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giovedì 26 dicembre 2019

I versi potenti di un io-corpo che insegue alt(r)i nuovi desideri

recensione di Gian Ruggero Manzoni

http://www.faraeditore.it/vademecum/34-Odoregenerazione.html

“Questo corpo stanco, questo corpo / che patisce nei suoi giunti e si avvicina al giorno ultimo, / che arranca e che atterrisce se prevede – / pochi gli anni scorsi, troppi quelli ancora da aspettare. / Questo corpo senza onore e senza perdita, / senza germoglio e odore, / senza chi ne continui il viaggio, il suo cognome”. Daniele Gigli è nato a Torino nel 1978. Archivista documentalista, scrittore in versi e studioso di T.S. Eliot, dopo un qualche peregrinare è tornato a vivere a Collegno, dove è cresciuto. In poesia ha pubblicato Fisiognomica (2003), Presenze (2008) e Fuoco unanime (2015). Lavora da qualche anno a un poema intitolato “La resa del Giappone”. Thomas Stearns Eliot così diceva: “La poesia non è un modo di liberare l’emozione, ma una fuga dall’emozione; non è un’espressione della propria personalità, ma una fuga dalla personalità. Ma, naturalmente, solo coloro che hanno personalità ed emozioni sanno cosa significhi voler fuggire da queste cose”. I processi allegorici di Eliot sono anche di Gigli il quale, contemporaneamente, per ciò che riguarda la nostra poesia nazionale, sempre ha visto anche in Mario Luzi un ulteriore punto di riferimento, infatti, di Luzi, da sempre conserva quella dolcezza invocante che ha fatto grande il nostro fiorentino. Per venire al libro in questione, Daniele Gigli ha dato forma, nelle sue pagine, a versi che scaturiscono con potenza e che, partendo da un io-corpo, poi si lasciano all’elevazione, oppure a una riflessione che induce a un misticismo di stampo prettamente esistenziale. Perciò immagini forti, suoni-parole che sfuggono a ogni forma di cristallizzazione, rimandi multiformi, riflessi che inseguono, poesia dopo poesia, sempre altri e nuovi significati. Gigli, tramite questo suo ultimo lavoro, vuole ricordarci che siamo esseri votati al desiderio, al piacere del relazionarsi, quali nuclei palpitanti di “generatività” creativa a 360 gradi, atti ad aprirci agli infiniti mondi che ci regala il linguaggio, coltivando l’attenzione verso l’altro, nonché dando fondo a quell’empatia scaturita dai sentimenti, quale cibo per gli stessi.

sabato 21 maggio 2022

Il tempo e il male - una poesia concisa, ma ricercata

 Daniele Gigli, Di odore e di generazione

Fara 2019

recensione di Ludovica Zavatta


Di odore e di generazione di Daniele Gigli è una raccolta poetica pubblicata per la prima volta nel Novembre del 2019, dalla casa editrice Fara.
L’opera si compone di trenta componimenti non titolati, a loro volta suddivisi fra sette mini raccolte ( rispettivamente, in ordine, d’Ariete”, “Di odore e di generazione”, “Limes”, “In anarchia”, “Sul sagrato”, “Nord” e “Di morte e di generazione”).
Daniele Gigli è nato nel 1978 a Torino, ma è cresciuto a Collegno dove è tornato a vivere dopo qualche peregrinare.
È uno scrittore in versi, un archivista documentalista e uno studioso di T.S. Elliot.
In poesia ha pubblicato Fisiognomica (2003), Presenze (2008) e Fuoco unanime (2015).
Da qualche anno sta lavorando a un poema in frammenti intitolato La resa del Giappone.
Lo stile di Gigli è curioso: innanzitutto, sono molto frequenti monologhi/dialoghi dei vari personaggi che fanno la loro comparsa nelle poesie, prevalgono l’asindeto e la paratassi, il lessico è prezioso e si ritrovano termini complessi che, almeno per quanto mi riguarda, ho dovuto cercare su internet, le frasi poi sono abbastanza brevi, e si addossano le une alle altre per formare periodi non troppo lunghi.
Insomma, la sua è una poesia concisa, ma ricercata, e ciò è ben riconoscibile in questa raccolta, forse destinata a un pubblico adulto e più consapevole piuttosto che a degli adolescenti (dato che, nel mio caso, ho fatto fatica a comprenderla).
I principali temi affrontati sono, secondo me, quello del tempo che scorre (cfr. componimento 5 ecc.) e della presenza del male nel mondo (cfr. componimenti 6, 7 ecc.), ma ovviamente ce ne sono molti altri: i citati non sono che quelli da me personalmente individuati, e sicuramente ce ne saranno alcuni che io non ho percepito, complice il fatto di aver capito poco nel complesso l’opera.
In ogni caso, la consiglio, perché è un modo per mettersi alla prova a livello della comprensione.

martedì 24 dicembre 2019

“È adesso il tempo”: l’odore della vita, la generazione del senso, la fatica di nascere

Riflessioni sparse sull’ultima uscita di Joe Metafora  (alias Daniele Gigli)

di Matteo Bonvecchi


http://www.faraeditore.it/vademecum/34-Odoregenerazione.html

“Dove più quieto s’alza l’equinozio / è adesso il tempo, è adesso che si sceglie / vita o morte, speranza o perdizione”. S’è fatta ormai questione di vita o di morte: nel nostro affanno soccombiamo, abbiamo bisogno estremo di sempre più spazi, più ampie riserve di gratuità, che soltanto la poesia con la sua inutilità può irrorare. Soccombiamo alla “brama che si smangia il desiderio”, verso bellissimo perché nell’appagamento d’ogni bisogno ci è reciso ogni rapporto con le stelle, con l’eccedenza del reale, con la realtà come signum, per quanto mai risolto, o forse proprio per questo.
Non a risolverlo – guai a provarci! – ma ad alimentarne, ad espanderne la dismisura delle riserve, ci soccorre Daniele Gigli-Joe Metafora con l’ultima sua raccolta dal titolo Di odore e di generazione (Fara Editore, novembre 2019).

