Ma c’è sempre nella poesia di Carla Malerba un filo di speranza che riaffiora pur nella certezza che questa è la realtà, il tempo che ci è stato assegnato. Così nel ricordo del padre torna la forza dell’amore impresso nei suoi «sguardi azzurri» che impediscono alla memoria di distruggere un passato fatto di tenerezza e di pianto a lungo trattenuto, fino alla bellissima poesia che chiude la sezione nella quale si parla ancora del bisogno di vivere una vita che abbia un senso: «Se dopo la notte / ci fosse un giorno estremo / […] e sola mi trovassi / senza amore / né sogni né parole», allora – dice la poetessa – sarei presa da un terribile sgomento né la vita sarebbe vita, senza poter più ascoltare «il percettibile schiudersi di un fiore». 


Segnali, la seconda sezione, sviluppa il tema della ripresa e della speranza che, sola, potrebbe dare un senso al creato facendo crescere «tenui steli» capaci di germogliare. Allora si potrebbe vedere «dalle antiche fessure» spuntare l’erba nuova o la luce cobalto del cielo perdersi all’infinito al confine del mondo, fino ad esplodere nell’oro dei girasoli che inondano la stanza di una solarità assoluta.


È l’approdo alla terza sezione, La milionesima notte, che dà il titolo alla silloge, dove, fra ricordi di una gioventù ormai lontana («Di notte / tra luci e caseggiati dalla fama oscura / […] ci avvolgeva la nostra gioventù / in turbini di vita / onde magnetiche / flussi di energia. / Era il 1968.»), si levano le voci di poeti conosciuti e amati, come Fuad Kabasi, o il ricordo di un amore intensamente vissuto tra Giuseppina e Gabriele D’Annunzio, in quella Villa Mancini le cui finestre ‘mute’ segnano il trascorrere del tempo e della vita: «polvere e terra ormai / i loro cuori / neppure due sillabe intrecciate / a segnarne la storia».

Ne La milionesima notte, la poesia che chiude la sezione, luce e ombra si disegnano ancora nel plenilunio che rischiara «l’astro trafitto / da un nero ramo». L’ombra scivola sui fossati, copre gli argini: è la speranza che non riesce a vincere sull’attesa, mentre la memoria chiude con il suo fardello di ricordi il dolore che invano si tenta di cancellare.


L’incipit di Tracce, l’ultima sezione, apre infine al desiderio di poter ritrovare segni di un passato felice, nella consapevolezza, sempre presente nella poesia della Malerba, che la vita ci ha reso diversi, che la realtà non si può né eludere né mistificare, anche se la speranza non viene mai meno, perché in fondo «siamo stelle destinate / a effondere parabole di luce».

Tracce ci porta nel cuore di un’interiorità vissuta e sentita come condizione della nostra esistenza, sospesi fra realtà e sogno, fra illusione e accettazione, dove soltanto la solitudine dell’anima può essere compagna del nostro breve passaggio sulla terra. Si distendono così le tracce del vissuto, quei «millenni di tenerezze» che portano verso un mondo lontano e mai dimenticato dove si perde l’eco della guerra e i contrasti si fondono nell’armonia del ricordo. Sono «Ombre di sogno / in piazze di sole» e anche se il tempo tutto cancella, «Ritrovare un tempo intatto / e le care stagioni dà conforto.» - dice la poetessa! Torna in questi versi l’eco delle foscoliane illusioni, vissute con la nostalgia di chi sa che «la luce della sera» è ormai incerta. L’ombra, la morte diventano ora il mistero di una creazione che ci vuole avidi di vita anche in quell’ultimo giorno e, come il fiore sente reclinare lo stelo mentre la linfa lo abbandona, anche noi conosceremo «di quell’ultimo giorno / l’estremo suo fulgore». Il contrasto luce/ombra è tutto giocato nell’opposizione: nebbia/sole; vano/breve; metà ombra/metà luce a indicare una visione della vita che, nella sua brevità, aspira all’eterno, tanto che il cuore ormai spento «bucherà la pietra sepolcrale / fino a trovare la gloria della luce» come si legge nella poesia che ha per titolo Nella meraviglia del silenzio. 

La sezione si chiude con questi versi che sottolineano l’importanza della poesia, pur nella consapevolezza che forse non ci sarà una sopravvivenza,


Al buio scrivo parole

che la mente illumina

e guida la mano

il pensiero del nulla che siamo.


perché come si legge altrove: «Quello che resta in fondo / è la poesia».


Arezzo, agosto, 2023



mercoledì 6 settembre 2023

La sottile inquietudine di un tempo in bilico

recensione pubblicata su L’Altrove a cura di Rita Bompadre, Centro di Lettura Arturo Piatti 


La milionesima notte di Carla Malerba (FaraEditore, 2023) è una raccolta poetica delicata e preziosa che consegna la sottile inquietudine di un tempo in bilico, arreso ai titoli delle sezioni che compongono la silloge. “Attese”, “Segnali”, “Tracce” danno già il significato interpretativo del percorso introspettivo dell’autrice e delineano l’espressione ermeneutica delle parole.

Carla Malerba affronta la consuetudine insistente e ossessiva della vulnerabilità umana, comprende la dolorosa invariabilità dell’inconsistenza, subita nell’assenza, canta la superficie delle emozioni, descrive la percezione della malinconia e la consapevolezza della proiezione inesorabile della fragilità, insegue la luminosa nostalgia del desiderio, contro la crudele vacuità del tutto. Diffonde l’inclinazione del suo pensiero poetico, attinge nella risorsa spazio-temporale dell’attesa l’indicazione positiva per accogliere l’evoluzione dell’anima, esplora la forza inalterabile dell’invocazione, intonata alla toccante solennità della propria sensibilità, nel vivo clamore di ogni risonanza, capace di amplificare l’oscillazione delle immagini nell’inabissamento prolungato della memoria, di rimuovere l’intervallo incerto e indolente della dissolvenza. Concentra l’illuminazione di una trasmutazione vitale, cerca con energica fermezza di oltrepassare l’indefinita e assorta provvisorietà per poter infine manifestare le indicazioni della gioia, attraversare il confine silenzioso di un epilogo e di un nuovo principio.

