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domenica 6 giugno 2021

“Matteo Bonvecchi sa trasportarci oltre, ci avvolge con la sua passione per la bellezza”

DE PRAECIPITATA LUCE di Matteo Bonvecchi, Fara Editore 2021

recensione di Gian Ruggero Manzoni



Matteo Bonvecchi è docente al Liceo Classico di Macerata e vive a Montecassiano, tra i colli cantati dal Leopardi, nato nella vicina, sovrastante, Recanati, e naturalmente in quei luoghi, ancora così densi di storia e letteratura, Bonvecchi si è aggirato fin da bambino. Laureato con una tesi sulla teologia e spiritualità delle Croci Dipinte Francescane delle Marche, è appassionato di storia dell’arte locale. Sull’argomento, tra il 2008 e il 2016, ha curato diversi reportage per il settimanale “Emmaus”. Folgorato dalla testimonianza poetica di Padre Turoldo, solo a 41 anni si è deciso a sottoporsi al giudizio di un concorso letterario così che con Le odorose impronte è stato vincitore del Faraexcelsior 2018. Nel 2020 si è classificato primo al concorso “Narrapoetando” con In crepa di melograne e, nel 2021, secondo al “Narrapoetando” con, appunto, De praecipitata luce.
La poesia di questa raccolta diventa visione della storia dell’arte e dell’oltre: s’immerge nell’opera d’arte e la colora con parole-pennellate emozionandoci perché Matteo Bonvecchi sa trasportarci oltre, ci avvolge con la sua passione per la bellezza, per l’infinita gamma di emozioni e di messaggi che le pitture dei grandi maestri del passato sanno generare. Ci troviamo nelle Marche del XV sec. ove hanno operato Carlo Crivelli, Jacopo di Sanseverino, Giovanni Boccati, Olivuccio di Ciccarello… pittori non sempre noti ma dotati di una qualità e di una verità che da sempre ci fa vibrare assieme ai versi che ne accompagnano le opere. Paolo Cruciani ha così scritto di questo insieme: “Leggendo ‘De praecipitata luce’, verso dopo verso, pagina dopo pagina, si deve essere davvero riconoscenti a Matteo Bonvecchi. Non solo per la sensibilità poetica, non solo per la scelta di non una sola parola che non provenga dall’imponderabile sfera delle emozioni, ma anche perché ognuna delle poesie che compongono questa sua recente raccolta evoca un ricordo, una sensazione. Sensazioni nuove e ricordi che giacevano sopiti nella memoria di chi è stato per un periodo di tempo a stretto contatto con i pittori della cosiddetta Scuola Camerinese del Quattrocento, ma anche emozioni che nascono in chi non ha mai sentito parlare di questi artisti, delle loro vite a volte misteriose e sfuggenti, e che non ha magari mai osservato con attenzione le loro opere". Dall’introduzione al libro dell’amico Filippo Davoli: “Un libro che a me piace molto e che oggettivamente è bello: perché non va a caccia di storia, bensì ne è abitato con grande e convincente naturalezza, quasi che la penna del poeta ne fosse una felice propaggine odierna”. Dalla raccolta, ecco una composizione: “Oltre il disincanto svanisce / quell'ombra celata nei riflessi / d'una finestra cosmica, per quest'opera / di rinnovata creazione, le pietre, / i prodotti animali e vegetali, / le terre dei colori tornano / fango alla mia impronta. Ogni giorno prendere / e portare a traguardo, / ogni giorno immergere / fino al fondo / il solco della vita // e questa carne atroce / ma dolce il pianto / se solo un istante / riposare m'è dato / nel tuo sguardo”. Per quello che mi riguarda l’accostare testi a immagini mi è sempre risultato naturale e, da decenni, in una cartella del mio computer, tengo raccolte una lunga serie di poesie di grandi autori che ho scelto di conservare in una sorta di biblioteca ideale, quindi corredandole di un'immagine ciascuna. Molti di questi esercizi di accostamento esprimono, al meglio, quella che è, almeno per me, tra le prime essenze dell'arte poetica, cioè il rendere pittura la parola e la pittura parola, in un continuo rimbalzo di immagini e voci allo specchio che anche Bonvecchi, a suo modo, con grande garbo, è riuscito a coniugare. Ciò detto, non posso che consigliare questo libro, a mio avviso, in tale accezione, oltremodo riuscito.

lunedì 24 maggio 2021

Un risveglio di fiati e colori

Matteo Bonvecchi, De praecipitata luce, FaraEditore, Rimini 2021

recensione di Paolo Cruciani


 
Leggendo De praecipitata luce, verso dopo verso, pagina dopo pagina, si deve essere davvero riconoscenti a Matteo Bonvecchi.
Non solo per la sensibilità poetica, non solo per la scelta di non una sola parola che non provenga dall’imponderabile sfera delle emozioni, ma anche perché ognuna delle poesie che compongono questa sua recente raccolta evoca un ricordo, una sensazione. Sensazioni nuove e ricordi che giacevano sopiti nella memoria di chi, come chi scrive, è stato per un periodo di tempo a stretto contatto con i pittori della cosiddetta “Scuola camerinese” del Quattrocento, ma anche emozioni che nascono in chi non ha mai sentito parlare di questi artisti, delle loro vite a volte misteriose e sfuggenti, e che non ha magari mai osservato con attenzione le loro opere. Opere ed artisti che furono, una manciata di anni fa, persino sovraesposti in un girotondo di traslazioni, una ridda di attribuzioni; fu una rivoluzione rumorosa, un corruscare aggressivo e caotico che frastornò tutti e che, spentasi l’eco, spinse presto questi spiriti e le loro tavole e affreschi in un polveroso dimenticatoio. Facendoli tornare ectoplasmi senza vita. Senza più colore. Stanchi di troppo rumore, desiderosi di tornare al loro usato silenzio, interrotto solo da voci gentili di Madonne bellissime, di suoni di flauti, di vielle e di liuti, si sono chiusi la porta alle spalle lasciando però uno spiraglio per chi davvero volesse parlare di nuovo con loro.
Matteo Bonvecchi ha saputo risvegliare questi fiati e questi colori con la stessa leggiadria e la stessa musica, ed ha soffiato via quella greve polvere dell’assenza. Sarebbe banale e superfluo dire solo che leggere le poesie equivale a perdersi negli spazi e nei colori di questi pittori.
No, non è solo questo.
I versi e i disegni di Matteo Bonvecchi non intendono sostituirsi ai dipinti di Carlo Crivelli, di Giovanni Boccati e degli altri maestri, ma li accarezzano, li seguono dall’impasto dei pigmenti e dei leganti nelle loro tavolozze e nelle setole dei pennelli fino alla gioia del polittico, arabescando sulle macchine lignee rilucenti d’oro. Ci restituiscono finalmente la gentilezza, l’atmosfera commovente, vissuta e cortese di quegli spazi, di quei sorrisi, di quegli ori, di quei fiori, di quelle passioni che temevamo di aver perso per sempre. Ci restituiscono la Fede sincera di cui queste opere sono piene. Ci restituiscono, finalmente, l’arte.
Ecco.
Le opere d’arte sono lì per essere viste. Colori e luci, musica e oro, devono sprigionarsi senza che veli pergamenacei, in cerca di quadrature del cerchio, li offuschino. Queste composizioni poetiche ci invitano ad ammirare di nuovo questi dipinti che credevamo di conoscere, che abbiamo visto mille volte e mille volte dimenticato. Guardare le opere e, anziché indugiare in noiose, ripetitive e sterili guide tascabili, leggere le poesie di Matteo che d’ora in avanti ne costituiranno per me insostituibile compendio. Le parole del poeta e i colori dei pittori, i colori del poeta e le parole dei pittori ci indicheranno sicuramente sentieri nuovi da percorrere con rinnovata passione. Ho trovato nel libro pensieri che, nella furia scomposta tipica degli “addetti ai lavori”, non mi avevano mai sfiorato.
Leggere queste poesie è come aprire di nuovo quella porta lasciata socchiusa, chiudersela alle spalle e desiderare di restare lì per sempre.
Questo.

