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mercoledì 9 febbraio 2022

Su Fare Voci Salvatore Cutrupi presenta e intervista Carla De Angelis

Nel numero di Febbraio 2022 di Fare Voci 

conosciamo la poetica di Carla De Angelis



Voce d’autore        —————————————-

E lascia alla notte riordinare

Carla De Angelis, Tutto il tempo sul petto

di Salvatore Cutrupi

Tutto il tempo sul petto è il titolo dell’antologia di poesie scritte da Carla De Angelis e pubblicate da 2006 al 2021 nei suoi libri precedenti (“Salutami il mare”, “A dieci minuti da Urano”, “I giorni e le strade”, “Mi fido del mare”, “Fra le dita una favilla sembra sole”) e nella silloge più recente che dà il titolo al libro.
Una delle caratteristiche dell’autrice è quella di non aver cambiato negli anni il suo modo di scrivere, di poetare, anche se la strada della scrittura, col passare del tempo, le ha regalato suoni e colori che hanno ampliato i suoi versi di orizzonti nuovi.
Nell’antologia non c’è soltanto un tema unico come filo conduttore dell’opera; i vari argomenti sono il frutto delle emozioni che, di volta in volta e momento per momento, sono poi divenute fonte d’ispirazione per le sue poesie.
Accanto alle riflessioni che riguardano la sua intimità e ad una nostalgia che va e viene, nei suoi versi ritroviamo le luci e le ombre della quotidianità e la rappresentazione della bellezza del creato.
Nel suo lungo viaggio poetico Carla De Angelis traccia anche il ricordo di amici, donne e uomini rubati alla vita, e non dimentica di raccontare le storie di persone fragili, di quelle abbandonate, di quelle che non hanno voce.
Le 233 pagine della raccolta sono la dimora di versi incisivi, decisi, essenziali, dove ci sono soltanto le parole necessarie, quelle utili a fare arrivare al lettore in modo diretto il suo pensiero.
Ci sono anche poesie molto brevi che fanno pensare a quelle della cultura giapponese (haiku e tanka) dove è presente la filosofia del pensiero Zen e soprattutto la profondità dell’attimo, che aveva contaminato grandi poeti italiani del passato come D’annunzio, Ungaretti, Quasimodo, Saba ed altri ancora.
Leggere il libro di Carla De Angelis significa essere pronti a vivere un’altalena di emozioni che la poetessa fa nascere nel lettore, a volte in modo forte e vigoroso e altre volte in modo tenue, pacato, come un sole che si fa strada in mezzo ad una coltre di nuvole.

 

dal libro:

L’età di ieri
E’ tornata a visitarmi
Portata dalla nostalgia
Ha arato la terra del tempo
Sparso i semi
Il sogno le lacrime il sole
L’hanno resa fertile

*

La differenza è quando
il sole va dall’altra parte della terra
e lascia alla notte riordinare
il caos del giorno

di tutti i giorni
tutte le notti

*

Questa borsa è troppo pesante da portare
occorre una scelta
la capovolgo sul tavolo
conserverò ciò che è importante

Sette gatti un coniglio due papere
scriverò due lettere
solo due lettere
qualche numero di telefono

*

La cura dell’orto inizia dalle piccole cose
un soffio di luce dove la vanga
spinge la paura che ondeggia
una canna la trattiene
un sudore tiepido ritrova la primavera
nei solchi fluttuano le parole
i merli segnano il confine alla fatica

C’è un odore buono ci sarà un buon odore
non mi sottraggo al dubbio
la differenza è nel seme o nella terra?

*

Ciò che era bello non era l’incontro
l’abbraccio, il segreto
o camminare sul fuoco
era la certezza che ogni volta quel
fuoco appena spento si sarebbe riacceso
ciò che era bello
era svegliarsi ogni mattina
in attesa

 

 

Intervista a Carla De Angelis:

Nelle poesie del libro i segni di punteggiatura sono molto rari e in tante poesie ci sono spazi lasciati vuoti. Qual è il motivo intimo o il significato di queste sue scelte?
Trovo che nella vita l’attesa e il sogno hanno una parte importante, così come disporsi ai nuovi eventi, alle situazioni, allora perché mettere un punto? Lascio al lettore e mi lascio la possibilità di un’altra strada, di altre parole che possono portare alla pacificazione o alla protesta.
Non so se questo può definirsi un motivo intimo, certo rappresenta una realtà, un mio modo di scrivere e di fare altre attività interiori, forse artistiche. Non amo definirmi poeta o artista, solo chi mi legge o vede i miei lavori di ceramica può esprimersi. Anche quando lavoravo la creta i miei lavori hanno sempre avuto una via d’uscita, un tentativo di evasione, un’altra vita quella che forse desidero o desidera chi mi legge e osserva. Per questo niente virgole – poche – quasi nessun punto; c’è il timore di rallentare e perdere l’obiettivo finale, che in verità non arriva, così continuo a scrivere.

I suoi versi danno spesso la sensazione di trovarci di fronte a un dialogo. In questo dialogo la poesia fa la parte “dell’altro”. È così?
Non ho mai pensato a un dialogo, ho sempre pensato che spesso la parola scritta valga a salvare un gesto immediato, non pensato ed istintivo; anche la parola scritta può provocare sensazioni tutte diverse, giustificate dalla personalità di ognuno. Certo metto sempre molta attenzione alle parole, so che poi altri leggeranno, a volte quando un mio libro viene pubblicato mi prende l’ansia pensando al giudizio di altri che leggeranno. L’ansia svanisce quando molti lettori mi dicono di immedesimarsi nelle mie parole e di “risolvere” o “pensare” a situazioni che ritenevano irrisolte.

Nel suo scrivere colgo sentimenti di malinconia, gioia, nostalgia, speranza, inquietudine. Quando ha letto il suo libro stampato, quale di questi sentimenti ha trovato più vicino al suo stato d’animo, al suo “sentire”?
La vita è come una margherita ogni petalo rappresenta gioia, nostalgia, speranza e inquietudine. Abbiamo bisogno di tutto, non ci sono parole sufficienti per descriverla, a giorni, a ore perfino a istanti, proviamo tutti questi sentimenti. “Essere o non Essere – Ci sono più cose in cielo e in terra di quante ogni filosofia possa sognare” (William Shakespeare).
Nel dolore, nella gioia, nel sole o nel buio della notte tutti i semi germogliano, così sono le parole che mi vengono in mente nei momenti e nelle situazioni più varie.
Non riesco subito a scriverle, mi fanno compagnia a volte per giorni, poi, non so come dalla mente fluiscono alla mano e scrivo, prima sul quaderno e poi sul computer.
Quando leggo il libro stampato, il primo sentimento è la gioia e leggo come se il testo fosse di altri; poi mi prende un po’ di ansia pensando che altri leggeranno non solo le parole, ma leggeranno “me”.

Alcune poesie hanno le caratteristiche della tradizionale poesia breve giapponese (Tanka e Haiku). In quale misura il suo poetare è stato influenzato dal pensiero filosofico Zen?
A costo di sembrare poco attenta alla filosofia Zen che conosco e apprezzo, non so quanto mi abbia influenzato.
Da sempre non ho la capacità di scrivere testi lunghi; a questo proposito mi ricordo che prendevo pessimi voti a scuola perché i miei temi, sottoposti al giudizio dei professori, erano troppo corti. Le parole sono importanti, a mio parere ne bastano poche e finalizzate per esprimere quello che si vuole dire.
Troppo spesso occorrono parole per spiegare altre parole e non è facile venirne fuori. Questo ovviamente è il pensiero, però ammiro chi ha il dono di descrivere e dilungare i concetti con sapienza.