Di odore: che sa di concretezza fisica, incarnazione, perché la carne odora, la vita odora e a volte d’un odore acre, o marcio, altre d’un profumo tenue, sempre caratteristico. Ci vuole fiuto e un fiuto fine, ben allenato, per seguire certe impronte, le tracce del vivere: “eppure intorno è vita, / in qualche modo, è vita, è ammonizione”; “tracce, odori, / un segno tra quei segni che dia senso, che ravvivi / i morti istanti, i morti fiori”. Uno schermo digitale non ha odore.
Di generazione: che è più che creazione (“generato, non creato”, recita il Simbolo), nella perenne sorpresa del dono, nel miracolo d’ogni nuova alba, “ancora un’alba nei millenni, / ancora un’alfa che contesta il vuoto, il suo pensiero”. Eppure “è un vizio nascere, una pena da scontare” si chiede la mente che “ascolta l’occhio”, e il cuore “spererebbe in un candore”. Sì, perché è fatica nascere, essere generati a se stessi, ogni giorno. La morte è l’esperienza che più gli somiglia: passaggio, dolore, lacerazione, vuoto, la luce. Ma solo così si viene al mondo.
Il verso è sempre pulito, uno spartito musicale. Tra le varie ascendenze letterarie, il ritmo spesso appare magistralmente improntato su Luzi. Tra le molte riflessioni che suscita la raccolta – acutissima la tensione morale, ad esempio nella sezione “In anarchia” – tra i tanti livelli di lettura sempre possibili, sembrerebbe che il cruccio di fondo dell’Autore per non aver generato fisicamente (risalendo gli avi conclude: “Giunio fece la stirpe e fu Maurizio e fu Giampaolo / che generò / Daniele – che generò: nessuno”), questa mancanza sia poi anche immagine del dolore per una possibile generazione altra, di quotidiana e dura necessità: quella dell’uscita da sé, del generare ora se stessi all’esistenza (“adesso è l’ora, adesso è vivere”), d’essere generati nella relazione (“non hai capito, / non chiedevo soldi, / soltanto di guardarmi in faccia”), farsi vuoto e generare il Bambino dentro, accettando inevitabilmente e passando per la propria solitudine-unicità. Esodo, faticoso attraversamento del deserto. Per cui non si è più quelli di prima: “Daniele Gigli è morto” (Remo Pagnanelli aveva scritto: “Exit Remus. Oremus pro eo”). Poesia non è forse questo? “Intanto che si slarga il giorno col suo odore, / con l’ostinata sua generazione”.
La nascita è faticosa: si nasce gridando. Ma è da quel pianto, è nel dolore come nota portante dell’esistenza, che si fa esperienza autentica della generazione del novum, che allora si trasfonde in canto. Oggi, ogni giorno. Forse non a caso l’ultima parola dell’intera raccolta è “resurrezione”.

lunedì 17 marzo 2025

La poesia antidoto all’inerzia

articolo di Alberto Fraccacreta su Prima la realtà di Daniele Gigli, pubblicato su La Ragione, 15 marzo 2025, p. 3


La parola di un poeta del calibro di T.S. Eliot è profondamente radicata nella nostra quotidianità: pensiamo ad aprile «il mese più crudele», a The Waste Land (questa Europa ancora oggi dilaniata), all’Ash Wednesday” (con la sua citazione da una ballata di Guido Cavalcanti). Ne è ben conscio Daniele Gigli, studioso e traduttore di Eliot (oltre a essere poeta in proprio): Prima la realtà. Due esercizi su poesia e conoscenza (Fara Editore) è un libro prezioso per chi intende – à la Carlo Bo – la ‘letteratura come vita’, ossia un dispositivo ermeneutico e gnoseologico in grado di fornire verit. concrete sul nostro vissuto.
Il dittico di saggi – una lettura critica della eliotiana Terra desolata e una sintesi del pensiero di Rodolfo Quadrelli – presenta un andamento dotto e lineare: si 
prendono in considerazione da un lato il metodo mitico (la «relazione costante tra presente e passato») e il correlativo oggettivo di Eliot; dall’altro la «tradizione come tempo del futuro» di Quadrelli, scrittore e pensatore milanese, noto in particolare per il testo Il linguaggio della poesia (Vallecchi, 1969).
Il criterio d’indagine proposto da Gigli sembra additare un «rapporto circolare tra vita, poesia e pensiero» che è poi «un modo di stare nel mondo e nell’arte», capace di donare ricchezza all’esistenza stessa. E, infatti, di Eliot si ricorda la fede nella realtà (belief in reality), scaturita dai vertiginosi legami con la tradizione induista (la Bhagavad Gita e le Upanishad) e i Vangeli; di Quadrelli, parallelamente, si mette in questione la responsabilità del poeta quale interpellatore (e non padrone) della realtà, grazie al guizzo di luce che fa vibrare nel linguaggio usurato. In questa cornice la funzione specifica della poesia . di aderenza, di totale adesione alla sostanza e all’effettività delle cose.
«Il finale del Waste Land – osserva Gigli – segna una svolta nella concezione poetica di Eliot. Una svolta profonda e tuttavia inscritta in un alveo di continuità, e che egli stesso comprenderà sempre di più nel tempo. La circolarità mitica, la sovrapposizione di spazi ed epoche resta per Eliot a un tempo condizione necessaria e del tutto insufficiente del vivere e del fare poesia. […] Sebbene il caos persista, infatti, è evidente come il poeta possa e voglia assegnare le parti ai propri frammenti grazie all’intuizione di una guida sopravvissuta all’orrore: il proprio cuore risvegliato dal temporale, ardente di una pace che – per quanto sorpassi la comprensione – non può
non dirsi esperita e riconosciuta.»
La parola lirica, esperita in interiore homine, da intellettuale è così divenuta incarnata. Ha cioè tentato un nuovo contatto con la consistenza della materia. L’aprile eliotiano e la condizione di apatia e aridità spirituale sottolineata da Quadrelli convergono: Gigli vede in essi il richiamo contro la fine dei valori modernisti (e postmodernisti), un antidoto all’inerzia dell’uomo contemporaneo e un consentaneo ripristino della pienezza naturale.

domenica 12 dicembre 2021

“Andrà tutto bene“ (“all shall be well”, Giuliana di Norwich): la tensione poetica di Eliot

Daniele Gigli, T.S. Eliot. Nel fuoco del conoscere, Edizioni Ares 2021 


recensione di AR 

È un viaggio affascinante alla scoperta (o riscoperta) di un grande del Novecento, «un maestro di arte e di pensiero capace di ampliare la gamma conoscitiva ed espressiva di chi gli si accosta» (p. 147).

Daniele Gigli conosce in profondità l’opera di T.S. Eliot e, come un novello Renato Serra, sa calarsi nella sua anima, sa reagire alle parole del poeta facendone conoscere la vibrazioni intime, guidandoci nel suo mondo con sagace empatia. Al critico (per altro lui stesso poeta) Gigli si possono applicare le seguenti parole (le citazioni eliotiane sono tratte da What Dante Means to Me, saggio uscito nel 1950):

«Perché il poeta possa “rendere comprensibile alla gente ciò che è incomprensibile” deve anzitutto avere “immense risorse linguistiche”. Al contempo, “sviluppando il linguaggio, arricchendo il significato delle parole e mostrando ciò che possono fare”, egli “rende possibile agli altri uomini una gamma molto vasta di emozioni e percezioni, perché dà loro le parole per meglio esprimerle”.» (pp. 146-147)

Sì, un vero critico (figura di cui si sente una certa latitanza da qualche decennio) deve saper maneggiare il linguaggio, averlo navigato a fondo, avere una certa contezza degli arcipelaghi ai quali è approdato l‘autore di cui si occupa e, senza ovviamente prevaricarlo, fare interagire la propria anima con la sua: del resto, se ogni lettore è anche un interprete, il critico dovrebbe esserlo par excellence, sempre con l‘onestà serriana di dichiararlo, di dichiararsi. Ciò per dire che questo saggio su Eliot è davvero un ottimo lavoro di critica letteraria che unisce all‘acutezza dell‘analisi la piacevolezza di una narrazione partecipe e suggestiva, come si evince  fin dall‘incipit della Premessa:

«Lessi per la prima volta T.S. Eliot, al di là di qualche sporadico verso, nella torrida estate del 2003, quando mi trovai tra le mani la traduzione parziale del Waste Land, restandone letteralmente incendiato. Fu la lettura di un‘estate intera, di pomeriggi passati al castello di Rivoli nella speranza vana di trovare un refolo di vento; un refolo, le rare volte che arrivava, più torrido dell‘asfalto torinese da cui fuggivo.» (p. 7) 

Poco oltre Daniele sottolinea come in Eliot l‘inafferrabilità del reale «lo indirizzerà negli anni a identificare sempre più la parola come una preghiera, come il tentativo di afferrare, nominandola, la realtà che ci si para dinanzi» (p. 9). 

