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martedì 8 febbraio 2011

Mario Fresa. Ritratti di poesia (1)


Giuseppe Carracchia


Si registra un’energia felicemente vitale ed entusiastica nella scrittura di Giuseppe Carracchia, ventiduenne approdato alla sua terza raccolta poetica, Il verbo infinito (Prova d’Autore, Catania, 2010). Un slancio estremo segna e attraversa interamente il libro, facendo risaltare una vivace densità della parola che si traduce in una effusività generosa: il lettore è immerso in una sorta di estatica e pulsante effervescenza che, spronandolo a superare il giogo della sua finita esperienza psichica personale, lo spinge a un’osservazione superiormente oggettiva degli eventi. È dunque nell’affermazione di un inestinguibile incanto, e nella forza di una gioiosa e ininterrotta contemplazione, desiderosa di eccedere la povertà della posizione personale, che vanno rintracciate le fondamentali motivazioni della ricerca poetica di Carracchia. La lingua onestamente lucida e lineare permette, inoltre, di evitare qualsiasi atteggiamento di natura esclamativa, rifuggendo, altresì, da ogni accenno di enfatico drammatismo.

Il poeta si rivela, così, l’ideale medium di una stupìta magnificazione della vita stessa, fondando sull’obiettiva e assoluta accettazione di quest’ultima – nella sua interezza e nella sua complessità – la possibilità di intendere e di comprendere il senso ultimo della bellezza e del suo acuto mistero.

Ecco, di séguito, un bel testo poetico tratto dalla raccolta:



Libertà è cadere, ma dura poco dirai

e forse è proprio vero – o magari veritiero –

che Pollicino sfalda e sbriciola focacce

solo per perder meglio le sue tracce


Libertà è cadere, e dura poco

se pensi all’eternità

ma è un’eternità

se mentre lo fai non pensi a niente



Giuseppe Carracchia, nato nel 1988, risiede attualmente in Sicilia. Ha pubblicato le raccolte poetiche Pensieri notturni (2005) e Anime vagabonde (2007).


venerdì 17 giugno 2011

La falsità del niente: su La virtù del chiodo di Giuseppe Carracchia


EdizioniL’Arca Felice, 2011, con un disegno fuori testo, Fleur, di Aki Kuroda

nota di lettura di AR

Giustamente osserva Mario Fresa nella prefazione a questa plaquette, che la scrittura di Carracchia “si configura come il procedimento di un gioco di apparente leggerezza, dagli aguzzi e lucidi contorni, ma che poi, d’improvviso, conduce all’affiorare di una inesplicabile, profonda inquietudine…” È del resto evidente che i versi nascono spesso per dare forma alle più profonde domande dell’uomo, inteso sia come individuo che come membro di un corpo sociale di cui il poeta usa la lingua sia pur piegandola, trasformandola, arricchendola con l’uso di uno stile (ovvero di metafore, di scelte sintattiche e lessicali che scaturiscono dal sua personale “reazione” alla cultura o alle culture con cui è entrato in contatto).
Il titolo è molto suggestivo: concreto e robusto eppure quando leggiamo le poesie vediamo che l’Autore si pone in continua tensione (come chi “disperato a verità anela”) con la definizione da dizionario della parola chiodo riportata in esergo alla plaquette (“sottile barra di metallo aguzza da un lato, solitamente usata per unire o sostenere due (o più) parti…”). Infatti la I sequenza contiene questa terzina (notare l’uso delle assonanze e delle rime, assai frequente in tutta la raccolta, come pure l’uso sofisticato della sintassi e del lessico):

(Che poi non puoi piantare un chiodo
in cielo per appenderci un pensiero
mi chiedo, sarà poi vero?)

e si chiude con questa assai interessante quartina:

La virtù del chiodo che regge frattura
e vuoto svela la falsità del niente:
compiutezza del ragno che ha mura
e casa in aria d’un prisma lucente.

Il chiodo pare essere l’unico elemento “consistente e positivo” a reggere frattura e vuoto, due sostantivi (il primo anche, con ambiguità sintattica, verbo) “negativi”, e la suggestiva immagine dell’aerea e luminosa ragnatela non pare sollevarci del tutto dall’impressione di vivere in una realtà effimera e fragile, e di essere effimeri e fragili noi stessi (basti considerare che nella III sequenza il Nostro scrive “… la verità che scioglie il dubbio / annodando in sorriso la vita al subbio”, dove ci pare di cogliere un uso piuttosto ironico ed amaro della parola verità).

L’inquietudine che alleggia in queste pagine, mi ricorda quella che pervade un intenso romanzo di Natsume Sōseki, Kokoro (ovvero, il cuore/l’anima delle cose). Carracchia non a caso ha inserito, oltre alla tavola fuori testo di Kuroda e all’Arbre stilizzato di Alberto Giacometti, alcune illustrazioni naturalistiche all’interno della plaquette tratte da dipinti di Hiroshige Utagawa. Il mondo, con i suoi colori, la sua materia, la sua vita, è reale per la percezione che ne abbiamo? Ha in sé un link che rimanda ad altro oltre il reale materico? È solo la scena per la tragedia (o commedia) umana?
Mi pare siano queste le domande fondamentali sottese, vissute con un atteggiamento in bilico fra paura dell’assurdo e desiderio di affidamento: dichiarare la falsità del niente è dopotutto desiderare che qualcosa (di buono) ci sia, che il bello del mondo (che include anche la bellezza della poesia), per quanto transitorio, sia il senhal di un bello ulteriore, per quanto assai elusivo. Ad esempio nella II sequenza troviamo che “Il piede che calza la terra è centro”, che “La proporzione delle parole spacca / dal ventre le pietra e s’apre a sé stessa”, che “a strapiombo il terebinto sboccia // forza che squarcia e fendendosi vanta / virtù che s’attacca al calcare in sintassi / e alla vita dona un nome: spaccasassi.”
C’è dunque una forza tellurica, una energia che sa diventare sublime come il melograno che “alla terra in perle di sangue / piove…” e trasformarsi in amore (reale e ma anche immateriale): “… rendo grazie / al tuo universo … / … in te ritrova grazia / il disperso …”.
I versi in corsivo che chiudono la plaquette ci dicono che:

La verità non solo è equazione
edile del costruttore ma volo
azzardo e tensione del calabrone
che (…) continua con le stagioni senza
sapersi ignorante ad insegnare
come di maggio s’impollina un fiore.

Sì, c’è una verità inesprimibile, oltre i costrutti logico-sintattici, che pure la possono evocare, ma anche una verità che va oltre, crediamo (e forse Carracchia non è qui totalmente d’accordo con noi), la natura delle cose.
È questa un’opera poetica, nella sua asciuttezza “giapponese”, davvero ben tornita, ricca di saporosa e prismatica inquietudine, dunque, de facto, vera poesia e riuscita espressione di uno stile originale e già molto ben caratterizzato.

Rimini, 17 giugno 2011

***
Per proporre testi, materiali, recensioni e per collaborare, scrivere al seguente indirizzo: Ida Borrasi – Edizioni L’Arca Felice, via Medaglie d’Oro n. 38, 84132 Salerno.
I materiali inviati alla Redazione, anche se non pubblicati, non saranno restituiti.
Per contattare l'Associazione: info@arcafelice.com
 

lunedì 4 maggio 2015

Su Il verbo infinito di Giuseppe Carracchia

Casa Editrice Prova d'Autore Catania, 2010

recensione di Caterina Camporesi


Giuseppe Carracchia è un giovanissimo e promettente poeta che vive in Sicilia. A diciassette anni pubblica la sua prima raccolta, Pensieri notturni, alla quale due anni dopo segue, Anime vagabonde.

La terza raccolta, Il verbo infinito, è seguita da La virtù del chiodo (Edizione l'Arca Felice).

L'esergo che anticipa il volume del quale qui ci si occupa – La semplicità non é il punto di partenza ma il fine – annuncia le tappe di un interessante percorso umano e di una specifica scrittura poetica.

Il volume è suddiviso in sette sezioni, tutte intitolate con verbi all'infinito: Fiorire, Esistere, Amare,

Riposare, Sbendare, Condividere, Vivere.

Nel Fiorire, “la primavera dell'inverno” che ha già negli occhi “il mandorleto in fiore” fa pregustare la conquista di una vitalità duratura, perché il meglio tende a restare, nonostante la morte, alito di vento che ci sposta semplicemente “più in là.