Molte poesie del libro sembrano messaggi a persone andate via per sempre o che ci hanno dimenticato. È questa la sua intenzione quando inizia a scrivere una poesia?
Può sembrare che io scriva messaggi, in verità scrivo a me stessa per non dimenticare chi mi ha accompagnato nella vita qualunque sia stato il sentimento o il percorso.
A volte mi vedo dal di fuori e riconosco passi della strada che ho già percorso con altri interessi, altre passioni. Forse alcuni tratti della personalità che vivo al momento erano già presenti, con il tempo si sono palesati quasi a farmi dimenticare come ero.
La scrittura è lì, specialmente se finita in un libro e quando rileggo, mi stupisco dei sentimenti che al momento mi hanno indotto a scrivere.
Devo confessare che accade raramente di rileggermi, e credo sia un bene, amo molto leggere libri di altri scrittori, dopo sento di avere ricevuto un bel dono come un abbraccio affettuoso.

 

L’autrice:
Carla De Angelis è nata a Roma, dove vive e lavora. Ha scritto racconti e saggi pubblicati su diverse antologie e ha collaborato con riviste italiane ed internazionali.
È una delle ideatrici di “Corviale cerca poeti”, la rassegna di poesia che annualmente si svolge presso la Biblioteca di Roma “Renato Nicolini” di Corviale.
Con FaraEditore ha pubblicato in poesia “Salutami il mare” (2006), “A dieci minuti da Urano” (2010), “I giorni e le strade” (2014), “Mi fido del mare” (2017) e “Fra le dita una farfalla sembra fiore” (2019).
Per Progetto Cultura nel 2011 ha pubblicato “Mi vestirei di mare”.
È inserita ne “Le ali delle terra. Altre poetesse fuori dal coro” (a cura di Marco Onofrio, Edilet 2021).
Nel 1995 il Presidente della Repubblica le ha conferito l’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana.

(Carla De Angelis Tutto il tempo sul petto pp. 233, 15 euro, FaraEditore 2021)

sabato 17 gennaio 2026

Ecco i risultati del Narrapoetando 2026 sez. Poesia

Un sincero e caloroso grazie alla giuria – composta da Carla De Angelis, Doris Bellomusto, Leda Erente, Luigi Palazzo, Sheila Moscatelli, Sonia Gardini e Ruven Latiàni – per l’ottimo e appassionato lavoro di valutazione e complimenti ai vincitori! Per la sezione Racconto/saggio v. narrabilando


I classificato


Spicchi di sentiero di Riccardo Ganzerli (Riccione)


Ciao, sono Riccardo, vuoi giocare con me? Questa è stata per i primi 11 anni della mia vita la frase che iniziava ogni nuovo incontro. Sono stato un adolescente diligente, un ragazzo solare ma anche un po’ disubbidiente, e non mi sono mai piaciute le etichette e nemmeno le magliette strette. Ma ora basta con le filastrocche, sono nato e sempre vissuto a Riccione dal 23 novembre 1995. Mi piace definirmi un ciclista, sia perché sto provando a scegliere la bici come unico mezzo di trasporto, sia per tutto ciò che la bicicletta vuol dire in termini di osservazione del mondo, di sostenibilità, divertimento, viaggi e tanto altro. Sono capo scout e appassionato di natura, di topografia e di cucina. Dopo l’università e un po’ di (in)sano precariato sono diventato quest’anno un dipendente comunale, e cerco nel mio piccolo di risollevare i luoghi comuni non proprio edificanti sulla categoria. Ho iniziato a scrivere per necessità e perché a volte i sentieri li scopri perché qualcuno davanti a te vede la strada dove non pensi possa crescere,  pur senza aver mai pubblicato.

«Fin dai primi versi la lettura è stata un piacevole scorrere tra le parole, tanto da pensare altre parole che si potessero unire a quelle che leggevo, ma il poeta superava ogni mia intenzione e andavo avanti ad ogni verso senza alcuna velleità di paragone. Perché le parole di questa raccolta  sono nuove. C’è una facilità di scorrere le emozioni dal poeta al lettore. Non so se scrivere Poesia sia un dono, certamente l’autore di questo componimento ha saputo dire l’amore, le stagioni il passare del tempo in modo che il lettore  si senta autore.  “Fratello lascia che chieda / a tutti i fratelli / quanto è profondo l’abbraccio / di uno sguardo…” e ancora “Quanti giorni ho aspettato prima / di essere a casa. / (…) / E una sera ho sceso le scale / sotto l’arco ho trovato aperta / la porta.” e ”Sono tornato a casa guardami. Qui / affogato nella coperta / di ogni pagina che mi canti…”)» (Carla De Angelis)

«Le poesie che formano questa silloge sono i passi percorsi dal poeta che come fili di un gomitolo li avvolge per conservarne il percorso con le sue soste, le sue interruzioni, le deviazioni. Si snoda in questo viaggio poetico la tensione del dialogo con le forze della Natura, con  la terra e con il mare in equilibrio instabile tra il perdersi e il ritrovarsi fino ad “essere carezza per le rocce / fare pace sull’isola”.» (Leda Erente)


«Una raccolta intrisa di natura reale e fantastica. Trova il suo senso nel ritmo dei versi, che fanno canto e incanto, come una fiaba antica, un canto rituale. Per arrivare a vivere una piena fusione con gli elementi naturali.» (Sheila Moscatelli)

«Nonostante certi luoghi già frequentati del troppo sentire umano dentro la scrittura, l’impalcatura che sorregge le differenti poesie e intonazioni assicura coerenza e flusso al tutto. Si ascoltano riverberi di esperienza del vissuto ‘dentro’ e ‘attraverso’. Certi cenni ammiccanti, alla fine, non disturbano l’insieme, poiché qua e là si colgono luoghi solitari, felicemente scritti, che illuminano il sentiero della lettura, come, per esempio i seguenti versi: Seguo un volo grattandomi il naso – il cortile è per tutti i gusti – assomigli a quella musica lì fuori che non bagna. Insomma, ad ogni giro di verso, colui che scrive sembra che voglia strapparsi la pelle per riapparire da qualche parte sempre rinato!» (Ruven Latiàni)



II classificato


La vera storia della guerra santa di Luca Bellerio (Milano) 


Nato sul finire degli anni ’50, vissuto sempre a Milano, studi classici al Parini di cui non ricordo tanto i contenuti quanto il successivo desiderio di conoscenza. Laureato in Medicina, curo i denti delle persone. Sposato e con tre figli, la mia vita è fatica felice e incessante ricerca spirituale. L’arido elenco di titoli e premi è presto escluso per il fatto che non ho mai scritto libri; non sono un poeta. Però, cammina cammina, ogni tanto incontro l’amico endecasillabo. Nella mia testa, questo poema è il secondo di una trilogia: uno lo precede e uno spero seguirà. Grazie dell’opportunità, a risentirci.


