Solo se hai un peso puoi volare: sulla nuova grande raccolta poetica di Giuseppe Carracchia

Prova del nove, Ladolfi 2015

recensione di AR

Come Renato Serra e come suggerisce lo stesso Carracchia nel saggio-postfazione “Educare al silenzio. O Del cloroformio”, anch’io «… fantastico una critica che non sia soprattutto uno studio di opere, ma uno studio con opere» (p. 219).  Credo che una nota critica debba risultare da una immersione nel testo che si ha di fronte, che un critico debba “reagire” alle parole di un autore a partire dal proprio vissuto, dalla propria formazione culturale, in una parola, dalla propria antropologia, mettendola a confronto con quella suggerita, evocata, palese o implicita nell’opera. Il dialogo ha bisogno di creare una tensione “equilibrata” (l’autore parla di argillosità, cfr. p. 225) fra due poli/interlocutori, altrimenti si appiattisce o sul testo o su chi lo interpreta e risulta inficiato.
Io non sono un critico, ma quando scrivo qualche riga su altri cerco di attenermi a questo approccio, di ascoltare e di ascoltarmi, di pro-vocare un’opera mettendo appunto in gioco quanto evoca in me. Questo sa fare, con grande empatia e sensibilità, Vincenzo D’Alessio, ad esempio, poeta e critico dallo sguardo terso e acuto: con umiltà, lavorando ai margini e un po’ defilato (come l’Autore stesso di questa raccolta ammette di desiderare), offre sempre chiavi di lettura rivelatrici.
La prova del nove è un libro importante. Per Carracchia segna il raggiungimento di una maturità espressiva articolata e corposa che non teme di esporsi (agostinianamente, di “confessarsi”) anche se conosce le insidie di pubblicarsi: «Più l’apparato mediatico obbliga alla presenza, fornendo trucco e parrucco, più si fa forte l’attrattiva, o necessità della latitanza» (ivi).
Questa esposizione mantiene dunque sobrietà e nitore, onestà e pregnanza, responsabilità e rispetto: tratti che da sempre caratterizzano la poetica di Giuseppe. Già, come possiamo connotare, se non definire, il suo “messaggio”, la sua missione (visto che comunque un forte intento etico è presente)?
Qui è il lettore che viene messo alla prova. Propongo di seguito alcuni (invero sporadici fra i tantissimi) passaggi che mi hanno immediatamente emozionato, ogni tanto commentandoli di corsa, lasciando a ciascuno la libertà/responsabilità di emendare, tralasciare, condividere, eludere queste mie annotazioni senz’altro parziali e modeste, ma sincere. Il libro è composto di otto sezioni indicate in carattere grassetto maiuscolo. Le più ampie sono a volte suddivise in sottosezioni indicate fra parentesi in grassetto minuscolo.

C14 (ovvero carbonio 14) si apre significativamente con la poesia Imperfetta (Appunto dell’alpinista; The North Face) e porta la dedica A te, che temi il vuoto (del resto la poesia si libra sull’informe e lo informa): «Quanto è tremendo tutto questo, chiedi. // Dai labirinti si esce sempre, è storia: / sfondare muri, imparare / a volare, scavalcare, cercare / pazientemente porte / disseminate qua e là, nascoste. // (…) Senza la paura saremmo stupidi, /cercaci il coraggio dentro / di traverso se ne necessario aggrappati. / Se dici che le mani si aprono, menti: / le mani non dicono di aprirsi.» (p. 11)

MOTI E RIVOLUZIONI – dalla poesia eponima contenuta nella breve sottosezione (disappunto del giardiniere): «(…) il giorno solare / non equivale ad una rotazione siderale / che conclude ogni suo viaggio / e lo ripete ventitré ore / cinquantasei minuti e quattro secondi; // ovunque tu guardi, sempre / ti avanzeranno due tre minuti / quasi quattro, per allacciarti le scarpe / e vedere che al tuo fianco / o incastrato nel laccio / c’è un altro.» (p. 24)
Da L’adeguato, in (dittico dell’incendio): «(…) donaci, / un’illogica caduta a precipizio / che depisti in principio la tristezza / e nel frattempo inaspettatamente / ruotaci le carte geografiche, rovescia / il mappamondo ché la caduta / verso l’alto sia, imprevedibile svista.»  (p. 29). Chi è l’interlocutore sottinteso?
Da Il verbo infinito II (p. 32): «(…) tutto // ciò che può condurre / conduce noi ad un un’unica parola / e non è l’amore, sappilo, non / l’idea conchiusa, ma l’amare / la transitività del verbo  idea / pronunciata – parola schiusa. // E poi l’uscita dalla idea / e l’entrata nella vita.»
In fondo l’unico verbo infinitamente aperto, attivo, abbracciante come un angolo giro è appunto amare.