La poesia di Carla Malerba si posa lungo gli argini dell’oscurità, nell’indugio esitante delle notti insonni, nella mancanza, nella speranza fiduciosa di poter recuperare l’agilità della vita. Nel torpore del succedersi tra il giorno e la notte la protettiva salvaguardia dei luoghi familiari subisce un restringimento, ma il segnale inequivocabile della presenza consola e incoraggia la conversazione dei pensieri, valica la fenditura degli eventi angosciosi degli ultimi anni, affianca l’epifania del vivere e del morire. La milionesima notte conta la progressione della parabola esistenziale, include la disorientante discordanza delle reazioni dell’uomo, spiega l’inafferrabile solitudine della comunità, commenta il lento affievolimento delle relazioni nel tentativo vano del loro annientamento, trasferisce la mutevole e indefinita destinazione della psiche nelle confessioni delle percezioni intime e confidenziali.

Carla Malerba riscatta il proprio turbamento attraverso la pacatezza dei versi, guida la trasparenza sensibile della funzione disvelativa della sua poesia. Legge la propria realtà nelle pagine tracciate dalla tenerezza dell’inconscio, stimola l’orizzonte empatico della riflessione e lo svolgimento autentico dell’osservazione quotidiana. L’espansione dell’esclusione dei contatti umani, subita nel devastante provvedimen durante la pandemia, è per l’autrice una nota fondamentale per la sua poesia che affranca il tracciamento e l’identità di ogni territorio interiore, finalizza una lacerazione nel presente, indispensabile per riscrivere la biografia dei ricordi, per inseguire le tracce che riportano l’energia coraggiosa della vigilanza al senso dell’appartenenza. L’agguato disincantato della consapevolezza di sé è un’interazione privilegiata con la necessità di illuminare le esperienze in sintonia con l’esilio poetico e l’attitudine generosa di amare.



Il buio ci sorprende
quando la luce indora
un poco le montagne
e precipita il giorno
oltre il crinale
così di fretta
tra un aprire al mattino una finestra
e richiuderla appena si fa sera.



Un piccolo lume
in questa veglia
nel chiuso delle case
l’amore un filamento
di fumo parola impastata
dal sonno corrotta
dall’abitudine.
Lo sguardo
si allunga a spiare
barlumi di faville
che brillano nel buio
il tempo di un batter di ciglia.

Quello che resta in fondo
è la poesia.
Non ti ricorderai
di chi l’ha scritta,
ma sempre e perdurante
il senso dato,
il respiro allargato
nella sosta, nel sogno
dire ti ho incontrato,
ho provato in quel giorno
ed in quell’ora lo smarrimento
dell’anima che sola
ancora
non ha scorto la salita.

L’oro dei girasoli
mi hai portato
invade la stanza
riverbera di luce
tra pareti che sanno
quanto vorremmo
per un giorno almeno
essere girasoli
in mezzo a un campo.

Se qualcosa ci è stato donato
non è da dire con astruse parole
ma col piano linguaggio dei baci
che si unisce assai bene
al volo delle api
e allo stormire leggero del vento
al raggio di sole
che s’infiltra fra i rami
e crea sospese
cattedrali di luce.

Nella milionesima notte
il plenilunio rischiara
l’astro trafitto
da un nero ramo.
L’ombra percorre i fossati
scivola lungo gli argini:
troppo lieve la speranza
i gesti ormai racchiusi
nei fardelli della memoria
nei rigagnoli di neve
di un maledetto febbraio.

Mi disegna la notte
un ventaglio di immagini
sparse
tra il vero e l’ombra
che mai mi abbandona.
Al buio scrivo parole
che la mente illumina
e guida la mano
il pensiero del nulla che siamo.

domenica 3 settembre 2023

Dove l’acqua si fa cerchio: Carla Malerba, “La milionesima notte”

recensione/intervista
a cura di Giovanni Fierro



Forse il contare la milionesima notte è vivere sempre la prima meraviglia, che poi nel tempo trova forme ed occasioni per manifestarsi, sempre uguale a sé, sempre diversa da sé, in un appartenere alla propria vita che si fa intreccio di attenzioni e memoria, sentimento che non diventa mai polvere.
E proprio questo è il presente continuo che Carla Malerba testimonia con queste sue nuove poesie, raccolte nella conta de La milionesima notte, lavoro che vive di fragilità e intuizioni, occhi chiusi e sguardi necessari.

Proprio quando “la notte era flusso/ di maree/ si consumava l’amore/ fino all’alba/ le barche parevano/ smarrite in alto mare”; il distacco da ogni certezza che è stato bello averlo vissuto, prova inconfutabile di avere radici profonde in questo mondo.
Carla Malerba costruisce un luogo dove l’attesa è un compimento dell’essere, dove “tremano/ le foglie di maggio/ a questo vento invece/ che è autunnale/ e soffia contro i vetri/ per entrare”.
Il suo è un dire del ‘fuori’ per raccontare il ‘dentro’, per mettere in dialogo più dimensioni possibile, nel creare così un sentire che si fa più assoluto nel suo bisogno di particolarità.
Un luogo sì, dove si incontrano le sue necessarie provenienze, la natura e la notte, le stagioni e l’acqua.
Ma anche la presenza dell’altro, a volte confronto diretto altre scia stellare di un qualcosa che non è rimasto.
È una spiritualità che trova la forma della poesia quella contenuta in questo libro, per mostrarsi sempre in una sua differente definizione, anche quando si è immersi in “questa città assorta/ e queste strade/ che segnano invisibili confini/ tra noi e l’oscuro tempo/ che assedia i giorni”.
Certo, il nostro presente è ormai una promessa di brutto tempo, ma di certo è sempre meglio “che rombi di motociclette/ disturbino il sonno/ piuttosto che il sonno/ ci annulli il domani”. Basta avere il talento dell’accorgersene.
E l’oggi è solo oggi, quando “l’ombra richiama/ alle misure imposte,/ ai limiti da non oltrepassare”. E forse proprio lì, nella certificazione di un confine si può riconoscere una luce che sa nascondersi bene, necessaria e desiderata, spinta universale all’accensione di ogni primo respiro: “scrivo parole/ che la mente illumina/ e guida la mano/ il pensiero del nulla che siamo”.



Dal libro: 
Carla Malerba, La milionesima notte, pp. 54, 12 euro, Fara Editore 2023


L’attesa
è fatta di luci
che spandono il giallo
sui vetri
e di un cielo
che sembra caduto
su questi destini.
L’attesa che incombe
distrugge:
che passi,
che torni
la notte a vociare
richiami,
che rombi di motociclette
disturbino il sonno
piuttosto che il sonno
ci annulli il domani.

