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giovedì 20 novembre 2025

Versi in cui sono presenti affondi originali e fulminee intrusioni

recensione di Vincenzo Capodiferro

pubblicata su Insubria Critica




Piccolo bestiario è un’opera poetica di Alessia Boldrini, pubblicata da Fara, Rimini 2025, vincitrice al concorso letterario Narrapoetando. Leggiamo fra le motivazioni dei giurati: «Versi in cui sono presenti affondi originali e fulminee intrusioni e intuizioni, da cui traspaiono, talora, sia una sottile ironia che, di contro, una soffusa malinconia» (D. Nardin). «In questo bestiario sono le figure dei animali, reali o mitologici, a dare spessore all’umano» (A. Ruotolo).
La giovane poetessa, con un esperimento poetico originale e irripetibile, ci ripropone in versi un insolito, ma recondito legame dell’umanità all’animalità. Sono finestrelle che si affacciano a paradigmi anche arcaici, come la favolistica grecolatina, i compendi medievali, fino al totemismo tribale e sciamanico. «Leggere Piccolo bestiario è come un viaggio dentro un mondo che ha l’apparenza di qualcosa di familiare, ma che ti stupisce e ti incanta,» scrive Anna Paradisi nella prefazione.

Al cervo

Ti son caduti i palchi

La scorsa notte – …

Gli zoccoli ti hanno

portato lontano

nella vergogna

ma io sono qui

pronta a perdonarti

l’essere figlio fragile

dell’inverno.



È l’immagine dell’uomo adamitico che scopre la vergogna originaria. Il palco è simbolo della fecondità. Il palco in fondo è ciò che si esibisce, ma anche la base dove in arte ci si esibisce. Il cervo rappresenta la ciclica rinascita dell’antica madre, di cui l’uomo in parte fa parte, alla sua radice, ma che si stacca nel tronco e nei rami, credendo di sfidare babelico i cieli, oltraggiando la nutrice primordiale. Le radici in fondo sono rami che si estendono all’ingiù. S’asconde una intensa rappresentatività erotica, la quale freudianamente diviene medesimezza impudica. Un simile intendimento si intravede in “Sirene”, ove la poetessa si rivolge così a questo essere mitologico:


Ti ho insegnato a camminare

ma tu ti ostini

nel blu senza riserva…




Ti ho fatta arrabbiare e tu

hai fatto tempesta

parlando la lingua dei venti…



In “Dialettica dell’illuminismo”, gli autori Horkheimer e Adorno paragonano il borghese moderno all’Odisseo, cioè il Nessuno, incatenato, gli operai ai commilitoni con le orecchie turate innanzi alle sirene/passioni. Come è difficile addomesticare questi animali interiori che vanno a costituire un bestiario intrapsichico! Son i fiumi irrefrenabili che ci scorrono dentro, sono i venti impetuosi di cui parla la stessa Alessia, sono i “maremoti nello stomaco”, perché dentro di noi c’è un altro mondo, con foreste, cieli, mari e fiumi e monti e piane. Noi, in fondo, siamo, i “fragili figli dell’inverno”, come foglie rinasciamo ad ogni primavera e cadiamo ad ogni autunno, nonostante i cambiamenti climatici. Così cantava anche il greco Vate: «Le generazioni degli uomini sono come le foglie: le fa cadere il vento ma altre ne spuntano sugli alberi in fiore quando viene la primavera. Così le stirpi degli uomini, una nasce, l’altra svanisce» (trad. R. Calzecchi Onesti).


In fin dei conti

non siamo che arterie

e nervi – …

Fisico pulsare

di pulsioni metafisiche.


Siamo immersi in quel dannunziano e panico oceano dell’universo. Siamo conduttori dell’energia cosmica.

martedì 11 novembre 2025

Poesie velate – Intingo le dita nella parola: due nuove sillogi di Donatella Nardin


Poesie velate, Il Convivio Editore 2024
Prefazione di Giuseppe Manitta

Intingo le dita nella parola, Macabor 2025
Prefazione di Ivano Mugnaini

recensione di AR

Inizio cronologicamente da Poesie velate. In questa raccolta Donatella Nardin possiamo trovare nella poesia finale (XL a p. 60) una sorta di confessione, di dichiarazione poetica ed esistenziale che colpisce per l’intensità emotiva sempre unita a uno sguardo razionale a volo d’uccello sulla condizione umana. Bellissima la cascata di immagini e sentimenti che, con un ritmo scandito e toccante, ci avvolge in modo profondo. La poesia andrebbe citata interamente, ma mi limito ai primi 9 versi, lasciando a chi vorrà donarsi il piacere di avere in mano questo libro, la gioia di assaporarne in toto le ricchezze: “L’uccella ha incastonato nell’aria / il suo canto e ora, intingendo / l’intero piumaggio nella parola / – che del silenzio è fiamma / irraggiata e nostalgia – / dispiega ovunque canzoni / e poesie per offrire  a una inferma / visione dell’amore preziosa / la compagnia.”

La poesia precedente (p. 59), dal tono escatologico, termina così: “Riposerà nel silenzio  votivo / anche la rosa evaporata con noi oltre l’acceso / orizzonte e chissà se saremo / attesi, chissà.”

Risalendo a p. 56, ci pare di vedere Donatella a inizio giornata presso una finestra rivolta ad oriente già pronta a farsi strumento delle Muse (sempre in tensione fra entusiasmo e disincanto): “Oggi l’aurora incide versi / luminosi sulla pelle più sensibile / del mondo per farne balsamo / da appoggiare sul cuore. / (…) / È una calma apparente, / una intenerita pienezza destinata / a durare poco l’illusione del bene, / non si può dominare l’ombra / né chiedere un talento agli amori / nati già morti.”

Questa voce lagunare così attenta alle ombre, al guizzo delle lingue di luce sulle increspature dell’acqua, alla presenza fuggente eppure percepibile di chi magari ci ha lasciato, ci incanta e commuove con versi come i seguenti: “C’eri tu nel tuo dolcissimo / dire a imbiancare le ombre e i silenzi, / (…) / un ritorno in un sussurro / appena contro / l’inestinguibile cadere / nei fallimenti e nelle paure.” (p. 55); “Che si adempia il prodigio, / che finemente in me respiri la tua assenza.” (p. 47); ”tra le braccia stringevi / un esile filo di vento, / (…) / di quanta invenzione ha bisogno per vivere / la verità.” (p. 44); “– consolati madre non prova / dolore il nulla –” (p. 37); ”s’imprime nel nulla / il volo aggraziato di un colibrì / come, sulle terre straziate / da guerre e tormentim un tremore / di rose mai sbocciate intere.” (p. 26); “Scorteccia i sogni la sorte / nell’umile certezza crea / sperdimenti la foglia / caduta dai rami informi.” (p. 20).

Se il tono è per lo più elegiaco (“– anche il vento anche / il vento deposto ai piedi del tempo –”, p. 16), mantiene una sorta di vitalismo desiderante che si affida alla sublime concretezza della natura: “papaveri gialli ridenti / sui cui possa indugiare / una tenera scrittura di cieli, / arancionube felice uno sguardo / vibrante nell’epica dimessa / della quotidianità.” (p. 19). 

Bene osserva il prefatore Giuseppe Manitta (p. 7): “La parola in questa inermità [di esseri umani], si rivela uno strumento importante per fare il punto su sé stessi e sul mondo, per condurre alla meditazione e alla coscienza di un indomani incerto per il quale, però bisogna lottare.”

***

Forse troviamo in Intingo le dita nella parola alcune riposte (aperte, ovvero dilemmatiche e interrogative) alle domande “velate” della raccolta di cui abbiamo parlato qui sopra. Nella poesia eponima, che apre la silloge (p. 15), Donatella scrive: “Intingo le dita nella parola / come in una luce ribelle / per dare voce a qualche oscurità, / (…) / Compagna del mio poco / e del mio nulla, scrivo / come respiro, le note acerbe / infilate nella gola, nel pallido / gioire canto la poca vita / che mi resta e senza pelle / quel sentire clandestino / e senza un dove l’altrove / che chiama in pienezza e verità.”

Come perspicuamente osserva Ivano Mugnaini (Prefazione, p. 6): “La ferocia del tempo, la lama del ricordo che consola ma logora e lacera, gli inganni di amori esangui e solitudini inesorabili, sono ritratti qui con mano lieve ma senza sconti.”

In effetti a p. 19 Nardin fa i conti con l’impermanenza  del nostro stare al mondo (e alla relativa permanenza della poesia stessa, Foscolo docet, che può vivere solo se qualche vivente continua a pronunciarla): “Dovrebbe brindare alla vita / la vita, ai suoi teneri arcani / e invece stringe un deserto / tra i denti dove nuotano nudi / i pensieri e i luoghi feriti.”