Il libro è suddiviso in 14 capitoli e le traduzioni, che trovo davvero intensamente belle, sono dell‘autore. Di seguito un brano de Il paese guasto che troviamo a p. 74:

Dopo la luce delle torce rossa su facce sudate
dopo il silenzio gelido negli orti
dopo l‘agonia in luoghi pietrosi
il grido e il piango
prigione e palazzo e riverbero
di tuono di primavera sui monti lontani
Colui che era vivo ora è morto
Noi che vivevamo ora stiamo morendo
con un po‘ di pazienza
(The Waste Land, v. What the Thunder Said, 322-330)

Daniele ci accompagna capitolo per capitolo in una progressiva conoscenza del pensiero eliotiano, dei sommovimenti del sua anima, dei suoi turbamenti, dell‘evoluzione nel tempo della sua poetica e siamo così portati a prendere in mano i suoi versi, le sue opere teatrali, magari ad estendere lo sguardo al suo epistolario, ai saggi di e sul poeta nato in riva al Mississippi… Siamo anche noi contagiati da fuoco del conoscere, rinvigoriti nello scoprire quanto anche ai nostri giorni i versi delle grandi anime possano leggere a fondo la realtà, aiutarci a discernere il buono e il bello, scandagliare l‘autenticità o meno delle nostre relazioni, consolarci quando ci sentiamo sull‘orlo o dentro la selva oscura: «Ciò di cui Eliot accusa la modernità è di avere intellettualizzato l‘esperienza, affinandone la definizione al punto da predeterminarla.» (p. 56); «Nel Paese guasto, la funzione ordinatrice è assunta dalla figura di Tiresia, che Eliot stesso definisce spettatore e centro strutturale dell‘opera.» (p. 70); «Così il significato di ogni istante si definisce non nella memoria di sé che si lascia, ma nella pienezza di relazione con cui questo è vissuto.» (p. 76); «La grazia, disvelando il significato delle cose, non abolisce il dramma della libertà umana, ma dona – con l‘amore – l‘audacia del vivere.» (p. 85); «La tentazione del disimpegno dal reale, della fuga nella “droga dei sogni”, è infatti per Eliot la cifra costitutiva dell‘uomo moderno.» (p. 87); «(…) se insomma l‘azione è necessaria e il tempo è irredimibile, allora ci dev‘essere una salvezza non solo dell‘azione ma della sua stessa intenzione, una ragione ultima che possa redimere la colpa stessa. È in questo alveo che trovano spazio tra le riflessioni eliotiane le visioni di Juliana di Norwich.» (p. 137); . 

È dunque un libro-miniera, scritto con un‘eleganza sobria, fulgente e musicale, questo Eliot di Gigli, un viaggio appassionato in cerca dei filoni preziosi che sono, si parva licet, presenti in ciascuno di noi, se abbiamo il coraggio di scavarci senza infingimenti, di fare spazio all‘azione della grazia, sempre misericordiosa, che sa scrivere luminosamente sulle righe più o meno storte di cui siamo fatti.

mercoledì 19 luglio 2017

L'intersezione del senza tempo nel tempo

Daniele Gigli, Fuoco unanime, Joker 2016

recensione di AR


http://www.edizionijoker.com/Pagine%20libri/ARC%20-%20Fuoco%20unanime%20-%20Gigli.html