*

Se dopo la notte
ci fosse un giorno estremo
desolato e solo
che in strada lunga
come via del cielo
in totale silenzio si snodasse
e sola mi trovassi
senza amore
né sogni né parole
mi afferrerebbe lo sgomento
di una vita-non vita
di una pena
e il desiderio di notti di veglia
ad ascoltare
il percettibile schiudersi di un fiore.

*

L’oro dei girasoli
mi hai portato
invade la stanza
riverbera di luce
tra pareti che sanno
quanto vorremmo
per un giorno almeno
essere girasoli
in mezzo a un campo.

*

Ad Alfredo R.

Nel giorno aperto
nella gran luce bianca
il fiore sente
che lo stelo reclina
il fiore sente
che la linfa non scorre.
È l’ultimo giorno
avido di vita.
Quanto vicino al nostro
il morire del fiore
quando sapremo
di quell’ultimo giorno
l’estremo suo fulgore.







Intervista a Carla Malerba:

Tutta La milionesima notte è anche un parlare della poesia, del suo significato, della sua identità. Ecco, quale il compito della poesia oggi?

Certo, la raccolta nasce dalla profonda necessità di voler capire perché la poesia fa parte della propria vita: avresti potuto essere un medico, un musicista, un botanico, invece sei stato investito da questa propensione dell’animo che in qualsiasi momento della giornata ti fa pensare poeticamente, ti fa osservare quanto ti circonda con occhio meditativo, con l’occhio del poeta, come si scrive di solito.
La scelta di studi letterari accentua poi l’inclinazione, anche se la produzione poetica non dipende sempre dall’appartenenza al corso di studi che viene seguito, come mostrano esempi illustri della storia letteraria.
Ma al di là delle solite asserzioni, non credo, giunta all’età che ho oggi, che tutto sia leggerezza e gaudio, ispirazione potente ad ogni ora del giorno, ma piuttosto, tolto il fecondo momento del primo verso che affiora alla mente e al cuore e che bisogna fermare sulla carta, penso che fare poesia sia un impegno con se stessi e con i propri interlocutori da non sottovalutare.
Poesia è messaggio da condividere, è affiorare della parola giusta – non ricercata – è stesura ripetuta più e più volte, è fatica e smarrimento, consapevolezza della propria finitudine di fronte all’ambito dell’irraggiungibile sublime.
Ecco, ritorno quindi al cuore della domanda: tutto “La milionesima notte” è anche un parlare della poesia, del suo significato, della sua identità.
Quello che dalla mia sesta raccolta scaturisce e si intravede nasce in un tempo storico tragico durante il quale gli eventi si sono succeduti con rapidità, dapprima la pandemia e successivamente la guerra.
Lo sbigottimento e il senso di incertezza procurati dalla prima facevano presagire tutta la drammaticità della seconda. Il bisogno pertanto di un senso di fratellanza, nell’essere qui, su questa terra uniti da comuni destini, fa scaturire la parola poetica come antidoto al male e al dolore, come forza rimasta all’umanità, non rifugio, ma unica reazione possibile per dare significato a un progetto di rinascita.
In questo l’identità della poesia si fa luce e richiamo: “Non ti ricorderai/ di chi l’ha scritta/ ma sempre e perdurante/ il senso dato” e ancora in un frammento successivo: “Al buio scrivo parole/ che la mente illumina /e guida la mano/il pensiero del nulla che siamo”.
Significato e identità della poesia, a mio avviso, coincidono e si definiscono in quanto compiti, funzioni di testimonianza e di ricerca interiore perché la poesia è filosofia dell’esistenza che resiste alle mode, alle divagazioni. Chi scrive poesia si protende verso la difficoltà e il dovere di ricordare: “Dipinte in queste rive/ son dell’umana gente/le magnifiche sorti e progressive” e di aspirare ad una parola che unisca e non divida.
La progettualità della ricerca poetica si basa sulla definizione dell’iter e dei suoi temi ricorrenti e universali insieme, per trovare in questo percorso una strada verso il significato e l’identità della stessa al di là dell’inesorabilità del tempo. Il compito della poesia oggi rimane quello di proiettare messaggi nel futuro se si compie nell’universalità della condivisione dei suoi valori.

Queste pagine sono anche la costruzione di un “luogo” dove poter stare, dove poter incontrarsi. Si ritrova in questo?

Sì, senza dubbio. Mi è capitato, più d’una volta, di trovarmi in una piazza, una sera d’estate, a parlare e a leggere poesie. E di capire quanto sia fondamentale avere un interlocutore che rappresenta poi quel “tu di montaliana memoria”, con cui il poeta si trova a dialogare (citazione dalla prefazione a “Poesie future”, di Ivan Fedeli).
Sia la piazza che la rete possono entrambe avere la funzione del “luogo” fisico o virtuale dove parlare, dove poter stare a farlo riducendo la portata dell’io per favorire con il “tu” lo scambio della parola poetica essendo la reciprocità il bisogno elementare su cui poggia le sue basi la versificazione.
Mi ritrovo pienamente sul concetto di luogo dove incontrarsi, credo anzi nella necessità dell’incontro, della consapevolezza che esso possa sollevare dalle angosce affidando al verso la funzione cui accennavo. Mi chiedo però se questo accada sempre.
Nel consorzio umano e letterario la costruzione del luogo non deve essere platea, ma spazio in cui avviene l’affidamento del proprio sentire all’altro, agli altri, in un proficuo interscambio di creazione e di fruizione, non atto di vanità, ma di generosa condivisione di pronunciamenti di pensiero, il proprio con quello di chi ascolta e ritrova in sé le espressioni poetiche inespresse o in atto di sbocciare.
Non si dimentichi tuttavia che la definizione di poesia è arte, non solo mero sfogo dell’animo. Arte che non può prescindere dalla correttezza linguistica, dalla cura della parola non esacerbata da una ricerca esasperata dell’inusuale, dal ritmo, da alcune regole fondamentali e ineludibili. Ma che è soprattutto un dono, da scambiare perché poesia è, come Ghiannis Ritsos scrive, qualcosa in cui credere: “Credo nella poesia, nell’amore, nella morte, perciò credo nell’immortalità. Scrivo un verso, scrivo il mondo; esisto; esiste il mondo. Dalla punta del mio mignolo scorre un fiume. Il cielo è sette volte azzurro. Questa purezza è di nuovo la verità prima, il mio ultimo desiderio”.

In questo suo fare poesia la natura è presenza importante. Come mai? E in che modo fa parte della sua poesia?