Nell'Esistere, è la figura retorica dell'ossimoro a suggellare in modo efficace e incantevole la potenza della libertà che può, al contempo, unire e disunire.

L'amore ha la prerogativa di conservare e moltiplicare la profondità e la bellezza, lasciando nell'ombra le componenti razionali o razionalizzanti della conoscenza: Se chiedi a me perché / amore, ti rispondo non so / e se so non capisco (...) perché il nostro amore / è più grande del sapere / e cresce. L'amore, poi dovendosi nutrire di verità, non può rinunciare al coraggio della libertà, che comporta sia vicinanza che lontananza: amare è credere che ci sia qualcosa / da cui fuggire e qualcosa a cui tornare.

Nel Riposare, all'affanno che cadenza le ore del giorno segue la dolcezza della notte, allorquando finalmente essa accoglie nel suo grembo corpo e mente lasciando fuori dall'uscio tensioni, fatiche e preoccupazioni.

Gli affetti famigliari circolano dolcemente e liberamente in queste pagine, investendo anche la figura paterna alla quel é dedicata la sezione Sbendare.

Qui il poeta reclama il diritto di crescere assecondando i propri tempi, e, se c'è una perfezione da raggiungere, essa si conquista con una quotidiana cura dell'imperfetto. La messa in campo dell'impegno nobilita l'esistenza dell'essere umano: ogni istante assume in sé il significato dell'eterno.

Nella sezione Condividere, oltre all'amore che dona significato a tutto, é esaltata l'amicizia come balsamo e salvezza nei confronti tanto delle insidie, quanto dei dolori dell'esistenza, un amico é il miglior sarto / rammenda la ferita della vita ed evita l'infarto.

La raccolta si caratterizza per l'utilizzo di neologismi, vocaboli intriganti, come “acconcata”, “spagliare”, “allunaggio” e anche per audaci accostamenti come “dattilografare garofani” in omaggio alla ragazza Carla e al “padre” Elio Pagliarani.

La parola “vento” compare di frequente, “riempirsi di vento”, “seminare il vento”, “sagome di vento”, “al vento prestavano i corpi” sono solo alcuni dei numerosi esempi.

Volendo indicare la cifra poetica di Giuseppe Carracchia, mi pare che essa possa essere rintracciata nell'intricato “mestiere di vivere”, essendo la vita stessa l'avventura più appassionante che, più fra tutte, richiede serietà, impegno, e costanza al fine di accogliere gioia, dolore, fatica, tristezza progettualità per entrare così interamente dentro il mondo, superando modalità solipsistiche.

lunedì 19 settembre 2011

Su La virtù del chiodo di Giuseppe Carracchia

EdizioniL’Arca Felice, 2011, con un disegno fuori testo, Fleur, di Aki Kurodaù

recensione di Narda Fattori

v. anche le recensioni Sebastiano Adernò e  Alessandro Ramberti




Mi piace introdurre una nota di lettura critica per questo delizioso libretto di poesia, impreziosito dalle immagini, con quanto l’autore manoscrive in quarta di copertina e che dà ragione del titolo: “la   virtù del chiodo è innanzitutto, per me, il poemetto dell’antinichilismo. Incanto e complementarietà di ragione e sentimento”. La virtù del chiodo si colloca semanticamente all’interno di un ossimoro: il chiodo ha una punta, fora e trapassa e , in quest’azione di violenza, unisce, avvicina, consente di portare alla visione il lontano accanto al presente o , ancora, permette la coabitazione di istanze opposte, senza che esse stridano e confliggano. “(Che non puoi piantare un chiodo/ in cielo per appenderci un pensiero / mi chiedo, sarà poi così vero?)”, afferma già in apertura il giovane ma tutt’altro che ingenuo poeta.
Infatti le poesie che incontriamo nel poemetto, azzardano un altro ossimoro: inseriscono all’interno di una costruzione metrica armonica, che non si priva di rime, di allitterazioni, di metafore altamente significative, una visione della realtà che persiste nell’incostanza dell’essere ma che dalla sua stessa incostanza trova ragione d’essere e verità, perlomeno dubbio. Carracchia vede nell’informe la forma, la lezione che la ragione trae dalla visione.
L’apparente leggerezza della scrittura cela e svela; si leggano questi versi: “La virtù del chiodo che regge frattura [ovvero ciò che si è spezzato, separato franto] / e vuoto svela la falsità del niente: / compiutezza del ragno che ha mura / e casa in aria d’un prisma lucente”. Ciò che è fra parentesi è mia considerazione a cui vorrei mettere in relazione gli ultimi due versi: la casa in aria, perfetta, prismatica e salda fra le mura del ragno. Dunque l’aleatorio di una casa in aria è invece stato di compiutezza per il ragno.
Ma di ogni singola poesia potremmo citare immaginifiche verità celate ad uno sguardo che non sia attento; che “vede”, si apre alla visione e scopre la perfezione nell’imperfetto e viceversa: “La proporzione delle parole spacca / dal ventre la pietra…”, “ germoglio in nodo al noce”;  si noti la padronanza delle rime interne, delle assonanze, la padronanza assoluta e non scolastica del metro.
Carracchia è un poeta giovane che davanti alla materia che tratta, direi un piccolo saggio di filosofia sulla perfezione dell’imperfezione, o una dimostrazione della logica dei frattali, utilizza uno strumento raffinato come la poesia con padronanza per cui leggiamo piccoli capolavori di intelligenza in forma d’arte.
Meritano una riflessione ulteriore alcune sue considerazioni poste ad apertura o a chiusura di un percorso poetico che si svestono degli abiti belli della poesia e rivelano ex abrupto l’intenzione del poeta.
Ma questa plaquette non contiene niente di sapienziale, di supponente, di saggistico, anzi si dona a chi ha cuore e ragione a monito della superficialità del nostro sguardo.
Per conservare il suo chiaro e non intriderlo nel materiale che affronta, il poeta si annulla; poesia non ombelicale dunque; l’io in quanto portatore di ingombri, manca : sono i sensi a percepire e la ragione a dire il percepito.
È veramente una piccola opera di grande caratura poetica ed esistenziale.

martedì 29 dicembre 2015

Solo se hai un peso puoi volare: sulla nuova grande raccolta poetica di Giuseppe Carracchia

Prova del nove, Ladolfi 2015

recensione di AR

Come Renato Serra e come suggerisce lo stesso Carracchia nel saggio-postfazione “Educare al silenzio. O Del cloroformio”, anch’io «… fantastico una critica che non sia soprattutto uno studio di opere, ma uno studio con opere» (p. 219).  Credo che una nota critica debba risultare da una immersione nel testo che si ha di fronte, che un critico debba “reagire” alle parole di un autore a partire dal proprio vissuto, dalla propria formazione culturale, in una parola, dalla propria antropologia, mettendola a confronto con quella suggerita, evocata, palese o implicita nell’opera. Il dialogo ha bisogno di creare una tensione “equilibrata” (l’autore parla di argillosità, cfr. p. 225) fra due poli/interlocutori, altrimenti si appiattisce o sul testo o su chi lo interpreta e risulta inficiato.
Io non sono un critico, ma quando scrivo qualche riga su altri cerco di attenermi a questo approccio, di ascoltare e di ascoltarmi, di pro-vocare un’opera mettendo appunto in gioco quanto evoca in me. Questo sa fare, con grande empatia e sensibilità, Vincenzo D’Alessio, ad esempio, poeta e critico dallo sguardo terso e acuto: con umiltà, lavorando ai margini e un po’ defilato (come l’Autore stesso di questa raccolta ammette di desiderare), offre sempre chiavi di lettura rivelatrici.
La prova del nove è un libro importante. Per Carracchia segna il raggiungimento di una maturità espressiva articolata e corposa che non teme di esporsi (agostinianamente, di “confessarsi”) anche se conosce le insidie di pubblicarsi: «Più l’apparato mediatico obbliga alla presenza, fornendo trucco e parrucco, più si fa forte l’attrattiva, o necessità della latitanza» (ivi).
Questa esposizione mantiene dunque sobrietà e nitore, onestà e pregnanza, responsabilità e rispetto: tratti che da sempre caratterizzano la poetica di Giuseppe. Già, come possiamo connotare, se non definire, il suo “messaggio”, la sua missione (visto che comunque un forte intento etico è presente)?
Qui è il lettore che viene messo alla prova. Propongo di seguito alcuni (invero sporadici fra i tantissimi) passaggi che mi hanno immediatamente emozionato, ogni tanto commentandoli di corsa, lasciando a ciascuno la libertà/responsabilità di emendare, tralasciare, condividere, eludere queste mie annotazioni senz’altro parziali e modeste, ma sincere. Il libro è composto di otto sezioni indicate in carattere grassetto maiuscolo. Le più ampie sono a volte suddivise in sottosezioni indicate fra parentesi in grassetto minuscolo.

