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lunedì 10 maggio 2010

Vincenzo D’Alessio e il suo contributo alla conoscenza della poesia irpina

Donal d'Irlanda-di P. Galloni
Paolo Saggese

Gli studi sulla poesia irpina, nel corso dell’ultimo decennio, anche a seguito della pubblicazione della collana Poeti del Sud e dunque della “Storia della poesia irpina”, ha avuto un certo rinnovato impulso, come dimostra tra l’altro un’importante fatica letteraria, i Profili critici di Vincenzo D’Alessio, editi con postfazione di Massimo Sannelli, Presentazione di Alessandro Ramberti, per i tipi di Fara editore (Rimini, 2010). Si tratta di una raccolta di ben novantacinque interventi, quasi tutti recensioni, scritte soprattutto tra il 2006 e il 2010, e che proiettano meritoriamente la poesia irpina e meridionale in un dibattito nazionale garantito dalla prestigiosa casa editrice, che le ospita (molto interessante, ricco di stimoli, prezioso, è anche il dialogo a distanza intessuto con Padre Bernardo Francesco Maria Gianni, curatore dell’antologia Poeti profeti?).
Sebbene Vincenzo D’Alessio abbia dedicato molti dei suoi interessi alla poesia meridionale e sebbene lo spirito meridionale sia ben presente, l’intellettuale non perde di vista l’idea che la Poesia è sempre tale, prodotta al Nord, al Centro, al Sud di una Nazione che dovrebbe trovare, in occasione del centocinquantesimo anniversario dalla sua nascita, le ragioni di una convivenza civile necessaria, oltre che giusta. Pertanto, molti autori di altre regioni d’Italia sono oggetto delle indagini profonde, acute, “simpatetiche” e filologicamente fondate di Vincenzo D’Alessio.
Il suo “meridionalismo” e il suo profondo senso etico dato alla poesia sono colti subito e con intelligente empatia da Alessandro Ramberti e da Massimo Sannelli, che scrive una riflessione che condividiamo pienamente: “A Sud si deve essere ‘partigiani’, come scrive Vincenzo D’Alessio: ma non per riaffermare una povera fisionomia stilistica; a Sud si deve essere partigiani per non morire e per non sradicarsi” (p. 229). La riflessione ricorda Gramsci, e in effetti oggi non si può non essere “partigiani”, soprattutto al Sud, come anche nel resto d’Italia.
Vincenzo D’Alessio, infatti, è consapevole che ormai a Sud una delle poche voci libere è quella della poesia, e “che la ‘Questione Meridionale’ non è più nelle mani della politica: è oggi nelle mani della Poesia” (p. 53, a proposito delle Storie minime di Maria Pina Ciancio, Fara, 2009).
Il carattere antagonistico degli interventi di D’Alessio sul Sud può essere sintetizzato dall’amara riflessione sull’interruzione del Premio Nazionale di Poesia Città di Solofra organizzato dall’Associazione “Francesco Guarini” dal 1976 al 2006, fino alla XVI edizione. Così conclude la sua amara riflessione: “Siamo stati perseguitati, perché non abbiamo accettato, mai, la protezione di nessuna schiera politica. Noi abbiamo camminato sempre con la lucerna della conoscenza tra le mani, in cerca delle nuove generazioni, per aiutarle, con il silenzio della Poesia, a vincere le turpitudini politiche della nostra terra, madre-matrigna. Non siamo sconfitti. Ci fermiamo perché non ce la sentiamo di gravare sulle spalle di nessuno …” (“Come muore un premio letterario”, p. 64).
Oltre che al Sud, l’attenzione di D’Alessio è rivolta alle voci della terra irpina. E così compaiono le recensioni a Domenico Cipriano (L’enigma della macchina, L’Arca Felice, 2008), poeta giovane di grande eleganza, ad È luce il tarassaco, poi “Tarassaco e viole” (in Legenda, Fara, 2009) di una “voce” forte e profonda, che risponde al nome di Emilia Dente (“I versi di questa raccolta denunciano il dolore che promana dalla terra devastata, dai giovani invecchiati anzitempo, dalle forze sane che hanno molto da dare e che invece vengono paralizzate alla frontiera del fare …”, p. 78), alle raccolte di Antonietta Gnerre Fiori di vetro: restauri di solitudine (Fara, 2007), “Preghiere di una poetessa”, in Lo spirito della poesia (Fara, 2008), a PigmenTi (L’Arca Felice, 2010), poetessa di cui D’Alessio percorre con grande profondità il complesso percorso intellettuale: “Prova poetica”, scrive dell’ultima plaquette, “di elevato spessore filosofico, senza abbassare la musicalità delle composizioni. Una pietra miliare del suo percorso poetico” (p. 131). Ad Emilia Dente, tra l’altro, è dedicato ampio spazio anche nella recensione a Legenda (Fara, 2009).
Gli altri autori irpini, appartenenti alle generazioni precedenti e qui studiati, sono il poeta meridionalista e della “diaspora” Michele Luongo (di cui è recensito Irpinia terra del Sud, Tracce, 2003) e il poeta dialettale Giovanni Taufer (per la raccolta Sciure e papagne, Domicella, 2009). Inoltre, è dedicato un saggio a Michele Ricciardelli, per il libro L’Arcadia di Jacopo Sannazaro e di Lope de Vega (Fausto Fiorentino editore, Napoli, 1966) e ai volumi di Poesia meridiana, Poeti del Sud 3 (Elio Sellino editore, 2007), e Versi per il Formicoso. Raccolta differenziata (Lioni, 2008), a cura di chi scrive e di Giuseppe Iuliano. Dunque, queste ultime tre recensioni sono dedicate al nostro lavoro, alla riscoperta che noi stiamo tentando della poesia irpina, meridionale e meridiana.
Attraverso questi saggi, Vincenzo D’Alessio, mettendo in evidenza una notevole consonanza di idee con il Centro di Documentazione sulla Poesia del Sud, dà un contributo notevole alla nostra testimonianza culturale e morale. Lo studioso si domanda: “Perché il Nord non riconosce al Sud la partecipazione alla Letteratura Nazionale, dimentico dei grandi letterati e poeti che il lembo di terra meridionale ha offerto all’Italia?” (p. 194). E a proposito degli autori antologizzati in Poeti del Sud 3, osserva: “Crediamo sia giusto che il Meridione venga conosciuto attraverso questi esemplari Autori” (p. 200).
Insomma, con questo volume, il poeta e critico Vincenzo D’Alessio fa propria, come ha fatto per un’intera esistenza, la battaglia della poesia del Sud, coerente con l’idea che la “questione meridionale” spetti oggi combatterla alla poesia.
Su questo non avevamo dubbi, anche perché l’autore dice di sé, nella “autopresentazione in forma epistolare”: “Ho avuto un’infanzia difficile, ho subito forme di violenza fisiche che mi hanno segnato per il resto della vita. Sono stato, per queste prove, un animo sensibile alla poesia, alla musica, all’arte, all’esistenza dei più deboli” (p. 225). E la poesia del Sud è poesia dei più deboli per i più deboli: dunque, è la poesia più consona ad un grande che risponde al nome di Vincenzo D’Alessio.