La natura fa parte del ciclo delle stagioni sulla nostra terra pertanto rispecchia sentimenti e stati d’animo che ad esso sono legati. Il variare di quanto ci circonda, il meraviglioso alternarsi della luce e del buio rappresentano miracoli da osservare e lo stupore che suscitano in noi diventa desiderio di possederne la bellezza. Così la poesia si profonde e si leva altissima nei grandi spiriti che ci hanno preceduto: basti ricordare Shelley la cui Ode to the West Wind rappresenta uno dei canti più potenti rivolti alla forza della natura.
Certamente alcune letture giovanili hanno lasciato segni nella mia vita, in particolare certa grande letteratura romantica ha accresciuto in me il senso della bellezza nel suo perenne confronto con la caducità della natura umana. Ne La milionesima notte si avverte già dalla ripartizione delle sezioni un particolare intento a soffermarmi sulla ciclicità del tempo, quasi a voler ricostituire un ordine che i fatti hanno sconvolto: “Sembra caduto il cielo/ su di noi/di valli d’ombra/ si è coperto il sole/ gli astri disseminati/ per misteriose strade/ non sostengono le nostre speranze”.
È sempre molto incisivo il riferimento alla natura se riferito al proprio stato d’animo. L’estate, che in poesia rappresenta generalmente il tripudio della bella stagione, può diventare un’estate ‘muta, senza suono’, dove il mare è ‘perfidamente bello’: effetti dello sconvolgimento dei giorni subiti in cui solo il dono di un girasole fa sì che l’anima si riconcili con la vicenda umana.
La natura entra nei miei versi attraverso lo stordimento che può dare ‘l’assoluta azzurrità’ dell’oceano, attraverso la parvenza che ‘le isole belle’ si muovano, che l’oro dei girasoli invada la stanza e che “al raggio di sole/ che s’infiltra fra i rami/ e crea sospese/ cattedrali di luci” si unisca il volo delle api.

Se c’è una presenza significativa, di sicuro è quella di una certa spiritualità, che in queste sue poesie respira e si fa raccontare. È un qualcosa che ha “scoperto “scrivendo poesia dopo poesia, oppure è un qualcosa che c’era già all’inizio de La milionesima notte?

Mi piace che si parli di spiritualità nella mia poesia e in particolare in La milionesima notte, come già accadde a seguito dell’uscita di una mia precedente raccolta quando in “Coltivar cultura”, rubrica a cura di Lucrezia Lombardo in Arezzo Notizie la pagina dedicata alla mia poesia titolava: “La poesia spirituale di Carla Malerba, versi in cerca di un futuro di speranza”.
La curatrice si era proprio soffermata su questo aspetto della mia poesia. Dunque ripeterei, come allora, le mie stesse parole: “Se la poesia rappresenta per l’uomo un’esperienza spirituale si può comprendere la grande suggestione che su noi esercita nel momento creativo. Ecco perché nel frangente in cui si addensano le ombre sull’incerto destino dell’essere, la poesia contemporanea si definisce come intuizione e ricerca di senso…”.
Questa tendenza alla spiritualità viene evidenziata nella presentazione de “La milionesima notte” da Francesca Ribacchi: “La profondità spirituale delle immagini simboliche, potenziata dalle parafrasi e metafore, concorre a raffigurare le storie dell’esistenza interiore, le emotività e le affinità delle passioni, gli attimi di riflessività come traccia indelebile del vissuto che si sublima nella poesia”.
Nella domanda a cui sto rispondendo la spiritualità presente nella raccolta viene colta come respiro, presenza che si fa raccontare. L’intervistatore mi chiede se l’ho scoperta poesia dopo poesia o se è qualcosa che c’era all’inizio della silloge. Propendo per la seconda ipotesi che è in linea con la mia poetica: la spiritualità presente nella raccolta è qualcosa che aleggiava fin dalla prima sezione e, guardando indietro, la si può scorgere anche in alcune delle raccolte precedenti, come caratteristica che determina il momento creativo, un momento di grande, assorta intensità.

Il libro si mostra e si racconta come un unico ‘presente’, dove il passato e la memoria si mescolano nello slancio verso il tempo che sarà. È un qui ed ora che raccoglie queste differenti provenienze. È così?

La milionesima notte presenta quattro sezioni, quattro momenti che si intersecano tra loro. Nella prima di esse intitolata ‘Attese’ appaiono situazioni legate a tempi e stagioni diverse. Unico conforto la notte, compagna di una surreale situazione, che nel tempo avuto e nel tempo contingente prepara gli eventi futuri. Proprio come scrive chi ha pensato la domanda cogliendo la tensione iniziale della silloge.
La dimensione del tempo, quando eventi straordinari mettono in bilico le certezze finora possedute, spinge la poesia a creare una volontà ricostitutiva di un presente distrutto, espropriato attingendo a un ‘qui’ che offra maggiori garanzie per il futuro.
Al tempo ancora indistinto della terza sezione, quella predittiva, nella quale si può compiere il vaticinio del nulla, della guerra mentre si affacciano immagini che anticipano visioni, profezie e speranze, si affiancano le considerazioni finali. E se nelle notti di veglia era insorto il rimpianto per la felicità di ieri – “quando si consumava/ l’amore fino all’alba” – adesso nel qui che raccoglie queste differenti provenienze, si definisce l’unicità del presente che in sé riassume il desiderio del passato e l’incertezza del futuro nel rapido fluire delle ore che non permettono di progettare: “qui tutto è fermo,/ è un giorno già finito/guardarci attorno/ non ci basta a vivere”.
Ho pensato a un tempo umano recuperabile, nella sua precarietà e nei suoi slanci, ma soprattutto regolato dalla poesia che si fa testimone costante della vita nel dolore e nella speranza.