Già nella prima poesia, Civiltà del fuoco, Daniele Gigli ci pone questa domanda (con un riferimento iniziale a Wystan Auden): “a quelli che consumano la vita a fuoco basso, / a loro quali grida, quali danze di vendetta?” (p. 9). Di danze erotiche, di conoscenza, di evoluzione, di pensieri… si parla nello splendido poemetto Lascaux (movimento 2, p. 49), poemetto che troviamo all'interno della sezione che dà il titolo al libro: “Soltanto nella danza. Il fuoco preso e reso, / il fuoco acceso al legno, i sassi a schermo, e maschi / e femmine legati e sciolti, in danza, / in successione: mani e cosce, mani e mani, grida e mani / al dio, alla notte e al giorno, al tempo sempre uguale / e sempre nuovo.”
A p. 43, nel terzo movimento della poesia Fuoco unanime, ne troviamo un'altra che mette in gioco una visione del mondo: “Pietà per quale colpa, a che dolore rendere giustizia? / S'impastano giudizio e fatto, si elidono, fingono coincidenza: / arresi alla menzogna lieve delle cose, / del qui e dell'ora fuori dal qui e ora.”
A p. 59, nel quarto movimento di Alyscamps, la domanda tremenda che cova in tutti noi: “Tempo confuso e in pena, / tempo fermo, tempo senza fine. // «Avremo un corpo luminoso un giorno?» / S'innalzano preghiere dalle case, / dai borghi che inchiodarono le assi [delle bare].”
La raccolta, divisa in 6 sezioni di lunghezza diseguale (“Agli uomini e al dio”, “Accostamenti”, “Presenze”, “Mercoledì delle ceneri”, “Fuoco unanime” (composta di 4 poemetti tra cui l'eponimo), “In exitu”), è carica di energia, scuote e provoca il lettore… anche quando pare “riposarsi”, rinveniamo nel poeta torinese una inquietudine necessaria, una vibrazione tellurica che chiede ragione al Cielo di questa natura ordinata che appare però non di rado matrigna e sfuggente, di questa umanità “infuocata” eppure sghemba e dai “passi storti” (cfr. p. 47), impaziente e carica di hybris, di arroganza (cfr. p. 54), del “peso nero dell'orgoglio, della dismisura.” (movimento 5 di Al piano mezzanino, p. 67)
C'è in quest'opera una evidente tensione alta, la ricerca di una una dimensione trascendente, una assimilazione del fuoco evangelico (cfr.  Lc 12,49-53), un dare alle parole la forza di una verità nuda che mette a nudo (il poeta e chi lo ascolta), un far soffiare nei versi la musica di un Figlio che ci ama sempre e incomprensibilmente dalla croce, che si annulla e ci risolleva da ogni abiezione: “Guardami, Signore, e accogli questo canto di ascensione.” (Salmo, p. 10).
A volte ci sentiamo più al sicuro nella nostra piccola e asfittica realtà, padroni di un regno minimo, effimero e sotto attacco ma che sentiamo il nostro mondo: “L'avrebbero capito i posteri, i rimasti, che disserrare / la cella al prigioniero è peggio che ucciderlo, / è togliergli, in fondo, la sola ragione di vita: il nemico.” (Somma, p. 16).
L'essere umano è memoria che cammina, identità che può essere tale solo se in relazione, solo se non è sola, solo se c'è altro/Altro (John Donne ci ricorda che: No man is an Iland, intire of it selfe; every man is a peece of the Continent, a part of the maine…); le orme/tracce di ogni persona sono sempre segni dotati di senso, interpretabili, rivolti a: “Giacciono dietro la retina i ricordi, segni sparsi di significato.” (Alleanza, p. 21). La vita “senza fuoco attende, spasima, freme / chiusa tra pensiero e passo, / tra abbandono e fede.” (p. 23). 
L'uomo è “il significante morte” che “chiede vita” (Via Calandra, sei di sera, p. 25).
Troviamo immagini indelebili, in queste pagine, che svolgono con grande intensità la loro funzione di correlativo oggettivo: “tesi sui campi seminati a grano s'alzano netti i cavi della luce / – dai tralicci tracciano le linee sulla terra dura.” (p. 24); “Dove il vespro incendia verso sera e immenso / il sole fuoco-arancio stupra i campi” (Campo volo, p. 27); “Sotto il ginepro le ossa cantavano sparse e lucenti / siamo grate di essere sparse (facemmo un po' di bene l'una all'altra), / sotto un albero al fresco del giorno, benedette dalla sabbia” (“Mercoledì delle ceneri” 2, p. 34, tutta questa sezione, una traduzione artistica del testo eliotiano, è poi particolarmente drammatizzata, ricca di anafore, iterazioni, invocazioni ed echi biblici che inondano il lettore come salmi); “nell'ora d'aria che riscatta il tempo” (Fuoco unanime, p. 43); “La scimmia stacca via la presa al ramo, giù dal ramo, / azzampa la savana controvoglia.” (Lascaux, p. 48); “La nebbia cresce e imbianca, / vela, bagna i panni, suda nelle ossa.” (movimento 2 di Al piano mezzanino, p. 64).
C'è una bellezza in noi e nell'universo che richiede attenzione e sembra a volte schiacciarci: “Bellezza che non vista intessi l'ordine del mondo, / che spacchi d'ansia i bronchi e fermi il sangue.” (movimento 7 di Alyscamps, p. 62). E se alla fine, “In exitu”, il poeta ribalta il detto paolino – “Ma la materia è salda più che non lo spirito, / può più la terra di una luce a sbalzo.” (p. 75) – e vorrebbe in dimidio vitae tentare “un'altra strada”, una Voce gli ricorda che ciascuno ha la sua croce, il suo posto in cui è chiamato a servire, umilmente ma sempre amato per come è: “«Mi spiace, amico, ma io ti amo dove sei, / dove ti voglio io».” (ivi).
Il fuoco ci attira dal roveto e non si consuma, il poeta può diffonderlo ma al prezzo di lasciarsi lui stesso infuocare, purificare, e togliendosi comunque i sandali.
Un'opera, questa di Daniele Gigli, che meritatamente ha vinto il premio Camposampiero, perché così ricca di vibrazioni autentiche per la nostra carne e il nostro spirito, di musica che dona immagini forti e conturbanti, di poesia che “arriva” e resta e rende unanime/condivisa la domanda di Dio (con il genitivo inteso in senso oggettivo e soggettivo: la nostra ricerca di Dio e l'accoglimento della vocazione di Colui-che-è ad amarci e ad amare). Certo il cammino è impegnativo, ma non siamo soli.

giovedì 9 febbraio 2017

Tre “biglietti” per l'Orlo invisibile di Germana Duca


http://farapoesia.blogspot.it/2017/01/vita-e-natura.html



v. la recensione di Michele Luongo in Via Cialdini
 

***

da p. Domenico Ronchitelli
 

Gent.ma prof.ssa Germana, 

ho fatto leggere le sue poesie a p. Giovanni Arledler, scrittore della nostra rivista, e ora le mando il pdf con il giudizio che lui ha dato.
Anche se non facciamo una recensione del libretto, in una delle prossime pubblicazioni lo metteremo tra le “opere pervenute”.
Un cordiale saluto e un augurio di buon lavoro e attività letteraria.
p. Domenico


«Mi pare che quanto scritto nella Prefazione e nella Postfazione del libretto di Germana Duca sia talmente esauriente e profondo che non si possa aggiungere altro. Sì, perché come scrive Alessandro Ramberti, occorre condividere esperienze e, unendo il vissuto a un senso fortemente religioso, l’impresa è ardua, molto personale. Mi colpisce l’importanza di aver caro un mondo poetico e culturale, molto ricco e articolato, di aver a cuore la città di Urbino, per poter amare con una visione grande e solida … La poesia sembra semplice, naturale, ma è molto curata e intensa. Credo che Orlo invisibile possa trovare numerosi lettori che lo avvicinino con attese diverse e magari venga letto e condiviso da amici per riscoprire quel gusto di esprimersi e di comunicare che molti auspicano ai nostri giorni… » (p. Giovanni Arledler S.I.)



****

da Daniele Gigli
 
Subject: Orlo invisibile, Manni 2017


Gentile Germana,

anzitutto mi scusi se non perpetuo anch'io la bella usanza di mano penna e carta, ma mi conosco e temo che, se tentassi di scrivere e imbucare la risposta, rischierei di finire con il procrastinare ad aeternum…
Ho ricevuto Orlo invisibile qualche giorno fa, con gran lusinga, perché mi sembra sempre un bell'attestato di stima che qualcuno mostri il desiderio di essere letto proprio da me. Così, questo weekend mi sono regalato la lettura del suo libretto e ne sono uscito confortato per diverse ragioni. Anzitutto, proprio per il fatto che è un libretto: ho le tasche piene di libri corposi per ragioni editoriali e necessariamente non essenziali, diluiti, discontinui… Il suo è compatto, anzi, diciamo armonico se compatto è parola troppo rigida, e a mio parere di livello omogeneo: con ovviamente picchi in altezza e testi meno belli (solo due non mi sono proprio piaciuti, glielo confesso), ma tutti degnissimi e pensati. E siamo così alla seconda ragione di conforto: lei ha un pensiero forte, che forse nemmeno le interessa trasmettere ma che, essendo forte, trasuda. Ha un giudizio sul mondo e sulle cose, vive dando un giudizio sul mondo e sulle cose. Ma, terza ragione del mio conforto e unica - a mio parere - che rende un tentativo di poesia opera d'arte, lei ha coscienza del linguaggio, della specificità dei mezzi e soprattutto dei fini: lei scrive, mi sembra, per poter dire alla fine “com'è bella” ancor prima di “com'è vera”, vivendo così la specificità dell'arte tutta, che può arrivare, anzi cacciare il vero solo cercando anzitutto il bello.
Mi spiace di non andare più in dettaglio, ma non faccio più microcritica da anni, se non per uso personale (cioè per rubare soluzioni e intuizioni che trovo utili alla mia, di arte) e spero e credo che le note che le ho dedicato siano le più utili e sincere che possa offrirle. Senz'altro sono le ragioni che mi porteranno a seguirla con attenzione in futuro e a riprendere in mano e far conoscere ad altri il suo bel libretto.
Grazie ancora per avermi scelto. Un caro, sentito saluto