lunedì 23 maggio 2022

Il mistero di Dio - una poesia preziosa

 Matteo Bonvecchi, In crepa di melograne

Fara 2020

recensione di Ludovica Zavatta


In crepa di melograne di Matteo Bonvecchi è una raccolta di poesie pubblicata per la prima volta nel mese di Marzo 2020, dalla casa editrice Fara.
Essa comprende numerosi componimenti titolati, distribuiti fra cinque mini raccolte sempre titolate (rispettivamente, in ordine, “Kairòs”, “Ho erchomenos”, “Ghynai”, “Martyrion” e “Koinonìa”).
Matteo Bonvecchi è docente al Liceo Classico Giacomo Leopardi di Macerata e vive a Montecassiano.
Laureato con una tesi sulla teologia e spiritualità delle Croci dipinte francescane nelle Marche, cura una passione per l'arte e la storia dell'arte locale.
L'esperienza che ha fatto in età giovanile leggendo Turoldo lo ha folgorato, e con la raccolta Le odorose impronte ha vinto il Faraexcelsior 2018.
È giurato in concorsi letterari nazionali.
Lo stile del poeta, come si appura da questa raccolta, è particolarmente complesso, il lessico è prezioso e ricercato, frequenti sono le espressioni che provengono dal mondo antico greco-latino, ma altrettanto spesso ritroviamo termini e parole derivanti dall’ebraico (e ciò, a maggior ragione, evidenzia il livello di conoscenza e cultura che Bonvecchi possiede).
Il fulcro attorno a cui ruota il tutto è rappresentato da Dio, dal creatore: Egli non è che la forza suprema, illuminante presso gli uomini, dei quali è guida e che mai abbandona, è appunto poi creatrice, Colei che insomma ha dato vita al mondo che conosciamo così come lo conosciamo e che continua a mantenerlo in vita grazie alla sua immensa potenza, di cui l’uomo non può avere che una minima percezione e consapevolezza.
Bonvecchi loda Dio celebrando, attraverso la sua rievocazione nelle proprie poesie, la creazione di quest’ultimo, ovvero l’universo stesso, compresa la terra, gli altri pianeti, le stelle, ma anche coloro che abitano i luoghi sopracitati, e di questo universo Lui è l’assoluto capo e governatore.
Per cui, come conseguenza, essendo possibile riconoscerLo nella natura, possiamo dedurre che per Bonvecchi Dio sia nella natura, viva dentro di essa, ne rappresenti lo spirito, l’anima, l’interiorità, il cuore (e di fatto, quasi tutti i componimenti di questa raccolta iniziano con l’ammirazione, che viene accuratamente espressa, per un tramonto, per il mare, per la luce del sole ecc., e il fine ultimo è celebrarne il creatore, ovvero Dio).
Non mancano poi alcune riflessioni sulla condizione umana che, in rapporto a quella divina, è molto inferiore, essendo gli uomini mortali e transitori, ma questi possono essere guidati verso la giusta via da Dio stesso, che appunto è una guida per loro.
Personalmente ho fatto molta fatica a leggere questa raccolta, e ci ho impiegato più tempo del previsto, dato che in ogni momento dovevo andare a cercare qualche termine, poiché non ne conoscevo il significato, ma comunque la consiglio, a chi sa essere paziente, in quanto offre degli spunti di riflessione molto interessanti.

lunedì 16 dicembre 2024

Poesia evocatrice dei profeti biblici

Recensione di Vincenzo Capodiferro pubblicata su Insubria Critica, 16 dicembre 2024



Giorno uno. Codici minori dal preesilio è una raccolta di poesie di Matteo Bonvecchi, pubblicata da Fara, Rimini 2024, classificata prima ex aequo al concorso Narrapoetando 2024. Matteo Bonvecchi (1977) è Docente al Liceo Classico di Macerata, vive a Recanati. Suoi componimenti si trovano in varie antologie. Ha pubblicato: Le odorose impronte (2018), In crepa di melograne (2020), De praecipitata luce (2021) e Come terra ferma (2022). Recanati, col suo “ermo colle”, è un’urbe ispiratrice e da questi poggi non è raro che discendano poeti. La poesia di Matteo è una poesia biblica: riprende, infatti, già dal titolo, il primo giorno della creazione. La creazione originaria è la poesia di Dio, la ποίησις, da ποιέω. Mons. Nazzareno Marconi, vescovo di Macerata, teologo e biblista, nella sua prefazione all’opera, cita David Maria Turoldo: «Gli stessi profeti della bibbia erano chiamati poeti. Tra profezia e poesia c’è tutto un lavoro che perfino si identifica. Sia il profeta che il poeta sono il vate divino». «Matteo Bonvecchi in questo suo lavoro poetico ridice, ricanta e ripropone». Vediamo alcuni versi da “Amos”, che sono molto forti e non c’è bisogno di commento. Riprendendo sempre il Turoldo, citato da Mons. Marconi: «Il profeta denuncia il presente perché lo confronta sempre con l’eternità della parola». Lasciamo declamare il poeta: «Riempite, riempite pure/ con milioni di litri/ le vostre piscine di cloro/ d’acqua seccando/ le falde, / sottraendola all’orto/ del povero…». Il poeta denuncia, “Vox clamantis in deserto”, l’oltraggio alla Natura madre. Richiamo al francescano “Laudato si’” di Papa Francesco, all’imperativo ecologico di Jonas. Il poeta è la “Vox”, è quel Battista e la sua lingua passa attraverso gli elementi, soprattutto il fuoco. La verità suscita sempre resistenza, sconforto, opposizione. Nessuno sopporta la verità. Come dice il proverbio: “Chi dice la verità vuol essere ucciso”. Il poeta è il profeta della verità, di quella verità che sarà annunziata sui tetti. Tutto ciò che è nascosto sarà svelato, questa è l’ἀλήθεια. Ma cos’è che si nasconde? Il male. Questo è il rimosso di Freud. Il male provoca rimozione, peccato. Ma la sua denunzia provoca la desolazione, la fuga, il nascondimento, ma anche l’assoluzione, il perdono. Dipende da come ci poniamo noi: da buon ladrone o da cattivo ladrone, da Pietro o da Giuda. Anche Pietro aveva rinnegato Cristo. Perché, come scrive il Nostro: «… la luce trafigge…». L’empio, cioè colui che nel cuore ama il male e non il sommo Bene, è come vampiro che non può uscire alla luce del sole, verrebbe bruciato: «La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta». Il poeta vero è sempre sacerdote, pontefice, cioè, collega i mondi, è copula mundi. All’inizio i sacerdoti erano poeti, i testi sacri poesia. Il linguaggio originario poetico della creazione è poesia creatrice che diviene evoluzione creatrice. Leggiamo sempre in “Amos”: «Sarà il vento così rovente, sarà/ questo cielo di colostro/ se sul divano di damasco/ più non si distingue una madre/ dalla figlia (o un padre: non meravigliatevi se poi quel giorno sarà tenebra/ e non luce…». I versi di Bonvecchi sono lame affilate. C’è un proverbio, ripreso in effetti dal Libro dei Proverbi, che dice: “La lingua non è osso, ma rompe l’osso” (Con la pazienza il giudice si lascia persuadere, una lingua dolce spezza le ossa, si legge in Proverbi 25,15). In questo caso si riferisce alla mormorazione, al male che può arrecare la parola. La lingua, potentissima lingua, tanto che Gorgia esclamò: - La parola è grande dominatrice (λόγος μέγας δυναστης ἐστί), in questo caso viene usata per smascherare le illusioni fenomeniche e riportarci all’essere vero. Il Logos diviene manifestazione della verità e, come dice Agostino, «La verità è come un leone. Non avrai bisogno di difenderla. Lasciala libera. Si difenderà da sola». La poesia diviene un lasciar esporsi del Logos nella sua divina creazione, libera creazione, non emanazione, in senso panteistico. Così questo tipo di poesia diviene una prosecuzione dell’opera profetica biblica, è una Bibbia che si evolve e si arricchisce sempre di più.