L’autrice: Carla Malerba è nata a Tripoli (Libia), ma dal 1970 risiede in Italia. Nella città natale pubblica, giovanissima, i suoi primi versi. Iscritta alla Facoltà di Lettere Moderne a Catania, interrompe gli studi universitari a seguito di eventi politici. Si laurea presso l’Università degli Studi di Siena. Ha insegnato Lettere ad Arezzo, città nella quale vive.
Nel 1999 pubblica la sua prima raccolta “Luci e ombre”, seguita nel 2001 da “Creatura d’acqua e di foglie”.
Con le raccolte “Di terre straniere” e “Vita di una donna” (pubblicate con La Vita Felice, Milano, 2010 e 2015) riprende i temi del viaggio esistenziale e degli affetti. Nel 2020 ha pubblicato “Poesie future” (Puntoacapo).

martedì 26 marzo 2024

LA MILIONESIMA NOTTE Raccolta profonda e simbolica di Carla Malerba

recensione di Vincenzo Capodiferro  pubblicata su Insubria Critica

La milionesima notte è una raccolta di poesie di Carla Malerba, pubblicata da Fara editore, Rimini 2023. Scrive Francesca Ribacchi, giurata del concorso Faraexcelsior 2022: «La profondità spirituale delle immagini, potenziata dalle parafrasi e metafore, concorre a raffigurare le storie dell’esistenza interiore, le emotività e le affinità delle passioni, gli attimi di riflessività come traccia indelebile del vissuto che si sublima nella poesia».
È una poesia lineare ed attenta, che reca tracce di vissuto, riportando, come mare tra le crespe delle onde, i sentimenti sotterranei che ribollono nel fondo di un altro mare, quello di un’anima persa, abbandonata.

Quante volte non ci siamo parlati,
eppure, ci udivamo
nelle notti lunghe
in cui i ruoli si erano capovolti.


È il tema dell’incomunicabilità tra gli Esseri: ogni uomo è come monade, senza finestre né porte. Tutto vede da sé. Eppure, questa odierna incomunicabilità si trasfigura in ascolto. Il silenzio è ascolto.

Sul cuore ho tracce
di millenni di tenerezze
madre compagna
sorella sposa
respiro parole…


È il tema della femminilità, che riprende in Vita di una donna (2015), paredro dell’ungarettiano Vita di un uomo. Bella questa immagine della donna madre, sorella e sposa, che ci fa ricordare un antico inno a Maria: «O gran figlia, madre e sposa, del tuo stesso creatore…». E il dantesco “Vergine madre…”.
La poesia di Carla si erge come ciuffi di erba fresca nella distesa del deserto. Sono gocce d’amore e di dolore. Ed ella viene dal deserto, dall’antica Libia.

Carla Malerba è nata a Tripoli, in Libia, ma risiede in Italia dal 1970. Si laurea presso l’università di Siena. Insegna materie letterarie ad Arezzo. Pubblicazioni: Luci ed ombre (1999); Creatura d’acqua e di foglie (2001); Di terre straniere (2010); Vita di una donna (2015); Poesie future (2020).

martedì 8 ottobre 2024

Carla Malerba alla rassegna aretina di poesia 23 ottobre 2024

dall’articolo pubblicato su Arezzo Notizie

All’origine di Confluenze – Rassegna Nazionale di Poesia della Città di Arezzo sta il gruppo di redazione di “Chimera – Mensile di politica e cultura della Città di Arezzo”, che uscì ad Arezzo dal 1982 al 1988. La rivista nacque dalle anime della sinistra extraparlamentare aretina, per poi confluire nella fondazione del Circolo Culturale Gino Mario Sacchini e successivamente, nell’ottobre del 1984, arrivare a Confluenze. (…)

Mercoledì 23 ottobre, alle ore 17.00 presso la saletta della Biblioteca della Città di Arezzo – Seminario 1 “Saudade e le altre”. Presenta C.G. Gianni, coordina C. Malerba, partecipa M.P. Quintavalla.

Alle ore 21.00 presso il Teatro Pietro Aretino – Reading n. 1 Presenta C.G. Gianni, partecipano M.P. Quintavalla, A. Corbetta, C. Malerba, G.P. Fortunato, M. Borio, L. Lombardo.

Giovedì 24 ottobre, alle ore 17.00 presso la saletta della Biblioteca della Città di Arezzo – Seminario 2 “Poesia femminile e critica letteraria di genere? Precursore e contemporanee”. Presenta C.G. Gianni, coordinano D. Caneschi e M.P. Quintavalla.

Alle ore 21.00 presso il Teatro Pietro Aretino – Reading n. 2. Presenta C.G. Gianni, partecipano T. Ottonieri, G. Fantato, M. Frixione, V. Lauria, G. Fontana, D. Caneschi e T. Colusso.

Venerdì 25 ottobre alle ore 17.00 presso la saletta della Biblioteca della Città di Arezzo – Seminario 3 “Impegno Sociale e Politico nella Poesia Contemporanea”. Presenta C.G. Gianni, partecipa Francesco Muzzioli.

Alle ore 21.00 presso il Teatro Pietro Aretino – Reading n. 3. Presenta C.G. Gianni, partecipano F. Muzzioli, J. Prifti, M. Gallo, V. Lauria, S. Cesari e M.L. Vezzali.

sabato 7 marzo 2026

Il tempo vero

recensione di Renzo Montagnoli pubblicata su Arte insieme



Non c’è che dire: la produzione poetica edita di Carla Malerba comincia a essere consistente e questa, se non vado errato, è la quinta raccolta che ho il piacere di leggere, raccolta che ha una sua autonomia al pari delle altre, le cui tematiche sono sempre originali e di conseguenza la verve poetica finisce con l’essere mai ripetitiva. Ho citato il francese verve, che grosso modo corrisponde come significato all’italiano brio, per indicare quella capacità di saper esporre la propria arte con facilità e soprattutto con un dono di creatività che non è frequente.

Carla Malerba non si smentisce anche con questa silloge, in cui, alla chiarezza dell’esposizione, si accompagna anche una verve a tutta prova, un’onda ritmica capace di materializzarsi sul foglio, come in Come gioia pura: “Come gioia pura / l'oro delle foglie / scende lieve dai rami / a formare tappeti solari / muoiono / ma risplendono / ciclo che si chiude / attesa che si rinnova.” È una visione autunnale incentrata sul colore di una stagione che è forse la più bella, dove la natura può sembrar morire, ma invece si pone in attesa di rivivere.

Peraltro anche le poesie successive sono un canto alla natura, un’estasi di fronte al mondo che non finisce di stupire e le intuizioni dell’artista sono tali da provocare stupore per quella capacità di rendere disponibile a tutti ciò che lei vede con i suoi occhi e con la sua anima. A riguardo ci sono dei versi che meglio di me esprimono questo concetto e sono quelli che compongono Cattedrali di luce: “Cattedrali di luce / volte ardite / nella follia dello slancio / aneliti di cielo / Rimane poi nell’ombra / il desiderio dello sguardo / sospinto verso l’alto / nel riflesso del vasto mezzogiorno.” Si tratta della descrizione di un meriggio d’estate, abbagliante di luce, immagini che scorrono davanti agli occhi, felici scelte creative capaci anche di trasmettere un'atmosfera.