Daniele Gigli
Piazza Neruda 10 - 10093 Collegno (TO) 



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Rosa Elisa Giangoia


Carissima,

ti ringrazio di esserti ricordata di me e di avermi mandato il tuo libro che mi ha dato occasione di leggere belle poesie, tra fantasia e ironia, con felici soluzioni espressive, specchio di una vita vissuta e osservata con occhio acuto e umana consapevolezza.
Ti auguro buon proseguimento nel tuo lavoro letterario, con tanti cari saluti.
 

martedì 29 settembre 2020

Daniele Gigli 1° premio al Metropoli di Torino: complimentissimi!


Torino, 28 settembre 2020
 
Gent.mo poeta    
Daniele Gigli
Collegno

 

 

 

Ho il piacere di comunicarLe che la giuria l’ha ritenuta meritevole di: 1° premio
 
con l’opera: Di odore e di generazione - Fara Editore 
 
La Premiazione avverrà Sabato 31 ottobre 2020 dalle ore 16.00, nello storico Palazzo della Luce, Via Antonio Bertola, 40 – Torino alla presenza della giuria e delle autorità cittadine.
 
È importante la Sua presenza.

 

L’ingresso sarà monitorato e contingentato nel rispetto delle normative anti pandemiche.
Obbligatorio la prenotazione via mail a lett2020@artecittaamica.it, indicando: 
Nome, Cognome, tel./cellulare, e-mail. 
Indicare Nome e Cognome di ogni partecipante aggiunto.
Presentarsi un quarto d'ora prima all'ingresso, mascherina obbligatoria.

 

Nel congratularmi, Le porgo distinti saluti.

                                                                                                                               Presidente

Raffaella Spada

 

 

Centro Artistico Culturale Arte Città Amica - Via Rubiana, 15 - 10139 Torino

Tel. 011-7768845 - 3387664025   www.artecittaamica.it  e-mail: info@artecittaamica.it

martedì 23 gennaio 2024

Ecco i vincitori del Narrapoetando 2024

La giuria del concorso Narrapoetando 2024 – composta da Annalisa Ciampalini, Anna Ruotolo, Ardea Montebelli, Daniele Gigli, Mario Fresa, Massimiliano Bardotti e Riccardo Deiana, che ringrazio di cuore per la loro appassionata e competente valutazione con utili suggerimenti critici – ha stilato la  classifica qui sotto. Complimenti ai vincitori e agli altri autori che hanno ricevuto un attento giudizio critico e grazie a tutti i partecipanti che si sono messi in gioco. Il vincitore della sezione Narrativa nel blog Narrabilando.


Narrapoetando 2024


I class. ex aequo


Le mie mani non sanno 

di Alessandro Burrone (Pechino)



Alessandro Burrone (1994) è cresciuto tra Torino e Cigliano (VC) e vive a Pechino. Ha collaborato con riviste e blog letterari, tra cui Pangea, Studi Cattolici, Il Sussidiario, farapoesia, La poesia e lo spirito. Con Fara ha pubblicato una raccolta di poesie, La sete, il sonno (2022) e il romanzo La promessa di vita nel tuo cuore (2023, vincitore del concorso Narrapoetando).


«La silloge è formata da componimenti di lunghezza variabile, a volte il verso si allunga e la scrittura tende alla prosa. È una poesia pronta ad accogliere molte sfaccettature del mondo, complessa, e allo stesso tempo dotata di freschezza espressiva. L’autore, a tratti, si addentra in territori intimistici pur restando sempre incline ad accogliere la luce che proviene dall’esterno. È una poesia dinamica, in divenire, non mancante di riflessioni e spunti.» (Annalisa Ciampalini)


«Una poesia sottile e sfumata, sostenuta da una lingua composita ma equilibrata, capace di connettere sentimenti e situazioni di suggestiva e ricca intensità.» (Mario Fresa)


«Un’attività permanente e continua (riprendendo la citazione da Porion, in esergo) è il contesto esplicito di questa poesia non immediata ma nemmeno inestricabile. Piuttosto, gli elementi quotidiani sono dati per bagliori oppure, quando precisamente tratteggiati, attestano che qualcosa è stato fuori di loro. Una raccolta di rimandi e indizi che spinge a leggere con la voglia di cercare il punto di non ritorno.» (Anna Ruotolo)



Giorno uno 

di Matteo Bonvecchi (Montecassiano, MC)


 

Matteo Bonvecchi è docente al Liceo Classico di Macerata e vive a Montecassiano, tra i lieti colli cantati dal Poeta della vicina, sovrastante Recanati. Con Le odorose impronte si classifica primo al concorso Faraexcelsior 2018 e vince nel 2020 il Narrapoetando con In crepa di melograne. Nel 2021 con De praecipitata luce vince il concorso Narrapoetando (ancora inedito, si era classificato 3° al Premio Città di Subiaco, menzione d’onore al Metamorfosi) ed è stato superfinalista al Città di Latina 2020. È giurato in concorsi letterari nazionali. Si è classificato II al Faraexcelsior 2022 con l’opera Come terra ferma.

«La genesi, i profeti Amos, Osea, Michea, Zaccaria si sodano in uno spaccato di vita che conserva il sapore e il ritmo delle origini. Non c’è nulla di più vero di una realtà trasfigurata che sa leggere e rileggere nel cuore dell’uomo.» (Ardea Montebelli)

«Chi ha scritto queste poesie sa il fatto suo. La lingua ha un buon equilibrio e talvolta guadagna perfino la grazia. Il ritmo è stato impresso da una mano che non temo di definire esperta. Rispetto alle altre raccolte che hanno partecipato al concorso, dove il contenutismo (sempre, purtroppo, di medio calibro) è preponderante, con Giorno uno ho avuto un’impressione inversa: qui è buono e in alcuni passaggi ottimo il linguaggio, ma un poco debole il progetto che lo sostiene - è la ragione per cui non sono riuscito a dare il punteggio pieno. La debolezza del progetto non deriva da una presunta incapacità del poeta di controllare la sua materia, ma, al contrario, dal fatto che l’ha controllata troppo. Probabilmente è per questo che i testi appaiono spesso schematici e grigi.» (Riccardo Deiana)

«Visto l’anonimato dei testi, dovrei fingere di non aver riconosciuto la voce dell’autore, che invece da diverso tempo – nelle anticipazioni che sparge qua e là sul web – sta affinando una voce in dialogo con la Sacra Scrittura, in particolare con alcuni dei profeti minori, Amos e Osea su tutti. E proprio le sezioni ispirate alle loro vicende sono le più riuscite, quelle in cui l’invettiva tocca i suoi momenti migliori, quasi muovendo chi legge all’azione – alla conversione, alla preghiera.» (Daniele Gigli)



II class.


