mercoledì 10 aprile 2019

Un nuovo canzioniere di Vincenzo D'Alessio

recensione di Vincenzo Capodiferro
pubblicata su Insubria Critica il 10 aprile 2019

Un nuovo canzoniere dal sapore stilinovistico


Nuove anime è una silloge dell’autore Vincenzo D’Alessio – che già conosciamo su Insubria per altre opere – edita da Fara, Rimini 2019. Questa ultima fatica letteraria di Vincenzo ci rivela “miliardi di avi nel nulla”: «Chi può definire l’anima inquieta e bistrattata del poeta, la sua capacità di fare memoria e aprirci gli occhi? …?», così Alessandro Ramberti nella Prefazione si pone delle domande. Anche Heidegger si poneva il dilemma – riferendosi ad Hölderlin –: perché i poeti nel tempo della povertà? Ed Alessandro risponde: «Solo nei poeti, solo nella porziuncola poetica e creativa che c’è in ognuno di noi, magari celata, negletta, sotterrata da cumuli di preoccupazioni o da effimere fiammate emotive, solo in quel vertice sfuggente ed umile, potente e generativo, che potemmo chiamare spirito, troviamo quella scintilla di divino che sa riflettere una verità che ci abbraccia, ci eleva, ci accompagna:

l’amore tiene il cammino
senza scogliere sul mare
del silenzio etereo…
».

La porziuncola sa di francescanesimo! Il tema struggente della poetica dalessiana è un meridionalismo non politico, ma esistenziale, un sudismo non accademico, ma concreto, ma soprattutto la nostalgia del paese, della civiltà contadina.


c’era una volta un paese felice
dove la gente pensava al lavoro
ogni giorno benediceva, quello
che i campi donavano loro

(poesia n. 1)


Tutti sono innamorati di quella civiltà. Basti pensare, a mo’ d’esempio, al leviano Cristo. Levi torna nel luogo dell’esilio. Perché? È difficile tornare nei luoghi dell’esilio. Gli ebrei lo sapevano, quando erano a Babilonia: E come potevamo noi cantare i canti di Sion in terra straniera? Ai salici di quella terra abbiamo appeso le nostre cetre. Il forte tema di questo salmo sarà ripreso dal Quasimodo. Perché tutti ricordano, con affetto, gli anziani, gli adulti, i giovani, quei tempi spensierati della civiltà agricola preindustriale? Forse che Rousseau non aveva ragione?

tornerò da mendicante
nei vicoli trasognati dei paesi
irpini sparsi sui dorsi
di elefanti impietriti

(poesia n. 2)


Anche qui riemerge forte il topos classico dell’Ulisse che torna alla sua Itaca vestito di cenci:

nessuno toccherà le mie vesti…

Questo tema forte del ritorno viene brillantemente centrato da Colomba Di Pasquale nella sua nota critica: «La canzone e le migrazioni. Il poeta fa parlare luoghi e nostalgie … La quieta polvere di Emily Dickinson e scorgo in lontananza un Vittorio Sereni che si sporge su questa silloge».
D'altronde – mi perdoni l’intersezione coi miei versi, ma il tema è fortissimo e coinvolgente e con Vincenzo posso permettermi – anche noi avevamo annotato questo tema della “sinestesia” del ritorno:

… solo tu, pastore ancora rimasto
a transumare, solo tu di una milizia
di guerrieri estinti, solo tu ragazza
trionfante tra le capre sbuffanti,
tediate dalla secca erba, sei rimasta
di uno stuolo antico di amazzoniche
brigantesse. Sei rimasta a ricordare
un tempo che fu. Solo tu gualano,
solo tu zappatore che sempre zappi
con la gobba ricurva sull’angusta terra
ci aspetti al ritorno dall’esilio.