C14 (ovvero carbonio 14) si apre significativamente con la poesia Imperfetta (Appunto dell’alpinista; The North Face) e porta la dedica A te, che temi il vuoto (del resto la poesia si libra sull’informe e lo informa): «Quanto è tremendo tutto questo, chiedi. // Dai labirinti si esce sempre, è storia: / sfondare muri, imparare / a volare, scavalcare, cercare / pazientemente porte / disseminate qua e là, nascoste. // (…) Senza la paura saremmo stupidi, /cercaci il coraggio dentro / di traverso se ne necessario aggrappati. / Se dici che le mani si aprono, menti: / le mani non dicono di aprirsi.» (p. 11)

MOTI E RIVOLUZIONI – dalla poesia eponima contenuta nella breve sottosezione (disappunto del giardiniere): «(…) il giorno solare / non equivale ad una rotazione siderale / che conclude ogni suo viaggio / e lo ripete ventitré ore / cinquantasei minuti e quattro secondi; // ovunque tu guardi, sempre / ti avanzeranno due tre minuti / quasi quattro, per allacciarti le scarpe / e vedere che al tuo fianco / o incastrato nel laccio / c’è un altro.» (p. 24)
Da L’adeguato, in (dittico dell’incendio): «(…) donaci, / un’illogica caduta a precipizio / che depisti in principio la tristezza / e nel frattempo inaspettatamente / ruotaci le carte geografiche, rovescia / il mappamondo ché la caduta / verso l’alto sia, imprevedibile svista.»  (p. 29). Chi è l’interlocutore sottinteso?
Da Il verbo infinito II (p. 32): «(…) tutto // ciò che può condurre / conduce noi ad un un’unica parola / e non è l’amore, sappilo, non / l’idea conchiusa, ma l’amare / la transitività del verbo  idea / pronunciata – parola schiusa. // E poi l’uscita dalla idea / e l’entrata nella vita.»
In fondo l’unico verbo infinitamente aperto, attivo, abbracciante come un angolo giro è appunto amare.

APPUNTI DALL’ORTO – dai versi in esergo (p. 39): «Entrando nel bosco, la luce / diventa più vera e non perché rara; / (…) / perché non sia solo istinto d’idea / o abbozzo di perdizione o salvezza / ma la vera lucente.»
La luce ci prova (in tutti i sensi). Nel III movimento de L’attitudine del bambù (p. 52) troviamo scritto: «(…) questa / miracolosa luce rinsalda / il reale all’ideale, circoscrive / l’orlo degli accadimenti: una / proporzione topografica / l’inquadratura  del tuo respiro.»
Per me è evidente che questa luce è bellezza e bontà, ma anche verità… non fa sconti, né si può sfuggirle.
Da Alberi (pp. 40 e 41): «(…) / siamo talmente presi d’assalto / che vediamo solo il piatto / delle cose, l’inodore, l’inesatto / il banale (…) / (…) sono le cose a dirci la loro semplicità / rinnovandoci) // (…) // (laddove capire equivale / a interpretare tracce, una pietra / fuori posto ad esempio / o una ghianda schiacciata) // – distinguendo la solitudine / dall’isolamento, il raccoglimento / dall’abbandono – (…)»
Anche in questi versi è in corso un dialogo con un progressivo avvicinamento a una verità da condividere.

PRESOCRATICA – da Chironomia (p. 64): «(…) / volevo vederti / nuda, ch’è diverso / da denudarti, persino / diverso da vederti).»
Amare è impegnativo, a volte neppure gratificante, anzi. Ma se non coniughiamo in qualche modo questo verbo, siamo già morti e provochiamo morte.

DALL’UNO ALL’ALTRO – da La furbizia del ginnasta (p.  75): «Questo ci preme dirvi: sappiamo / le paure (in questo siamo bravi); / che i nomi ci rendono vulnerabili, / ci espongono, / e ci sta bene.»
Da Quadratura del dubbio II (p. 81): «(…) Per il resto / vorrei solo che l’intelligenza / si facesse più acuta, tagliente: / imparare a dire con meno parole / ciò ch’è d’obbligo / e il resto averlo già dimenticato. / Con più esatte parole seminare / l’attenzione tra i giusti / e il panico tra gli altri.»
Una dichiarazione di poetica da sottoscrivere: ritengo che chi scrive poesie abbia una grande responsabilità, per certi versi anche politica.

GEOGRAFIE DELLA RICERCA – dai versi in esergo (p. 119): «(…) / lo sbaglio che in tutto / e per tutto  credevi // t’avesse distrutto. Ci insegna / per sbaglio la storia: amare /del tutto // ancor più che serbare / memoria.»
Da Una poesia vuota. O ‘Della regola’ (p. 135): «(…) / ma il silenzio non si addice / alle norme false, e se falsifica / decade fuori di sé, divenendo / un motivetto orecchiabile.»
Anche la poesia nasce dal silenzio vero, altrimenti è tutt’al più un’arietta assai cantabile.
Da Sul semplice. O ‘Dell’inverso’ (p. 148): «Così ogni corpo cela sé stesso, / ogni corpo rivela / l’inverso di ciò che non è.»
Il corpo ci espone, ci dice e dice agli altri quel che siamo. Tiene traccia di noi.

GENEALOGIA DELLE DISTRAZIONI – da Non poesia. O ‘Della concentrazione’ (p. 175): «(…) // Il medioevo è in me quest’idea: l’osservazione, / l’esattezza; non importa se in difetto. / Attenzione implica attesa; l’attesa pazienza. / Pazienza, capacità di osservazione. Questa, precisione.»
Da L’educazione dei principianti II (p. 183): «(…) / penso appena prima / d’accedere allo spazio / di totale pace: “istruirsi a fare / quelle due tre cose bene (che poi /equivale a fare il bene)”.»
Da Prova del nove II (p. 187): «E infine, questa poesia andrà in giro / sorridendo agli sconosciuti, / ed è come se noi, io e te / e tutti gli altri, camminassimo / presi per mano, (…)»
Da Geografia della ricerca III (p. 190): «Come l’ala che fende e resta / sospesa nell’aria, / molto possiamo imparare / dall’aeronautica, / un semplice pensiero salvifico: / leggerezza è conquista / di chi porta ancora / un suo peso specifico.»

SPEGNENDO IL LUME – da Due punti (p. 202): «“(…)// siamo qua, tu mi stringi / la mano e non so bene / neanche il tuo nome. Eccoci / qui, a interrogarci sotto / il grande ulivo. Voltiamoci / in silenzio, chiediamo a lui”»

Come si può bene vedere dalle titolazioni e dai minimi lacerti qui sopra riportati, La prova del nove è davvero un opus magnum ricco di riferimenti impliciti ed espliciti alla Bibbia, all’Estremo Oriente, a filosofi, critici, poeti, scienziati, mistici, scrittori, artisti … ma sempre a partire dalla vita di chi l’ha scritto, dalle sue emozioni a tutto campo, dai suoi “scontri” con la realtà affettiva e lavorativa, dalle sue ferite e dalle sue conquiste. Un libro da leggere e rileggere per assaporarne le infinite sfumature, i dettagli preziosi e nascosti. Un’opera quindi che richiede una certa fatica, da assimilare a poco a poco ma dona subito, anche a una prima cursoria lettura come questa, fuochi di gioia, ombre da accarezzare e far nostre, suggestioni esistenziali e questioni etiche che ci mantengono attenti, attivi, propositivi: «A un giro di boa dalle tue contraddizioni / il ritorno dell’irrisolto richiede / che s’osservi al fondo delle cose / guardando attentamente / (…) // Vedrai / allora, l’inimmaginabile amore. / E toccherà avere attraversato / la cecità, conoscere il freddo / spinato di certe stazioni, addormentarsi / in alto nel punto più alto dove la luce / devia, svirgola / originando un nuovo percorso / nello spazio, un nuovo astro» (p. 193).