domenica 28 aprile 2019

“C’è sapienza di canto…”

Nuove anime di paesi vecchi
(Poesie di Vincenzo D’Alessio, FaraEditore 2019) 

recensione di Giuseppe Iuliano

http://www.faraeditore.it/vademecum/24-Nuoveanime.html

In una terra di gente persa e dispersa – Nikolaj Gogol avrebbe detto Le anime morte –  terra stordita da una storia sempre uguale, malata di indolenza e luoghi comuni, segnata da atavico fatalismo, la vita sembra essere rimasta estranea, pur essa persa, anzi già morta, “schiava di altra sorte”. Ma quivi dimora Vincenzo D’Alessio, poeta e testimone d’Irpinia, sentinella di pazienza. Custode come uno dei Lari indigeni, protettore della sacralità del focolare domestico, figlio dei “santi /padri contadini”(Scotellaro),  anzi di più, difensore di casa/campi/borgo – il suo, uno dei «paesi presepe», com’ebbe a qualificare i piccoli centri rurali il meridionalista Francesco Compagna – ne è un insistente autorevole cantore. Quei luoghi, un tempo sciami di borghi, con cime di campanili e tetti di coppi, santuario di famiglie, tabernacolo di ostie, oggi sono irriconoscibili gobbe e lande ferite da sconquassi, sfruttamento e profitti, che hanno lasciato il posto alle invasione delle ortiche e delle malerbe, orde barbare ai raccolti e alla desertificazione.
Questo mondo, che è anche il nostro, povero di risorse, immobile nell’attesa, immagine di abuso e devastazione, deve recuperare spazi fecondi di terra, palpiti di respiro e convertire la tensione e l’indignazione in conquista di pace. In una parola tramutarsi in anime vive. Qui, D’Alessio attende l’avvento del fuoco purificatore, invoca la sorda giustizia e l’avvio di tempi nuovi con occhio sognante e mendicante di sogni. Ancor più scruta orizzonti e lacerti; rammemora l’ora antica, l’ora senza tempo che scandiva i ritmi del mito, della tradizione, della storia silenziosa. Gli sopravvive l’anima di guerriero, inquieta, sofferente, voce senza eco, ora persino dimentica dei nomi.
La moviola restituisce racconti sfocati e l’amarezza dell’amore negato. Anche una fontana, sosta di transumanza, è polla che non soddisfa né sete né memoria. Quel perdersi e ritrovarsi attiva inaspettatamente un processo vitale: combina tessere sconnesse scolorite di un mosaico; accosta ricordi; cerca di ricomporre casa e famiglia ma raccoglie cemento e polvere. Sono le fatiche del vinto ad inseguire il passo dei progenitori, a modulare assoli o cori che ora assumono sembianze materiche ora restano silenzi d’ombre. Avi nel nulla e occhi di bambini sono diversità di folle che “ardono nelle voci dei cipressi”.
C’è sapienza di canto che intona varietà di Ballata per il Sud: epinicio, threnos, nenia, cantilena; pianto e rimpianto; fili e intrecci di desiderio, malinconia e speranza. Qui i morti “ci tengono per mano” e i “falsi amori” secondano l’“agonia del giorno”.
C’è sempre un buio da penetrare che scaccia la vita nella fatica e nell’assenza. D’Alessio cura, nella dissoluzione senza resa, parole suoni rumori afrori di “terre antiche”. Terre universo di luce, alla mercé di astri e stagioni. Il rosso d’autunno, crepuscolo di natura, è dispensa di castagne, ricami di pergole, specchio di melograni. È l’Irpinia madre/terra, ma anche madre carnale, culla ed abbraccio, senso di colpa di “non aver amato abbastanza”. Voce di rimprovero ed espiazione che confonde i passi coi voli. “Voce della terra / che chiama per nome / il cielo”.
C’è un divaricatore che slega e disgiunge: da una parte vecchi con acciacchi, solitudini e male di vivere, dall’altra figli che sfidano cammini, asperità e neve. Figli, giovani del Sud “guerrieri di speranze” conservano fede e memoria di patria, ma rimangono clandestini, persi nei libri di viaggio e nelle pagine di storia. Prigionieri del vento dei ricordi e della sete di perdono.
L’osservatorio di D’Alessio raccoglie favole, sogni, misteri del «C’era una volta» – promessa e giuramento di un’età innocente – e grumi di vita. Di quel fervore primitivo, sole sorgente, metronomo di giorni, ritmi e stagioni, c’è analogia meridionale e meridiana con la raccolta Morto ai paesi di Alfonso Gatto: cadenze elegiache, meditazione della vita e della morte, intensità della realtà ed eguale corrispettivo nella sequenza di emozioni.
Altro riscontro assanguante Le parole sono pietre di Carlo Levi non in povertà ma nella miseria dell’abbandono. “Cose semplici e modeste”, realtà e verità contadina che lasciano croste e ferite.
La poesia di D’Alessio, poeta dell’impegno civile e della militanza – amara sconsolata disarmante –  si converte in resipiscenza, risveglio, (r)esistenza. Tra le Nuove anime, compagna “partigiana” anche la mia, vagante affannata delusa ma viva.
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giovedì 8 novembre 2012