Senza vedere il cielo 

di Nicola Scodro (Ottawa)



Nicola Scodro (2000) si sta specializzando in Global Development e News, Media and Information presso la Carleton University Ottawa. È originario di Nove (VI), ma quando è in Italia si dedica quasi esclusivamente alla montagna, sua passione assieme alla poesia e alla fotografia. Collabora con il giornale indipendente The Charlatan e lavora come fotografo freelance. Nel 2020 pubblica Naufragi di un’Illusione, la sua prima raccolta di poesie e fotografie.

«Una raccolta in stile diaristico in cui i componimenti sono contrassegnati da una data e un luogo. Le poesie qui raccolte traggono linfa vitale dalla sofferenza per la mancanza della persona amata e dalla passione per la montagna: la combinazione di questi due elementi gioca un ruolo fondamentale per la riuscita dell’opera che risulta coesa pur spaziando nel tempo e nello spazio. Il poeta resta fedele alla sua ispirazione e nei versi si riscontrano autenticità, slancio e desiderio di apertura. La scrittura è precisa, i testi tengono bene e sanno trasportare il lettore attraverso un viaggio poetico denso di sentimento, tensione, sogni e malinconia. » (Annalisa Ciampalini)

«Nelle prime righe l’autore introduce l’opera, ci racconta quando ha scritto le poesie che stiamo per leggere, le circostanze, poco felici, che lo hanno portato a scrivere, e quanto questa scrittura sia stata dolorosa ma fondamentale, curativa. Questo è uno dei poteri grandi della poesia. Mentre leggevo l’introduzione ad alta voce (leggo sempre ad alta voce per riconoscere il canto) ero già immerso in un mondo, ero già catturato in un racconto, in un’esperienza. L’armonia di una scrittura che ha radici nella verità di chi scrive è avvolgente. E allora mi sono ritrovato nei sogni, nelle speranze, nelle malinconie, nelle disperazioni, nei rilanci e negli slanci, nella voglia di avere abbastanza forza per farcela, poi nelle cadute, nei timori, nelle paure e nei terrori di non farcela, di fallire, fallire, fallire. E quello che si avverte è una sorta di bellezza che è nel canto di quest’opera anche quando il dolore si fa più grande, la nostalgia più forte, la sensazione di disastro imminente presente. C’è un’armonia ad accompagnare l’andamento di quest’opera, perché la volontà non è mai quella di abbandonarsi allo sconforto o peggio, fare del dolore un idolo come oggi troppo spesso accade, la volontà che muove questa scrittura è sempre una volontà di resurrezione, di rinascita. Anche in quelle occasioni in cui il canto si fa più spezzato e la parola cruda, anche quando il desiderio di luce sembra soffocarsi, forse proprio soprattutto nella poesia che dà il titolo al libro. Anche Senza vedere il cielo, si può essere figli dell’aurora, cantati dall’arcobaleno, eternati da un tramonto… Una nota finale di rilievo per le descrizioni di paesaggi naturali, luogo d’elezione del poeta, dato che egli stesso scrive: “in questa natura dove solo so essere onesto”.» (Massimimilano Bardotti)



III class. ex aequo


La soluzione 

di Vincenza Scuderi (Misterbianco, CT)



Vincenza Scuderi, nata a Catania nel 1972, è germanista presso l’università della stessa città. Vive fra la Sicilia e la Repubblica Ceca. È saggista, traduttrice, poeta e autrice di racconti, e redattrice della rivista antimafia “LeSiciliane-Casablanca”. Con Accade soprattutto per la strada ha vinto il concorso “Pubblica con noi 2013” di Fara Editore, raccolta poetica poi apparsa nel volume collettaneo Scelte vincenti (Fara 2013). Tra i suoi lavori germanistici, la traduzione delle Lettere del ritorno di Hugo von Hofmannsthal (Villaggio Maori 2015). Ha in pubblicazione un volume di racconti. Nelle vesti di umorista carica i suoi video come “Epos Animation” sul canale: vimeo.com/user173937005

«C’è una fulgente ironia, in questi versi spesso brevi e appuntiti, benché si affacci, sempre senza mai volersi far troppo vedere, una concreta amarezza. Si affronta una malattia in questi versi, eppure ci si ritrova spesso a sorridere. Ho la sensazione che queste brevi poesie abbiano il carattere di chi le ha scritte. Immagino piacevole, il tempo trascorso con loro. Porterei volentieri le mie ginocchia a passeggiare insieme all’autrice, mentre gli altri il cane…» (Massimiliano Bardotti)

«È una poesia colta, quella de La soluzione, e forse, come Loos, cerca di fare a meno dell’ornamento. Eppure, da un tempo giovane e impetuoso a uno che si divide tra una Sicilia accesa e una Vienna pacificata - ma ancora da capire - si dipana la storia di un’umana dallo sguardo vigile e la mente acuta. Potrà la poesia entrare, ancora una volta, nel tempo e nella storia, nella sofferenza personale e sciogliere il rebus? Sì, per lampi di rara bellezza, nascosti (ma non troppo) nell’arguzia di questa lingua piacevolissima e l’intelligenza delle soluzioni brevi e per questo folgoranti.» (Anna Ruotolo)

«L’autrice ha agito chiaramente e con intelligenza sullo stile, e gliene va dato atto. Si nota la consapevolezza con cui si è mossa. Ha trovato una misura dignitosissima, che definirei, come certe note in musica, "giusta": tra haiku, aforisma, imitazione ironica e autoironia. Come si spera sempre sia, ne La soluzione l’autrice ha dato il diritto di precedenza alla forma (chiamando in causa anche i modelli poetici a cui si è ispirata), e questa è la sua forza. L’unico e purtroppo non eludibile difetto è che il materiale è quantitativamente poco, ed è forse per questo che non riesce a scattare in nessuna direzione plausibile. Siccome lo stile è accurato e la voce convincente, l’autrice farebbe bene a continuare su questa linea, ma la inviterei ad aggiungere un di più di pensiero alle sue poesie e a posare ed esercitare lo sguardo anche su altri temi. Se si aspettasse qualche mese, verrebbe fuori un volume di sicura qualità.» (Riccardo Deiana)



In limine

di Gianpaolo Anderlini (Fiorano Modenese)



Gianpaolo Anderlini vive nel modenese. È redattore della rivista QOL (dialogo ebraico-cristiano). Tra i libri: Qabbalàt Shabbàt. Meditazione sui salmi del Sabato (Aliberti 2017), Giobbe. Opera in versi (Fara 2018), Distopie (Fara 2020), Versi di/versi. Diario poetico ai tempi del coronavirus (Fara 2020), Angelo Fortunato Formíggini. Uno dei meno noiosi uomini del suo tempo (Aliberti 2021), Variazioni (Fara 2021), Devarìm ’acherìm (Parole altre) (Fara 2022), Io sono tuo, salvami! Commento al Salmo 119 (Chirico 2022), Incontri (Fara 2022), Figli di Qohèlet (Fara 2023).