Dobbiamo ringraziare veramente di cuore Rocco e Carmine per aver accolto noi poveri poeti sul sito “Visita la Lucania”: non abbiamo i fondi per pubblicare i nostri versi smemorati! Ma torniamo al nostro Vincenzo:

non piangerò per te
fontana antica abbandonata
al destino da orridi uomini

(poesia n. 6)

E come non ricordare le fontane dei pastori? Ognuna aveva un nome, una storia. C’erano i “pilacci” una specie di vasche, ove si abbeveravano gli armenti. Una di queste fontane antiche si trova ancora sul Monte di Raparo. Ci andavamo ad abbeverare anche noi, come capri, quando seguivamo la cresta immensa del monte che faceva a croce, sulle tracce dell’aereo perduto della seconda guerra mondiale. Un’altra si trova ad Acqua Russo, vicino il podere del nonno Vincenzo: anch’io reco lo stesso nome di Vincenzo e questo nome ci accomuna nell’omen.

ride il fanciullo
dal cuore verde
ha mani nuove

(poesia n. 33)

Vi si respira il panismo naturalistico dannunziano. Anche Gabriele fu ispirato da questo mondo ancestrale: Settembre, andiamo. È tempo di migrare…

non aprite il cuore dei poeti
socchiudete l’uscio nell’attimo
fuggente

(poesia n. 36)

Anche qui non mancano riferimenti classicistici come il carpe oraziano. Il cuore dei poeti è uno scrigno di tesori, ma anche di dolori: è il vaso di Pandora. Aprirlo significa spargere l’angoscia, la nostalgia profonda che proviene dagli archetipi junghiani reconditi dell’inconscio collettivo. È il cuore ungarettiano, come in San Martino…: Ma nel cuore/ nessuna croce manca. È il mio cuore/ il paese più straziato. Come somigliano i nostri paesi abbandonati ai paesi della guerra! Andate qualche volta a Craco vecchia, entratevi entro… avrete delle sensazioni spaventose, di sublimità mistica. Pare di essere sulla luna!

dai capezzoli rossi
delle vigne sai come
l’Autunno dona giorni

(poesia n. 31)

Vincenzo non usa mai la maiuscola, la usa solo per Autunno, personificazione della Natura. Bellissima questa immagine della madre Terra che allatta i suoi figli, col vino/latte, ambrosia dionisiaca! Anche Nietzsche fu ammaliato da Dioniso. Gli Dei ci hanno concesso di partecipare al loro banchetto, a bere il loro succo profumato: il “profumo di mosto selvatico”, come il film … Come non ricordare quando ci mettevano a piedi nudi nei tini a calpestare i grappoli? Ci ubriacavamo al solo odore del mosto! Qui ci è d’uopo ricordare un altro San Martino – non del Carso, ma quello carducciano – : dal ribollir de’ tini/ va l’aspro odor dei vini/ l’anime a rallegrar. Dioniso, padre della poesia, è il dio delle vita/vite. Ci ricorda nondimeno il canto santo: Signore di spighe indori/ i nostri terreni ubertosi/ e le vigne colori/ di grappoli gustosi. Quel colorare ce lo ricorda anche il D’Alessio:

la pergola dell’uva
tinge l’aia cald
a
(poesia n. 33)

Nuove anime ci ricorda – perché no? – quell’esperimento del Dolce Stil Novo. D’altronde Vincenzo appartiene alla setta dei poeti irpini: un gruppo di intellettuali innovatori. La poesia è anima, ma queste anime nuove sanno d’antico: O bellezza sempre antica e sempre nuova. Tardi ti amai! esclamava Agostino! L’antico e il nuovo si baciano in rime sparse ed in mezzo si avverte l’acre odore del “ribollir de’ tini”. È la nostalgia del Totalmente Altro, il ricordo struggente dell’infanzia: Non compagni, non voli,/ Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;/ Canti, e così trapassi/ Dell’anno e di tua vita il più bel fiore. Il poeta è sempre un passero solitario. Tutti i poeti vivono di questa memoria dell’infanzia, anche se tragica, drammatica. Basta ricordare il fanciullino pascoliano, il rondinino che pigola nel nido di “quest’atomo opaco del male”. Quale profonda analogia c’è tra il passero leopardiano ed il rondinello pascoliano!
Vincenzo ci racconta come gli altri questo offuscato “male di vivere”, come Montale, come tutti… Anche in questi versi si respira l’aria della redenzione sociale, cosmica, tipica della Ginestra, che resiste sulle lande desolate dello Sterminator Vesevo.
Il lettore saprà ben apprezzare questi versi concisi e pregni di questa ultima raccolta di Vincenzo D’Alessio.

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