«Tutto svolto in terzine è il racconto delle guerre di ieri e di oggi, da quella tra gli dèi a quelle russo-ucraina e israelo-palestinese. Con spirito critico e soprattutto ironico.» (Sonia Gardini)

«Mi ha colpito piacevolmente in questa Opera la ricerca della rima. Notevoli sono i riferimenti alla situazione attuale, c’è nei versi una moralità e una grande attenzione alla persona. Parole da regalare a chi governa anche se nulla può scalfire chi “Il primo spot del governo Meloni / coi suoi solerti Fratelli d’Anguria / fu un regalo alla gente dei barconi”. Ecco una poesia che finalmente parla e denuncia il presente come facevano i nostri poeti, non trovo un inno alla vita del poeta, ma tutto è rivolto alla vita attuale, a svegliare le coscienze, primo compito di chi scrive. Questa è una Poesia che non si dimentica, resta nella mente e dovrebbe essere cantata ai telegiornali. Chissà? Forse qualcuno potrebbe svegliarsi umano. Sono veramente molti i versi che vorrei citare: “Questa storia è difficile ascoltarla, / nessuno la conosce tutta quanta; / può essere lo Spirito che parla // o la sua voce solita che canta: / è il poeta che la deve raccontare / LA VERA STORIA DELLA GUERRA SANTA.”» (Carla De Angelis)


«Una coraggiosa ed ironica analisi in metrica dantesca della contemporaneità. Uno sguardo critico su un Paese e un Occidente sgangherati, tra calcio, covid e politica in affanno, senza tralasciare il dolore per un’umanità che si sgretola sotto le bombe e il denaro.» (Luigi Palazzo)


III classificati ex aequo


Cosmogonia di Simone Di Donna (Torino)


Simone Di Donna è nato a Torino il 24/07/1982, attualmente vive e lavora a Torino come insegnante, autore, e artista. Nel 2008 consegue la laurea specialistica in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo presso l’Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino. Come autore radiofonico ha scritto Il circo delle pulci, come autore teatrale “I dialoghetti del coccio”, e come poeta ha partecipato all’antologia “Percezioni” per la casa editrice Pagine.

«Un grande e apprezzabile piano svolto con perizia e passione.» (Sonia Gardini)

«Una scrittura molto risonante con le tendenze del fare poesia oggi è capace di soddisfare appieno alcuni appetiti ed esigenze della maggior parte dei lettori di versi nell’Italia attuale (e, in qualche misura, forse anche in Francia e in altre parti d’Europa…). È il caso della presente opera: caleidoscopica, priva di Muse pazienti che dettano fedeli e costanti cosa poter scrivere all’autore; un’opera che riflette continuamente sé stessa come prosa in versi e al contempo scivolamento verso un lirismo privo di poesia. Ma, in tutto ciò, si avverte latente una originale scansione della visione in abile connotazione misurata e scandita su neurali slide che veloci si aprono e si chiudono su mondi appartati, nevrotici, esclusivi, capaci di catturare il lettore con intima e ritmica sollecitudine. In questo esclusivo e ben illuminato proscenio l’autore sa abilmente misurare sé stesso alternativamente dentro e fuori la sua scrittura. Poesia mentale, ma al contempo esperienziale, che si nutre anche dell’ostinato rendiconto spaziale e adiastematico della ‘pagina aperta’, soprattutto là dove gli allineamenti ternari di alcune strofe suggeriscono sincronicità negli atti della visione. Qui il lettore, in aleatorietà controllata, può scegliere se leggere da destra a sinistra, oppure da sinistra a destra, oppure dal centro ai lati, per scoprire inattesi nessi nascosti tra verso e verso in senso orizzontale… In questo senso è rivelatrice la scacchiera di distici che appare all’inizio di pagina 12, là dove questo gioco ex-dadaista si amplia in quaternità e in potenziato scambio combinatorio che può prodursi ed esplodere anche nelle direzioni diagonali. Esperienza di scrittura che si fa lettura corporale dell’esperienza in una Cosmogonia indisturbata dove, per “mettere in ordine” le osservazioni, in sostanza si rimescolano continuamente le scappatoie percettive delle manifestazioni psichiche e mitiche avvertite dentro i vortici del tetro calderone della vile materia, tentando ad ogni svolta una possibile trasmutazione…» (Ruven Latiàni)



La strada di casa di Luca Cassano  (Milano)


Come le rose del deserto rimangono sepolte sotto la sabbia finché un Tuareg non le trova, così le parole restano confuse fra i ricordi finché un’intuizione non le mette in fila in forma di versi. Le rose e il deserto è il progetto artistico di Luca Cassano (Corigliano Calabro, 1985) nel quale confluiscono cantautorato e poesia. Le rose e il deserto ha pubblicato i dischi Io non sono sabbia nel 2020, Cocci sparsi nel 2022 e Chissà com’è nel 2025 e le raccolte poetiche Poesie a gettoni vol. 1 nel 2021, La strada di casa nel 2023 e Nodo antico (peQuod) nel 2025.

«La raccolta mostra una grande capacità comunicativa ed emotiva, attraverso l’uso di immagini fortemente espressive come nei versi ”L’amore è quando / Negli occhi di un altro / Ci trovi la strada di casa”, immagine filo conduttore dell’intera raccolta, insieme alla necessità di camminare più leggeri, senza armature, di essere “trasparente come una mattina / Sul Monte Rosa”. Nella ricerca di “coordinate precise per il cuore” la relazione con l’altro diventa una mappa per ritrovare la strada di casa.» (Leda Erente)

«La strada di casa non è una linea retta e casa non è un luogo, ma uno stato d’animo. È sedersi e sapere di essere al sicuro, poter chiudere gli occhi e restare, smettere di difendersi. È quella persona che ci fa sentire interi, nonostante le ferite, le pieghe dell’anima e le cicatrici. È la libertà di perdersi sapendo di essere al sicuro; capirsi nonostante la mancanza della punteggiatura. Un bacio capace di fermare il tempo. Saper fare spazio all’amore e anche alla sua fine. Quel momento in cui arriva la consapevolezza di non dover più cercare, di potersi spogliare di tutto: vestiti, maschere, armatura, per mostrarsi nudi con la certezza di essere compresi. È una dichiarazione di resa.» (Sheila Moscatelli)



Opere votate

Un tempo nuovo di Carla Malerba (Arezzo)


Carla Malerba è nata a Tripoli (Libia) e vi è felicemente vissuta fino al 1970. Ha iniziato a scrivere poesie dagli otto anni. Un giudizio favorevole su una sua poesia giovanile pubblicato dai critici Gramigna, Buzzati e Sala, curatori di una pagina per giovani poeti sul settimanale Amica, la incoraggia a proseguire. Dopo la Maturità Scientifica, si iscrive alla Facoltà di Lettere Moderne a Catania, ma interrompe gli studi a seguito di eventi politici legati al suo paese d’adozione. Si laurea successivamente presso l’Università degli Studi di Siena. Ha insegnato Lettere ad Arezzo, città nella quale vive. Ha pubblicato sei raccolte poetiche, l’ultima delle quali è La milionesima notte (2023). Ama scrivere anche racconti, articoli e recensioni.