Vincenzo Capodiferro su La valigia del meridionale di Vincenzo D'Alessio

recensione pubblicata su Insubria Critica

 LA VALIGIA DEL MERIDIONALE
Un’intensa raccolta di liriche di Vincenzo D’Alessio


La valigia del meridionale e altri viaggi (poesie 1975-2011), prefazione di Anna Ruotolo, è un’opera di Vincenzo D’Alessio, Fara Editore 2012. Vincenzo D’Alessio è nato a Solofra, in provincia di Avellino, nel 1950 e vive a Montoro Inferiore. Laureato in Lettere all’Università di Salerno ha ideato, tra l’altro, il Premio di poesia “Città di Solofra”, nonché fondato il gruppo di cultura “Francesco Guarini” e l’omonima casa editrice. È autore di diversi saggi di storia e di numerose opere poetiche. Ricordiamo solo l’ultima raccolta Figli del 2009, dedicata al figlio Antonio, scomparso prematuramente. Come ha sottolineato la prefatrice «la voce del poeta irpino si offre nuda e vigorosa, a tratti falce interdetta che grida l’ingiustizia (Siamo nani / di fronte al potere oscuro), altre volte sguardo che abbraccia e sostiene la volontà di ribellarsi umilmente ma con determinazione a ciò che opprime la dignità dell’uomo e deturpa l’ambiente e questo nonostante gli insuccessi, le ferite, le bastonate…». Chi conosce Vincenzo D’Alessio, uno dei membri più attivi, oltre che contemplativi, dei poètes maudits del circolo irpino-lucano, sa subito riconoscere il suo stile, sobrio ed intenso, sottile ed incisivo come spada che ferisce e combatte, ispirandosi a quel maledettismo meridionalista. Il tema forte di questa raccolta è l’emigrazione, intesa qui come una romantica, struggente uscita, o “estasi” senza ritorno: di qui il forte senso di “sehnsucht”, una profonda nostalgia, una perenne tensione verso l’infinito, che anima le nuove, ma sgualcite, perché antiche nel senso intimo, paginette dell’intensa e raccolta raccolta di componimenti, breviori e laconici. C’è, come diceva Schelling, nell’Assoluto l’ “Abgrund des Willens”, l’abisso della volontà, per cui le esistenze sono, nel medesimo tempo, una necessità divina ed un male: «questa è nelle cose l’inafferrabile base della realtà, il residuo non mai appariscente, ciò che, per quanti sforzi noi facciamo, non si può risolvere in elemento intellettuale, ma resta nel fondo eternamente». Male che sarà redento quando le esistenze singole torneranno all’Unità primigenia, ma ciò non è previsto per l’emigrante dalessiano. Citiamo solo un punto per rendere l’intera idea dell’opera: A te che sei andato via/ grido: non tornare! / in questa terra che credi amica/ non cercare in fondo al cuore/ il respiro di madre antica / … cerca nella nuova terra/ il tuo destino, lascia ai salici/ la corsa verso il mare. C’è il forte richiamo, però in senso inverso, alla ferma speranza nell’oppressione del salmo 136: «Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre, perché là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato», ed anche ad Alle fronde dei salici di Quasimodo: «E come potevamo noi cantare … ?», di cui l’eco forte e silenziosa: Quando potremo riposare? / Terra rimasta vera / solo nei pensieri miei. L’oppressione, invece, in D’Alessio è proprio nella propria terra, una madre matrigna, come una natura leopardiana, un coccodrillo-Crono che divora i suoi figli. Ecco perché la Ruotolo più volte paragona il poeta ad un eterno friedrichiano “viandante sul mare di nebbia”, come quei Figli lontano dal sole / nelle nebbie tristi di torpore…: «dunque il poeta campano, a dispetto dei silenzio e della perdita di punti fermi in una qualsivoglia tradizione è il viaggiatore per antonomasia, sempre in giro e mai troppo lontano dai suoi luoghi».


Vincenzo Capodiferro


martedì 16 gennaio 2018

Sotto la cenere il fuoco arde ancora

recensione di Renzo Montagnoli su Arteinsieme.net

Copertina di Eliana Petrizzi
Fara Editore
Poesia
Pagg. 96
ISBN 978 94903 21 8
Prezzo Euro 10,00

È da un po’ di tempo ormai che ho l’opportunità di leggere la produzione poetica di Vincenzo D’Alessio, produzione che pur presentando tematiche affini denota una continua ricerca di uno stile che sia definitivo e non in continua, e pur positiva, evoluzione. Direi che ciò tuttavia poco importa poiché il poeta campano, pur senza disprezzare la forma, che anzi a tratti è ricercata, è uno che va alla sostanza, in quei continui strali verso una situazione di immobilismo storico di cui la malavita organizzata ha larghe e preponderanti colpe. La tendenza, quindi, è quella di realizzare una poesia civile, sempre dolente, ma mai arrendevole, ben inserita in un contesto territoriale che senza far identificare l’autore come un poeta stanziale, in ogni caso lo fa apparire come notevolmente influenzato da fatti e da atmosfere locali. E così che ritroviamo questo filo comune anche in questa raccolta (Dopo l’inverno e altre poesie), uscita come sempre per i tipi di Fara, tanto più ove si consideri la circostanza che l’opera si è classificata al secondo posto nel concorso Faraexcelsior 2017. Non si smentisce anche questa volta Vincenzo D’Alessio che sembra quasi portare sulla schiena l’eterno malanno dell’immobilismo meridionale, con quella rabbia a stento soffocata per i continui tradimenti subiti, per quella sofferenza talmente radicata che sembra escludere ogni speranza di miglioramento. Eppure, D’Alessio ha un sogno che è concretizzabile ed è quello di un mondo in cui ognuno possa essere artefice di sé stesso, senza impedimenti, senza imposizioni da parte di chi si arroga il diritto di decidere della vita d’altri. Ed è per questo motivo che in questa raccolta, forse più sofferta di altre, si passa da versi come questi (Ho visto incedere / nelle loro casacche / tronfi i servi dello Stato / hanno lo sguardo / sprezzante di chi è arrivato / non arrossiscono / hanno pane per i figli / vivono giorni sereni / nell’avvenire / hanno potere senza giustizia / odiano i vinti / tolgono loro il respiro.), in cui lo sdegno, più che la rabbia, è a stento trattenuto, a questi altri (L’estate ritorna / nel fresco mattino, / la nebbia che ovatta. / La gente, i passi, / riprende un lavoro. / Vita in campagna. / In città una noia. / In campagna la vita. / Ogni estate più bella. / Tetti, spicchi d’arancio, / aprono fiati di torri. / Lavoro per sopravvivere. / Ogni anno un’ estate. / Vivere una nuova estate.) in cui è presente una situazione di normalità da cui traspare un senso di bucolica serenità. Appare quindi evidente che la speranza, morta ormai in molti, ancora cova sotto la cenere dei sogni infranti di Vincenzo D’Alessio, che continua imperterrito e mai domo nella sua missione volta a impedire che ci si dimentichi di questa terra che potrebbe essere altra cosa con una presenza forte e decisa dello stato, quello stato così lontano da udirne a malapena la voce fatta di vuota e insana retorica.
Da leggere, ovviamente.

Vincenzo D’Alessio è nato a Solofra nel 1950. Laureato in Lettere all’Università di Salerno è stato l’ideatore del Premio Città di Solofra, nonché il fondatore del Gruppo Culturale “Francesco Guarini” e dell’omonima casa editrice. Acuto e attento critico letterario, ha pubblicato anche saggi di archeologia e storia (v. bibliografia Polo SBN di Napoli). Diverse le raccolte poetiche che anno ricevuto premi e riconoscimenti, la più recente è La valigia del meridionale ed altri viaggi (Fara 2012, seconda edizione 2016 ). Nel 2014 vince con Il passo verde la pubblicazione in Opere scelte (Fara 2014). La tristezza del tempo è inserita in Emozioni in marcia(Fara 2015). Con Alfabeto per sordi è tra i vincitori del concorso Rapida.mente ed è stato inserito nell’omonima antologia (Fara 2015). Queste ultime raccolte sono riproposte in appendice a Immagine convessa. (Fara 2017), opera finalista al concorso Versi con-giurati.

domenica 7 aprile 2019

“Un abbraccio di parole e sentimenti”: Nuove anime di Vincenzo D'Alessio

recensione di Renzo Montagoli pubblicata su Arte insieme

http://www.faraeditore.it/vademecum/24-Nuoveanime.html

Vincenzo D’Alessio, Nuove anime, FaraEditore 2019
Prefazione di Alessandro Ramberti
Note critiche dei giurati Nicoletta Mari e Colomba Di Pasquale