lunedì 12 luglio 2021

Marco Statzu e Antonio Vittorio Guarino vincono il Faraexcelsior 2021: complimenti vivissimi!

Ringraziamo di cuore i giurati Adalgisa Zanotto, Carla De Angelis, Daniele Gigli, Donatella Nardin, Massimo Parolini, Matteo Bonvecchi, Matteo Pasqualone e Michele Bordoni della sezione Poesia del concorso Faraexcelsior 2021 (per la sezione Narrativa/saggio v. qui) che dopo attenta valutazione hanno così deliberato:

I. class. 

Ho chiesto scusa agli ulivi 
di Marco Statzu (Terralba, OR)


Marco Statzu (foto di Giovanni Panozzo) è nato in Sardegna, dove vive. È prete della Diocesi di Ales-Terralba, parroco della borgata agricola di Sa Zeppara, direttore della Caritas diocesana e docente di Antropologia Teologica e di Storia della teologia nella Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. Scrive versi e ha pubblicato due raccolte: Tra disastri e desideri (Fara Editore 2010) e Erano lacrime le mie (Graphe.it 2018). Cerca di osservare la realtà e di farsi interrogare dalla natura, dalle persone, dagli animali, da Dio, convinto che nell’intimo di ogni persona umana abiti la Verità. maiobas@gmail.com

“È un testo che narra il divenire della natura, con una attenzione perseverante: una sfida per il poeta che la fotografa e la fa (parzialmente) sua. Forse tutto si racchiude nel "Senza perché”.» (Carla De Angelis)

«Un canto alla terra, alla luce e al calore sardo. Una poesia regionale (nel senso o’connoriano del termine) che narra l’epopea del quotidiano, restituendo al lettore scorci inediti e profondi, testimonianza d’amore del poeta alle proprie radici.» (Matteo Pasqualone)

«In Ho chiesto scusa agli ulivi la contemplazione della natura – specie nella sua caratterizzazione sarda – fa eco e s’unisce a un’introspezione straordinariamente acuta: ne risulta il senso d’un intatto stupore e un mondo che ci è consegnato meno ignoto. Dagli haiku d’apertura alle liturgiche e insieme concrete situazioni finali, la scarnificazione del verso fa emergere la materia stessa delle cose ed è al contempo capace di diffonderne l’alone simbolico: il territorio, le stagioni, i giorni, le ore, gli animali, i toponimi, alcuni fatti di cronaca, tutto è riletto nel portato esistenziale, nel cammino dell’uomo-poeta, in un distillato di profonda compassione e d’intensa spiritualità.» (Matteo Bonvecchi)


II. class.

Inversi spettri 
di Antonio Vittorio Guarino (Avellino)


Antonio Vittorio Guarino, nato a Napoli nel 1985, vive ad Avellino. Si è laureato in Filosofia presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”. Attualmente è borsista presso L’Istituto italiano per gli studi filosofici. La sua produzione poetica consta di diverse sillogi: La Vita Beota (Ed. Il Foglio Letterario, 2009), La caduta dalla giovinezza (Onirica edizioni, 2011), La costellazione dell’assenza (Fara 2016), opera vincitrice del VI concorso nazionale Faraexcelsior, e Cronicismi (Oèdipus, 2020). Alcune sue poesie sono presenti su antologie, riviste e siti web.


«Un lungo discorso di riavvicinamento problematico fra l’anima e il corpo, in un urto fra l’io, onda propagata nel soma e nel mondo delle cose, e una fessura fantasmatica che devia in diffrazione il movimento di conoscenza confermando la rimbaudiana certezza dell’alterità dell’io stesso. Nella svista della visione che lascia esperire la differenza come un’origine invisibile che ci abita e che abitiamo, l’esistenza, quale luogo dell’accadere, si esperisce in scompensi e punti d’ombra dove la ragione non può misurare e controllare. La vita si mostra quale ininterrotto appello a tale differenza-alterità, invocazione (forse) vana di una verità che può sussistere (forse) anche senza di noi ma convive in noi per essere presente.» (Massimo Parolini)

«Poesia caratterizzata da una concisione armonica e colloquiale, che sa “cadere” perché solo cadendo può “rivelare”: “Il tempo stringe col suo silenzio geometrico…” E i versi diventano occasione per giungere alla radice della condizione esistenziale dell’uomo, con tutti i suoi drammatici risvolti, sui quali la poesia porta una luce profonda: “non hai / nome né un compito preciso, / se non il respiro / come destino troppo vago / da portare a termine / nel migliore dei modi”. E nulla deve offuscare lo sguardo! “e trovare i semi: l'inizio / che non abbiamo visto”.» (Adalgisa Zanotto)

«Con uno stile teso e tragico, impostato al paradossale compito di dire la presenza dell’assenza, questa raccolta mette il lettore di fronte a una biopsia del reale, misto di pieni e vuoti, di respiri e di apnee. La poesia scava se stessa fino a “rinunciare alla parola che dice sono”, afferma e nega la temporalità ordinaria (“Stona al futuro / il ravvedimento / che è ritorno postumo”) e morde al cuore dell’alterità, spaccandosi al punto da sovrapporre – rimbaudianamente – l’io e l’Altro. Il tema, vagamente elegiaco, non soverchia la padronanza del verso, che delinea un contorno terso senza mai cadere nel patetico. Una raccolta d’impatto ma delicata al contempo, bruciante e interrogativa, in bilico tra dogma ed eresia e, per questo, arditamente affascinante.» (Michele Bordoni)

«Subito, con maestria, il ritmo, la musicalità, creano il senso dell’evanescenza, d’una scomposizione ch’è al limite dello smarrimento, dell’angosciato, opprimente sogno notturno. Il fantasma che ci abita e che spesso siamo nello sdoppiamento paradossalmente potrebbe ricomporsi, farci ritrovare uno proprio nell’esperienza dell’altro – che per eccellenza è quella uscita dal “costato di Adamo” – pur nell’alto dramma della relazione e dell’avventura umana tutta. Così emergono, si elaborano strategie per resistere ai morsi della vita, restando capaci di non rimuovere l’ambiguità del reale, non cedere allo sciacallaggio dello scettico e non rinunciare all’umana ricerca interrogante.» (Matteo Bonvecchi)


Altre opere votate

La porpora delle api 
di Anna Maria Ercilli (Trento)

Anna Maria Ercilli, vive a Trento con memorie liguri. Ha lavorato nel Servizio Sanitario. Pubblica sette sillogi di poesia, scrive racconti e articoli culturali per le riviste (Il Furore dei libri, R&S). Presente in alcune antologie: Controparole, Hospite, L’evoluzione delle forme poetiche, Vivere l’abbandono e riviste («La Mosca di Milano», «Il Monte Analogo” ecc.) Presente: Nelle pagine del tempo (dizionario delle parole perdute, EmmeTi). Con LUA Anghiari: Le stagioni per posta, Una lettera importante, Quella volta su un treno (Equinozi 2020), iPoet Lunario in Versi LietoColle. Fotografa per passione. Presidente della Società Dante Alighieri di Trento, anno 2014-2015.