«Con tocco delicato, il tempo, la natura, la vita sono mescolati in versi essenziali, profondi, riflessivi.» (Luigi Palazzo)


Indizi per il giusto riposo e brevi altre tralignate storie in versi del mondo alle spalle di Gennaro Grieco (Trana, TO)

Gennaro Grieco, lucano di nascita (Rionero in Vúlture, 1953), torinese di adozione, negli ultimi anni si divide fra i primi contrafforti alpini a ovest di Torino e i luoghi manzoniani per eccellenza, nel lecchese, dove dimora parte significativa dei suoi affetti. Laureato in Pedagogia (indirizzo sociologico) all’Università di Torino, dove è stato allievo di Luciano Gallino. Ha avuto esperienze di lavoro diversificate. Alternando fasi di appassionato impegno ad altre di finanche estrema lontananza, ha vissuto una stagione d’intensa attività letteraria per circa un ventennio a cavallo fra il vecchio e il nuovo millennio; attività che gli è valsa svariati premi. Figura in numerose opere collettanee (ben oltre il centinaio), in annuari, riviste, siti internet. Una decina i libri pubblicati, gli ultimi dei quali, entrambi a suo tempo presentati al Salone del Libro di Torino, sono: Apprendimento di cose utili (Genesi Editrice, Torino, 2007, pp. 368), summa della precedente produzione poetica di un trentennio (1971-2001); Storia penace (Genesi Editrice, Torino, 2008, pp. 112), debutto narrativo in volume autonomo.

«Immagini nitide e vivaci rendono il linguaggio poetico duttile e gradevole; efficaci figure retoriche sono sapientemente distribuite di verso in verso, senza abusi e con arguzia. Tra le righe si intravede la lezione ben appresa dell’ampia storia della poesia del Novecento. Nella trama e nell’intreccio del corpus poetico, l’amalgama indistinto di tanta poesia, nascosta nel cuore e mescolata al sangue e all’inchiostro riecheggia come onda sulla risacca.» (Doris Bellomusto)


Concrezioni d’ozio di Carla Forza (Caronno Varesino)

Nata in Toscana nel 1964, dopo la maturità classica si è laureata in Filosofia della Storia all’Università di Pisa. Attualmente vive in Lombardia e lavora, come docente di Materie letterarie, in un Istituto tecnico. Suoi testi inediti sono comparsi in diverse Antologie di Premi Letterari e blog/riviste online. Ha pubblicato Grandina disgrazia e noi restiamo ciechi (4 Punte Ed. 2024), presentata a Roma alla Fiera Più libri più liberi. Diploma d’onore con menzione di Encomio al Concorso Cardinale Branda Castiglioni - XVII Ed. La raccolta inedita Concrezioni d’ozio è risultata finalista al Premio InediTO – Colline di Torino XXIV Edizione con un estratto. Menzione d’onore al Premio Internazionale di Poesia Gabriele Galloni I Edizione 2025.

«Ogni verso è misura del tempo che passa, trasforma, corrompe e corrode le cose, rapprende il tempo quando s’impunta, in questo verso, all’inizio della silloge, si condensa il senso profondo dell’intero corpus. La voce poetica rivela da subito e mantiene fino alla fine un tono fermo e tagliente, la scrittura incide e graffia, testimonia senza farci sconti le conseguenze estreme di ogni monotono trascorrere.» (Doris Bellomusto)


Appunti macchiaioli nella mezza età di Stefano Martello (Roma)

Stefano Martello (Roma, 1974) è giornalista e comunicatore. Si occupa di comunicazione e gestione delle crisi, di comunicazione ambientale e del Terzo settore. Già nel Gruppo Ferpi è ora nel Tavolo Ambiente e Sostenibilità di PA Social, senior mentor del Laboratorio di Comunicazione Comm to Action di Bologna e condirettore della collana «New Fabric» di Pacini Editore. Per Fara ha pubblicato Santi, Poeti e Comunicatori. Colloquio informale sulla Legge 150/2000 (con Gennaro Pesante e Isabella Piro, 2004); Diversità apparenti (cura, 2007); Il resto (parziale) della storia (cura con C. De Angelis, 2008), Il valore dello scarto (cura con C. De Angelis, 2016) e Rope a dope. Sobillazioni 2004-2024. È appassionato del padel, della fantascienza post atomica, dei polar francesi e della letteratura crime nordeuropea. Tenta di vivere ogni nel rispetto del buon senso e senza arrecare male a chi gli è intorno.

«L’età che avanza, le trasformazioni, le attese: tutto ben comunicato con linguaggio semplice e immediato. Alla macchia, appunto.» (Sonia Gardini)

«Arriva eccome il conto che ad ogni stagione della vita si presenta e rode dentro come un topino che mette il musetto fuori dalla tana e annusa, è così che gli anni accumulati ad un certo punto “sulla mezza età” si presentano e ti fanno incontrare la Poesia. L’autore scopre di poter esprimere attraverso le parole “le mie consapevolezze ideologiche”. Questi versi attingono allo scorrere della vita, hanno una armonia particolare, frequentano le stagioni, gli anni passati, pensando al tempo che non possiamo permetterci di perdere. In essi non si avverte la nostalgia del passato è invece utile e necessario fare i conti con il presente e con il futuro “Che nessuno possa sospirare, / quando mi verrà a trovare, / che c’era ancora qualcosa da chiarire”. Leggo inoltre una attenzione a spezzare il verso quando si richiede più attenzione alle parole e allungarlo quando necessita dare forza alle stesse. “Libri / Non vi accumulo più / e questa volta, / questo tempo, / sono serio. / (…) / Vi lascio liberi / Vi regalo / (…) / Andatevi a guadagnare il pane / ché siete ancora troppo giovani per la pensione.”» (Carla De Angelis)


Inchiodato al confessionale di David Aguzzi (Riccione)

David Aguzzi, nato a Rimini, vive a Riccione. È laureato in Sociologia e in Scienze della comunicazione. Socio e presidente dell’Associazione Teatro Aenigma (Urbino), è tra i fondatori di Teatri delle diversità. Ha realizzato il cortometraggio Cambiamo Discorso? Ha messo in scena drammaturgie con attori con patologie psichiche e disagio sociale. Sue poesie e saggi in varie antologie.

«In questa raccolta l’autore affronta il tema della memoria, dei giochi di infanzia dimenticati che possono rivivere solo ritrovando quello sguardo incantato di quando era bambino, come scrive nei versi ”Se vuoi aiutami / a ricordare di quando ero bambino / nei boschi ad inseguire / il volo libero di un corvo”, affronta così il tema del tempo fugace della propria esistenza attraverso la figura retorica ricorrente delle forbici che ritagliano sagome di persone per conservarne il più a lungo possibile il ricordo, la traccia significativa del loro passaggio nella vita stessa dell’autore.» (Leda Erente)

“La parola morbida / lo sguardo morbido / morbidi gli occhi / morbido il sorriso / morbidi i capelli”: così inizia questa bella raccolta poetica; racconta, inneggia ad ogni pensiero ad ogni atto di questa nostra vita e lo sublima con versi che si incidono nella mente di chi legge: ”Con le mie forbici / ritaglio sagome di uomini / da fogli di carta bianca / che appendo alle pareti bianche / a farmi compagnia.” Forse siamo sempre “soli” anche in mezzo alla folla che ci sfiora ogni giorno. Sono molti i versi che vorrei citare, ognuno mi ha commosso e fatto riflettere, perché la poesia questo fa “tormenta “ chi scrive e chi legge. (Carla De Angelis)


Oro buio di Cristian Conti (Montefiore Conca, RN)