Poesia
Pagg. 64
ISBN 978 88 94903 62 1
Prezzo Euro 10,00


Ragione e sentimento

È da un po’ di tempo che ho l’opportunità, e la fortuna, di leggere la produzione poetica di questo autore avellinese, che a definirlo un cantore del Sud è volerlo considerare a tutti i costi un artista stanziale, cioè abbarbicato alla sua terra e alla sua gente, che costituiscono la tematica delle sue liriche. In effetti, se è pur vero che Vincenzo D’Alessio trae ispirazione dalla natura dei suoi luoghi, dalle tradizioni, ma anche dalla disperazione della sua gente, la sua è una voce che si leva forte e chiara contro le ingiustizie sociali e avversa a una pratica egoistica ed edonistica volta a corrompere e a distruggere l’ambiente in cui viviamo. E anche dove sembra che il discorso poetico tragga fonte dall’analisi introspettiva del proprio animo, questa lacerante invocazione per un mondo migliore, alla fin fine, è sempre presente (C’era una volta un paese felice / dove la gente pensava al lavoro /ogni giorno benediceva, quello /che i campi donavano loro / passarono gli anni e fuori dal paese / sorsero case, fabbriche e chiese / la gente allora lasciò i campi /per guadagnare e… andare avanti / ma il sole sorge, come ogni giorno, / sulle ricchezze, sciagure ed orgoglio, / e quella terra, ormai morta, / diventa schiava di altra sorte / c’era chi pianse e chi ancora aspetta / che dalle Alpi ritorni suo figlio / ma come i campi anche lui muore / in un silenzio che fa male al cuore /….). Questi versi sono parte della prima poesia e ben evidenziano il mutamento economico, sociale e culturale che ha interessato le zone eminentemente agricole del meridione, con uno sradicamento indelebile e il tormento di chi ha preso coscienza che il benessere tanto promesso, e solo in parte concretizzato, porta a un malessere interiore che lentamente distrugge la vita. Tuttavia, pur restando stilisticamente non ricercato, per quanto di indubbia efficacia, constato con vivo piacere che D’Alessio ha voluto mettere alla prova la sua poeticità dipingendo immagini di celestiale bellezza, ricorrendo ad artifizi letterari che impreziosiscono senza gravare (Scolora il seppia del fondo / dove raggiante il tuo viso riluce / profuma di rose intatte nel tepore / di maggio,.../… oppure anche chissà cosa pensa il buio / mentre dormiamo avvolti /nello scialle della notte /…). C’è una ricercatezza di immagini, ma anche di suoni (provate a leggerle a voce): rima non rara, ma nemmeno frequente, come se l’autore, senza perdere di vista le tematiche a lui care, avesse deciso che rinchiudere un quadro già bello in una cornice azzeccata avrebbe ulteriormente impreziosito l’opera, e così infatti è stato. E poi ho colto forse un’altra caratteristica delle poesie di questa raccolta: sembrano sgorgate direttamente dall’anima in un lavoro sinergico con la mente che ha smussato i toni, ha addolcito là dove era necessario, ha calcato la mano dove più evidente doveva essere il messaggio, ha instaurato un dialogo muto con il lettore, in un abbraccio di parole e di sentimenti a cui è piacevole abbandonarsi. Così il poeta si svela, eliminato il naturale pudore, e ciò trova conferma anche in questi tre significativi brevi versi (anima mia, poesia / né occhi né bocca /nuda al mondo).
VincenzoD’Alessio continua a emozionarmi con la sua poesia che anche quando parla di morte è ricerca di vita, che anche quando piange le miserie di un mondo che appare sconfitto lascia tuttavia intravvedere una sua possibile resurrezione; quindi, leggere le sue sillogi fa bene, è una tremula, ma indomita luce che brilla nelle tenebre di un mondo che solo l’amore potrà salvare.

Vincenzo D’Alessio (Solofra 1950), laureato in Lettere all’Università di Salerno, ha ideato il Premio Città di Solofra, fondato il Gruppo Culturale “Francesco Guarini” e l’omonima casa editrice. Acuto e attento critico letterario, ha pubblicato saggi di archeologia e storia, recensioni e versi in numerosi periodici, antologie, siti e blog (in particolare Narrabilando e Farapoesia). Raccolte poetiche per i tipi di Fara: La valigia del meridionale e altri viaggi(2012, 20162); Il passo verde (in Opere scelte, 2014); La tristezza del tempo (in Emozioni in marcia, 2015) e Alfabeto per sordi in Rapida.mente, 2015) poi in appendice a Immagine convessa (2017), opera finalista al concorso Versi con-giurati. Nel 2017 è uscita la raccolta Dopo l’inverno, II class. al Faraexcelsior, III premio del Concorso Terra d’Agavi 2018 (Gela, AG), segnalata al Premio Civetta di Minerva (Summonte, AV), finalista al Premio Tra Secchia e Panaro 2018 (Modena). Del 2018 sono i Racconti di Provincia.

mercoledì 10 aprile 2019

Un nuovo canzioniere di Vincenzo D'Alessio

recensione di Vincenzo Capodiferro
pubblicata su Insubria Critica il 10 aprile 2019

Un nuovo canzoniere dal sapore stilinovistico


Nuove anime è una silloge dell’autore Vincenzo D’Alessio – che già conosciamo su Insubria per altre opere – edita da Fara, Rimini 2019. Questa ultima fatica letteraria di Vincenzo ci rivela “miliardi di avi nel nulla”: «Chi può definire l’anima inquieta e bistrattata del poeta, la sua capacità di fare memoria e aprirci gli occhi? …?», così Alessandro Ramberti nella Prefazione si pone delle domande. Anche Heidegger si poneva il dilemma – riferendosi ad Hölderlin –: perché i poeti nel tempo della povertà? Ed Alessandro risponde: «Solo nei poeti, solo nella porziuncola poetica e creativa che c’è in ognuno di noi, magari celata, negletta, sotterrata da cumuli di preoccupazioni o da effimere fiammate emotive, solo in quel vertice sfuggente ed umile, potente e generativo, che potemmo chiamare spirito, troviamo quella scintilla di divino che sa riflettere una verità che ci abbraccia, ci eleva, ci accompagna:

l’amore tiene il cammino
senza scogliere sul mare
del silenzio etereo…
».

La porziuncola sa di francescanesimo! Il tema struggente della poetica dalessiana è un meridionalismo non politico, ma esistenziale, un sudismo non accademico, ma concreto, ma soprattutto la nostalgia del paese, della civiltà contadina.


c’era una volta un paese felice
dove la gente pensava al lavoro
ogni giorno benediceva, quello
che i campi donavano loro

(poesia n. 1)


Tutti sono innamorati di quella civiltà. Basti pensare, a mo’ d’esempio, al leviano Cristo. Levi torna nel luogo dell’esilio. Perché? È difficile tornare nei luoghi dell’esilio. Gli ebrei lo sapevano, quando erano a Babilonia: E come potevamo noi cantare i canti di Sion in terra straniera? Ai salici di quella terra abbiamo appeso le nostre cetre. Il forte tema di questo salmo sarà ripreso dal Quasimodo. Perché tutti ricordano, con affetto, gli anziani, gli adulti, i giovani, quei tempi spensierati della civiltà agricola preindustriale? Forse che Rousseau non aveva ragione?

tornerò da mendicante
nei vicoli trasognati dei paesi
irpini sparsi sui dorsi
di elefanti impietriti

(poesia n. 2)


Anche qui riemerge forte il topos classico dell’Ulisse che torna alla sua Itaca vestito di cenci:

nessuno toccherà le mie vesti…

Questo tema forte del ritorno viene brillantemente centrato da Colomba Di Pasquale nella sua nota critica: «La canzone e le migrazioni. Il poeta fa parlare luoghi e nostalgie … La quieta polvere di Emily Dickinson e scorgo in lontananza un Vittorio Sereni che si sporge su questa silloge».
D'altronde – mi perdoni l’intersezione coi miei versi, ma il tema è fortissimo e coinvolgente e con Vincenzo posso permettermi – anche noi avevamo annotato questo tema della “sinestesia” del ritorno:

… solo tu, pastore ancora rimasto
a transumare, solo tu di una milizia
di guerrieri estinti, solo tu ragazza
trionfante tra le capre sbuffanti,
tediate dalla secca erba, sei rimasta
di uno stuolo antico di amazzoniche
brigantesse. Sei rimasta a ricordare
un tempo che fu. Solo tu gualano,
solo tu zappatore che sempre zappi
con la gobba ricurva sull’angusta terra
ci aspetti al ritorno dall’esilio.