Sono stato particolarmente colpito dall’immagine delle “violaciocche sul bordo / insonne del tempo” (p. 20), perché mio nonno le coltivava in piccole aiuole in giardino e io mi ritrovo bambino immerso in colori e odori di una estate di dodici lustri fa. Mi è facile allora immedesimarmi in poesie come L’attesa (p. 23): “Vieni, saremo solo noi due / – diceva l’ombra assisa / sulle spalle ossute del tempo – / vieni, diceva, in quel punto / perfetto di luce in cui, / affratellati, saggiare eternità e bellezza.” O Misteri (p. 30): ”Pur se avvolto nelle nebbie / fittissime dei suoi infiniti / misteri, anche il cielo sogna. / E noi invece – impoveriti / dai giorni – quando e dove / abbiamo abbandonato l’età / fertile dei sogni?” O ancora Inevase risposte (p. 35): “Macchia lo sguardo di inevase / risposte la mente, è un tracollo / improvviso intrecciato cupo / alla fronte, batte forte nel petto / un tempo bianco / che nulla trattiene e nulla dice.”

Invito chi mi sta leggendo a immergersi in queste pagine che esprimono desideri, ricordi, malinconie (un esempio fra i tanti Un mormorio a p. 38), pulsioni, timori, aspirazioni assolute… condividendo, con l’umiltà di chi ha raggiunto un stile saggiato e provato, dunque efficacissimo e illuminante, il mondo poetico di una autrice che sa accompagnarci mettendosi a nudo e invitandoci a fare altrettanto, per gettare un po’ di noi oltre di noi: “Ho cercato a lungo parole / che, nel tempo, non mutassero / pelle e colore, una materia vivente che, per darci pace, / fosse nel sempre incatenata. (Parole, p. 42); ”Fragile arpeggia la nuda scintilla / nel nevicare nell’aria una scia / di tepore per dire – in forme / medicate, leggere tra il qui / e l’altrove – dell’ineffabile  / la fame, la sete oltre ogni dolore, / oltre ogni umana mestizia.” (Gli occhi dell’anima, p. 45); “E chissà dove sarà mai questo / sempre invocato altrove / che ci insegna l’ardire / di stare qui e ora pur nella labilità.” (Un sogno assopito, p. 46); “anche nell’asprezza / più cruda, c’è una luce / che dura, è li sull’altra / sponda, dall’altra parte / del cuore.” (Dall’altra parte del cuore, p. 51); “… la vita / insegna sempre un modo / per imbrattarsi di qualchwe / azzurra felicità.” (Ci tocca l’amore, p. 52).

C’è quindi una scintilla di speranza, e finanche di fede (essendo la fede un processo di accoglienza di sé, degli altri, degli eventi… di una Grazia che per agire ha bisogno di umiltà, una fede che quindi ci è richiesto da alimentare, svuotandoci dei nostri attaccamenti effimeri ed idolatrici che ci depistano con le loro false sicurezze e simulacri): “Frana il futuro e perde chiarore / l’auorora se tutto si risveglia / capovolto come questo presente / e come tutti i presenti passati / segnati da timore e ansietà. / /…) / Cerco una sguardo innocente / (…) / petali d’insospettata gioia / tra il dentro, il fuori e accanto.” (Frana il futuro, p. 63). La poesia che chiude il libro, Qualcosa manca sempre (p. 64), ci ricorda che è proprio quando ci troviamo persi, inutili, doloranti, feriti, devastati, quando constatiamo che “nemmeno la poetante / parola sa sanare la frattura”, quando “una rondine, / con le ore tra le ali, ha smarrito / l’armonia del volo”, ecco quando sperimentiamo la nostra pochezza, possiamo al tempo stesso percepirne la preziosità e farci cassa di risonanza di una “voce sacra d’altrove che parla / con tutte le nostre voce” (Gli occhi dell’anima, cit.) 

giovedì 15 maggio 2025

Premio Speciale “Tra Secchia e Panaro” a Cesare Cuscianna per “Lettere dal fronte”

 XXX PREMIO NAZIONALE DI POESIA “TRA SECCHIA E PANARO” 2025

VERBALE DELLA GIURIA SEZIONE B (Poesia Edita)







Il giorno 11 maggio 2025 Elisa Nanini (presidente di giuria), Lucia Ballerini, Maria Cristina Barbolini e Paolo Francia, componenti la giuria del XXXI Premio Nazionale di Poesia “Tra Secchia e Panaro” sezione Editi, si sono riuniti in Modena per concludere i lavori. Tutti i concorrenti (113) sono stati ammessi al premio. Dopo meditata lettura, la giuria ha presentato una prima rosa di (43) autori: Diego Baldassarre, Daniele Barbieri, Bartolomeo Bellanova, Daniele Beghè, Isabella Bignozzi, Stefania Bortoli, Nunzio Buono, Nadia Chiaverini, Valeria Cartolaro, Antonio Corona, Cesare Cuscianna, Michele D'Amore, Danila Di Croce, Virginia Farina, Ivan Fedeli, Annamaria Ferramosca, Raffaele Floris, Carlo Giacobbi, Michela Gorini, Giulio Maffii, Antonio Malagrida, Ugo Mauthe, Daniela Monreale, Donatella Nardin, Giovanni Nuscis, Paolo Parrini, Stefano Piva, Alessandro Ramberti, Salvatore Risuglia, Salvi Lina, Elisabetta Sancino, Alma Saporito, Francesco Sassetto, Olga Sesso Sarti, Antonella Sica, Giovanna Silvestri, Stefano Solaro, Anna Spissu, Giancarlo Stoccoro, Adriana Tasin, Luisa Trimarchi, Roberto Valentini, Nerio Vespertin.


La Giuria propone di fissare un ulteriore incontro, in data 13 maggio 2025, per concludere i lavori. La giuria ha presentato una seconda rosa di 21 Autori Finalisti: Diego Baldassarre, Nunzio Buono, Nadia Chiaverini, Antonio Corona, Cesare Cuscianna, Danila Di Croce, Virginia Farina, Ivan Fedeli, Annamaria Ferramosca, Carlo Giacobbi, Giulio Maffii, Antonio Malagrida, Ugo Mauthe, Daniela Monreale, Donatella Nardin, Elisabetta Sancino, Francesco Sassetto, Antonella Sica, Anna Spissu, Giancarlo Stoccoro, Adriana Tasin.

Dopo meditata lettura e approfondita discussione, ha redatto la classifica FINALE e, per evidenziare il valore delle opere pervenute, ha deciso all’unanimità di aggiungere ulteriori riconoscimenti.


Classifica Finale: 

1° class. – “Voragini d’azzurro” di Adriana Tasin – Madonna di Campiglio (TN) - (400,00 € e Diploma);

2° class. – “La donna albero e altri animali” di Anna Spissu - Milano - (300,00 € e Diploma);

3° class. – “Mart” di Francesco Sassetto - Venezia - (200,00 € e Diploma).


Premio Speciale (Diploma e prodotti modenesi) a: 

Ivan Fedeli - per “La gioia elementare” - Ornago (MB)

Danila di Croce - per “Dove ancora non siamo nati” - Atessa (CH)

Cesare Cuscianna - per “Lettere dal fronte” - Caserta



Premio alla Carriera 
a Vincenzo Guarracino 
per impegno culturale e letterario


Premiazione domenica 01 giugno 2025 ore 15:45

Presso Centro Civico - Via Marie Curie, 22/b - MODENA (Villaggio Giardino)

giovedì 23 gennaio 2025

Ecco i poeti vincitori del Concorso Narrapoetando 2025

 Grazie di cuore a tutti i poeti che si sono messi in gioco, ai giurati Anna Ruotolo, Carla De Angelis, Donatella Nardin, Matteo Pasqualone, Mattia Cattaneo e Ruven Latiàni della sez. Poesia (per la Narrativa/saggio vedi qui) per l’attento e competente lavoro di valutazione, e complimenti ai vincitori!


Narrapoetando 2025
sez. Poesia

I class.

Piccolo bestiario
di Alessia Boldrini (Riccione)


Alessia Boldrini è nata a Rimini nel 1992. Trascorre i primi vent’anni della sua vita guardandosi intorno spaesata, leggendo, accumulando una notevole quantità di lezioni di vita, dipendenza da progetti fai-da-te e una laurea inutile in Lettere Moderne. Non paga di ciò, a venticinque anni si iscrive nuovamente all’università nella facoltà di chi ha voglia di continuare a prendere lezioni di vita per i successivi quindici anni, Psicologia Clinica. Inspiegabilmente, comunque, tutto sta funzionando. Vive e lavora a Riccione, dove organizza in un collettivo informale e appassionato letture e confronti tra poeti e prosatori locali. Non ha elenchi di premi perché non partecipa quasi mai a concorsi e l’unica cosa che ha vinto in vita sua è stato un peluche gigante di Pikachu ad una tombola natalizia. E una scatola di Ferrero Rocher.