La raccolta prende in parte il nome da una delle poesie ivi contenute, intitolata Era un tempo nuovo, ma il tempo non è mai nuovo o vecchio, il tempo scorre inesorabile, e noi lo vediamo in modo diverso con i nostri sensi. Così il tempo nuovo di Carla Malerba è una visione diversa di ciò che ci circonda, è un riflesso mediato inedito di quella realtà oggettiva che osservata da ognuno di noi diventa soggettiva. Non siamo mai fotografi disinteressati del mondo esterno, siamo invece pittori che lo dipingiamo secondo il nostro sentire ed è per questo che il meriggio descritto nei bellissimi versi di Carla non sarà mai uguale a quello tratteggiato magari anche da poeti di gradissimo valore. La sensibilità che è in noi non sarà mai uguale, quella stessa sensibilità che ci permette, ovviamente grazie a una innata capacità, di scrivere “A tratti senti / fluire il tempo / il tempo vero / non questo tempo / l’altro / del tutto che si compie / vuoto d’ore / eterno.”

Ecco, l’artista ha saputo cogliere il tempo oggettivo, non quello che è misurato dal nostro rapporto con la vita che scorre, un tempo talmente veloce e talmente eterno da sembrare fermo.

Nel leggere le poesie di questa raccolta mi sono sentito piccolo, anzi minuscolo, un insignificante granello di polvere rispetto all’immensità dell’universo, ma avere la sensazione che qualcun altro, in questo caso chi li ha scritti, abbia saputo trarre da questa condizione il piacere di parlarne, di rapportarsi con quella realtà che quasi sempre ci sfugge, l’averlo fatto al meglio, con felici intuizioni, è stata una consolazione, un po’ come aver scoperto di poter essere grandi nonostante la nostra connaturata limitatezza.

mercoledì 22 aprile 2026

Un tempo nuovo “ti si squaderna con forza nel cuore in vastità di luce e bellezza”

Un tempo nuovo – Carla Malerba – Fara – Pagg. 56 – ISBN 978-88-9293-151-9 – Euro 12,50

Recensione di Franca Canapini pubblicata su Arte insieme



… Ora sotto lo specchio immoto / fluttuano foreste d'erba / con braccia amorose invocano / i messaggeri del disgelo.

Come le foreste d'erba che, fluttuando, invocano un prossimo disgelo, così l'essere umano invoca che qualcosa o qualcuno sopraggiunga a liberarlo da una condizione di chiusura e solitudine. Qualcosa accade, un improvviso bagliore che lacera la notte, e la vitalità dell'essere si risveglia, esplode. L'essere entra in Un tempo nuovo. Nel quale “Come gioia pura” “A tratti senti”.

Così, iniziando dall'ultima poesia, mi piace cogliere l'essenza di questa raccolta, ultima fatica di Carla Malerba, dall'immagine di copertina del tutto allusiva al contenuto: rovine in primo piano (il passato) quasi del tutto ricoperte da una rigogliosa vegetazione (il presente). La vita ritorna sempre ciclicamente nella natura, come nell'intimità umana. “Come gioia pura / l'oro delle foglie / scende lieve dai rami / a formare tappeti solari / muoiono / ma risplendono / ciclo che si chiude/attesa che si rinnova”.

La poetessa si è rigenerata, ha conquistato un tempo nuovo; ora vive e canta il suo sentire presente in cui dominano la contemplazione della bellezza “Nell'albero la luce del crepuscolo…” e la meditazione quieta sulle cose del mondo “E' il dono della vita / che stupisce / è l'occhio universale / che risveglia / accenti d'amore alle creature…”

Il ricordo del passato non soddisfa “Ritornare / è un po' come morire / anche i luoghi invecchiano / e negano la dolcezza del vissuto…” “…sentire il vuoto dell'indifferenza verso passate stagioni / di cui l'unica certezza / è l'incerta memoria…”.

In questa nuova dimensione intima è il tempo presente che conta, un tempo di accettazione e di serenità, un tempo in cui lo spirito si riempie di gioia per le cose piccole, ma a ben vedere grandi, che ci sono state donate insieme alla vita; le cose essenziali del mondo cantate dall'amato Francesco d'Assisi: “… per quella famiglia / di sole, d'aria e vento / d'acqua di fuoco e stelle…” Ed ecco che ricorrono sparse nei versi le parole quieto/a, lieve, luce, cielo, sole a testimoniare la gioia di vivere in questa rinnovata semplice spiritualità, dove anche la morte è dono di Dio.

Lo stile di Carla Malerba sembra essersi ulteriormente affinato, ora consiste in poche parole selezionate con cura per testi brevi, quasi frammenti, dal dire essenziale e delicato, fatto di espressioni spesso nominali.

Dai versi in cui, come esprime nelle due meta-poesie presenti nella raccolta, privilegia chiarezza e semplicità, si sprigiona una musica dolce e una certa misteriosità, quasi che le parole ci raggiungano dalle nostre lontane origini. Molto efficaci le immagini rappresentate, talvolta anche suggestive “… il fischio del treno / ancorato alle rotaie/ripete senza sosta/le stesse parole ferrate d'addio…”

Un tempo nuovo è una raccolta di poesia in frammenti che, se lo leggi e lo rileggi, ti si squaderna con forza nel cuore in vastità di luce e bellezza, donando benessere all'anima.
Trascrivo qua sotto tre poesie come esempio di ciò che si può trovare di bello e di vero nel libro.

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martedì 19 settembre 2023

Carla Malerba vince il I premio al Giovanni Pascoli L’ora di Barga 2023: complimenti vivissimi per questo prestigioso riconoscimento



La milionesima notte di Carla Malerba (Fara 2023) ottiene il Primo Premio per la poesia edita al Premio Nazionale di Poesia Giovanni Pascoli L’ora di Barga X edizione. Da La Gazzetta del Serchio del 19-09-2023:

La giuria della decima edizione del concorso “Giovanni Pascoli - l’ora di Barga” composta da membri delle varie realtà organizzative del Premio (Il Comune, Unitre Barga, Proloco Barga, Commissione Pari Opportunità, Fondazione Pascoli, Fondazione Ricci e Cento Lumi) ha reso ufficialmente nota la graduatoria dopo settimane di scrupolosa e attenta lettura e valutazione delle opere partecipanti che sono notevolmente incrementate dalla scorsa edizione con quasi 300 iscritti da tutta Italia che hanno partecipato con un totale di 396 poesie della sezione A inedita, 116 poesie della sezione C inedita giovani, 57 libri editi per la sezione B e 31 fotografie (sezioni D e E):



SEZIONE B EDITA


1° Carla Malerba (Arezzo)

2° Adriana Tesin (Madonna di Campiglio Trento)

3° Rosetta Guggino Costa (Bivona Agrigento)

martedì 13 giugno 2023

“Sul cuore ho tracce / di millenni di tenerezze”

recensione di Franca Canapini 

a La Milionesima notte di Carla Malerba



Dopo Poesie future torna ancora la poetessa CARLA MALERBA con la sua parola lieve e i suoi versi raffinati e malinconici che vanno a comporre  la nuova silloge intitolata La milionesima notte. 

