La valigia del meridionale e altri viaggi di Vincenzo D'Alessio - Fara editore

recensione di Francesco Filia pubblicata nel blog  nell'occhio del pavone  


Li abbiamo visti / gli ultimi padri con le zappe / uomini alti più dell’ombra / disegnavano la sera nei solchi. // Eravamo con loro / abbiamo camminato scalzi nella terra / calda, poi tutto è finito / nel coro spaventoso delle ruspe/ spinte al massimo. // Sono diventati nomi / la terra un duro sasso / inutile al nostro passo.

In questo bellissimo frammento è raccolto il senso profondo della vocazione poetica di Vincenzo D’Alessio: la testimonianza, poetica ed etica, della fine di una civiltà, quella contadina del Meridione d’Italia e in particolare dell’Irpinia. Civiltà dove, nella visione del poeta, tutto acquisiva un senso duro e determinato: il lavoro come fatica, il rapporto con la madre terra, il succedersi delle stagioni e delle generazioni, i padri che sono muto esempio per i figli. Ora tutto questo è perduto. La terra non accoglie più nei suoi solchi i piedi scalzi, ma si è trasformata in un duro sasso, e va, però, ricordata, in un viaggio, che ridia senso al passo dell’uomo, che intraveda un ritorno insieme nello spazio, nei luoghi e nel tempo della memoria.
Quindi nella  raccolta La valigia del meridionale e altri viaggi di Vincenzo D’Alessio, con prefazione di Anna Ruotolo (Fara Editore, 2012), il tema centrale dei versi è il viaggio, come indica il titolo, ma il viaggio in particolare come necessità, oltre che sociale – destino comune di migliaia di emigranti costretti ad abbandonare le proprie terre per lavorare al Nord – anche come necessità esistenziale e poetica. Anche quello del poeta è un viaggio, reale e metaforico, intrapreso, non per diletto, ma per necessità; è un viaggio in cui ci accompagna la valigia di cartone della parola, precaria come quelle di chi è costretto a migrare, che contiene attese, delusioni, speranze, insomma, la sostanza vivente di ogni uomo. Ma in cosa consiste questo viaggio necessario del poeta? 
Viaggiare è al tempo stesso un allontanarsi dai luoghi natali e un ritornarvi per ricordarli e sperare di ritrovarli come ce li figuriamo nella memoria (Fumavano le colline / nel sole di mezz’agosto / l’uomo coi sandali sedette / all’ombra di due rami. // Solo, nel peso dell’afa, / guardava dal monte / il paese del ritorno:) e anche, però, drammaticamente, per scoprirne il cambiamento, la mutazione prospettica, non solo e non tanto dovuta al mutare di chi guarda, ma dovuta  al mutamento della cosa stessa: dei luoghi, delle persone, delle relazioni sociali, causato dall’irrompere del “nuovo” che avanza, accelera e travolge le regole antiche di una terra (Terra rimasta vera / solo nei pensieri miei). E, quindi, in queste poesie la mutazione si caratterizza sempre come una perdita, una caduta, da una condizione di autenticità a una di deiezione. 
Il moderno, la tecnica, il profitto, nelle terre dove vigevano regole dure ma sentite come “vere”, porta uno sradicamento totale, un mutare della terra stravolta dal coro delle ruspe o dalle logiche criminal-affaristiche, ma anche una mutazione, secondo la profezia pasoliniana, antropologica, in cui l’uomo non si riconosce più nella dura necessità della terra, nella solidarietà della comunità, nell'aspirare ad un’esistenza che abbia un senso di compiutezza, negli affetti familiari, nell’amore, nel lavoro, nella fede, ma si scopre singolo, atomo, in lotta e competizione costante per il profitto (Mio nonno amava il grande cielo, / di questi monti i boschi senza fine / poi è morto senza avere pretese/ e mio zio ha comprato il sogno.). In questo sta la perdita radicale, e il deteriorarsi, sembra definitivo, del rapporto tra uomo e terra;  la natura non è più ciò che dona e ciò che accoglie, ma è ciò da cui trarre, strappare tutto ciò che è possibile senza domandarsi del dopo. E quindi il senso  vero del viaggio sarà  nel ritrovare un’origine perduta per ricostruire – ma questo non tocca alla parola poetica che al massimo, ed è già tanto, può mostrare il senso dell’esistere che si è perduto e nella perdita ciò che andrebbe ritrovato – un futuro diverso, come fa notare Anna Ruotolo, in un passo della sua prefazione: “registrare come necessarie svolte imposte dalla mutazione genetica di una terra che nasconde sotto di sé, nel ventre, la potenzialità e le bellezze perdute”. Per D’Alessio il canto poetico per chi è nato al sud, se deve ancora avere un senso, è quello di ritessere la trama della specificità della cultura e del sentire delle terre di appartenenza, farsi ethos profondo che cerca di riannodare i fili spezzati di un destino comune, senza un impossibile rimpianto, ma non abdicando a tener viva la memoria di un mondo tramontato, sconfitto, forse, ma non per questo meno vero (Canto meridionale dove sei? / bussi alle porte antiche delle / case, scendi le scale ripide/ che vanno verso il mare / svegli i miti / nel verde dei lecci, / sopra sassi puri / reggi le armonie dei cieli. // Quali  distanze puoi coprire mentre / lontano grida il treno? / Amaci mentre disegni sull’oceano / il raggio di luce estrema.).

Francesco Filia

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