«Versi in cui sono presenti affondi originali e fulminee intrusioni e intuizioni da cui traspaiono, talora, sia una sottile ironia che, di contro, una soffusa malinconia. L’atmosfera leggermente straniante all’inizio cede presto il passo ad aperture semantiche che vivificano il dettato rendendolo maggiormente fruibile. Tale incedere sollecita un “tu” emblema forse di una umana condizione che, nella fragilità ontologica, mostra tutti i suoi limiti ma anche le sue infinite possibilità. Perché in fondo siamo un “Fisico pulsare / di pulsioni metafisiche” e la poesia, attingendo ad un respiro universale comune, sa conciliare e sanare gli opposti.» (Donatella Nardin)

«Già dal titolo, si scopre che enucleare un’esperienza di visione si rende necessaria alla reiterazione di gesti verbali compiuti nella provincia dell’immaginario totale. Questi esseri comuni in elenco diventano non più animali, ma momenti a-storici della pluralità dei linguaggi: il problema dello stare dentro un Universo scompare a vantaggio del passare da un universo all’altro. C’è movimento… Apprezzo di questa silloge gli spazi e i luoghi ricavati tra strofa e strofa, tra sezione e sezione, tra universi di senso e universi di visione… Ogni tanto accade un vibrante deragliamento dalla comune vita a vantaggio della necessaria caduta dei letterari lughi comuni… Soprattutto qui risuona il dettato di questa poesia. Ed è in questo ’minimo passaggio’ che l’autrice, nel mestiere del fare questi versi, sa camminare nel suo privato parco di animali indossando i panni di un ulteriore nostalgico ’Rimbaud’ in preda alle sue illuminazioni … Nelle sezioni successive (Le conseguenze dell’essere imbelle, Delicatessen e Divertimenti), l’autrice incontra drammaticamente sé stessa, animale psichico tra i suoi animali…» (Ruven Latiàni)

«In questo bestiario sono le figure di animali, reali o mitologici, a dare senso e spessore all’umano. Così
, l’immedesimazione nella natura animale appare necessaria per tornare abili a uno sguardo onnicomprensivo della vita, del dolore, della lontananza e dell’abbandono. Non solo, ogni residuo di selvatichezza non viene dalla natura ma, al contrario, dalla crudeltà della ragione che soltanto quando passa dagli occhi viene come purificata e si pacifica prima di tornare a dire, senza pietà. È una raccolta ancestrale e moderna assieme, vivida e cruda, amorosa e amorale. Una prova riuscita di una scrittura piena e conturbante.» (Anna Ruotolo)


II class. ex aequo

Come un’arancia dolce
di Vanna Corvese (Caserta)


Mi presento con le rughe e i capelli bianchi. Sono nata alcuni anni prima della dichiarazione di guerra del Duce! La mia infanzia è stata segnata dalla paura e dalle privazioni, ma anche dall’affetto di una famiglia piena di talenti, dallo spirito critico dei nonni e dall’ironia sapiente delle storie che mi narravano. L’esperienza di quegli anni ha trovato spazio in un romanzo breve: Quando il giorno verrà dei millinfanti; ma prima di questo racconto ho scritto e pubblicato sempre poesie, con poche incursioni nel mondo delle favole. All’alba del Terzo Millennio, la mia raccolta Incanto Disincanto mi procurò la gioia insperata di un primo premio al concorso della casa editrice Marotta & Cafiero di Napoli. Sono convinta che la poesia aiuti a rendere migliore il nostro mondo.
Condividono con me la speranza di un futuro migliore gli amici “diversamente giovani” del mio laboratorio di lettura e scrittura, ciascuno con la sua voce libera e inconfondibile.

«In questa raccolta così intima e profonda troviamo un verso discreto e ricolmo di dolcezza. Non ci sono sbavature, nessuna ridondanza formale, ma solo l’essenzialità di un’esperienza dolorosa che si fa poesia. Davanti alla scabrosità della morte, allo strazio per la separazione dalla persona amata si potrebbe abusare di parole rabbiose e violente, inveire contro il cielo e il destino, chiedersi il perché di domande senza risposta. Ma non qui. La donna che assiste nell’ultimo viaggio il proprio uomo è capace di rileggere la loro storia intensa, mescendo con sapienza gratitudine e nostalgia. Nasce in questo modo un moderno Cantico dei Cantici, un inno quieto e possente a una vita di coppia che è stata capace di dare felicità ad entrambi. Perché è vero: davanti all’amato siamo nudi, sbucciati Come un’arancia dolce, senza difese. Eppure brucia in noi la felicità della reciproca appartenenza. E, in fondo, siamo certi che, nel momento del distacco, nulla dell’amore che è stato svanirà. Attraversiamo i giorni della nostra vita insieme nella sottesa consapevolezza che forte come la morte [e forse ancor di più] è l’amore. (Ct 8,6b)» (Matteo Pasqualone)

«Quando è Poesia senti le farfalle nello stomaco e deglutisci la saliva per assaporare ogni verso.
Quando la poesia diventa narrazione, e racconto, ma resta Poesia, senti che i versi dalla mente scendono al cuore e viene voglia di dare voce alla vita, invece taccio e continuo a leggere con gli occhi che fanno il pieno di struggente dolcezza, le labbra tacciono per non offendere i sentimenti che hanno spinto lo scrittore a mettere in versi la vita , come a esorcizzare il dolore. È un fluire di versi attraverso parole che arrivano in un crescendo di emozione. È Poesia come la vita che scorre attraverso il suo finire e riconosce in questo tutto l’amore che si poteva dare / dire e invece si è taciuto per pudore o altro “Nessuno può strapparci / quello che abbiamo vissuto / per amore e per scelta”.

Mi trafigge la nostalgia
mentre il ricordo mi porta
l’onda sonora della fisarmonica,
la canzone che suonavi
per il bambino con la febbre alta
addormentato nella roulotte
come in una tiepida tana.


(Carla De Angelis)



Transiti: taccuino delle stagioni
di Silvana Sonno (Perugia)


Silvana Sonno ha vissuto a lungo a Torino dove si è occupata di educazione degli adulti nei Corsi per Lavoratori (“150 ore”) e per conto della Regione Piemonte. Attualmente vive a Perugia dove si è formata come Counsellor in Gestalt Psicosociale. Ha insegnato per molti anni materie letterarie negli Istituti di istruzione superiore e è socia fondatrice dell’associazione onlus Rete delle donne AntiViolenza, per la quale si è occupata a lungo di politiche di genere e formazione. Dal 2011 guida gruppi di lettura presso biblioteche del territorio, centrati su percorsi che attraversano la letteratura femminile contemporanea. La sua ricerca, nel campo della scrittura, è volta a indagare percorsi femminili restituiti attraverso scelte linguistiche e simboliche inclusive di una prospettiva di genere. Ha scritto opere di narrativa, poesia e saggistica che affrontano da diversi punti di vista e con diversi stilemi le problematiche di genere. Per quanto riguarda la poesia ha pubblicato otto raccolte di testi che spaziano dagli Haiku ai Landai alla poesia “tradizionale” ai versi satirici in dialetto, ricevendo premi e menzioni.

«La raccolta dispiega, nel suo farsi, gradevoli bozzetti pittorici che si abbeverano alla fonte, sempre ricca di ispirazioni e suggestioni, della natura. Nel viaggio tra i versi si evidenzia il legame speciale tra una interiorità ricca e fattiva e il mondo intorno. In quel variare vibrato e nelle descrizioni delle cicliche trasmutazioni stagionali, si inseriscono e si alternano riflessioni, domande e considerazioni riguardanti l’essere e lo stare come ad esempio: “questo avvicendarsi mi oltrepassa? / La mia presa sul mondo è una chimera?” (da Stagioni). Un certo numero di haiku dall’accento intimo, raccolto, punteggiano qua e là la silloge impreziosendo il tutto.» (Donatella Nardin)

«La natura cammina tra i versi, le liriche del poeta che attinge a colori, profumi delle stagioni e della sua territorialità, non solo geografica, ma anche interiore. Un percorso pieno di cromie, sensazioni, vissuto ed emozione.» (Mattia Cattaneo)

«Sono rimasta piacevolmente colpita dalla semplicità e dalla sapienza delle parole che compongono i versi di questa silloge. E’ stato un percorso lieve, piacevole “Allo scemar del lume della sera/avanza la Brigata Primavera”. Si alternano versi brevi e versi lunghi, componimenti in Haiku. È una lettura piacevole, dotta, non trascura nulla della natura, arriviamo così anche al mare ”Lui il mare, clessidra vigile del mondo”.» (Carla De Angelis)


III class.

Beatitudini
di Guglielmo Aprile (Napoli)


Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Vive ad Ischia. Ha pubblicato alcune raccolte di poesia, tra le quali: Il dio che vaga col vento (Puntoacapo Editrice 2008), Nessun mattino sarà mai l’ultimo (Zone 2008), L’assedio di Famagosta (Lietocolle 2015); Il talento dell’equilibrista (Ladolfi 2018); Il giardiniere cieco (Transeuropa 2019); Falò di carnevale (Fara, I classificata al concorso Narrapoetando 2021); Il sentiero del polline (Kanaga, I classificata al premio Arcore 2021); Thanatophobia (Progetto Cultura, I classificata al premio Mangiaparole 2021), Appunti Eoloiani (Fara 2024, II al Faraexcelsior).Ha collaborato con alcune riviste con studi su D’Annunzio, Luzi, Boccaccio e Marino, oltre che sulla poesia del Novecento.