Titolo suggestivo nella sua iperbole, a suggerirci in metafora - lo intuiamo già dalle prime poesie - che sono espressioni poetiche sgorgatele dal cuore durante il lungo periodo della pandemia, dal quale per fortuna dopo lunghi patimenti stiamo uscendo.

Leggendo, vengono in mente i versi di Quasimodo “Ancora un anno è bruciato, / senza un lamento, senza un grido / levato a vincere d’improvviso un giorno” (da Salvatore Quasimodo, Già la pioggia è con noi), con i quali il poeta esprime la monotonia dei giorni vuoti e il senso di tristezza che ne deriva per il tempo sprecato mentre passa inesorabilmente. Così Carla. Anche lei è in attesa di un grido che scuota il tempo inerte, di un cambiamento repentino, di una fine e un nuovo inizio, per poter “dispiegare le note della gioia”, come afferma nell’exergo o come chiede con forza ne L’attesa…


che passi,
che torni
la notte a vociare
richiami,
che rombi di motociclette 

disturbino il sonno 

piuttosto che il sonno
ci annulli il domani.  


Mi piace immaginare queste sue poesie come la spuma luminosa prodotta dall’ondeggiare della anima nell’oscurità di lunghe notti di veglia solitaria. Notti (e giorni) di attesa incerta di poter riprendere a vivere normalmente; notti insonni dentro i confini abbastanza sicuri della casa dove però si sta stretti, come stretti nei vasi sono i fiori in veranda; notti di lucine azzurre del modem che in un accenno di presenza /assenza confortano la veglia pensierosa; notti angosciose di rare finestre accese in abitazioni, dentro le quali si stanno consumando eventi drammatici tanto che il vivere e il morire sembrano estratti da una lotteria


Da quella finestra
che rimane accesa
fino a che la sirena si allontana

solo parole e pianto
a sostituire ogni amoroso slancio 

come fosse la regola
l’antidoto trovato
l’accettare
.


Notti e giorni di forzato isolamento durante i quali, e forse grazie ad esso, la poesia accade, perché come dice Milo de Angelis: “L’isolamento è fondamentale per la Poesia. (…) scendiamo in fondo a noi stessi e raggiungiamo un luogo interiore dove quello che ci minaccia e che ci circonda non conta più nulla…” (dall’intervista a Milo de Angelis di Antonio Gnoli, La Repubblica- Robinson, sabato 3 giugno 2023).  

E così nella notte, nell’attesa, nell’incerto, d’improvviso si produce uno squarcio nel presente e da quel “luogo interiore” vividi emergono i ricordi del bel tempo passato, regalando al lettore perle  di poesia come queste che mi piace trascrivere per intero.


Di quelle estati
non ricordo
che sandali portavo
ma solo il fruscio
degli eucalipti
e quei balli campagnoli. 
L’odore del mare
e il suo parlare
e noi per ore
a districare
matasse di pensieri.
La notte era flusso

di maree
si consumava l’amore
fino all’alba
le barche parevano
smarrite in alto mare. 



 

Come nel quadro di Boccioni 

pieno di squarci di colore
la folla si muoveva
in diagonali rapide 

sui marciapiedi
sull’asfalto della strada
fino ai gradini d’accesso
di Villa Bellini.
Di notte
tra luci e caseggiati dalla fama oscura 

per consumate storie d’amore e morte 

ci avvolgeva la nostra gioventù 

in turbini di vita
onde magnetiche
flussi di energia.
Era il 1968. 


Nel presente, invece, anche l’amore si è fatto cauto, non c’è più la spontaneità della giovinezza e una vita tutta da inventare, ora c’è la stanchezza e forse il disincanto, tuttavia nell’intimo di Carla è chiara la consapevolezza di sé e della sua capacità, tutta femminile, di amare

 

Sul cuore ho tracce
di millenni di tenerezze
madre compagna
sorella sposa
respiro parole
che sanno di levante e di ponente 

e di lidi da dove si dipartono 

strade verso il deserto. 


Qui non odo fragori di guerra. 


Una donna ama e accudisce, una donna genera e persegue la pace, una donna scrive poesia al femminile. Ed è una poesia squisitamente femminile la sua, che mi ricorda la voce di Antonia Pozzi; una poesia che non si impone, ma si propone; che ti entra lentamente e lentamente si lascia assaporare nei condivisibili assunti e nelle scelte parole. La poetessa ci immerge nel suo “patire le cose” che è amore-dolore per la vita e con levità ci trasmette un senso di dolorosità esistenziale che trasferisce anche alla natura con versi di rara bellezza: “l’ombra percorre i fossati / scivola lungo gli argini”;

“sembra caduto il cielo su di noi / di valli d’ombra si è coperto il sole / gli astri disseminati / per misteriose strade”; “come accade nei boschi / quando la nebbia invischia / i tronchi e ci confonde”; “quando equinozio sbalestra / nel vento le marine”; “al raggio di sole / che s’infiltra tra i rami / e crea sospese / cattedrali di luce”.

È un vagare poetico quello di Carla Malerba, sussurrando a sé stessa, tra presente e passato, luoghi e persone care, ville abbandonate dove si è consumato un amore e voci poetiche risonanti, consapevole che ciò che dà senso alla sua vita è soprattutto la Poesia, che le sgorga dall’intimo e la permea di emozioni buone.

 

Al buio scrivo parole
che la mente illumina
e guida la mano
il pensiero del nulla che siamo. 