giovedì 25 novembre 2010

Su Il verbo infinito di Giuseppe Carracchia

Prova d'Autore, Catania, 2010

La raccolta di Giuseppe Carracchia, classe 1988 con già due sillogi pregresse (Pensieri notturni e Anime vagabonde),  è suddivisa in sette (numero biblico della completezza) sezioni con verbi all'infinito: “Fiorire”, “Esistere”, “Amare”, “Riposare”, “Sbendare”, “Condividere” (la più lunga) e “Vivere”.
Lo stile è caratterizzato da un dettato terso, sapienziale, con squarci immaginifici e con riuscite tensioni logico-linguistiche: «… La primavera /dell'inverno è il più bel freddo / che questa terra può dare» (Febbraio, p. 11); «anche la terra può dare il suo mare, / un infinito di solchi da navigare» (Primavera, p. 12); «Così lo zefiro sposa le foglie giocando / a sorte sulle pozze, sfiora ogni cosa / e anche la morte è un invito a nozze» (ivi, p. 13); «come le scarpette di un fiore / io voglio essere unito / e sempre slacciato» (v. esergo della sezione “Esistere”, p. 17); «La bellezza si muove con l'uomo / è l'uomo che raramente le va dietro» (p. 18); «Giocare senza troppo toccarla col bozzolo d'una farfalla / capire delicatamente che il vero amarla è / quel lasciarla al suo tempo senza mai perderla dentro» (p. 19); «per imparare ci vuole una vita, per capire un attimo» (ivi); «Esistere è la mia preghiera, un'arte: / ascoltare un po' del tutto nella parte / e benedirlo d'azzurro» (p. 20, trovo particolarmente bella questa terzina che penso si possa assumere anche come una dichiarazione di poetica). Anche l'esergo della sezione “Amare” è particolarmente significativo: «Così Teseo lego il filo d'Arianna / con doppio nodo ad una spanna / dal cuore e strinse forte, per vincere / il male, per sconfiggere la morte» (p. 25). La sezione è compatta, da assaporare: «Ho trangugiato l'odore del bucato / appeso a fili sottili, l'attesa della tua / camicia blu: farsi cielo a stento, finché / non torni tu a colmare quel vuoto / d'aria: riempirsi di vento, fingendosi te» (p. 27). Ecco ci pare che il tono gnomico-visionario, giocato con misura, intellegenza e perizia retorica sia uno dei pregi di questa raccolta: «Anche gli occhi hanno fame: delizia / tutta da gustare questo latte spaziale» (Sub noctem, p. 31); «ci provo a germogliare con le mani» (p. 40); «Libertà è cadere, e dura poco / se pensi all'eternità / ma è un'eternità / se mentre lo fai non pensi a niente» (p. 41). La sezione “Condividere” è forse un po' prolissa, come qualche altro punto qui e là della raccolta dove c'è come un'ansia di spiegare che rischia di cadere nel prosastico o nella sentenza moraleggiante  (v. ad es. la poesia Vecchio mendicante) o nel “poetico” (v. Canto per il poeta) ma anche qui troviamo versi intensi e stimolanti: «Benedici la svista, ringrazia / l'imprevisto, ché oggi / nell'epoca dei manga orologi / è l'unica possibilità che ci resta» (Appunti per un viaggiatore, p. 50); «Ho cucito un tuo abbraccio mancato / al cuore scalzo,  stretto al mio fianco / per ogni distanza un salto di suture» (all'amico S., p. 52, eliminerei però il verso successivo «siderico balzo d'un organo pinzato»). Dell'ultima sezione si segnalano le due utlime poesie, perché anche queste una dichiarazione di poetica onesta e virbante, che inziano rispettivamente coi versi «Non desidero consumare il tempo / per paura che il tempo mi consumi» (p. 64) e «Amo, la perfezione del gesto di chi ha sbagliato» (p. 66). Dunque Il verbo infinito è senz'altro una bella prova: auguriamo all'Autore di trovare sempre più la sua voce, puntando dove necessario a una ulteriore essenzialità, voce che in queste pagine rivela già un suo timbro e una sua notevole pregnanza. Un libro che è un piacere riassaporare. (AR)

venerdì 15 luglio 2011

Su La Virtù del Chiodo di Giuseppe Carracchia


EdizioniL’Arca Felice, 2011, con un disegno fuori testo, Fleur, di Aki Kuroda

recensione di Sebastiano Adernò

Eraclito. E la sua lezione su come indagare le cose. Ammettere l'insperabile è il primo passo perché ciò si realizzi. Chi non crede nei miracoli non ne sarà mai oggetto. E Carracchia in fondo si chiede solo se sia possibile piantare un chiodo in cielo per appenderci un pensiero.
Il guizzo surrealista della sua proposta non vuole creare nessun riso sotto baffoni d'artista. Forgiamo un desidero, liberiamolo ogni giorno di più dal grossolano. Facciamone un chiodo. Un chiodo abbastanza contundente e nerboruto da sostenere la portata di ciò che stiamo chiedendo. Un chiodo virtuoso, pronto all'uso, in caso di miracolo. Un chiodo dritto, che ha stretto la sua focale su un solo punto, una sola indagine. Senza sospetto di poter essere distratto. Al di là di ogni lusinga. Nato e affilato ad un solo scopo. Figlio di qualcosa di vero, di un mestiere, un padre. Libero dall'empirismo con cui un ragno tesse le sue trame, tornando e ritornando al suo lavoro. Il chiodo sarà perno, preciso punto di pressione spaziale e orientamento. Un solo chiodo. Un solo colpo. I tentativi scivolano sulle pietre. Per piantare questo chiodo, al contrario, serve il gesto irripetibile di un campione. Un  uomo d'armi e mestiere. Cosciente dei suoi strumenti. Proprio come lo è questo giovane poeta.

La virtù del chiodo collana Coincidenze
Edizioni L'Arca Felice, Salerno, MMXI

giovedì 1 settembre 2011

Su Il verbo infinito di Giuseppe Carracchia


Casa Editrice Prova d’Autore Catania, 2010
recensione di Caterina Camporesi
 
Giuseppe Carracchia è un  giovanissimo e promettente poeta che vive in Sicilia. A diciassette anni pubblica la sua  prima raccolta, Pensieri notturni, alla quale due anni dopo segue,  Anime vagabonde.
La terza raccolta, Il verbo infinito,  è seguita da  La virtù del chiodo (Edizioni l'Arca Felice).
L’esergo che precede il volume del quale qui ci si  occupa –  La semplicità non è il punto di partenza, ma il fine –  annuncia  le tappe di un  interessante  percorso  umano e di una specifica scrittura  poetica.
Il volume è suddiviso in sette sezioni, tutte intitolate con verbi all’infinito: Fiorire, Esistere, Amare, Riposare, Sbendare, Condividere, Vivere.
Le sequenze marcano il cammino  dell’esistenza, che inizia con lo sbocciare della  stessa per arrivare a conquistare nel tempo mete sempre più complesse e necessarie al laborioso “mestiere di vivere”.
Nel Fiorire, la primavera dell’inverno, che ha già negli occhi il biancoforte dei mandorleti, fa pregustare   la conquista di una vitalità duratura, perché il meglio tende a restare, nonostante la morte, che è  un soffio di vento che ti porta solo più in là.
Nell’Esistere, è la figura retorica dell’ossimoro a  suggellare  in modo  efficace e incantevole la forza della libertà che al contempo unisce e disunisce.
L’amore ha la prerogativa di  conservare e moltiplicare la profondità e la bellezza, lasciando nell’ombra le componenti razionali o razionalizzanti della conoscenza: Se chiedi a me perché  / amore, ti rispondo non so / e se so non capisco.  (…)  perché il nostro amore / è più grande del sapere / e cresce.
L’amore, ancora poi, dovendosi nutrire di vero, non può rinunciare al coraggio della  libertà, quella di andare e tornare: amare è credere che ci sia qualcosa / da cui fuggire e qualcosa a cui tornare.
Nel Riposare, all’affanno che cadenzano  le ore del giorno, segue infine la dolcezza che contraddistingue la notte, quando finalmente essa accoglie corpo e mente, lasciando fuori dall’uscio tensioni e preoccupazioni.
Gli affetti famigliari circolano in ogni dove in queste pagine, in particolare quelli legati alla figura paterna alla quale è dedicata la sezione Sbendare.
Qui il poeta reclama il diritto di crescere assecondando i propri tempi, e, se una perfezione c’è da raggiungere, essa si conquista con una quotidiana cura dell’imperfetto.
La messa in campo dell’impegno nobilita l’esistenza dell’essere umano: ogni istante assume in sé il significato dell’eterno.
Nella sezione Condividere, oltre all'amore che dona significato al tutto, è esaltata l’amicizia come balsamo terapeutico e salvifico nei confronti tanto delle insidie quanto dei  dolori dell’esistenza: un amico è il miglior sarto / rammenda la ferita della vita ed evita l’infarto.
La raccolta si caratterizza per neologismi, vocaboli intriganti, come “acconcata”, “spagliare”,  “allunaggio” e anche per accostamenti audaci come  “dattilografare garofani”, in omaggio  alla Ragazza Carla e al padre Elio Pagliarani.
Il vocabolo vento compare frequentemente, “riempirsi di vento”,  “seminare il vento” , “sagome di vento”, “al vento prestavano i corpi”  sono solo alcuni dei numerosi esempi.    Volendo indicare la cifra poetica di Giuseppe Caracchia, mi pare che essa  possa essere rintracciata nell’intricato “mestiere di vivere”, essendo la vita stessa l'avventura più appassionante che, più di tutte, richiede serietà, impegno e costanza  al fine di accogliere gioia, dolore, fatica, tristezza, progettualità ed entrare  così interamente dentro il mondo superando modalità solipsistiche.