«La silloge, in un crescendo armonico e sostenuto, trae linfa e nutrimento da immagini vivissime e incalzanti che avvolgono e coinvolgono il lettore trasportandolo in una dimensione altra. Certi rimandi interni ai versi, andando oltre i meri confini spazio-temporali, ne dilatano il senso e alcuni spunti teologici e spirituali, come ad esempio “un Dio diffuso nell’aria” (da Sitar indiano) procurano una sorta di vertigine da cui prorompe quel sacro che, ad altissime profondità, eleva il dire e la parola. L’ intima compenetrazione con la natura e il cosmo, nei loro elementi più vivi, pervade la raccolta sottolineando l’umana partecipazione dell’essere al tutto e la incessante ricerca di senso all’irrisolto enigma del nostro stare al mondo. L’uso sapiente degli endecasillabi aggiunge musicalità e ritmo ai testi conferendo all’insieme una notevole ed efficace gradazione emotiva.» (Donatella Nardin)

«Due versi di questa raccolta dicono: È l’uomo un rimpicciolito universo/ e l’universo un uomo macroscopico e sono la confessione di come quest’opera procede dritta su un sentiero di grande respiro. Ogni parola, ogni scelta lessicale unisce l’uomo al divino, scorge nel creato incastri profondi e misteri che sorreggono il tutto. È molto bello procedere nei ragionamenti sugli elementi e sull’io, che si fondono come all’inizio della creazione. Il risultato è confortante, pieno, luminoso.» (Anna Ruotolo)


Opere votate

Bagliori
di Antonella Giacon (Perugia)


Antonella Giacon è nata a Padova e risiede a Perugia. È formatrice in scrittura creativa e didattica della poesia nella scuola. Tiene corsi di scrittura creativa con gruppi di bambini, adolescenti e adulti. Nel 1994 ha pubblicato il libro di versi Sottopressione. Varie sue poesie in dialetto veneto sono state pubblicate su riviste, tra le quali Tratti e Diverse Lingue. Nel 2001 è uscita la silloge Pegno d’amore, Edizioni Corsare, Perugia. Con Effatà di Torino nel 2005 ha pubblicato in collaborazione con Elisabetta Forghieri Piccoli alberi, piccole albere, un percorso integrato di scrittura creativa e danzamovimentoterapia. Testi narrativi: Qualcosa di speciale (prima selezione al Premio Strega Ragazzi 2017), Quattro giorni (III classificato al Premio Fulgineamente 2021) e Curare le pietre (2024), tutti usciti con Edizioni Corsare. Nel 2024 l’editore Alieno ha pubblicato il suo racconto Tutto è cominciato con le calze, rappresentato a teatro con la regia di Carla Gariazzo.

«Lo sguardo poetante di questa raccolta si posa sui piccoli oggetti, sui particolari della realtà che spesso diamo per scontati, per rivelarne tutto il loro splendore. Attraverso un intero anno di osservazione attenta, l’autore ci aiuta a soffermarci davanti a ciò che accade, a prenderne atto con stupore, a non farci logorare dalla fretta. Riesce così a raccontare con immagini originali e profonde la bellezza del quotidiano. Porta sul palco della pagina i movimenti nascosti della vita, i personaggi secondari, le comparse che rischiano di confondersi sullo sfondo dei giorni sempre uguali, dando loro un ruolo primario. Il verso è mite, delicato, non prepotente. Non vuole imporre una visione egoistica del mondo, ma si fa compagno del lettore per riscoprire insieme le meraviglie nascoste che ci circondano.» (Matteo Pasqualone)

«Istantanee, cartoline, sono poesie rapide e fulgide insieme, un faro puntato su un pezzo di vita, un angolo di asfalto, un silenzio che riempie l’aria. Bella la scelta della brevità che coglie l’essenziale, in una costruzione dalla veste semplice ma dall’intento molto più complesso.» (Anna Ruotolo)


Beati gli indivisi
di Andrea Parato (Riccione)


Andrea Parato (Rimini 1979) lavora come funzionario al Comune di Rimini. Appassionato di comunicazione in tutte le sue sfaccettature – dai cultural media studies, alla poesia, alla semiotica, all’arte, alla musica – si è occupato di segreteria di direzione, consulenza direzionale, interventi formativi in ambito comportamentale e manageriale. Inserito in vari volumi fariani, ha pubblicato Imminenti stati di necessità (votata al Faraexcelsior 2018).

«Un verso maturo e riflessivo abita questa raccolta. Facendo dell’esperienza la fonte primaria del suo poetare, l’autore ci accompagna in un viaggio esistenziale che tocca la carne e la polvere della quotidianità, scorgendo dentro ogni sfaccettatura un afflato verso un qualcosa che sta oltre. Come il titolo ricorda, è un desiderio dell’umano attraversare la vita senza ferite o incrinature; ma tutto ciò è impossibile. Siamo tutti abitati da una fallibilità congenita, che ci porta a esperire la divisibilità del nostro essere. Non resta altro da fare che accettare questa condizione e continuare a camminare con in cuore l’obiettivo di ritrovare la strada / verso la cima, il senso di sentirsi chiamato.» (Matteo Pasqualone)

«La narrazione in versi del poeta ci conduce per mano negli angoli più nascosti del proprio Io, del proprio cuore: il percorso esperienziale tocca punte molto profonde della propria memoria, della propria coscienza.» (Mattia Cattaneo)




IN VITA CON I MORTI
di Flavio Vacchetta (Bene Vagienna, CN)


Flavio Vacchetta (Vachis) vive nel basso Piemonte al confine con le Langhe tra noccioleti e vigneti di proprietà. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche: Silente meridiana - Universo vagabondo (Lorenzo editore Torino) Altra metà (Nero su bianco editore Cuneo). Con puntoacapo ha pubblicato: Akeldamà (2009); La scala luminosa (2012), Katagrafé (2016) e La spianata del silenzio (2022). È incluso nelle antologie Poesia in Piemonte e Valle Aosta e Il fiore della poesia italiana entrambe pubblicate da puntoacapo. Durante il covid ha pubblicato Crucifige (ed.Genesi Torino) e Per aspera ad astra (ed. Il cielo stellato CN). Appassionato di astronomia collabora a riviste scientifiche e durante l’anno internazionale dell’astronomia 2009 ha prodotto il dvd Astropoesie. Ha fondato il Gruppo astrofili benesi in collaborazione con UAI-Unione Astrofili Italiani.

«La poesia che si fa laica preghiera e liturgia esistenziale, dove il poeta esorcizza il dolore che manifesta una mancanza, una profonda assenza. La metafora scorre tra i versi, incide dentro l’anima del lettore.» (Mattia Cattaneo)


STRADE
di Alessandro Burrone (Pechino)


Alessandro Burrone (1994) è cresciuto tra Torino e Cigliano (VC) e vive a Pechino. Ha collaborato con riviste e blog letterari, tra cui Pangea, Studi Cattolici, Il Sussidiario, farapoesia, La poesia e lo spirito. Con Fara ha pubblicato una raccolta di poesie, La sete, il sonno (2022) e il romanzo La promessa di vita nel tuo cuore (2023, vincitore del concorso Narrapoetando), Le mie mani non sanno (Fara 2024, I al Narrapoetando).

«Mi ha colpito la continuità prosodica e narratologica di qualcosa che pulsa dentro e che va letta tutta d’un fiato, perché così va letta! C’è possibile prospettiva di ribalta teatrale e performance d’Action Poetry nel testo di questo autore…; è un testo che riverbera con certa prosa poetica della beat generation: scrittura automatica e immediata…» (Ruven Latiàni)


Frammenti di una partita infinita
di Gianluca Chierici (Orio Litta, LO)


Gianluca Chierici è nato nel 1977 a Milano. Ha scritto e diretto i film L’ultimo compleanno di Venere, pubblicato in Sguardi inquieti (Barbieri 2003); La crudeltà dell’angelo (2004); Dannati (2005); La chiave dei grandi misteri (2006); Hystera, premio della giuria al Mystfest di Cattolica 2008); OR, BJEM (2009); PickUp (2010); Fiaba di Daina (2012); Holy Mary (2014). Ha pubblicato: Il libro del mattino (Acquaviva 2005); L’eterno ritorno (Sentieri Meridiani 2007 – Premio Castelpagano); La madre delle bambole (Tracce 2008 – Premio Fondazione Caripe); Il nome del confine (Joker 2009); La stirpe del mare (L’Arcolaio 2010); Hanno amore (Perdisa Pop 2010); Il grido sepolto (Ladolfi 2017); La storia di Layla e Yurkemi (Fara 2018 – Opera vincitrice Faraexcelsior); Devi ancora inventare Euridice (Oedipus 2019) e Inferno bianco (Fallone Editore 2020).