«In queste poesie c’è quel dire che diventa dare. Sono dense di materia visiva che si organizza in inquadrature e sequenze intense, stoppate a effetto su un fotogramma: “Scende ombra dai grandi alberi.” - “… bianco d’abbaglio intenso…” I versi nella loro essenzialità stringono legami con la vita e le persone. “… benvenuta nell’amore senza tempo, / nel pensiero da formare / nei piccoli vuoti sfuggiti alle parole”; chiedono in prestito passaggi coraggiosi, esplorano, scavano, appuntano momenti intimamente profondi: “… la tenacia afferra la vita la spettina e / ravviva / la vita che non scade…”»(Adalgisa Zanotto)

«La silloge, in un connubio fonetico e semantico armonioso, ricco di rimandi e di sfaccettature, muovendosi nel traslato poetico con un certo vigore interpretativo, offre numerose occasioni di riflessioni e di approfondimento.» (Donatella Nardin)

«Un andamento ritmico coerente in un tessuto fonico e retorico ben orchestrato fa da vestito ad alcuni temi lirici tradizionali del versificare: la precarietà degli enti di fronte al tempo fuggitivo, lo sguardo descrittivo e seriale sul mondo naturale e artificiale, nella ricerca periodica di una genesi dei colori che possa illuminare, improvvisamente, la propria vita, la labilità della parola poetica nel suo tentativo di essere àncora di salvezza dall’entropia esistenziale.» (Massimo Parolini)


Liriche da Montiolo 
di Andrea Biondi (Treia, MC)


Andrea Biondi (Rimini 1986) si è laureato in Lettere presso l’Università di Urbino nel 2009; presso il medesimo ateneo si è specializzato in Scienze Religiose nel 2017. Vive a Treia e insegna nelle scuole superiori del maceratese. Con Le campagne hanno bocche ha vinto il concorso Faraexcelsior 2017. Nell’aprile 2019 è uscita la raccolta Ghironda.

«Un verso incarnato, semplice e profondo. Si avverte forte la tensione del poeta a “mordere” la realtà e a farsi assorbire da essa. Una conversione continua che dal paesaggio conduce alla parola; e la parola, una volta terminata la sua azione trasfiguratrice, manifesta al lettore la più sconvolgente delle verità: “Essere docili alla vita:/questo ho imparato.” (Osservatorio minimo).» (Matteo Pasqualone)

«Tutte le immagini, un paesaggio sempre misterioso, allucinato di metafisici, arcaici sentori, presago di future visioni, poi le suggestioni erotiche e i notturni strepitosi – quasi a ogni verso un trasalire del cuore! –pervasi dal fascino della campagna maceratese, dal terrazzo poetico di quella collina tutti i sentieri costantemente risuonano della realtà di cui oggi abbiamo più bisogno: la materica concretezza, l’impatto immediato, l’impasto carnale della vita, ma sempre accompagnato dal potere d’una musica di fondo (“Con un fascio di canti / sono sceso alla valle / la vita bolliva da stordire / potevo aprire tutte le porte”), capace di trasfigurare o almeno rendere non dico più lievi, ma più veri, umani, anche i tratti oscuri. Cosa che puntualmente accade, qui, al costante e malioso comparire del “bel pastore”. Pena della carne e della croce, attesa fervida dell’epifania, poesia come lotta incessante contro la somma dei nostri addormentamenti, a dire la nostalgia dell’origine e il sofferto esilio dalla patria definitiva.» (Matteo Bonvecchi)


Patto con la polvere 
di Guglielmo Aprile (Verona)


Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. È autore di raccolte di poesia: Nessun mattino sarà mai l’ultimo (Zone 2008), L’assedio di Famagosta (Lietocolle 2015), Calypso (Oedipus 2016), Il talento dell’equilibrista (Ladolfi 2018), I masticatori di stagnola (Lietocolle, 2019), Il giardiniere cieco (Transeuropa 2019), Farsi amica la notte (Ladolfi 2020), Teatro d’ombre (Nulladie 2020), Falò di carnevale (Fara 2021, I class. al Narrapoetando). Scrive saggi critici su riviste; tra i suoi campi di interesse, la poesia del Novecento, oltre a vari studi su alcuni classici della tradizione letteraria italiana (D’Annunzio, Luzi, Boccaccio, Marino).

«È una poesia che racconta il duello con la vita in modo piacevole e scorrevole, ci sono le ragioni dello scorrere del tempo e la bellezza del tempo stesso: “È per questo che amiamo”. Ci sono riflessioni molto forti, versi caustici, fanno male/bene, la loro profondità è specchio e sguardo sia nel presente che nell’aldilà. Sembra un’opera filosofica.» (Carla De Angelis)


Di un respiro sospeso 
di Dante Zamperini (Cavriana, MN)


Dante Zamperini è nato a Negrar (VR) nel 1972. Nel 2002 pubblica L’arcobaleno de la vita (in veronese) e Negli occhi, nel cuore. Nel 2006 esce con Gabrielli La domenica mattina e nel 2014 Come legno d’ulivo. È inserito in varie antologie fariane, l’ultima: Respiro (2020). Pittore e scultore nel tempo libero, per Fara ha realizzato numerose copertine.

«Il filo che tiene insieme i testi e che induce lo sguardo ad aprirsi all’infinito, è la parola preghiera.
Il colloquio con il divino, nella sua tensione verso l’alto, risulta efficace e serrato sia nel  modularsi in canto che nella resa espressiva, ben ritmata nella sua magmatica fluidità carica di senso e di una schietta e tenace spiritualità.» (Donatella Nardin)


«La voce si fa respiro! Questi versi austeri, nudi, profondi scivolano in una quotidianità che veglia e vigila. Svelano con forza qualcosa che è poco visibile, qualcosa di “sospeso”.» (Adalgisa Zanotto)


I monologhi della bambola vudù 
di Silvia Favaretto (Marcon, VE)


Silvia Favaretto è Dottore di ricerca in studi iberici e angloamericani, insegnante, traduttrice e Presidente dell’ass. culturale Progetto 7LUNE. Giurata dei concorsi internazionali di poesia Castello di Duino e Premio di poesia Altino. Ha pubblicato 11 libri tra poesia e prosa e ha partecipato a Festival internazionali. Tra i premi ottenuti in poesia, nel 2007 è risultata vincitrice del Concorso della Ibiskos Editrice con conseguente pubblicazione del suo terzo libro “Parole d’acqua”. Una sua raccolta edita in Messico da Morgana Editrice E vissero infelici e contente ha ottenuto la menzione d’onore al premio Il Paese delle donne 2019. Nel 2020 ha vinto il premio Torresano della Gilgamesh edizioni grazie al quale pubblica La notte dei corpi.