giovedì 31 marzo 2011

Convegno avellanita 13-15 maggio

Il valore del tempo nella scrittura
Fonte Avellana 13-15 maggio 2011


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Venerdì 13 maggio

16.00 Accoglienza nello Scriptorium, presentazione del convegno, saluto del Priore Alessandro Barban e intervento/reading di Alessandro Ramberti • Tempo nascosto • Nato a Santarcangelo di Romagna il 10-06-1960, con la raccolta In cerca (Fara, 2004) ha vinto il premio Alfonso Gatto 2005 opera prima, il premio “Città di Solofra” 2006, il premio Voce dal Ponte 2006 (Monopoli, BA), il premio speciale Città degli Acaja 2006 (Fossano, CN). La silloge Pietrisco (Fara, 2006) ha vinto il concorso POESI@ & RETE 2006 (Trapani-Palermo) e il Premio biennale di poesia Cluvium 2006. Ha pubblicato come Johan Thor Johansson La simmetria imperfetta (Fara 1996). Nel 2009 pubblica con L’Arca Felice di Salerno la plaquette Inoltramenti (con un pensiero visivo di Francesco Ramberti). Con lo stesso editore è in uscita Paese in pezzi? I monti e i fiumi reggono (4 poesie di Du Fu).

16.45 Giuseppe Carracchia • Reading da Il verbo infinito: “senza spingere quel bruco ritrovarsi ad intendere / che ogni cosa ha il suo tempo / e ogni tempo ha le sue cose” • Giuseppe Carracchia vive attualmente a Catania dove studia lettere moderne. Ha pubblicato tre sillogi di poesia: Pensieri notturni (ed. Edessae, 2005), Anime vagabonde (Roma, 2007), Il Verbo Infinito (ed. Prova d’Autore, 2010), e una piccola raccolta, Poesie col nastro rosso, nell’antologia “Burattinai di parole” (Ass. cult. Città Nuova, 2010). È in pubblicazione, per conto dell’editore Arca Felice, un poemetto dal titolo La virtù del chiodo.


17.00 Mariangela De Togni • Perché scrivo? Perché non posso trattenere in me la mia anima • “Potessi nascondere la mia anima / In un rifugio silenzioso che non seguiti / A vibrare se vibri il tuo profondo” (Rainer M. Rilke). Reading da: Cristalli di mare, Flauto di canna, Nel silenzio della memoria. Mariangela De Togni, nata Savona, è suora delle Orsoline di Maria Immacolata di Piacenza. Insegnante, musicista, studiosa di musica antica, membro dell’Accademia “G. Marconi” di Roma, ha pubblicato otto raccolte di versi: Non seppellite le mie lacrime (1989), Nostalgia (1991), Una Voce è il mio silenzio (1995), Chiostro dei nostri sospiri (1998), Profumo di cedri (1998); Un saio lungo di sospiri (2000), Flauto di canna (2004), Nel sussurro del vento (inserito in Quaderni di Letteratura e arte, 2005), Le visioni del Verso (2008), Cristalli di mare. In uscita: Fiori di magnolia. Numerosi i premi e le segnalazioni di merito. È presente in Agende, Antologie, riviste, in vari e accreditati studi critici. Nel web: Poeti-poesia, Flannery e in Purissimo azzurro (di Maria di Lorenzo), Farapoesia, Lettera in versi (a cura di Rosa Elisa Giangoia e Margherita Faustini).

17.15 Eros Olivotto • Tempo esteriore e tempo interiore • Il problema della dimenticanza, o meglio della “perdita” dell'attesa, come condizione dell'uomo contemporaneo, il suo senso di sradicamento, la sua distanza dagli altri e da sé stesso, tanto dal punto di vista esistenziale quanto da quello più propriamente creativo. Eros Olivotto nasce ad Ala di Trento nel 1950 e risiede a Sant’Ambrogio di Valpolicella, in provincia di Verona. Esordisce pubblicando poesie e racconti su periodici e riviste letterarie. Nel 1995 esce il suo primo romanzo Nonostante tutto (L’autore libri, Firenze). Poi, per Perosini Editore (Verona), pubblica un secondo romanzo Il tempo minore e due raccolte di poesie: Sipari (2003) e Ogni istante (2008).
 
17.30 Alessandro Rivali • Reading da La caduta di Bisanzio • Nato a Genova nell’aprile del 1977. Si è laureato con una tesi di storia militare presso la Facoltà di Lettere moderne dell’Università Statale di Milano. È redattore di «Studi cattolici» e di «Atelier». Lavora all’ufficio stampa delle Edizioni Ares. Sue poesie sono uscite su numerose riviste tra cui «Atelier», «clanDestino», «La Mosca di Milano», «Lo Specchio della Stampa», «Resine», «La clessidra». È inserito in varie antologie tra le quali: Poeti per Milano (viennepierre, Milano, 2002). Quattro poeti (Ares, Milano 2003), Lavori di scavo. Antologia dei poeti nati negli anni ’70 (Antologia web di Railibro 2004). Nel 2005 ha pubblicato con Mimesis la prima raccolta: La Riviera del sangue, finalista al premio San Pellegrino, rieditata con nuove poesie da Fara nel 2007. La caduta di Bisanzio è uscita per i tipi di Jaca Book nel 2010.

18.00 dibattito aperto e sistemazione nelle camere
18.30 (per chi vuole) messa e vespri
19.30 cena e tempo libero

Sessione serale con

21.00 Luca Artioli • Tra chronos e kairos. Il valore della parola nel tempo • Nato a Mantova nel 1976, città dove tuttora vive e lavora, Luca Artioli dal 2001 scrive su riviste on-line siti letterari (ad esempio «Lietocolle» e «Salotto Letterario»), curando rubriche dedicate a scrittori esordienti. Di recente apertura il blog Il Divano Muccato. È ideatore e socio fondatore della “Confraternita dell’Uva”, gruppo di scrittori mantovani/modenesi. Fa parte del “Movimento Letterario dal Sottosuolo”, gruppo per l’unione delle arti, con sede a Montichiari (BS). Ha pubblicato: Fragili Apparenze (poesie, TCC, Mantova 2005); THE SLEEPERS – Racconti tra sogno e veglia (AA.VV. – Ed. Azimut, 2008); Il rumore degli occhi (AA.VV., Edizioni Creativa, 2009); 365 racconti erotici per un anno (AA.VV., Ed. Delos Books, 2010). È presente con una scelta di poesie in Salvezza e impegno (Fara 2010) ed ha appena pubblicato la raccolta Suture (Fara 2011), con prefazione di Massimo Sannelli. Sito personale: www.lucaartioli.it