«Questa silloge inizia con “c’era una volta” perché la vita e l’amicizia sono passi sulla nostra strada che cambiano nel corso del cammino. C’erano una volta. L’oratorio, le caramelle rubate, il prete, mi fanno tornare indietro nel tempo. Ecco la magia della poesia, trasporta il lettore dentro una storia non sua, ma la vive come se lo fosse. Poesia come narrazione. Ogni verso è uno spiraglio sui sogni, sulle aspettative del domani, è la scoperta che in un giorno può accadere tutto, nel bene e nel male.» (Carla De Angelis)


RACCOLTE SEGNALATE

Le mani di Caino
di Gianpaolo Anderlini (Fiorano Modenese)


Gianpaolo Anderlini vive nel modenese. È redattore della rivista QOL (dialogo ebraico-cristiano). Con Fara ha pubblicato: Giobbe. Opera in versi (2018), Distopie (2020), Versi di/versi. Diario poetico ai tempi del coronavirus (2020), Variazioni (2021), Devarìm ’acherìm (Parole altre) (2022), Incontri (2022), Figli di Qohèlet (2023), In limine e Salmi (2024). Opere recenti: Io sono tuo, salvami! Commento al Salmo 119 (Chirico 2022), E come potevamo non cantare (Altrimedia 2023), Canto del ritorno (Lupi 2024), La lingua del santuario. Introduzione all’ebraico biblico in ventidue lezioni (2 voll. EDB 2024).

«Una iniziale rievocazione di eventi biblici suggella e suggerisce, nella tensione lirica, un ascolto intimo, partecipato. Successivamente, echi di un certo vissuto permeano il dettato con dettagli incisivi, tra il dentro e il fuori, a tratti davvero palpitanti nel dispiegarsi formale di endecasillabi ed enjambements.» (Donatella Nardin)


Controtempo (Nel vento di Kairos)


Valeria Raimondi Brescia, fonda nel 2014 l’associazione Movimento dal Sottosuolo per la diffusione di poesia contemporanea e internazionale. Collabora con il festival annuale italiano del progetto de La Palabra en el mundo (Cuba). Nel 2016 è tradotta in lingua albanese per un’antologia a tre voci con i poeti Beppe Costa e Jack Hirschman. Nel 2018 una decina di poesie sono presentate a San Paolo del Brasile. Nel 2011 pubblica la silloge Io No (Ex-io) rieditata nel 2023 con Puntoacapo; nel 2014 esce Debito il Tempo, opera vincitrice del Premio Eros e Kairos; nel 2021, con Fara, Il penultimo giorno. Nel 2019 cura La nostra classe sepolta. Cronache poetiche dai mondi del lavoro, opera collettiva sulla precarietà e sulle “stragi” nel mondo del lavoro. Tra marzo e giugno 2020 scrive articoli sulla pandemia per i blog Carmilla, Human Rights e per la rivista Micromega. Nel 2020 contribuisce all’applicazione della legge Bacchelli per il poeta italiano Beppe Costa.

«L’io poetante si affida alla parola e alle sue morbide e a volte dolenti intonazioni per far rivivere l’esperibile con vivacità espressiva e una certa pulsante affabilità. Alimenta l’ispirazione la complessità del tempo, che sia quello che scorre o l’istante supremo, che, nel loro trasfigurarsi, sollecitano il pensiero, i sensi e l’anima lasciando “un’impronta di rugiada sulla fronte”.» (Donatella Nardin)

giovedì 12 dicembre 2024

Ixòe de aria – Isole d’aria Poesie in tre versi di Donatella Nardin

Donatella Nardin, Ixòe de aria – Isole d’aria, copertina di Dante Zamperini, postfazione di Alessandro Ramberti, Fara Editore 2024, Poesia, pagg. 80
ISBN 978-88-9293-124-4
Prezzo Euro 14,00

recensione di Renzo Montagnoli pubblicata su Arte insieme



Haiku in dialetto

Sono ormai tanti anni che mi diletto a leggere poesie e mi sono capitate tante forme delle stesse, compresi gli haiku, questi componimenti di soli tre versi e di sole 17 sillabe che seguono lo schema 5 – 7 – 5. Premetto che li ho presi un po’ sottogamba, cioè non riconoscendo loro la valenza di poesie, il tutto dovuto con ogni probabilità a una mia pigrizia nel cercare di assimilarli. Però, a un certo punto, mi sono detto che per uno che si è studiato i poemi di Virgilio e ha compreso le regole del piede dattilico con cui sono stati scritti, non riuscire a capire come funzionano gli haiku era una lacuna troppo grave, a cui ho cercato di porre rimedio leggendo questo libro e così contraccambiando, per quanto con poca cosa, un insperato aiuto che mi ha dato Donatella Nardin.

Ciò premesso, mi pare d’obbligo per un principiante come me prima esaminare e parlare della forma, poi dei contenuti. Indubbiamente il fatto che si esaurisca l’ispirazione in tre versi di complessive 17 sillabe (ripeto cinque il primo, sette il secondo e ancora cinque il terzo) è molto limitativo, ma nell’ottica della forma volta all’immediatezza e all’apparente semplicità il risultato è apprezzabile, per quanto sia tutt’altro che facile raggiungerlo. Al riguardo direi che Donatella Nardin ha rispettato pienamente le regole, con una aggiunta un po’ particolare, e cioè che si tratta di haiku scritti in dialetto, un connubio di due tradizioni popolari, una giapponese e una veneziana che, se complica le cose, presenta però degli indubbi vantaggi. A scanso d’equivoci mi corre l’obbligo di evidenziare che c’è sempre la versione in italiano, perché non tutti sono in grado di capire questo dialetto, con riferimento al quale mi preme porre in risalto la caratteristica di essere più accattivante, di aggiungere un tocco in più che comporta un maggior piacere (Un jòrno nóvo – / de spìghe xàe l’òro / sperànça vìva.; Un nuovo giorno – / di spighe gialle l’oro / viva speranza.). Come è possibile notare, a parte il pieno rispetto delle regole, il dialetto presenta una musicalità migliore dell’italiano e l’immagine della natura, tipica di questa forma tecnica, è di più immediata visione.

E meglio ancora, per spiegare il mio pensiero, mi pare questo:

El pomogranà –
ea jèra viva ea jòia
in altre età



Il melograno –
era viva la gioia
in altre età



La visione di questo bel melograno porta alla riflessione su un tempo trascorso in cui si era più contenti; forse non è vero, ma chi scrive pensa così e quando pensa e scrive in dialetto sembra di avvertire maggiormente un senso di rimpianto.

Che Donatella Nardin sappia scrivere belle poesie non è certo una novità, ma che poi mantenga intatte le sue qualità anche con una forma tecnica così lontana dalle nostre abitudini, e per di più in dialetto, è una dimostrazione della sua ecletticità. Se poi può sembrare che la mia opinione di profano non sia particolarmente qualificata, testimoniano della qualità di questa raccolta i numerosi premi che ha ricevuto in concorsi letterari.

Da parte mia sono certo che leggerò altri haiku, mentre per scriverne non so, anche se a priori ormai non lo escludo.

Continua su Arte insieme

mercoledì 21 agosto 2024

Complimenti a Donatella Nardin III al Premio città di Crucoli 2024

Con la raccolta Ixòe de aria – Isole d’aria, Donatella Nardin si aggiudica il III premio ex aequo al Concorso Letterario Internazionale città di Crucoli “Giuseppe Barberio: il valore del dialetto come elemento identitario di una comunità”. Complimenti!



martedì 6 agosto 2024

Complimenti a Donatella Nardin finalista con “Ixòe de aria» al Premio Poesia Onesta 2024



XIX Premio Letterario POESIA ONESTA 2024
Organizzato da VERSANTE di Falconara M.ma (AN)

CLASSIFICA della sezione E
(POESIA EDITA in Dialetto e Lingue di minoranza)
Un grazie a tutti i partecipanti e alla Giuria.

* L'edizione del 2024 sarà dedicata
al Prof. Gastone Mosci, di recente scomparso.