Cristian Conti è nato a Rimini il 24 ottobre 1969, dove tuttora risiede. Ha conseguito la laurea in Lettere moderne e si è specializzato tramite la SSIS. Attualmente è docente di lettere presso l’Istituto superiore De Gasperi – Gobetti di Morciano di Romagna. Dal 2009, conduce un corso di scrittura poetica all’Università Aperta di Rimini. A partire dal 2022, ha integrato l’offerta formativa con un corso di mistica. Nel 2008 e nel 2012, ha condotto corsi sulla didattica della poesia rivolti agli insegnanti della provincia di Rimini. Un suo racconto “La cura Baffoni” nel 2001 ha ottenuto come premio una borsa di studio a Bordeaux e la pubblicazione on line con traduzione in sei lingue per l’editore Guaraldi. Nel 2003 ha pubblicato la raccolta di poesie Il broglio delle icone per Il Vicolo di Cesena. Ha ottenuto riconoscimenti in ambito poetico, classificandosi al primo posto al concorso nazionale “Nuova poesia” nel 2001 a Miramare. L’anno successivo, nel 2002, ha vinto il secondo premio al concorso nazionale “Elena Violani Landi” di Bologna. Poi sono arrivate le figlie…

«In questa silloge di 63 scommesse quasi tutte vincenti, si riconosce la sincerità e la nudità di un ognidove che viene condotto con padronanza di scrittura allertata sotto un severo controllo del ritmo di suono e ritmo d’immagini. Immagini sempre deste, illuminate, rette da una dosata, gradevole prosodia e da un acrobatizzato versificare ricco di echi letterari passati forse, a volte, un po’ troppo scoperti e indiziari… Ma anche grazie a ciò, la mano di chi scrive sa inventare con rigore certi luoghi per farli semplicemente durare là dove, a sorpresa, la sua scrittura è capace di sprizzare umoristici umori che rendono possibile una curiosa, umida e fluente concentrazione del lettore al timone della lettura.» (Ruven Latiàni)


Risorto di Socrate Toselli

Mi chiamo Socrate Toselli, ho 39 anni e vivo a Latina (in Via Milazzo n. 15) insieme alla mia compagna e a mia figlia, una bimba di due anni. Svolgo la professione di avvocato.
Ho pubblicato nel 2024 due raccolte poetiche: Dentro una cosa sola (Ensemble) e Trovare un cuore (Fara Editore).

«Quanta fiducia occorre per scrivere un poema sul Cristo? Su una storia che viene raccontata da duemila anni? Cosa si può aggiungere? Credo che la risposta sia che ci sono urgenze impossibili a ignorare e chiamate a cui è necessario rispondere con un sì. Questa raccolta ci racconta un Cristo senza retorica, ricordandoci che lo spirito è incarnato, che il divino è nell’umano e che l’amore è sacro, comunque lo si voglia chiamare. Ci ricorda che la morte è un passaggio, in quanto ogni vita che nasce è un ritorno da un’altra dimensione. È un invito a non lasciare che la paura paralizzi e a sognare l’assoluto perchè quando le azioni sono mosse dall’amore anche il naufragare diventa una realizzazione.» (Sheila Moscatelli)


Memini, meminisse. Paradigmi della memoria di Gianpaolo Anderlini

Gianpaolo Anderlini vive nel modenese. È redattore della rivista QOL (dialogo ebraico-cristiano). Con Fara ha pubblicato: Giobbe. Opera in versi (2018), Distopie (2020), Versi di/versi. Diario poetico ai tempi del coronavirus (2020), Variazioni (2021), Devarìm ’acherìm (Parole altre) (2022), Incontri (2022), Figli di Qohèlet (2023), In limine e Salmi (2024). Opere recenti: Io sono tuo, salvami! Commento al Salmo 119 (Chirico 2022), E come potevamo non cantare (Altrimedia 2023), Canto del ritorno (Lupi 2024), La lingua del santuario. Introduzione all’ebraico biblico in ventidue lezioni (2 voll. EDB 2024).

«È uno scrivere “tenero” nel ricordo resta sospesa l’attenzione perché tutto è immerso in un evento che le lacrime scoloriscono i particolari. “Ricordare stanca”. Questa raccolta è la storia della vita, ogni verso ricostruisce un percorso, ogni andare a capo fa tornare il desiderio di rileggere. C’è la speranza legata “c’era una volta in un paese senza / sole una principessa senza nome / faceva freddo e lei vestiva sempre / sette mantelli tanto da sembrare // grandissima e tondissima si tolse / il primo manto la superbia e poi / venne il secondo l’ira e poi il terzo / l’invidia e poi il quarto l’avarizia …” Così la Poesia insegna, chi legge si trova di fronte allo specchio ed è difficile fuggire. C’era una volta, Ninna nanna e così via sono titoli evocativi di una realtà, di un sogno che attraverso le parole fermano l’istante.» (Carla De Angelis)


Con la penna stretta di Paolo Rossetto (Genova)

Sono cresciuto nella profonda campagna veneta: fino ai miei vent’anni, Pordenone per me era una metropoli. Ho frequentato il liceo classico, e poi sono stato ammesso alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Lì ho conosciuto mia moglie, la vita delle città, la depressione, e infine un precario equilibrio. Mi sono laureato in Filosofia, con una tesi su Kierkegaard. Ho poi seguito mia moglie a Genova, dove mi sono laureato anche in Lettere moderne, per amore della cultura ma anche dello stomaco pieno. Grazie alla laurea ho iniziato a insegnare materie letterarie nei licei (Savona, Genova, attualmente Chiavari). Nel frattempo, sono nati i miei due figli (2022 e 2023). Nonostante abbia scritto per tutta la mia vita, solo da pochissimo ho ripreso a interessarmi di concorsi letterari, dopo qualche vittoria da bambino e adolescente e una lunga astinenza poetica: ho collezionato, finora, alcune segnalazioni e qualche premio.

«Riconosco con gioia in questa silloge l’ardire buono di chiedersi cosa sia la poesia e poi rispondersi con un sonetto ben farcito di figure retoriche efficaci, argute, ben distribuite e sapientemente usate per indagare significati e tentare, con umiltà e leggerezza, una possibile risposta.» (Doris Bellomusto)


Alfeo di Lorenzo Gafforini (Brescia)

Lorenzo Gafforini, classe 1996, è nato e vive a Brescia. Laureato in Giurisprudenza, collabora con diverse riviste di critica letteraria. Negli anni ha curato opere di Evgenij Evtušenko, Hugo Ball, Luc Dietrich ed Enrico Emanuelli. Le sue pubblicazioni più recenti sono: la raccolta poetica Il dono non ricambiato (Fara Editore), il racconto lungo Millihelen (Gattomerlino Edizioni) e il romanzo La meccanica del suono (Transeuropa Edizioni). Partecipa a diversi progetti culturali, anche in ambito cinematografico.

«Un viaggio nella memoria che rende merito a una vita. L’emozione addensa i versi, che si fanno anche manifesto, visione sull’arte.» (Luigi Palazzo)


giovedì 23 gennaio 2025

Ecco i poeti vincitori del Concorso Narrapoetando 2025

 Grazie di cuore a tutti i poeti che si sono messi in gioco, ai giurati Anna Ruotolo, Carla De Angelis, Donatella Nardin, Matteo Pasqualone, Mattia Cattaneo e Ruven Latiàni della sez. Poesia (per la Narrativa/saggio vedi qui) per l’attento e competente lavoro di valutazione, e complimenti ai vincitori!


Narrapoetando 2025
sez. Poesia

I class.