21.15 Massimo Sannelli • Tempi della Comedìa: la riscrittura del passato e la composizione del futuro • L’idea da sviluppare è feconda, e qui sarà proposta nel modo più dialogico possibile. Per quale tempo lavora la Comedìa? È un’opera escatologica, visto che Dante e il suo mondo sono convinti della realtà e della vicinanza del Giudizio finale? C’è un rapporto tra questa nuova poesia e il nuovo tempo? Oppure siamo nel campo della pura finzione, come denunciava, violentemente, Cecco d’Ascoli? È possibile e giusta una lettura laica della Comedìa? Oppure Dante è realmente, come scriveva Foscolo, un «legislatore di religione»? Una parte della risposta è nell’epistola a Cangrande, e nella tradizione studiata da Henri De Lubac. Più sensi dell’opera, come nella Scrittura. In realtà è tempo di capire che cosa sia veramente il poema di Dante, a quale ambizione – anche storica e sovrapersonale – rimandi. Massimo Sannelli è nato il 27 novembre 1973. Vive e lavora a Genova. La sua attività ha molti aspetti, che si intrecciano: scrittura, critica, traduzione, editing per la casa editrice internazionale La Finestra (Trento), recitazione, regìa e musica. Allievo di Edoardo Sanguineti, ha conseguito un dottorato di ricerca in Filologia latina medievale sotto la guida di Claudio Leonardi. In campo medievistico ha curato opere di Boezio di Dacia, Anonimo di Erfurt, Pietro Abelardo, Alano di Lilla, Cecco d'Ascoli, Ugo di San Vittore, Monge de Montaudon. Per Fara ha curato un'edizione della Comedìa di Dante (2010), premiata al Festival della Microeditoria di Chiari.


21.50-22.00 dibattito e riposo

Sabato 14 maggio
ore 8.15 colazione
 
9.00 Andrea Garbin • Il tempo marginale • Nato a Castel Goffredo (MN), ha pubblicato le raccolte di poesie Il senso della musa e Lattice; un estratto di Croce del Sud inserito in Salvezza e impegno; alcuni racconti su antologie. Ha curato le edizione del romanzo La fonte del fabbro (Lampi di Stampa) di Fabrizio Arrighi, e di Anche ora che la luna (Multimedia Ed.) di Beppe Costa. È pubblicato su Calpestare l’oblio: cento poeti italiani contro la minaccia incostituzionale. Direttore artistico del Caffè Galeter di Montichiari (BS), collabora con “Casa della poesia” di Baronissi. A Roma incontra Fernando Arrabal, per cui traduce alcuni testi in dialetto mantovano. Il 19 giugno del 2010 ha dato alla luce il Manifesto Letterario dal Sottosuolo sottoscritto da una dozzina di autori. Oltre a scrivere si occupa di teatro.

9.15 Rosa Elisa Giangoia • Scrivere nel tempo della storia. Scrivere oltre il tempo • Insegnante, scrittrice e saggista. Collabora a riviste letterarie e di didattica anche on line. Ha pubblicato manuali scolastici, tre romanzi – In compagnia del pensiero, 1994; Fiori di seta, 1989; Il miraggio di Paganini, 2005 – un prosimetron (Agiografie floreali, 2004), un saggio di gastronomia letteraria (A convito con Dante, 2006), un’edizione delle Bucoliche di Virgilio con annotazioni in latino (Accademia Vivarium Novum 2008) e la raccolta poetica Sequenza di dolore (Fara 2010, prefazione di Antonio Spadaro). Ha realizzato con Laura Guglielmi la collana (10 voll.) Liguria terra di Poesia (1996-2001) e con Margherita Faustini i volumi Sguardi su Genova (2005) e Notte di Natale (2005). Fa parte della redazione di «Satura» e collabora a numerose riviste letterarie e di didattica, anche on-line. Ha ideato e cura (dal 2001) la newsletter «Lettera in Versi», nell’ambito di “Bomba Carta. Esercizio e riflessione sull’esperienza creativa” (www.bombcarta.com). Fa parte di diverse giurie di Premi letterari. Sue poesie sono presenti in numerose antologie. Ha vinto vari premi letterari. È impegnata nella diffusione del Latino con il “metodo-natura” del linguista danese H.H. Ørberg. È presente con saggi in Poeti profeti? (Fara 2009), La poesia, il sacro, il sublime (Fara 2010) e Salvezza e impegno (Fara, 2010). Ha recentemente pubblicato Appunti di poesia: vademecum per chi la ama (Fara 2011).

9.30 padre Antonio Spadaro SI • Gli "Esercizi Spirituali" di Ignazio di Loyola: un manuale di scritture creative in quattro tempi • Nato il 6 luglio del 1966, si è laureato in Filosofia presso l’Università della sua città, Messina, con la tesi Fondamenti teoretici e valenze esistentive degli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola. Qualche mese dopo è entrato nella Compagnia di Gesù di Genova. Alla fine del noviziato, frequenta a Padova l’Istituto “Aloisianum”, concludendo il curricolo con L’itinerario del desiderio negli Esercizi Spirituali di Ignazio di Loyola. Dal 1991 insegna Lettere all’ “Istituto Massimo” di Roma, attivando un lavoro interdisciplinare che ha prodotto il volume Tracce profonde. Il viaggio tra il reale e l’immaginario. Dal 1993 insegna all’ “Istituto Pontano” di Napoli. Frutto di questo lavoro è stata la pubblicazione di Radio on. Tra le colonne sonore degli anni ’90. Studia Teologia presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e nel 1996 consegue il Baccalaureato con Il cammino come figura di spiritualità biblica. Il 21 dicembre 1996 è ordinato prete nella Cattedrale di Catania.
1998 – Licenza in Teologia Fondamentale: “Non tantum lecturi sed facturi”. Riflessione teologica sulla lettura dei testi letterari. Diventa presidente dell’associazione culturale BombaCarta.
1999 – Diploma in Comunicazioni Sociali (Pontificia Università Urbaniana, Roma): Lo sguardo presente. Una lettura teologica di “Breve film sull’amore” di K. Kieslowski.
2000 – Dottorato in Teologia, Pontificia Università Gregoriana, Roma: L’uomo in attesa di salvezza. Un approccio teologico-fondamentale all’opera letteraria di Pier Vittorio Tondelli (1955-1991).
2001 –Professore presso il Centro Interdisciplinare di Comunicazione Sociale (CICS) della Gregoriana per il corso di “Introduzione all’esperienza della letteratura”.
2002-03 – Completa la formazione nella Compagnia di Gesù negli Stati Uniti presso il Milford Spiritual Center (OH). Il 24 maggio 2007 pronuncia i Voti Solenni nella Compagnia di Gesù presso la Chiesa del Gesù di Roma. Attualmente vive a Roma ed è Rettore della redazione della rivista La Civiltà Cattolica, per la quale si occupa soprattutto di questioni letterarie.
Ultime pubblicazioni: «Da che cosa ci “salva” la letteratura?», in Salvezza e impegno (Fara 2010, 135-142); Svolta di respiro. Spiritualità della vita contemporanea (Vita & Pensiero 2010); Nell’ombra accesa. Breviario poetico di Natale (Ancora, 2010); Il volto incompiuto. Saggi e lettere sul mestiere di scrivere (a cura di Antonio Spadaro, traduzione di Elena Buia e Andrew Rutt, Rizzoli 2011).

10.20 dibattito aperto e coffee break

11.00 Dom Alessandro Barban • Tempo pasquale e ritorno •
Dopo gli studi classici ha conseguito la laurea in Lettere all'Università degli Studi di Bologna. Entrato a Camaldoli, è monaco camaldolese dal 1984. Ha studiato teologia al Pontificio Ateneo S. Anselmo e alla Pontificia Università Gregoriana (Roma). Dal 2001 al 2008 è stato professore di teologia sistematica al Pontificio Ateneo S. Anselmo. Ha pubblicato libri e saggi su riviste specialistiche. È presente con il saggio “È possibile parlare ancora della salvezza. Fede è uno, il dubbio è due, la paura è tre” in Salvezza e impegno (Fara 2010). Svolge un'intensa attività di conferenziere affrontando temi di teologia, filosofia e di attualità politica. È Priore del Monastero camaldolese di Fonte Avellana.
11.55 dibattito aperto e tempo libero
12.30 pranzo e tempo libero
16.00 Germana Duca Ruggeri • Tempo e scrittura: ogni momento è due momenti • Germana Duca Ruggeri è nata ad Ancona nel 1950 e vive a Urbino. Ha pubblicato le raccolte distanzainstanza (Arti grafiche della Torre, 1999), Ex ore in neo-dialetto urbinate (Marsilio, 2002), Gli angoli della terra (Joker, 2009) e l’opera narrativa Tessere (Manni, 2004). Promotrice culturale, è nella giuria di premi letterari, collabora con riviste letterarie e giornali locali. Con il saggio “Parola differenziata e salvezza” e una silloge di Poesie inedite è presente in Salvezza e impegno, Fara 2010).