Nel corso delle Premiazioni verranno assegnati
Il Premio Speciale Gastone Mosci per la critica
a MARCO DI PASQUALE e il Premio Speciale
Anna Elisa De Gregorio a NADIA MOGINI.



giovedì 13 giugno 2024

Complimenti a Donatella Nardin per la Menzione Speciele premio Ut Pictura Poesis 2024

Una graditissima Menzione Speciale è stata attribuita alla mia ultima silloge di poesie haiku Ixòe de aria-Isole d’aria, raccolta pubblicata da poco da Fara Ed. con, in copertina e tra i testi, illustrazioni curate da Dante Zamperini.
Ringrazio molto e di gli organizzatori del Premio Letterario Internazionale Ut Pictura Poesis - Città di Chieti dell’Associazione Irdi Destinazionearte - e in modo speciale il Presidente Massimo Pasqualone - per questo bel riconoscimento.



giovedì 2 maggio 2024

L’aria vitale della poesia… un soffio di sillabe

recensione di Ivano Mugnaini pubblicata su Dedalus

Nella nota introduttiva al libro, Donatella Nardin precisa che Ixòe de aria – Isole d’aria è il frutto del suo peculiare interesse per gli haiku, ma precisa che pur avendo tentato di aderire ai canoni sia stilistici che concettuali del genere si è presa “alcune libertà come quella di usare il dialetto odierno delle isole treportine/veneziane”.
Questo brano dell’introduzione (e questa considerazione vale sia per questo specifico volume che a più ampio raggio per tutta la produzione poetica della Nardin) conferma che la poetessa sa affiancare allo slancio e alla passione uno studio, una preparazione preliminare che incanalano l’ispirazione nell’alveo di un’espressione conscia che, senza perdere niente della freschezza e dell’immediatezza, consente di produrre lavori compiuti e maturi.
L’utilizzo degli haiku nell’ambito della poesia occidentale è un’operazione complessa e rischiosa. Perché all’origine del genere haiku ci sono secoli di cultura, usanze, visioni del mondo che sono di difficile comprensione e assimilazione. I poeti consapevoli e attenti, come la Nardin, sentono, per istinto oltre che per riflessione profonda, che un tentativo di riproduzione pura e semplice dell’haiku in una lingua differente e in un contesto estremamente diverso darebbe dei risultati insoddisfacenti, rischiando perfino il tonfo nel bathos, nella comicità involontaria. 
(…) 

continua su Dedalus

martedì 23 gennaio 2024

Ecco i vincitori del Narrapoetando 2024

La giuria del concorso Narrapoetando 2024 – composta da Annalisa Ciampalini, Anna Ruotolo, Ardea Montebelli, Daniele Gigli, Mario Fresa, Massimiliano Bardotti e Riccardo Deiana, che ringrazio di cuore per la loro appassionata e competente valutazione con utili suggerimenti critici – ha stilato la  classifica qui sotto. Complimenti ai vincitori e agli altri autori che hanno ricevuto un attento giudizio critico e grazie a tutti i partecipanti che si sono messi in gioco. Il vincitore della sezione Narrativa nel blog Narrabilando.


Narrapoetando 2024


I class. ex aequo


Le mie mani non sanno 

di Alessandro Burrone (Pechino)



Alessandro Burrone (1994) è cresciuto tra Torino e Cigliano (VC) e vive a Pechino. Ha collaborato con riviste e blog letterari, tra cui Pangea, Studi Cattolici, Il Sussidiario, farapoesia, La poesia e lo spirito. Con Fara ha pubblicato una raccolta di poesie, La sete, il sonno (2022) e il romanzo La promessa di vita nel tuo cuore (2023, vincitore del concorso Narrapoetando).


«La silloge è formata da componimenti di lunghezza variabile, a volte il verso si allunga e la scrittura tende alla prosa. È una poesia pronta ad accogliere molte sfaccettature del mondo, complessa, e allo stesso tempo dotata di freschezza espressiva. L’autore, a tratti, si addentra in territori intimistici pur restando sempre incline ad accogliere la luce che proviene dall’esterno. È una poesia dinamica, in divenire, non mancante di riflessioni e spunti.» (Annalisa Ciampalini)


«Una poesia sottile e sfumata, sostenuta da una lingua composita ma equilibrata, capace di connettere sentimenti e situazioni di suggestiva e ricca intensità.» (Mario Fresa)


«Un’attività permanente e continua (riprendendo la citazione da Porion, in esergo) è il contesto esplicito di questa poesia non immediata ma nemmeno inestricabile. Piuttosto, gli elementi quotidiani sono dati per bagliori oppure, quando precisamente tratteggiati, attestano che qualcosa è stato fuori di loro. Una raccolta di rimandi e indizi che spinge a leggere con la voglia di cercare il punto di non ritorno.» (Anna Ruotolo)



Giorno uno 

di Matteo Bonvecchi (Montecassiano, MC)


 

Matteo Bonvecchi è docente al Liceo Classico di Macerata e vive a Montecassiano, tra i lieti colli cantati dal Poeta della vicina, sovrastante Recanati. Con Le odorose impronte si classifica primo al concorso Faraexcelsior 2018 e vince nel 2020 il Narrapoetando con In crepa di melograne. Nel 2021 con De praecipitata luce vince il concorso Narrapoetando (ancora inedito, si era classificato 3° al Premio Città di Subiaco, menzione d’onore al Metamorfosi) ed è stato superfinalista al Città di Latina 2020. È giurato in concorsi letterari nazionali. Si è classificato II al Faraexcelsior 2022 con l’opera Come terra ferma.

«La genesi, i profeti Amos, Osea, Michea, Zaccaria si sodano in uno spaccato di vita che conserva il sapore e il ritmo delle origini. Non c’è nulla di più vero di una realtà trasfigurata che sa leggere e rileggere nel cuore dell’uomo.» (Ardea Montebelli)

«Chi ha scritto queste poesie sa il fatto suo. La lingua ha un buon equilibrio e talvolta guadagna perfino la grazia. Il ritmo è stato impresso da una mano che non temo di definire esperta. Rispetto alle altre raccolte che hanno partecipato al concorso, dove il contenutismo (sempre, purtroppo, di medio calibro) è preponderante, con Giorno uno ho avuto un’impressione inversa: qui è buono e in alcuni passaggi ottimo il linguaggio, ma un poco debole il progetto che lo sostiene - è la ragione per cui non sono riuscito a dare il punteggio pieno. La debolezza del progetto non deriva da una presunta incapacità del poeta di controllare la sua materia, ma, al contrario, dal fatto che l’ha controllata troppo. Probabilmente è per questo che i testi appaiono spesso schematici e grigi.» (Riccardo Deiana)

«Visto l’anonimato dei testi, dovrei fingere di non aver riconosciuto la voce dell’autore, che invece da diverso tempo – nelle anticipazioni che sparge qua e là sul web – sta affinando una voce in dialogo con la Sacra Scrittura, in particolare con alcuni dei profeti minori, Amos e Osea su tutti. E proprio le sezioni ispirate alle loro vicende sono le più riuscite, quelle in cui l’invettiva tocca i suoi momenti migliori, quasi muovendo chi legge all’azione – alla conversione, alla preghiera.» (Daniele Gigli)



II class.


Senza vedere il cielo 

di Nicola Scodro (Ottawa)



Nicola Scodro (2000) si sta specializzando in Global Development e News, Media and Information presso la Carleton University Ottawa. È originario di Nove (VI), ma quando è in Italia si dedica quasi esclusivamente alla montagna, sua passione assieme alla poesia e alla fotografia. Collabora con il giornale indipendente The Charlatan e lavora come fotografo freelance. Nel 2020 pubblica Naufragi di un’Illusione, la sua prima raccolta di poesie e fotografie.

«Una raccolta in stile diaristico in cui i componimenti sono contrassegnati da una data e un luogo. Le poesie qui raccolte traggono linfa vitale dalla sofferenza per la mancanza della persona amata e dalla passione per la montagna: la combinazione di questi due elementi gioca un ruolo fondamentale per la riuscita dell’opera che risulta coesa pur spaziando nel tempo e nello spazio. Il poeta resta fedele alla sua ispirazione e nei versi si riscontrano autenticità, slancio e desiderio di apertura. La scrittura è precisa, i testi tengono bene e sanno trasportare il lettore attraverso un viaggio poetico denso di sentimento, tensione, sogni e malinconia. » (Annalisa Ciampalini)

«Nelle prime righe l’autore introduce l’opera, ci racconta quando ha scritto le poesie che stiamo per leggere, le circostanze, poco felici, che lo hanno portato a scrivere, e quanto questa scrittura sia stata dolorosa ma fondamentale, curativa. Questo è uno dei poteri grandi della poesia. Mentre leggevo l’introduzione ad alta voce (leggo sempre ad alta voce per riconoscere il canto) ero già immerso in un mondo, ero già catturato in un racconto, in un’esperienza. L’armonia di una scrittura che ha radici nella verità di chi scrive è avvolgente. E allora mi sono ritrovato nei sogni, nelle speranze, nelle malinconie, nelle disperazioni, nei rilanci e negli slanci, nella voglia di avere abbastanza forza per farcela, poi nelle cadute, nei timori, nelle paure e nei terrori di non farcela, di fallire, fallire, fallire. E quello che si avverte è una sorta di bellezza che è nel canto di quest’opera anche quando il dolore si fa più grande, la nostalgia più forte, la sensazione di disastro imminente presente. C’è un’armonia ad accompagnare l’andamento di quest’opera, perché la volontà non è mai quella di abbandonarsi allo sconforto o peggio, fare del dolore un idolo come oggi troppo spesso accade, la volontà che muove questa scrittura è sempre una volontà di resurrezione, di rinascita. Anche in quelle occasioni in cui il canto si fa più spezzato e la parola cruda, anche quando il desiderio di luce sembra soffocarsi, forse proprio soprattutto nella poesia che dà il titolo al libro. Anche Senza vedere il cielo, si può essere figli dell’aurora, cantati dall’arcobaleno, eternati da un tramonto… Una nota finale di rilievo per le descrizioni di paesaggi naturali, luogo d’elezione del poeta, dato che egli stesso scrive: “in questa natura dove solo so essere onesto”.» (Massimimilano Bardotti)