«Una raccolta dalla forte e non comune densità espressiva, notevole per l’equilibrio controllato e consapevole della lingua, nella quale l’autore evoca atmosfere e sensazioni dalle sembianze dilabenti e crepuscolari, dividendosi tra scoramenti e aperture, tra aspre disillusioni e risorgenti speranze.» (Mario Fresa)

È sempre una cosa piuttosto complicata mettersi a nudo di fronte a qualcuno che non ci conosce, come potrebbe essere un lettore, ad esempio. Ma l'autore sa bene che il lettore o una qualunque altra persona che ha modo di leggere la sua poesia mai potrebbe giudicare il suo cuore, le umane debolezze, gli insuccessi e le faticose ripartenza. Il coraggio di raccontarsi è davvero un talento prezioso. (Ardea Montebelli)



Le tre margherite 

di Matteo Pasqualone (Cesenatico, FC)



Matteo Pasqualone nasce a Cesena (1987). È marito, padre e insegna nella scuola secondaria di primo grado. Da anni il suo studio e la sua passione si concentrano sul rapporto fecondo tra teologia e letteratura. Ha pubblicato la raccolta poetica Scommessa d’eterno (Il Ponte Vecchio 2016). Vive a Cesenatico. Ha vinto il concorso Faraexcelsior 2020 con Ogni nascita è dal caos.

«Scrittura inquieta, pulsante, nervosa, notevole per l’efficacia del tono e della generale e sicura compiutezza formale.» (Mario Fresa)

«Le tre margherite è un poema che nel suo sviluppo fa emergere quasi sussurrando il dramma universale della morte in grembo. Interessante nel suo tentativo di intessere un concerto a più voci – lei, lui, i vicini con il loro cicaleccio guardone e un po’ spietato – e di dipanare attraverso queste istantanee di pensiero la narrazione dei fatti, l’opera non è tuttavia sempre all’altezza dei rischi che prende: il tono del linguaggio è disomogeneo, e se è evidente che la disomogeneità è volutamente usata come espediente narrativo, meno convincente è la padronanza con cui viene maneggiato; allo stesso tempo, l’uso di rime e assonanze – soprattutto in fine di verso – risulta alla fine più appesantire il testo che rimarcare significati a distanza; infine, le voci che incarnano personaggi sono forse un po’ troppo poco sfumate, in un certo senso didascaliche.
Nonostante questi punti che invitano a un ulteriore lavoro sul testo, il poema è godibile nella sua delicatezza e originale nella sua struttura, superando di stretta misura il secondo classificato proprio per questa sua potenzialità inespressa.» (Daniele Gigli)



Altre opere votate


Il tinnito 

di Antonio Nazzaro (Civezzano, TN)



Antonio Nazzaro (Torino, 1963). Apparso su alcune pagine poetiche, per errore, da quel momento viene definito scrittore. Emigrante di emigranti vive tra Latino America e Alpi. In quanto non salariato dirige diverse collane di poesia italiana e latinoamericana per differenti case editrici. Ha pubblicato sillogi in Italia e America Latina, in italiano, spagnolo e itañolo. Del suo lavoro di traduttore si trova traccia in Argentina nel libro “Dino Campana Suramericano - Cantos Órficos” Abisinia Editorial, Argentina, 2022. Alcuni suoi articoli sono apparsi in diverse riviste e giornali italiani e internazionali. Suoi versi sono stati tradotti in lingue sconosciute al poeta.

«Silloge particolare che trae ispirazione dal “TINNITO” detto anche acufene, ossia una percezione sonora avvertibile in termini di sibilo, fruscio, in assenza di rumori esterni. L’autore partendo da questa condizione, a volte anche notevolmente fastidiosa, esplora un mondo poetico vario e significativo. Per quanto originale la silloge non è mai eccessiva né artefatta, il poeta sa mantenere l’autenticità dell’ispirazione senza forzature. La scrittura è precisa, aderente a quanto si vuol esprimere e permette al lettore di addentrarsi abbastanza facilmente nei versi.» (Annalisa Ciampalini)


«L’idea è buona. L’autore (credo sia un uomo) scrive per contrastare il tinnito, più volgarmente conosciuto come acufene. Lo fa perché gli fracassa letteralmente il cervello. E già su questo avverbio ci sarebbe da ragionare. Ecco: questa raccolta ha il merito di attivare nel lettore delle riflessioni. Ho visto immediatamente un valore simbolico nella scelta del tema e nel modo in cui l'autore ha posto la questione. Ho apprezzato il tentativo di contrastare quel rumore fastidioso e costante con le parole selezionate della poesia: la poesia non è qui la tecnica che prevede di far ingurgitare un poco di veleno per volta all'avvelenato al fine di mitridatizzarlo e di conseguenza guarirlo, ma è l’arte (forse perfino marziale) di incistare il suono gravido di senso (le parole della poesia, per l'appunto) nelle frequenze demoniache e nella morsa del tinnito, avversario e compagno. Le cause dell’acufene sembrano essere sia interne (fisiche, anatomiche, mnestiche: la biografia e la biologia dell’uomo) sia esterne. Potrebbe rappresentare, il tinnito, come una pioggia di spilli, la realtà e la Storia che non offrono spazi di modifica ma solo disturbo e fastidio al soggetto, facendolo disperdere, disorientare, patire?» (Riccardo Deiana)


«È sempre una cosa piuttosto complicata mettersi a nudo di fronte a qualcuno che non ci conosce, come potrebbe essere un lettore, ad esempio. Ma l’autore sa bene che il lettore o una qualunque altra persona che ha modo di leggere la sua poesia mai potrebbe giudicare il suo cuore, le umane debolezze, gli insuccessi e le faticose ripartenza. Il coraggio di raccontarsi è davvero un talento prezioso.» (Ardea Montebelli)


«Anche quella che canta Il tinnito è voce di un autore ben riconoscibile – fosse anche soltanto per i luoghi praticati. Interessante nel suo ricondurre il macrocosmo dell’universo mondo al microcosmo di un fastidio fisico invalidante e onnipresente, il poemetto – possiamo chiamarlo così? – si compiace forse un po’ troppo dell’invenzione fino ad abusarne e a rendersi più monotono di quanto non sarebbe. Questo il punto che mi permetto di sottoporre all’autore per un’eventuale limatura del testo.» (Daniele Gigli)



Luci 

di Gabriel Tagliabue (Cureglia, Svizzera)


 

Gabriel Tagliabue nasce una fredda notte di primavera di 17 anni fa all’ospedale di Desio, in Brianza. Comincia a scrivere poesie in quarta elementare, dopo che le sue maestre lo affascinano con la lettura del Carducci. Partecipa fin da giovanissimo e viene premiato a numerosi concorsi letterari in tutta Italia. Le sue opere parlano ai suoi coetanei e agli adulti, raccontando con un linguaggio spiazzante il mistero della natura che lo circonda e delle emozioni della sua età. Si appassiona poi allo stile e alla scrittura di Dante acquisendone metrica ed ispirazione. Attualmente vive a Cureglia presso Lugano, in Svizzera.