16.15 Roberto Cogo • Supplementi di viaggio: poesia tra tempo e luogo • Nato a Schio (Vicenza) nel 1963, si è laureato in lingue e letterature anglo-americane all’Università Cà Foscari di Venezia. Ha pubblicato i libri: Möbius e altre poesie (Editoria Universitaria, Venezia, 1994); In estremo stupore (Edizioni del Leone, Venezia, 2002); Nel movimento (Edizioni del Leone, Venezia, 2004); Di acque / di terre (Edizioni Joker, Novi Ligure, 2006); Io cane (L’arcolaio, Forlì, 2009). Ha pubblicato le raccolte: Confondi il vento (ne «La Clessidra», Edizioni Joker, Novi Ligure, n. 1, 2007); Mai identico riproporsi (in «Italian Poetry Review», Società Editrice Fiorentina, Firenze, vol. II, 2007); Ancora nel luogo neutro e Il cielo dentro la montagna (nell’antologia Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est, Fara 2008); La luce è del sole (ne La poesia, il sacro, il sublime, Fara Editore, 2009; Verso il leggero (in Salvezza e impegno, Fara 2010). La sua più recente raccolta poetica Supplementi di viaggio è disponibile come e-book in
rebstein.files.wordpress.com/2011/02/roberto-cogo-supplementi-di-viaggio.pdf Ha tradotto dall’inglese vari poeti tra cui: John. F. Deane, Charles Olson, Les Murray e Gary Snyder. Nell’estate del 2009 è stato poet in residence sull’isola irlandese di Achill nella contea di Mayo, ospite della Achill Heinrich Böll Association.

16.30 Salvatore Ritrovato • Il tempo del ritorno: reading poetico • Salvatore Ritrovato (San Giovanni Rotondo, 1967) si è formato nelle università di Urbino, Lovanio e Bologna, e insegna Letteratura italiana presso l’Università di Urbino. Si occupa di letteratura del Cinque e Seicento e del Novecento (Caproni, Calvino, Saba, Rosselli, Erba, Carlo Levi, Volponi), con particolare attenzione alla ricerca poetica contemporanea. Collabora e scrive per varie riviste. Ha pubblicato tre raccolte di versi: Quanta vita (1997), Via della pesa (2003), Come chi non torna (2008). Ha curato l’antologia Dentro il paesaggio. Poeti e natura (Archinto, Milano, 2006). Nel 2010 pubblica la raccolta di saggi e interventi La differenza della poesia (puntoacapo Editrice), è inserito ne La poesia, il sacro, il sublime (a cura di Adele Desideri, Fara) con il saggio “Il sacro in poesia”, e in Salvezza e impegno (a cura di Alessandro Ramberti, Fara) con “Il varco orfico”.
 
16.45 Elvis Spadoni • Nel tempo di un disegno • Elvis Spadoni è nato a urbino il 23-11-1979.Ha studiato in seminario laureandosi in teologia e facendo la licentia docendi in Storia della teologia presso la facoltà teologica dell’Emilia Romagna. Ordinato diacono nel 2004 per la diocesi di Rimini, ha ottenuto la dispensa dal celibato e la riduzione allo stato laicale. È iscritto all’Accademia di Belle Arti di Urbino dal 2007 indirizzo pittura, cattedra Luigi Carboni. Il suo saggio “A cosa paragonerò il Regno dei cieli?” è inserito in Salvezza e impegno (a cura di Alessandro Ramberti, Fara 2010).




17.00 Giovanni Borriero • La luce entra piano le cose: Quartine di San Francesco • I testi, scritti quasi interamente nella Chiesa di San Francesco a Padova dal marzo del 2009 all'aprile del 2010, sono una meditazione sull'ascolto del tempo. Giovanni Borriero insegna Lingua e letteratura galega all’Università di Padova.
17.15 Claudio Fraticelli • La scrittura dei diritti fondamentali e l'ingiuria del tempo: nuove tavole della legge... Per quale popolo? • Riprendendo alcuni concetti tratteggiati nell’incontro dello scorso anno, con riguardo alle aporie nei rapporti tra lo jus e la lex, si richiama l’attenzione sui diritti fondamentali, la cui formulazione è stata affidata a testi costituzionali, dichiarazioni di organismi sovranazionali o a trattati. Un excursus, a partire dai rapporti tra oralità e scrittura, per riflettere sulla valenza e le prospettive di queste scritture. Claudio Fraticelli – 54 anni – è avvocato cassazionista del Foro di Macerata. Alla professione forense coniuga la passione per lo studio della Sacra Scrittura nella lingua ebraica e per le nuove tecnologie informatiche. Con il saggio “La giustizia dello Stato: salvezza o inferenza da cui salvarsi?” è presente in in Salvezza e impegno (a cura di Alessandro Ramberti, Fara 2010).





17.30 Alex Celli • Per aspera ad astra: Dio, il mysterium tremendum che lotta assieme a noi contro il drago del caos e i tiranni nella teodicea di Klaus Berger • Alex Celli è nato a Rimini il 06-03-1979. Dopo un’infanzia dalla salute compromessa e un percorso scolastico che l’ha portato a conseguire il diploma magistrale, ha abbandonato l’università per lavorare in uno studio commerciale. Provata l’esperienza della grazia, si è iscritto all’Istituto superiore di scienze religiose “Alberto Marvelli” a Rimini laureandosi nel 2011 con una tesi sulla teodicea cristologica di Klaus Berger. Con Fara ha pubblicato nel 2002 Chicken Breast, nel 2005 gli esilaranti racconti inseriti in Antologia Pubblica, nel 2006 La Compagnia S.E., nel 2009 Il ritorno di Chicken Breast ultimo “capitolo” della trilogia di Chicken Breast.


17.45 dibattito aperto e tempo libero 
19.30 cena e tempo libero

Sessione serale con

21.00 Caterina Camporesi • Il tempo come pagina dove l'istante incrocia l’eterno • Nata a Sogliano al R. (FC) nel 1944, vive a Rimini. È psicoterapeuta. Già condirettrice de «La Rocca poesia» e redattrice de Le Voci della Luna, collabora con riviste cartacee e on-line come Fili d’aquilone con saggi sui rapporti tra psicoanalisi e creatività e recensioni. Ha curato e tradotto dallo spagnolo L'Attesa di Pablo Gozalves (Sinopia, 2007). Ha pubblicato: Poesie di una psicologa, Sulla porta del tempo, Agli strali del silenzio, Duende (Marsilio, Collana elleffe, Venezia, 2003), Solchi e Nodi (Fara 2008). È presente nelle antologie La coda della Galassia, La linea del Sillaro (Campanotto 2006), Poesia e Natura (c. di A. Brandolini, M. Canfield e I. Malcotti, Le Lettere, Firenze 2007), Vicino alle nubi sulla montagna crollata (c. di L. Ariano e E. Cerquiglini, Campanotto 2008), con “Profezia, sogno e poesia” in Poeti profeti? (cura di B.F.M. Gianni, Fara 2009), con “Utopia, creatività, trasfomrazione” in Salvezza e impegno. Recentissima la raccolta poetica Dove il vero si coagula (Raffaelli 2011).

21.20 Ottavio Rossani • Scrivere è fermare il tempo: interazioni e interferenze nell'invenzione creativa • Ottavio Rossani (Sellia Marina, 1944) è giornalista, scrittore, poeta, pittore. Si occupa anche di teatro. Come giornalista (inviato del «Corriere della Sera» per 30 anni) ha scritto di politica, economia, cultura, cronaca. Ha intervistato molti personaggi in Italia e all’estero. Ha viaggiato nei diversi continenti, in particolare in lungo e in largo per l’America Latina. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Le deformazioni (1976), Falsi confini (1989), Teatrino delle scomparse (1992), Hogueras (1998), L’ignota battaglia (romanzo in versi, 2005). I saggi: L’industria dei sequestri (1978), Leonardo Sciascia (1990), Le parole dei pentiti (2000), Stato società e briganti nel Risorgimento italiano (2002). Il romanzo: Servitore vostro humilissimo et devotissimo (1995). Per il teatro ha curato alcune regie e ha scritto diversi testi. Ha esposto ed espone i suoi quadri in molte mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Sue opere figurano in molte collezioni private. Dal dicembre 2007 tiene un blog dedicato alla Poesia sul Corriere della Sera on-line (poesia. corriere.it). Scrive articoli e recensioni di narrativa, poesia, saggi, sulle pagine culturali del Corriere della Sera e su altri quotidiani, riviste e siti internet. È presente con “Il diapason della poesia tra passioni e mitofanie” ne La poesia, il sacro, il sublime (a cura di Adele Desideri, Fara 2010) e con il saggio “Sul valore terapeutico della parola poetica” in Salvezza e impegno (Fara 2010).