«“Sono una bambola vudù, / la delicatezza non fa parte / del mio vocabolario: / parole raccapriccianti sono / l’unica carezza al mio udito”. Con queste parole la raccolta I monologhi della bambola Vudù si presenta al lettore nella sua conturbante ed estrema originalità. In un misto di masochismo ( “A volte sorrido / mentre mi trafiggono”) e di sconcertante tenerezza (La bambola vudù sente la mancanza della sua nonna) la protagonista di queste poesie attraversa le cicatrici della vita brandello per brandello, quasi fosse simbolo cristico dell’esistenza. Una raccolta che parla conficcandosi nella carne, che mostra come, prima della lama della poesia, “non eravamo preparati a noi stessi”.» (Michele Bordoni)


SEGNALAZIONE

Nonostante questa mia malridotta umanità 
di Alessandro Burrone (Cigliano, VC)


Alessandro Burrone (1994) è cresciuto tra Torino e Cigliano (VC), dove attualmente vive e lavora. Si è specializzato nello studio della lingua e della cultura cinese all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e alla Università di Lingua e Cultura cinese di Pechino. In seguito, ha conseguito una doppia laurea magistrale in Storia e affari internazionali presso l’Università di Pechino e la London School of Economics and Political Science. Coltiva sin dai tempi del liceo l’arte e la letteratura, per le quali invece — fortunatamente — i dati biografici hanno ben poca importanza.

«Poesia (“piccola scostante fiamma”) nella fiducia, per nulla scontata, di trovare le parole del futuro e una risposta di vicinanza a se stessi e agli altri. Limiti e ferite ci segnano e ci inseguono fin dall’inizio. E a tutti impongono, presto o tardi, la necessità di capire. Preziose risorse in questi versi.» (Adalgisa Zanotto)


venerdì 13 dicembre 2019

Odorose impronte (tra malinconia e apertura all’infinto)

L’11 dicembre 2019 alle 11.30 Maria Lenti ha scritto:


Gentile Matteo Bonvecchi,

mi congratulo, anche con Ramberti che mette molta cura nei suoi libri.
Con piacere e attenzione ho letto Le odorose impronte, pervaso di spiritualità: per i richiami evangelici, per la rarefazione della materialità, per la sottolineatura del sentire cose e persone prossime al proprio sentimento del vivere.
Ma come si concilia la luce di Cristo con la malinconia della sua poesia? Forse la distanza di quella luce odorosa dalle impronte quotidiane?
Se dovessi scriverne svilupperei queste tracce di lettura.
Al prossimo incontro.
Belle e buone feste




***

L’11 dicembre 2019 alle 22.05
Matteo Bonvecchi ha scritto:

Gentilissima Maria,

grazie per la sua lucida analisi. Lei è la prima a scorgere una vena di maliconia nelle Odorose impronte e ne sono davvero onorato. La maliconia è infatti il più legittimo di tutti i toni poetici. L’intera raccolta è attraversata da attesa, invocazione. Non ci può essere esperienza della Presenza senza previa coscienza dell’assenza, del vuoto. Effettivamente ci deve sempre accompagnare il senso d’insufficienza di tutte le realtà che viviamo, e questa è però insieme dolorosa e dolcissima apertura all’Infinito, che poi ridona dignità a ogni cosa, anche la più semplice e banale (ove possiamo rintracciarne le odorose impronte).

Poi, per quanto mi riguarda, la malinconia nasce davvero da continua, colpevole mancanza nei confronti di Cristo. “Ti voglio dove non sei / e non ti cerco davvero: / perdona se ancora resta / troppo ardua la resa” (p. 21).

Potesse ancora scrivermi, magari sviluppando queste tracce di lettura da lei acutamente intraviste, ne sarei oltremodo felice e onorato.
Non sapendo come ringraziarla,



martedì 27 novembre 2018

La gioia alta e profonda e la musica intensa e “sacra” dei versi di un discepolo/poeta


recensione di Vincenzo D’Alessio




Questo ventunesimo secolo, purtroppo, si annuncia foriero di sventure per l’intera umanità: le guerre continuano e si vorrebbero cominciare delle nuove; la fame nel mondo cammina di pari passo con le malattie e la siccità; il divario sociale tra i poveri e i ricchi si è innalzato a causa della crisi economica mondiale; infine l’ambiente devastato dalla superbia umana risponde con fenomeni sempre più violenti.
Molti uomini si sono salvati affidandosi alle pagine dei libri, sia come scrittori che come lettori, donando all’umanità il miele dell’esistenza: la memoria.
Ho sfogliato con gratitudine le pagine della raccolta poetica: Le odorose impronte di Matteo Bonvecchi (Fara 2018) proprio per la gioia di vivere che comunicano; per la musicalità concorde con Madre Natura; con l’impronta di un Dio presente nella storia di ogni essere vivente.
Non è facile abbandonarsi a questi versi se non si è fermamente convinti del cammino da compiere, come i discepoli, lungo la strada per raggiungere Emmaus. Proprio quando si abbandona l’Io, chi scrive raggiunge il vertice della comunione con l’intera umanità: è il principio della vera Fede in molte religioni.
Buonvecchi fa tesoro di questa scelta e la scioglie come acqua sorgiva per il lettore nell’intera raccolta: “(…) e ancora cantate amici poeti / la verità delle cose / (…) certi soltanto / di poter cominciare / là dove – crux verbi / la parola muore…” (pag. 13).
Poche volte compare la parole morte, morire, mentre il profumo della vita (le impronte) insieme ai colori della natura e delle cose infondono l’assioma per giungere paghi alla fine del viaggio: l’amore per vincere.
In molte delle poesie compare il latino a sostenere la paternità della Lingua Italiana e per rafforzare il contatto con il soprannaturale.
L’uso della similitudine nei versi si unisce a varie assonanze senza forzare il valore del dettato ritmico.
La poesia trascina gli occhi del lettore lungo il viaggio nei luoghi, consoni al poeta, ricchi di Storia, frequentati dai grandi del passato: San Bernardo da Chiaravalle, Federico II, San Francesco d’Assisi.
Regge l’insieme dei versi il senso della preghiera: incamminarsi nella lettura di questa raccolta è simile all’incertezza provata dopo un profondo smarrimento fino alla riconquista del bene più prezioso per sé e per chi vive: “ (…) Pure non ho tomba / che non trasfiguri questo mistero. / Exora / ti preghiamo / tu che sei già / quel che noi saremo.” (pag. 38).
La raccolta vive di profonda cristianità integrando le piccole gioie, come la nascita dei figli, in un parallelo con i Dieci Comandamenti: dieci infatti sono le poesie per la nascita del primo e dieci per la nascita del secondo figlio.
Versi, questi, nei quali il Nostro lascia percepire tutta l’intensità della sua poetica e l’amore incondizionato per la Vita: “(…) E nel mentre che t’attraversano / ere geologiche un ritmo / diuturno teneramente ti culla: / la bellezza di cui / abbraccerai il mondo.” (pag.40).
Vincitore, con questa raccolta, del concorso nazionale Faraexcelsior 2018 bandito dalla stessa casa editrice Fara di Rimini, Matteo Bonvecchi consegna ai lettori un dono gradito in tempi nei quali si avverte costantemente il dolore delle malattie e la morte, le sofferenze per le ingiustizie, l’abbandono della via della Fede cristiana.
Bene ha scritto Germana Duca, componente della Giuria del Premio, sulla raccolta motivandone il giudizio: “C’è una luminosa e palpabile musica in queste impronte che profumano di vita, di amore, di compartecipazione al mistero di un Cielo che si è fatto Adamo e che rende così preziosa l’umanità di ogni persona, il suo esserci nelle relazioni intime e anche occasionali, nelle situazioni di gioia, come pure nelle difficoltà e nei momenti critici” (quarta di copertina).

martedì 27 ottobre 2020

Pasqualone e Airaghi vincitori con pubblicazione premio Faraexcelsior 2020!