Dobbiamo ringraziare veramente di cuore Rocco e Carmine per aver accolto noi poveri poeti sul sito “Visita la Lucania”: non abbiamo i fondi per pubblicare i nostri versi smemorati! Ma torniamo al nostro Vincenzo:

non piangerò per te
fontana antica abbandonata
al destino da orridi uomini

(poesia n. 6)

E come non ricordare le fontane dei pastori? Ognuna aveva un nome, una storia. C’erano i “pilacci” una specie di vasche, ove si abbeveravano gli armenti. Una di queste fontane antiche si trova ancora sul Monte di Raparo. Ci andavamo ad abbeverare anche noi, come capri, quando seguivamo la cresta immensa del monte che faceva a croce, sulle tracce dell’aereo perduto della seconda guerra mondiale. Un’altra si trova ad Acqua Russo, vicino il podere del nonno Vincenzo: anch’io reco lo stesso nome di Vincenzo e questo nome ci accomuna nell’omen.

ride il fanciullo
dal cuore verde
ha mani nuove

(poesia n. 33)

Vi si respira il panismo naturalistico dannunziano. Anche Gabriele fu ispirato da questo mondo ancestrale: Settembre, andiamo. È tempo di migrare…

non aprite il cuore dei poeti
socchiudete l’uscio nell’attimo
fuggente

(poesia n. 36)

Anche qui non mancano riferimenti classicistici come il carpe oraziano. Il cuore dei poeti è uno scrigno di tesori, ma anche di dolori: è il vaso di Pandora. Aprirlo significa spargere l’angoscia, la nostalgia profonda che proviene dagli archetipi junghiani reconditi dell’inconscio collettivo. È il cuore ungarettiano, come in San Martino…: Ma nel cuore/ nessuna croce manca. È il mio cuore/ il paese più straziato. Come somigliano i nostri paesi abbandonati ai paesi della guerra! Andate qualche volta a Craco vecchia, entratevi entro… avrete delle sensazioni spaventose, di sublimità mistica. Pare di essere sulla luna!

dai capezzoli rossi
delle vigne sai come
l’Autunno dona giorni

(poesia n. 31)

Vincenzo non usa mai la maiuscola, la usa solo per Autunno, personificazione della Natura. Bellissima questa immagine della madre Terra che allatta i suoi figli, col vino/latte, ambrosia dionisiaca! Anche Nietzsche fu ammaliato da Dioniso. Gli Dei ci hanno concesso di partecipare al loro banchetto, a bere il loro succo profumato: il “profumo di mosto selvatico”, come il film … Come non ricordare quando ci mettevano a piedi nudi nei tini a calpestare i grappoli? Ci ubriacavamo al solo odore del mosto! Qui ci è d’uopo ricordare un altro San Martino – non del Carso, ma quello carducciano – : dal ribollir de’ tini/ va l’aspro odor dei vini/ l’anime a rallegrar. Dioniso, padre della poesia, è il dio delle vita/vite. Ci ricorda nondimeno il canto santo: Signore di spighe indori/ i nostri terreni ubertosi/ e le vigne colori/ di grappoli gustosi. Quel colorare ce lo ricorda anche il D’Alessio:

la pergola dell’uva
tinge l’aia cald
a
(poesia n. 33)

Nuove anime ci ricorda – perché no? – quell’esperimento del Dolce Stil Novo. D’altronde Vincenzo appartiene alla setta dei poeti irpini: un gruppo di intellettuali innovatori. La poesia è anima, ma queste anime nuove sanno d’antico: O bellezza sempre antica e sempre nuova. Tardi ti amai! esclamava Agostino! L’antico e il nuovo si baciano in rime sparse ed in mezzo si avverte l’acre odore del “ribollir de’ tini”. È la nostalgia del Totalmente Altro, il ricordo struggente dell’infanzia: Non compagni, non voli,/ Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;/ Canti, e così trapassi/ Dell’anno e di tua vita il più bel fiore. Il poeta è sempre un passero solitario. Tutti i poeti vivono di questa memoria dell’infanzia, anche se tragica, drammatica. Basta ricordare il fanciullino pascoliano, il rondinino che pigola nel nido di “quest’atomo opaco del male”. Quale profonda analogia c’è tra il passero leopardiano ed il rondinello pascoliano!
Vincenzo ci racconta come gli altri questo offuscato “male di vivere”, come Montale, come tutti… Anche in questi versi si respira l’aria della redenzione sociale, cosmica, tipica della Ginestra, che resiste sulle lande desolate dello Sterminator Vesevo.
Il lettore saprà ben apprezzare questi versi concisi e pregni di questa ultima raccolta di Vincenzo D’Alessio.

sabato 25 maggio 2013

Pensieri a Sud

recensione di Angela Caccia a La Valigia del Meridionale e altri viaggi di Vincenzo D’Alessio, FaraEditore, 2012

pubblicata ne ilciottolo.blogspot.it


Chi nasce nel sud è depositario di un eredità: può rivendicarla o rinnegarla, può andarne fiero o vergognarsene, ma mai potrà sfuggirle. (Jean Rouberol)

Anche volendo, mi chiedo come sarebbe possibile sfuggirle.

Il sé si impasta sempre della realtà contingente e l’oggi, poi, consente di coglierla, tra ricordo e immaginazione, altalenando nelle tre dimensioni temporali.

È il paradigma poetico di D’Alessio. Il suo presente ha il luccichio di una finestra lontana, ora chiusa sul tramonto Mio nonno amava il grande cielo/di questi monti i boschi senza fine/poi è morto senza avere pretese/e mio zio ha comprato il sogno” (pag.18), ora schiusa all’ alba “Siamo fili di speranza lieve/che si apre al mondo clandestina” (pag.40).