III class. ex aequo


La soluzione 

di Vincenza Scuderi (Misterbianco, CT)



Vincenza Scuderi, nata a Catania nel 1972, è germanista presso l’università della stessa città. Vive fra la Sicilia e la Repubblica Ceca. È saggista, traduttrice, poeta e autrice di racconti, e redattrice della rivista antimafia “LeSiciliane-Casablanca”. Con Accade soprattutto per la strada ha vinto il concorso “Pubblica con noi 2013” di Fara Editore, raccolta poetica poi apparsa nel volume collettaneo Scelte vincenti (Fara 2013). Tra i suoi lavori germanistici, la traduzione delle Lettere del ritorno di Hugo von Hofmannsthal (Villaggio Maori 2015). Ha in pubblicazione un volume di racconti. Nelle vesti di umorista carica i suoi video come “Epos Animation” sul canale: vimeo.com/user173937005

«C’è una fulgente ironia, in questi versi spesso brevi e appuntiti, benché si affacci, sempre senza mai volersi far troppo vedere, una concreta amarezza. Si affronta una malattia in questi versi, eppure ci si ritrova spesso a sorridere. Ho la sensazione che queste brevi poesie abbiano il carattere di chi le ha scritte. Immagino piacevole, il tempo trascorso con loro. Porterei volentieri le mie ginocchia a passeggiare insieme all’autrice, mentre gli altri il cane…» (Massimiliano Bardotti)

«È una poesia colta, quella de La soluzione, e forse, come Loos, cerca di fare a meno dell’ornamento. Eppure, da un tempo giovane e impetuoso a uno che si divide tra una Sicilia accesa e una Vienna pacificata - ma ancora da capire - si dipana la storia di un’umana dallo sguardo vigile e la mente acuta. Potrà la poesia entrare, ancora una volta, nel tempo e nella storia, nella sofferenza personale e sciogliere il rebus? Sì, per lampi di rara bellezza, nascosti (ma non troppo) nell’arguzia di questa lingua piacevolissima e l’intelligenza delle soluzioni brevi e per questo folgoranti.» (Anna Ruotolo)

«L’autrice ha agito chiaramente e con intelligenza sullo stile, e gliene va dato atto. Si nota la consapevolezza con cui si è mossa. Ha trovato una misura dignitosissima, che definirei, come certe note in musica, "giusta": tra haiku, aforisma, imitazione ironica e autoironia. Come si spera sempre sia, ne La soluzione l’autrice ha dato il diritto di precedenza alla forma (chiamando in causa anche i modelli poetici a cui si è ispirata), e questa è la sua forza. L’unico e purtroppo non eludibile difetto è che il materiale è quantitativamente poco, ed è forse per questo che non riesce a scattare in nessuna direzione plausibile. Siccome lo stile è accurato e la voce convincente, l’autrice farebbe bene a continuare su questa linea, ma la inviterei ad aggiungere un di più di pensiero alle sue poesie e a posare ed esercitare lo sguardo anche su altri temi. Se si aspettasse qualche mese, verrebbe fuori un volume di sicura qualità.» (Riccardo Deiana)



In limine

di Gianpaolo Anderlini (Fiorano Modenese)



Gianpaolo Anderlini vive nel modenese. È redattore della rivista QOL (dialogo ebraico-cristiano). Tra i libri: Qabbalàt Shabbàt. Meditazione sui salmi del Sabato (Aliberti 2017), Giobbe. Opera in versi (Fara 2018), Distopie (Fara 2020), Versi di/versi. Diario poetico ai tempi del coronavirus (Fara 2020), Angelo Fortunato Formíggini. Uno dei meno noiosi uomini del suo tempo (Aliberti 2021), Variazioni (Fara 2021), Devarìm ’acherìm (Parole altre) (Fara 2022), Io sono tuo, salvami! Commento al Salmo 119 (Chirico 2022), Incontri (Fara 2022), Figli di Qohèlet (Fara 2023).

«Una raccolta dalla forte e non comune densità espressiva, notevole per l’equilibrio controllato e consapevole della lingua, nella quale l’autore evoca atmosfere e sensazioni dalle sembianze dilabenti e crepuscolari, dividendosi tra scoramenti e aperture, tra aspre disillusioni e risorgenti speranze.» (Mario Fresa)

È sempre una cosa piuttosto complicata mettersi a nudo di fronte a qualcuno che non ci conosce, come potrebbe essere un lettore, ad esempio. Ma l'autore sa bene che il lettore o una qualunque altra persona che ha modo di leggere la sua poesia mai potrebbe giudicare il suo cuore, le umane debolezze, gli insuccessi e le faticose ripartenza. Il coraggio di raccontarsi è davvero un talento prezioso. (Ardea Montebelli)



Le tre margherite 

di Matteo Pasqualone (Cesenatico, FC)



Matteo Pasqualone nasce a Cesena (1987). È marito, padre e insegna nella scuola secondaria di primo grado. Da anni il suo studio e la sua passione si concentrano sul rapporto fecondo tra teologia e letteratura. Ha pubblicato la raccolta poetica Scommessa d’eterno (Il Ponte Vecchio 2016). Vive a Cesenatico. Ha vinto il concorso Faraexcelsior 2020 con Ogni nascita è dal caos.

«Scrittura inquieta, pulsante, nervosa, notevole per l’efficacia del tono e della generale e sicura compiutezza formale.» (Mario Fresa)

«Le tre margherite è un poema che nel suo sviluppo fa emergere quasi sussurrando il dramma universale della morte in grembo. Interessante nel suo tentativo di intessere un concerto a più voci – lei, lui, i vicini con il loro cicaleccio guardone e un po’ spietato – e di dipanare attraverso queste istantanee di pensiero la narrazione dei fatti, l’opera non è tuttavia sempre all’altezza dei rischi che prende: il tono del linguaggio è disomogeneo, e se è evidente che la disomogeneità è volutamente usata come espediente narrativo, meno convincente è la padronanza con cui viene maneggiato; allo stesso tempo, l’uso di rime e assonanze – soprattutto in fine di verso – risulta alla fine più appesantire il testo che rimarcare significati a distanza; infine, le voci che incarnano personaggi sono forse un po’ troppo poco sfumate, in un certo senso didascaliche.
Nonostante questi punti che invitano a un ulteriore lavoro sul testo, il poema è godibile nella sua delicatezza e originale nella sua struttura, superando di stretta misura il secondo classificato proprio per questa sua potenzialità inespressa.» (Daniele Gigli)



Altre opere votate


Il tinnito 

di Antonio Nazzaro (Civezzano, TN)



Antonio Nazzaro (Torino, 1963). Apparso su alcune pagine poetiche, per errore, da quel momento viene definito scrittore. Emigrante di emigranti vive tra Latino America e Alpi. In quanto non salariato dirige diverse collane di poesia italiana e latinoamericana per differenti case editrici. Ha pubblicato sillogi in Italia e America Latina, in italiano, spagnolo e itañolo. Del suo lavoro di traduttore si trova traccia in Argentina nel libro “Dino Campana Suramericano - Cantos Órficos” Abisinia Editorial, Argentina, 2022. Alcuni suoi articoli sono apparsi in diverse riviste e giornali italiani e internazionali. Suoi versi sono stati tradotti in lingue sconosciute al poeta.

«Silloge particolare che trae ispirazione dal “TINNITO” detto anche acufene, ossia una percezione sonora avvertibile in termini di sibilo, fruscio, in assenza di rumori esterni. L’autore partendo da questa condizione, a volte anche notevolmente fastidiosa, esplora un mondo poetico vario e significativo. Per quanto originale la silloge non è mai eccessiva né artefatta, il poeta sa mantenere l’autenticità dell’ispirazione senza forzature. La scrittura è precisa, aderente a quanto si vuol esprimere e permette al lettore di addentrarsi abbastanza facilmente nei versi.» (Annalisa Ciampalini)


«L’idea è buona. L’autore (credo sia un uomo) scrive per contrastare il tinnito, più volgarmente conosciuto come acufene. Lo fa perché gli fracassa letteralmente il cervello. E già su questo avverbio ci sarebbe da ragionare. Ecco: questa raccolta ha il merito di attivare nel lettore delle riflessioni. Ho visto immediatamente un valore simbolico nella scelta del tema e nel modo in cui l'autore ha posto la questione. Ho apprezzato il tentativo di contrastare quel rumore fastidioso e costante con le parole selezionate della poesia: la poesia non è qui la tecnica che prevede di far ingurgitare un poco di veleno per volta all'avvelenato al fine di mitridatizzarlo e di conseguenza guarirlo, ma è l’arte (forse perfino marziale) di incistare il suono gravido di senso (le parole della poesia, per l'appunto) nelle frequenze demoniache e nella morsa del tinnito, avversario e compagno. Le cause dell’acufene sembrano essere sia interne (fisiche, anatomiche, mnestiche: la biografia e la biologia dell’uomo) sia esterne. Potrebbe rappresentare, il tinnito, come una pioggia di spilli, la realtà e la Storia che non offrono spazi di modifica ma solo disturbo e fastidio al soggetto, facendolo disperdere, disorientare, patire?» (Riccardo Deiana)