«Con un linguaggio colto e raffinato l’autore osserva la realtà al rallentatore e con una sorta di lente d’ingrandimento interiore è in grado di coglierne con stupore ogni minimo dettaglio dilatando spazio e tempo.» (Ardea Montebelli)



Ixoe de ària/Isole d’aria

di Donatella Nardin (Cavallino Treporti, VE) 



Donatella Nardin è nata e risiede a Cavallino Treporti (VE). Dopo gli studi classici, ha lavorato nel settore turistico. Sue poesie e racconti, premiati in numerosi concorsi letterari, sono stati inseriti in antologie di diverse case editrici (LietoColle, Empiria, La Vita Felice, Puntoacapo, Terre d’ulivi…), in alcune riviste anche straniere, in siti web e lit-blog. Alcune sue liriche sono state tradotte in inglese, francese e giapponese. In poesia ha pubblicato: con Il Fiorino la silloge In attesa di cielo e la raccolta di haiku Le ragioni dell’oro; con Fara Terre d’acqua e Rosa del battito e The green eye of the fields / L’occhio verde dei prati versione inglese a fronte di Ivano Mugnaini. Sue sillogi sono state di recente premiate e inserite nei volumi: L’altra metà del cielo (Ibiskos Ulivieri 2021), Distanze obliterate (Puntoacapo 2021) e Premio di Poesia Città di Mestre 2022 (Mazzanti Libri). Ultima uscita la raccolta Il dono e la cura (Aletti Ed., con versione in arabo di Hafez Haidar.

«L’antica arte degli Haiku è forse qualcosa di non completamente compreso nella nostra cultura. Anche se in effetti se ne trovano esempi, anche rigorosi riguardo alla metrica (ogni Haiku dovrebbe essere composto da 3 versi di 5, 7 e 5 sillabe) è raro trovare una completa aderenza alla tradizione di questo particolare mondo poetico. Non riguarda solo una ricerca di essenzialità, ma il tentativo di cogliere un attimo fuggente, di fermarlo e a un tempo eternarlo. E poi c’è la relazione con la natura, essere vivente che si fa materia accesa, più che metafora, senso della nostra vita, dove trovare i valori del nostro esistere. Ho trovato in questi Haiku una grande aderenza alla tradizione, con la particolare nota del dialetto. E qui si apre un’altra pagina straordinaria di tradizione legata alla poesia dialettale. Ecco, due tradizioni che si incontrano e in maniera così naturale, questo ho molto amato. E poi l’occhio del poeta (o della poetessa) che osserva intorno a sé e tutto vede, e nel cantarlo appunto lo eterna, e ci rende intatta la misura di chi siamo, e di come viviamo. (Massimilano Bardotti)



La nòsta zénta / La nostra gente 

di Marco Marchi (Longiano, FC) 



Marco Marchi nato a Longiano il 10 giugno 1944. Ha scritto 5 romanzi: Quelli dell’Eldorado (Longo 1986), Il gelato è una cosa seria (Diabasis 2004), Quelli dell’Eldorado (Perdisa 2007), Terra e Destino (Perdisa 2008, premio Pescara), Sulle orme di Rocky marciano (Ed. Europa 2017, premio Milano international), Gianni Di Bologna (Persiani editore 2019). Tre raccolte di poesie: Os-cia! (Ponte vecchio 2020), A i sarèm sempra (Ci saremo sempre) (Fara 2023, Primo classificato al concorso Narrapoetando) e L’arióut – La rivincita (II class al Faraexcelsior 2023).

«Tutti i dialetti aprono portali e, dentro, si compie la storia di un intero popolo, benché minimo, circoscritto. E i dialetti, poiché lingue dell’appartenenza, trattengono la memoria meglio di qualsiasi altra cosa. Perciò questa poesia è sapienziale e contemporanea insieme, istruttiva e ludica, sempre viva, oscura e triviale o aperta e chiara. Un piccolo miracolo, nel solco della saggezza di Loi, delle chiare visioni in lingua di Cappello. (Anna Ruotolo)


L’in/cubo di Rubik 

di Vincenzo Lauria (Firenze) 



Vincenzo Lauria, nasce, correva l’anno 1970, sulle rive del lago di Como e benché vi rimanga per soli quattro anni ne assorbe le nebbie. Torna alle origini, nell’Agrigentino, con quattro parole in un lombardo da emigrante ed è subito: "U Milanisi", capisce presto che non avrebbe avuto vita facile… L’anima - scavata nel tufo - ordisce nel tempo la fuitina: Roma (la crescita interiore e le sue tempeste) e la Toscana (l’approdo sicuro) sono le sue tappe. In mezzo, cresce, come un fiore di campo-nomade, la poesia che nel 2001 trova una stanza in affitto presso Stanzevolute (gruppo di 11 poeti selezionati dal dantista Domenico De Martino). Da allora la condivisione, l’osservazione e l’ironia sono rimaste le coordinate principali di un percorso poetico che tende all’apertura della parola, alla molteplicità dei suoi sensi, delle forme attraverso le quali può raggiungerci.

«L’idea è ottima, tuttavia non è sviluppata al pieno della sue possibilità linguistiche: ricopiare in bella la brutta copia delle prove poetiche senza ricontrollare con rigore l’aspetto formale non rende migliori quelle prove. Talvolta la scrittura è perfino corriva, insufficiente, rispetto alla portata potenzialmente interessantissima del progetto di fondo. Se ottenesse la pubblicazione, si dovrebbe consigliare all’autore o all’autrice di fare prima un approfondito lavoro di pulitura e potatura.» (Riccardo Deiana).



Peonie e poesie 

di William Stabile (Sava di Baronissi, SA) 



William Stabile (Milano, 1973) ha studiato Scienze Politiche presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Ha vissuto dieci anni a Londra dove ha lavorato nella City per una agenzia di stampa del settore finanziario. Dopo un viaggio di ricerca in Sud America, ha insegnato Lingua e Cultura Italiana per alcuni anni in Bolivia. Sui versi sono usciti su varie riviste e siti di poesia italiana e straniera. Grazie al critico Vincenzo d’Alessio, ha pubblicato Contrappunti & Tre Poesie Creole (Fara Editore 2006). Con una nota di lettura di Stefano Guglielmin e Laura di Corcia è uscito nel 2016 La Forza degli Schiavi (edizioni Dot.com Press).

«Sempre rischiosa, la poesia che confina con l’ironia, sempre col rischio di guardare tutto col sopracciglio alzato e un sorriso sardonico. E infatti l’autore ci casca, in qualche paolocontismo di troppo, soprattutto nelle poesie iniziali. Ma da Pantheon in avanti il ghigno si fa sorriso sofferto, l’occhio abbassa il sopracciglio e quasi quasi ogni tanto fa spuntare anche una lacrimuccia di partecipazione a quanto vede. E in questo sguardo delicatamente commosso escono fuori le cose migliori, anche là dove ritorna l’ironia: non più usata per corrodere, ma per sottolineare – per vedere.» (Daniele Gigli)