21.50 Dibattito aperto
22.00 Riposo

Domenica 15 maggio
(per chi vuole) ore 7.30 Lodi – ore 8.15 colazione

ore 9.00 Anna Maria Tamburini • Tempo assegnato: cosa come perché scrivere nel tempo che mi è dato • Anna Maria Tamburini si è laureata in Letteratura Italiana con la tesi Nóstoi. La poesia di Agostino Reali (Il Ponte Vecchio, Cesena, 2000). Tra gli ultimi saggi: Amore e conoscenza. Margherita Guidacci e Agostino Venanzio Reali, sulla scia di Emily Dickinson, in «Campi immaginabili» (38/39) 2008; “Nel cuore della luce”, in «Città di Vita» luglio- agosto 4/2010; La pietra crudele. Presenze bibliche nell’opera prima di Margherita Guidacci e Cristina Campo, in «Studium» sett.-ott. 5/2010. Ha curato con Natalino Valentini: A.A.V.V., Dipingere la parola. La teologia della bellezza nell’opera di Agostino Venanzio Reali, Messaggero 2006. Con FaraEditore ha pubblicato la sua prima raccolta di poesia: Colibrì (2010).

9.15 Guido Passini • Scrivo nel tempo e sorrido: è solo trascorso ed io con esso • Guido Passini è nato a Bologna nel 1978. Ammalato di fibrosi cistica scopre qualche anno fa una grande passione per la poesia e cura per Fara nel 2008 Senza Fiato e nel 2010 Senza fiato 2. In ricordo di te. È membro dell’Associazione Culturale Poliedrica di Forlì dal 2008. Le poesie La Vita tra le mani e Feriscimi compaiono nell’antologia Sentieri edita da Lulù.com per il blog ParolArte nel gennaio 2009, nello stesso anno pubblica con Fara la sua prima raccolta autonoma, Io, Lei e la Romagna. La poesia Ti mostrerò compare nell’Antologia I poeti romagnoli d’oggi e Federico Fellini (Il Ponte Vecchio, 2009). La poesia Italia son cresciuto ne Il segreto delle fragole 2010 (LietoColle). Con Due preghiere è inserito ne La poesia, il sacro, il sublime, con “Poesia: un impegno che salva” in Salvezza e impegno (entrambi Fara 2010).

9.30 Dante Zamperini • Reading poetico • Nato a Negrar (Verona) il 26 agosto 1972, nell’autunno del 2006 pubblica la sua prima raccolta poetica La domenica mattina per le edizioni Gabrielli. Per Dante la poesia attiene al sacro. Solo all’interno di questa dimensione è possibile raggiungere quella profondità che si pone come oggetto e giustificazione della poesia, che nasce quindi come risposta al senso di gratitudine di fronte al dono della vita e alla sua bellezza. Una volta capito questo, scrivere d’altro diventa difficile e diviene spontaneo non smettere d’interrogarsi sul senso e sul valore della propria ricerca. Con la silloge Ora Terza è presente in Salvezza e impegno (Fara 2010).


9:45 Marco Bottoni • Ore di preghiera: nel tempo oltre il caso • Nato a Castelmassa (RO) il 30-9-1958, esercita dal 1986 l’attività di Medico di Medicina Generale a Castelmassa (RO). Scrive per passione dal 1999, soprattutto racconti e poesie. Ha pubblicato: L’Altro e altre storie (2004 Montedit, MI); Sullo stesso treno (2006 Fara Editore); “Vita” (2007, sei racconti nella raccolta Storie di Vita, Fara Editore); Prosecco e Prolegomeni – memorie di un Filosofo da bar (2007 Montedit Milano); Luna – Quattro storie di scacchi e di mistero (2009 Tindari Edizioni Messina); Mi siete mancati (2009 Fara Editore). Per il Teatro ha scritto Biglietto, prego! (2008), Dio lo faccio io! (2010) e Con il titolo in coda (Fara 2011). Ha corso come tedoforo per il Viaggio della Fiamma Olimpica di Torino 2006. “Ore” ha vinto il Concorso Pubblica con noi ed è inserito in Creare mondi (Fara 2011).
Dibattito aperto e tempo libero – ore 11.00 (per chi vuole) S. Messa – ore 12.30 pranzo



15.00 Simone Zanin • Ellissi. Elogio della sospensione del tempo e dello spazio • Nato nel 1977, ha pubblicato: La porta dei miei sogni (1995, ed. del Leone, Venezia) e Studi (2007, ed. del Leone, Venezia); il libro d'artista Preludio (2008, Pordenone-Milano) in collaborazione con l'artista Marco Baj, ed il libro d’artista Ellissi Mediterranea (2010, Officine Ultranovecento, Pordenone-Faenza) con l’artista faentino Martino Neri, entrambi in edizione numerata a mano. È fondatore del gruppo/progetto Ultranovecento, che cura realizzazioni di opere congiunte di poeti e artisti visivi. Nel 2010 è stato inserito nel libro d’arte Capriccio del cerchio a cura di Evelina Schatz, in occasione dell’omonima esposizione dell’artista russa tenutasi a Milano, e in Salvezza e impegno con il saggio “La poesia e gli strani meccanismi del mondo troppo umano”. Collabora con la rivista ALI diretta da Gian Ruggero Manzoni e con la galleria Vastagamma di Pordenone per l’organizzazione di eventi letterari ed artistici.


15.20 Annalisa Teodorani • E’ temp: reading poetico • Giovane esponente della scuola poetica santarcangiolese (Tonino Guerra, Gianni Fucci, Raffaello Baldini, Nino Pedretti, per fare solo alcuni nomi) ha esordito giovanissima nel 1999, con Par senza gnént, Per nulla (introduz. di Gianni Fucci, nota di retrocopertina di Narda Fattori, Ed. Luisè, Rimini), seguito dalla raccolta La chèrta da zugh, La carta da gioco (prefaz. di Andrea Brigliadori, postfaz. di Narda Fattori, Il Ponte Vecchio, Cesena, 2004) e da Sòta la guàza, Sotto la rugiada (presentazione di Manuel Cohen, Il Ponte Vecchio, Cesena, 2010).

15.40 Sebastiano Adernò • Per gli anni a venire: scrittura e assenza del presente per mancanza di consapevolezza e discernimento • Nato nel maggio 1978, Laureato in Lettere Moderne a Milano, il suo percorso si snoda tra poesia, concorsi letterari, reading e pubblicazioni. Sue poesie sono apparse edite da LietoColle: Il Segreto delle Fragole e Verba Agrestia. È presente sui numeri 9/07 e 11/07 della rivista «Arte-Incontro» edita da Bocca, e nell’antologia Scrittura amorosa edita da Fara. È pubblicato negli ebook Un fiore di parola e Poesia e monnezza (creati dal multiblog viadellebelledonne.wordpress.com). È stato finalista del III Premio di poesia “Gerardino Romano” (BN). Si è classificato terzo al Concorso Solaris organizzato da Edizioni Montag di Macerata. È stato premiato con una videopoesia al Premio di Poesia In/Civile organizzato dal Comune di San Giuliano Terme di Pisa. Sue poesie sono apparse nelle prime cinque antologie legate all’iniziativa Istant-Anthology organizzata da Giulio Perrone Editore di Roma. Vincendo il concorso Pubblica con noi 2008 ha pubblicato una silloge di trenta poesie dal titolo carminasincronici nell’antologia Storie e versi.


16.40 gran dibattito finale saluti e partenze intorno alle 18.00

(chi vuole può prenotare e restare anche per cena e pernottare)

Il convegno è aperto a tutti gli interessati. Le prenotazioni in foresteria vanno effettuate telefonicamente al numero 0721-730261 (chiedere del Priore) si prega di telefonare alle 13,00 o dalle 20,00 alle 21.00, foresteria@fonteavellana.it