Piccolo bestiario
di Alessia Boldrini (Riccione)


Alessia Boldrini è nata a Rimini nel 1992. Trascorre i primi vent’anni della sua vita guardandosi intorno spaesata, leggendo, accumulando una notevole quantità di lezioni di vita, dipendenza da progetti fai-da-te e una laurea inutile in Lettere Moderne. Non paga di ciò, a venticinque anni si iscrive nuovamente all’università nella facoltà di chi ha voglia di continuare a prendere lezioni di vita per i successivi quindici anni, Psicologia Clinica. Inspiegabilmente, comunque, tutto sta funzionando. Vive e lavora a Riccione, dove organizza in un collettivo informale e appassionato letture e confronti tra poeti e prosatori locali. Non ha elenchi di premi perché non partecipa quasi mai a concorsi e l’unica cosa che ha vinto in vita sua è stato un peluche gigante di Pikachu ad una tombola natalizia. E una scatola di Ferrero Rocher.

«Versi in cui sono presenti affondi originali e fulminee intrusioni e intuizioni da cui traspaiono, talora, sia una sottile ironia che, di contro, una soffusa malinconia. L’atmosfera leggermente straniante all’inizio cede presto il passo ad aperture semantiche che vivificano il dettato rendendolo maggiormente fruibile. Tale incedere sollecita un “tu” emblema forse di una umana condizione che, nella fragilità ontologica, mostra tutti i suoi limiti ma anche le sue infinite possibilità. Perché in fondo siamo un “Fisico pulsare / di pulsioni metafisiche” e la poesia, attingendo ad un respiro universale comune, sa conciliare e sanare gli opposti.» (Donatella Nardin)

«Già dal titolo, si scopre che enucleare un’esperienza di visione si rende necessaria alla reiterazione di gesti verbali compiuti nella provincia dell’immaginario totale. Questi esseri comuni in elenco diventano non più animali, ma momenti a-storici della pluralità dei linguaggi: il problema dello stare dentro un Universo scompare a vantaggio del passare da un universo all’altro. C’è movimento… Apprezzo di questa silloge gli spazi e i luoghi ricavati tra strofa e strofa, tra sezione e sezione, tra universi di senso e universi di visione… Ogni tanto accade un vibrante deragliamento dalla comune vita a vantaggio della necessaria caduta dei letterari lughi comuni… Soprattutto qui risuona il dettato di questa poesia. Ed è in questo ’minimo passaggio’ che l’autrice, nel mestiere del fare questi versi, sa camminare nel suo privato parco di animali indossando i panni di un ulteriore nostalgico ’Rimbaud’ in preda alle sue illuminazioni … Nelle sezioni successive (Le conseguenze dell’essere imbelle, Delicatessen e Divertimenti), l’autrice incontra drammaticamente sé stessa, animale psichico tra i suoi animali…» (Ruven Latiàni)

«In questo bestiario sono le figure di animali, reali o mitologici, a dare senso e spessore all’umano. Così
, l’immedesimazione nella natura animale appare necessaria per tornare abili a uno sguardo onnicomprensivo della vita, del dolore, della lontananza e dell’abbandono. Non solo, ogni residuo di selvatichezza non viene dalla natura ma, al contrario, dalla crudeltà della ragione che soltanto quando passa dagli occhi viene come purificata e si pacifica prima di tornare a dire, senza pietà. È una raccolta ancestrale e moderna assieme, vivida e cruda, amorosa e amorale. Una prova riuscita di una scrittura piena e conturbante.» (Anna Ruotolo)


II class. ex aequo

Come un’arancia dolce
di Vanna Corvese (Caserta)


Mi presento con le rughe e i capelli bianchi. Sono nata alcuni anni prima della dichiarazione di guerra del Duce! La mia infanzia è stata segnata dalla paura e dalle privazioni, ma anche dall’affetto di una famiglia piena di talenti, dallo spirito critico dei nonni e dall’ironia sapiente delle storie che mi narravano. L’esperienza di quegli anni ha trovato spazio in un romanzo breve: Quando il giorno verrà dei millinfanti; ma prima di questo racconto ho scritto e pubblicato sempre poesie, con poche incursioni nel mondo delle favole. All’alba del Terzo Millennio, la mia raccolta Incanto Disincanto mi procurò la gioia insperata di un primo premio al concorso della casa editrice Marotta & Cafiero di Napoli. Sono convinta che la poesia aiuti a rendere migliore il nostro mondo.
Condividono con me la speranza di un futuro migliore gli amici “diversamente giovani” del mio laboratorio di lettura e scrittura, ciascuno con la sua voce libera e inconfondibile.

«In questa raccolta così intima e profonda troviamo un verso discreto e ricolmo di dolcezza. Non ci sono sbavature, nessuna ridondanza formale, ma solo l’essenzialità di un’esperienza dolorosa che si fa poesia. Davanti alla scabrosità della morte, allo strazio per la separazione dalla persona amata si potrebbe abusare di parole rabbiose e violente, inveire contro il cielo e il destino, chiedersi il perché di domande senza risposta. Ma non qui. La donna che assiste nell’ultimo viaggio il proprio uomo è capace di rileggere la loro storia intensa, mescendo con sapienza gratitudine e nostalgia. Nasce in questo modo un moderno Cantico dei Cantici, un inno quieto e possente a una vita di coppia che è stata capace di dare felicità ad entrambi. Perché è vero: davanti all’amato siamo nudi, sbucciati Come un’arancia dolce, senza difese. Eppure brucia in noi la felicità della reciproca appartenenza. E, in fondo, siamo certi che, nel momento del distacco, nulla dell’amore che è stato svanirà. Attraversiamo i giorni della nostra vita insieme nella sottesa consapevolezza che forte come la morte [e forse ancor di più] è l’amore. (Ct 8,6b)» (Matteo Pasqualone)

«Quando è Poesia senti le farfalle nello stomaco e deglutisci la saliva per assaporare ogni verso.
Quando la poesia diventa narrazione, e racconto, ma resta Poesia, senti che i versi dalla mente scendono al cuore e viene voglia di dare voce alla vita, invece taccio e continuo a leggere con gli occhi che fanno il pieno di struggente dolcezza, le labbra tacciono per non offendere i sentimenti che hanno spinto lo scrittore a mettere in versi la vita , come a esorcizzare il dolore. È un fluire di versi attraverso parole che arrivano in un crescendo di emozione. È Poesia come la vita che scorre attraverso il suo finire e riconosce in questo tutto l’amore che si poteva dare / dire e invece si è taciuto per pudore o altro “Nessuno può strapparci / quello che abbiamo vissuto / per amore e per scelta”.

Mi trafigge la nostalgia
mentre il ricordo mi porta
l’onda sonora della fisarmonica,
la canzone che suonavi
per il bambino con la febbre alta
addormentato nella roulotte
come in una tiepida tana.


(Carla De Angelis)



Transiti: taccuino delle stagioni
di Silvana Sonno (Perugia)


Silvana Sonno ha vissuto a lungo a Torino dove si è occupata di educazione degli adulti nei Corsi per Lavoratori (“150 ore”) e per conto della Regione Piemonte. Attualmente vive a Perugia dove si è formata come Counsellor in Gestalt Psicosociale. Ha insegnato per molti anni materie letterarie negli Istituti di istruzione superiore e è socia fondatrice dell’associazione onlus Rete delle donne AntiViolenza, per la quale si è occupata a lungo di politiche di genere e formazione. Dal 2011 guida gruppi di lettura presso biblioteche del territorio, centrati su percorsi che attraversano la letteratura femminile contemporanea. La sua ricerca, nel campo della scrittura, è volta a indagare percorsi femminili restituiti attraverso scelte linguistiche e simboliche inclusive di una prospettiva di genere. Ha scritto opere di narrativa, poesia e saggistica che affrontano da diversi punti di vista e con diversi stilemi le problematiche di genere. Per quanto riguarda la poesia ha pubblicato otto raccolte di testi che spaziano dagli Haiku ai Landai alla poesia “tradizionale” ai versi satirici in dialetto, ricevendo premi e menzioni.