Fara Editore e i giurati del concorso Faraexcelsior sezione Poesia (Annalisa Ciampalini, Daniela Monreale, David Aguzzi, Matteo Bonvecchi, Raffaela Fazio), ringraziando tutti partecipanti che si sono messi in gioco, sono lieti di proclamare i vincitori dell’edizione 2020. Ecco la classifica e i giudizi di merito della giuria che ha svolto il proprio compito con grande attenzione, competenza ed entusiasmo.
Complimenti ai vincitori e agli autori che hanno lasciato un segno nelle anime dei giurati! Per i vincitori della sezione Narrativa/saggio v. narrabilando


Vincitori con pubblicazione premio gratuita   

I class.  

Ogni nascita è dal caos

di Matteo Pasqualone (Cesenatico, FC)





Matteo Pasqualone nasce a Cesena (1987). È marito, padre e insegna nella scuola secondaria di primo grado. Da anni il suo studio e la sua passione si concentrano sul rapporto fecondo tra teologia e letteratura. Ha pubblicato la raccolta poetica Scommessa d’eterno (Il Ponte Vecchio, Cesena, 2016). Vive a Cesenatico.

«I versi di questa raccolta, con un elegante e levigato andamento narrativo, seguono un itinerario esistenziale che è ricerca inesausta, appassionata peregrinazione tra interrogazioni, riflessioni e stupori che legano il quotidiano e lo straordinario in una corrispondenza tormentata ma necessaria. Ad accompagnare e sostanziare lo snodarsi di questo scavo poetico risalta tra tutte la frequente metafora dello sguardo, come vigile presenza di un’ardente soggettività.» (Daniela Monreale)

«Una poesia onesta ed autentica, che offre nella sua dimensione una lettura di bellezza e di sacro, riflessione sul nostro essere.» (David Aguzzi)
 

 

II class. ex aequo

Quello che ancora restava da dire

di Giuseppe Carlo Airaghi (Lainate, MI)




Giuseppe Carlo Airaghi è nato a Legnano (MI)nel 1966. Vive a Lainate (MI). È impiegato presso un’azienda di servizi. In passato ha lavorato come geometra, animatore di villaggi turistici, venditore di prodotti siderurgici, cantante di musica blues. Nel 2019 ha pubblicato con Italic Pequod la raccolta di poesie I quaderni dell’aspettativa.

«In una versificazione che spazia dai toni solenni a quelli leggeri e descrittivi, queste poesie toccano i piccoli e i grandi temi della vita con un’attitudine sincera e diretta, spruzzata da sottile ironia, e con un’innocenza di fondo che rimanda a un archetipo infantile che qui viene custodito e preservato, come risorsa poetica ed esistenziale.» (Daniela Monreale)

«Una poesia avvolgente e spirituale.» (David Aguzzi)


Contemplazione sulle strade

di Gianni Fabiano (Genova)


Gianni Fabiano è nato a Genova, dove vive e lavora come insegnante. Scrive poesie da quando era ragazzo, ma soltanto da una quindicina d’anni con una certa regolarità, come preso da un forte bisogno di “comprendere me stesso nell’esistenza”, in tempi così difficili e ormai a un bivio. Solo recentemente ha deciso di proporre alcuni suoi lavori a qualche casa editrice. Sono uscite le raccolte La fatica del bene (2018) e L’altro lato delle cose (2019). Buona parte della sua poesia è ancora inedita. Da molti anni la sua ricerca è orientata sullo studio dei processi di auto-conoscenza e di liberazione interiore, sia sul piano psicologico che spirituale, ricerca che, oltre a incidere sulla sua attività professionale, è un riferimento costante anche nella sua scrittura.


«Raccolta scritta come una lunga, serrata, nostalgica lettera d'amore a un Tu intuito a sprazzi nella realtà del mondo, mai del tutto afferrato, costantemente compreso come misura di un sé cosciente dei propri limiti e profondamente fiducioso. La scrittura segue nella forma la dinamica del contenuto, che è quella di una ricerca dell'essenziale, che si snoda attraverso il susseguirsi di domande, di accostamenti ossimorici, di intervalli anche grafici che fanno posto al silenzio, nel bianco della pagina.» (Raffaela Fazio)

«Si tratta di una raccolta omogenea, formata da componimenti abbastanza brevi, contraddistinti da una musicalità simile che predispone la mente alla lettura e rende la silloge simile a un canto. Come afferma anche l’autore, le “poesie parlano di un viaggio alla ricerca si sé stessi e dell’amore”. Effettivamente, quasi tutte le poesie indicano una tappa, un luogo, uno stato mentale o emotivo all’interno di un percorso. I luoghi e gli elementi della natura che compaiono contribuiscono a rendere l’esperienza descritta avulsa dal tempo, così come senza tempo è la ricerca che sta compiendo l’autore. Il poeta non finisce mai di interrogarsi sul significato dell’amore, sulla sua capacità di riconoscerlo e di essere perseverante nella fede. Compaiono diverse citazioni che contribuiscono a valorizzare i versi che le seguono.” (Annalisa Ciampalini)




Opere votate


La girandola dei mesi di Giancarlo Stoccoro (Spino d’Adda, CR)

Giancarlo Stoccoro (Milano 1963) è psichiatra e psicoterapeuta. Studioso di Georg Groddeck, ha curato e introdotto l'edizione italiana della biografia (Georg Groddeck Una Vita, di W. Martynkewicz, Il Saggiatore 2005) e altri saggi (Pierino Porcospino e l'analista selvaggio, ADV Lugano, 2016; Poeti e prosatori alla corte dell'ES, AnimaMundi Otranto, 2017). Suo è il primo libro libro che esplora il cinema associato al Social Dreaming (Occhi del sogno, Fioriti, Roma, 2012). Ha vinto diversi premi di poesia e pubblicato numerose sillogi (tra queste: Il negozio degli affetti, Gattomerlino/Superstripes 2014; Parole a mio nome, Il Convivio 2016; Consulente del buio, L'Erudita 2017; La dimora dello sguardo, Fara; Prove di arrendevolezza, Oèdipus 2019, La disciplina degli alberi, La vita felice 2019; Naufrago è il sogno, Ensemble 2020, L’intuizione dell’alba, Puntoacapo 2020).