Un fiume carsico quella nostalgia, sullo sfondo di ogni verso, nella pausa di ogni virgola. Rispecchia appieno l’origine del suo nome: nostos ritorno e algos  dolore, il neologismo appare nella discussione di una laurea in medicina tenutasi a Basilea nel 1688, “Dissertazio medica de nostalghia”. Una patologia comune al mercenari svizzeri, pare. Lontani da casa, ‘s’ammalavano’ al solo suono di una campana che evocava i campanacci al collo di mucche al pascolo su una terra così pianta e così amata. Solo dopo si capì di quanto slancio creativo fosse capace quel sentimento, di quanta e quale dolcezza è foriera in D’Alessio. Una nenia e un inno: il meridione non è solo radice “Canto meridionale dove sei?/bussi alle porte antiche delle/case, scendi le scale ripide/che vanno verso il mare/svegli i miti/nel verde dei lecci,/sopra sassi puri/reggi le armonie dei cieli” (pag.53), è marchio, essenza, modus vivendi “Le donne di Calvanico/hanno il passo sincero/della gente di montagna/il silenzio nella bocca/la dolcezza nel cuore” (pag.31).

Ma c’è un altro meridione a lui molto familiare: la direzione Sud è un viaggio dall’interno e nell’interno, il punto cardinale a cui tende il cammino introspettivo, un laggiù dove si discende per incontrarsi conoscersi e familiarizzare con l’io più pudico e più vero – forse, il più dolente. Se in una geografia spirituale penso all’anima, come il pezzo più autentico di me, la colloco a sud, lì il sole sarà forte e sempre allo zenit: non fa ombra. È il “paese dentro”, in Vincenzo D’Alessio è specchio della sua Campania, com’era, com’è, comunque  amata.

C’è un preciso pensiero di Kant che, penso, decifri e chiarifichi la nostalgia che pregna il libro, “si ha nostalgia non di un paese o di un luogo ma del tempo vissuto in quel luogo. Si ha nostalgia di come eravamo noi in quel tempo vissuto in quel luogo. E poiché il tempo è irreversibile, quando noi torniamo in quel luogo, quel luogo non è più lo stesso che abbiamo lasciato, e anche noi non siamo più gli stessi, dunque si ha nostalgia di noi di come eravamo in quel tempo ormai perduto”.

Ma D’Alessio, se retrocede nel passato, attuando una sorta di faticata curvatura su se stesso, non è solo per ritrovarsi e ricompattarsi, non resta rinchiuso in quel bozzolo. Ha qualcos’altro di più urgente e più nobile da svolgere: ricordare. Il tempo e i tempi hanno già distrutto i fiori, ma che si conservino almeno le radici!... “Proteggete le tombe dei poeti/che non le raggiunga la morte/moneta della dimenticanza/pulitele dalla fretta dell’addio” (pag. 41).

È fondato il suo lamento, soffuso o gridato, per un meridione con un altro cielo, una terra altra rispetto al settentrione Il Sud ha sapori/di ruggini e tradimenti/del poco lavoro della sofferenza” (pag.33). Qui si cresce tutti più terrosi e, così assetati di luce, si fatica di più a raggiungere ogni sole “Figli lontani dal sole/nelle nebbie tristi di torpore” (pa.33). Non tutti lo sanno, non tutti lo capiscono. Viene facile e, soprattutto, comodo e sbrigativo, etichettare una viva protesta di puro vittimismo. Ma la vittima subisce, qui si continua, e da sempre, a combattere per e a morire di meridione.

Sì, D’Alessio usa parole meridionali, di quelle un po’ curiose a sentirsi, con le vocali aperte - tutta l’acqua dell’Arno non basterebbe a lavarle, le sue e le mie, e restituirle con una dizione accettabile.
Aperte come braccia…
Mi distraggo sempre al momento del Padre Nostro: si slanciano a ramo, altre si pongono quasi in posizione di resa, altre ancora, curve, con le palme in alto … pare che attendano accolgano cingano. Quelle di Vincenzo le sento possenti: hanno imparato da tempo ad abbracciare e stare in quell’abbraccio che, nel bene e nel male, è la vita “al sud”. 
Se la sua voce si affievolisse, saremmo tutti un po’ più poveri.                                                                                                                                                                                                                             

mercoledì 26 agosto 2009

Su Figli di Vincenzo D’Alessio

Edizioni G.C.F. “F. Guarini” Montoro Inferiore, 2009

recensione di Narda Fattori

Il poeta può scrivere solo di ciò che sa, di ciò che ha sperimentato, di quello che natura e cultura dicono al suo udito attento, alla sua vista acuta, così prossima alla visione, alla sua anima sensitiva, ferma sul ciglio della realtà anche quando il desiderio di volo si fa a ridosso.
Per questo D’Alessio torna a parlare del suo Sud, dei figli della sua gente, dei morti, delle ferite inferte alla sua terra, degli assenti migrati, dei presenti malati.
La lucidità della storia della sua gente e della cronaca che ha fatto del territorio amato, così duro e amaro per altro, uno sversatoio di liquami tossici che intossicano la terra e il corpo e contaminano come una nuova peste tutti gli esseri viventi.
D’Alessio non teme di nominare i colpevoli di questo moderno male che alimenta processioni verso l’ultima dimora terrena; non fa nomi e cognomi perché non li si conosce, ma senza ritrosia addita chi ha reso cattiva la terra e malata l’aria. La sua è una poesia civile nel senso più lato del termine: se civiltà e rispetto, oltre che amore, è la sola modalità per cui una comunità può vivere e prosperare, la sua indignazione per avere mancato dell’una e dell’altro, si leva tesa, non urla ma si erge con l’indice teso e non teme, non trema.
All’Irpinia, nei secoli, sono toccate miserie e sfruttamento; ai suoi abitanti spesso non è rimasto altro che andarsene se non si voleva vivere sempre con il capo e la schiena chini; ma la dignità non è mai stata svenduta né per trenta né per enne denari.
D’Alessio chiama a sé tutti i suoi conterranei, tutti i “ figli” perché gli siano testimoni e tengano ancora alta la bandiera della dignità perchè le schiere dei nuovi mali cessino di allignare e si possano fermare le metastasi assassine.
“Nelle mie montagne c’è la morte/ la respiriamo nei fili d’erba nera/nelle macchie malate dei castagni/cancro che sgorga dalla terra/ madre dei nostri padri/merito di politici assassini/…/…/ Noi poveri uomini sconfitti di libertà.”
Ma quanto amore nasce da questa amara constatazione! Eccoli i migrati al nord al soldo del denaro e alla svendita della loro cultura, eppure D’Alessio afferma “mi /consola il volto/ carico di parole bocca/cucita ai modi antichi./…”
Quanto dolore anche! “Sono tornate a fiorire le ginestre/ con lingue gialle sotto il sole/ parlano solo americano/ le persone venute a scoprire / i propri morti…”, e anche i due versi bellissimi dedicati a Italo che è morto e “ha lasciato occhi dolenti / e candide ali di libellule/negli ulivi assetati di sole”.
Sono tante le persone scomparse chiamate per nome, a partire dal figlio Antonio, in una attuale Spoon River dove alla descrittività si sostituisce il lirismo perché sono morti amati e noti, sono brandelli della propria esistenza, zolle della propria terra e urla: “vienici incontro donna/ tutta nera vestita di digiuni/ e di janare gente di creta/ si spegne tutta ignuda/ gridando di cancro in ospedale.”
I poeti cantano per i più cari e gli sciacalli intanto gridano, e rapiscono i figli colti nel mezzo della giovinezza, così come hanno rapito il figlio del poeta che solo pensando all’eterno sa darsi pace, perché nella morte c’è pulsante il suo contrario, vita che manca, vita che non si potrà scaldare. Darsi una speranza costa una fede incrollabile ma l’uomo nella sua fragilità “barcolla sul malpiede” e scopre che “a questo male/ non c’è perdono”. Ed è proprio nell’appendice, dedicata alla sua terra, che D’Alessio trova le parole più sconsolate (pag. 60) e più amorose (pag. 48) e più vivo sente la sua impotenza a mutare il corso degli eventi (pag 49). In queste liriche le immagini sono visioni, sono vere e metaforiche, talvolta semanticamente violente, ma la compassione non è negata neppure a se stesso, anche faticata: “torna / pietoso il suono/ a ricordarmi uomo”.