«La raccolta dispiega, nel suo farsi, gradevoli bozzetti pittorici che si abbeverano alla fonte, sempre ricca di ispirazioni e suggestioni, della natura. Nel viaggio tra i versi si evidenzia il legame speciale tra una interiorità ricca e fattiva e il mondo intorno. In quel variare vibrato e nelle descrizioni delle cicliche trasmutazioni stagionali, si inseriscono e si alternano riflessioni, domande e considerazioni riguardanti l’essere e lo stare come ad esempio: “questo avvicendarsi mi oltrepassa? / La mia presa sul mondo è una chimera?” (da Stagioni). Un certo numero di haiku dall’accento intimo, raccolto, punteggiano qua e là la silloge impreziosendo il tutto.» (Donatella Nardin)

«La natura cammina tra i versi, le liriche del poeta che attinge a colori, profumi delle stagioni e della sua territorialità, non solo geografica, ma anche interiore. Un percorso pieno di cromie, sensazioni, vissuto ed emozione.» (Mattia Cattaneo)

«Sono rimasta piacevolmente colpita dalla semplicità e dalla sapienza delle parole che compongono i versi di questa silloge. E’ stato un percorso lieve, piacevole “Allo scemar del lume della sera/avanza la Brigata Primavera”. Si alternano versi brevi e versi lunghi, componimenti in Haiku. È una lettura piacevole, dotta, non trascura nulla della natura, arriviamo così anche al mare ”Lui il mare, clessidra vigile del mondo”.» (Carla De Angelis)


III class.

Beatitudini
di Guglielmo Aprile (Napoli)


Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Vive ad Ischia. Ha pubblicato alcune raccolte di poesia, tra le quali: Il dio che vaga col vento (Puntoacapo Editrice 2008), Nessun mattino sarà mai l’ultimo (Zone 2008), L’assedio di Famagosta (Lietocolle 2015); Il talento dell’equilibrista (Ladolfi 2018); Il giardiniere cieco (Transeuropa 2019); Falò di carnevale (Fara, I classificata al concorso Narrapoetando 2021); Il sentiero del polline (Kanaga, I classificata al premio Arcore 2021); Thanatophobia (Progetto Cultura, I classificata al premio Mangiaparole 2021), Appunti Eoloiani (Fara 2024, II al Faraexcelsior).Ha collaborato con alcune riviste con studi su D’Annunzio, Luzi, Boccaccio e Marino, oltre che sulla poesia del Novecento.

«La silloge, in un crescendo armonico e sostenuto, trae linfa e nutrimento da immagini vivissime e incalzanti che avvolgono e coinvolgono il lettore trasportandolo in una dimensione altra. Certi rimandi interni ai versi, andando oltre i meri confini spazio-temporali, ne dilatano il senso e alcuni spunti teologici e spirituali, come ad esempio “un Dio diffuso nell’aria” (da Sitar indiano) procurano una sorta di vertigine da cui prorompe quel sacro che, ad altissime profondità, eleva il dire e la parola. L’ intima compenetrazione con la natura e il cosmo, nei loro elementi più vivi, pervade la raccolta sottolineando l’umana partecipazione dell’essere al tutto e la incessante ricerca di senso all’irrisolto enigma del nostro stare al mondo. L’uso sapiente degli endecasillabi aggiunge musicalità e ritmo ai testi conferendo all’insieme una notevole ed efficace gradazione emotiva.» (Donatella Nardin)

«Due versi di questa raccolta dicono: È l’uomo un rimpicciolito universo/ e l’universo un uomo macroscopico e sono la confessione di come quest’opera procede dritta su un sentiero di grande respiro. Ogni parola, ogni scelta lessicale unisce l’uomo al divino, scorge nel creato incastri profondi e misteri che sorreggono il tutto. È molto bello procedere nei ragionamenti sugli elementi e sull’io, che si fondono come all’inizio della creazione. Il risultato è confortante, pieno, luminoso.» (Anna Ruotolo)


Opere votate

Bagliori
di Antonella Giacon (Perugia)


Antonella Giacon è nata a Padova e risiede a Perugia. È formatrice in scrittura creativa e didattica della poesia nella scuola. Tiene corsi di scrittura creativa con gruppi di bambini, adolescenti e adulti. Nel 1994 ha pubblicato il libro di versi Sottopressione. Varie sue poesie in dialetto veneto sono state pubblicate su riviste, tra le quali Tratti e Diverse Lingue. Nel 2001 è uscita la silloge Pegno d’amore, Edizioni Corsare, Perugia. Con Effatà di Torino nel 2005 ha pubblicato in collaborazione con Elisabetta Forghieri Piccoli alberi, piccole albere, un percorso integrato di scrittura creativa e danzamovimentoterapia. Testi narrativi: Qualcosa di speciale (prima selezione al Premio Strega Ragazzi 2017), Quattro giorni (III classificato al Premio Fulgineamente 2021) e Curare le pietre (2024), tutti usciti con Edizioni Corsare. Nel 2024 l’editore Alieno ha pubblicato il suo racconto Tutto è cominciato con le calze, rappresentato a teatro con la regia di Carla Gariazzo.

«Lo sguardo poetante di questa raccolta si posa sui piccoli oggetti, sui particolari della realtà che spesso diamo per scontati, per rivelarne tutto il loro splendore. Attraverso un intero anno di osservazione attenta, l’autore ci aiuta a soffermarci davanti a ciò che accade, a prenderne atto con stupore, a non farci logorare dalla fretta. Riesce così a raccontare con immagini originali e profonde la bellezza del quotidiano. Porta sul palco della pagina i movimenti nascosti della vita, i personaggi secondari, le comparse che rischiano di confondersi sullo sfondo dei giorni sempre uguali, dando loro un ruolo primario. Il verso è mite, delicato, non prepotente. Non vuole imporre una visione egoistica del mondo, ma si fa compagno del lettore per riscoprire insieme le meraviglie nascoste che ci circondano.» (Matteo Pasqualone)

«Istantanee, cartoline, sono poesie rapide e fulgide insieme, un faro puntato su un pezzo di vita, un angolo di asfalto, un silenzio che riempie l’aria. Bella la scelta della brevità che coglie l’essenziale, in una costruzione dalla veste semplice ma dall’intento molto più complesso.» (Anna Ruotolo)


Beati gli indivisi
di Andrea Parato (Riccione)


Andrea Parato (Rimini 1979) lavora come funzionario al Comune di Rimini. Appassionato di comunicazione in tutte le sue sfaccettature – dai cultural media studies, alla poesia, alla semiotica, all’arte, alla musica – si è occupato di segreteria di direzione, consulenza direzionale, interventi formativi in ambito comportamentale e manageriale. Inserito in vari volumi fariani, ha pubblicato Imminenti stati di necessità (votata al Faraexcelsior 2018).