«È sempre una cosa piuttosto complicata mettersi a nudo di fronte a qualcuno che non ci conosce, come potrebbe essere un lettore, ad esempio. Ma l’autore sa bene che il lettore o una qualunque altra persona che ha modo di leggere la sua poesia mai potrebbe giudicare il suo cuore, le umane debolezze, gli insuccessi e le faticose ripartenza. Il coraggio di raccontarsi è davvero un talento prezioso.» (Ardea Montebelli)


«Anche quella che canta Il tinnito è voce di un autore ben riconoscibile – fosse anche soltanto per i luoghi praticati. Interessante nel suo ricondurre il macrocosmo dell’universo mondo al microcosmo di un fastidio fisico invalidante e onnipresente, il poemetto – possiamo chiamarlo così? – si compiace forse un po’ troppo dell’invenzione fino ad abusarne e a rendersi più monotono di quanto non sarebbe. Questo il punto che mi permetto di sottoporre all’autore per un’eventuale limatura del testo.» (Daniele Gigli)



Luci 

di Gabriel Tagliabue (Cureglia, Svizzera)


 

Gabriel Tagliabue nasce una fredda notte di primavera di 17 anni fa all’ospedale di Desio, in Brianza. Comincia a scrivere poesie in quarta elementare, dopo che le sue maestre lo affascinano con la lettura del Carducci. Partecipa fin da giovanissimo e viene premiato a numerosi concorsi letterari in tutta Italia. Le sue opere parlano ai suoi coetanei e agli adulti, raccontando con un linguaggio spiazzante il mistero della natura che lo circonda e delle emozioni della sua età. Si appassiona poi allo stile e alla scrittura di Dante acquisendone metrica ed ispirazione. Attualmente vive a Cureglia presso Lugano, in Svizzera.

«Con un linguaggio colto e raffinato l’autore osserva la realtà al rallentatore e con una sorta di lente d’ingrandimento interiore è in grado di coglierne con stupore ogni minimo dettaglio dilatando spazio e tempo.» (Ardea Montebelli)



Ixoe de ària/Isole d’aria

di Donatella Nardin (Cavallino Treporti, VE) 



Donatella Nardin è nata e risiede a Cavallino Treporti (VE). Dopo gli studi classici, ha lavorato nel settore turistico. Sue poesie e racconti, premiati in numerosi concorsi letterari, sono stati inseriti in antologie di diverse case editrici (LietoColle, Empiria, La Vita Felice, Puntoacapo, Terre d’ulivi…), in alcune riviste anche straniere, in siti web e lit-blog. Alcune sue liriche sono state tradotte in inglese, francese e giapponese. In poesia ha pubblicato: con Il Fiorino la silloge In attesa di cielo e la raccolta di haiku Le ragioni dell’oro; con Fara Terre d’acqua e Rosa del battito e The green eye of the fields / L’occhio verde dei prati versione inglese a fronte di Ivano Mugnaini. Sue sillogi sono state di recente premiate e inserite nei volumi: L’altra metà del cielo (Ibiskos Ulivieri 2021), Distanze obliterate (Puntoacapo 2021) e Premio di Poesia Città di Mestre 2022 (Mazzanti Libri). Ultima uscita la raccolta Il dono e la cura (Aletti Ed., con versione in arabo di Hafez Haidar.

«L’antica arte degli Haiku è forse qualcosa di non completamente compreso nella nostra cultura. Anche se in effetti se ne trovano esempi, anche rigorosi riguardo alla metrica (ogni Haiku dovrebbe essere composto da 3 versi di 5, 7 e 5 sillabe) è raro trovare una completa aderenza alla tradizione di questo particolare mondo poetico. Non riguarda solo una ricerca di essenzialità, ma il tentativo di cogliere un attimo fuggente, di fermarlo e a un tempo eternarlo. E poi c’è la relazione con la natura, essere vivente che si fa materia accesa, più che metafora, senso della nostra vita, dove trovare i valori del nostro esistere. Ho trovato in questi Haiku una grande aderenza alla tradizione, con la particolare nota del dialetto. E qui si apre un’altra pagina straordinaria di tradizione legata alla poesia dialettale. Ecco, due tradizioni che si incontrano e in maniera così naturale, questo ho molto amato. E poi l’occhio del poeta (o della poetessa) che osserva intorno a sé e tutto vede, e nel cantarlo appunto lo eterna, e ci rende intatta la misura di chi siamo, e di come viviamo. (Massimilano Bardotti)



La nòsta zénta / La nostra gente 

di Marco Marchi (Longiano, FC) 



Marco Marchi nato a Longiano il 10 giugno 1944. Ha scritto 5 romanzi: Quelli dell’Eldorado (Longo 1986), Il gelato è una cosa seria (Diabasis 2004), Quelli dell’Eldorado (Perdisa 2007), Terra e Destino (Perdisa 2008, premio Pescara), Sulle orme di Rocky marciano (Ed. Europa 2017, premio Milano international), Gianni Di Bologna (Persiani editore 2019). Tre raccolte di poesie: Os-cia! (Ponte vecchio 2020), A i sarèm sempra (Ci saremo sempre) (Fara 2023, Primo classificato al concorso Narrapoetando) e L’arióut – La rivincita (II class al Faraexcelsior 2023).

«Tutti i dialetti aprono portali e, dentro, si compie la storia di un intero popolo, benché minimo, circoscritto. E i dialetti, poiché lingue dell’appartenenza, trattengono la memoria meglio di qualsiasi altra cosa. Perciò questa poesia è sapienziale e contemporanea insieme, istruttiva e ludica, sempre viva, oscura e triviale o aperta e chiara. Un piccolo miracolo, nel solco della saggezza di Loi, delle chiare visioni in lingua di Cappello. (Anna Ruotolo)


L’in/cubo di Rubik 

di Vincenzo Lauria (Firenze) 



Vincenzo Lauria, nasce, correva l’anno 1970, sulle rive del lago di Como e benché vi rimanga per soli quattro anni ne assorbe le nebbie. Torna alle origini, nell’Agrigentino, con quattro parole in un lombardo da emigrante ed è subito: "U Milanisi", capisce presto che non avrebbe avuto vita facile… L’anima - scavata nel tufo - ordisce nel tempo la fuitina: Roma (la crescita interiore e le sue tempeste) e la Toscana (l’approdo sicuro) sono le sue tappe. In mezzo, cresce, come un fiore di campo-nomade, la poesia che nel 2001 trova una stanza in affitto presso Stanzevolute (gruppo di 11 poeti selezionati dal dantista Domenico De Martino). Da allora la condivisione, l’osservazione e l’ironia sono rimaste le coordinate principali di un percorso poetico che tende all’apertura della parola, alla molteplicità dei suoi sensi, delle forme attraverso le quali può raggiungerci.

«L’idea è ottima, tuttavia non è sviluppata al pieno della sue possibilità linguistiche: ricopiare in bella la brutta copia delle prove poetiche senza ricontrollare con rigore l’aspetto formale non rende migliori quelle prove. Talvolta la scrittura è perfino corriva, insufficiente, rispetto alla portata potenzialmente interessantissima del progetto di fondo. Se ottenesse la pubblicazione, si dovrebbe consigliare all’autore o all’autrice di fare prima un approfondito lavoro di pulitura e potatura.» (Riccardo Deiana).



Peonie e poesie 

di William Stabile (Sava di Baronissi, SA) 



William Stabile (Milano, 1973) ha studiato Scienze Politiche presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Ha vissuto dieci anni a Londra dove ha lavorato nella City per una agenzia di stampa del settore finanziario. Dopo un viaggio di ricerca in Sud America, ha insegnato Lingua e Cultura Italiana per alcuni anni in Bolivia. Sui versi sono usciti su varie riviste e siti di poesia italiana e straniera. Grazie al critico Vincenzo d’Alessio, ha pubblicato Contrappunti & Tre Poesie Creole (Fara Editore 2006). Con una nota di lettura di Stefano Guglielmin e Laura di Corcia è uscito nel 2016 La Forza degli Schiavi (edizioni Dot.com Press).

«Sempre rischiosa, la poesia che confina con l’ironia, sempre col rischio di guardare tutto col sopracciglio alzato e un sorriso sardonico. E infatti l’autore ci casca, in qualche paolocontismo di troppo, soprattutto nelle poesie iniziali. Ma da Pantheon in avanti il ghigno si fa sorriso sofferto, l’occhio abbassa il sopracciglio e quasi quasi ogni tanto fa spuntare anche una lacrimuccia di partecipazione a quanto vede. E in questo sguardo delicatamente commosso escono fuori le cose migliori, anche là dove ritorna l’ironia: non più usata per corrodere, ma per sottolineare – per vedere.» (Daniele Gigli)