v. anche la recensione di Massimo Sannelli

venerdì 26 settembre 2008

Su Padri della terra di Vincenzo D'Alessio


recensione di Carla De Angelis

L’opera I Padri della Terra di Vincenzo D’Alessio è un invito continuo a soffermarsi sulla condizione umana per approfondire il senso della vita perso e disperso nel veloce susseguirsi degli atti quotidiani, che poco tempo lasciano al pensiero.
La prima poesia si fa immagine e ricorda una pittura sita nell’atrio di un palazzo romano: “con la falce nel fieno / e un bimbo in grembo come / nuovo grano”. Da anni non mi stanco di ammirare quel dipinto e mi commuovo, così come mi accade nel leggere le poesie di Vincenzo D’Alessio, dalle cui pagine esce il profumo del pane di Montefusco, la rabbia non celata per la classe politica e la camorra, la continuità tra le generazioni, la memoria, che D’Alessio celebra con la consapevolezza che conservarla vuol dire continuare il viaggio di oggi per procedere con più consapevolezza verso il domani. La sua acuta sensibilità fa sì che ogni poesia sia un evento, un confronto costante con la propria esistenza non disgiunta dal resto del mondo, e specialmente dalla sua terra tanto bella quanto sfruttata. Sensibilità che gli permette di credere nella bontà degli uomini e di non perdere il senso della bellezza e del vivere “vivremo nell’intensa giovinezza / di questa terra antica di oltraggi / sentiremo la pecora e l‘agnello / il volto dei nostri paesaggi / ritorneremo saggi senza lutti”; e ancora: una preghiera a mio padre: “Spingi lontano il grido insabbiato / Rompi l’indugio all’invito del vento / Vai lontano / Lo sento”; una invocazione a Dante: “Dante che pieghi le stelle / al tuo timone riassetti / … / t’attardi nel silenzio di Ponente / mentre ci affidi al mare.”
Per il Poeta D’Alessio anche il gesto più umile e quotidiano diventa poesia, il suo è uno scrivere liquido che si insinua ovunque, ogni verso di questa raccolta meriterebbe di essere citato. Sa parlare di tutto a tutti, sa affrontare le tematiche le più svariate e ci invita a indugiare sulle parole che diventano azioni perché trasudano amore, denuncia e soprattutto speranza.

Roma 24 settembre ’08

giovedì 25 settembre 2014

Su Il passo verde di Vincenzo D'Alessio


da  Opere scelte,  a cura di Alessandro Ramberti, FARA  2014
recensione di Emilia Dente 

Il passo verde

http://www.faraeditore.it/nefesh/Operescelte.html
È l’urlo taciuto nel ventre della bara  il respiro profondo dei versi dalessiani  custoditi ne “Il passo verde”.  L’urlo taciuto che echeggia aspro e dolce nei versi intessuti di  malinconica dolcezza, nell’abisso del tramonto dove l’albero del dolore regge i sogni a malapena. Antonio, figlio amato, bello per sempre di fronte all’Eterno, attraversa con leggerezza  la melodia dei versi, e sorride  distante, ma mai  lontano, perduto e ritrovato concerto di mare verso le sabbie dorate di Camerota,  nell’alito vitale della poesia, quella poesia che  è respiro /  tiene in vita / soffia dentro / malinconia di sogni. E allora, nella rugiada  dei versi  meglio è sentirti con me / immergere gli occhi nel cielo / limpido delle terre verdi / dove siamo nati, Antonio / sussurra il padre, sussurra il poeta, che riconosce, pure nel buio del più profondo dolore, che il temporale grida dentro le montagne, si arrende a quella Energia della vita che non si può fermare, e, teneramente  ricorda stamane eravamo / usciti con il passo verde: non temere il buio/ quando arriva l’alba.
E nel chiarore velato dell’alba  che faticosa emerge dal buio, il passo verde attraversa il  cammino dei versi lacerati dalla vita, inerpicandosi per i sentieri scoscesi e duri della sua terra, il Sud di miseria e tradimenti, dove pure l’alba è nuova, come già , anni prima, diceva il  poeta e scrittore lucano  Rocco  Scotellaro che D’Alessio, sin dall’incipit della silloge, chiama  accanto a sé, faro nella tempesta della tormentata scrittura. Si incontrano così, per questi tormentati sentieri, tanti giovani del Sud, quei giovani che Sciamano / rondini anonime  dal deserto / delle nostre terre / pugni stretti ai fianchi solchi / sulla fronte portano la dignità / dei sogni avuti al sole, i giovani che vanno via, come Carmen Giannatasio, usignolo vestito d’umano, eccezionale soprano, voce limpida dalla terra dei lupi, orgoglio della terra meridionale, applaudita nei teatri del mondo, o Giovanna Iorio, scrittrice e poetessa, che, dalle sorgenti delle  parole amare  della terra meridionale ha fatto sgorgare meravigliosi canti lirici. Ma anche i tanti giovani che restano, i tanti poeti irpini avamposto nella neve, che hanno posto il cuore  alle radici dell’ulivo, e resistono con la fiducia che  i semi / nell’alito del seno / portano il pane. Negli occhi   e nel cuore dei giovani del Sud, di tutti i giovani del Sud  l’onore mai smarrito si colora del verde vitale dei monti, degli alberi maestosi e della natura, cornice, sfondo e dirompente essenza dei versi. L’onore  e l’amara forza dei giovani del Sud ha la limpida tenacia dell’acqua che sgorga dalle sorgenti antiche, il respiro infinito dell’azzurro  cielo di luglio nell’alito rovente  di una avara zolla d’amore.
Un tormentato  ed amaro canto d’amore e di speranza questa silloge poetica di Vincenzo DAlessio in cui l’irruenza del sentire si riflette nella fluente intensità dei versi, e  in cui la scrittura non trova il sollievo della pausa, ma ha l’affanno  implosivo della verità e della lotta. E la voglia, sempre di camminare / nei vicoli affaticati d’umiltà per sentire ancora, sempre il passo nascosto del Dio della vita.