«Un verso maturo e riflessivo abita questa raccolta. Facendo dell’esperienza la fonte primaria del suo poetare, l’autore ci accompagna in un viaggio esistenziale che tocca la carne e la polvere della quotidianità, scorgendo dentro ogni sfaccettatura un afflato verso un qualcosa che sta oltre. Come il titolo ricorda, è un desiderio dell’umano attraversare la vita senza ferite o incrinature; ma tutto ciò è impossibile. Siamo tutti abitati da una fallibilità congenita, che ci porta a esperire la divisibilità del nostro essere. Non resta altro da fare che accettare questa condizione e continuare a camminare con in cuore l’obiettivo di ritrovare la strada / verso la cima, il senso di sentirsi chiamato.» (Matteo Pasqualone)

«La narrazione in versi del poeta ci conduce per mano negli angoli più nascosti del proprio Io, del proprio cuore: il percorso esperienziale tocca punte molto profonde della propria memoria, della propria coscienza.» (Mattia Cattaneo)




IN VITA CON I MORTI
di Flavio Vacchetta (Bene Vagienna, CN)


Flavio Vacchetta (Vachis) vive nel basso Piemonte al confine con le Langhe tra noccioleti e vigneti di proprietà. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche: Silente meridiana - Universo vagabondo (Lorenzo editore Torino) Altra metà (Nero su bianco editore Cuneo). Con puntoacapo ha pubblicato: Akeldamà (2009); La scala luminosa (2012), Katagrafé (2016) e La spianata del silenzio (2022). È incluso nelle antologie Poesia in Piemonte e Valle Aosta e Il fiore della poesia italiana entrambe pubblicate da puntoacapo. Durante il covid ha pubblicato Crucifige (ed.Genesi Torino) e Per aspera ad astra (ed. Il cielo stellato CN). Appassionato di astronomia collabora a riviste scientifiche e durante l’anno internazionale dell’astronomia 2009 ha prodotto il dvd Astropoesie. Ha fondato il Gruppo astrofili benesi in collaborazione con UAI-Unione Astrofili Italiani.

«La poesia che si fa laica preghiera e liturgia esistenziale, dove il poeta esorcizza il dolore che manifesta una mancanza, una profonda assenza. La metafora scorre tra i versi, incide dentro l’anima del lettore.» (Mattia Cattaneo)


STRADE
di Alessandro Burrone (Pechino)


Alessandro Burrone (1994) è cresciuto tra Torino e Cigliano (VC) e vive a Pechino. Ha collaborato con riviste e blog letterari, tra cui Pangea, Studi Cattolici, Il Sussidiario, farapoesia, La poesia e lo spirito. Con Fara ha pubblicato una raccolta di poesie, La sete, il sonno (2022) e il romanzo La promessa di vita nel tuo cuore (2023, vincitore del concorso Narrapoetando), Le mie mani non sanno (Fara 2024, I al Narrapoetando).

«Mi ha colpito la continuità prosodica e narratologica di qualcosa che pulsa dentro e che va letta tutta d’un fiato, perché così va letta! C’è possibile prospettiva di ribalta teatrale e performance d’Action Poetry nel testo di questo autore…; è un testo che riverbera con certa prosa poetica della beat generation: scrittura automatica e immediata…» (Ruven Latiàni)


Frammenti di una partita infinita
di Gianluca Chierici (Orio Litta, LO)


Gianluca Chierici è nato nel 1977 a Milano. Ha scritto e diretto i film L’ultimo compleanno di Venere, pubblicato in Sguardi inquieti (Barbieri 2003); La crudeltà dell’angelo (2004); Dannati (2005); La chiave dei grandi misteri (2006); Hystera, premio della giuria al Mystfest di Cattolica 2008); OR, BJEM (2009); PickUp (2010); Fiaba di Daina (2012); Holy Mary (2014). Ha pubblicato: Il libro del mattino (Acquaviva 2005); L’eterno ritorno (Sentieri Meridiani 2007 – Premio Castelpagano); La madre delle bambole (Tracce 2008 – Premio Fondazione Caripe); Il nome del confine (Joker 2009); La stirpe del mare (L’Arcolaio 2010); Hanno amore (Perdisa Pop 2010); Il grido sepolto (Ladolfi 2017); La storia di Layla e Yurkemi (Fara 2018 – Opera vincitrice Faraexcelsior); Devi ancora inventare Euridice (Oedipus 2019) e Inferno bianco (Fallone Editore 2020).

«Questa silloge inizia con “c’era una volta” perché la vita e l’amicizia sono passi sulla nostra strada che cambiano nel corso del cammino. C’erano una volta. L’oratorio, le caramelle rubate, il prete, mi fanno tornare indietro nel tempo. Ecco la magia della poesia, trasporta il lettore dentro una storia non sua, ma la vive come se lo fosse. Poesia come narrazione. Ogni verso è uno spiraglio sui sogni, sulle aspettative del domani, è la scoperta che in un giorno può accadere tutto, nel bene e nel male.» (Carla De Angelis)


RACCOLTE SEGNALATE

Le mani di Caino
di Gianpaolo Anderlini (Fiorano Modenese)


Gianpaolo Anderlini vive nel modenese. È redattore della rivista QOL (dialogo ebraico-cristiano). Con Fara ha pubblicato: Giobbe. Opera in versi (2018), Distopie (2020), Versi di/versi. Diario poetico ai tempi del coronavirus (2020), Variazioni (2021), Devarìm ’acherìm (Parole altre) (2022), Incontri (2022), Figli di Qohèlet (2023), In limine e Salmi (2024). Opere recenti: Io sono tuo, salvami! Commento al Salmo 119 (Chirico 2022), E come potevamo non cantare (Altrimedia 2023), Canto del ritorno (Lupi 2024), La lingua del santuario. Introduzione all’ebraico biblico in ventidue lezioni (2 voll. EDB 2024).

«Una iniziale rievocazione di eventi biblici suggella e suggerisce, nella tensione lirica, un ascolto intimo, partecipato. Successivamente, echi di un certo vissuto permeano il dettato con dettagli incisivi, tra il dentro e il fuori, a tratti davvero palpitanti nel dispiegarsi formale di endecasillabi ed enjambements.» (Donatella Nardin)


Controtempo (Nel vento di Kairos)


Valeria Raimondi Brescia, fonda nel 2014 l’associazione Movimento dal Sottosuolo per la diffusione di poesia contemporanea e internazionale. Collabora con il festival annuale italiano del progetto de La Palabra en el mundo (Cuba). Nel 2016 è tradotta in lingua albanese per un’antologia a tre voci con i poeti Beppe Costa e Jack Hirschman. Nel 2018 una decina di poesie sono presentate a San Paolo del Brasile. Nel 2011 pubblica la silloge Io No (Ex-io) rieditata nel 2023 con Puntoacapo; nel 2014 esce Debito il Tempo, opera vincitrice del Premio Eros e Kairos; nel 2021, con Fara, Il penultimo giorno. Nel 2019 cura La nostra classe sepolta. Cronache poetiche dai mondi del lavoro, opera collettiva sulla precarietà e sulle “stragi” nel mondo del lavoro. Tra marzo e giugno 2020 scrive articoli sulla pandemia per i blog Carmilla, Human Rights e per la rivista Micromega. Nel 2020 contribuisce all’applicazione della legge Bacchelli per il poeta italiano Beppe Costa.

«L’io poetante si affida alla parola e alle sue morbide e a volte dolenti intonazioni per far rivivere l’esperibile con vivacità espressiva e una certa pulsante affabilità. Alimenta l’ispirazione la complessità del tempo, che sia quello che scorre o l’istante supremo, che, nel loro trasfigurarsi, sollecitano il pensiero, i sensi e l’anima lasciando “un’impronta di rugiada sulla fronte”.» (Donatella Nardin)