«Una raccolta molto omogenea sia per stile che per tipo di indagine sulla realtà. Il poeta rivela uno sguardo originale sulle cose del mondo che ha saputo affinare, rendere suggestivo ed efficace. Lo sguardo ha un ruolo fondamentale in questa raccolta, così come i luoghi che vengono osservati e allo stesso tempo immaginati, ricordati. I mesi, le stagioni, le distanze, si muovono, ci attraversano, compiono azioni. Porto come esempio i seguenti versi: “Maggio ti raggiunge/ in ogni luogo porta/ la foto del tuo compleanno. (p. 72). “Il merito è dello sguardo/ che anticipa la forma. (p.74). “I luoghi che guardano il mare tengono l’alba/davanti alla porta, esplorano l’infinito con un dito. (p. 79). Molto interessante la sezione intitolata “Vita in prosa” composta da brevi brani in prosa in cui lo sguardo del poeta si mostra riconoscibile anche in una scrittura meno contratta.» (Annalisa Ciampalini)

«Dopo le intriganti pennellate sui mesi dell’anno, tramite la diffusa e insistita iterazione variata delle parole-chiave lo sguardo è sospinto tra sogno e veglia, tra ombre e luci, come a un oltre: “Bastano gli occhi a far da cerniera / tra il sogno e il vestito di un giorno // Non importa dove tu diriga lo sguardo / tutti i luoghi sono presi a prestito”. Così è della bella sezione in prosa, cui segue quasi un’opera di autoanalisi del bisogno di riconoscimento, di elaborazione del trauma della distanza (“Le distanze, non le presenze, accolgono orizzonti”) e del distanziamento imposto, del confinamento, dell’assenza che i sentieri di uno sguardo “diverso” possono colmare, “rendere ospitale”, perfino farvi penetrare il “cielo”, l’infinito, se ancora si riesca a “mettere a regime le labbra, pronunciare le parole giuste, fare del pensiero una via ferrata”. Dominano, nell’andatura del detto sapienziale, i modi della brevitas epigrammatica, e mai che le pagine rinuncino ai loro spazi bianchi, alle indispensabili dimore del silenzio.» (Matteo Bonvecchi)


Attorno a noi è sospesa di Socrate Toselli (Bassiano LT)

Socrate Toselli ha 34 anni e vive a Bassiano, un piccolo paese in Provincia di Latina. Svolge la professione di avvocato.

«Raccolta matura e convincente, per il rigore della forma, che si avvale di un verso musicale, scandito da rime anche interne, e per la densità del contenuto, che si articola intorno a un costante interrogarsi sulla natura delle cose, percepite all'interno di una realtà ambivalente, dove coesistono elementi all'apparenza opposti, e sulla natura del tempo, dove tutto scorre eppure pare si conservi. Sia dai componimenti di natura più riflessiva che da quelli (rari) più vicini alla critica sociale emerge un senso di profonda umanità, insieme al riconoscimento di una fraterna e comune appartenenza. Lo sconforto, sul cui limite si muove questa poesia, è evitato grazie anche all'accoglienza del dolore, come parte di un irrinunciabile confronto con la vita.» (Raffaela Fazio)


Liriche da Montiolo di Andrea Biondi (Treja, MC)

Andrea Biondi (Rimini 1986) si è laureato in Lettere presso l’Università di Urbino nel 2009; presso il medesimo ateneo si è specializzato in Scienze Religiose nel 2017. Insegna nelle scuole superiori del maceratese. Con Le campagne hanno bocche ha vinto il concorso Faraexcelsior 2017. Nel 2019 ha pubblicato la raccolta poetica Ghironda.

«Tutte le immagini, il fascino della campagna, un paesaggio sempre misterioso, allucinato di metafisici, arcaici sentori, presago di future visioni, poi le suggestioni erotiche (o anche ironiche e autoironiche), e i notturni strepitosi – quasi a ogni verso un trasalire del cuore! – dal balcone di quella collina tutti i sentieri costantemente risuonano della realtà di cui oggi abbiamo più bisogno: la corporea concretezza, l’impatto immediato, l’impasto carnale della vita, e però sempre accompagnato dalla leggerezza d’una musica di fondo (“Con un fascio di canti / sono sceso alla valle / la vita bolliva da stordire / potevo aprire tutte le porte”), capace di trasfigurare o almeno rendere non più lievi, ma più veri, umani anche i tratti più oscuri, cosa che puntualmente accade, qui, al malioso comparire dell’ “agnello castigamatti”, il “bel pastore”, salutare epifania che ben s’addice al tema dei “piccoli”, al noto principio per cui la riserva di senso e di autenticità dimora presso gli incompiuti, gli ignoranti, gli ultimi.” (Matteo Bonvecchi)


Portolano adriatico di Francesca Parisi (Trieste)

Nata a Trieste nel 1977, di formazione classica, Francesca Parisi si è laureata con una tesi sul pensiero antroposofico. Cresciuta nella "genesi dell'idea di Mitteleuropa", ha vissuto il luogo del "Mito asburgico" quale osservatorio privilegiato della letteratura. Amante del cinema e della musica, veste in modo barocco, ma il suo carattere introspettivo nasconde un'anima selvaggia e fanciulla. Esordisce nel mondo letterario con la raccolta poetica La costola di Adamo, vincitrice del Premio Letterario Nemo 2008 nella sezione "Poesia".

«Una raccolta che ha l’essenzialità ma anche i colori vivaci e intensi di quelle carte nautiche che fin dal Duecento venivano tracciate su pergamena, così utili a individuare la rotta, i porti sicuri, a evitare gli scogli. I colori stessi delle vele dei bragozzi, quelli del mare Adriatico che, come scriveva Guido Piovene, “ha colori rari ed eccentrici, il gusto dell’anomalia; si direbbe che le acque si propongano d’imitare materie preziose e estranee”. Così avviene in questi versi. Si raccolgono e si sommano nell’associazione evocativa immagini forti e veloci, lampi della memoria, improvvisi squarci di luce, odori, sapori, sonorità molteplici come le molteplici culture dialoganti – e in maniera irrisolvibile intrecciate – che nei secoli hanno intriso quelle terre e quelle rive frastagliate come l’animo profondo della gente: dalla venezianità diffusa e rinascimentale, all’orientalità bizantina, romana, illirica, turca, greca (“vedette corse, torri normanne”; “tracine e bronzi / di Lussino”), agli apporti slavi, mitteleuropei, asburgici, arcipelaghi in cui si respira in qualche modo l’atmosfera di un mondo passato, quando non ancora offeso dai fragori effervescenti del turismo consumistico e della modernità post-industriale. Tra isola e isola, tra porto e porto, il mare vi ha ancora la luce e la placidità del sogno, così anche il paesaggio rurale nell’immediato entroterra, cogli usi, le inflessioni, i cibi, nell’eco breve di questi versi.» (Matteo Bonvecchi)


Segnalazioni


Ci troviamo soli a consumare di Felice Di Benga (Roma)

Felice Di Benga è nato a Napoli nel 1955 dove si è laureato in Scienze Agrarie e ha seguito un Dottorato in Economia Agraria. Si è poi trasferito a Roma dove vive da quarant’anni. Ha girato il mondo, è stato in tutti i paesi europei, negli Usa, in Canada, Centroamerica e Venezuela, Australia e Nuova Zelanda, e spesso in Asia. Ha visitato l’africa mediterranea, il Kenia e il Medioriente. Conosce molte lingue, l’Inglese, l’Americano, il Francese, lo Spagnolo e il Tedesco prediligendo la linguistica messa a confronto con l’Italiano lingua madre. Questa passione si è accompagnata alla passione per la storia civile e politica. Ha studiato Sceneggiatura e Regia anche all’estero ed ha insegnato a lungo in questo ambito. La narrazione è stato un campo da lui amato. Ha studiato danza contemporanea e si è esibito in piccoli teatri di Roma. Ha scritto numerosi saggi sul cinema e numerosi articoli di economia territoriale. È uno specialista del genere western. Ha lavorato nel settore cinematografico e nella Politica agraria internazionale. Ama l’arte e le Scienze sociali. Scrive poesie dall’età di 13 anni.