La poesia non salverà il mondo, ma sicuramente giova ai singoli individui che la “fanno” e la donano come a coloro che la ricevono, in un interscambio di pensieri e sentimenti che ci fa sentire in sintonia tra noi e in pace con il mondo. Perciò grazie a Carla per la delicatezza e la sapienza con le quali ha tessuto i suoi versi, donandomi/ci verità e bellezza.

giovedì 27 aprile 2023

In sintonia con l’anima del mondo

La milionesima notte di Carla Malerba

recensione di Gemma Mondanelli



Carla Malerba, poetessa aretina, ci ha regalato il suo sesto libro, una silloge edita da Fara Editore che non ci conduce in un mondo di favola, fantastico da mille e una notte, come il titolo ci farebbe pensare, bensì ad un lungo periodo di anomale solitudini e di sofferenze che abbiamo da poco lasciato alle spalle.

Ciò non significa che questo sia un libro triste, pieno di immagini funeree e lunghi veli da lutto bensì, con le parole che sgorgano da una poesia interiore, si rielabora un periodo dell’animo in cui le angosce si sono mischiate e confuse con immagini della propria interiorità e con quelle di una vita isolata, per ovvi motivi scarsamente comunitaria, dove il proprio io lirico ha ritrovato sé stesso, nella piena consapevolezza dei turbamenti che suscitano pericoli imminenti e incombenti.

Nella sua brevità il libro è molto denso di significati, va letto con lentezza quasi ad assaporare le immagini di un mondo in subbuglio che aveva perso le sue certezze e le sue verità, ma che in nuce aveva le risorse per ritrovare il sole della vita, e per godere con pacata meraviglia i paesaggi esteriori e interiori, perduti forse nella ovvietà di una vita troppo consueta per immaginarne la fine.

Emerge ancora, come nei libri già editi della poetessa, il racconto di chi vive in sintonia con l’anima del mondo, che conosce, sa, trema e si apre al sorriso e all’ironia salvifica. Chi scrive non è una donna banale (se esistono donne banali), ma una persona che scandaglia ciò che la circonda, non accontentandosi delle apparenze, nel bene e nel male, proiettando sempre il suo sentire al di là degli ostacoli. C’è una siepe anche davanti all’orizzonte di Carla che perfino nel male, con coraggio, riesce a immaginarsi un infinito pieno ancora di sorprese verso cui incamminarsi.

La silloge è divisa in sezioni: Attese, Segnali, La milionesima notte, Tracce.

È dedicata ai suoi compagni di strada ed infatti è una raccolta che si condivide con estrema facilità, perché la sensibilità della poetessa trascina in un cammino (già vissuto forse da molti in maniera nebulosa) che chiarisce in modo esemplare l’accavallarsi caotico del tempo e interpreta con mano sapiente e delicata i moti dell’animo, vanificando le incertezze e aprendo nuovi orizzonti di senso: ”Che buone cose / certi incontri, / aiutano/ quando ci si volta / a scorrere / la turpitudine dei tempi / di mille e mille anime / la storia / ad ogni pagina scritta.”

Il torpore dovuto alla paura della malattia mortale si incontra con il desiderio del rumore, del vociare, del rombo delle motociclette si apre al ricordo delle estati passate, dei sandali indossati, del fruscio degli eucalipti, dei balli… E allora: “… guardarci attorno / non ci basta a vivere.” E ancora: ”Muore ancor prima di nascere, / l’estate.”

Ma nella solitudine di giorni bui c’è tempo perché riaffiorino i ricordi struggenti eppure ancora così importanti per il presente. La figura del padre si materializza: “Quante volte non ci siamo parlati / (…) / Ma prevalevano gli sguardi, / i tuoi azzurri di sempre / investono ancora la mia mente.”

Dopo la sezione Attese, in Segnali ci sono speranze di nuova, più serena vita: “Da un prato – un sempreverde prato – / avanza una fanciulla / ha un abito intessuto / di fiori e di ghirlande / muove i bei veli / un vento leggero.” E il mare con ”le isole belle / che l’acqua pareva trasportare” diventa meraviglia, inizio di rinascita, “assoluta azzurrità”.

Nei segnali di rinascita non può mancare un nuovo atto di amore verso la Poesia, sempre presente nell’animo  della scrittrice: “Quello che resta in fondo / è la poesia.” 

La poesia, come quella tenera e nostalgica che arriva dritta alla luce, come i girasoli: “L’oro dei girasoli / mi hai portato / invade la stanza / riverbera di luce / tra pareti che sanno / quanto vorremmo / per un giorno almeno / essere girasoli / in mezzo a un campo.”

Nella sezione La milionesima notte si intrecciano metafore di luoghi visti o sognati con il ricordo di chi ha praticato la poesia con animo sensibile (vedi pag. 40 a Fuad Kabasi) o con la suggestiva visita a Villa Mancini per cercare invano il ricordo di un passionale, disperato e tragico amore: ”… polvere e terra ormai / i loro cuori / 

neppure due sillabe intrecciate / a segnarne la storia.”

E poi, in questo lungo percorso… la luna, una luna leopardiana. Assente.


Nella milionesima notte

il plenilunio rischiara

l’astro trafitto

da un nero ramo.

L’ombra percorre i fossati

scivola lungo gli argini:

troppo lieve la speranza

i gesti ormai racchiusi

nei fardelli della memoria

nei rigagnoli di neve

di un maledetto febbraio.


Un maledetto febbraio che di certo lascerà Tracce.

Così nell’ultima sezione esse si uniranno a quelle lasciate dal passato:


Sul cuore ho tracce

di millenni di tenerezze

madre compagna

sorella sposa

respiro parole

che sanno di levante e di ponente

e di lidi da dove si dipartono

strade verso il deserto.


Qui non odo fragori di guerra.


E ritorna sempre la poesia a emozionare il cuore con echi leopardiani: “La solitudine dell’anima si allarga / eppure è solitudine compagna. / Saremo soli nella nebbia e nel sole / in questo percorso vano e breve / che è il nostro vagare / sulla terra / anch’essa come noi / metà ombra e metà luce.”

La Poesia, grande protagonista palese od occulta, di questo racconto di un periodo di vita difficile, inusuale e sofferto è la protagonista anche dell’ultima composizione: ”… Al buio scrivo parole / che la mente illumina / e guida la mano / il pensiero del nulla che siamo.”

La raccolta termina con il pensiero del nulla che comunque non è costrittivo, ci sono spazi per la luce, per il sogno, per l’amicizia, per l’amore, non c’è nella vita una “assoluta azzurrità” ma tanti piccoli specchi di azzurro che rincuorano e rischiarano le nebbie e il buio anche nei periodi più difficili di angoscia cosmica che sembra indicare la fine di tutto. Carla nella sua silloge ci dà la speranza di chi crede in sé stessa e può ancora usufruire dei tanti doni che le ha regalato la vita.