APPUNTI DALL’ORTO – dai versi in esergo (p. 39): «Entrando nel bosco, la luce / diventa più vera e non perché rara; / (…) / perché non sia solo istinto d’idea / o abbozzo di perdizione o salvezza / ma la vera lucente.»
La luce ci prova (in tutti i sensi). Nel III movimento de L’attitudine del bambù (p. 52) troviamo scritto: «(…) questa / miracolosa luce rinsalda / il reale all’ideale, circoscrive / l’orlo degli accadimenti: una / proporzione topografica / l’inquadratura  del tuo respiro.»
Per me è evidente che questa luce è bellezza e bontà, ma anche verità… non fa sconti, né si può sfuggirle.
Da Alberi (pp. 40 e 41): «(…) / siamo talmente presi d’assalto / che vediamo solo il piatto / delle cose, l’inodore, l’inesatto / il banale (…) / (…) sono le cose a dirci la loro semplicità / rinnovandoci) // (…) // (laddove capire equivale / a interpretare tracce, una pietra / fuori posto ad esempio / o una ghianda schiacciata) // – distinguendo la solitudine / dall’isolamento, il raccoglimento / dall’abbandono – (…)»
Anche in questi versi è in corso un dialogo con un progressivo avvicinamento a una verità da condividere.

PRESOCRATICA – da Chironomia (p. 64): «(…) / volevo vederti / nuda, ch’è diverso / da denudarti, persino / diverso da vederti).»
Amare è impegnativo, a volte neppure gratificante, anzi. Ma se non coniughiamo in qualche modo questo verbo, siamo già morti e provochiamo morte.

DALL’UNO ALL’ALTRO – da La furbizia del ginnasta (p.  75): «Questo ci preme dirvi: sappiamo / le paure (in questo siamo bravi); / che i nomi ci rendono vulnerabili, / ci espongono, / e ci sta bene.»
Da Quadratura del dubbio II (p. 81): «(…) Per il resto / vorrei solo che l’intelligenza / si facesse più acuta, tagliente: / imparare a dire con meno parole / ciò ch’è d’obbligo / e il resto averlo già dimenticato. / Con più esatte parole seminare / l’attenzione tra i giusti / e il panico tra gli altri.»
Una dichiarazione di poetica da sottoscrivere: ritengo che chi scrive poesie abbia una grande responsabilità, per certi versi anche politica.

GEOGRAFIE DELLA RICERCA – dai versi in esergo (p. 119): «(…) / lo sbaglio che in tutto / e per tutto  credevi // t’avesse distrutto. Ci insegna / per sbaglio la storia: amare /del tutto // ancor più che serbare / memoria.»
Da Una poesia vuota. O ‘Della regola’ (p. 135): «(…) / ma il silenzio non si addice / alle norme false, e se falsifica / decade fuori di sé, divenendo / un motivetto orecchiabile.»
Anche la poesia nasce dal silenzio vero, altrimenti è tutt’al più un’arietta assai cantabile.
Da Sul semplice. O ‘Dell’inverso’ (p. 148): «Così ogni corpo cela sé stesso, / ogni corpo rivela / l’inverso di ciò che non è.»
Il corpo ci espone, ci dice e dice agli altri quel che siamo. Tiene traccia di noi.

GENEALOGIA DELLE DISTRAZIONI – da Non poesia. O ‘Della concentrazione’ (p. 175): «(…) // Il medioevo è in me quest’idea: l’osservazione, / l’esattezza; non importa se in difetto. / Attenzione implica attesa; l’attesa pazienza. / Pazienza, capacità di osservazione. Questa, precisione.»
Da L’educazione dei principianti II (p. 183): «(…) / penso appena prima / d’accedere allo spazio / di totale pace: “istruirsi a fare / quelle due tre cose bene (che poi /equivale a fare il bene)”.»
Da Prova del nove II (p. 187): «E infine, questa poesia andrà in giro / sorridendo agli sconosciuti, / ed è come se noi, io e te / e tutti gli altri, camminassimo / presi per mano, (…)»
Da Geografia della ricerca III (p. 190): «Come l’ala che fende e resta / sospesa nell’aria, / molto possiamo imparare / dall’aeronautica, / un semplice pensiero salvifico: / leggerezza è conquista / di chi porta ancora / un suo peso specifico.»

SPEGNENDO IL LUME – da Due punti (p. 202): «“(…)// siamo qua, tu mi stringi / la mano e non so bene / neanche il tuo nome. Eccoci / qui, a interrogarci sotto / il grande ulivo. Voltiamoci / in silenzio, chiediamo a lui”»

Come si può bene vedere dalle titolazioni e dai minimi lacerti qui sopra riportati, La prova del nove è davvero un opus magnum ricco di riferimenti impliciti ed espliciti alla Bibbia, all’Estremo Oriente, a filosofi, critici, poeti, scienziati, mistici, scrittori, artisti … ma sempre a partire dalla vita di chi l’ha scritto, dalle sue emozioni a tutto campo, dai suoi “scontri” con la realtà affettiva e lavorativa, dalle sue ferite e dalle sue conquiste. Un libro da leggere e rileggere per assaporarne le infinite sfumature, i dettagli preziosi e nascosti. Un’opera quindi che richiede una certa fatica, da assimilare a poco a poco ma dona subito, anche a una prima cursoria lettura come questa, fuochi di gioia, ombre da accarezzare e far nostre, suggestioni esistenziali e questioni etiche che ci mantengono attenti, attivi, propositivi: «A un giro di boa dalle tue contraddizioni / il ritorno dell’irrisolto richiede / che s’osservi al fondo delle cose / guardando attentamente / (…) // Vedrai / allora, l’inimmaginabile amore. / E toccherà avere attraversato / la cecità, conoscere il freddo / spinato di certe stazioni, addormentarsi / in alto nel punto più alto dove la luce / devia, svirgola / originando un nuovo percorso / nello spazio, un nuovo astro» (p. 193).


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