giovedì 3 settembre 2009

Su Figli di Vincenzo D'Alessio

Figli ( Poesie) di Vincenzo D’Alessio,
Edizione G. C. F. Guarini – Montoro Inferiore (AV), 2009,
pag. 70 Euro 5
ISBN 978-88-904234-0-6

recensione di Michele Luongo in BluArte


È possibile raccontare l’amore per i figli? Sembrerebbe una domanda facile, ma quando questo amore assume l’essenza della propria vita , paradossalmente, nel momento del dolore non si trovano più le parole, la forza per l’espressione.
Lo scrittore poeta Vincenzo D’Alessio ci ha regalato “Figli”, il suo ultimo lavoro. Poesie che ci raccontano il dialogo silenzioso dell’immenso amore del padre per il proprio figlio. Emilia Dente ha curato l’introduzione del libro, evidenziando la Poesia, il canto, il dolore.
Padre, figlio, ma soprattutto esseri della Nostra Terra del Sud, ed è immancabile quel percorso: “colmo di troppi oltraggi” – “ Sud che mi urli dentro” e quella inesorabile speranza: “Lascia che la terra dove dormono anime sincere nella notte apra le porte dell’amore al futuro che nascerà”. E poi la dignitosa amarezza: “Troppi tormenti oscurano i giorni – Siamo impotenti contro la sorte anche se la fede consola i morti”.
“Assetato di carezze”, l’Uomo, umilmente, chiede: “Un sorso d’acqua” – anima di pace”, “ insegnami a volare innanzi al giorno”, vive la speranza di un mondo migliore.
D’Alessio con il suo canto, intriso dall’intimo dolore, riesce a trovare la linfa per un dialogo, si silenzioso, ma di voce pressante, ininterrotta che i figli del Sud, purtroppo, da troppo tempo ne chiedono soluzione.
La poesia di D’Alessio è una poesia senza confini, le sue parole accarezzano il tempo ci accompagnano in quel comunicare ora paterno, ora amichevole, ora saggista, ora storico del tempo, ma è sempre un rapporto limpido di chi ama, l’amore anche nella morte sa sbocciare la vita. Ecco forse questo è il pensiero, l’insegnamento del poeta D’Alessio, amare come solo si può amare un figlio.

martedì 9 ottobre 2012

La valigia del meridionale e altri viaggi di Vincenzo D'Alessio - Fara editore

recensione di Francesco Filia pubblicata nel blog  nell'occhio del pavone  


Li abbiamo visti / gli ultimi padri con le zappe / uomini alti più dell’ombra / disegnavano la sera nei solchi. // Eravamo con loro / abbiamo camminato scalzi nella terra / calda, poi tutto è finito / nel coro spaventoso delle ruspe/ spinte al massimo. // Sono diventati nomi / la terra un duro sasso / inutile al nostro passo.

In questo bellissimo frammento è raccolto il senso profondo della vocazione poetica di Vincenzo D’Alessio: la testimonianza, poetica ed etica, della fine di una civiltà, quella contadina del Meridione d’Italia e in particolare dell’Irpinia. Civiltà dove, nella visione del poeta, tutto acquisiva un senso duro e determinato: il lavoro come fatica, il rapporto con la madre terra, il succedersi delle stagioni e delle generazioni, i padri che sono muto esempio per i figli. Ora tutto questo è perduto. La terra non accoglie più nei suoi solchi i piedi scalzi, ma si è trasformata in un duro sasso, e va, però, ricordata, in un viaggio, che ridia senso al passo dell’uomo, che intraveda un ritorno insieme nello spazio, nei luoghi e nel tempo della memoria.
Quindi nella  raccolta La valigia del meridionale e altri viaggi di Vincenzo D’Alessio, con prefazione di Anna Ruotolo (Fara Editore, 2012), il tema centrale dei versi è il viaggio, come indica il titolo, ma il viaggio in particolare come necessità, oltre che sociale – destino comune di migliaia di emigranti costretti ad abbandonare le proprie terre per lavorare al Nord – anche come necessità esistenziale e poetica. Anche quello del poeta è un viaggio, reale e metaforico, intrapreso, non per diletto, ma per necessità; è un viaggio in cui ci accompagna la valigia di cartone della parola, precaria come quelle di chi è costretto a migrare, che contiene attese, delusioni, speranze, insomma, la sostanza vivente di ogni uomo. Ma in cosa consiste questo viaggio necessario del poeta? 
Viaggiare è al tempo stesso un allontanarsi dai luoghi natali e un ritornarvi per ricordarli e sperare di ritrovarli come ce li figuriamo nella memoria (Fumavano le colline / nel sole di mezz’agosto / l’uomo coi sandali sedette / all’ombra di due rami. // Solo, nel peso dell’afa, / guardava dal monte / il paese del ritorno:) e anche, però, drammaticamente, per scoprirne il cambiamento, la mutazione prospettica, non solo e non tanto dovuta al mutare di chi guarda, ma dovuta  al mutamento della cosa stessa: dei luoghi, delle persone, delle relazioni sociali, causato dall’irrompere del “nuovo” che avanza, accelera e travolge le regole antiche di una terra (Terra rimasta vera / solo nei pensieri miei). E, quindi, in queste poesie la mutazione si caratterizza sempre come una perdita, una caduta, da una condizione di autenticità a una di deiezione. 
Il moderno, la tecnica, il profitto, nelle terre dove vigevano regole dure ma sentite come “vere”, porta uno sradicamento totale, un mutare della terra stravolta dal coro delle ruspe o dalle logiche criminal-affaristiche, ma anche una mutazione, secondo la profezia pasoliniana, antropologica, in cui l’uomo non si riconosce più nella dura necessità della terra, nella solidarietà della comunità, nell'aspirare ad un’esistenza che abbia un senso di compiutezza, negli affetti familiari, nell’amore, nel lavoro, nella fede, ma si scopre singolo, atomo, in lotta e competizione costante per il profitto (Mio nonno amava il grande cielo, / di questi monti i boschi senza fine / poi è morto senza avere pretese/ e mio zio ha comprato il sogno.). In questo sta la perdita radicale, e il deteriorarsi, sembra definitivo, del rapporto tra uomo e terra;  la natura non è più ciò che dona e ciò che accoglie, ma è ciò da cui trarre, strappare tutto ciò che è possibile senza domandarsi del dopo. E quindi il senso  vero del viaggio sarà  nel ritrovare un’origine perduta per ricostruire – ma questo non tocca alla parola poetica che al massimo, ed è già tanto, può mostrare il senso dell’esistere che si è perduto e nella perdita ciò che andrebbe ritrovato – un futuro diverso, come fa notare Anna Ruotolo, in un passo della sua prefazione: “registrare come necessarie svolte imposte dalla mutazione genetica di una terra che nasconde sotto di sé, nel ventre, la potenzialità e le bellezze perdute”. Per D’Alessio il canto poetico per chi è nato al sud, se deve ancora avere un senso, è quello di ritessere la trama della specificità della cultura e del sentire delle terre di appartenenza, farsi ethos profondo che cerca di riannodare i fili spezzati di un destino comune, senza un impossibile rimpianto, ma non abdicando a tener viva la memoria di un mondo tramontato, sconfitto, forse, ma non per questo meno vero (Canto meridionale dove sei? / bussi alle porte antiche delle / case, scendi le scale ripide/ che vanno verso il mare / svegli i miti / nel verde dei lecci, / sopra sassi puri / reggi le armonie dei cieli. // Quali  distanze puoi coprire mentre / lontano grida il treno? / Amaci mentre disegni sull’oceano / il raggio di luce estrema.).

Francesco Filia