«Si sviluppa quasi una “storia in versi” in questa raccolta in cui il tema amoroso è incarnato in una parola incessante e passionale, che nel suo ritmo ascendente veicola l’urgenza del fissare l’assoluto carnale e spirituale del sentimento d’amore.» (Daniela Monreale)


Versidi/versi – Diario poetico ai tempi del Coronavirus di Gianpaolo Anderlini

Gianpaolo Anderlini si dedica da quarant’anni a studi sull’ebraismo e ha focalizzato il suo interesse sull’interpretazione ebraica dei Salmi. È redattore della rivista QOL che si occupa del dialogo ebraico-cristiano. Tra i libri pubblicati: Parole di vita (Giuntina 2009), Ebraismo (EMI 2012), I quindici gradini. Un commento ai Salmi 120-134 (Giuntina 2012), Per favore non portateli ad Auschwitz (Wingsbert 2015), Qabbalàt Shabbàt. Meditazione sui salmi del Sabato (Aliberti 2017), Giobbe. Opera in versi (Fara 2018), Distopie (Fara 2020).

«Ci voleva, ci era dunque necessario un diario poetico che in degna maniera rimanesse a testimone dei “tempi del coronavirus” e del confinamento: al di là della cronaca, dell’ordinaria minuta descrizione di quel che bene o male – e naturalmente più male che bene – tutti abbiamo vissuto in quei mesi, dagli endecasillabi di questa raccolta spuntano rare perle di riflessione e soprattutto denuncia d’un distanziamento che rischia ancora di radicarcisi dentro.» (Matteo Bonvecchi)

domenica 7 novembre 2021

Matteo Bonvecchi in Fare Voci (novembre 2021)

Fare Voci novembre 2021

Si apre all’insegna di Andrea Zanzotto il numero di Fare Voci di questo mese.
Nel nuovo volume “Erratici – Disperse e altre poesie 1937-2011” sono raccolte sue poesie edite, ma in larga parte sconosciute al pubblico, anche a quello degli specialisti.
Di questo importante libro ce ne parla il suo curatore, Francesco Carbognin.

E poi ci sono i sette testi inediti di Gianfranco Lauretano, “Lo spirito della neve”, e i nove quadri del pittore spagnolo Pablo Iglesias Prada.

La voce d’autore è di Francesca Matteoni, con la sua nuova raccolta poetica “Ciò che il mondo separa”, vero e proprio immergersi nell’anima del mondo.
Ma c’è anche la spiritualità che si respira nei versi di Matteo Bonvecchi, nelle pagine del suo “In crepa di melograne”; assieme al vissuto quotidiano, difficile e bisognoso di interpretazione, che Giorgia Vecchies esplora negli “Indizi di un dove”.

I margini di poesia ed altro sono quelli di Beatrice Zerbini, con le sue raccolte poetiche “mezze stagioni” e “In comode rate. Poesie d’amore
Laura Mautone ci fa incontrare Ennio Morricone, in una intervista impossibile, “Ogni suono è soltanto la pausa di un silenzio”.
Il ti racconto è quello di Luca Buiat, che ci porta sulle “Strade bianche del Carso”.

Buona lettura.

Giovanni Fierro

(la nostra mail è: farevoci@gmail.com) 



Voce d’autore        —————————-

Ricordate di quando

di Salvatore Cutrupi 

articolo completo di intervista in farevoci.beniculturali.it/fare-voci-novembre-2021/

Nei secoli scorsi, oltre alla musica sacra e alle forme artistiche come la pittura e la scultura, raffiguranti la Vergine, Gesù e i vari Santi, anche la poesia religiosa aveva un ruolo importante nel panorama culturale dell’epoca.
Oggi sembra che si avverta un senso di disagio, di perplessità nel venire affascinati ed ispirati da temi religiosi, anche per il timore di un dissenso da parte di chi ha una visione areligiosa della vita.
Si dà quindi molto più spazio a quel genere di poesia che esprime un pensiero laico, in particolare riguardo al grande mistero della Creazione.
Matteo Bonvecchi, nel suo libro In crepa di melograne fa propri molti temi religiosi e li propone con dovizia di informazioni.
Insieme alla bellezza umana l’autore celebra la bellezza divina, di un Dio che soffre e muore per la salvezza dell’uomo.
Nelle sue poesie vi sono molti riferimenti biblici, numerosi episodi avvenuti nell’Asia Minore del primo secolo, fatti e circostanze che il poeta racconta con evidente fervore mistico; ma con semplicità, senza sovrastrutture che possano appesantire i testi e senza la presunzione di voler dare un messaggio morale.
Penso che questa silloge, oltre ad essere letta, debba essere anche “ascoltata” per capire se e quanto ciascuno di noi ha il desiderio, o il bisogno, di avvicinarsi a comprendere i misteri della Creazione e della vita.
Le strofe del libro incarnano e riflettono tutto il patrimonio spirituale dell’autore, il suo essere figlio e testimone di Dio, in ogni momento e in ogni luogo.
La peculiarità della sua ispirazione poetica è certamente molto influenzata dal suo vivere nelle colline marchigiane, vicino a Recanati, all’Infinito del Leopardi e accanto a luoghi che sono mete di pellegrinaggi di pace e di fede.

 



Dal libro:

Presagio

Ricordate il villaggio-dice
la casa col grande cortile
in mezzo, i parenti
i giochi chiassosi dei bambini?
Lui era così fiero e dolce.

Ricordate di quando
tutta la famiglia scese
e mi trascinarono a Cafarnao?
Dicevano fosse impazzito.

Ma solo io ricordo
dopo la fatica del viaggio
l’incavo nella roccia

e di quel buio lo squarcio
bianco delle lucenti fasce.
Quell’indicibile presagio.

*

Talja’

Quella tunica
tessuta di giorno
in giorno dalle sue mani
di madre. Quella tunica – come
vi si stringe l’amato!

imbrattata ora
da lupi feroci

*

Testimoni

Eppure noi vedemmo
una luce venire che rese
tutto così trasparente, così reale
che, senza traccia d’ombra
– per quanto le tenebre
ferocemente provarono
d’inghiottirla e invece
ne furono sconvolte
per sempre – pur sull’orlo
dilavato del divenire,
per sola sua potenza ne vivemmo
a nostra semplice testimonianza.

*

Bema

Un catino, l’acqua
il suo riflesso
sui piedi scalzi, bianco
stretto attorno
alla vita il lino.
La stanza al piano superiore
– è versato intanto
in crepa di melograne
il vino rosso sangue –
quella stanza nuziale ora che
trabocca di smarrita incomprensione
di consapevole stupore e accade
tra noi il miracolo della tua parola
è un bema già pulsante
di piena luce per quante vite
ancora e pensieri, amori
d’esistenza fieramente vissuta

è il tuo corpo lassù in alto
regalmente innalzato.



Articolo completo di intervista in farevoci.beniculturali.it/fare-voci-novembre-2021/